DA FILANGIERI ALLA COSTITUZIONE AMERICANA di Giannicola Sinisi – Numero 4 – Aprile 2016

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Le rivoluzioni di quel tempo hanno preso la scena della storia, con la crudeltà e le generalizzazioni che le accompagnano, distruggendo la grandezza del fermento intellettuale, e smorzando la potenza del pensiero che animò quell’epoca.

DA FILANGIERI ALLA COSTITUZIONE AMERICANA

 

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Dietro le rivoluzioni c’era l’esigenza di stabilire un nuovo status per gli individui e per i popoli, dopo secoli di oscurantismo;

La potenza visionaria di Filangieri si apprezza ancora oggi declinando alcuni dei concetti che egli elaborò:

Le reti degli intellettuali europei erano tutte all’opera per contribuire alla elaborazione di questi nuovi ideali, ma presto si resero conto che l’Europa non era il continente giusto perché questi ideali potessero trovare applicazione per le resistenze che le monarchie, e le sacche del perdurante feudalesimo, vi opponevano.
Al contrario, le Tredici ex Colonie del Nord America, la nuova Nazione, erano il posto perfetto per sperimentare questi nuovi ideali, una specie di laboratorio mondiale per la modernità.
La lettura degli scritti degli autori di quell’epoca consente di cogliere non solo i contenuti, ma anche una carica di entusiasmo straordinaria ed un idealismo universale, che superava gli angusti confini e le barriere dei singoli Stati per guardare al mondo intero ed a tutta l’umanità.
Francesco Mario Pagano, giurista ed intellettuale napoletano, riteneva che “Stato e cittadinanza” fossero parole da bandire dal vocabolario di una società moderna.
Antonio Genovesi elaborava i principi di “felicità pubblica” nelle sue lezioni di economia nell’Università partenopea.
Gaetano Filangieri, nel 1780, a Napoli aveva già pubblicato i primi due volumi del suo trattato sulla “Scienza della legislazione” pensando a regole valide per il mondo intero, indicando la strada affinché gli ordinamenti potessero garantire le libertà dell’individuo e lo sviluppo della persona umana.

ed i principi di democrazia, dimenticati dai tempi di Atene, ritornavano ad occupare le discussioni appassionate di filosofi, giuristi e cittadini illuminati nei salotti e nei luoghi di riunione.

eliminazione dei dazi per garantire lo sviluppo; libertà di stampa per tutelare il corretto formarsi dell’opinione pubblica; diritto ad un processo equo, sono solo alcune delle tinte miracolose con cui il giovane Filangieri da Napoli, dentro il confine del regno dei Borboni, disegnava le regole per una nuova umanità.
E non era il solo.
La rete intellettuale massonica del tempo, prima delle bolle papali che ne determinarono la clandestinità, fu certamente protagonista ed artefice nella promozione e divulgazione dei nuovi ideali e determinò

l’incontro tra la potenza innovatrice del giovane filosofo e giurista napoletano, Gaetano Filangieri, ed un protagonista indiscusso della nascita della Nuova Nazione, gli Stati Uniti d’America, Benjamin Franklin, entrambi esponenti della Libera Massoneria.

Gaetano Filangieri era a Napoli tra il 1780 ed il 1783, alla corte del Re, godendo già di buona fama tra gli studiosi dell’epoca per la sua opera, e mantenendo una fitta corrispondenza con molti di questi.
Benjamin Franklin, dopo aver partecipato al Comitato dei cinque, presieduto da Thomas Jefferson, per la redazione della dichiarazione d’indipendenza delle tredici ex Colonie Americane, del 4 luglio 1776, fu inviato per nove anni a Parigi quale delegato del Congresso dei Tredici Stati Uniti d’America presso la corte di Luigi XVI, per accreditare la nuova Nazione presso le corti europee.
Dal 1779 al 1981 a Parigi fu il Gran Maestro della Loggia delle Neuf Soeurs, una delle più importanti espressioni della massoneria francese.
Nel 1781 Luigi Pio, un giovane segretario di legazione della Rappresentanza del Regno delle Due Sicilie a Parigi, anch’egli massone, ricevette l’incarico diplomatico presso la stessa Corte, e rappresentò il tramite essenziale tra Filangieri e Franklin.

Franklin rimase ammirato dall’opera di Filangieri, e da lì cominciò una corrispondenza fra i due che influenzò principi liberali della prima democrazia parlamentare e repubblicana del pianeta.

Le diversità umane e caratteriali di Filangieri e Franklin erano incolmabili, eppure i loro destini viaggiarono paralleli dal 1781 al 1788, ovvero sino a quando la tubercolosi interruppe la giovane vita di Filangieri che non aveva ancora trentacinque anni.
Giovane idealista ed intellettuale il primo; consumato politico, scienziato e imprenditore il secondo, avevano in comune solo l’essere dei grandi innovatori, capaci di elaborare teorie o di realizzare invenzioni senza alcun conformismo.
Gaetano Filangieri aveva idealizzato Philadelphia e la Pennsylvania fino ad immaginarla una terra dove gli ideali di libertà che egli propugnava con tanta passione avevano già trovato una prima attuazione.
In una lettera del 24 agosto del 1782 Filangieri scriveva a Franklin: “Fin dall’infanzia, Filadelfia ha richiamati i miei sguardi. Io mi sono così abituato a considerarla come il solo paese ove io possa esser felice, che la mia immaginazione non può più disfarsi di questa idea”.

Tutto era cominciato con una lettera dell’11 settembre 1781 di Luigi Pio, segretario di legazione del Regno delle Due Sicilie alla corte di Parigi, a Gaetano Filangieri, con la quale gli faceva sapere che Franklin lo incoraggiava a fargli avere il volume della Scienza della Legislazione

che riguardava la legislazione criminale “perché questa sarà più utile per la sua nazione, mancante tutt’ora di molti lumi su quest’articolo.” 
Una ricca corrispondenza scandì gli anni successivi, in cui Franklin chiese anche consigli al giovane studioso napoletano, financo un parere sulle costituzioni che dopo il 1776 si erano date le Tredici ex colonie d’America, inviandogli una copia del libro stampato a Philadelphia che le raccoglieva.
Si tratta di un libro perduto e che probabilmente si trova ancora in qualche biblioteca privata degli eredi, forse per linea femminile, del giurista e filosofo napoletano, in qualche palazzo di famiglia.
La corrispondenza si chiuse con una lettera del 14 ottobre 1787 che Benjamin Franklin, ormai Presidente dello Stato della Pennsylvania, scrisse a Gaetano Filangieri per comunicargli l’approvazione, il 17 settembre 1787, della Costituzione degli Stati Uniti d’America, allegando una copia del testo della Costituzione fresca di stampa della sua tipografia.
La notizia si accompagnò ad una richiesta di poter avere 9 copie del terzo volume, sulla legislazione criminale, e 8 copie degli altri successivi volumi della Scienza della Legislazione, nel frattempo pubblicati dal Filangieri.
Il terzo volume era stato oggetto anche di una lettera di Filangieri a Franklin, ancora a Parigi, del 21 marzo 1784, con la quale gli inviava un foglio di quel tomo contrassegnato dalla lettera “V”.
Quella pagina, individuabile anche per le anomalie stilistiche, includeva la proposta di stabilire che, come primo atto del processo, vi sia l’intimazione al reo, che troveremo nel 1791 nel VI emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti che prevede il diritto dell’accusato di essere informato dell’accusa.
L’omaggio inviato da Franklin a Filangieri il 14 ottobre 1787 giunse a Napoli il 1º luglio 1788, quando ormai la tubercolosi aveva cominciato a minare più gravemente la salute del nostro, che si spegnerà tre settimane dopo, il 21 luglio 1788, a Vico Equense.
Sarà la moglie di Filangieri, Charlotte Frendel, a rispondere a Benjamin Franklin, con una lettera spedita da Napoli il 27 settembre 1788, con la quale comunicò il decesso del coniuge e diede seguito alla richiesta di Franklin, così fornendoci la certezza che quelle copie dell’opera di Filangieri giunsero a destinazione.

Questa storia, come ho detto, descrive la potenza visionaria del pensiero giuridico e filosofico di Filangieri, ma ci racconta anche l’importanza di Napoli in quell’epoca, quando era al centro di una rete europea ed internazionale di intellettuali

che si proponevano di forgiare la società di quel tempo e di disciplinarne il futuro e i cambiamenti, con lo sguardo rivolto al mondo intero.
E ci interroga su quanto avremmo bisogno ancora oggi di una rete di moderni Filangieri e Franklin che si facciano carico di elaborare i nuovi diritti e doveri di cui tutti avvertiamo l’esigenza, nella stessa visione universale e riformatrice, pensando agli Stati Uniti, ma non solo d’America.

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IL MEDITERRANEO E NOI di Ferdinando Sanfelice di Monteforte – numero 4 – Aprile 2016

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ma noi ce ne accorgiamo solo a luglio, quando portiamo le famiglie a “fare i bagni di mare”, e vediamo passare strane sagome che si stagliano all’orizzonte, senza domandarci cosa stiano facendo e perché. Viviamo in un mare che è fonte, al tempo stesso, di benessere e di problemi, ed è bene capirne le qualità ed i limiti. 
Secondo gli studiosi, il termine “Mediterraneo” ha numerosi significati.

Fernand BRAUDEL diceva: “il Mediterraneo è un migliaio di cose insieme. Non è un panorama, ma un numero infinito di panorami. Non è un mare, bensì una sequenza di mari. Non è una civiltà, ma un certo numero di civiltà, sovrapposte le une alle altre. Ciò è dovuto al fatto che il Mediterraneo è un crocevia molto antico. Da millenni tutto si incontra, complicando e arricchendo la sua storia”.

Dobbiamo essere consapevoli delle sue caratteristiche e delle sue limitazioni, e agire per minimizzarle, a beneficio delle generazioni che ci seguiranno.

