IL MUSEO DEL CARRETTO SICILIANO Gemme del Sud Numero 22 Settembre ottobre 2021 Ed. Maurizio Conte

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IL MUSEO  DEL CARRETTO SICILIANO

 

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            Aci Sant’Antonio

 

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Ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania, si trova il Museo del carretto siciliano, una realtà locale in cui si conserva la memoria di un antico e fiorente artigianato di maestri carrettieri legato alla tradizione agricola della Sicilia. In una struttura destinata a stalle e magazzini sono esposti pezzi provenienti da tutta la Sicilia, oltre a fotografie d’epoca. 

A far diventare Aci la patria del carretto siciliano è stato Domenico di Mauro, classe 1913, che, nel suo laboratorio, con la sua abilità pittorica, è riuscito a far conoscere questo simbolo siciliano per eccellenza in tutto il mondo, tanto che uno dei suoi carretti è esposto nel prestigioso museo etnologico Musée de l’Homme di Parigi.

L’uso di decorare questi oggetti con colori sgargianti – in cui predominano 

il giallo, il rosso, l’azzurro e il verde – è nato in Sicilia nel 1800, 

quando gli agricoltori iniziarono a far dipingere 

i propri semplici carretti da lavoro,


trainati da equini ed utilizzati per il trasporto di vino, olio e grano, dapprima con scene di carattere religioso, per poi passare a soggetti mitologici, favolistici e della tradizione cavalleresca. 
 

Da semplice mezzo di trasporto divenne una vera e propria opera d’arte ambulante, tanto da essere definito dallo scrittore francese Guy de Maupassant, che li poté ammirare dal vivo, “un rebus che cammina”.

Del carretto veniva dipinta ogni singola parte, comprese le alte ruote 

ed anche gli animali da traino venivano bardati con ornamenti 

e pennacchi dai colori sgargianti.


Questa ricca e vivace tradizione pittorica del territorio sant’antonese viene ancora oggi mantenuta viva da giovani artisti locali che, all’interno del Museo, gestiscono una bottega d’arte dove vengono organizzati laboratori di pittura rivolti a tutti coloro che vogliano imparate questa antica arte.

 

 

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 Foto Catalogo Beni Culturali – 04-05-2021 – Paola Ceretta – Sicilia

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IL SANTUARIO DI CASTELPETROSO Gemme del Sud Numero 22 Settembre ottobre 2021 ed. Maurizio Conte

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IL SANTUARIO di CASTELPETROSO

 

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         Castelpetroso (IS)

 

Nel piccolo comune molisano di Castelpetroso, in provincia di Isernia, a pochi metri da un antico tratturo un tempo percorso dai pastori, incastonato tra il verde dei boschi, sorge il maestoso Santuario di Maria SS. Addolorata.

 

La storia di questo santuario ha inizio il 22 marzo 1888, 

giorno in cui la Vergine apparve per la prima volta:  

 

due contadine del luogo erano alla ricerca di una pecorella smarrita, quando una delle due si trovò di fronte ad un bagliore di luce nel quale vide l’immagine della Madonna genuflessa, con ai piedi il Cristo morto, lo sguardo rivolto verso il cielo e le braccia allargate in atto di offerta. Il 1° aprile 1888, giorno di Pasqua, la Vergine apparve anche all’altra contadina. Le voci sulle apparizioni si diffusero velocemente ed in tanti si recarono in pellegrinaggio in quel luogo. Anche Monsignor Francesco Macarone Palmieri, vescovo di Bojano, volle recarsi sul posto per indagare sulle presunte apparizioni ed anch’egli ebbe la grazia di vedere la Madonna Addolorata. Nel luogo delle apparizioni sgorgò una sorgente, la cui acqua miracolosa guarì un ragazzo affetto da tubercolosi. Così, il 28 settembre 1890, venne posta la prima pietra del Santuario di Maria SS. Addolorata di Castelpetroso e lo stesso Monsignor Palmieri diede ufficialmente il via ai lavori. 

