D’Annunzio e la Sardegna Gloria Salazar numero 30 dicembre 2023 gennaio 2024 editore maurizio conte

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D’Annunzio e la Sardegna

 

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Ai primi di maggio del 1882 un giovanissimo, ma già celebre, Gabriele d’Annunzio visitò la Sardegna in compagnia di altri due autori parimenti noti: Edoardo Scarfoglio, in seguito co-fondatore de Il Mattino di Napoli, e Cesare Pascarella, affermato poeta in dialetto romanesco.  

I tre viaggiavano come inviati del giornale satirico Capitan Fracassa, il cui titolo era ripreso dall’omonimo romanzo di Gautier. 

D’Annunzio vi scriveva con il nome de plume di Mario de’ Fiori, pseudonimo che era stato anche quello di un pittore del 1600, cui è intitolata una via del centro di Roma. 

Secondo il racconto che Scarfoglio fece del viaggio, inizialmente d’Annunzio, nonostante le insistenze del Pascarella, non doveva essere della partita, ma all’ultimo momento aveva cambiato idea e si era imbarcato sulla nave. Il repentino ripensamento era dovuto al fatto che, ad un tratto, gli era balenata in mente la prospettiva di vedere il plenilunio sul mare e questo solo pensiero era bastato a vincere le sue resistenze. Malgrado le iniziali aspettative, il poeta aveva sofferto la traversata, tuttavia l’accoglienza trionfale che lo attendeva in Sardegna, dove la sua reputazione l’aveva preceduto, gli fece presto dimenticare i disagi patiti durante la navigazione

L’itinerario del tour sardo, intrapreso per fare un reportage dell’isola, 

all’epoca non ancora meta dei vacanzieri e sconosciuta ai più, 

dopo lo sbarco a Terranova (oggi Olbia) 

prevedeva varie tappe,

 

che dovevano fornire gli spunti per gli articoli da inviare al giornale: il Nuorese, Cagliari, l’Iglesiente, il Campidano, Sassari e forse – relata refero perché notizia desunta da un quotidiano locale dell’epoca – anche Alghero.  

Il dubbio sorge perché la pubblicazione dei resoconti sul Capitan Fracassa rimase incompiuta. Iniziata in quello stesso maggio del 1882, venne interrotta, infatti, per dare spazio alle notizie relative alla morte di Giuseppe Garibaldi, avvenuta il 2 giugno, e non fu più ripresa. Dal viaggio in Sardegna doveva scaturire anche un saggio del quale era stato già deciso il titolo – Libro d’oltremare – eppure alla fine non se ne fece nulla. 

Di questo viaggio lo scrittore sardo Stanis Manca dirà: “D’Annunzio, Scarfoglio e Pascarella percorsero tutta la Sardegna, descrivendo con entusiasmo i suoi costumi e i suoi paesaggi“. 

D’Annunzio, dal canto suo, aveva collaborato alla stesura degli articoli per il Capitan Fracassa, che nelle intenzioni dovevano essere sei, però a sua firma comparve solo Masua, reportage sulla testata Cronaca Bizantina, nel quale descrisse la miniera iglesiente come “un pezzo d’inferno seppellito nel paradiso terrestre”. 

In effetti

d’Annunzio era stato subito conquistato dalla “solitudine ampia e serena” dell’isola 

e dalla sua “civiltà taciturna”,  


come poi efficacemente la definirà. In Sardegna stringerà immediate e durature amicizie e rimarrà così ammaliato dal canto sardo – che gli era parso “…antico quanto l’alba” – da ospitare più di quarant’anni dopo, nel 1927, il Coro di Aggius al Vittoriale. Della musica sarda dirà inoltre: “…da più giorni vivo nel cerchio magico di quelle melodie. Non è possibile ascoltare un canto della Planargia e dell’Anglona senza restare imprigionato da un fascino misterioso…”. 

