PIC-NIC CON L’ORSO di Giorgio Salvatori – Numero 2 – Ottobre 2015

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Che l’orso bruno sia un gran ghiottone lo sanno tutti. Ma di che cosa è goloso il nostro orso marsicano? Di miele, certamente, ma anche di pere e di mele selvatiche, di fragole, di frutti del sorbo, di bacche. Attrazioni irresistibili, per il più grande mammifero dell’Appennino centro meridionale un po’ come l’irrefrenabile voglia che si scatena, in noi umani, quando, all’improvviso, scorgiamo un vasetto di nutella incustodito in attesa del primo, impetuoso affondo del cucchiaino. I ricercatori del Parco Nazionale d’Abruzzo conoscono perfettamente sia le preferenze alimentari dell’orso sia i luoghi dove, a seconda delle stagioni, il nostro golosone va a caccia della sua “nutella”. Così, coadiuvati da guardaparco, agenti forestali e volontari, predispongono punti precisi di avvistamento per censire i plantigradi che ancora vivono nella storica area protetta. Tra agosto e settembre sono soprattutto le zone dove matura il ramno, una bacca di colore violetto di cui l’orso è particolarmente goloso, a essere sottoposte a stretta sorveglianza.

Per quattro settimane, all’alba e al tramonto decine di esperti e di appassionati, tutti selezionati e autorizzati dall’Ente Parco, si sparpagliano ovunque siano presenti in abbondanza i ramneti per tentare di avvistare il raro mammifero e conteggiare adulti già registrati,

Taciturno, abituato a fare più che a parlare Stefano Tribuzi è un naturalista autentico, l’esatto contrario di alcuni ecologisti salottieri, tante chiacchiere, molta vita cittadina e poca natura. Volto asciutto, baffi curati, ricorda un po’ l’attore americano Errol Flynn, adorato dalle nostre madri e nonne. Arrivò qui, da Roma, giovanissimo, negli anni settanta. Non è più andato via. La sua vita è con gli orsi e con i lupi, e questo tutti i direttori che si sono avvicendati nel Parco lo sanno, e sul suo bagaglio di esperienze hanno sempre contato per i censimenti ed i progetti di conservazione più importanti. Le epifanie della natura è la sua lezione, vanno conquistate, con passione, con fatica. È forse grazie a questa predisposizione d’animo che nello stesso Parco, anni fa, mi sono imbattuto nella visione magica e congiunta di tre lupi, emersi da chissà dove, e di un’aquila reale che quasi sfiorò la mia testa picchiando, ad ali spiegate, verso la valle sottostante. Molti però scambiano i parchi per un grande zoo, dove gli animali sono in mostra oppure per un luna park della natura, una immensa area verde dove apparecchiare una chiassosa tavola per il pic nic o, ancora peggio, un luogo dove scorrazzare rumorosamente in auto o in moto. Nessuna preoccupazione per il disturbo recato alla fauna selvatica o al rischio di investire uomini e animali. “Questo è uno dei problemi più seri e complessi che il Parco deve affrontare d’estate” dice Dario Febbo.

“Non basta il groviglio di competenze comunali, provinciali e regionali con cui, ogni giorno dobbiamo confrontarci. Far capire ai turisti che le strade tortuose che attraversano il Parco non sono un circuito per gimkane, su due o quattro ruote, è impresa ardua.

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PIC-NIC CON L’ORSO

 

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È dunque l’orso bruno marsicano, (Ursus arctos marsicanus), la popolazione più vulnerabile e più preziosa, unica in Italia e nel Mondo, sia che si tratti di una sottospecie sia che si riveli agli studiosi come una specie autoctona.