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IL MEDITERRANEO E NOI

 

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Per noi meridionali, che conosciamo le difficoltà che i nostri antenati hanno affrontato per sopravvivere ai pericoli provenienti dal mare, questa frase appare alquanto ottimistica, ma, nel complesso, non si può dissentire da BRAUDEL, nel suo giudizio storico.
Un primo aspetto del Mediterraneo è il clima relativamente benevolo, almeno sulle coste, grazie a quella sorta di “riscaldamento centrale” costituito dal deserto del Sahara, che sposta l’Equatore termico, nella nostra parte del mondo, ben più a nord rispetto a quello geografico.
Non a caso, alcuni geografi hanno definito il Mediterraneo come l’area che si “estende dal limite nord dell’olivo fino al limite nord della palma”.
Intendiamoci bene: il clima del Mediterraneo non è idilliaco, a causa delle sue violente tempeste e del clima rigido in inverno, ma è senz’altro migliore di quello di tante altre zone del mondo, alle stesse latitudini.
Per contro, le terre che si affacciano sul Mediterraneo sono soggette a frequenti eruzioni, terremoti e maremoti che, da sempre, hanno reso pericolosa la vita agli abitanti. Esse sono, oltretutto, in gran parte montagnose, il che non ha consentito, per secoli, uno sviluppo dell’agricoltura al di là della mera sussistenza. Oggi noi vediamo le nostre colline ben curate e adibite a colture anche avanzate, ma questo è frutto del genio italiano e dei progressi della tecnica.
Malgrado questi problemi, la zona del Mediterraneo ha attratto, fin dalla preistoria, numerose etnie, che cercavano di fuggire da una situazione insopportabile ed emigrare verso le sue rive, alla ricerca di una migliore qualità di vita. Naturalmente, i nuovi arrivati non si facevano scrupolo di sterminare, rendere schiavi, o comunque soggiogare, coloro che abitavano nei luoghi prescelti da queste masse umane, per stabilirvisi. 
Solo in tempi molto recenti le migrazioni di massa hanno assunto un carattere meno violento, di semplice fuga da guerre e ingiustizie, anche se molti governi hanno sfruttato questi poveracci per i propri fini politici; forse anche per questo le reazioni delle popolazioni residenti nelle zone privilegiate del Mediterraneo non sono sempre improntate all’accoglienza. Questi arrivi in massa, da est e da sud, fanno capire perché il nostro mare, dove si incrociano varie linee di flusso, deve essere considerato un “crocevia strategico”, sul piano militare e, soprattutto, commerciale. In effetti,

“La Nuova Via della Seta”, un enorme flusso di mercantili che trasportano materie prime e manufatti tra l’Asia e l’Europa, passano attraverso lo Stretto di Malacca, il Golfo di Aden, Bab-el-Mandeb e Suez, per poi entrare nel bacino.

In conclusione, il Mediterraneo è la nostra principale fonte di benessere e può diventare il motore dello sviluppo del nostro Sud, e più in generale di tutta la parte dell’Italia che vi si affaccia.

il commercio internazionale è stato sempre il modo migliore per guadagnarsi la vita, per i popoli del Mediterraneo. Questo ci porta alla definizione secondo cui questo mare è “il punto focale del commercio, di ricchezze accumulate, che cambiavano di mano e talvolta si perdevano per sempre, tanto che il Mediterraneo può essere misurato dalle sue ripercussioni più ampie”.

Da ciò deriva l’attuale concetto di “Mediterraneo Allargato”, che include anche il mar Rosso, fino allo Stretto di Bab-el-Mandeb e al Corno d’Africa, zone in cui gli eventi hanno ripercussioni immediate su di noi. Basti pensare che, negli otto anni in cui la pirateria ha agito senza che alcuno la contrastasse, dal 2000 al 2008, il prezzo dei cereali è aumentato, mentre i transiti attraverso Suez si sono ridotti del 20%, provocando un netto impoverimento dell’Egitto. 
In effetti, il Mediterraneo è un mare chiuso, quasi come una caramella ben confezionata, con la carta che, alle estremità, è attorcigliata, in modo da trattenere il contenuto. Per il Mediterraneo, queste estremità attorcigliate sono appunto le strettoie di Gibilterra e di Suez/Bab-el-Mandeb, i cui “proprietari” possono strangolare a loro piacere la vita economica in tutto il bacino.
Al suo interno, la linea principale del traffico si sviluppa verso est, passando prima vicino alla costa nord-africana, per poi attraversare il Canale di Sicilia e immettersi nella parte orientale, in mare aperto, fino a Suez. Da questa linea si dipartono altri flussi in direzione nord-sud, verso i porti della sponda settentrionale, collegati con il Centro e l’Est d’Europa.
Ma il traffico marittimo nel Mediterraneo è soprattutto un segmento di quella che oggi viene chiamata

Abbiamo visto che, negli anni del massimo sviluppo della pirateria, il Mediterraneo si è impoverito. Questo è un fenomeno che si ripete: anche secoli fa, negli anni successivi alla presa di Costantinopoli, il traffico con l’Asia si spostò sulla “Rotta del Capo”, impoverendo le popolazioni mediterranee per l’aumento dei prezzi e lasciando i nostri porti semivuoti. Il rischio è che questo fenomeno si ripeta! 
Il nostro destino mediterraneo ci impone quindi alcune chiare priorità strategiche. Nessuna difesa della nostra qualità di vita sarà infatti possibile se noi non agiremo su due fronti:
– il controllo degli spazi marini, in modo da ridurre l’illegalità e il crimine per mare, e proteggere le linee di traffico principali, contro chi voglia attaccarle, nel Mediterraneo allargato e, se necessario, anche oltre;
– l’ulteriore sviluppo dell’economia marittima, un settore il cui potenziale di crescita è enorme: i nostri porti sono terribilmente inadeguati rispetto alle caratteristiche e alle esigenze dei mercantili di oggi. Basti pensare che solo Gioia Tauro, un nodo nel traffico internazionale dei container, è in grado, per fondali e attrezzature, di soddisfare queste necessità.

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IL MEDITERRANEO PROSSIMO VENTURO di Giorgio Salvatori – Numero 4 – Aprile 2016

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A colloquio con Emmanuele Emanuele, il mecenate della cultura condivisa e dell’assistenza solidale.



Sfugge ad ogni facile definizione il Professor Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Presidente della Fondazione Roma e della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo.

Il Professore discende da una blasonata famiglia siciliana di antichissime origini ispaniche: un passato familiare illustre che non offusca un presente altrettanto fulgido: avvocato cassazionista, saggista, cultore del bello, esperto di economia e di finanza, ex banchiere.

Sono nate così la Fondazione Roma, alla fine degli anni novanta e, successivamente, la Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo. 
“Mi sento un uomo del sud Europa, un cittadino del Mediterraneo. Non ho mai voluto imitare, né ho mai invitato i miei conterranei ad emulare, modelli di sviluppo, di cultura e di visione del mondo, distanti dalla nostra storia, dalla nostra civiltà millenaria. In una parola: il nord Europa è altra cosa da noi. Come italiani dovremmo, invece, promuovere, privilegiare, relazioni feconde con i popoli del Mediterraneo, non evocare, continuamente, esempi acriticamente giudicati ‘superiori’ perché provenienti dal settentrione del continente. Questo sarebbe il miglior antidoto contro la ‘germanizzazione’ dell’Europa e la progressiva marginalizzazione del nostro Paese. Solo ricostruendo pazientemente la rete di rapporti e di scambi economici e culturali con i Paesi del Mediterraneo l’Italia potrebbe acquisire o riacquisire un ruolo centrale in questo grande bacino di civiltà e di spiritualità che è stato, e io auspico possa tornare ad essere, il Mare Mediterraneo.”

Presidente, non la spaventa il bagno di sangue che promana dai territori del sedicente stato islamico?
“Nei secoli passati abbiamo distrutto, ucciso, devastato anche noi occidentali. L’Islam e il medio oriente non possono essere giudicati, oggi, solo per l’odio e la violenza dei fanatici della jihad, peraltro agevolati dal ‘vulnus’ provocato dall’imperizia e dall’avidità di alcuni Paesi occidentali. Ovvio che la furia devastatrice dell’Isis vada in ogni caso fermata e combattuta, dal momento che è difficile interfacciarsi con la cieca esaltazione usando come arma la sola logica. Ma in generale ritengo che

Poi bisognerebbe varare una campagna di rieducazione, di ‘acculturazione’, finalizzata a valorizzare e far fruttare le grandi risorse e potenzialità del nostro Meridione, che non sono poche:

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IL MEDITERRANEO PROSSIMO VENTURO

 

Giorgio-Salvatori

di far sentire il nostro meridione come centro del Mediterraneo e non come periferia, stracciona, dell’Europa continentale?
“La condivido e la sposo senza riserve. Va nella stessa direzione in cui la Fondazione Terzo Pilastro sta lavorando, tenacemente, da tanti anni. Consideratemi uno dei vostri. Stiamo percorrendo la stessa strada.”

Su questa via maestra, il Professor Emanuele ha avuto subito, ben chiari, due obbiettivi: interventi a favore delle fasce sociali più deboli, coerenti con la missione istituzionale delle fondazioni, e una vocazione squisitamente mediterranea.