La fascinazione del poeta per l’isola era passata anche attraverso il vino cannonau di Oliena, da lui – che si definiva orgiaste astemio – ribattezzato Nepente (dal greco ne penthos, letteralmente “no” “dolore”), nome dato nell’antica Grecia ad una portentosa bevanda che leniva il dolore e procurava l’oblio, con il quale da allora è conosciuto. A proposito del Nepente, anni dopo, nel 1909, scriverà nella prefazione al libro Osteria del tedesco Hans Barth: “…non conoscete il nepente di Oliena neppure per fama? Ahi lasso! Io son certo che se ne beveste un sorso non vorreste mai più partirvi dall’ombra delle candide rupi e scegliereste per vostro eremo una di quelle cellette scarpellate che i sardi chiamano Domos de janas, per quivi spugnosamente vivere in estasi…” 

Benché la sua permanenza fosse stata appena di una ventina di giorni, d’Annunzio affermerà in seguito di avere

“…nostalgia della Sardegna da dodici anni, come d’una patria già amata 

in una vita anteriore”, e di amare “…filialmente codesta terra”,


nella quale, tuttavia, non ritornerà più, sebbene negli anni ne avesse sempre mantenuto il proposito: sia, un decennio dopo, per assolvere l’incarico di censire tutti i monumenti artistici dell’isola, affidatogli nel 1893 dal Ministro dell’Istruzione, sia per una progettata opera sulla Barbagia, della quale il personaggio Rudu, nella tragedia Più che l’amore (peraltro un clamoroso fiasco), è l’unica cosa che resta. 

Frutto del soggiorno dannunziano in Sardegna fu anche il trittico di sonetti Su Campidanu (Il Campidano), pubblicato sul Capitan Fracassa, oggi pressoché inedito perché non figura in nessuna raccolta delle opere del poeta. 

I versi sono quelli di Sa Spendula (che in sardo significa “la cascata”), dedicati all’omonima cascata di Villacidro; Sotto la lolla (Sotto il loggiato), ambientati nelle campagne del nuorese e celebrativi della venustà femminile sarda; Sale, ispirati alle saline cagliaritane di Molentargius. 

Delle tre poesie Sa Spendula è senz’altro quella più rinomata. La cascata, malgrado non sia la più alta dell’isola, è forse la più conosciuta, presumibilmente grazie ai versi del medesimo d’Annunzio. 

L’acqua scaturisce dalla sommità rocciosa del Monti Mannu (‘monte grande’, una delle montagne che delimitano a sud ovest la vasta pianura del Campidano), “fende come una lama la foresta” ed in tre salti precipita per 60 metri, formando tre piscine naturali.

Lo scenario della Spendula è quello che ispirò al d’Annunzio probabilmente 

le rime più potenti dei tre componimenti sardi, con sonorità che, in abbozzo, richiamano e precorrono – in un analogo contesto silvestre – le onomatopee 

e le allitterazioni de La Pioggia nel pineto,

 

la sua lirica più famosa, che vedrà la luce vent’anni più tardi.

 

 

Sa Spendula   

 

Dense di celidonie e di spineti  

le rocce mi si drizzano davanti 

come uno strano popolo d’atleti 

pietrificato per virtù d’incanti. 

 

Sotto fremono al vento ampi mirteti 

selvaggi e gli oleandri fluttuanti, 

verde plebe di nani; giù pei greti 

van l’acque della Spendula croscianti.  

 

Sopra, il ciel grigio, eguale. A l’umidore  

della pioggia un acredine di effluvi 

aspra esalano i timi e le mortelle. 

 

Ne la conca verdissima il pastore 

come fauno di bronzo, su ‘l calcare, 

guarda immobile, avvolto in una pelle.     

 

 

E così, come la Cascata delle Marmore ebbe nel Byron il suo bardo, anche la cascata sarda – e la Sardegna stessa – troverà nel Vate il suo (imparziale) cantore.

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 Foto da DEPOSITPHOTOS

 

LA CHIESA DI SANTA LUCIA A ROCCA DI CAMBIO Gemme del Sud numero 29 agosto2023 editore Maurizio Conte

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 LA CHIESA               DI SANTA LUCIA         A ROCCA DI CAMBIO

 

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                       Abruzzo

 

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Nel piccolo comune di Rocca di Cambio, in provincia de L’Aquila, conosciuto per essere il paese più alto dell’Appennino, a pochi chilometri dal centro abitato, si trova la chiesa di Santa Lucia, ciò che resta di un antico complesso abbaziale citato per la prima volta in documenti datati agli inizi del 1300 ma la cui costruzione potrebbe risalire ai secoli XI-XII.

