IL BERGAMOTTO, L’ORO VERDE DELLA CALABRIA Gemme del Sud Numero 21 giugno luglio 2021 Ed. Maurizio Conte

cat-ambiente
cat-storia

IL BERGAMOTTO, L’ORO VERDE DELLA CALABRIA

 

gemme

Gemme del Sud

Locride

 

Lungo la Costa dei Gelsomini, in un piccolo fazzoletto di terra nel cuore della Locride, grazie al clima favorevole ed ai terreni argillosi, fruttifica un agrume dalle straordinarie virtù benefiche, un’eccellenza calabrese conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo: il Bergamotto.

 

Dalla cucina alla cosmesi passando per la medicina, sono tantissimi gli utilizzi 

di questo frutto, della cui coltivazione la Calabria detiene il primato mondiale.

 

Il frutto del Bergamotto ha origini antiche ma, nonostante le numerose ipotesi, esse rimangono ancora avvolte nel mistero. La stessa etimologia del nome è incerta: secondo alcuni potrebbe risalire alla città di Berga (nome antico di Barcellona), dove sarebbe stato importato da Cristoforo Colombo di ritorno dalle Canarie, o a quella di Pergamon (l’antica Troia). Altri associano il termine Bergamotto a Berg-a-mudi, che in turco significa “pero del Signore”.

Una leggenda racconta che un moro di Spagna vendette un ramo di Bergamotto 

ai signori Valentino di Reggio Calabria, che poi innestarono il nuovo frutto 

su un arancio amaro in un possedimento di loro proprietà.

 

Di sicuro sappiamo che la coltivazione di questo agrume sul litorale di Reggio Calabria risale al Settecento e che, sempre qui, nell’Ottocento, è documentata la prima estrazione dell’olio essenziale di bergamotto.

 

L’importanza del Bergamotto per questo territorio è testimoniata anche dall’esistenza di un museo ad esso dedicato, il Museo del Bergamotto di Reggio Calabria,

 

dove sono esposti macchinari e foto d’epoca che tramandano gli antichi processi di lavorazione e raccontano, al contempo, un pezzo di storia di questa terra. 

 

Dal 2001, inoltre, il Bergamotto di Reggio Calabria – Olio essenziale è riconosciuto come marchio D.O.P. dell’Unione Europea.

 

 

bergatyuao
ghirigoro_ambiente

 

LA CATTOLICA DI STILO Gemme del Sud Numero 21 giugno luglio 2021 Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-arte

LA CATTOLICA DI STILO

 

Gemme del Sud

Stilo

 

gemme

Di origine greca, passata poi sotto il dominio dei Bizantini nel X secolo, Stilo (RC) è stato il più importante centro bizantino della Calabria meridionale.

 

Conosciuta per aver dato i natali al filosofo Tommaso Campanella, celebre autore 

de La Città del Sole, Stilo custodisce un piccolo gioiello architettonico: la Cattolica. 

 

In Calabria, dei monaci orientali avevano trovato rifugio dalle persecuzioni e si erano insediati alle pendici del Monte Consolino in agglomerati di grotte dette laure, ancora visibili sul territorio, dove perseguivano il loro ideale di povertà e distacco dal mondo. Furono proprio questi monaci a fondare, tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo, la Cattolica di Stilo.

La Cattolica è un edificio di piccole dimensioni che si distingue per la ricchezza cromatica e le forme geometriche tipiche delle chiese orientali.

 

E’ formata da un cubo sormontato da quattro cupolette poste in corrispondenza degli angoli delle facciate ed una centrale in posizione elevata rispetto alle altre. L’interno della chiesa, a croce greca, è composto da uno spazio quadrato, diviso in nove parti uguali dalle quattro colonne che ne segnano gli angoli. Ciò che colpisce è soprattutto l’uso sapiente della luce, quasi abbagliante nella parte superiore e tenue nella parte bassa, così da favorire il raccoglimento.

 

La decorazione interna mostra ancora l’intensità dei colori degli affreschi, realizzati 

in epoche differenti, di cui i muri della chiesa erano interamente ricoperti.

