FAI: I LUOGHI DEL CUORE di Vincenzo Cardellicchio – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio – 2020

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FAI: iiLUOGHI DEL CUORE

 

che il FAI per questa inimmaginabile primavera del 2020 annoveri nella lista dei siti da votare come “luoghi del cuore” anche l’altipiano di Campitello di Sepino. 

Certo, dal primo posto occupato dalla città di Bergamo, in questi giorni tanto martoriata dall’aggressività della incombente pandemia, occorrerà aver pazienza per arrivare al suo posto, inizialmente assegnato al 79° rigo, per trovarlo in un magnifico, straordinario ed ineguagliabile elenco sempre in evoluzione e sempre più ricco di luoghi, castelli e palazzi italiani. 

 

Luoghi tutti effigiati da immagini eloquenti per bellezza, ricchezza, arte e storia.

 

Invece, di questo sito nascosto nel Molise, non c’è alcuna foto.

Tutto quasi regolare; del resto è da un po’ che il Molise stesso – 20^ e più giovane regione d’Italia – è definito “Il luogo che non c’è”.   

 

L’ultimo che in ordine di tempo ha riportato in prima pagina l’inesistenza della realtà molisana è stato il presidente della Liguria, Giovanni Toti, che in una diretta su Rete4 è scivolato sulle parole ingenerando l’equivoco che il territorio molisano non avesse coste e spiagge.

 

Certamente la regione sannita è più nota per le sue montagne 

e per le sue nevicate,

 

per le quali è in perenne competizione per sottrarre alla città di Boston il Guinness World Records per essere il luogo dove si deposita la maggiore quantità di neve nella più breve frazione di tempo.   

 

In verità l’interessato ha precisato, qualche giorno dopo, di aver voluto soltanto trovare un esempio che, per contrapposizione, potesse esaltare la particolare lunghezza della riviera ligure bagnata dal mare. 

 

Già, perché in verità

sono 37 i chilometri di spiagge molisane e su di esse 

si staglia l’antica città di Termoli,


l’unico autentico e perfettamente conservato borgo marinaro riverso sull’Adriatico, stretto da antiche mura, costellato di tradizionali trabucchi ed eretto a Sede vescovile, dopo il ritrovamento delle spoglie di S. Timoteo. Con una Cattedrale sotterranea che sostiene il peso di quella più “moderna”, dal XII secolo dedicata a S. Maria della Purificazione ma da sempre quotidianamente illuminata dai raggi del sole che si insinuano tra le antiche case dei pescatori in un imperdibile scorcio di mare.

 

Sulle orme della scoperta del “Molise che non esiste”

si sono ormai lanciati in molti ed autorevoli soggetti,

 

tra questi la rivista “Cosmopolitan”, che negli USA dal 1973 è riferimento di moda e viaggi per il suo pubblico prevalentemente di natura femminile; e la BBC, che ha aperto un lungo e lusinghiero reportage dedicato alla piccola regione italiana, esclamando “Chi non vorrebbe visitare una regione che non esiste?” 

 

E non minore eco ebbero le elezioni amministrative del 2018 dove il Molise, improvvisamente riscoperto,

 

fu addirittura paragonato allo stato dell’OHIO

 

quanto a capacità previsionale dell’esito delle consultazioni nazionali.  

 

Un brand quello di

“MOLISN’T – io non credo all’esistenza del Molise“

 

che i molisani stessi ormai utilizzano con un marcato senso dell’autoironia per riuscire a non essere più dimenticati nei palcoscenici dei teatri che contano sulla scena nazionale. 

 

Ma ciò che lascia più stupiti per l’inclusione dell’altopiano è l’esser stato privilegiato rispetto al suo Comune di riferimento che, per blasone, è assai più noto a studiosi e cultori delle nostre più antiche origini.

 

Sepino, infatti, è un centro di antichissima origine,


tra i più importanti del Sannio Pentro, posto a due chilometri dalle rovine d’epoca romana della località di Altilia, luogo storico di commercio e di sosta posto all’incrocio di due grandi vie di comunicazione (la più nota è quella del tratturo Pescasseroli-Candela), dal toponimo “luogo fortificato” e di cui si ha certezza documentale circa la sua esistenza già dall’età del Ferro. 

 

Città evoluta ed urbanizzata, Sepino fu flagellata da terribili terremoti che ne segnarono l’inevitabile declino, di cui approfittarono le legioni romane che la espugnarono nel 459° a.C.

 

Saccheggiata e totalmente distrutta dai Romani, vide i suoi abitanti 
doversi rifugiare ad Altilia una piana poco distante da Boiano. 

 

Di lì, a causa delle continue incursioni e devastazioni, i Sepinesi furono costretti a risalire su un’altura, attuale sede del Comune, che tornò ad essere di nuovo un centro di importanti scambi commerciali. Divenne poi Terra Regia e nel 1309 Roberto D’Angiò la concesse a Bartolomeo di Capua; da questa dinastia passò ai Caracciolo ed infine ai Carafa, fino all’abolizione della feudalità.  

 

Una storia davvero ricca e prodiga di testimonianze, segnata dalla presenza di belle e significative croci stazionarie, ma non questo è il luogo del cuore.

