Il contributo dei lucani per la nascita delle regioni. numero34 dicembre 2025 editore maurizio conte

 

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IL CONTRIBUTO DEI LUCANI PER LA NASCITA DELLE REGIONI.

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Giovanbattista Colangelo

Nelle elezioni del 2 e 3 giugno 1946 in Basilicata la monarchia conseguì il 59,39% dei voti, la repubblica il 40,61 %.Alla Costituente risultarono eletti Emilio Colombo, Mario Zotta (DC), Francesco Saverio Nitti, a cui subentrò Vito Reale (UDN), Aldo Enzo Pignatari (PSIUP) e Fausto Gullo, a cui subentrò Luigi De Filpo (PCI). L’Assemblea si insediò il 25 giugno 1946 e poco dopo iniziò la discussione sugli aspetti relativi alle autonomie locali.

 

Anche la stampa lucana si interessò della questione regionale e a settembre il settimanale Il Gazzettino riportò un’intervista al nittiano Reale, il quale alla domanda specifica: «crede lei On. alla necessità della regione lucana?» rispose che avrebbe sempre sostenuto l’autonomia per la Lucania.Nel frattempo, su Ricostruzione, quotidiano del Partito democratico del lavoro, Giovanni Persico propose la creazione di 16 regioni, immaginando di accorpare la provincia di Potenza alla Calabria e quella di Matera alla Puglia. Sia in Campania, sia in Puglia prendevano forma iniziative tendenti all’accorpamento di parte del territorio lucano. Il 20 ottobre il sindaco di Colobraro informò di aver ricevuto un telegramma dalla Provincia di Taranto per conoscere le intenzioni dell’ente ai fini dell’aggregazione alla regione ionica, ma il Comune si espresse per la Basilicata come regione integra.Anche a Salerno si pensò alla creazione di una nuova regione e furono fatti voti alla Costituente per l’istituzione della Regione Salernitana-Irpina-Lucana. 

 

A Potenza, nel corso del Consiglio comunale del 2 dicembre 1946,

Pignatari illustrò criticamente le iniziative messe in campo a Salerno e Taranto e dichiarò che come deputato si sarebbe impegnato contro ogni azione

 disgregatrice sollecitando il Consiglio ad approvare un ordine del giorno per riaffermare l’integrità territoriale lucana.

 

A seguire, il 18 dicembre, da Roma, Colombo invitò i Comuni ad approvare un ordine del giorno diretto al Capo dello Stato ed al Presidente dell’Assemblea costituente affinché «la Lucania venga riconosciuta come regione autonoma entro quei confini che la storia e le sue tradizioni le assegnano». Anche il Comune di Lagonegro (a guida Dc) intraprese una propria iniziativa per fare in modo che la Lucania fosse riconosciuta come regione e, con la delibera n. 9/1947,

 

il Consiglio fece appello «alla sana e forte popolazione della Lucania con la certezza di interpretarne le aspirazioni e i propositi».

 

Nelle settimane successive, la sollecitazione fu accolta dai Comuni di Carbone, Pescopagano, Rivello (a maggioranza Dc), ma anche a Viggianello, retta dai demolaburisti (realiani e ceraboniani), mentre ad Avigliano l’amministrazione guidata dal sindaco Pci Boemondo Colangelo si associò con la delibera di Giunta n. 33/1947. La formula proposta da Colombo fu accolta dai Comuni di Marsicovetere, Moliterno, Picerno (a guida demolaburista), Brienza, Castelluccio Superiore, Genzano di Lucania, (formazioni di sinistra), Pietrapertosa, Viggiano (Dc), Baragiano, Corleto Perticara, Grumento Nova, Palazzo San Gervasio e Rotonda. Altri deliberarono per la regione lucana adducendo motivazioni proprie: Oppido Lucano, Pietragalla (Dc), San Costantino Albanese, Venosa (a guida socialcomunista), invece Sant’Arcangelo (indipendente) si pronunciò per la Lucania e, in subordine, si espresse per la regione campano-lucana con capoluogo Napoli. Accanto all’attività dei deputati

 

si verificò un protagonismo delle municipalità che dal punto di vista politico, in maniera trasversale, palesò un’azione differente della “periferia” rispetto alle posizioni assunte da alcune forze politiche in ambito nazionale

 

ad esempio, i nittiani che erano contrari alle regioni.