 

L’edificio è sopravvissuto ai danni causati dai ciclici terremoti 

che nel tempo si sono verificati nella zona,

 

pl cui ultimo disastroso risale al 2009. Più volte restaurato, oggi presenta all’esterno una semplice facciata con portale del XV secolo sormontato da un piccolo rosone ed un campanile a vela mentre l’interno a tre navate è privo di abside e conserva un ciborio del 1400. 

 

Ciò che sorprende entrando in questa chiesa, dichiarata monumento nazionale nel 1902, sono gli affreschi del presbiterio e della cripta – cui si accede dalla navata centrale – testimonianza della produzione pittorica abruzzese compresa tra il XII e gli inizi del XV secolo. 

 

Ed è nel presbiterio che, accanto alla rappresentazione della Vergine, delle vicende di Cristo, della vita di Santa Lucia e di altri santi, lo sguardo è catturato da un’ampia Ultima Cena in cui Gesù, seduto a capotavola, è raffigurato benedicente e rivolto verso gli apostoli tra i quali sono insolitamente presenti San Paolo e San Barnaba

 

Ammirando queste pitture, recentemente restaurate, si viene inondati dal colore, 

ed è un po’ come rivivere lo stupore e le emozioni di quei fedeli 

ai quali la Chiesa, nei secoli passati, attraverso le immagini 

insegnava il messaggio cristiano, la storia 

del Salvatore e dei santi.

 

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L’Ultima Cena raffigurata sulla parete nord del presbiterio – Fotografia di Paola Ceretta

 

LA BASILICA DI SANTA RESTITUTA A NAPOLI Gemme del Sud numero 29 agosto 2023 Editore Maurizio Conte

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LA BASILICA DI SANTA RESTITUTA A NAPOLI

 

 Gemme del Sud
                     Campania

 

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Nel cuore storico di Napoli si trova la basilica di Santa Restituta, la più antica della città partenopea, datata all’epoca costantiniana ed edificata, probabilmente, su un tempio pagano.

 

La sua particolarità è che per accedervi bisogna entrare 

nella cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta,

 

perché l’edificio è stato inglobato dal duomo partenopeo, costruito nel XIII secolo, divenendo una cappella della sua navata sinistra. 

 

Seppure ridotta nella sua planimetria – delle cinque navate originarie ne restano 3 – e nonostante la distruzione della sua facciata,

 

 

 

che passa attraverso i rimaneggiamenti di epoca angioina, i danneggiamenti dei terremoti dei secoli XV e XVII e le ristrutturazioni della prima metà del Settecento. 

 

Fra sarcofagi di epoca romana, monumenti funebri, plutei marmorei del XIII secolo, il battistero più antico dell’Occidente e il mosaico trecentesco di Santa Maria del Principio di Lello da Orvieto spiccano nell’ampia abside – al di là di un drappo in stucco dipinto da Nicola Vaccaro – un affresco duecentesco raffigurante Cristo in trono e un dipinto cinquecentesco Madonna in trono con San Michele e Santa Restituta di Andrea da Salerno.


Infine,

alzando gli occhi al soffitto della navata centrale, 

il dipinto La gloria di Santa Restituta, 

attribuito a Luca Giordano,

 

ci racconta le ultime vicende della martire del IV secolo di origine nord africana il cui corpo avvolto da gigli bianchi, secondo la tradizione, approdò in modo miracoloso sulle coste dell’isola di Ischia su una barca guidata da un angelo.

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 Il villaggio di Pietracupa – Foto da DEPOSIPHOTOS

IL CASTELLO PANDONE A VENAFRO Gemme del Sud numero 30 dicembre 2023 gennaio 2024 Editore Maurizio Conte

 

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IL CASTELLO PANDONE A VENAFRO

 

 Gemme del Sud
                     Venafro (IS)

 

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Nell’alta valle del Volturno, sulle propaggini del Monte Santa Croce, in un territorio in cui la presenza umana è attestata fin dalla preistoria, si erge il Castello Pandone che offre ai visitatori la duplice particolarità di poter essere ammirato sia come residenza nobiliare che come sede del Museo Nazionale del Molise, il quale conserva al suo interno pitture e sculture che vanno dal periodo paleocristiano all’età moderna. 