 

Tra questi è possibile ammirare ancora oggi una serie di figure che spiccano per la loro vivacità cromatica, come l’immagine della Dormizione della Vergine, l’Annunciazione e l’Ascensione.   

 

Il recupero della Cattolica di Stilo si deve all’archeologo Paolo Orsi, soprintendente per le Antichità della Calabria, che la individuò nel 1911 e la sottopose ad un lungo restauro

 

cattolaonmao
fine-t-storia

 

L’OASI DI TORRE SALSA Gemme del sud numero 21 giugno luglio 2021 Ed. maurizio conte

cat-ambiente
cat-storia

L’OASI di.torre salsa

 

gemme

Gemme del Sud

Siculiana

 

Lungo il litorale agrigentino, tra Siculiana Marina ed Eraclea Minoa, si estende per circa 6 km la Riserva Naturale Orientata di Torre Salsa, gestita dal WWF, dove il mare azzurro e cristallino lambisce ampi tratti di spiaggia dorata. 

Un luogo ricco di storia in cui il ricordo degli sbarchi dei pirati saraceni del XVI secolo è testimoniato dai ruderi di due torri di avvistamento, Torre Salsa e Torre Pantano, e la presenza dell’uomo è attestata dal ritrovamento di quattro tombe bizantine e da una calcara utilizzata, in tempi più recenti, per produrre gesso.

Tratti di costa alta, formatasi dalle stratificazioni argillose e calcaree  

che richiamano alla mente la vicina “scala dei Turchi” di Realmonte  

si alternano a falesie a strapiombo sul mare 

con panorami mozzafiato,


mentre nelle zone basse la sabbia sciolta forma dune costiere dove fiorisce il Giglio marino. 

Nell’antica macchia mediterranea sopravvive una vegetazione diversificata, in grado di resistere al clima arido del periodo estivo, e che durante la fioritura primaverile esplode in un tripudio di colori. Nei tratti boschivi crescono il Pino di Aleppo, l’Eucalipto e l’Acacia. Torrenti ramificati e profondi, tra cui il Salso che dà il nome all’Oasi, sfociano in mare creando incantevoli scorci scenografici.

In questo angolo di Sicilia ancora selvaggio ed incontaminato vive l’Istrice 

e nidificano molte specie di uccelli tra cui l’Usignolo di fiume, i Gabbiani corallini 

ed il Passero solitario, di leopardiana memoria, e ci si può immergere 

alla scoperta di fondali marini ricchi di flora e fauna.


Sulla spiaggia, ogni anno torna a nidificare anche la tartaruga marina “Caretta caretta”, specie protetta inserita nel progetto WWF di salvaguardia della specie, che in estate offre la visione spettacolare della schiusa delle uova e del lento e suggestivo cammino dei piccoli rettili verso il mare aperto, sotto l’occhio vigile dei volontari dell’Oasi.

 

ghirigoro_ambiente

 Photo credit © WWF

Torre_Salsa_WWF

 

LA CHIESA DI SANT’ANTIOCO DI BISARCIO Gemme del Sud – Numero 21 Giugno Luglio 2021 Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-arte

LA CHIESA DI SANT’ANTIOCO DI BISARCIO

 

gemme

Gemme del Sud

Ozieri

 

Domina la piana di Chilivani, nel comune di Ozieri, la chiesa di Sant’Antioco di Bisarcio. Posta su di uno scenografico sperone roccioso di origine vulcanica,

 

la chiesa è un raro esemplare dell’architettura romanica sarda anche 

per grandezza e stato di conservazione, 

 

realizzata con la trachite, tipica pietra locale. Ex Cattedrale della diocesi di Bisarchium/Guisarchum tra l’XI e il XVI secolo, la chiesa è frutto di tre interventi costruttivi distinti.   

 

La data della posa della prima pietra è incerta poiché un incendio avvenuto tra il 1082 e il 1127 danneggiò la chiesa in parte, e tutto l’archivio nel quale era custodita la notizia. La prima costruzione risale alla seconda metà dell’XI secolo, mentre avvenne entro il 1153 la ricostruzione post-incendio, nella quale fu riedificata l’aula a tre navate, l’abside ed il campanile. Infine, una terza fase antecedente il 1174 durante la quale fu aggiunto il bellissimo portico decorato con il fregio della caccia. 