Non è un caso, e neppure un vezzo, che il Terzo Pilastro, nato da una costola della Fondazione Roma, si chiami proprio così. Terzo pilastro bancario, penserà qualcuno (quello, per convenzione, dedicato alle assicurazioni dei depositi). 
No, non si tratta di questo. 
Terzo Pilastro è un riferimento esplicito sia al terzo settore, quello cioè degli interventi privati a favore del sociale e del pubblico; sia al passo, omonimo delle Sacre Scritture, in cui si fa obbligo morale, per tutti, di esercitare la solidarietà caritatevole nei confronti dei più bisognosi e degli indigenti. 
Ecco allora dipanarsi, come per incanto, una fitta rete di interventi, finanziati dalla Fondazione, negli ambiti più vari della solidarietà sanitaria, assistenziale, culturale, educativa. 
Ne citiamo solo alcuni, ma l’elenco è lunghissimo e spazia dalla erogazione di contributi per progetti ed iniziative nel campo della salute, della ricerca scientifica, dell’assistenza alle categorie più deboli della popolazione, dell’istruzione e della formazione, dell’arte e della cultura, fino alla promozione di mostre, conferenze ed eventi internazionali volti a favorire il dialogo interculturale tra i popoli del Mediterraneo e tra il Nord e il Sud del Pianeta.
Incontriamo il Professor Emanuele nella suggestiva sede della Fondazione, a Roma, a Palazzo Sciarra.
Muovendoci nelle ovattate atmosfere del palazzo, nelle sue sale sontuose, tra pareti splendidamente affrescate, vengono alla mente l’ammirazione, l’invidia o l’adulazione con cui alcuni dipingono il potere del Presidente: “Ottavo Re di Roma”, hanno scritto alcuni giornalisti, dotati di ardente immaginazione.
La prima affermazione del Professore è, comunque, dirimente: “tra l’impiego speculativo del capitale bancario e l’uso a fini sociali e ‘non profit’ delle rendite, garantite dalla legge sulle fondazioni, ho scelto questa seconda strada. Anche perché, e gli eventi degli anni più recenti lo hanno dimostrato, spesso, in Italia, la prima strada è stata percorsa da spericolati capitalisti senza capitale. Il risultato è cronaca dolorosa e recente.”

la cooperazione con i popoli del Mediterraneo e la comprensione del loro diritto a vivere in pace e prosperità, nel solco delle proprie antiche tradizioni, ci deve spronare a fare meglio, e di più, in questa direzione.

Un banchiere atipico, visto che, da anni, si dedica, soprattutto, ad attività filantropiche e culturali. 
Moderna figura di mecenate-manager, poiché a lui si devono alcune delle più importanti mostre d’arte degli ultimi anni; esente, tuttavia, dalla tentazione di far incetta egoistica delle opere migliori. 
Finanziere “sui generis”, perché il suo destino professionale si è incrociato, per un lungo periodo, con quello dei grandi nomi dell’alta finanza nazionale ed europea, ma che ha deciso di scegliere, senza esitazioni, alla fine degli anni novanta, di coltivare la neonata pianta delle fondazioni piuttosto che adagiarsi nel comodo vagone letto di una grande banca.
Ma allora, si chiederà qualcuno, che cosa fa, esattamente, il Professor Emanuele? Difficile, anche qui, darne conto per esteso.

il terreno da privilegiare sia la ricomposizione, la ricostruzione dei rapporti di collaborazione e di scambio. Restituiamo ai popoli del Sud una dignità, un orgoglio di appartenenza alla civiltà e alla tradizione mediterranea. La via d’uscita è questa, la migliore per l’Italia in particolare.”

Provate, innanzitutto, a pensare a quelle persone, poche in verità, che, per un dono naturale, riescono a riposare solo tre, quattro ore, al giorno, e per il resto del tempo pensano, lavorano, si ingegnano per creare nuove opportunità di benessere diffuso che, nel caso del Professore, sono quasi tutte volte al sostegno ‘olistico’ di chi vive ai margini della società dello spreco.

Fedele a questo assunto, il Professore, attraverso la sua Fondazione, ha favorito e realizzato diverse iniziative di cooperazione con i Paesi del Mediterraneo: dalla Conferenza internazionale ‘Mediterraneo porta d’oriente’, organizzata a Palermo insieme con il Censis, al sostegno ad un imponente progetto di irrigazione nelle aree pre-desertiche di Nabeul, in Tunisia; dal restauro del monastero siro-cattolico Mar-musa al Habashi, del VI secolo d.c., alla creazione a Jaramana, sempre in Siria, di un campo di calcio per la comunità locale e per i profughi iracheni ospitati nella stessa località. E ancora: l’imponente ristrutturazione della Basilica di Sant’Agostino di Ippona ad Annaba (uno dei pochi luoghi di culto cattolici ancora presenti in Algeria), in cooperazione con altri Paesi dell’area mediterranea; la realizzazione, negli istituti di istruzione superiore di Aqaba-Eilat, di programmi scolastici di scambio tra studenti palestinesi ed israeliani; la partecipazione dell’Orchestra Sinfonica di Roma al Festival Internazionale di musica nell’anfiteatro di El Jem in Tunisia; la Conferenza internazionale ‘Il ruolo delle donne nella nuova stagione del Mediterraneo’, che ha riunito lo scorso anno a Valencia le più autorevoli esponenti dell’area mediterranea tutta – con una forte rappresentanza dei Paesi del Maghreb – nei campi dell’economia, della cultura e della società civile, e i cui lavori proseguono tuttora on-line, su una piattaforma web dedicata di discussione che la Fondazione Terzo Pilastro amministra, al fine di stilare in futuro il ‘Manifesto di Valencia’ per un nuovo Mediterraneo… e via dicendo.
A suggellare questa vocazione, la scorsa estate, la Fondazione ha cofinanziato la prima pubblicazione che raccoglie, in quasi 500 pagine, le immagini, i suggerimenti, le indicazioni utili per visitare i borghi più belli del Mediterraneo. 
Per il suo personale impegno, profuso a favore del ‘Mare Nostrum’, il professor Emanuele è stato premiato dall’UNESCO a Valencia, in Spagna, lo scorso anno alla X edizione della “Multaqa de las Tres Culturas”, presso il Centro UNESCO Valldigna. Ma se questa è la strada da percorrere, in generale, per i Paesi dell’Europa meridionale, quale è la via d’uscita, in particolare, per il nostro Sud, il vituperato, malandato meridione dello stivale? Il professor Emanuele ha solo un attimo di esitazione:
“Non ho la presunzione di indicare ricette miracolose; tuttavia – afferma – se avessi la facoltà di intervenire in prima persona invertirei immediatamente la tendenza delle erogazioni a pioggia. Queste sono servite, finora, soltanto a strutturare la politica del consenso in cui chi prende i finanziamenti diventa un suddito, privo di volontà e di iniziativa, e chi li elargisce diviene un monarca che distribuisce, a fini clientelari, incarichi parassitari e privilegi. Un rapporto rigido, nefasto, che avvantaggia pochi e scontenta i più, peggiorando la situazione di arretratezza e di sudditanza del Sud rispetto al potere centrale e ai suoi valvassori locali.

clima invidiabile, turismo, industrie di trasformazione agroalimentari, pesca sostenibile e itticoltura, difesa e promozione del territorio, riqualificazione edilizia, urbana e rurale. Qui dovremmo intervenire. Saremmo ancora in tempo per cancellare gli obbrobri delle grandi opere devastanti e modificare gli errori e i fallimenti delle industrie sovradimensionate e inquinanti che, come a Termini Imerese, a Priolo, come a Taranto, sono costrette a chiudere a decine, generando migliaia di disoccupati.”

Ma non è semplice, anche per industrie ‘leggere’, come quelle dell’agroalimentare, e neppure per le nuove e indispensabili infrastrutture, attrarre finanziamenti ‘ad hoc’, sganciati dalle politiche clientelari e mafiose.
“No, è meno difficile di quanto si creda: basterebbe, ad esempio, pensare per il Meridione ad una politica di incentivi e di benefici fiscali, un po’ come ha fatto l’Irlanda in passato, per attrarre capitale nuovo, fresco, vitale. Creare dei porti franchi, ad esempio, dove si godano vantaggi tributari come il non pagare dazi di importazione delle merci alla dogana, farebbe finalmente confluire verso il Sud investimenti nazionali e stranieri.” 
I giovani, però, soprattutto al Sud, sono ancora, troppo spesso, costretti ad emigrare per trovare lavoro. In particolare, i più dotati. Pensiamo soltanto alla notizia, commentata con stupore da molti media italiani, che ci ha rivelato che il più giovane primario neurochirurgo del Regno Unito è un napoletano: Pierluigi Vergara, 32 anni. Uno che, come altri, ha visti riconosciuti i suoi meriti solo all’estero…
“Per questa ragione la Fondazione Terzo Pilastro finanzia, in collaborazione con alcune Università, diversi progetti di ricerca anche nel Meridione, proprio per frenare l’emorragia dei cervelli e favorire la loro permanenza in Italia, preferibilmente al Sud che soffre più del settentrione per questo esodo di giovani. Sosteniamo e finanziamo anche corsi di formazione professionale, di artigianato in particolare, una grande tradizione del nostro meridione che rischia di morire e che pochissimi, a parte la nostra Fondazione, aiutano a sopravvivere e prosperare. Penso sia un dovere morale sostenere i meno fortunati a crescere e ad acquisire una dignità di cittadini del Mediterraneo, a non restare prigionieri del fatalismo e della rassegnazione. Lo ripeto,

Le culture del Mediterraneo, insieme, hanno creato la civiltà dell’Occidente, non dimentichiamolo.”

Una prospettiva che mi ricorda il progetto ambizioso di Federico II di Svevia.
“Grande italiano, grande europeo, grande mediterraneo. Confesso di sentirmi influenzato sin da ragazzo, in molte mie iniziative, dal suo pensiero, dalla sua visione del Mondo, dal suo amore per il diritto, dalla sua inclinazione per la letteratura (creò una lingua, la “romanza”, che avrebbe consentito ad arabi, ebrei, latini e greci di conversare tra di loro), dalla sua idea della centralità politica di un grande Mediterraneo, ed infine da passioni comuni come la caccia e la poesia. Tra l’altro, e probabilmente non a caso, sono stato insignito nel 2002, come penso Le sia noto, del Premio Federichino – da parte delle Fondazioni Federico II di Göppingen, Jesi e Palermo – per aver onorato la mia terra natale con il lungo impegno profuso nel lavoro e dello studio. E proprio a lui, a Federico II, la Fondazione Terzo Pilastro ha dedicato una grande mostra a Palermo. Sì, è una figura prodigiosa, un gigante del nostro passato. Dobbiamo ispirarci anche a lui se vogliamo sperare nella rinascita, nel ‘rinascimento’ del nostro meridione.”