 

Sorto su antiche strutture di epoca sannitica e poi romana, 

 

fu con i Longobardi, alla fine del X secolo, che prese forma il nucleo originario del castello che fiorì in epoche successive anche grazie agli Angioini e agli Aragonesi

 

E fu proprio l’aragonese Alfonso V a concedere nel XV secolo il feudo di Venafro alla famiglia Pandone, originaria di Capua, che fece del castello la propria elegante dimora per quasi un secolo. 

 

Aggirandosi per il maniero si possono ammirare la torre longobarda, il salone di rappresentanza, la loggia con arcate, la sala del teatrino, affreschi con scene di caccia e vita paesana, pitture e sculture esposte nel Museo tra le quali il famoso polittico in alabastro con scene della Passione di Cristo, realizzato nel XV secolo da una bottega di Nottingham, ed opere provenienti dai depositi di importanti musei statali tra cui la Galleria Nazionale d’Arte Antica di Roma in Palazzo Barberini.

 

Un unicum pittorico è rappresentato da ciò che resta del famoso ciclo di affreschi fatti realizzare da Enrico Pandone agli inizi del XVI secolo

L’amore del conte per questo nobile animale traspare nell’accuratezza dei particolari anatomici e dall’eleganza dei finimenti, mentre una breve descrizione accanto ad ogni esemplare ne specifica il nome, la razza e l’età. Tra tutti spicca quello nominato San Giorgio che Enrico avrebbe donato nel 1522 a Carlo V, l’imperatore che alcuni anni dopo, nel 1528, lo condannò a morte per tradimento facendolo decapitare a Napoli in Largo Castelnuovo e che confiscò alla famiglia Pandone tutti i beni.

 

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LA CHIESA NELLA ROCCIA DI PIETRACUPA Gemme del Sud numero 29 agosto 2023 Editore Maurizio Conte

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LA CHIESA NELLA ROCCIA DI PIETRACUPA

 

 Gemme del Sud
                 Pietracupa (CB)

 

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Pietracupa, in provincia di Campobasso, è un piccolissimo paese arroccato ai piedi di un monte nel cuore del Medio Sannio, sovrastato da un maestoso sperone di roccia. Un luogo davvero speciale, conosciuto come 

 

la “piccola Betlemme molisana”, per la presenza di una grotta ipogea dove, 

alla Vigilia di Natale, si può vivere una Natività 

davvero molto realistica e suggestiva.

 

Per la sua conformazione, questa grotta, nel corso del tempo, è stata adibita ad usi assai diversi: inizialmente utilizzata come dimora, poi trasformata in tribunale, fino ad essere adoperata come prigione, come luogo pubblico per le esecuzioni capitali e, durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, come un rifugio per la popolazione. Furono proprio gli abitanti di Pietracupa che, nel 1977, su iniziativa del parroco di allora, con il loro lavoro volontario la recuperarono e ne fecero il cuore del paese. 

 

La Chiesa rupestre, di forma circolare, accoglie nello spazio centrale un altare rudimentale ricavato dalla macina di un vecchio mulino. Intorno ad esso si stringono secondo cerchi concentrici piccole sedute in legno, che aumentano il senso di raccoglimento e di meditazione di questo luogo così speciale. 

Tra le opere più importanti che si trovano al suo interno spicca senza dubbio 

un bellissimo crocefisso del Cinquecento, sospeso nel vuoto 

al di sopra dell’altare, particolare perché senza braccia


Vi sono poi custoditi un Bambino Gesù di legno d’olivo, a grandezza naturale, proveniente da Nazareth, assieme ad un calice anch’esso di legno, proveniente da Betlemme. Questi due oggetti sono stati entrambi benedetti personalmente da Papa Giovanni Paolo II e vengono utilizzati in occasione delle festività natalizie, che qui hanno davvero un sapore magico.

 

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 Il villaggio di Pietracupa – Foto da DEPOSIPHOTOS

QUANDO L’ARMENIA TOCCO’ IL MEDITERRANEO di Gaia Bay Rossi Numero 29 agosto 2023 Editore Maurizio Conte

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QUANDO L’ARMENIA TOCCO’ IL MEDITERRANEO

 

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ha avuto in più momenti un confine sul Mediterraneo. 

