1656. LA PESTE CHE «DESOLÒ» NAPOLI di Tommaso Russo – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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1656. LA PESTE che «DESOLÒ» NAPOLI

 

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Breve nota introduttiva   

 

Il libro di Salvatore De Renzi – “Napoli nell’anno 1656” – è un importante crocevia in cui confluiscono vicende legate a un momento particolare della storia del Mezzogiorno vicereale: la peste del 1656. Il volume contiene le risposte della comunità napoletana aggredita da una destrutturante pandemia nei suoi legami più profondi e nelle dinamiche demografiche.   

 

Nel ricostruirne l’andamento e nel documentare le decisioni prese dalle autorità politiche e religiose, l’autore sembra invitare i lettori di tutti i tempi a tentare un confronto. Per quanto possa sembrare assurdo e inverosimile questo suggerimento del grande patologo napoletano, esso ha dalla sua il fascino della lunga durata con l’obbligo della cautela e della prudenza per non creare un artificioso clima di similitudini, di differenze e tener conto delle novità.

 

Napoli e il Mezzogiorno vicereale

 

La pace di Cateau-Cambresis (1559) tra Francia e Spagna consacrò il dominio di questa in Italia. Los Rejnos: ducato di Milano, Genova, Sicilia, Sardegna, Stato dei Presìdi (Talamone, Orbetello…) e il Mezzogiorno entrarono a far parte del multietnico e sovranazionale impero spagnolo come sentinelle nel Mediterraneo.

 

Al Sud venne affidato anche il compito di fare da polmone finanziario 

nei conflitti in cui era impegnata la Spagna.

 

Ne è prova la decisione, presa nell’ultimo decennio della guerra dei Trent’anni, di raccogliere 8.075.965 ducati per “la difesa et conservatione dell’Istato di Milano”.   

 

In politica interna vennero aggrumandosi nodi ancora oggi oggetto di querelles storiografiche. Si tratta del significato da attribuire alla nascita della Nazione e dello Stato napoletani, al rapporto tra questo e il baronaggio e tra entrambi con la montante borghesia, al peso di Napoli rispetto alle province, al ruolo degli intellettuali, del ceto dei togati, dei forensi e delle gerarchie ecclesiastiche. A tal proposito 

nessuno studioso crede che i decreti applicativi del Concilio di Trento trovassero 

nel Mezzogiorno l’identica accettazione avuta nel Centro-Nord.


Altre cose accaddero. Si pensi solo alle chiese ricettizie. Certo ci furono le folle fanatizzate dal clero contro gli eretici ma si ebbero anche significative manifestazioni di segno diverso. E’ il caso di ricordare il lascito visionario, presso i ceti subalterni, della predicazione di Gioacchino da Fiore o la campanelliana «Città del Sole», cioè “il sogno di una società ordinata su basi comunistico-ascetiche sotto la guida tecnica, religiosa e politica di un sacerdozio iniziatico di sapienti”, come ebbe a scrivere Giorgio Spini.   

 

Profeti solitari, imbonitori, ciurmatori, picari, girarono le contrade meridionali che, in molti casi, si aprirono alla predicazione di movimenti ereticali organizzati come l’Eresia dei Fraticelli che a partire dal XIV sec. si diffuse in Abruzzo, Basilicata e Puglia.   

 

È il caso di ricordare l’insediamento dei calabro-valdesi in Val di Crati e l’esito terribile a cui andarono incontro. Nel 1561 per ordine del Viceré e dell’Arcivescovo di Napoli furono massacrati, squartati, impalati dai soldati del principe Spinelli.   

 

Sorte diversa toccò invece al cenacolo di Juan de Valdés giunto a Napoli nel 1534 e ivi morto nel 1541.Riunì intorno a sé la parte più colta e sensibile della nobiltà napoletana: Galeazzo Caracciolo, emigrato poi nella calvinista Ginevra, Marco Antonio Flaminio, le principesse Isabella Bertagna, Caterina Cybo, Giulia Gonzaga, vera animatrice del salotto, solo per fare dei nomi.

 

Nobiltà, borghesia, plebe urbana insieme respinsero per ben due volte il tentativo 

di introdurre in Napoli la pericolosa Inquisizione sul modello spagnolo.

 

Per le questioni religiose era sufficiente il Tribunale diocesano al cui interno i Domenicani si mostrarono i più spietati, come avvenne per due episodi. Nel 1577 posero fine agli scandali del Monastero di Sant’Arcangelo a Bajano, “abolito per le immoralità che vi si commettevano”. Ai primi del ‘600 soppressero la Congregazione “della carità carnale”, un misto di sensualismo e misticismo, fondata da suor Giulia De Marco e da padre Aniello Arciero.   

 

Tra l’Accademia degli Oziosi e quella di Medinaceli furono gli Investiganti, con Tommaso Cornelio, a battersi per ridimensionare il peso della Scolastica, per sviluppare l’eredità del naturalismo rinascimentale, per difendere la libertas philosophandi.

 

Accanto a questa modernità meridionale occorre aggiungere che il ‘600 europeo 

e italiano fu il secolo delle crisi e delle paure che si manifestarono su piani intrecciati.

Basti ricordare il seguito di violenze di ogni specie che accompagnò il passaggio degli eserciti mercenari impegnati nella guerra dei Trent’anni. Il costo di quell’ennesimo conflitto innescò una profonda crisi sociale, finanziaria, demografica, che si manifestò anche con sollevazioni e rivolte. Se ne ricordano alcune: quella dei contadini e dei mietitori della Catalogna (1640); Masaniello (1647); quella del cosacco Sten’ka Razin contro i boiardi russi (1670).   

 

Diversi furono i piani di proiezione delle paure e differenti le cause. Le guerre viaggiavano allora con le carestie, le pandemie, i saccheggi. La paura in questi casi afferrava i singoli, i villaggi, i paesi, le province in un crescendo di panico collettivo che destabilizzava le comunità colpite. La peste del 1656 fu un evento destrutturante al pari dei “tremuoti” che scuotevano le province meridionali.

   

«Napole scontraffatta dapò la peste»

 

Il libro di De Renzi (1800-1872), costruito con documenti d’epoca, è diviso in tre parti: eziologia del morbo; raccolta delle ordinanze emanate dal Regio Consiglio Collaterale (l’organo politico che governava il Viceregno); quadri di cronache locali. Numerosi sono i temi affrontati: la paura come sentimento diffuso nelle società di antico regime; l’immaginario collettivo, l’ignoranza scientifica sui mezzi per intervenire. De Renzi osserva tutto ciò con l’occhio dello storico della medicina, del patologo laico e deista, dell’indagatore attento al costume sociale e al peso che in esso avevano religione, magia, credenze popolari, superstizione, bisogni elementari di sopravvivenza.

 

«La peste barocca» giunse a Napoli dalla Sardegna nei primi mesi del 1656.


Nell’isola, importante anello di congiunzione militare e commerciale tra Spagna e Napoli, era arrivata con navi provenienti da Valenza dove era giunta da Algeri fin dal 1647 per diffondersi in altre regioni iberiche. Soldati e merci sbarcati a Napoli tra dicembre ’55 e gennaio ’56 furono il veicolo di contagio.

 

Nonostante i sintomi tipici della peste bubbonica, le autorità politiche 

e religiose decisero di non creare allarmismi.

 

Ben presto però si ebbe “gran numero di morte subitanee” nei quartieri popolari e ad alta densità abitativa. Due medici compresero la natura del morbo.  

 

Gerolamo Gatta intuì che si trattava di peste bubbonica,

 

come pure che alle autorità non interessava molto conoscere la verità per non turbare le attività economiche e l’ordine pubblico. Così tacque e se ne tornò al suo paese.