Un’ultima domanda, Professore:

che ne pensa di Myrrha, del nostro progetto di rivalutare la percezione del Sud agli occhi dei lettori;

 

DE FILANGIERI À LA CONSTITUTION AMÉRICAINE di Giannicola Sinisi – Numero 4 – Aprile 2016

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Les révolutions de l’époque occupèrent la scène de l’histoire, avec la cruauté et les généralisations qui les accompagnèrent, et détruisirent la grandeur du ferment intellectuel, et affaiblirent le pouvoir de la pensée qui animait l’époque.

DE FILANGIERI À LA CONSTITUTION AMÉRICAINE

 

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Derrière les révolutions, figurait la nécessité de construire, après des siècles d’obscurantisme, un nouveau statut pour les individus et pour les peuples;

La puissance visionnaire de Filangieri s’apprécie encore aujourd’hui en déclinant quelques-uns des concepts qu’il élabora:

Les réseaux d’intellectuels européens étaient tous à l’oeuvre pour contribuer au développement de ces nouveaux idéaux, mais se rendirent bientôt compte que l’Europe n’était pas le continent adapté pour appliquer ces idées du fait des résistances que les monarchies et les poches de féodalisme persistant leur opposaient.
Inversement, les Treize anciennes Colonies anglaises d’Amérique du Nord, la Nouvelle Nation qu’elles formaient était l’endroit idéal pour expérimenter ces nouveaux idéaux, comme un laboratoire du monde pour la modernité.
La lecture des écrits des auteurs de cette époque permet de découvrir non seulement leurs idées, mais aussi l’enthousiasme extraordinaire et l’idéalisme universel qui les animaient et dépassaient les limites étroites et les barrières des Etats pour se tourner vers le monde et à toute l’humanité.
Par exemple, Francesco Mario Pagano, un juriste et intellectuel napolitain, pensait que « l’Etat et la citoyenneté» étaient des mots à bannir du vocabulaire d’une société moderne.
Antonio Genovesi, lui, développait les principes de «bonheur public» dans ses conférences à l’université d’économie napolitaine.
Gaetano Filangieri, en 1780 à Naples, avait déjà publié les deux premiers volumes de son traité sur la «Science du Droit” en réfléchissant à des règles applicables dans le monde entier, ouvrant la voie à des systèmes qui garantissent les libertés de l’individu et le développement de la personne humaine.

et ce furent les principes de la démocratie, oubliés depuis l’antique Athènes, qui retournèrent à occuper les discussions passionnées des philosophes, des juristes et des citoyens éclairés dans les salons et les lieux de rencontre.

l’élimination des droits de douane pour permettre le développement; la liberté de la presse pour permettre la formation d’une opinion publique; le droit à un procès équitable, tels sont quelques-uns des composants miraculeux avec lesquels le jeune Filangieri de Naples, à l’intérieur des frontières du royaume des Bourbons, dessinait les règles pour une nouvelle humanité.
Et il n’était pas seul.
Le réseau intellectuel maçonnique de l’époque, avant que les bulles papales ne le contraignent à la clandestinité, fut certainement protagoniste et agent dans la promotion et la diffusion des nouveaux idéaux et permit notamment

la rencontre entre la puissance d’innovation du jeune philosophe et juriste napolitain, Gaetano Filangieri, et un héros incontesté de la naissance de la Nouvelle Nation, les Etats-Unis d’Amérique, Benjamin Franklin, tous deux franc-maçons.

Gaetano Filangieri était à la Cour du Roi de Naples entre 1780 et 1783, jouissant d’une grande réputation parmi les savants de l’époque pour son travail, et entretenant une abondante correspondance avec un grand nombre d’entre eux.
Benjamin Franklin, après avoir participé au Comité des Cinq, dirigé par Thomas Jefferson, chargé de la rédaction de la Déclaration d’Indépendance du 4 Juillet 1776 des treize anciennes colonies américaines, fut envoyé pour neuf ans à Paris à la cour de Louis XVI en tant que délégué du Congrès des Treize États-Unis d’Amérique, pour obtenir l’accréditation de la nouvelle nation auprès des cours européennes.
De 1779 à 1781 il fut à Paris le Grand Maître de la Loge du Neuf Soeurs, l’une des expressions les plus importantes de la franc-maçonnerie française.
En 1781, Luigi Pio, un jeune secrétaire de légation de la Représentation du Royaume des Deux-Siciles à Paris, lui aussi franc-maçon, fut nommé à la Cour de France, et devint l’intermédiaire essentiel entre Filangieri et Franklin.

Franklin fut impressionné par le travail de Filangieri, et de là commença une correspondance entre eux qui influença les principes libéraux de la première démocratie parlementaire et républicaine du monde.

Les différences entre Filangieri et Franklin étaient très gra,des, mais leurs destins furent parallèles entre 1781 et 1788, jusqu’à ce que la tuberculose interrompe la jeune vie de Filangieri qui n’avait pas encore trente-cinq ans.
Le premier, jeune Idéaliste et intellectuel, le second homme politique, scientifique et entrepreneur, avaient uniquement en commun d’être des grands innovateurs, capables de développer des théories ou des inventions en toute liberté, sans contraintes.
Gaetano Filangieri avait idéalisé Philadelphie et la Pennsylvanie jusqu’à l’imaginer comme une terre où les idéaux de liberté qu’il préconisait avant tant de passion avaient déjà été mis en œuvre.
Dans une lettre du 24 Août 1782 Filangieri écrivait à Franklin: «Dès l’enfance, Philadelphie a attiré mes regards. Je suis tellement habitué à la considérer comme la seule terre où je puisse être heureux, que mon imagination ne peut plus se défaire de cette idée ».

Tout avait commencé par une lettre du 11 Septembre 1781 de Luigi Pio, Secrétaire de Légation du Royaume des Deux-Siciles à la Cour de Paris à Gaetano Filangieri, dans laquelle il l’informait que Franklin lui demandait de se procurer le volume de la Science du Droit

sur le droit pénal, « parce qu’il serait utile pour Sto arrivando! nation, qui manquait encore de beaucoup de lumières sur ce sujet.”
Une riche correspondance se développa les années suivantes, dans laquelle Franklin demanda également conseil au jeune érudit napolitain, y compris son avis sur les constitutions que s‘étaient donné les treize anciennes colonies d’Amérique après 1776, et lui envoyant une copie du livre imprimé à Philadelphie qui les contenait .
Il s’agit d’un livre perdu qui se trouve probablement encore dans une quelconque bibliothèque privée des héritiers du juriste et philosophe napolitain, peut-être en ligne féminine, dans un des palais de la famille.
La correspondance se termina par une lettre du 14 Octobre 1787 que Benjamin Franklin, désormais président de l’État de Pennsylvanie, écrivit à Gaetano Filangieri pour l’informer de l’approbation, le 17 Septembre 1787, de la Constitution des Etats-Unis d’Amérique, en y joignant une copie du texte de la Constitution à peine sortie de l’imprimerie.
La nouvelle était accompagnée d’une demande de 9 copies du troisième volume sur le droit pénal, et de 8 copies des volumes suivants de la Science du Droit, publiés entre temps par Filangieri.
Le troisième volume fut l’objet d’une lettre de Filangieri à Franklin, encore à Paris, du 21 Mars 1784, avec laquelle il lui envoya une feuille de ce volume marqué de la lettre “V”.
Cette page, identifiable également par ses anomalies de style, comprenait la proposition d’établir que le premier acte de procédure pénale soit de demander à l’accusé s’il plaidait coupable, une disposition qui figure dans le sixième amendement à la Constitution des Etats-Unis de 1791, qui prévoit le droit de l’accusé d’être informé des faits qui lui sont reprochés.
L’hommage envoyé par Franklin à Filangieri le 14 Octobre 1787 arriva à Naples le 1er Juillet 1788, alors que la tuberculose avait commencé à miner plus sévèrement la santé de Filangieri, qui s’éteignit trois semaines plus tard, le 21 Juillet 1788, à Vico Equense .
Ce sera la femme de Filangieri, Charlotte Frendel, qui répondra à Benjamin Franklin, dans une lettre envoyée de Naples le 27 Septembre, 1788, dans laquelle elle l’informa de la mort de son conjoint et répondit à la demande de Franklin, nous offrant ainsi la certitude que les copies de l’oeuvre de Filangieri atteignirent leur destinataire.

Cette histoire, comme je l’indiquais, montre la puissance visionnaire de la pensée juridique et philosophique de Filangieri, mais elle nous décrit aussi l’importance de la Naples de l’époque, qui se trouvait au centre d’un réseau européen et international d’intellectuels,

qui se proposaient de forger la société de l’époque et d’en modeler l’avenir et les changements, avec un oeil tourné vers le monde entier.
Cela nous conduit à nous demander si nous n’aurions pas à nouveau besoin d’un réseau de Filangieri et Franklin contemporains qui se chargent d’élaborer les nouveaux droits et devoirs dont nous sentons tous la nécessité, dans une même vision universelle et réformatrice, en pensant aux États-Unis, mais pas seulement à ceux d’Amérique.