Nota è invece

la consacrazione della Cattedrale di Bisarcio, celebrata sotto l’episcopato 

di Giovanni Thelle l’1 settembre 1164, 

 

giacché se ne conserva memoria in una trascrizione apocrifa di una fonte manoscritta. La conferma proviene dall’individuazione di un’epigrafe graffita in un concio del prospetto absidale presente all’interno della chiesa, in caratteri onciali, che riporta l’anno 1164 ed il nome del vescovo Giovanni Thelle.   

 

La chiesa ha pianta longitudinale a tre navate, con abside semicircolare, affiancata da un campanile. Addossato alla facciata c’è un ampio atrio realizzato su due piani. 

 

La sala che un tempo era adibita alle riunioni del clero con il vescovo, 

situata al secondo piano della facciata, conserva un camino 

che ha la cappa a forma di mitria vescovile, 

un unicum nel suo genere!

 

biasracaioajkapo
fine-t-storia

 

LE SALINE DI MARSALA – Gemme del Sud – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-ambiente
cat-storia

LE SALINE di MARSALA

 

Gemme del Sud

Marsala

 

gemme

La Riserva della Laguna dello Stagnone di Marsala è un’area naturale protetta che si estende nel tratto di mare compreso tra capo San Teodoro e capo Boeo o Lilibeo, comprendendo le quattro isole di Mozia (San Pantaleo), Isola Grande, Schola e Santa Maria, e le saline costiere San Teodoro, Genna e Ettore Infersa.

Lo “Stagnone” è la laguna più grande della Sicilia, caratterizzata 

da acque molto basse e una temperatura più alta del normale.


Per questo motivo oggi è diventata il paradiso del kitesurfing: l’acqua bassa e completamente priva di onde ha fatto dello Stagnone la meta ideale sia per i principianti, che per i kiters esperti che vengono qui ad allenarsi nel freestyle. 

All’interno della riserva sono presenti le vasche delle saline con i famosi mulini a vento.  

 

Questo luogo unico, fuori dal tempo, si è classificato al primo posto nella classifica Fai “luogo del cuore”, speciale Expo di Milano 2015.

Un paesaggio naturale mozzafiato, per i suoi colori, i suoi profumi, 

i suoi tramonti, le bianche saline con i mulini a vento,


i fenicotteri e gli altri uccelli migratori, lo sguardo sull’arcipelago delle Egadi e la vegetazione sviluppatasi per sopravvivere all’alto grado di salinità dei luoghi, come la Posidonia e la Calendula marina.  

 

In epoca fenicia lo Stagnone era un luogo strategicamente importante per la presenza dell’isola di Mozia, un’influente stazione commerciale fenicia per gli scambi tra Oriente e Occidente, data la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo.

Proprio grazie alla sua posizione, Mozia catturò l’interesse di diversi popoli come Greci e Cartaginesi in lotta per il predominio della Sicilia.


Oggi sull’isola è presente un museo ed è una piacevole meta di turismo. 

 

Altro punto di interesse lo si ha all’imboccatura sud dello Stagnone, dove durante la Seconda guerra mondiale venne costruito per la Regia Aeronautica un importante idroscalo militare, le cui aviorimesse in cemento armato furono progettate dal noto ingegnere Pier Luigi Nervi. Lo Stagnone è stato anche teatro del film “Briciole sul mare” (2016) e della fiction “Il commissario Maltese” (2017). 

 

saline
ghirigoro_ambiente

 

COMPENDIO GARIBALDI LA MADDALENA – Gemme del Sud – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-ambiente

compendio garibaldi la maddalena

 

Gemme del Sud

Caprera

 

gemme

Quale miglior modo di distrarsi dal mare che visitare il Compendio Garibaldino, raggiungibile percorrendo la strada comunale da La Maddalena a Caprera? Il nostro eroe acquistò il primo compendio nel 1854 dai fratelli Ferracciolo per 36 lire e il secondo nel 1855, grazie all’eredità del fratello Felice, per 32.250 lire.