 

Giuseppe Bozzuto “un buon medico di quelli del popolo del Mercato”, 

a chi gli chiedeva della diffusione del morbo ricostruiva la catena del contagio:

“…si muore improvvisamente ma dopo la morte nell’Ospedale dell’Annunziata di una persona venuta di Sardegna” e via esemplificando. A quanti sostenevano la tesi dell’ira di Dio, Bozzuto rispondeva con calma: “…vi vedete la successione, la vicinanza, il contatto?” Il suo comportamento non piacque per cui fu tradotto nelle carceri della Vicaria. A fronte dell’evidenza, però, venne liberato dopo qualche mese. Riprese il suo apostolato tra le plebi urbane e morì di peste. Oltre 40 furono i medici che persero la vita.   

L’invito a ragionare non ebbe proseliti. 

 

La tacita intesa tra Viceré e Chiesa fece del castigo divino 

un potente atto di accusa politica al popolo.

 

La colpa divenne “aver osato commettere l’imperdonabile delitto di rivoltarsi contro il Re cattolico”, nel luglio del 1647, quando Masaniello guidò l’assalto al gabbiotto delle tasse al grido di “leva la gabella”, diffondendo la rivolta nel Mezzogiorno. Dunque, pur a distanza di anni, Dio non aveva dimenticato e la sua punizione arrivò inesorabile. Era questo il messaggio che doveva depositarsi nell’immaginario dei ceti subalterni: alle rivolte sociali non poteva far seguito che una pena divina.

 

L’insistenza sul divino comportò l’intensificarsi di penitenze, messe, processioni 

che “allargano vieppiù il contagio sull’affollata moltitudine”.

 

Si scatenò, altresì, fra i vari ordini religiosi (per es. Teatini contro Gesuiti) una competizione su chi avesse maggior potere di intercessione presso Dio per placare la sua ira, far scomparire il morbo, per presentarsi agli occhi dei fedeli come interlocutore forte e affidabile.

 

Al divino si affiancò la tesi complottista:

 

“Nel qual tempo insorse una voce che alcune persone andavano seminando e spargendo polveri velenose”. In piazza Mercato una vecchia che cercava l’elemosina divenne il capro espiatorio di “dette polvere” e venne uccisa “in detto loco”.   

 

Saracche e baccalà individuate come veicolo di trasmissione furono gettate in mare. Cani e gatti vennero sterminati. Spostati in conventi fuori Napoli si salvarono solo i porcellini di Sant’Antonio.

 

Tra maggio e agosto la peste toccò vette altissime. Solo allora 

il Collaterale ordinò drastiche misure di isolamento:


i contagiati nei quartieri popolari venivano chiusi in casa se non si riusciva a portarli in ospedale. Trasportati su sedie o su carri i cadaveri, raccolti dalle strade, mischiati con gli agonizzanti venivano gettati in fosse comuni e ricoperti di calce viva. Fu Micco Spadaro, più di altri pittori coevi, a restituire quelle scene di orrore urbano nel famoso dipinto: “Piazza Mercatello a Napoli durante la peste del 1656”.   

 

Furono vietati gli spostamenti da Napoli verso tutte le province e gli altri Stati e viceversa. 

 

Potevano circolare solo i pochi forniti di “bolletta della salute”.

 

Il ritardo nel predisporre misure di contenimento è da ascriversi alla paura, al panico in cui caddero le autorità di fronte alla virulenza del morbo. Ci sono anche altre ragioni che spiegano il loro indugio: la necessità di non turbare i traffici per mare e per terra tra Napoli le sue province e gli altri porti del Mediterraneo; la subalternità culturale all’Arcidiocesi che subito si impossessò politicamente della pandemia per farne un cavallo di battaglia del suo piano di disciplinamento sociale e religioso.

 

È il caso di ricordare alcune ordinanze che danno il termometro di quei mesi. 

Il Collaterale ordinò l’impiego di molti rimedi

 

di cui se ne offre un campionario parziale: profumare le case “con fumo di rosmarino, bacche di lauro, di ginepro, incenso e simili”, usare “acqua teriacale”, e “pillole di Rufo contro la peste”; preparare una “mistura di fichi secchi, ruta, noce e sale”, e un intruglio di “aceto (…) con solfo, ruta aglio garofali zafferano e noci, l’uso del quale è bagnarci una fetta di pane”. A tutto ciò venne affidato un compito curativo e preventivo che però dimostra solo quanto fosse lungo il passaggio dall’alchimia alla chimica, dalla magia alla medicina.

 

Si decise della quarantena con ordinanza del 12 giugno 1656, mentre 

la libera circolazione fu autorizzata il 25 febbraio 1657.

L’11 ottobre 1657 venne ordinato “concedersi alle dette Università [così allora si chiamavano i Comuni], che hanno patito il contagio sospensione, per insino ad altro ordine, di quanto per esse si dee così alla Regia Corte, come a’ Consegnatarii”. In altri termini veniva 

 

sospesa la fiscalità

 

dalle province alla capitale.   

 

L’anno successivo il 19 giugno, per il forte aumento dei prezzi, 

 

si vietò la vendita di “dette mentovate robbe a maggior prezzo di quello 

che si vendevano prima del passato contagio”

 

con multe fino a 1000 ducati “et altre pene corporali”. A settembre vennero

 

bloccati i salari

 

di “Potatori, Vendemmiatori Zappatori” a prima del contagio. Pena: tre anni di carcere agli uomini e “frusta alle femine”. Sono, come si vede, provvedimenti antinflazione.   

 

La peste andò scemando a Napoli verso dicembre, focolai restavano in Abruzzo Citra, Basilicata, Capitanata, Calabria Ultra, Terra di Lavoro. Alla paura si sommarono incertezze sociali ed economiche. Nelle province si ebbe una recrudescenza del banditismo sociale e dei rapimenti a scopo di riscatto.

 

La riapertura totale dei traffici e commerci avrebbe dovuto rimettere 

in piedi il precedente circuito. Non fu così.

 

Lo  documenta  De  Renzi  che  fra  i  tanti  indicatori  scelti  per  calcolare  il  numero  dei morti a Napoli utilizza quello delle scorte alimentari:  grano,  vino,  olio,  farina, pane, carne salata e fresca. Il consumo urbano  egli dice  “si ridusse  a  proporzioni  infinitesime di quel che era avanti la peste”.  Vale a dire una caduta dei consumi quasi verticale a causa del tracollo demografico. 

 

A Napoli morirono tra 200 e 250mila persone.

 

Considerando un’arcata temporale tra il 1648 e il 1669 la popolazione delle province passò da circa 2.501.015 a 1.973.605 abitanti circa.   Si può infine dire che l’impatto del “pestifero morbo” nella stratigrafia della memoria collettiva fu duraturo e profondo.

 

 

 

 

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GENNARO SERRA DI CASSANO MARTIRE E PATRIOTA di Fernando Popoli – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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GENNARO SERRA DI CASSANO MARTIRE E PATRIOTA

 

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figlio del duca Luigi e di Giulia Carafa di Roccella, di nobilissima origine, che ai privilegi, ai lussi ed alla vita comoda della nobiltà preferì la lotta per l’affermazione dei principi democratici e dell’eguaglianza dei popoli, pagando con il sangue la sua scelta.

 

Studiò insieme al fratello Giuseppe in Francia, nel collegio di Sorèze, 

durante gli avvenimenti rivoluzionari e ne acquisì lo spirito repubblicano 

condividendo il motto “Liberté, Égalité, Fraternité”, che influenzò 

tutta la sua breve vita sino alla morte.