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FRANCO CAVALLO, LA POESIA di Alessandro Gaudio – Numero 4 – Aprile 2016

FRANCO CAVALLO, LA POESIA

 

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 La plaquette, edita per i tipi di SIC − che poi confluiranno nella bellissima esperienza delle edizioni Altri Termini, nate da una costola dei Quaderni internazionali omonimi che, inaugurati nel maggio del ’72, risulteranno fondamentali, tra l’altro, per il recupero in chiave ironica e neosperimentale del surrealismo e delle avanguardie storiche europee −, ha una circolazione quasi clandestina: eppure, la silloge, pubblicata in proprio, giunge sorprendentemente fin sulla scrivania di Pier Paolo Pasolini che, qualche mese dopo, in aprile, ne dirà sinteticamente sulle colonne del «Tempo»: «un libriccino delizioso, − assicurerà Pasolini, al termine di una delle sue Descrizioni di descrizioni − credo fuori commercio».1 Forse sarà stato il Piccolo arazzo musicale che Cavallo, all’interno di Rien ne va plus, dedica proprio a Pasolini ad attirare l’attenzione del più grande intellettuale italiano del secondo Novecento? O, piuttosto, sarà stato il tono stravagante della poesia di Cavallo (poi scomparso nel 2005) a sollecitarne la considerazione?
A quell’altezza, Cavallo poteva già vantare, tra le altre cose, la pubblicazione di due apprezzabili raccolte di versi per Rebellato e, in particolare, di altre due sillogi, all’interno dell’importante collezione di poesia della Piccola Fenice degli italiani (diretta da Roberto Sanesi) che l’editore Guanda di Parma inaugurò alla fine degli anni Sessanta proprio con Fétiche di Cavallo.2 Per i lettori di «Myrrha» non riproduco l’elogio della natura dedicato a Pasolini, preferendogli invece Bruchi perché mi sembra che in essa sia maggiormente manifesta l’ammissione di una debolezza, quasi la certificazione di uno scacco dell’intelligenza, frutto dell’unione dell’indolenza meridiana del poeta campano e dello scetticismo riguardo alle regole fisse della trigonometria borghese che tanto disturbavano anche il grande intellettuale bolognese.

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l(ex)iquida obniscienza in presenza glaucale
nell’altissimo pino vedean li dèi e l’amore,
pipsula in insula corallina anfitrioni − e

poi ritornati alle belle giornate d’autunno
sull’auto(bus) che li conduce all’accettazione
supina della res padronale, lambruschi lombri-
chi cauti alla pozzanghera e alla genuflessio-
ne, alle regole fisse della trigonometria bor-

ghese (ah, corona di spine della rivoluzione!)

Franco-Cavallo

Nel gennaio del 1974 Franco Cavallo (nato nel ’29, a Marano, vicino a Napoli) pubblica un minuto volumetto contenente nove poesie e intitolato Rien ne va plus.

Rien ne va plus si era aperto prendendo in prestito da Edoardo Sanguineti l’ammissione franca dell’inutilità dei nostri destini («che non ci sono più storie / che si possono raccontare») e proseguirà, nella lirica successiva a quella qui riproposta, contestando il rapporto assiduo e geometrico tra la casa (la sua, come quella di Racine e quelle di tutti i poeti) e l’albero del Potere (scritto con l’iniziale maiuscola). Già nel 1974, al di sotto della franca accettazione dello scacco di un’intera generazione di intellettuali (sancita e resa definitiva, poi, dalla morte di Pasolini), Cavallo si calava, come un bruco, nel corpo vivo della lingua, cercando − come egli stesso aveva ammesso più volte − di realizzarsi in essa, provando a scavare in sé alla ricerca del posto sotterraneo in cui quella lingua si cela e correndo il rischio, alla fine dello scavo, di non trovare comunque niente.
A questo vuoto la poesia di Cavallo contrappone un eccesso di materialità3 che, poi, continuerà a caratterizzarla nei versi degli anni seguenti; essa è frutto di una scrittura che «[…] cigola / come il cardine / di una vecchia cassapanca» e che accoglie la mancanza, tematizzandola e, di fatto, prosciugandola o, se si preferisce, occupandola con la propria inquietudine formale e lessicale.4 Tuttavia, al di là di quel niente che si riempie di sé («Manca sempre qualcosa, − aveva detto qualche anno prima l’autore di Poesia in forma di rosa − c’è un vuoto / in ogni mio intuire […]»),5 ciò che nella poesia di Cavallo aveva incuriosito Pasolini era stata, con ogni evidenza, l’espressione della condizione greve di chi ha ormai compreso che tutto è stato fatto: di questo niente resta una confusa memoria che, in versi, è all’incirca un’ipotesi di distruzione; più propriamente, è una eco che si ripete di canto in canto, sino a includere, nella sua irrimediabile vacuità, l’intera condizione umana e la sua sorte. È su questo crinale che la poesia (anche quando, negli anni successivi, si verserà nel nonsenso) ricorrerà alla consistenza delle sue figure grammaticali e linguistiche e delle sue parole-cose per riempire quell’assenza che Cavallo sente così presente e finirà per ribadire l’indissolubilità del legame strutturale che la congiunge alla storia.

 1 P.P. Pasolini, Descrizioni di descrizioni, a cura di G. Chiarcossi, Milano, Garzanti, 2006, p. 390. 2 Si tratta di Paesaggio flegreo del 1957 e Reliquia marina e altri versi del 1959 per Rebellato e, per Guanda, di Fétiche (1969) e I nove sensi (1971). 3 Cfr. V.S. Gaudio, L’ascesi della passione del Re di Coppe, Milano, Celuc, 1979, p. 7. 4 Stefano Lanuzza ha già parlato della poesia di Franco Cavallo come di «parole squillanti nel vuoto»; l’espressione segnala con grande efficacia la concomitanza nei versi del poeta campano di nichilismo e artificio formale (cfr. S. Lanuzza, Lo sparviero sul pugno. Guida ai poeti italiani degli anni ottanta, Milano, Spirali, 1987, p. 117). 5 P.P. Pasolini, Poesia in forma di rosa [1964], Milano, Garzanti, 2012, p. 169.

 

CITTÀ SICURE: NORD E SUD A CONFRONTO di Giorgio Salvatori – Numero 4 – Aprile 2016

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Poi, però, si deve mettere in conto il crescente problema della sicurezza: scippi, rapine, furti, omicidi, danneggiamenti. Roba che in Paese o in campagna avviene di rado, salvo alcune aree del Nord a recente, alto tasso di aggressioni a persone e di furti in abitazioni. Ma dove avvengono, con maggiore incidenza i crimini metropolitani? Quale è la città più sicura e, all’opposto, quella più insicura? Gli ultimi dati ISTAT disponibili risalgono ad oltre un anno fa, ma il Corriere della Sera, recentemente, è tornato a commentarli in relazione alla situazione, critica, di Milano.

CITTÀ SICURE: 
NORD E SUD A CONFRONTO

 

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Li ricordiamo anche noi, perché le classifiche dei reati, riferite al numero delle denunce rilevate, ci regalano alcune conferme ma anche qualche sorpresa. 
Partiamo dalle prime. Sud e Isole, purtroppo, continuano a far registrare il maggior numero di omicidi rispetto alle altre Regioni italiane, ma il Nord vanta, in base ai dati ISTAT, altri primati negativi. Milano è la capitale dei furti, con quasi 8000 denunce ogni centomila abitanti, seguita da Bologna, con 7600, e, poi, Roma, Torino, Firenze, Venezia, Rimini. A Milano, poi, è preoccupante la curva ascendente del numero dei furti se messa a raffronto con l’andamento, sostanzialmente stabile, dello stesso tipo di reati a Napoli, una città dove quasi ogni scippo denunciato balza agli onori della cronaca nazionale e serve a rinforzare, nell’opinione di molti, la convinzione che passeggiare senza scorta nella ex capitale del regno borbonico sia rischioso quasi come avventurarsi, da soli e disarmati, nei territori controllati dall’ISIS.
Per i furti, invece, dati alla mano, il Nord, e, in particolare, il Nordovest, batte il Sud (con la sola eccezione di Catania) con percentuali decisamente superiori rispetto al vituperato Meridione. Ed anche sul fronte rapine Milano e Torino non brillano certo per maggiore sicurezza, risultando ai primi posti, in Italia, insieme con Napoli e Bari. Napoli, però, resta indietro rispetto a Bologna, Firenze, Milano e Roma per numero di reati connessi con lo spaccio di droga. 
Anche atti di vandalismo e danneggiamenti, sorprendentemente, vedono in testa Torino, Milano e Genova. 
Qualcuno osserverà che, su tutto, comunque, dominano incontrastati i feroci delitti imputabili alla criminalità organizzata, fenomeno storicamente e geograficamente legato al meridione. Andiamo a esaminare, allora, i dati forniti, in questo campo, dal Ministero dell’Interno. Prendendo come termine di paragone il 2007, il rapporto del Viminale sulla sicurezza, nel 2015, ci mostra un andamento discendente degli omicidi di mafia, ’ndrangheta, camorra e altre simili consorterie criminali. Queste morti, che erano 147 nel 2007, sono scese a 49 nel 2014. Una diminuzione di oltre il 70 per cento rispetto a sette anni prima. Tutto bene allora? Assolutamente no. 
Il percorso è sempre in salita. Non soltanto perché i dati globali non sono rassicuranti per nessuna città italiana (ad eccezione di Matera, guarda caso al Sud, dove, in termini relativi, la vita scorre decisamente più tranquilla che altrove) ma anche perché è ancora lunga la strada da percorrere per sconfiggere il radicamento al Sud della criminalità organizzata, la sua espansione al Nord, la quiescenza di troppi cittadini meridionali ed anche, spesso, settentrionali, di fronte a questo cancro spaventoso. 
Modificare il generico pregiudizio antimeridionale, però, è il secondo dovere che ci impone l’analisi meno emotiva e più razionale della realtà in cui siamo immersi, giorno dopo giorno, dal Nord al Sud della Penisola. La coesione sociale, economica e culturale della Nazione va perseguita come un bene comune fondamentale e non come una iattura da scongiurare. Vagheggiare il ritorno a piccole e chiuse patrie regionali, nell’età del pianeta globale, non può essere altro che mera e vana utopia.