Il Santuario di Castelpetroso,

 

definito da alcuni la “Piccola Lourdes italiana”, non è soltanto un importante luogo 

di pellegrinaggio per i fedeli, ma una vera e propria meraviglia 

per gli occhi di chiunque abbia la fortuna di visitarlo, 

 

specialmente per chi vi si reca d’inverno, quando, coperto dalla coltre nevosa, assume un aspetto quasi fiabesco.  Progettato in stile neogotico da Francesco Gualandi di Bologna, è stato interamente costruito in pietra locale, scolpita da artisti molisani, che nei loro intarsi sui rosoni della facciata principale sembrano rendere omaggio all’antica arte della tessitura del tombolo. Straordinaria anche la pianta: di tipo radiale, essa presenta sette bracci a simboleggiare il cuore di Maria trafitto da sette spade, i Sette Dolori, a ciascuno dei quali è dedicata una delle sette cappelle laterali.

 

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LA FONTANA DELLA FRATERNA Gemme del Sud Numero 22 Settembre ottobre 2021 ed. Maurizio Conte

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LA FONTANA DELLA FRATERNA

 

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              Isernia

Per la sua misteriosa e travagliata storia e l’assoluta incertezza riguardo alle sue origini, la Fontana della Fraterna, ad Isernia, è un monumento molto affascinante. 

Oggi la fontana si trova in piazza Giosuè Carducci, ma nel passato subì diversi trasferimenti di sede prima di trovare una definitiva collocazione.

Edificata nel XIII secolo, periodo in cui l’Italia è interessata 

da un forte rilancio per le architetture civili,

 

prende il nome dalla sua originaria collocazione a Piazza Fraterna, di fronte alla Chiesa della Concezione, dove aveva sede l’antichissima confraternita fondata da Pietro Angelario nel 1289, futuro papa Celestino V. Nel 1835 la nobile famiglia isernina Rampini trasferì la fontana in Largo della Concezione e la fece agglomerare con un’altra già esistente, conferendole l’aspetto attuale. 

Più tardi, nel 1889, secondo l’archivio storico comunale, il monumento venne nuovamente spostato, questa volta in via Marcelli e sempre vicino alla Chiesa della Concezione. Danneggiata dai bombardamenti il 10 settembre 1943, il monumento fu poi ricostruito per anastilosi, usando cioè le parti recuperate e di nuovo trasferita nell’attuale sito, Piazza Giosuè Carducci. 

La fontana è costituita da sei archi a tutto tondo disposti a loggiato, con sei getti d’acqua. Osservandola attentamente, si nota che la forma delle colonnine e dei capitelli sono diverse fra loro. Ciò è molto comune per le opere medievali, poiché i materiali usati – blocchi in pietra locale ed in travertino – erano di “spolio”, vale a dire reimpiegati, prelevati da strutture edificate in vari periodi, principalmente in epoca romana, di cui Isernia è ricca. Per questo motivo, 

la fontana presenta anche alcune epigrafi di ardua decifrazione. Le lettere D ed M visibili su di essa sono una dedica agli “dei Mani” (anime dei defunti).

 

Al centro vi è una lastra in marmo decorata da due delfini e motivi vegetali, proveniente sicuramente da un edificio sepolcrale datato tra 99 a.C. e 50 a.C. 

Un’altra lastra reca l’epigrafe AE PONT ed una legenda vuole che sia appartenuta al sepolcro di Ponzio Pilato, originario di queste zone.

 

 

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LA CHIESA DELL’IMMACOLATA A NOVOLI Gemme del sud – Numero 22 – Settembre ottobre 2021 Ed. Maurizio Conte

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LA CHIESA DELL’IMMACOLATA A NOVOLI

 

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             Novoli

A Novoli, in provincia di Lecce, la chiesa dell’Immacolata (precedentemente detta della Mater Dei), dalla semplice facciata,

custodisce al suo interno un’importante testimonianza 

dell’arte bizantina nel nostro Meridione.


L’interno è ad un’unica navata con volta a crociera, nella cui abside semicircolare con due nicchie ospitanti statue si trova un notevole affresco bizantineggiante, rinvenuto nel 1865 e risalente ai primi decenni del XIV secolo, che raffigura una rarissima immagine della Madonna Odigitria. Il culto di tale Vergine in Puglia ha origini antiche ed è praticato nel Salento e nella Valle d’Itria (nome, quest’ultimo, probabilmente derivante proprio dal termine “odigitria”).

