“FORTE E GENTILE”. LA TRADIZIONE INVENTATA di Marzio Maria Cimini – Numero 12 – Ottobre 2018

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        “FORTE E GENTILE”.            LA TRADIZIONE INVENTATA

 

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e hanno tremendamente seccato noi e l’universo.

Siamo stanchissimi d’essere fotografati in costume (che non esiste). Siamo stanchissimi d’essere forti e gentili. Noi non vogliamo più essere presi per gentili, cioè per fessi. Più grave è poi prendersi per gentili da se stessi… Siamo stanchissimi di aprilate e maggiolate avendo voglia di cantare quando, dove e come ci pare! Per rifare un’educazione abruzzese è urgentissimo ed indispensabile capire questa semplice verità provvisoria: noi non siamo speciali, noi non abbiamo niente di speciale!” 

 

Con queste parole – riportate in esergo alla splendida Storia di Pescara che il facondo storico aquilano Raffaele Colapietra ha dato alle stampe nel 1980 -, Filandro De Collibus (1889-1975), federale abruzzese e deputato per tre legislature nel Regno d’Italia, affida i suoi pensieri alla rivista L’Adriatico l’11 gennaio 1931.

 

De Collibus era un avvocato, fascista quantum sufficit ma dall’ingegno adamantino, 

e quasi novant’anni fa non si faceva riguardo di contestare un’invenzione propria 

di quel regime di cui peraltro L’Adriatico era chiamata a farsi fanfara: 


l’invenzione della tradizione, che poi è tutt’uno, in questo caso, con una tradizione inventata. 

 

Era stato il Fascismo, raccogliendo un’estrosità postunitaria, fattasi vieppiù tenace con la Grande Guerra, a premiare quel senso d’appartenenza su base diremmo etnica, regionale, provincialissima che chiamava a mettere in risalto i caratteri più identitari, o ritenuti tali, delle comunità;

quei tratti distintivi che, anziché fare l’Italia Unita, la volevano rotta in milioni di rivoli 

di lingue diverse e abiti particolarissimi e usanze mai viste altrove,


carezzando il pelo dell’orgoglio triviale e convincendo così i crocchi – anche i più disparati – della loro unicità, e dunque della loro preziosità. 

 

Ne paghiamo ancora oggi lo scotto più salato; e la perdita del contatto giornaliero con la lingua vernacolare e coi riti che davvero quelle comunità, fino almeno al secondo dopoguerra, coltivavano sinceramente, ha prodotto autentiche mostruosità che sono sotto gli occhi di tutti: abiti “tipici” che sono pastiches esilaranti di generi e tessuti, riti che vivono solo nelle (buone?) intenzioni di quelli che si ostinano a riproporli in feste patronali e sagre estive, canti ritenuti popolari che di popolare non hanno nulla, essendo noti gli autori di testo e musica. E’ esemplare il pur decente “Vola vola vola” che gli abruzzesi son tanto lieti d’intonare, con confusione di strofe e di uccelli che normalmente si esaurisce dopo il secondo ritornello, mentre altri due restano nel segreto della bocca: è in verità canzone recente assai, scritta dall’ortonese Luigi Dommarco e musicata da Guido Albanese appena nel 1922.

De Collibus poi s’indigna davanti a questa formula che più di tutte pesa

sull’identità abruzzese: “forte e gentile”. 


Ma se, come mi capita spesso, io chiedo ai miei conterranei se sanno come mai gli aprutini vengono così definiti e loro son tanto lieti di definirsi, nessuno mai sa dirmelo. E quindi mi pare questa soprattutto l’occasione migliore per fare chiarezza: non in Dante, che ricorda Tagliacozzo e la sua battaglia famosa del 1268 nella Commedia
2, ma in un libello felice del 1883 scritto da Primo Levi compare questa definizione. A rendere ardua e poco maneggevole la spiegazione, ci si mette anche l’omonimia del giornalista ferrarese, ma meneghino per scelta, col chimico torinese autore di celeberrimi libri sull’infinita vergogna della persecuzione degli ebrei in Europa negli anni feroci della Seconda Guerra Mondiale.

 

Anche il Primo Levi autore di Abruzzo forte e gentile era di religione israelita, 

anche lui dotato di una penna felicissima e d’un ingegno grande: 


giornalista fervente, amico di Crispi che gli fece fare una gran carriera al Ministero degli Esteri accanto a quella giornalistica, era anche amico di alcuni tra i maggiori intellettuali della sua epoca, su tutti il grande scrittore lombardo Carlo Dossi -di cui curò la prima pubblicazione delle Note Azzurre dopo la morte avvenuta nel 1910- Luigi Perelli, Gabriele d’Annunzio, e gli artisti Tranquillo Cremona, Teofilo Patini e Francesco Paolo Michetti, quest’ultimo autore della copertina di Abruzzo forte e gentile. Si tratta di un buon esempio di reportage impressionistico destinato, con il binomio del titolo, “a fondare una vulgata di lunga durata, non immune da mistificazioni, dell’immagine regionale”
3 dove peraltro era tipico di una certa cultura il giudizio sul brigantaggio, definito “espressione morbosa di qualità che un popolo libero, uno Stato indipendente, potrebbero senza pena trasformare in virtù”4.