Ma fu durante il regno di Tigrane II d’Armenia detto “il Grande” (95 a.C. – 55 a.C.) che l’Armenia ebbe i confini più estesi della sua storia e il massimo grado del suo potere, divenendo così lo Stato più potente del Vicino Oriente. I suoi confini andavano dal Mar Caspio al Mar Mediterraneo includendo non solo l’Armenia orientale (Armenia Maior) ma anche quella occidentale (Armenia Minor) e altri territori della Mesopotamia, della Siria, del Ponto, della Cappadocia, della Cilicia e della Media Atropatene. Mai più gli Armeni avrebbero controllato una così ampia fascia dell’Asia

Tigrane era noto per essere un ammiratore della cultura greca e volle seguire 

la tendenza ellenistica dei governanti che fondavano nuove città. 

Così Tigranocerta (Tigranakert), fu da lui fondata nell’83 a.C.

 

anche grazie al bottino ottenuto dall’invasione della Cappadocia, e ne fece la capitale del nuovo Impero dell’Armenia. Non essendoci prove archeologiche, l’ubicazione precisa della città non è nota, oltre al fatto che si trovava da qualche parte nel sud-ovest dell’antica Armenia che, data la recente espansione del regno, era in una posizione più centrale rispetto all’antica capitale di Artaxata (Artashat). Secondo fonti storiche antiche doveva trovarsi nei pressi di Nissibin, ai piedi delle colline di Tur-Abdin e, sempre secondo le medesime fonti, la città era molto ricca e rivaleggiava con la famosa Ninive per quantità di palazzi, giardini e parchi. Tigranocerta aveva un’architettura sostanzialmente ellenistica, sebbene fosse stata progettata per mischiare i tre stili, greco, persiano e armeno.   

Aveva mura alte 50 braccia (antica unità di misura che indicava 25 metri) e così larghe che alla base riuscivano ad entrarci le stalle per i cavalli. 

 

Il palazzo reale era circondato da un immenso parco con ampi spazi per la caccia 

e laghetti per la pesca, e vicino al palazzo un forte di protezione

 

Per popolare questa città, Tigrane fece arrivare molti sudditi da altri luoghi, così che ne diventassero i nuovi abitanti. Venne fatta trasferire buona parte della nobiltà armena e molte famiglie di origine greca provenienti dall’Asia Minore. A questi si aggiunsero sudditi provenienti dal Gordiene, dall’Assiria, dalla Mesopotamia araba e da altre regioni conquistate. 

Essendo il centro di un prospero impero con collegamenti commerciali sia con la Mesopotamia che con la Fenicia, la ricchezza era interminabile, come riporta Plutarco:   

 

“La città era anche piena di ricchezze… poiché 

ogni privato e ogni principe gareggiavano con 

il re nel contribuire al suo accrescimento 

ornamento…” (Lucullo, 26:2)  

 

La leggendaria ricchezza di Trigranocerta in quel momento è riportata anche dallo storico armeno Movses Khorenatsi nella sua Storia degli Armeni:

 

“Moltiplicò le scorte d’oro e d’argento e di pietre 

preziose, di abiti e broccati di vari colori, sia 

per uomini che per donne, con l’aiuto dei quali il brutto 

appariva meraviglioso come il bello, e il bello 

era del tutto divinizzato in quel momento… Portatore 

di pace e prosperità, ingrassava tutti con olio e miele”. 

(citato in Hovannisiano, 56-7)

 

Una città così prospera attirò persone da ogni parte e molti filosofi e retori greci
furono invitati a condividere le loro idee alla corte di Tigrane.

 

Per inaugurare il teatro della capitale furono anche chiamati attori greci. La natura cosmopolita della città, e dell’impero in generale, faceva sì che la lingua greca fosse utilizzata, insieme al persiano e all’aramaico, come lingue della nobiltà e dell’amministrazione, mentre i cittadini comuni parlavano l’armeno. Elementi persiani continuarono ad essere una parte importante nella cultura armena, specialmente nel settore religioso e delle formalità di corte come titoli e abbigliamento.   