Garibaldi, dopo aver ripristinato ad abitazione il preesistente ovile, costruito 

la casa di legno e recintato il terreno, si diede alla realizzazione 

della sua dimora definitiva,


la c.d. Casa Bianca, aiutato da quattro o cinque amici tra il cui il maggiore Basso e il figlio Menotti. Quest’ultimo, ancora ragazzo, collaborò come manovale. Secondo Dumas, il fautore dell’Unità d’Italia si ispirò a una casa vista in Sud America, con il tetto piano dalle orlature alte in modo da facilitare la raccolta delle acque. L’esiguità degli spazi della prima abitazione costrinse Garibaldi a pensare ad un ampliamento, e poichè i tempi stringevano, dovendo ospitare i tre figli Menotti, Teresita e Ricciotti, decise di costruire una casa in legno con del tavolame importato da Nizza (probabilmente fece arrivare l’intera casetta prefabbricata), di facile e rapida costruzione, su di un alto basamento in muratura. La casetta venne ultimata nel 1856, ed i figli vi abitarono durante la loro prima visita, per circa un anno.

Sul lato nord del cortile venne poi eretta una casa di ferro. Sulla base di alcuni documenti rinvenuti presso il Museo del Risorgimento Italiano di Milano, 

si può ipotizzare che si tratti di un manufatto inglese omaggio 

del varesino Felice Orrigoni, compagno d’armi di Garibaldi.


Si tratta di un prefabbricato in legno rivestito esternamente di lamiera ondulata di ferro (oggi di rame) che giunse a Caprera dentro 38 casse. Il fabbricato non venne mai abitato personalmente da Garibaldi, ma destinato a diversi usi: alloggio per gli ospiti, segreteria, officina del “legnaiuolo”, “magazzino delle derrate”. Tra gli ospiti che vi soggiornarono: Basso, Stagneti, Carpeneti, Guerzoni, Fruscianti, Gusmaroli. I lavori per il secondo ampliamento della casa bianca avvennero nel 1880. Occorreva, infatti, una stanza di rappresentanza più ampia e dignitosa per accogliere gli ormai numerosissimi ospiti (Garibaldi, infatti, era all’epoca costretto a trascorre la sue giornate a letto o in carrozzella).

Venne quindi costruito il nuovo salotto nel settore nord-occidentale della casa, modificati i prospetti, e costruito un ponticello che permettesse 

al generale di raggiungere la terrazza.


Quest’ultima stanza venne trasformata da Garibaldi, nell’ultimo periodo della sua vita, nella propria stanza, in modo che, ormai immobilizzato a letto, potesse mirare dalla finestra le coste della Corsica. Alle 18,20 del 2 giugno 1882 (come attestano il calendario e l’orologio rimasti immutati da quel giorno), proprio in quel letto morì. Anziché essere bruciato (o cremato) come era sua volontà, egli venne imbalsamato e sepolto a Caprera vicino alle tombe dei suoi familiari. Enrico Costa, corrispondente da Caprera del giornale “la Sardegna” fornisce un’attenta descrizione del funerale. Più tardi, il 9 giugno, viene pubblicata sulla “cronaca bizantina”, una lettera di Giosuè Carducci, furibondo con i parenti e gli italiani per non aver rispettato le ultime volontà dell’eroe.

 

maddalena
fine-t-storia

 

MAUSOLEO DI ENNIO MARSO – Gemme del Sud – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-arte

MAUSOLEo DI ennio marso

 

Gemme del Sud

Sepino

 

gemme

Lungo l’antico tratturo Pescasseroli-Candela, all’esterno della città romana di Saepinum, oltre porta Benevento, si erge il Mausoleo di Ennio Marso. Per chi volesse soffermarsi e tuffarsi nell’antica Roma molisana, può ricordarsi che il monumento funerario, del I sec. a.C. è del tipo

 

a tamburo cilindrico poggiato su un basamento quadrato 

ed è costituito da due ordini di blocchi.

 

Il coronamento superiore è formato da blocchi curvilinei alternati a cippi, che costituiscono una merlatura. All’interno si conservano le strutture di fondazione della cella sepolcrale, a pianta ottagonale divisa da quattro muri radiali.