 

Scrive Primo Levi “L’Italico”, come usava firmarsi in un eccesso di fervore nazionalista, nella prefazione al libro, che conta 231 pagine e 22 capitoli: 

 

“V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, semplicità ed efficacia, una parola consacrata dalla intenzione degli onesti a designare molte cose buone, molte cose necessarie: è la parola Forza.

 

Epperò, s’è detto e si dice il forte Abruzzo.


V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, comprensiva eleganza, una parola che vale a comprendere, definendole, tutte le bellezze, tutte le nobiltà… è la parola Gentilezza.

Epperò, dopo aver visto e conosciuto l’Abruzzo, 

dico io: Abruzzo Forte e Gentile”.


Il libro non è mai più stato ripubblicato – e quindi è introvabile – e si è perso nella notte dei tempi (sarebbe anzi ora che un editore lo ripubblicasse), ma il suo titolo è rimasto ben vivo nell’immaginario collettivo dentro e fuori l’Abruzzo: già nel 1886 Giuseppe Mantica, nel suo Zoologia letteraria contemporanea, per descrivere con delizioso sarcasmo la … specie alla quale appartiene lo scrittore pescarese Gabriele d’Annunzio, scrive: “Echinus adriaticus – Frutto di mare. Nasce sulle coste dell’Abruzzo forte e gentile. Leccato animale da’ capelli ben ravviati, da le forme femminee, da li canti novi aspiranti alle melodie di Vergilio latino […]”.

Com’è possibile che una formula felice, che data appena centotrentacinque anni, 

e che già era contestata novant’anni fa, possa essere entrata 

così profondamente nell’immaginario 

dell’identità aprutina? 


Perché, tutto sommato, è una formula consolatoria, di cui nessuno, in fondo, può dispiacersi davvero, lusinghiera se la si osserva da lontano e senza troppe questioni: è una pietra tombale, de mortuis nihil nisi bonum, e che però poco s’addice ad un popolo che si consideri, o voglia farsi considerare, ancora vivo e vitale. Naturalmente questo è un problema non solo dell’Abruzzo e non solo del Meridione, ma è un problema d’identità veramente troppo vasto, che interessa tutti quelli che abbiano un sentimento di popolo e di condivisione, e dunque queste riflessioni alla spicciolata si adattano a contesti tra di loro solo apparentemente eterogenei: in effetti, a ben guardare, i rischi di una “tradizione inventata” affliggono chiunque sia portatore di una qualsivoglia forma di tradizione, e l’afflato protezionistico molto spesso danneggia anziché esaltare.

Può esistere una tradizione che non sia espressione vera di un modo di agire, 

di pensare, di mangiare, di vestire? Può esistere, 

e persino trionfare sulla tradizione vera. 


Gli strumenti della modernità, tuttavia, permettono non solo una maggiore cura filologica nella testimonianza delle tradizioni, ma ne consentono anche una più vasta e capillare diffusione: la trasmissione dell’immateriale è sempre problematica, ma ci sono migliaia di persone pronte ad accogliere il vero e il bello, a mettere a frutto un patrimonio vastissimo fatto di condivisione e di saperi trasmessi. 

 

E’ compito di questa epoca promuovere e anzi imporre contenuti che non solo suonano nuovi e inediti alle orecchie più accorte, ma che possono dare nuova energia al recupero e alla trasmissione di storie e di valori che non possono non essere riconosciuti come alti e irripetibili.

Una vera identità abruzzese, una vera identità, passa oggi attraverso il recupero
di consuetudini più antiche e più illustri, meno orecchiate e più precise,
meno consolatorie e più forti, meno gentili ma anche più autentiche. 


Non è un ritorno al passato, non è un vacuo esercizio di nostalgia, ma l’unico mezzo che abbiamo per continuare a far vivere quanto di più onesto e vero resiste ancora nella nostra comunità. 

 

Abbandonare quanto di posticcio, di grottesco, di sedimentato affligge il nostro sentimento dell’appartenenza ad un luogo e ad una storia è l’unica difesa che ancora possiamo esercitare per la resistenza dei nostri luoghi e delle nostre storie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 Nota 1

1. Abruzzo forte e gentile: impressioni d’occhio e di cuore / Primo Levi. Roma: Stabilimento tipografico Italiano, 1982. Abruzzo forte e gentile: Impressioni d’occhio e di cuore / a cura di Virgilio Orsini. Sulmona: Libreria editrice A. Di Cioccio, 1976.

2. Cfr. Inf XXVIII 17-18.

3. Storia d’Italia Einaudi, Le regioni dall’Unità a oggi, L’Abruzzo, a cura di M. Costantini – C. Felice, Torino, 2000, p. 257.

4. Ibi, p. 40. Per un approfondito ritratto biografico di Primo Levi si può vedere: http://www.treccani.it/enciclopedia/primo-levi_res-90eb7b0e-87ee-11dc-8e9d-0016357eee51_(Dizionario-Biografico)/

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