La Madonna Odigitria è un tipo di iconografia cristiana – proveniente dall’omonima icona venerata a Costantinopoli dal V secolo fino alla caduta della città ad opera 

degli Ottomani nel 1453, quando l’icona andò persa – diffusa specialmente 

nell’arte bizantina e russa del Medioevo.


Tale iconografia presenta l’immagine della Vergine che tiene in braccio il Bambino Gesù (seduto nell’atto di benedire e con una pergamena in mano) e lo indica con la mano destra, gesto da cui deriva l’appellativo “odigitria”, dal greco bizantino “colei che conduce, indicando la direzione”. 

 

Nell’affresco della chiesa dell’Immacolata, ai lati del volto della Madonna e a destra del Bambino sono presenti monogrammi in greco. 

 

Nel medesimo edificio vi sono anche i resti di un altro affresco bizantino nei quali sono visibili la Vergine ed un angelo, che farebbero pensare alla rappresentazione di un’Annunciazione o, seguendo invece altri studi più recenti, della “Madonna del Risorto” (in dialetto locale “della Cutùra”, cioè “del Pane”), poiché tale Madonna è venerata in altri luoghi del Salento dove era professato il culto greco-bizantino. Per il particolare tipo di iconografia, questo affresco è unico nella sua specie nella storia dell’arte bizantina dell’Italia meridionale.

 

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IL BERGAMOTTO, L’ORO VERDE DELLA CALABRIA Gemme del Sud Numero 21 giugno luglio 2021 Ed. Maurizio Conte

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IL BERGAMOTTO, L’ORO VERDE DELLA CALABRIA

 

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Locride

 

Lungo la Costa dei Gelsomini, in un piccolo fazzoletto di terra nel cuore della Locride, grazie al clima favorevole ed ai terreni argillosi, fruttifica un agrume dalle straordinarie virtù benefiche, un’eccellenza calabrese conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo: il Bergamotto.

 

Dalla cucina alla cosmesi passando per la medicina, sono tantissimi gli utilizzi 

di questo frutto, della cui coltivazione la Calabria detiene il primato mondiale.

 

Il frutto del Bergamotto ha origini antiche ma, nonostante le numerose ipotesi, esse rimangono ancora avvolte nel mistero. La stessa etimologia del nome è incerta: secondo alcuni potrebbe risalire alla città di Berga (nome antico di Barcellona), dove sarebbe stato importato da Cristoforo Colombo di ritorno dalle Canarie, o a quella di Pergamon (l’antica Troia). Altri associano il termine Bergamotto a Berg-a-mudi, che in turco significa “pero del Signore”.

Una leggenda racconta che un moro di Spagna vendette un ramo di Bergamotto 

ai signori Valentino di Reggio Calabria, che poi innestarono il nuovo frutto 

su un arancio amaro in un possedimento di loro proprietà.

 

Di sicuro sappiamo che la coltivazione di questo agrume sul litorale di Reggio Calabria risale al Settecento e che, sempre qui, nell’Ottocento, è documentata la prima estrazione dell’olio essenziale di bergamotto.

 

L’importanza del Bergamotto per questo territorio è testimoniata anche dall’esistenza di un museo ad esso dedicato, il Museo del Bergamotto di Reggio Calabria,

 

dove sono esposti macchinari e foto d’epoca che tramandano gli antichi processi di lavorazione e raccontano, al contempo, un pezzo di storia di questa terra. 

 

Dal 2001, inoltre, il Bergamotto di Reggio Calabria – Olio essenziale è riconosciuto come marchio D.O.P. dell’Unione Europea.

 

 

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LA CATTOLICA DI STILO Gemme del Sud Numero 21 giugno luglio 2021 Ed. Maurizio Conte

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LA CATTOLICA DI STILO

 

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Stilo

 

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Di origine greca, passata poi sotto il dominio dei Bizantini nel X secolo, Stilo (RC) è stato il più importante centro bizantino della Calabria meridionale.