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CRISI O METAMORFOSI? di Luciano Cimmino – Numero 4 – Aprile 2016

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è stato caratterizzato per gli imprenditori italiani da una invadente, ed a volte molesta, presenza di un mondo finanziario sempre più interessato ad acquisire marchi e attività produttive con partecipazioni di maggioranza o di minoranza.

CRISI O METAMORFOSI?

 

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Fino alla fine degli anni novanta, pur avendo già esteso la mia attività in gran parte del mondo, la mia principale base operativa era a Napoli.

Avevo la sensazione che fossimo rimasti in pochi a credere nella forza del lavoro vero; quello che ti impegna quotidianamente nel tenere un’azienda sui binari corretti di una sana gestione, proiettandola nel futuro con idee e progetti solidi, legati ad idee innovative oltre che ad un solido know-how.

Oggi mi rendo conto come, da un osservatorio sia pure importante come quello di una ex Capitale, l’incrocio tra mondo finanziario ed impresa fosse vissuto in maniera completamente diversa da quanto, poi, avrei potuto verificare avviando nel varesotto il marchio Yamamay. Marchio immediatamente oggetto di attenzione di banche d’affari e di Fondi che, a decine, presidiavano la piazza finanziaria di Milano. 
Con meraviglia constatavo quanto tempo bisognava inventarsi per seguire un’agenda di appuntamenti che niente avevano a che fare con l’attività principale dell’azienda. Per la maggior parte si trattava di incontri finalizzati ad ascoltare progetti e condizioni legati all’ingresso nel capitale di un’attività ancorché giovane e dall’avvenire ancora da definire. 
Educato ad un modo di operare che mi imponeva di concedere un appuntamento a chiunque me lo chiedesse, mi trovai in breve a dover rivedere questa mia convinzione.

In effetti, la brusca frenata non creò da sola tutti i dati negativi che fummo costretti a registrare, ma tolse i veli ad una generale situazione dell’economia italiana, che si sarebbe già dovuta affrontare da tempo,

In quel momento i nostri marchi correvano come puledri in dirittura d’arrivo di un derby, ma questa frase mi colpì come una scudisciata in pieno viso. Cosa stava accadendo e cosa ci riservava in generale il futuro e per i nostri marchi in particolare? La risposta arrivò nei mesi seguenti quando fummo costretti a ridimensionare le nostre vertiginose crescite a due cifre in miglioramenti che comunque si evidenziavano come le migliori performance nei settori in cui operavamo, mentre si registrava la diminuzione sostenuta ed inarrestabile dei consumi in tutti i settori. 
L’Italia stava entrando in un ciclo di recessione che avrebbe minato alla radice convinzioni che ormai sembravano inamovibili: PIL sempre con un segno + davanti, occupazione stabile, voglia di consumare anche nei canali innovativi che si erano presentati più di recente.

Ed ancora: è il caso di parlare di crisi o dobbiamo prendere atto che la nostra società civile è rimasta coinvolta in un processo di metamorfosi che ha trasformato completamente modi di vivere, aspettative, speranze per il futuro? Non sono considerazioni di poco conto, perché in ballo ci sono tutte le nuove generazioni che hanno visto disintegrarsi, in pochi anni, le convinzioni che avevano supportato le generazioni precedenti: il posto fisso, la sicurezza di una pensione alla giusta età, un ragionevole potere di acquisto. 
A tutto questo dobbiamo aggiungere il fatto che, come sempre, quando le crisi economiche sembrano irrisolvibili, si sono accesi conflitti locali di grande importanza e sempre più diffusi, fino a far dire a Papa Francesco: “Ė in atto una terza guerra mondiale a pezzi”. Un’affermazione drammatica, ma poco lontana dalla realtà e che sembra possa coinvolgerci ulteriormente ed in maniera più diretta, in tempi molto brevi. 
Ci stiamo abituando anche a questo. Per fortuna ci sono convinzioni che non sono ancora venute meno:

Ora però bisogna chiedersi: come siamo usciti da questo percorso negativo durato più di un lustro? In quanti anni possiamo recuperare tutto il PIL che abbiamo lasciato per strada?

c’è ancora la voglia di confrontarsi con la concorrenza mondiale sul piano produttivo e per la penetrazione in mercati che potrebbero rappresentare una nuova frontiera per lo sviluppo.

In definitiva contrasti forti, molto forti, che bisogna saper gestire e pilotare con mano ferma. Abbiamo il dovere di mettere le nuove generazioni in condizioni tali da poter affrontare i prossimi decenni con la preparazione e la carica indispensabili per non far arretrare il nostro Paese nella grigia zona delle Nazioni che poco possono incidere sui futuri destini del mondo.

Fino al 2007 sembrava impossibile sottrarsi ad un gioco che mi ricordava quello dello scambio di figurine che praticavo da bambino: io ti do qualcosa e tu mi dai qualcos’altro in cambio; oppure compro il tuo mazzetto di figurine al prezzo che, in apparenza, decideremo insieme. 
In sintesi, i discorsi sul mondo finanziario sembravano prevalere in larga misura su quelli legati all’economia reale che per me è sempre quella della produzione e distribuzione dei beni. 
Purtroppo, l’Italia era solo un’appendice di quanto si stava verificando, in misura molto maggiore, nelle principali piazze finanziarie del mondo. Inevitabilmente, dopo alcuni anni, la bolla è scoppiata e dal 2008 ci siamo trovati in una situazione che ha visto, in misura minore o maggiore, e con esiti assolutamente diversi per ogni caso, coinvolte tutte le aziende italiane. 
Ho un ricordo preciso del momento in cui fui costretto ad aprire gli occhi su quanto stava accadendo.

Un pomeriggio, doveva essere maggio del 2008, ero davanti al distributore automatico di caffè in azienda ed arrivò una persona per la ricarica. Mi sembrò naturale domandargli come andavano le cose nel suo settore. “Lasci correre, mi rispose, in sei mesi ho perso il 75% del mio fatturato!”

con sostanziali riforme a cui però nessun Governo aveva inteso mettere mano. 
Scivolando sulla pericolosissima china di un debito pubblico inarrestabile nella sua corsa verso record negativi, ci trovammo così alla vigilia di catastrofici eventi che in poche settimane (attenzione poche settimane, non pochi mesi) avrebbero portato l’Italia al default
Di fronte ad una realtà, che non esito a definire drammatica, per fortuna ci fu un momento in cui le forze politiche si compattarono intorno al nome del professor Monti per evitare il naufragio. Agli italiani furono chiesti grandi sacrifici, soprattutto sul fronte delle pensioni, il cui nodo ancora oggi appare irrisolto, ma fu così evitato il peggio. 
A distanza di pochi anni, oggi sembra che la caduta si sia arrestata, mentre appare avviato un nuovo processo di crescita sia pure segnato da risibili decimali.

 

“DON’T SELL MARIO D’URSO SHORT” di Francesco Serra di Cassano – Numero 5 – Luglio 2016

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ha omaggiato con una grande mostra Mario d’Urso, il napoletano più conosciuto in America, il finanziere che ha stabilito il record di tre capodanni in tre continenti diversi e che per decenni ha orientato fondi d’investimento, portando milioni di dollari in Italia.

Uscito da Lehman con un cospicuo patrimonio, dopo pochi mesi (inizio 1984), entra a far parte della Kissinger Associates, diretta personalmente dall’ex segretario di Stato Usa. Quando lascia Lehman, Mario d’Urso è all’apice della sua carriera nel mondo della finanza e delle relazioni internazionali. In un profilo tracciato un anno prima dal giornalista Marco Mese si dice: “Quando giovanissimo se ne andò in America non aveva in mente Hollywood. Aspirava ad un mondo più esclusivo e arduo da conquistare: voleva arrivare a Wall Street, la leggendaria via newyorchese delle banche e degli affari. E oggi, al suo ufficio al 44° piano di un grattacielo, domina questa strada che, ormai dovunque, significa cuore della finanza. Mario d’Urso, 42 anni, proveniente da una famiglia di avvocati napoletani, è uno degli italiani di maggior successo all’estero. Come socio della Lehman Brothers Kuhn Loeb si è collocato ai vertici di una delle banche d’affari più importanti d’America. Il compito precipuo di d’Urso è ampliare e consolidare le ramificazioni della banca verso i paesi stranieri. Vola perciò da un capo all’altro del mondo per intrecciare relazioni d’affari. “In questo momento – spiega – devo occuparmi dell’America Latina e del Sud est asiatico, aree curate in precedenza da due partner che sono recentemente usciti dalla banca”. Mario d’Urso non è un banchiere di tipo italiano, tutto casa e ufficio: vive tra le sue residenze di New York, Londra e Roma, ama i night alla moda e cura il suo fisico d’atleta con molto sport: attrezzi, tennis, sci… ma le radici sono sempre le radici.

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“DON’T SELL MARIO D’URSO SHORT”

 

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Dolce vita e buoni affari. Un mix che per Mario, da subito, funziona perfettamente. Cerimonie e incontri serviranno, poi, al banchiere d’Urso per unire aziende, capitali, persone attorno a grandi progetti e alle grandi cessioni internazionali.