 

Aderì sul nascere alla “Società Patriottica” insieme ai primi giacobini napoletani, alcuni di origine massonica: Eleonora Fonseca Pimentel, insigne letterata e giornalista, la nobile Luisa Sanfelice, il duca Ettore Carafa, l’avvocato Nicola Fasulo, l’imprenditore della seta Domenico Piatti, l’ufficiale di Marina Giambattista de Simone, il dottor Pasquale Baffi e Filippo de Marini, marchese di Genzano. All’inizio la loro attività libertaria fu quasi tollerata dalla regina Maria Carolina, moglie del re Borbone Ferdinando IV, che vedeva nel loro agire la meta di una monarchia costituzionale, ma poi, in seguito agli avvenimenti di Francia, la sovrana mutò radicalmente il suo atteggiamento, scatenando una feroce e viscerale repressione.

 

A Parigi regnava il terrore e iniziò a lavorare alacremente la ghigliottina. 

Il 21 gennaio fu mozzata la testa del re Luigi XVI 

 

davanti ad una folla festante. Il boia Charles Henry Sanson vendette poi all’asta il suo copricapo, ciocche di capelli e frammenti del cappotto. La folla ne godette. Il 16 ottobre toccò a Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina, prematuramente invecchiata dalla paura, con il viso pieno di rughe e i capelli imbiancati. Il suo carnefice, Henry Sanson junior, mostrò la testa mozzata in segno di trionfo, col sangue che gocciolava sul tavolato della forca. La folla fu entusiasta.

La morte violenta della sorella terrorizzò Maria Carolina che vedeva nemici dappertutto, non dormiva più nello stesso letto 

e faceva assaggiare il cibo ai servitori.

 

Scrisse su una stampa dell’esecuzione pervenuta da Parigi: “Perseguirò la mia vendetta sino alla morte”. Perquisizioni, pedinamenti, retate. I servizi segreti lavoravano quotidianamente e riferivano ai sovrani di cene patriottiche, di cospirazioni misteriose, di piani eversivi tra i cosiddetti “idealisti”, che si battevano in nome della “filosofia” e della “virtù”. La reazione dei Borboni diventò atroce, selvaggia, spietata. Il 18 ottobre del 1794, a mo’ di esempio, salirono sul patibolo al Largo Castello tre ragazzi meridionali: Emmanuele de Deo, Vincenzo Galiani e Vincenzo Vitaliani, primi martiri innocenti della libertà.

 

La frattura tra il re, la regina e i libertari napoletani si allargò a dismisura 

e i giacobini Francesco e Gennaro Serra di Cassano, sentitisi in pericolo, 

agivano in segreto, preparando l’arrivo dei francesi.

 

I genitori, il duca Luigi e sua moglie Giulia Carafa di Roccella, condividevano le loro scelte, ma temevano per la sorte dei figli. Giuseppe Serra di Cassano venne arrestato e condotto in carcere, con lui anche Eleonora Fonseca Pimentel. Gennaro si salvò miracolosamente. 

 

Intanto i fatti precipitarono, Il generale francese Jean Étienne Championnet avanzava con le sue truppe verso la capitale, al suo seguito molti giacobini, Ettore Carafa, Carlo Lauberg, Vincenzo Russo e altri che erano esuli. L’ammiraglio Orazio Nelson era alla rada con la sua flotta. L’esercito borbonico marciò verso Roma. All’inizio sembrò una guerra facile, poi scattò la controffensiva dei francesi e Championnet li travolse sbaragliandoli. Il re, attraverso percorsi segreti, lasciò la Reggia, s’imbarcò sulla nave ammiraglia di Nelson e puntò su Palermo.   

 

Nel Regno, due delegati cercarono di controllare la piazza inutilmente. Da un lato i Lazzari che erano filo monarchici, dall’altro i giacobini che lavoravano per favorire la vittoria dei francesi. L’anarchia era al massimo, 

 

i Lazzari presero il sopravvento, ma si sentirono traditi dalla fuga del Re. 

Bruciarono le forche fatte issare dal Borbone e liberarono i prigionieri. 

Giuseppe Serra di Cassano ed Eleonora Pimentel tornarono liberi.

I Lazzari non parteggiavano per i francesi che si preparavano a combattere, ma non obbedivano ai delegati del re. Gennaro lavorava assiduamente con tutti gli altri giacobini per la battaglia decisiva, l’armata di Championnet era vicina. Si impadronirono di Forte Sant’Elmo; un gruppo di donne vestite da uomo, capeggiate da donna Eleonora Pimentel, si unirono a loro e nel cortile del Forte fu piantato l’Albero della Libertà e proclamata la Repubblica Napoletana.   

 

Championnet invase Napoli, sbaragliando i Lazzari che finirono per unirsi a lui. Fu insediato il primo governo provvisorio e Giuseppe Serra di Cassano fu tra i rappresentanti comunali, al posto del padre. Furono nominati vari ministri tra i giacobini, ma l’ultima parola spettava ai francesi.

 

Gennaro Serra di Cassano ebbe il grado di comandante in seconda 

della Guardia nazionale, con il compito di organizzare la cavalleria.

 

Per ordine del Direttorio di Parigi iniziarono le riscossioni dei tributi, le confische, nuove e vecchie gabelle, il passaggio alla Francia di tutti i beni della Corona, le banche, la Zecca, i possedimenti nelle provincie. Il popolo era scontento, i Lazzari ripresero l’offensiva lanciando pietre e vasi dai balconi, Championnet fu sostituito e al suo posto arrivò il cinico generale McDonald che mise in vendita anche gli arredi reali.

 

Intanto, con la benedizione del Papa, il cardinale Ruffo avanzava

per riconquistare il Regno con l’esercito della Santa Sede,

uccidendo, saccheggiando, stuprando, violentando, lasciando dietro di sé una scia di terrore, di sangue, di morte, di cadaveri. Un’incredibile ecatombe. Nel Regno, i governanti rivoluzionari vararono leggi giuste. Abolirono la gabella sulla farina, avviarono la stesura di una nuova Costituzione, si organizzarono per resistere all’avanzata del cardinale Ruffo. La Pimentel pubblicava il Monitore dando informazioni democratiche ai cittadini.

 

Giulia Carafa di Roccella, la madre di Gennaro, e sua sorella Maria Antonia, 

duchessa di Popoli, considerate le donne più belle di Napoli, delicate e colte, trasportavano intrepide sul molo pietre e calce per rafforzarne la difesa 

e proteggere la fragile conquista democratica, 

fianco a fianco con il popolo,

 

gomito a gomito con gli uomini, instancabili, indomite, combattive. Bussarono alle case dei ricchi per chiedere offerte per la difesa, vestiti e viveri per i più bisognosi, solidarietà per i poveri. Aiuti, donazioni, sostegni. Tutto serviva per la causa. Furono chiamate “madri della Patria” per la loro azione nobile, generosa, altruista, solidale, spinta da un ideale repubblicano che permeava il loro animo femminile. 

La regina Maria Carolina manifestò il suo sdegno per le due nobildonne che tra l’altro, scandaloso per lei, non portavano più il busto e la parrucca, ma sostenevano la rivolta.   

 

McDonald, incapace di fronteggiare Ruffo, si trasferì presso Caserta e da lì a poco si avviò verso il nord, lasciando campo libero. Il re Ferdinando ordinò a Ruffo di fare molti casicavalli, di impiccare molti nemici come i caciocavalli che vengono appesi col cappio sino alla maturazione. Il forte di Vigliena fu uno degli ultimi baluardi contro i sanfedisti. Erano duecento, comandati da Antonio Toscano, contro i mille nemici. Alzarono una bandiera con su la scritta “Vincere, vendicare, morire” e, di lì a poco, chiusi nel magazzino delle munizioni, saltarono in aria disintegrati in un botto infernale insieme a molti dei loro nemici. 