 

Conosciuta per aver dato i natali al filosofo Tommaso Campanella, celebre autore 

de La Città del Sole, Stilo custodisce un piccolo gioiello architettonico: la Cattolica. 

 

In Calabria, dei monaci orientali avevano trovato rifugio dalle persecuzioni e si erano insediati alle pendici del Monte Consolino in agglomerati di grotte dette laure, ancora visibili sul territorio, dove perseguivano il loro ideale di povertà e distacco dal mondo. Furono proprio questi monaci a fondare, tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo, la Cattolica di Stilo.

La Cattolica è un edificio di piccole dimensioni che si distingue per la ricchezza cromatica e le forme geometriche tipiche delle chiese orientali.

 

E’ formata da un cubo sormontato da quattro cupolette poste in corrispondenza degli angoli delle facciate ed una centrale in posizione elevata rispetto alle altre. L’interno della chiesa, a croce greca, è composto da uno spazio quadrato, diviso in nove parti uguali dalle quattro colonne che ne segnano gli angoli. Ciò che colpisce è soprattutto l’uso sapiente della luce, quasi abbagliante nella parte superiore e tenue nella parte bassa, così da favorire il raccoglimento.

 

La decorazione interna mostra ancora l’intensità dei colori degli affreschi, realizzati 

in epoche differenti, di cui i muri della chiesa erano interamente ricoperti.

 

Tra questi è possibile ammirare ancora oggi una serie di figure che spiccano per la loro vivacità cromatica, come l’immagine della Dormizione della Vergine, l’Annunciazione e l’Ascensione.   

 

Il recupero della Cattolica di Stilo si deve all’archeologo Paolo Orsi, soprintendente per le Antichità della Calabria, che la individuò nel 1911 e la sottopose ad un lungo restauro

 

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L’OASI DI TORRE SALSA Gemme del sud numero 21 giugno luglio 2021 Ed. maurizio conte

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L’OASI di.torre salsa

 

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Siculiana

 

Lungo il litorale agrigentino, tra Siculiana Marina ed Eraclea Minoa, si estende per circa 6 km la Riserva Naturale Orientata di Torre Salsa, gestita dal WWF, dove il mare azzurro e cristallino lambisce ampi tratti di spiaggia dorata. 

Un luogo ricco di storia in cui il ricordo degli sbarchi dei pirati saraceni del XVI secolo è testimoniato dai ruderi di due torri di avvistamento, Torre Salsa e Torre Pantano, e la presenza dell’uomo è attestata dal ritrovamento di quattro tombe bizantine e da una calcara utilizzata, in tempi più recenti, per produrre gesso.

Tratti di costa alta, formatasi dalle stratificazioni argillose e calcaree  

che richiamano alla mente la vicina “scala dei Turchi” di Realmonte  

si alternano a falesie a strapiombo sul mare 

con panorami mozzafiato,


mentre nelle zone basse la sabbia sciolta forma dune costiere dove fiorisce il Giglio marino. 

Nell’antica macchia mediterranea sopravvive una vegetazione diversificata, in grado di resistere al clima arido del periodo estivo, e che durante la fioritura primaverile esplode in un tripudio di colori. Nei tratti boschivi crescono il Pino di Aleppo, l’Eucalipto e l’Acacia. Torrenti ramificati e profondi, tra cui il Salso che dà il nome all’Oasi, sfociano in mare creando incantevoli scorci scenografici.

In questo angolo di Sicilia ancora selvaggio ed incontaminato vive l’Istrice 

e nidificano molte specie di uccelli tra cui l’Usignolo di fiume, i Gabbiani corallini 

ed il Passero solitario, di leopardiana memoria, e ci si può immergere 

alla scoperta di fondali marini ricchi di flora e fauna.


Sulla spiaggia, ogni anno torna a nidificare anche la tartaruga marina “Caretta caretta”, specie protetta inserita nel progetto WWF di salvaguardia della specie, che in estate offre la visione spettacolare della schiusa delle uova e del lento e suggestivo cammino dei piccoli rettili verso il mare aperto, sotto l’occhio vigile dei volontari dell’Oasi.

