L’ISOLA DEL TESORO di Giovanni Ilarda – Numero 10 – Marzo 2018

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l’isola    del tesoro

 

 

Oltre 1.000 km di costa, migliaia di spiagge, un arcipelago di isole minori nel cuore del Mediterraneo, il vulcano più alto d’Europa, 4 parchi naturali1 e 77 riserve.

 

La Regione più grande d’Italia, dove hanno lasciato segni indelebili della loro stabile presenza Fenici (che hanno fondato il Capoluogo), Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, Francesi e Spagnoli.

 

Le tradizioni e le culture di questi popoli hanno scritto nei secoli la storia della Sicilia e sono rappresentate oggi non soltanto da migliaia di inestimabili capolavori dell’architettura e dell’arte, ma dal carattere stesso dei siciliani, 

dal loro linguaggio e persino dai piatti tipici,

 

dalla pasta con le sarde ai prodotti delle tonnare, dai cannoli alla cassata, dalla caponata alla granita di limone, dagli arancini di riso2 alle panellei3, cosicché la cucina è diventata ragione di riconoscimento e identità prima ancora che motivo di attrazione turistica (dallo street food alle rivisitazioni stellate).

 

La gastronomia è, anzi, testimone d’eccellenza della storia di Sicilia, degli stenti e dell’orgoglio di un popolo. Emblematica l’origine, secondo la leggenda, della pasta con le sarde a mare: c’è stato un tempo in cui anche le sarde erano un lusso per molte famiglie; le mamme utilizzavano, allora, la precedente acqua di cottura dei giorni di festa per insaporire un piatto di spaghetti in cui le sarde in realtà non c’erano, ma soltanto perché – rispondevano alla domanda di loro bambini – … erano rimaste a mare! 

Anche i piatti tipici fanno, quindi, parte della storia di una terra alla quale 

si addice, in pieno, il titolo del famoso romanzo di Stevenson, 

l’Isola del tesoro. Anzi, dei tesori:


che si ritrovano a migliaia nelle Chiese, nei Palazzi dell’antica nobiltà, per le strade, al centro e nei quartieri popolari, un enorme museo all’aperto nelle grandi città e nei piccoli borghi
4. Non sorprende, quindi, che Palermo sia stata scelta come Capitale italiana della Cultura per l’anno 2018. In questa terra straordinaria, però, vive un popolo che parla un dialetto (che con il maestro Camilleri è andato ben oltre i confini dell’Isola) nel quale non esistono verbi al tempo futuro. 

 

Un’acuta riflessione sull’argomento si deve a

Leonardo Sciascia che nel corso di una conversazione con la giornalista francese Marcelle Padovani, pubblicata nel ’79, affermava: Come volete non essere pessimista in un Paese dove il verbo futuro non esiste? 


Quasi a dire che la spiegazione di quella particolarità linguistica doveva essere ricercata nello stesso modo d’essere dei siciliani che, ormai rassegnati di fronte alle difficoltà del presente, avrebbero perso ogni speranza in un futuro migliore, fino al punto da cancellarlo dalla loro lingua. 

 

Un sottile filo rosso collega all’evidenza il pensiero di Sciascia ad un altro famoso rappresentante della letteratura siciliana, Tomasi di Lampedusa, che nel Gattopardo fa dire a Tancredi, rivolto al principe di Salina: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.” 

 

Il senso di una frase che inneggia al trasformismo e che è divenuta ormai celebre e a tutti nota: far finta di cambiare al solo scopo di lasciare tutto immutato, rimanendo fermi all’eterno presente. 

 

La rassegnazione, il pessimismo, l’incapacità di guardare al futuro è, così, diventata nell’imaginario collettivo una componente identitaria della sicilianità. 

 

Personalmente, però, non credo che ciò sia vero o, almeno, che sia ancora vero. Il pragmatico realismo e l’aver dovuto, per secoli, affrontare ogni giorno prepotenze, sopraffazioni, soprusi di governanti, vessazioni di mafiosi e proclami riformisti di una classe dirigente che mirava, in realtà, alla gattopardiana conservazione dell’esistente, hanno accentuato nei siciliani l’attenzione al presente, hanno affinato l’arte dell’arrangiarsi, hanno portato a trascurare la programmazione, ma non sono univocamente sintomatici di un’atavica ed eterna rassegnazione.

 

Pensando al carpe diem di Orazio o all’incertezza del domani cantata 

da Lorenzo de’ Medici nel Rinascimento penso, infatti, che il preoccuparsi 

del presente, trascurando l’importanza del futuro, non sia un’esclusiva (in negativo) dei siciliani, ma una caratteristica dell’umanità intera, in ogni tempo.

 

I giovani siciliani di oggi, del resto, hanno in gran parte abbandonato il dialetto, parlano italiano e inglese, due lingue in cui il futuro esiste e ha un preciso significato. 

 

Il largo consenso con cui è stata raccolta l’eredità che ci hanno lasciato due grandi siciliani come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e tanti altri che hanno pagato, con il sangue, la caparbia ostinazione di volere una Sicilia migliore, conferma il cambiamento. 

 

Oggi l’atteggiamento dei siciliani verso il futuro è, infatti, cambiato per l’acquisita consapevolezza, soprattutto nei giovani, della necessità di lottare e impegnarsi nell’affrontare un presente che è ancora, purtroppo, più duro che in altre parti del Paese, soprattutto sul fronte del lavoro, con la dignità degli uomini liberi, con la volontà e la speranza di un futuro diverso per una Terra che rappresenta una vera perla del Sud.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1 – Parco dell’Etna, Parco dei Nebrodi, Parco delle Madonie e Parco Fluviale dell’Alcantara.

2 – Conosciuti rigorosamente al femminile (arancine) nel palermitano.

3 – Frittelle con farina di ceci tipiche del capoluogo che hanno rappresentato la colazione quotidiana di intere generazioni di studenti sino agli anni sessanta.

4 – Notevole, ad esempio, il patrimonio di Ciminna, piccolo comune a pochi chilometri da Palermo, non a caso scelto da Luchino Visconti per ambientare molte scenografie del Gattopardo (1963).

 

Credits foto

 

San Giovanni degli Eremiti (PA)
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Golfo di Mondello (PA)
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Duomo di Modica
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Etna in eruzione
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