A Napoli, Gennaro Serra di Cassano difendeva con la sua colonna Capodimonte, il capitano Campana, Ponticelli. Il generale francese Basset, Foria. Furono ben presto travolti e si rifugiarono nel Maschio Angioino e in Castel dell’Ovo, in un ultimo tentativo di sottrarsi alla furia devastatrice sanfedista.

 

Nelle strade si susseguirono scene di ferocia, di violenza, di terrore. Massacri, saccheggi, incendi, stupri, scene di follia inusitata. La gente fuggiva 

inorridita, terrorizzata, sgomenta. Si era creato l’inferno.

Si scatenò una caccia all’uomo, al democratico, all’oppositore. Giulia e Maria Antonia Carafa di Roccella furono spogliate, denudate, si dice violentate. Coperte da un lenzuolo, con le carni nude, sottoposte al pubblico ludibrio, offese, vilipese, derise. Trattate come bestie, sputate in faccia. Gli Alberi della Libertà furono abbattuti e trasformati in latrine puzzolenti. I giacobini venivano trucidati sommariamente, senza alcun processo, senza possibilità di difesa. I sanfedisti si sedevano sui loro cadaveri sbudellati, sui loro corpi martoriati, con le viscere di fuori, per mangiare, bere, gozzovigliare. Alcuni abbrustolirono le loro carni e le trangugiarono avidi in un macabro banchetto. 

Altri prigionieri furono portati al Ponte della Maddalena e donne monarchiche imbestialite sputavano loro addosso, lanciavano scorze di cibo, li deridevano. In breve, anche le ultime sacche di resistenti furono spezzate via e il cardinale Ruffo prese pieno possesso di Napoli e di tutto il Regno. La Repubblica Napoletana era sconfitta. 

Memore di essere uomo di chiesa, il cardinale trattò con i capi repubblicani superstiti asserragliati nel castello e raggiunse con loro il “patto di capitolazione”. 

 

I giacobini ebbero l’onore delle armi e la possibilità di andare in esilio. 

Al suono cadenzato dei tamburi dei soldati vincitori, vinti ma a testa alta, 

lasciarono il Forte per prendere posto sulle navi in partenza per Tolone.

 

Il 24 giugno del 1799 arrivò a comando della sua poderosa flotta l’ammiraglio Orazio Nelson e affermò che il “patto” era carta straccia; il re delle Due Sicilie, il Borbone, non avrebbe mai trattato con i ribelli che non meritavano indulgenza, e così fu. 

Vecchie navi da trasporto funsero da prigione. I prigionieri furono legati ai ferri, esposti al sole, con poca acqua e con poco cibo disgustoso, dormivano su un giaciglio di sabbia ed evacuavano a turno su pochi buglioli schifosi e maleodoranti. La loro vita si era trasformata in un inferno. 

Le ultime sacche di resistenza furono travolte. Un pescivendolo, si dice, tagliò, come se fossero pesci da pulire, molte teste di giacobini superstiti e i sanfedisti le fecero rotolare lungo la strada, giocandoci come se fossero palloni.

 

Gennaro Serra di Cassano si rifiutò di chiedere clemenza al cardinale Ruffo, 

per orgoglio e per diffidenza. Secondo la leggenda, travestito da marinaio, 

tentò di riparare nel suo palazzo al Monte di Dio, 

ma fu visto da un libraio che lo tradì.

Condotto nelle carceri comuni, da dove forse non si era mai mosso, aspettò con dignità che si compisse il suo destino di uomo libero. La Giunta di Stato, implacabile, emise la sentenza di condanna alla ghigliottina. Sarebbe stato giustiziato insieme ad altri sette cospiratori.   

 

Il 20 agosto del 1799, la Piazza Mercato, palcoscenico storico delle esecuzioni, fu invasa da una folla di tutti i ceti sociali, assettata di sangue e di violenza. Sadicamente eccitata per lo spettacolo che si stava per rappresentare, si agitava come un branco di lupi famelici, vogliosa di scene raccapriccianti, di morte, di terrore. Intorno, imponenti misure di sicurezza, soldati armati, cannoni puntati, armigeri pronti. Gennaro aprì la macabra danza della morte. Aveva chiesto di avere l’oppio per placare l’angoscia dell’attesa, ma gli fu negato. Per il suo titolo doveva essere accompagnato da servitori, ma gli fu proibito. Doveva avere un palco addobbato di drappi neri, ma non gli fu concesso.

 

Salito sul patibolo, guardò davanti a sé quel mare di facce in attesa, 

quella moltitudine di uomini e donne compiacenti, quegli sguardi sadici, 

e disse al frate che gli era accanto: “Ho sempre lottato per il loro bene 

e ora li vedo festeggiare per la mia morte”.

 

Offrì la sua testa al boia e la lama gliela recise di netto, un colpo solo e rotolò in terra. Aveva ventisei anni, era giovane, ricco, nobile di animo e di censo. Morì per perseguire i suoi ideali sotto gli occhi festanti del suo popolo, ingrato e inconsapevole.   

 

Seguirono le altre esecuzioni: Domenico Piatti, Vincenzo Lupo, Nicola Pacifico, Michele Natale, Antonio Piatti e, ultima, la passionaria della rivoluzione, Eleonora Fonseca Pimentel. A lei le guardie strapparono le mutande in segno di disprezzo. Lei disse in latino: “Un giorno sarà utile ricordare tutto questo”. 

Il suo corpo penzoloni, con il cappio al collo, oscillò sul patibolo spinto dal vento. La folla soddisfatta se ne compiacque: la signora aveva smesso di fare l’eroina.

 

Il duca Luigi Serra di Cassano, addolorato, chiuse il portone del suo palazzo 

di fronte alla Reggia e per due secoli questo ingresso 

è rimasto sbarrato in segno di lutto e di protesta.

 

Maria Antonia Carafa si suicidò dopo qualche anno gettandosi in un pozzo. Giulia Carafa visse a lungo tormentandosi nei ricordi e finì per impazzire. La morte di Gennaro Serra di Cassano non fu inutile, il suo sacrificio resterà per sempre a testimonianza di una vita “illuminata”.

 

 

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PER SCOPELLITI GRANDE MAGISTRATO DEL SUD di Francesco Antonio Genovese – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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per scopelliti grande magistrato del sud

 

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In fondo, il libro di Clara Mazzanti [Venga con noi. Dagli attentati del ’69 a Piazza Fontana, con prefazione di Paolo Morando (pp. 9-11), Ed. Colibrì, Milano, 2019, pp. 317, con il pregio di possedere – oltre ad un interessante corredo fotografico – anche un indice analitico, alle pp. 311-313], partito con un durissimo (ma non del tutto ingiustificato) attacco agli apparati investigativi milanesi [assai severa la stroncatura anche di Luigi Calabresi, alle pp. 28-30, 219-220 e passim; del tutto irrecuperabile il giudizio su Antonio Amati (1912), il giudice istruttore del processo agli anarchici nel quale rimase coinvolta, come imputata dei reati di concorso in alcuni attentati con uso di esplosivi, registrati nella prima parte del 1969, anche la Mazzanti: si vedano, in particolare, le pp. 149-151, ma anche passim],

 

costruisce un vero e proprio monumento celebrativo di un altro 

magistrato, addirittura (incredibile auditu) di un pubblico ministero: 

AntoninoScopelliti (19351991), destinato a entrare nel Pantheon

della Magistratura italiana per il suo tragico omicidio ad opera 

delle mafie più potenti di questo Paese.