 

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 Photo credit © WWF

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LA CHIESA DI SANT’ANTIOCO DI BISARCIO Gemme del Sud – Numero 21 Giugno Luglio 2021 Ed. Maurizio Conte

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LA CHIESA DI SANT’ANTIOCO DI BISARCIO

 

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Ozieri

 

Domina la piana di Chilivani, nel comune di Ozieri, la chiesa di Sant’Antioco di Bisarcio. Posta su di uno scenografico sperone roccioso di origine vulcanica,

 

la chiesa è un raro esemplare dell’architettura romanica sarda anche 

per grandezza e stato di conservazione, 

 

realizzata con la trachite, tipica pietra locale. Ex Cattedrale della diocesi di Bisarchium/Guisarchum tra l’XI e il XVI secolo, la chiesa è frutto di tre interventi costruttivi distinti.   

 

La data della posa della prima pietra è incerta poiché un incendio avvenuto tra il 1082 e il 1127 danneggiò la chiesa in parte, e tutto l’archivio nel quale era custodita la notizia. La prima costruzione risale alla seconda metà dell’XI secolo, mentre avvenne entro il 1153 la ricostruzione post-incendio, nella quale fu riedificata l’aula a tre navate, l’abside ed il campanile. Infine, una terza fase antecedente il 1174 durante la quale fu aggiunto il bellissimo portico decorato con il fregio della caccia. 

Nota è invece

la consacrazione della Cattedrale di Bisarcio, celebrata sotto l’episcopato 

di Giovanni Thelle l’1 settembre 1164, 

 

giacché se ne conserva memoria in una trascrizione apocrifa di una fonte manoscritta. La conferma proviene dall’individuazione di un’epigrafe graffita in un concio del prospetto absidale presente all’interno della chiesa, in caratteri onciali, che riporta l’anno 1164 ed il nome del vescovo Giovanni Thelle.   

 

La chiesa ha pianta longitudinale a tre navate, con abside semicircolare, affiancata da un campanile. Addossato alla facciata c’è un ampio atrio realizzato su due piani. 

 

La sala che un tempo era adibita alle riunioni del clero con il vescovo, 

situata al secondo piano della facciata, conserva un camino 

che ha la cappa a forma di mitria vescovile, 

un unicum nel suo genere!

 

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LE SALINE DI MARSALA – Gemme del Sud – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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LE SALINE di MARSALA

 

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Marsala

 

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La Riserva della Laguna dello Stagnone di Marsala è un’area naturale protetta che si estende nel tratto di mare compreso tra capo San Teodoro e capo Boeo o Lilibeo, comprendendo le quattro isole di Mozia (San Pantaleo), Isola Grande, Schola e Santa Maria, e le saline costiere San Teodoro, Genna e Ettore Infersa.

Lo “Stagnone” è la laguna più grande della Sicilia, caratterizzata 

da acque molto basse e una temperatura più alta del normale.


Per questo motivo oggi è diventata il paradiso del kitesurfing: l’acqua bassa e completamente priva di onde ha fatto dello Stagnone la meta ideale sia per i principianti, che per i kiters esperti che vengono qui ad allenarsi nel freestyle. 

All’interno della riserva sono presenti le vasche delle saline con i famosi mulini a vento.  

 

Questo luogo unico, fuori dal tempo, si è classificato al primo posto nella classifica Fai “luogo del cuore”, speciale Expo di Milano 2015.

Un paesaggio naturale mozzafiato, per i suoi colori, i suoi profumi, 

i suoi tramonti, le bianche saline con i mulini a vento,


i fenicotteri e gli altri uccelli migratori, lo sguardo sull’arcipelago delle Egadi e la vegetazione sviluppatasi per sopravvivere all’alto grado di salinità dei luoghi, come la Posidonia e la Calendula marina.  

 

In epoca fenicia lo Stagnone era un luogo strategicamente importante per la presenza dell’isola di Mozia, un’influente stazione commerciale fenicia per gli scambi tra Oriente e Occidente, data la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo.

Proprio grazie alla sua posizione, Mozia catturò l’interesse di diversi popoli come Greci e Cartaginesi in lotta per il predominio della Sicilia.


Oggi sull’isola è presente un museo ed è una piacevole meta di turismo. 