Mario d’Urso nasce a Napoli l’8 aprile 1940, da Alessandro d’Urso e Clotilde Serra di Cassano. È l’upper class partenopea, ricca, colta e cosmopolita, con diffuse parentele anglosassoni. Tra gli antenati due martiri della rivoluzione napoletana del 1799 e un firmatario della Dichiarazione d’indipendenza d’America.
Arrivato a Roma negli anni della guerra, Mario, primo di tre fratelli, si ambienta perfettamente nella città. Il padre, internazionalista di chiara fama, gira il mondo e frequenta, per lavoro e per amicizia, Giorgio Cini, Vittorio Valletta, gli armatori d’Amico, la potentissima ambasciatrice Usa Clare Boothe Luce.
Mario studia al Collegio San Gabriele, frequenta le ragazze Caracciolo, destinate a sposare gli Agnelli, ma anche donne borghesi e divertenti come Marina Punturieri, oggi Ripa di Meana, ragazzi brillanti come i Pratesi. Alla fine dei Cinquanta, i giovani-bene si divertivano a fare le comparse. E così, un occhio attento può ritrovare Mario d’Urso in varie pellicole di quegli anni. In quel periodo diceva di essere innamorato di Lorella De Luca, che andava a prendere a casa con una scala per farla uscire di nascosto, ma la sua principale compagna di uscite era la “vivacissima Marina”.

All’estero i rapporti con lo scià di Persia e il presidente delle Filippine Marcos mi permisero di combinare affari straordinari. Passavo, inoltre, le mie vacanze sia d’estate che d’inverno con l’avvocato Agnelli, Kissinger, Rockfeller, il presidente Kennedy e Onassis”.

La sua squadra alla Shearson Lehman, per molti anni, ha rappresentato il più ragguardevole gruppo di esperti in relazioni Italia – Usa: da Antonio Carosi a Ruggero Magnoni, da Andrea Farace a Lorenzo Ward, dai fratelli Gilardin a Roberto Magnifico ed Enrico Bombieri. Come direttore esecutivo dell’équipe, Mario d’Urso, conosciuto tra i finanzieri come Mario di Wall Street, ha assistito all’accumularsi tra il 1970 e il 1984 di più di cinque miliardi di dollari in valuta per le corporazioni appartenenti al governo italiano.
Mario lascerà la sua partnership in Lehman nel 1983, pur restando per alcuni anni consulente della società come advisor director.

Alla festa d’addio, che si tiene a Manhattan nel settembre 1983, viene proiettata una scritta luminosa intermittente che dice: “Don’t sell Mario d’Urso short”, ovvero “Non vendete Mario d’Urso al ribasso”.

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Dopo la maturità classica, studia giurisprudenza e si laurea a Palermo. In verità, si iscrisse contemporaneamente a due Università, una in Italia e una negli Usa. In quella di Georgetown a Washington, prende un master in Comparative Law nel 1965. Appena laureato entra nello studio di un prestigioso avvocato, Oscar Cox, legale del governo italiano in America. “Mi devo considerare molto fortunato – ha dichiarato in una delle tante interviste degli anni ’80 – perché non ho avuto molti ostacoli. Sono stato tra i primi italiani, negli anni Sessanta, ad entrare in contatto con un’importante investment bank come la Kuhn Loeb che nel 1977 si è fusa con la Lehman Brother.

Sin dal mio primo affare di prestigio, l’acquisto della Maserati da parte della Citroën, ho fatto carriera nella stessa banca. Nel 1967, a 27 anni, ero già partner e uno dei vari amministratori delegati della Kuhn Loeb

e questo fu molto importante per aumentare, a mano a mano, la partecipazione nell’utile della banca. L’Italia è stato il nostro cliente più importante. Dal 1968/69, periodo in cui è incominciato l’indebitamento italiano con l’estero, alla fine degli anni Settanta, abbiamo concluso, con il settore pubblico italiano, oltre tre miliardi di dollari di prestiti”.
Mario d’Urso, sin dall’inizio della sua carriera a Wall Street, imposta un modello nuovo di contatto con i clienti: “I banchieri di solito stanno in ufficio dalle 8 alle 18; io, invece, ho sempre voluto mescolare il lavoro con il privato e, così, sono diventato amico di capitani d’industria, capi di stato e così via. Per fare qualche nome…in Italia Guido Carli e Tom Carini.

Ma non è stata solo la finanza a caratterizzare la vita sociale e l’attività di relazioni di Mario d’Urso. Sin da giovane ebbe il pallino della politica.

“Mi porta fortuna”, assicura. Da tipico self-made man, a 16 anni già concludeva affari. “Ero andato in vacanza a Londra – racconta – e mi iscrissi a un corso presso una compagnia di assicurazioni marittime della City. Finì che i titolari della società mi affidarono la loro rappresentanza in Italia”.
E’ Capital a certificare il suo successo. Gli dedica la copertina del 7 luglio 1981 con un’intervista che riassume le grandi operazioni della sua attività in Lehman. “Quali operazioni considera le più importanti e qualificanti della sua carriera? R. Dal punto di vista della soddisfazione e dell’impegno, l’affare Citroën-Maserati è stato forse il più interessante. Mentre, in termini di dimensioni, i più importanti sono stati, nel 1973, il prestito da un miliardo di dollari al Crediop e quello di cui si scrisse molto di 500 milioni di dollari per Venezia. Per quest’ultimo prestito eravamo in tre a concorrere: la Lehman Brothers, la Banca Commerciale e la Khun Loeb. Alla fine Mattioli ci mise d’accordo, e le tre istituzioni gestirono insieme il prestito. L’idea di Mattioli fu profetica. Cinque anni dopo noi di Khun Loeb ci siamo fusi con la Lehman Brothers, e l’unico nostro azionista istituzionale, al di fuori di noi partner, è la banca Commerciale. Un altro bell’affare della mia banca concluso in Italia è la partecipazione della St.Gobain nella Olivetti. Qui abbiamo lavorato in parallelo con Guido Vitale, che da tempo seguiva le vicenda della società d’Ivrea e che nel 1973 mi aveva presentato Carlo De Benedetti. L’idea del matrimonio con la St.Gobain venne al mio collega Istel, lo stesso con cui avevo concluso l’affare Maserati quindici anni prima”.

Nell’animo di d’Urso cova un residuo di sana scaramanzia napoletana. Così, quando deve firmare un contratto molto importante tira fuori dall’armadio un vecchio abito del nonno e lo indossa.

Nel 1957, appena diciassettenne, fu uno dei leader del movimento federalista e tra i promotori, nel 1961, delle prime elezioni a suffragio universale per gli Stati Uniti d’Europa. Il capo del movimento, all’epoca, era il grande europeista Altiero Spinelli. Racconta lui stesso: “Tentai di forzare le frontiere di Francia e Germania con pullman di giovani, per protesta contro le formalità doganali. Spinelli si spaventò, ero troppo rivoluzionario”. 
Sarà però solo nel 1983 che Mario d’Urso, finita l’esperienza di amministratore in Lehman, proverà la grande scalata al Parlamento italiano. Decide di candidarsi alla Camera con la DC, con questo slogan: “Dopo molti anni di vita all’estero che mi ha permesso di acquisire un’importante professionalità nel campo della finanza internazionale, ho deciso di mettere questa mia esperienza al servizio dell’Italia. Sono convinto che se ce la mettiamo tutta, l’Italia può essere campione del mondo in tutto”. 
Il tentativo non riesce, ma ci sono brogli e Mario d’Urso risulta tra i primi dei non eletti con un grande numero di voti di preferenza personali (quasi 40 mila). Ci riproverà con la Dc ancora due volte nel 1989 (a Roma) e nel 1992 (nel collegio senatoriale di Milano 1), prima di essere eletto senatore con l’Ulivo nel 1996, nel collegio di Castellammare di Stabia/Sorrento. 
Nel 1995, intanto, Dini aveva ottenuto l’incarico di formare il governo tecnico per sostituire l’esecutivo a guida Berlusconi, travolto dall’avviso di garanzia durante il Summit internazionale a Napoli. Dini chiama Mario d’Urso a ricoprire l’incarico di Sottosegretario al Commercio con l’Estero a fianco del Ministro Alberto Clò. Il governo resterà in carica un anno e, poi, le urne sanciranno la vittoria di Romano Prodi che darà vita al primo esecutivo dell’Ulivo. 
Nella carriera di Mario d’Urso la politica ricopre una parentesi significativa ma di breve durata. Al termine della Legislatura, nel 2001, non viene ricandidato. È lui stesso a raccontare che Dini gli ha preferito un altro candidato e soprattutto che logiche interne alla coalizione lo hanno di fatto emarginato. Le elezioni le vincerà Berlusconi e il 15 luglio Carlo Rossella sul Foglio chioserà in questo modo: “Mario d’Urso consiglia champagne Philipponnat grand cru a chi in queste ore vuole bere per dimenticare”.

 

SEGNALI POSITIVI di Giorgio Salvatori – Numero 5 – Luglio 2016

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Questa volta Myrrha mette in vetrina tre notizie. Le prime due di immediato impatto positivo, la terza di segno opposto, ma con un corollario costruttivo. Cominciamo dalle prime due. A “Matera fioriscono gli orti e i giardini condominiali” hanno titolato, nei giorni scorsi, alcuni giornali locali. Di che cosa si tratta? 

 

IL SUD CHE VALE

 

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Per iniziativa di un gruppo di paesaggisti, ma anche di comuni cittadini, nella città lucana si sta procedendo alla mappatura degli spazi verdi “vuoti” e dei giardini degradati, pubblici e privati. Tutti possono partecipare e ognuno è invitato ad entrare nel circuito virtuoso, collaborando, in prima persona, al risanamento ambientale.