 

Tigrane aveva costruito un grande impero ma fece un grave errore di valutazione quando si alleò con Mitridate, il re del Ponto (120-63 a.C.). Alleanza che fu anche rinsaldata con il matrimonio nel 92 a.C. fra Tigrane e la figlia di Mitridate, Cleopatra. Mitridate era un grande nemico di Roma, con cui guerreggiava da oltre due decenni. 

 

La repubblica romana vedeva il pericolo di una simile alleanza tra le due potenze, sospetto confermato da una campagna congiunta Tigrane – Mitridate 

contro lo stato cliente romano della Cappadocia.

 

I romani risposero attaccando il Ponto e quando Mitridate fuggì alla corte di Tigrane nel 70 a.C., chiesero la consegna del suocero scappato. Tigrane rifiutò, rispondendo che non avrebbe mai consegnato Mitridate e che se i romani avessero iniziato la guerra si sarebbe difeso. I romani così invasero l’Armenia. 

Tigrane fu sconfitto da un esercito romano di 15.000 uomini comandato dal generale Licinio Lucullo che inviò Sestilio a saccheggiare il palazzo reale fuori le mura. Tigrane aveva raccolto più di 100.000 uomini e li usò subito per intercettare Lucullo. Questi avendo visto il nemico prepararsi alla battaglia preparò il suo esercitò., dando l’ordine di attaccare più in fretta possibile.

 

Tigranocerta fu assediata il 6 ottobre del 69 a.C. come descritto da Plutarco:

 

Lucullo attraversò il fiume, e si aprì la strada 

contro il nemico di persona. Indossava una corazza 

d’acciaio a scaglie scintillanti, e un mantello 

con nappe, e allo stesso tempo sguainò la spada dal 

fodero […] e ordinò ai suoi cavalieri gallici e di Tracia 

di attaccare il nemico sul fianco, e di parare 

i colpi delle loro lunghe lance con le loro spade 

corte” (Vita di Lucullo, 27.5-6; 28.1-2)   

 

Lucullo con la fanteria aggirò gli avversari, il panico si diffuse tra gli armeni e i catafratti travolsero il loro stesso esercito. Poi, in seguito al tradimento della guarnigione greca che aprì le porte ai romani, Tigranocerta fu catturata e saccheggiata.   

 

I romani conquistatori rimasero stupiti dalla ricchezza di Tigranocerta anche dopo che Tigrane era già riuscito a sottrarre parte del suo tesoro reale e dell’harem personale. 

 

Plutarco racconta che i saccheggiatori trovarono 8000 talenti in oro mentre 

ogni legionario romano ricevette 800 dracme. La popolazione 

che era stata chiamata da Tigrane fu lasciata libera 

di tornare nelle proprie terre d’origine.

 

Lucullo si mosse quindi per attaccare Tigrane e Mitridate nei pressi dell’importante città di Artaxata, ma la battaglia di Artaxata non ebbe esiti decisivi per nessuna delle due parti. In più con l’arrivo dell’inverno, la sua linea di rifornimenti era pericolosamente sottile ed esposta, e un ammutinamento tra le sue stesse truppe costrinse il generale romano a ritirarsi dal nord, tornando verso sud. Dopo otto anni di campagna in Armenia, Lucullo non riuscì mai a sconfiggere definitivamente Tigrane e i suoi alleati, per questo fu richiamato a Roma nel 67 a.C.

 

La tregua non sarebbe durata a lungo poiché il Senato romano aveva approvato

la determinazione di imporre la sua autorità sulla regione una volta per tutte.

 

Nel 66 a.C. un altro esercito romano si diresse verso est, questa volta guidato da Pompeo Magno. Questo non solo mise in rotta l’esercito di Mitridate ma fece arrendere anche l’ultrasettantenne Tigrane. La sua resa portò alla fine del conflitto e alla perdita di tutte le conquiste del regno armeno sotto la sua guida. Pompeo trattò generosamente Tigrane a patto che rinunciasse alla Siria e all’Asia minore e pagasse un riscatto di 6000 talenti d’argento. In cambio rimase re dell’Armenia fino alla sua morte come suddito di Roma.