Il PM di quel processo, nella fase istruttoria, era stato invero Roberto Petrosino (1924), il quale aveva chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, ma non per questo è su di lui che s’appuntano gli strali dell’A. (quasi come se l’A. desse per scontato che il PM inquirente possa avanzare ogni sorta di richiesta), quanto sul Giudice della fase istruttoria (che, invece, avrebbe avuto l’obbligo di approfondire e di verificare ogni sorta di elemento senza procedere  oltre, sic et simpliciter, sulla base di idee già confezionate, in massima parte dagli investigatori), dopo un’analisi attenta anche degli atti processuali (ben 12 faldoni ora consultabili liberamente: v. p. 284), rivisitati e consultati dalla vittima di quelle indagini in sede archivistica, con il rovello e il dolore di chi ha trascorso circa un anno e mezzo in detenzione preventiva, durissima, nel carcere di San Vittore (sulle cui sofferenze, espedienti di vita e umanità il libro costituisce un resoconto non comune e che varrebbe la pena di leggere anche se solo per questa ragione). 

 

Ma è il PM della fase dibattimentale che emerge imponente, non certo per una sorta di trombonesca apparizione, di fronte alla Corte d’assise di Milano, presieduta da Paolo Curatolo (1914) e composta dal giudice a latere, Roberto Danzi (1929) oltre che dai giudici popolari; e si tratta di Antonino Scopelliti,

 

«Me lo ero immaginato di aspetto truce. Pronto a darci guerra, a distruggerci, 

a coprirci di fango. Invece, quando alzò gli occhi dalle sue carte e guardò dritto 

verso di me, vidi un volto dall’espressione straordinariamente umana e mite, 

che fece con la testa un impercettibile movimento, quasi un saluto» (p. 180).

 

Scopelliti ha di fronte un gruppo di avvocati di grande levatura, alcuni dei quali – se già non lo sono – diventeranno presto assai celebri: Giuliano Spazzali (per Pulsinelli), Sandro Canestrini e Vittorio D’Aiello (per Giangiacomo Feltrinelli e Sibilla Melega), Francesco Piscopo, Luca Boneschi e Alberto Malagugini (per Braschi): l’ultimo di lì a poco eletto giudice costituzionale, nel 1977. Ma Egli, il nostro PM, è del tutto a suo agio di fronte a quelle eccellenze forensi e, finanche, non pregiudizialmente contrario alle richieste che quelli avanzeranno, ma anzi appare disposto all’esame ragionato di quelle istanze. 

 

All’imputata, il PM di udienza appare avvinto da «una irriducibile ed evidente volontà di ricercare il vero» (p. 197), perciò non ostile alla verificazione dibattimentale dell’ipotesi accusatoria, alla cui formulazione – come si è detto – Egli, in verità, non aveva neppure partecipato (essendo di altri l’ipotesi di accusa formulata contro quegli arrestati).

 

Di più. In Lui emergeva una caratteristica davvero insolita: «non urlava. Mai. 

Calmo e gentile, dava l’impressione di essere alla ricerca dei fatti che potessero 

non accusare, ma scagionare l’imputato, come e più di un difensore» (p. 197).

Non usava artifici o stereotipi, come le compagne di detenzione avevano detto all’A. a proposito dei PM incontrati sul loro cammino sventurato; magistrati che avevano usato anche «cattiveria… ferocia… sarcasmo … in presenza di figli e genitori, di parenti e conoscenti. A Scopelliti non piaceva giocare con il fango. Era di un rango moralmente superiore, lui» (p. 197). 

 

Si tratta di parole importanti, meditate, uscite come un distillato da tutto il (sicuramente doloroso) riesame (scavato nei ricordi, certo; ma anche nelle carte processuali) di quel processo che Altri (Paolo Morando, Prima di Piazza Fontana. La prova generale, Laterza, Bari-Roma, 2019, pp. 368: un vero e proprio tomo scritto sulle carte, puntuale e implacabile nel racconto), con metodo storico, ha ricostruito (e smontato nella sua impostazione panaccusatoria) con risultati apprezzati dalla critica storiografica.

 

Il processo, in estrema sintesi, ruoterà attorno alla credibilità di una testimone chiave, colei che era stata ospitata per un bel periodo di tempo dalla narrante

 

(allora giovanissima: era nata nel 1947) e dal suo convivente, ma che poi si era rivelata come l’accusatrice, la vera “carta vincente” della pubblica accusa (aveva asserito di aver visto la Mazzanti e il suo compagno di vita, ossia coloro che l’avevano generosamente ospitata, preparare in casa un ordigno servendosi di un tubo metallico; ma l’istruttoria dibattimentale accerterà che in nessuno degli attentati posti sotto il focus dell’investigazione c’erano stati frammenti di metallo).

 

Peccato, che nel corso del dibattimento, dopo un primo round in cui l’accusatrice (un’insegnante, innamorata – senza essere corrisposta – di uno degli accusati, dotata di una apprezzabile parlantina e capace anche di una certa favorevole impressione sul pubblico degli ascoltatori) era sembrata un solido pilastro della pubblica accusa (cfr. p. 207; lo scriverà allora anche il cronista giudiziario de La Nazione di Firenze, quello più apprezzato dalla stessa A.: nientemeno che Enzo Tortora, prima del successo televisivo e della tragedia che di lì a qualche anno l’avrebbe travolto) 

  

ma ben presto si rivelerà una testimone del tutto screditata. La difesa degli imputati, infatti raccoglierà le prove della sua non nuova e né inedita capacità di condurre 

una campagna denigratoria, portata avanti in diversi momenti della sua vita,

 

nel corso della quale aveva diffuso anonimi calunniosi contro una pluralità di destinatari (un prete, i ragazzi di un oratorio, un collega insegnante) e sempre con la fissa dei rapporti sessuali anomali (si era nel 1969!). La teste aveva ricevuto, proprio per questo, alcune denunce per calunnia da parte dei carabinieri, ma nessuno degli inquirenti aveva considerato questo fatto né vi aveva fatto cenno nel corso delle indagini ai (ignari, è da credere) PPMM. Così il processo non tardò molto a registrare alcuni round negativi per la teste, come osservò il sempre attentissimo cronista giudiziario Tortora che, al momento della scarcerazione della Mazzanti, vorrà persino festeggiarla in pizzeria (e così resocontare i suoi lettori di tutto l’accaduto: nel processo e fuori, alla sua conclusione), avendo maturato l’identica conclusione della Corte giudicante.

 

L’imputata (su conforme richiesta del PM) venne, infatti, assolta nel maggio 1971; 

ma solo con la formula dubitativa e, per Lei, fu necessario l’appello per ottenere, 

dopo ancora qualche patimento, la formula piena assolutoria. Ma ciò nonostante, 

la stima per quel PM di udienza non s’incrinò. Anzi.

 

Lo seguirà in TV, qualche anno dopo, nel 1978, in una puntata della fortunata trasmissione di Maurizio Costanzo Bontà Loro (peraltro ancora reperibile on-line con una ricerca mirata), nel corso della quale ascolterà il suo PM in una memorabile lezione sulla figura del magistrato e sulle sue qualità, tratteggiate come in un decalogo che meriterebbe di avere un’illustrazione separata (qui basti solo richiamare, per punti, ciò che l’A. ha riportato delle dichiarazioni dell’illustre magistrato: l’essere disposto ad accettare, nel suo lavoro, anche l’impopolarità; la centralità del compimento del proprio dovere; l’aver coscienza di tale dovere come traguardo massimo della professione; la capacità di cambiare la strada percorsa, ove ci si avveda che essa non è affatto quella giusta; 

 

l’avere umiltà, come dote fondamentale nella professione; l’avere – e non rifiutare – 

un rapporto umano con l’imputato; il vivere senza cercare altre soddisfazioni;

 

la “politicità” del proprio mestiere intesa come consapevolezza del suo esercizio nel tempo proprio; la centralità del dibattimento nel processo, proprio come era accaduto nel processo agli anarchici milanesi: cfr. le pp. 163-4). E Scopelliti risponderà proprio ad una domanda di Costanzo, a proposito del processo agli anarchici, spiegando che il dibattimento aveva fatto emergere fatti che non erano stati raccolti in fase istruttoria (o non potevano esserlo: ma questa era una difesa d’ufficio dei suoi colleghi che forse non lo meritavano) e che gli episodi erano diversi tra loro (e questo era vero, come è stato dimostrato dal lavoro di Paolo Morando, che ho citato sopra). 