Al centro del prospetto è collocata l’iscrizione con il cursus honorum 

del titolare, C. Ennius Marsus.

 

Al di sotto è la raffigurazione, in rilievo, dei simboli del potere magistratuale: la sella curulis con suppedaneo e la capsa affiancati da fasci. La sella ha gambe arcuate, la cui parte superiore è decorata da due busti, che fuoriescono da elemento vegetale e cassa tripartita su cui sono rappresentate all’estremità una testa maschile ed una femminile.

Al centro due sfingi affrontate con cratere centrale.

 

Agli angoli della base erano posti due leoni, nell’atto di schiacciare con una zampa la testa di un guerriero.

 

mausoleo_di_ennio_marsio
fine-t-storia

 

DUE PICCOLI PREZIOSI MUSEI Gemme del Sud – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-arte

DUE PICCOLI PREZIOSI MUSEI

 

 

 Gemme del Sud

         Montemarano

gemme

Montemarano è un borgo di meno di tremila abitanti in provincia di Avellino che, curiosamente, è indirettamente ricordato in uno degli affreschi di Giotto presenti nel ciclo della Basilica Superiore di Assisi, raffigurante “la morta di Montemarano”, una donna del paese che, secondo la tradizione, fu resuscitata da San Francesco.

 

In questo piccolo centro si trovano due chicche: il Museo Etnomusicale 

ed il Museo dei Parati Sacri, due istituti culturali che si potrebbero 

definire “minori”, ma che hanno invece l’importante funzione 

di tramandare storia, cultura, usanze di un passato 

che verrebbe altrimenti dimenticato. 

 

Tradizione tipica montemaranese è il Carnevale, i cui festeggiamenti, costituiti da sfilate, banchetti e serate danzanti, sono accompagnati dalla locale, particolare tarantella, che ha affascinato importanti musicologi ed è stata utilizzata anche da Pier Paolo Pasolini nel film Decameron. Il Carnevale di Montemarano è il più antico del Sud Italia ed

 

il Museo Etnomusicale è sorto allo scopo di valorizzare e conservare 

questo patrimonio dalle caratteristiche assolutamente peculiari,

 

che fu fonte di ispirazione per Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile, il quale, risiedendo a Montemarano come governatore dal 1615 al 1617, portò a termine proprio qui il suo capolavoro.            Oltre all’esposizione di oggetti, strumenti musicali unici al mondo e costumi tradizionali, il museo possiede anche rari documenti audio-video e fotografici.

 

All’interno della piccola ex-chiesa del Purgatorio, di epoca settecentesca, vi è il peculiare Museo dei Parati Sacri

 

che, nato per volontà di Padre Mauro Perillo insieme con la Soprintendenza per i Beni Architettonici, conserva un notevole numero di stole, mitre, pianete, tonacelle, piviali utilizzati durante le celebrazioni liturgiche. Tali parati, tessuti e decorati nella zona del casertano, noto per la produzione di arredi sacri, sono di particolare ricchezza e rilevanza e risalgono ad un periodo che va dalla prima metà del Cinquecento ai primi del Novecento.                                                                                                    Il museo è uno dei primi esempi al Sud per la raccolta e la catalogazione di questa tipologia di reperti ed unico nel suo genere per l’importanza dei pezzi esposti.

 

suonatori
fine-t-storia

 Foto: Catalogo generale dei Beni Culturali

 

L’ISOLOTTO ASINELLI NELL’ENEIDE – Gemme del Sud – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

cat-ambiente
cat-storia

L’ISOLOTTO ASINELLI NELL’ENEIDE

 

Gemme del Sud

Asinelli

 

gemme

Di fronte alla frazione di Pizzolungo, alle porte di Trapani si trova il piccolo isolotto Asinelli. Il suo nome si deve alle sue rocce appuntite che sembravano le “lesine” dei calzolai. Da lì isola “Lesinelle”, trasformata poi nell’attuale isola Asinelli. 

Immersa in un mare cristallino, è stata nel passato base di appoggio delle reti della tonnara di Bonagia, oggi accoglie un fanale e un traliccio segnalatore per i naviganti alimentato a pannelli solari, nonché è meta di numerosi sub alla ricerca delle meraviglie marine circostanti.