 

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 Tigranakert foto da DEPOSITPHOTOS

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GLI ABITI DEGLI ARAGONESI AL DOMA DI NAPOLI Gemme del Sud numero 28 maggio giugno 2023 Editore Maurizio Conte

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GLI ABITI DEGLI ARAGONESI AL DOMA….     DI NAPOLI

 

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                          Napoli

 

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Il Museo della basilica di San Domenico Maggiore, 

nell’antico centro storico di Napoli, conserva un tesoro unico e raro:


abiti damascati, sottovesti, cappelli, scarpe, veli, cuscini di seta ed oggetti personali originari del XVI secolo appartenuti ad esponenti della casata aragonese e nobili loro contemporanei. 

 

Questi materiali sono stati rinvenuti all’interno di arche sepolcrali, bauli in legno che contenevano le spoglie mummificate dei defunti e i loro corredi. Originariamente posti nel coro della basilica, questi feretri oggi sono custoditi nella Sagrestia della chiesa sopra un ballatoio conosciuto come il passetto dei morti. 

 

In occasione di uno studio delle salme condotto negli anni Ottanta dalla Divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, tutti i reperti, tra cui il vestiario, sono stati rimossi dalle tombe e sottoposti ad un accurato restauro per poi essere esposti permanentemente al pubblico nella Sala degli Arredi Sacri del museo.

 

In questa collezione di alto valore storico spiccano l’abito in taffetà e gros 

di Maria d’Aragona, l’abito di raso ed il cappello in velluto di Pietro d’Aragona, 

il cuscino funebre in seta di Ferdinando I detto Ferrante 

e l’abito damascato con nastri di seta 

di Isabella Sforza d’Aragona.

 

Quest’ultimo è stato oggetto di studio e riprodotto fedelmente dalla bottega sartoriale di Manifatture Digitali Cinema Prato all’interno di un loro master del 2020. 

 

I pregiati vestiari sono testimoni della moda in voga presso la corte aragonese e della qualità raggiunta dalla produzione tessile di allora, la cui raffinatezza e preziosità è possibile intuire nella varia ritrattistica dell’epoca.

 

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 Abito originario di Isabella d’Aragona e  riproduzione dell’abito di Isabella d’Aragona, MDC di Prato

SAN GIOVANNI BATTISTA AL ROSARIO E IL BAROCCO LECCESE Gemme del Sud numero 28 maggio giugno 2023 Ed. Maurizio Conte

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SAN GIOVANNI BATTISTA AL ROSARIO e il BAROCCO LECCESE

 

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                         Lecce

 

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Lo spirito del XVI secolo si manifesta in una delle sue interpretazioni più suggestive nel Salento e soprattutto a Lecce che, durante la metà di tale secolo, si trasforma da severa città fortificata a splendente esempio di città d’arte.

 

Fiorisce il barocco, facilmente riconoscibile per le sue forme straordinarie ed appariscenti, sorprendenti composizioni di decorazioni floreali, animali grotteschi, figure fantastiche ed allegoriche che si mescolano tra loro e fregiano le facciate degli edifici civili e di culto, dalla particolarissima chiesa di Santa Croce, fino agli esempi più tradizionali, come la chiesa di San Giovanni Battista al Rosario, che si lasciano ammirare per le loro facciate in pietra leccese

 

Qui la luce gioca un ruolo fondamentale, illuminando i dettagli e rivelando alla vista delicate composizioni che appaiono come tenui merletti.

 

La chiesa di San Giovanni Battista al Rosario si trova nel centro storico della città e fu ricostruita a fine Seicento su una preesistente struttura medievale per volere dei domenicani. La facciata, pur nella sua magnificenza barocca, non dimentica un impianto classico ed è divisa in due ordini architettonici separati da una balaustra. Il frontespizio è un tripudio di uccelli, fiori e putti, ma non mancano le figure care ai domenicani: il portale d’ingresso, incorniciato da due giganti colonne, è sormontato dalla raffigurazione di San Domenico di Guzman, ai suoi lati San Giovanni Battista e San Francesco ed in cima alla facciata la statua di San Tommaso d’Aquino, andata per metà perduta. 