quelli sfuggiti agli avvistamenti precedenti e, soprattutto, i nuovi nati, questi ultimi ancora più preziosi degli adulti. Perché è un patrimonio di immenso valore che si tenta di far accrescere e prosperare, uno straordinario dono del nostro Sud. Altrove, in Europa, (ad eccezione di alcuni Paesi del Nord, come la Svezia, la Finlandia, o dell’Est, come la Slovenia e la Croazia) l’orso bruno è ancora più raro, o è addirittura scomparso. È svanito dalla Danimarca e dall’Inghilterra, ad esempio, dove l’assenza è ormai una desolante realtà dall’epoca medievale, dal Belgio, dall’Olanda, dal Portogallo, dalla Svizzera (qui vengono segnalati solo erratismi occasionali). In Paesi come l’Ungheria e la Polonia, i numeri sono talmente esigui da non contare statisticamente. Il nostro orso bruno marsicano potrebbe essere addirittura una specie a sè stante. Gli studiosi non si sono ancora messi d’accordo su questo punto, ma se così fosse, si tratterebbe di un patrimonio ancor più prezioso, da difendere e da tutelare con ogni mezzo. Qualcuno potrebbe obiettare che in Italia esiste un altro orso, il Bruno Europeo, in progressiva espansione numerica lungo la fascia alpina, ma questa popolazione, è frutto, in gran parte, di recenti reintroduzioni, e appartiene alla specie Ursus arctos, cioè all’orso ancora presente, con popolazioni rilevanti, nelle regioni del Nord dell’Europa.

“La lotta è impari” afferma Tiziana Altea – “e il rischio è che tra qualche anno, nonostante i nostri sforzi, si debba assistere alla perdita di questo splendido animale che è il simbolo stesso del Parco”.

Tiziana Altea, capo dell’Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Castel di Sangro, dirige il lavoro dei forestali che tutelano, insieme con il personale del Parco, l’integrità ambientale e faunistica dell’area protetta. “Bracconaggio, turismo di massa, consanguineità, tutto sembra congiurare contro la sopravvivenza dell’orso”, continua la dirigente forestale, “noi, però, stringiamo i denti e lavoriamo per il suo benessere e per assicurargli un futuro”. È una donna tosta Tiziana Altea, infaticabile, motivata. La incontriamo in uno dei presidi più belli e meno noti del Corpo Forestale, Torre di Feudozzo, al confine con il Molise. Alloggi confortevoli, giardini curati, scuderie con cavalli di razza tra i quali i famosi e rari cavalli di Persano. Una piccola Svizzera che è il miglior biglietto da visita per il visitatore, italiano o straniero, che abbia la fortuna di scoprire questo angolo di natura silenziosa e custodita dalla sapiente mano di una donna capace. Altea mi propone di partecipare ad una delle escursioni curate dal Corpo Forestale per censire gli orsi. Parto con grande entusiasmo e poco allenamento per una meta impervia e poco frequentata: una cresta del Monte Miele che raggiungo a fatica dopo una salita mozzafiato (nel senso letterale) e che risulterà avara di sorprese. Tanti cervi, tra i quali due maschi dai palchi imponenti, ma nessun orso. Pazienza, stessa sorte il giorno precedente, a Spineto, a due passi da Pescasseroli con le sue moltitudini chiassose di fine agosto. Qui, accompagnato da una guida di straordinaria esperienza, Stefano Tribuzi, l’unica creatura che si manifesta in lontananza, attraverso le lenti poderose del nostro cannocchiale, è ancora una volta un cervo maestoso e solitario. All’alba del giorno precedente due ragazzi alla loro prima escursione, nello stesso punto di osservazione e con la stessa guida, avevano avuto la rara fortuna di avvistare un’orsa con il suo piccolo.

“Il mondo delle creature selvatiche è così”, commenta laconico Tribuzi, “benedice chi vuole e quando vuole non bisogna scoraggiarsi. Io ho pazientato 12 anni” –aggiunge – “prima di avvistare, a distanza ravvicinata, il mio primo orso marsicano”