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale l’isolotto veniva spesso bombardato 

perché scambiato per un sommergibile dall’aviazione alleata. 

Infatti il suo soprannome è “isola sommergibile”.


Nel V libro dell’Eneide, Virgilio ha così descritto Asinelli: “V’è lontano nel mare uno scoglio di fronte alle rive schiumose, che spesso sommerso i gonfi flutti percuotono, quando il maestrale d’inverno nasconde le stelle; nella bonaccia tace, e si erge sull’onda immota, superficie e dimora gratissima agli smerghi amanti del sole”.   

 

Le numerose descrizioni virgiliane hanno dato vita a varie ipotesi sulla morte e tumulazione di Anchise, padre di Enea.

Secondo la storiografia, fu proprio a Pizzolungo, solo 1 miglio marino dall’isolotto, 

che approdò Enea dopo la morte di Anchise.


Lo storico siciliano Giuseppe Castronovo, riprende la tradizione virgiliana della morte di Anchise sulle spiagge ericine: «In queste spiagge perdea [Enea] il suo padre Anchise, in queste spiagge gli ergeva il tumulo, in queste spiagge l’onorava di giuochi funebri…» (Memorie storiche di Erice, p. 11). Alle porte della frazione, è presente la famosa “stele di Anchise” eretta nel 1930. 

 

Dall’isolotto Asinelli si vedono, partendo da sinistra, lo splendido monte Cofano, un gioiello di rara bellezza a picco sul mare, la tonnara e il golfo di Bonagia e, di fronte, la frazione marittima di Pizzolungo sovrastata dal monte Erice. 

 

asinelli
ghirigoro_ambiente

 

IL PULO DI MOLFETTA – Gemme del Sud – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

cat-ambiente
cat-storia

IL PULO  DI MOLFETTA

 

Gemme del Sud

Molfetta

 

gemme

Uno dei più rilevanti monumenti naturali che si trovano nell’area costiera a nord di Bari è il Pulo di Molfetta, situato a circa due chilometri dalla città da cui prende il nome. 

“Pulo” è il termine che nell’area murgiana si utilizza per indicare la dolina, cioè 

 

una cavità formatasi per la dissoluzione della roccia calcarea 

ad opera dello scorrere di acque superficiali,


esempio tipico del fenomeno del carsismo, che interessa tutta la Puglia.  

Il Pulo di Molfetta è una vasta voragine di forma ovoidale e profonda 30 metri, creatasi in seguito al crollo della volta di numerose cavità sotterranee, con pareti a strapiombo, 

all’interno delle quali si aprono molteplici grotte su differenti altezze 

e comunicanti tra loro.


La più spettacolare fra tali grotte è quella, con sviluppo su tre livelli, detta “del Pilastro”, dal pilastro calcareo presente sull’ultimo livello. 

Il cedimento della volta sembrerebbe risali+re all’epoca del Neolitico, come si deduce dagli importanti reperti archeologici ritrovati nella zona, che testimoniano anche la presenza di comunità che vivevano nei pressi della dolina. All’epoca in quell’area scorreva copiosamente l’acqua, responsabile dell’erosione della roccia e del conseguente crollo. 

Sul lato occidentale della voragine, in una posizione elevata dalla quale la si osserva molto bene, è di notevole interesse l’ex monastero dei Cappuccini, oggi di proprietà privata, costruito nel 1536 e attivo fino al 1574, successivamente convertito in Lazzaretto.

Verso la fine del Settecento, sul fondo del Pulo, grazie al fatto che le sue grotte 

erano ricche di nitrati, componenti naturali della polvere da sparo, 

i Borboni autorizzarono la realizzazione di una nitriera,


cioè una vera e propria fabbrica per l’estrazione e la lavorazione di tali minerali. Il Pulo è dunque anche un prezioso esempio di archeologia industriale. 

Estremamente importante è inoltre la biodiversità faunistica e botanica, per la presenza di piante sia autoctone, sia introdotte dall’azione umana. 

 

ghirigoro_ambiente
pulo