A giudicare dai primi segnali la risposta appare corale e prende vigore giorno dopo giorno. L’obiettivo è quello di dotare la città, che, come molti sanno, sarà Capitale europea della cultura nel 2019, di un fiorente patrimonio di orti biologici e di giardini cogestiti dall’amministrazione pubblica e da tutti i cittadini interessati al progetto. Un obbiettivo socialmente rilevante ed un valido esempio per altre città italiane, Capitale compresa, che si dibattono ogni giorno con problemi di degrado, di sporcizia, di rifiuti pericolosi (si pensi soltanto alle micidiali siringhe usate dai tossicodipendenti e poi abbandonate nei prati e nella aiuole). Del progetto “giardini condominiali a Matera” si è occupata anche la stampa nazionale e il tg2, in particolare, ha realizzato sull’argomento un servizio finalmente edificante per la piccola Basilicata e per l’intero Meridione, spesso condannato a fare solo da sfondo privilegiato per le desolanti imprese delle varie mafie. 
Saliamo più a nord. Praiano, sulla costiera amalfitana. È un paese aggrappato sui fianchi della montagna a picco sul mare che “molti dovrebbero imitare” ha scritto sul Corriere della Sera, qualche giorno fa, Gian Antonio Stella. Antica caratteristica di Praiano: una serie di minuscole cappelle votive, in ceramica, dislocate lungo le strade del paese. Alcuni cittadini, però, lamentavano da tempo lo stato di incuria e di abbandono in cui versavano, da anni, le piccole cappelle. Schiacciata dalla vicina presenza di perle come Amalfi, Positano, Ravello – osserva ancora Stella – la comunità locale, poco più di duemila abitanti, ha deciso di passare dalle lamentazioni ai fatti. Come realizzare qualcosa di distintivo, di bello, di unico, ma nel segno della continuità e delle tradizioni locali? Detto e fatto. In poche settimane sono stati raccolti 20mila euro, è stata creata una onlus ad hoc, chiesto ed ottenuto un contributo di 250mila euro di fondi europei e messe in rete tutte le risorse, in modo trasparente e certificate da un notaio.

Il progetto si chiama Naturarte. Dopo aver provveduto al restauro delle antiche cappelle, grazie all’opera dei migliori artisti della zona, i vecchi percorsi del paese sono stati arricchiti di altra “arte diffusa”:

Meno eroi, maggiore richiesta di trasparenza, di legalità, di partecipazione. Segnali di risveglio, in un’unica direzione: la rinascita. Questo, per Myrrha, è il Sud che vale, che reclama il cambiamento e che può farcela.

nuove edicole votive e pareti affrescate che accompagnano i turisti lungo otto itinerari che si snodano tra stradine, viottoli, scale che salgono, scendono, risalgono e avvolgono in un abbraccio reticolare Praiano. Insomma, conclude Stella, “un museo a cielo aperto della ceramica”. Un bel segnale in controtendenza, aggiungiamo noi, per un Sud per nulla rassegnato e che non vuole restare prigioniero di stereotipi e pregiudizi. 
Ed eccoci alla terza notizia. I telegiornali di qualche settimana fa hanno tutti aperto con la cronaca dell’agguato teso al presidente del Parco dei Nebrodi, in Sicilia. Agguato conclusosi, per fortuna, senza danni per la vittima designata, Giuseppe Antoci, “colpevole” di aver finalmente ridotto all’impotenza la cosiddetta mafia dei pascoli. Un’organizzazione criminale che, confidando nella paura e nel silenzio di chi avrebbe dovuto vigilare, aveva, fino a ieri, illegalmente lucrato sui generosi contributi europei per l’allevamento e la pastorizia. Fin qui nulla di nuovo, dirà qualcuno. Invece, oltre l’amara cronaca dell’attentato, c’è di più e questo di più ci appare come un’appendice dal sapore meno agro. Non soltanto perché l’agguato è andato a vuoto, ma anche per la reazione provocata dall’attentato mafioso. Intervistato a caldo, per nulla intimorito, Antoci ha dichiarato: “L’agguato dimostra che sono nel giusto, non mi fermeranno”. Poi ha aggiunto che andrà avanti nell’opera di bonifica, perché le assegnazioni legali dei pascoli e dei contributi pubblici hanno stroncato, di colpo, decenni di soprusi e di frodi. “Non si torna indietro”, gli hanno fatto eco i sindaci dei comuni del Parco. Stesso proposito gridato, a gran voce, da cinquemila persone che, il giorno dopo l’attentato, hanno manifestato solidarietà al presidente del parco. Rivolgendosi a loro, Antoci ha affermato: “Grazie per il vostro caloroso sostegno, questa terra non ha bisogno di eroi, ma di tanta gente per bene, come voi”.
Si dirà che, comunque, vivere e lavorare al Sud, per la frequenza dei reati, resta un’impresa più ardua che nelle regioni del Nord. Torniamo allora a ricordare che nel 2014, secondo gli ultimi dati diffusi dal Ministero dell’Interno, le città e le province di Bari, Palermo, Napoli si sono collocate in coda, dopo Milano, Bologna, Torino, Roma, Firenze, Genova e Venezia nella triste classifica di intensità di crimini denunciati all’autorità giudiziaria e, ancora, che tra il numero di reati ogni centomila abitanti registrati a Milano nel 2014 (8.088) e quelli registrati a Palermo nello stesso anno e per lo stesso numero di residenti (4.365 ) c’è una distanza, a dir poco, sorprendente.

 

IL PIL DEL SUD – Redazionale – Numero 5 – Luglio 2016

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Redazionale

Da anni le proposte per un “cambio di passo” sollevate da più osservatori si concentrano sugli investimenti pubblici, da realizzare in alcune grandi aree (Gioia Tauro, Taranto, Napoli, Palermo e Bari) e la risposta del Governo è sembrata in linea, visto che oltre 11 miliardi di spesa per investimenti legati al piano Juncker sono destinati alle regioni del Sud. Logistica, porti, aree economiche speciali sono le direttrici più citate nelle analisi di policy per gli interventi strutturali, analisi accompagnate negli ultimi quattro anni dalle cronache sul commissariamento dell’Ilva (15mila addetti di cui 12mila a Taranto), che a fine anno dovrebbe passare di mano a una delle cordate in campo (Arcelor Mittal con Marcegaglia o Cdp con Arvedi e Del Vecchio), per non parlare delle più recenti cronache sul piano di rilancio del polo di Bagnoli.

 

IL PIL

DEL SUD

 

Le impressioni suscitate da analisi, proposte e cronache sono diverse e tutte accomunate da un senso di incertezza sulle dinamiche reali e profonde di territori e popolazioni che sembrano intrappolate in una sorta di mito di Sisifo, in una fatica che non costruisce, esposti a una vulnerabilità resa più forte dalle sfide della globalizzazione e da un’Unione europea più fragile.

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Cercare però cause esterne ai ritardi strutturali del Mezzogiorno è sbagliato: un dualismo Nord-Sud come quello italiano ha pochi paragoni nell’Eurozona ed espone il Paese a rischi di marginalità maggiori. Serve un salto quantico di mentalità e senso civico per ripartire. Un anno di ri-crescita congiunturale dell’1,0% dopo sette anni di recessione non cambia di una virgola il quadro ma invita tutti a guardare a questa realtà con un coraggio diverso e la consapevolezza che il distacco di produttività di un’area territoriale non si colma per magia.

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La crescita più importante, dal punto di vista delle risorse, arriva dall’agricoltura, con un +7,3% del valore aggiunto, ma incrementi di un certo rilievo statistico si sono registrati anche nel commercio, nei trasporti, negli esercizi pubblici e telecomunicazioni (+1,4%), mentre l’industria è rimasta al palo e i servizi finanziari hanno subito un calo dello 0,6%. In miglioramento, sempre secondo l’Istat, anche il mercato del lavoro, con un’occupazione in recupero grazie al traino dell’agricoltura (+1,5%): misurata in termini di numero di occupati è la variazione maggiore rispetto alle altre grandi aree del Paese.

Come dobbiamo leggere questi segnali statistici? Con estrema cautela.

Partiamo dal dato sull’occupazione: nel Centro Nord la variazione dello 0,6% del 2015 è inferiore solo perché lì la ripresa era già iniziata nel 2014, anno ancora di piena recessione per il Sud. La crescita del prodotto interno è stata più intensa al Centro Nord, con il risultato che il divario è cresciuto e non diminuito. Rispetto ai valori massimi di occupazione raggiunti nel 2008, il Centro Nord l’anno scorso ha recuperato quasi per intero i posti andati perduti nonostante il Pil resti inferiore del 6% rispetto ai livelli pre-crisi, mentre nel Mezzogiorno a fronte di un calo delle attività dell’11% l’occupazione è rimasta più bassa del 7%. Significa che nel Sud la correlazione tra occupati e economia reale è più stretta e senza un’espansione strutturale di quest’ultima il lavoro non riparte. Sono ripartiti, invece, i flussi migratori, verso il Nord e l’estero. I numeri dell’Istat disponibili in questo caso si fermano al 2014 ma confermano che le regioni del Sud (-31mila) e le Isole (-10mila) restano i territorio da cui si parte di più in cerca di lavoro. Secondo Adriano Giannola, presidente dello Svimez, le persistenti partenze di cittadini meridionali avrebbero compensato il divario del Pil-procapite, che al Sud è di circa il 40% inferiore a quello del Nord, un dato confermato anche dalle indagini della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane, secondo cui il divario dei redditi medi equivalenti dei capifamiglia si sarebbe sempre più allargato dagli anni Novanta fino a oggi, raggiungendo nel 2015 un livello medio inferiore ai 14mila euro al Sud e attorno ai 21mila euro al Nord (calcolati ai prezzi del 2014).

Il rosario delle cifre che fotografano la distanza tra Nord e Sud potrebbe proseguire per pagine e pagine: è noto il gap infrastrutturale e il differenziale dei costi del credito all’economia, è noto che nel Mezzogiorno le condizioni sociali sono peggiori (il 12% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà), è nota la diffusione in questi territori dell’economia sommersa (come il caporalato che non produce né ricchezza né benessere ma distorce il mercato e abbatte la produttività) ed è noto il radicamento della criminalità organizzata.

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dopo sette anni di calo ininterrotto, il prodotto interno nel Mezzogiorno ha registrato un primo recupero (+1,0% a fronte di un +0,8% registrato a livello nazionale).