NICOLA PECCHENEDDA DA POLLA di Nadia Parlante – Numero 12 – Ottobre 2018

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NICOLA PECCHENEDDA  DA POLLA

 

 

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Soprattutto autentica, efficace, comunicativa. Un “corpus” di opere davvero immenso quello dell’artista di Polla, non ancora definitivo che, di anno in anno, si arricchisce di nuove scoperte autografe, come le splendide Nozze di Cana e La Piscina Probatica, forse bozzetti per opere di maggiori dimensioni, rintracciate in una collezione privata fiorentina.

Dalla natia Polla, nel salernitano, Nicola Peccheneda di strada ne aveva fatta tanta.


Le modeste commissioni di paese, poi la decisione maturata in famiglia di andare a Napoli a perfezionarsi nell’arte della pittura e del disegno in qualche bottega importante. 

 

Nella capitale del Regno dei Borbone si era trasferito da tempo suo fratello Francesco, esperto giureconsulto che non tarderà ad inserirsi nell’ambiente cortese, uomo stimatissimo dallo stesso sovrano tanto da essere promosso, anni dopo, all’ambita carica di segretario della Real Camera di Santa Chiara e caporuota. Mastro Carlo “fabricatore”, il padre di entrambi, aveva messo su un’impresa edile di tutto rispetto che l’arte di Nicola, una volta rientrato al paese, avrebbe impreziosito con il suo operato.

E così fu. Una famiglia, quella dei Peccheneda di Polla, di “mastri” muratori, 

artigiani sapienti e operosi che in maniera capillare, ha lavorato 

sinergicamente tra Basilicata e Campania,.

 

supportata dall’opera talentuosa di Nicola, che nelle chiese realizzate dall’impresa paterna e in molte altre, ha lasciato dipinti e ampi cicli pittorici distintivi per originalità e fattura. 

 

Polla, Atena Lucana, Sant’Arsenio, Padula, Caggiano, Sassano, Vibonati, Buccino, Altavilla Silentina, Petina, Giffoni Valle Piana, Marcianise (CE), senza escludere le molteplici commissioni lucane: Melfi, Marsiconuovo, Brindisi di Montagna, Picerno, Brienza… Non si contano poi le opere distrutte o disperse.

 

I primi studi sull’artista e la sua bottega, effettuati dagli studiosi Vittorio Bracco 

e Antonella Cucciniello, sono stati favoriti dalla riscoperta e dalla necessità 

di catalogare l’immenso patrimonio artistico ferito dal sisma del 1980

 

ed hanno fatto luce su una vicenda esistenziale e artistica tutt’altro marginale della pittura devozionale campana del XVIII secolo, favorendo la valorizzazione, il restauro e la giusta ricollocazione storico-critica delle sue opere, che si va ulteriormente arricchendo ma certamente non può ancora dirsi conclusa. I notevoli apporti documentari degli ultimi venti anni, hanno tracciato un profilo meno incerto della sua attività artistica e quella della fiorente impresa edile familiare, che tuttavia andrà ulteriormente indagata, soprattutto per quanto riguarda il periodo della formazione napoletana, ancora piuttosto lacunoso di informazioni. 

 

Il pittore, che si era formato nell’ambito della cultura raffinata della capitale del Regno, allora all’apice di una stagione artistica senza precedenti, pur avendo la possibilità di inserirsi nell’entourage cortese napoletano, scelse la periferia come luogo di vita e di lavoro, riuscendo ad “importare” i fortunati modelli napoletani di matrice solimenesco-demuriana, innestandoli in un linguaggio personale e distintivo, senza mai perdere il senso di una coerenza stilistica che rimane sostanzialmente fedele a se stessa.

Tale formula espressiva conciliò le esigenze devozionali del popolo 

e quelle della committenza, assicurandogli molto lavoro

 

senza tuttavia negare al pittore una certa libertà personale e la possibilità di realizzare le sue aspirazioni sociali, spiccatamente antibaronali, che gli aprirono anche le porte della politica. Una vicenda singolare quella dei due Peccheneda, l’artista e l’avvocato, i fratelli di Polla che, grazie alla loro intraprendenza e capacità, riuscirono a superare le barriere sociali della loro umile nascita e a guadagnarsi l’ammirazione dei contemporanei e la considerazione dei posteri, ponendosi a modello di quella nuova borghesia che faticosamente tentava di emergere dal mai sopito strapotere feudale, e proprio al culmine del secolo dei Lumi, ribadiva attraverso la forza delle idee e dell’arte, l’inesauribile e sapiente vivacità creativa e intellettuale della periferia.

 

 

Quello di Nicola Peccheneda è un linguaggio pittorico inconfondibile, ricercato e contemplativo che, dopo quasi tre secoli, riesce ancora a coinvolgere chi entra nelle chiese della Basilicata e del Vallo di Diano e a trasportarlo in un’atmosfera velata, plasmata da una devozione dai toni classici, aulica e popolare allo stesso tempo.

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