 

In verità, l’approdo alle conclusioni assolutorie (ma non verso tutti, perché taluni degli imputati – e cioè tre di loro – vennero condannati in primo grado come responsabili di alcuni degli episodi, tra i tanti loro ascritti: p. 250) trovò, con il tempo, un’ampia conferma. Ad esempio, già agli atti dell’istruttoria di Treviso, condotta da Giancarlo Stiz fin dal gennaio 1971 (cfr. Gianni Barbacetto, Piazza Fontana. Il primo atto dell’ultima guerra italiana, Garzanti, Milano 2019, p. 28 e ss.), era emersa, nell’agosto 1971 – dall’interrogatorio di Ruggero Pan, studente padovano vicino al gruppo di Franco Giorgio Freda –, la responsabilità di quest’ultimo, personalmente, nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’attentato alla Fiera di Milano, il 25 aprile 1969, per il quale erano stati condannati invece i tre anarchici anzidetti (Barbacetto, cit., p. 28), dalla Corte d’assise.

 

L’A. rimarrà, perciò, profondamente scossa e commossa il 9 agosto 1991, 

come lo siamo stati tutti noi, e come lo è stata l’Italia intera, alla notizia 

del vile agguato che venne teso al Grande Magistrato su quella strada

 

percorsa chissà quante volte, la provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro, il paese del profondo Sud dove Egli era nato. 

 

Un’anarchica, insomma, si era riconciliata con lo Stato, grazie a Lui e ne darà ampio e motivato attestato, anche a tutti noi, che non dovremo dimenticarlo mai, per il sacrificio di sangue a cui è andato incontro per difendere la sua purezza d’investigatore e di parte imparziale (come pochi) del processo penale italiano contemporaneo.

 

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UN PAESE LA SCUOLA LA MERICA di Tommaso Russo – Numero 18 – Settembre – Ottobre 2020

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Da questo ricco giacimento sono emerse fra le tante testimonianze della vita scolastica del tempo anche le tracce di alcuni temi, dettati, problemi.

Nell’anno scolastico 1897-98 nella scuola elementare di Filiano


che allora era una frazione del Comune di Avigliano, a fine anno vennero proposte queste due tracce di temi:  

 

Testo: Che cosa avvenne a Paoluccio che andò a rubare ciliegie. 

Racconto (Svolgimento). Paoluccio fanciullo di anni nove che frequentava la terza classe elementare, era buono, obbidiente, ed un giorno andò a rubare ciliegie, mentre stava per salire sopra l’albero cadde e si fratturò la testa che dovette guardar [rimanere]parecchi giorni il letto. Il fanciullo da quel giorno poi si castigò da quel brutto vizio. Donato Bochicchio.

 

Testo: Scrivete una letterina a un fratello soldato dandogli notizie della famiglia, dello stato della campagna e della raccolta del frumento. 

 

Racconto (Svolgimento). Caro fratello ti voglio far conoscere che il babbo, la mamma, la sorella, il fratello ti aspettiamo noi tutti stiamo bene in salute. Lo stato della campagna è che tutte le frutte e di più il grano turco che vuole la pioggia e i contadini fanno la processione. Il grano è molto squisito per fare il pane. Ti bacio il tuo fratello Nicola Carriero.

 

 Ciò che viene fuori è il mondo delle campagne con i suoi piccoli e grandi drammi cioè il servizio militare, la lontananza, gli affetti familiari; ma anche il tentativo 

di avere una lingua comune, l’insegnante che fa usare al bambino 

il termine italiano babbo al posto del più popolare tata

 

Poi c’è il dolore collettivo vale a dire la siccità. Contro di essa i contadini potevano implorare solo l’intervento della Madonna e lo facevano con una processione tutta particolare cioè a dire quella delle vergini. Dietro la statua si disponevano in fila per due le preadolescenti e le ragazze non ancora sposate tutte rigorosamente vestite in abito bianco simbolo della loro purezza e tutti salmodiando e pregando, al suono della banda dell’Ospizio, si dirigevano al santuario della Madonna del Carmine sperando nel miracolo. 

 

In occasione degli esami di proscioglimento della classe terza elementare maschile nella scuola di Avigliano centro, nell’anno scolastico 1899-1900,


vennero date queste prove di cui però non si è trovato lo svolgimento. 

 

Tema: Lettera al fratello in Napoli per chiedere notizie di sua salute e per mandargli denaro e biancheria. 

 

Dettato: il nido della rondine pare una barchetta per metà incastrata nel muro, e composta al di fuori di creta, presa lungo i rigagnoli, impastata con pagliuzze, vimini ed altro. Questo prezioso animaluccio ama le abitazioni degli uomini e ci libera da una infinità di insetti. Crudeli si addimostrarono quei fanciulli che senza pietà ne rovinarono i nidi. 

 

Problema: Una donna comprò un pezzo di tela di m. 58,9 che pagò L. 0.97 al metro. Con quella tela confezionò 38 camicie. Quanto costa ogni camicia ?  

 

Nella terza elementare femminile, sempre ad Avigliano centro, 

e nel medesimo anno scolastico, vennero date le seguenti prove 

all’esame di proscioglimento. 

Tema: Tuo fratello è soldato; da più settimane non scrive alla famiglia. Il babbo, la mamma sono in pensiero. Lettera di dolce rimprovero procurando a dar subito notizie. 

 

Dettato: Siamo in luglio, si dovrebbe mietere, ma la stagione fredda ha ritardato quest’anno il raccolto del frumento. Guardo nei campi ed osservo un immenso mare di spighe ondeggiare tutte al vento. Esse ci promettono pane per tutto l’anno. Tutto ciò è dono di Dio. Oh grande bontà! Che hai a fare tu per lui ? Ringrazialo e benedicilo e sii buono con lui. 

 

Problema: In una famiglia il padre guadagna annualmente 1000 lire e il primo figlio 260, il secondo 145,20. Quanto guadagnano in tutto ? Quanto possono spendere al giorno ? 

 

Anche in questi compiti ci sono argomenti realistici e comuni

 

come la religiosità, l’incerto andamento dei raccolti stagionali, la partenza per il servizio militare la cui ferma triennale sconvolgeva le famiglie, la permanenza dei giovani a Napoli per perfezionarsi nel mestiere scelto. Il problema dà subito il senso del salario di una famiglia di lavoratori 1405 lire e 20 centesimi l’anno pari a circa tre lire e ottantasei centesimi al giorno. Non è però chiaro quale fosse il costo della vita in paese nell’ultimo decennio dell’800. Nei dettati spesso si nascondevano molta retorica, un po’ di estro poetico degli insegnanti e qualche pia maestra. Se leggiamo con i nostri occhi il dettato sul nido della rondine si possono fare interessanti scoperte. Pe esempio l’attenzione alla natura, agli uccelli e alla necessità di proteggerli nasce dal considerarli agenti di una importante catena biologica. E inoltre quella rondine pone un importante interrogativo. Sappiamo ancora oggi che gli architetti, gli ingegneri i geometri posseggono un sapere scientifico che li accompagna e guida nel progettare i lavori delle costruzioni. Ma la rondine, le api quando costruiscono i loro nidi o i loro alveari sempre uguali, precisi, a cosa ubbidiscono? Quali conoscenze posseggono?