 

Torniamo ad Altilia, allora, portata alla luce negli anni ’50; 

 

è una imponente testimonianza di una cittadina romana a pianta quadrangolare con un perimetro di 1250 metri, racchiusa in mura turrite, con quattro porte poste ai limiti dell’incrocio del cardo e del decumano che ne determinano i quattro quartieri e segnatamente impreziosite nella Porta Benevento e nella Porta Bojano da ornati e sculture. 

 

Al centro il Foro e nei fianchi un Tempio, la Curia, le Terme di Silvano che la resero assai famosa, la Basilica di epoca augustea ed ancora i resti di importanti monumenti funerari.

Tutta questa meraviglia è impreziosita da una realtà irripetibile.

 

Questo luogo, infatti, non è stato mai completamente abbandonato ma è sopravvissuto ai secoli intatto, riutilizzato da contadini e pastori che lì hanno continuato a passare con carretti e greggi sopra le rovine romane, costruendo un paesaggio agrario che ha conservato le emergenze dell’edilizia rurale del Sei-Settecento intatte sino ai giorni nostri.  

 

Una macchina del tempo senza motore.

Ma non è Altilia il sito che il FAI segnala tra i luoghi del cuore. 


Ed allora dobbiamo salire su per Sepino ed incamminarci lungo un pianoro in continua ma morbida salita, sempre più verde, con una vegetazione sempre più alta, sempre più folta sino ad uno slargo naturale, enorme, che non ti aspetti, e dove il respiro reso ormai affannoso fa sì che i polmoni si possano riempire d’un botto di tanta aria pulita sino all’inverosimile, sino all’ubriacatura. 

 

Di questo luogo, nella mia memoria di prefetto, è ben lucido il ricordo e le relative conseguenti preoccupazioni.

Sconosciuto ai più nei giorni di lavoro, è invece una meta irresistibile

per i molisani amanti dell’aria aperta nei fine settimana. 

 

Ogni giorno di festa d’estate il pianoro si riempie di gioia di vivere, grida festose, bimbi che giocano, profumi di cibo ma anche pericolosi fuochi in prossimità dei boschi e qualche residuo di troppo per tanta allegria.  

 

A rimettere tutto a posto ci pensa da sempre l’alternanza delle amministrazioni civiche e l’amore dei concittadini che nelle forme più varie portano, loro sì, nel cuore quel luogo. 

 

Il giorno di Ferragosto il delirio! Un brulicare di auto, moto, bici ed appiedati vari che si inerpicano nei sentieri e lo invadono in ogni dove. E tra loro Polizia, Forestali, Vigili del Fuoco e Volontari di ogni genere tutti mobilitati per “salvare” il luogo del cuore dal troppo affetto. 

 

Pianificazioni d’ordine pubblico, disciplinari d’esodo, stazioni di controllo, presidi sanitari d’emergenza, punti di osservazione ne garantiscono la serena fruizione, il decoro ed il rispetto

 

 Ogni anno così, sempre senza troppi danni all’ambiente, con un garbato assalto 

che si auspica sempre più “tenero” e consapevole per quella meraviglia


a disposizione di tutti e che vale sempre la pena di ricordare non è un’eredità dei nostri padri ma un prestito dei nostri figli.  

 

Il vero ‘padrone di casa’ il figlio. 

 

Nei miei studi universitari ebbi la fortuna di laurearmi alla cattedra di Massimo Severo Giannini con una tesi sulla formazione normativa urbanistica della Toscana incentrata sulle tutele e l’utilizzo dell’area del Parco dell’Uccellina. 

 

Tra le categorie distintive delle Aree destinate a tutela non v’era annoverata quella dei luoghi del cuore, ma avendo rivisitato anni addietro l’area del Parco toscano reputo certamente meglio conservata questa matesina. 

 

Il mai troppo letto e mai troppo poco ascoltato prof. Sabino Cassese ha osservato nella materia che il percorso previsto dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, che ha dato attuazione alla legge 15 marzo 1997 n. 59, per quanto attiene a musei ed a beni culturali ed ambientali prefigurava certamente nuovi conflitti istituzionali.  

 

A questa osservazione, Cassese ne univa un’altra non meno convincente, del tutto ragionevole e a posteriori risultata inequivocabilmente azzeccata: “… non va sottovalutato il problema che deriva dall’asimmetria tra un corpo di tecnici della tutela non affiancato da un corpo di tecnici della valorizzazione. In futuro, gli addetti alla tutela rimarranno isolati, rispetto a coloro che si interessano della valorizzazione? Oppure si aprirà la prospettiva opposta, secondo la quale gli esperti della tutela ridiventeranno la forza trainante del settore?”.

Bene, qui sull’Altopiano di Campitello di Sepino questa sintesi l’hanno trovata.  

 

Cultori dell’ambiente, amministratori, appassionati, amatori e spensierati gitanti hanno tutelato, rispettato ed in una parola amato il loro luogo del cuore consentendo a chi avrà

la fortuna di trovare la bussola per andare o tornare nella Terra che non c’è


di poter ancora godere dei suoni, dei colori e dei sapori della Natura così com’è, immutata da secoli. 

 

Tanta caparbia, disperata volontà di amare e rimanere legati ai luoghi del cuore non è servita a portare ricchezza economica, se non in minima parte, ma è valsa a tesaurizzare il più prezioso dei beni, l’unico che porta in equilibrio il Prodotto Interno Lordo ed il Benessere Equo Sostenibile del nostro povero mondo, l’ambiente in cui viviamo. 

 

 

 

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