Il 13 maggio 1947 le delibere di tutti i Comuni furono trasmesse all’Assemblea costituente, accompagnate da una lettera del Prefetto di Potenza Giuseppe Viriglio con la richiesta di «mantenere l’unità della Lucania con la costituzione della Regione Lucana». La discussione generale sulle regioni riprese a maggio 1947 e Zotta fu tra i primi ad intervenire. Egli si disse favorevole ai nuovi enti perché avrebbero rappresentato «centri vivi e fecondi di libertà, di attività, di propulsione».

Nei giorni seguenti,

 

Pignatari dichiarò di non essere aprioristicamente contrario all’ordinamento regionale, tuttavia, si domandò, «per noi del Mezzogiorno d’Italia il nuovo ordinamento regionale è un bene o un male?».

 

«Non credo possa essere un bene» – aggiunse – in quanto le problematiche erano tali da rendere necessaria una concezione unitaria, sia pur con un profondo decentramento amministrativo, e rimarcò la necessità di una perequazione dei bilanci delle future amministrazioni regionali in modo da metterle concretamente nelle condizioni di espletare le proprie funzioni.

 Il confronto proseguì e Nitti, fermamente contrario, dichiarò che avrebbe fatto ogni sforzo «contro questo fatale errore delle Regioni».

Nel corso della discussione sul potere legislativo da riconoscere ai nuovi enti, Zotta presentò un emendamento in cui propose che oltre ai limiti dei principi generali stabiliti con legge statale, la potestà legislativa fosse esercitata in armonia con gli interessi delle altre regioni. L’emendamento Zotta fu ritirato, ma il 3 luglio il Presidente della Commissione Meuccio Ruini dichiarò che «l’intendimento potrà essere soddisfatto» ed in effetti nella stesura definitiva dell’art. 117, primo comma Cost. (nel testo precedente alla riforma del 2001), fu previsto che “la Regione emana per le seguenti materie norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, sempreché le norme stesse non siano in contrasto con l’interesse nazionale e con quello di altre Regioni”. Zotta propose anche di assegnare alle regioni tributi propri e quote di tributi erariali prevedendo di ripartire l’introito complessivo in modo che le regioni meno fornite di mezzi potessero provvedere alle loro funzioni. Anche Pignatari fu primo firmatario di un altro emendamento in cui ipotizzò che lo Stato integrasse i bilanci delle regioni per le spese straordinarie dirette a favorire lo sviluppo ed eliminare lo stato di inferiorità nel quale si trovavano le regioni del Mezzogiorno.

 

Egli chiese, in particolare, che l’Assemblea costituente assumesse l’impegno solenne a venire incontro ai bisogni delle regioni del Sud, sottolineando che nel progetto della nuova Carta costituzionale non vi fosse una sola parola che impegnasse il legislatore ad affrontare il problema meridionale.

 

In sede di replica, Ruini osservò che rispetto alla questione sollevata da Pignatari, Zotta ed altri vi erano opinioni differenti; infatti, secondo alcuni sarebbe bastato un mero ordine del giorno, altri invece ritenevano doverosa l’aggiunta di un comma nell’articolo in discussione.

Ne seguì una proposta rispetto alla quale Pignatari, Zotta e gli altri rinunciarono ai propri emendamenti. Essa fu poi approvata e dette vita all’art. 119, terzo comma, Cost. (nella versione precedente alla riforma del 2001), secondo cui “Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali”.

 

L’apporto dei lucani alla redazione della Carta costituzionale proseguì

 

e il 17 luglio 1947 Nitti ipotizzò che per la formazione degli uffici regionali si facesse ricorso al personale dell’amministrazione statale nonché a quello degli altri enti locali e questo suo intendimento fu accolto nella formulazione dell’ultimo periodo dell’VIII disposizione transitoria e finale della Costituzione.

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