  

Un altro argomento fece compagnia alla attività didattica degli insegnanti, 

alla vita dei bimbi e delle bimbe e in generale del paese. 

Si trattava dell’emigrazione

che in quel decennio ebbe proporzioni grandissime e drammi profondi, in tutto il Mezzogiorno, come l’abbandono della scuola da parte dei piccoli alunni, costretti a partire per la Merica, o la separazione dei genitori o il padre che a un certo punto non dava più notizie di sé. Il suo silenzio non significava solo l’interruzione delle rimesse ma anche la comparsa di un triste fenomeno che riguardò le donne sposate definite vedove bianche. La lontananza del marito toccò la trama degli affetti, investì il loro corpo, la loro sessualità e le obbligò a riposizionarsi nella rete delle relazioni umane e sociali. In proposito la tradizione orale aviglianese è ricca di aneddoti, poesie e canti che riflettono quel dramma.  

 

Ne presentiamo solo due per il tono di ironia, di giocosità, di fantasia 

con cui raccontano quella sciagura. 

 

Si narra che un padrino si recasse tutte le sere a trovare la mamma del bambino che aveva battezzato. Portava loro del cibo, dava qualche piccolo prestito, offriva conforto, speranza e conversazione. Col passar del tempo però finì con l’innamorarsi della donna. Dopo lunga riflessione pensò di dichiararsi in questo modo:  

 

Comare mia se ti dico che ti voglio…anche bene potresti rispondermi che tu non me ne vuoi. Se non ti dico niente potresti pensare che sono uno sciocco (nu’ quazzon’) a non essermi accorto di te.  

 

Lei lo guardò fisso negli occhi, gli sorrise, gli prese le mani fra le sue e gli rispose così: Compare mio mi hai così ben richiesta che ti dono il mio amore e accetto il tuo. Nasceva così un prototipo di famiglia allargata. Per quei tempi. 

 

Il secondo è un canto che fin dalla prima strofa ne riassume il dramma: 

Mariteme églia a la Merica e nun me scrive (Mio marito è andato in America e non mi scrive). Nelle strofe successive la donna si chiede quale sgarbo (na manganza) possa aver commesso. Riflettendo le viene in mente un unico fatto. Avevano insieme tre figli i quali si sono trovati ad avere un quarto fratello. Anni addietro ricorda di aver partecipato a una sacra funzione nel locale convento dei monaci e di essere rimasta benedetta (ié stata na benerezione a lu cummende). Un fatto simile non poteva scandalizzare la laica opinione pubblica aviglianese che sulla castità dei ministri della Chiesa non faceva molto affidamento. Inoltre per consolazione la moglie invita il marito a non preoccuparsi per quel bambino non suo. Crescerà bene, avrà ciò che desidera e quando diventerà adulto andrà pure a Napoli all’università. 

 

Per un figlio dell’emigrazione era gran vantaggio potersi laureare. 

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UN PAESE, LA SCUOLA, LA MERICA 

ancora oggi si trovano, atti, documenti, registri, relazioni, statistiche, che conservano memoria di quel lontano e faticoso processo di conquista dell’alfabeto da parte dei bambini e delle bambine aviglianesi.

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 Parte II

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Il “REALE OSSERVATORIO VESUVIANO” – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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il “REALE OSSERVATORIO VESUVIANO“

 

Gemme del Sud

Ercolano

 

gemme

L’Osservatorio Vesuviano, fondato nel 1841 da Ferdinando II di Borbone, è la più antica struttura al mondo dedicata allo studio e al monitoraggio dell’attività dei vulcani.  Il “Reale Osservatorio Vesuviano” – questo il nome che aveva quando fu inaugurato dal re e che è posto tuttora sulla facciata dell’edificio che lo ospita – si trova sul Vesuvio, precisamente sul Colle del Salvatore, tra Ercolano e Torre del Greco, in una posizione apparsa ideale perché abbastanza lontana dal cratere e piuttosto elevata rispetto al piano di campagna, dunque protetta in caso di eruzioni.  L’architetto Gaetano Emanuele Fazzini, che aveva anche esperienza di fisico, fu scelto per realizzarne la sede, che fu inaugurata nel 1845.  Il bellissimo edificio di gusto neoclassico, da quando, intorno al 1970, è stata aperta più a valle una struttura maggiormente idonea alla moderna ricerca, è dedicato alla

conservazione di pregiate collezioni mineralogiche e strumentali 

(tra cui il primo sismografo elettromagnetico, progettato nel 1856 da Luigi Palmieri, 

che fu anche direttore dell’Osservatorio) ed accoglie un’importante biblioteca storica.


Il museo contiene inoltre una ricca raccolta di gouaches, stampe d’epoca, antiche litografie e disegni, nonché una collezione di foto e filmati d’epoca di eruzioni del Vesuvio dal 1865 al 1944, tra cui il primo film al mondo, dei Fratelli Lumière, che riprende un vulcano in eruzione. 

 

Nel 1911, inoltre, fu nominato direttore Giuseppe Mercalli, a cui si devono importantissimi studi di vulcanologia e sismologia e di cui tutt’oggi si utilizza la scala di misurazione dell’intensità dei terremoti.  

 

 

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LE GOLE DI LARDERIA – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-ottobre 2020

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LE GOLE    di            larderia

 

 Gemme del Sud

Motta Camastra

gemme

 (Conosciute come le gole dell’Alcantara) 

Ci troviamo nel Parco Fluviale dell’Alcantara (si pronuncia Alcàntara, derivando dall’arabo Al Qantarah), nel tratto tra Messina e Catania e in particolare nel territorio compreso tra Motta Camastra e Castiglione di Sicilia. Il fiume nasce da alcune piccole sorgenti nei Monti Nebrodi, durante il suo percorso attraversa i campi coltivati alle pendici del Monte Mojo (il cono vulcanico più distante dalla sommità dell’Etna, con cui condivide il bacino magmatico), arrivando più avanti in località Fondaco Motta dove si trovano le gole dell’Alcantara. Le gole formano un canyon naturale con pareti alte fino a 30 metri e larghe dai due ai cinque metri ed è frutto di un processo lungo e complesso, in cui sono intervenuti dei movimenti tettonici, l’erosione del fiume e tre colate laviche importanti. Le pareti sono state formate da queste colate di lava basaltica che, raffreddandosi, hanno creato queste strutture dalle

forme prismatiche, che lasciano i visitatori senza fiato. Tra queste pareti ci sono 

le gole, il cui primo tratto è oggi accessibile e da dove è possibile ammirare 

tutto lo splendido scenario.


Questa è la storia della formazione di questo luogo unico, anche se molto più suggestiva è la leggenda che vi è dietro: vi erano due fratelli contadini di cui uno buono ma cieco, e uno avido. Al momento di dividere il raccolto di grano il contadino disonesto, approfittando della cecità del fratello, riempì tutto il proprio moggio dalla parte più profonda, mentre rivoltò quello del fratello in modo da contenere pochissimo grano. Gli dei se ne accorsero e in preda all’ira scagliarono un fulmine che uccise il contadino avido, trasformò il cumulo di grano nel cono di Monte Mojo e spaccò la terrà creando le gole di Alcantara. Il fiume, le gole e il territorio circostante sono oggi tutelate dall’Ente Parco Fluviale dell’Alcantara, impegnato della tutela e promozione del territorio naturale.