 

La pianta a croce greca soffre della mancanza della cupola progettata e mai costruita e la copertura è realizzata con un tetto ligneo. Una particolarità della chiesa è il pulpito, unico a Lecce eretto in pietra leccese (gli altri sono lignei), che raffigura l’Apocalisse di San Giovanni di Patmos, tema sicuramente adatto all’ordine dei predicatori domenicani.

 

 

 

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IL FESTIVAL DELLA ZAMPOGNA Gemme del Sud numero 28 maggio giugno 2023 Editore Maurizio Conte

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IL FESTIVAL DELLA ZAMPOGNA

 

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                     Scapoli (IS)

 

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Scapoli è un delizioso centro abitato circondato dalle meraviglie del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Si è sviluppato intorno ad una fortezza appartenente all’antica abbazia di Castel Volturno, fondata nell’VIII secolo d.C., oggi chiamata Palazzo Marchesale dei Battiloro. Le sue mura a strapiombo sulla roccia servivano a difesa dell’edificio e della sua popolazione da eventuali invasori.

 

Partendo dall’incantevole androne del palazzo denominato Sporto, attraverso le aperture del cammino detto “Scarupato”, si possono ammirare le cime di Monte Marrone e Monte Mare delle Mainarde.

 

Ma la particolarità di Scapoli sta in un’antica tradizione: la fabbricazione 

della zampogna, che qui si tramanda da secoli.

 

La zampogna di Scapoli è celebre ovunque ed ancora oggi: passeggiando per il borgo, si possono osservare gli artigiani al lavoro mentre ne creano nuovi esemplari. 

 

Quella di Scapoli è una vera e propria devozione. 

 

Per connettere il passato al futuro di questo prodigioso strumento è stato innanzitutto allestito il Museo Internazionale della Zampogna.

 

Ogni anno a luglio, poi, va in scena un festival che richiama gli appassionati 

di mezzo mondo, attratti dal folklore e dalla tradizione di questi suoni antichi, 

tanto da trasformare, in questo periodo, il piccolo borgo in un luogo magico, 

 

Se non vi trovaste a Scapoli in quei giorni, non vi rattristate: il Circolo della Zampogna cura una mostra permanente che raccoglie antiche cornamuse e zampogne e chissà…potreste ascoltare il suo suono passeggiando tra un vicolo e l’altro. 

 

 

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I MISTERI DI CAMPOBASSO gemme del sud numero 28 maggio giugno 2023 Editore Maurizio Conte

I MISTERI DI CAMPOBASSO

 

 Gemme del Sud
                 Campobasso

 

gemme

Ogni anno, in occasione della festività del Corpus Domini, per le vie di Campobasso si svolge 

 

la processione dei Misteri, una delle tradizioni più suggestive 

e spettacolari di tutto il Molise. 


Già nel Medioevo si usava festeggiare il giorno del Corpus Domini con delle rappresentazioni sacre allestite su dei palchi collocati nei pressi delle chiese. Nella metà del Settecento, alcune Confraternite del luogo commissionarono a Paolo Saverio Di Zinno, talentuoso scultore locale, la realizzazione delle macchine processionali. L’artista ne inventò e realizzò, con la collaborazione di sapienti fabbri locali, ben diciotto, sei delle quali purtroppo andarono distrutte durante il terremoto del 1805. I “Misteri”, o “Ingegni”, sono macchine costituite da basi di legno sulle quali sono applicate strutture in ferro ramificate dove vengono posizionati dei figuranti, per lo più bambini, che rappresentano angeli, diavoli, santi e altre figure sacre. 

 

Dopo oltre duecento anni, i Misteri sono ancora funzionanti 

e vengono portati in spalla per le vie della città.

 

Il passo cadenzato dei portatori, facendo oscillare le strutture, crea l’illusione di vedere i personaggi volare: uno spettacolo che emoziona i visitatori che ogni anno accorrono numerosi a Campobasso per ammirare il passaggio di questi veri e propri “quadri viventi”. Grazie alla dedizione e all’impegno dell’Associazione Misteri e tradizioni, 

nel 2006 è stato inaugurato il Museo dei Misteri, 

situato nel centro della città

 

dove vengono custodite e conservate le Macchine, che si possono ammirare insieme a foto, vestiti d’epoca e altre testimonianze che raccontano la storia di questa tradizione straordinaria.

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