 

Altro punto di interesse lo si ha all’imboccatura sud dello Stagnone, dove durante la Seconda guerra mondiale venne costruito per la Regia Aeronautica un importante idroscalo militare, le cui aviorimesse in cemento armato furono progettate dal noto ingegnere Pier Luigi Nervi. Lo Stagnone è stato anche teatro del film “Briciole sul mare” (2016) e della fiction “Il commissario Maltese” (2017). 

 

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COMPENDIO GARIBALDI LA MADDALENA – Gemme del Sud – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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Caprera

 

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Quale miglior modo di distrarsi dal mare che visitare il Compendio Garibaldino, raggiungibile percorrendo la strada comunale da La Maddalena a Caprera? Il nostro eroe acquistò il primo compendio nel 1854 dai fratelli Ferracciolo per 36 lire e il secondo nel 1855, grazie all’eredità del fratello Felice, per 32.250 lire.

Garibaldi, dopo aver ripristinato ad abitazione il preesistente ovile, costruito 

la casa di legno e recintato il terreno, si diede alla realizzazione 

della sua dimora definitiva,


la c.d. Casa Bianca, aiutato da quattro o cinque amici tra il cui il maggiore Basso e il figlio Menotti. Quest’ultimo, ancora ragazzo, collaborò come manovale. Secondo Dumas, il fautore dell’Unità d’Italia si ispirò a una casa vista in Sud America, con il tetto piano dalle orlature alte in modo da facilitare la raccolta delle acque. L’esiguità degli spazi della prima abitazione costrinse Garibaldi a pensare ad un ampliamento, e poichè i tempi stringevano, dovendo ospitare i tre figli Menotti, Teresita e Ricciotti, decise di costruire una casa in legno con del tavolame importato da Nizza (probabilmente fece arrivare l’intera casetta prefabbricata), di facile e rapida costruzione, su di un alto basamento in muratura. La casetta venne ultimata nel 1856, ed i figli vi abitarono durante la loro prima visita, per circa un anno.

Sul lato nord del cortile venne poi eretta una casa di ferro. Sulla base di alcuni documenti rinvenuti presso il Museo del Risorgimento Italiano di Milano, 

si può ipotizzare che si tratti di un manufatto inglese omaggio 

del varesino Felice Orrigoni, compagno d’armi di Garibaldi.


Si tratta di un prefabbricato in legno rivestito esternamente di lamiera ondulata di ferro (oggi di rame) che giunse a Caprera dentro 38 casse. Il fabbricato non venne mai abitato personalmente da Garibaldi, ma destinato a diversi usi: alloggio per gli ospiti, segreteria, officina del “legnaiuolo”, “magazzino delle derrate”. Tra gli ospiti che vi soggiornarono: Basso, Stagneti, Carpeneti, Guerzoni, Fruscianti, Gusmaroli. I lavori per il secondo ampliamento della casa bianca avvennero nel 1880. Occorreva, infatti, una stanza di rappresentanza più ampia e dignitosa per accogliere gli ormai numerosissimi ospiti (Garibaldi, infatti, era all’epoca costretto a trascorre la sue giornate a letto o in carrozzella).

Venne quindi costruito il nuovo salotto nel settore nord-occidentale della casa, modificati i prospetti, e costruito un ponticello che permettesse 

al generale di raggiungere la terrazza.


Quest’ultima stanza venne trasformata da Garibaldi, nell’ultimo periodo della sua vita, nella propria stanza, in modo che, ormai immobilizzato a letto, potesse mirare dalla finestra le coste della Corsica. Alle 18,20 del 2 giugno 1882 (come attestano il calendario e l’orologio rimasti immutati da quel giorno), proprio in quel letto morì. Anziché essere bruciato (o cremato) come era sua volontà, egli venne imbalsamato e sepolto a Caprera vicino alle tombe dei suoi familiari. Enrico Costa, corrispondente da Caprera del giornale “la Sardegna” fornisce un’attenta descrizione del funerale. Più tardi, il 9 giugno, viene pubblicata sulla “cronaca bizantina”, una lettera di Giosuè Carducci, furibondo con i parenti e gli italiani per non aver rispettato le ultime volontà dell’eroe.

 

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