Ma quanti orsi marsicani sopravvivono sull’Appennino centro meridionale? “Nel Parco, dove si stanno elaborando in questi giorni i dati del censimento, dovrebbero essere una cinquantina, cui vanno aggiunti” – afferma Dario Febbo, direttore della storica area protetta – “Una decina di individui segnalati, qua e là, nel Velino Sirente, sui Monti Ernici, sui Simbruini, sulla Majella”. Anche qui, come nel caso del capriolo italico (https://www.myrrha.it/articolo-salvatori-lunga-marcia-verso-salvezza-piccolo-capriolo-gargano) le leggi della biologia animale non ci fanno intravedere un futuro certo. Eppure questo è l’antico, leggendario, meraviglioso sovrano dei monti e dei boschi dell’Appennino Abruzzese. Ogni specie di mammifero che scenda sotto i cento individui è a serio rischio di estinzione affermano, purtroppo, gli zoologi. Per la maggiore probabilità di incroci tra consanguinei che indeboliscono la specie, per la minore capacità di difesa di fronte a eventi eccezionali meteorologici e climatici, per la maggiore vulnerabilità alla pressione antropica, al bracconaggio, alle morti accidentali per investimento da auto o da treno (è accaduto anche questo) ai decessi per avvelenamento. “Mai arrendersi, però”- dichiara battagliero Dario Febbo – “mai darsi per vinti”. Lui e i suoi collaboratori ce la stanno mettendo tutta per salvare dall’estinzione il più vegetariano e il più pacifico degli orsi di tutto il mondo. Perché l’estinzione, recita un vecchio slogan del WWF, è “per sempre”. Attorno a lui, oltre a una sessantina di guardiaparco e di ricercatori, una schiera di formidabili collaboratori a cominciare dal Corpo Forestale dello Stato.

Multe e ammonizioni non sono sufficienti. Ci vuole un cambio di mentalità. L’orso, più di tutti, ha bisogno di spazi vasti e tranquilli, mal sopporta il disturbo di turisti rumorosi e maleducati e neppure incontri ravvicinati e vetrine televisive”. Il riferimento è alle tante, pressanti richieste di mostrare al pubblico del piccolo schermo la nuova mascotte del parco. Si chiama Morena, ed è una piccola orfanella di orso trovata dalle guardie, tre mesi fa denutrita e disidratata, presumibilmente abbandonata dalla madre, accanto ad una strada transitabile del Parco. È stata recuperata e rifocillata, ma ora si stanno adottando mille cautele per farle superare il periodo della semi-cattività, e infine restituirla alla natura. Prima condizione: non farle subire l’imprinting umano, cioè l’eccessiva confidenza, l’abitudine al contatto e al nutrimento garantito dall’uomo. Senza questa precauzione sarebbe condannata a vivere in un recinto o a vagare, di notte, tra le case dei paesi in cerca di bidoni di rifiuti nei quali rovistare”.

La legge dei media, però – osserva Febbo – è spietata, obbedisce soprattutto al richiamo dell’audience, e il pubblico televisivo desidera credere in una natura che non esiste, il mondo di yoghi e di bambi.

Pochi sanno che un cucciolo di orso, vero, non creato da un disegnatore di fumetti o di cartoni animati, non sopporterebbe di essere preso ripetutamente in braccio e mostrato alle telecamere, a meno che non lo si voglia condannare alla schiavitù perpetua, in cattività, soltanto per il nostro divertimento”. Febbo mi mostra la curva degli indici di natalità di questo pacioso e solitario plantigrado. Le misure di protezione adottate a partire dal 1923 l’anno di istituzione del P.N.A., hanno consentito all’orso marsicano di sopravvivere e di resistere al crescente accerchiamento antropico e urbanistico. Le nascite, però sono state quasi interamente vanificate dalle morti causate, direttamente o indirettamente, dagli uomini. Dal nuovo censimento, perciò, si attende non il miracolo, ma il rinnovamento delle speranze.

Qualche cucciolo in più farebbe la differenza, a condizione che tacciano per sempre le armi micidiali dei bracconieri e si plachino gli scalmanati della velocità e gli alchimisti dei veleni. Che cosa sarebbe, altrimenti, il Parco, senza l’orso?

Un bellissimo volto dal sorriso sdentato, un castello abbandonato, un reame senza il suo sovrano. La fiaba resiste, certo, ma il rischio, dietro l’angolo, è che conservi il suo bell’incipit: “C’era una volta un re”, ma non il suo finale: “e vissero tutti felici e contenti”. Giorgio Boscagli, lo zoologo che, negli anni ottanta, raccolse in un libro le prime statistiche sulla presenza dell’orso marsicano nel nostro Appennino, scrive nella prima pagina del suo saggio. “Se una sera vedrai all’orizzonte la mia sagoma scura aspetta, osserva, non muoverti, potrebbe essere l’ultima mia apparizione”. Il re, per nostra fortuna, è ancora là, nascosto tra monti e boschi fra i più belli del mondo. Sta a tutti noi aiutarlo a regnare libero e solitario, non possiamo accettare l’idea di vederlo confinato, per sempre, in un Museo.