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 Foto di cristinamandarini da Pixabay

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PALERMO AL PROFUMO DI ROSE di Franca Minnucci – Speciale aglie fravaglie – Maggio – Luglio 2020

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PALERMO AL PROFUMO DI ROSE

 

il 18 maggio, e D’Annunzio firma dalle pagine de “La Tribuna“ un articolo dal titolo Piccolo Corriere. 

In quel servizio giornalistico il poeta abruzzese riporta, traducendo direttamente dalle pagine de “Le Figaro”, il viaggio che in quel momento Guy de Maupassant faceva in Sicilia e che lo scrittore raccontava sulla famosa testata francese. 

D’Annunzio conosceva Maupassant per essere discepolo amato di Flaubert, il più “gaulois” dei novellieri giovani, autore della Maison Tellier che aveva pubblicato per i tipi di Victor Harvard. Sapeva del nuovo romanzo, Bel Ami, che non era ancora giunto a Roma, ma la cui uscita lui aspettava trepidante.

 

Quello che più colpisce D’Annunzio è un racconto che Maupassant fa, 

visitando Palermo sulle orme di Wagner;

 

questo binomio, questo rincorrersi fra le vie di Palermo di così grandi personaggi non poteva sfuggire a D’Annunzio, che del musicista tedesco era follemente innamorato. Wagner era giunto in Sicilia nell’inverno del 1881, cagionevole di salute, era alla ricerca di climi dolci e mediterranei. Aveva fatto sosta prima in diverse città del Sud e si era fermato a Ravello sulla costiera amalfitana.

Era rimasto affascinato da Villa Rufolo,

 

che è all’interno di un grande parco, con resti imponenti di architettura arabo-normanna intelligentemente recuperati qualche anno prima con un avanguardistico restauro conservativo, e resi godibili dal nobile scozzese Francis Nevile Reid. Ancora oggi si respira il passaggio di Wagner in quei luoghi e ci sembra di vederlo, di incontrarlo, sentire ancora la sua presenza, le sue arie, le sue melodie nel festival di musica classica che vive di esecuzioni sinfoniche prevalentemente del compositore tedesco; e che ancora si tiene in quel luogo.

Wagner, ideando il Parsifal, è così suggestionato dagli ambienti del parco 

che colloca a Villa Rufolo il giardino dove si riuniscono 

i Puri Cavalieri custodi del Santo Graal,

 

immortalando per sempre quegli ambienti nell’opera! 

Dopo il soggiorno a Ravello, Wagner giunge a Palermo e viene ospitato per qualche periodo con la moglie, Cosima Liszt, e il figlio Siegfried al Grand Hotel delle Palme. 

E cosa racconta Maupassant? Di voler vedere l’appartamento occupato da Wagner in quell’albergo, da quell’uomo così geniale, perché «mi pareva», dice testualmente «che egli avesse dovuto metterci qualche cosa di suo e che io avrei sicuramente ritrovato in un oggetto da lui amato, una sedia, un tavolo qualunque cosa, qualunque segno potesse indicare il suo passaggio e la traccia di una sua mania, di una sua abitudine, insomma della sua vita. Allora in primo momento – dice Maupassant – io non vidi nulla, vidi soltanto un bell’appartamento d’albergo, elegante, poi mi indicarono invece i cambiamenti fatti da lui e cominciarono a mostrarmi, proprio in mezzo alla stanza, un posto che aveva un gran divano su cui egli accumulava i tappeti luminosi e ricamati d’oro.

Ma io a quel punto aprii l’armadio e un profumo dolce, possente, ne uscì. 

Come una carezza di un’aura che fosse passata sopra un campo di rose.


Allora il padrone dell’albergo che mi conduceva mi disse: “Sì, là dentro egli era solito chiudere la biancheria dopo averla impregnata di essenza di rose, l’odore non se ne è mai andato e non se andrà mai più.” Io respiravo quell’alito di fiori chiuso nel mobile, dimenticato, prigioniero, e mi pareva di ritrovare qualche cosa di Wagner, in quell’alito che egli amava, mi pareva di ritrovare un po’ dell’anima sua in quel nonnulla delle consuetudini care e segrete che formano la vita intima, quella più bella, quella più vera, di un uomo.»1 
 

Questo episodio legato ad un profumo, un evento così impalpabile, è di una forza espressiva, la più potente che si possa immaginare e mette insieme, fonde nello stesso momento, l’emozione di tutti. 

 

Un filo rosso che conduce da Wagner a Maupassant a d’Annunzio 

e che ha come teatro Palermo, 

 

come quinta il Grand Hotel siciliano noto a noi tutti, perché è stata una dimora di Wagner ma è stata anche una dimora importante nella vita e nel pensiero di Maupassant e di D’Annunzio Il poeta beve quel profumo, lo sente e lo sentirà per sempre come essenza della armonia, della bellezza della poesia e lo inseguirà tutta la vita in quel progetto del teatro en plain air. Un sensibile intellettuale come lui avverte da subito la grande potenza comunicativa e di rinnovamento del pensiero e del progetto wagneriano, quello di Bayreuth che sarà il sogno irrealizzato suo e di Eleonora Duse.

Wagner, nel suo soggiorno isolano, si innamora follemente dì Palermo, 

la città con i suoi colori, profumi, sapori gli entra nelle fibre, lo possiede, 

lo seduce e scioglie sempre più la sua ansia comunicativa 

e la sua ispirazione artistica.

 

La città che profuma di zagare e gelsomino, con i suoi mille giardini che la dipingono di verde e quel magico sole che gli fanno sempre ripetere: “Qui c’è soltanto primavera ed estate”. Fu molto ricambiato dai palermitani e amato dalle famiglie aristocratiche del tempo, i Lanza, i Mazzarino, i Tasca d’Almerita, che facevano a gara per ospitarlo nelle proprie residenze nobiliari, dove spesso egli si esibiva al pianoforte. Il soggiorno di Wagner in Sicilia era seguito da tutto il resto del mondo dove il grande musicista era conosciuto e amato.

 

Renoir si recò appositamente a Palermo per fargli il ritratto, il più noto fra tutti, 

quello che oggi si trova al  Musée  d’Orsay di Parigi.


Wagner finì di comporre il Parsifal il 13 gennaio 1882 e lasciò Palermo il 20 marzo successivo, con un concerto d’addio a Villa Tasca. Prima di congedarsi, fece omaggio, come ricordo, della bacchetta con la quale aveva diretto, per l’ultima volta, un piccolo
ensemble orchestrale nell’esecuzione della melodia “Tempo dei Porrazzi”, dedicata alla padrona di casa, donna Beatrice Tasca. Al suo ritorno in Francia, Guy de Maupassant aveva pubblicato un primo resoconto, ancora un po’ sommario, dei propri “vagabondaggi“. I racconti dei viaggi, nella versione definitiva, appariranno successivamente in tre volumi: Au Soleil (1884), Sur l’eau (1888) e La Vie Errante (1890). Quest’ultima in particolare contiene un brano notevolissimo, degno di divenire uno slogan per la Sicilia: è “La Sicile”, capitolo che narra il viaggio effettuato da Maupassant nella “perla del Mediterraneo” (la definizione è sua), quello della primavera del 1885 tradotto e pubblicato dal poeta pescarese, come abbiamo detto, nelle pagine della “Tribuna”.

 

Come gran parte dei viaggiatori stranieri, il narratore francese è attratto soprattutto 

dai monumenti antichi, che ai suoi occhi rendono l’isola mediterranea 

“un divino museo di architetture”. 

 

«La Sicilia – annota – ha avuto la fortuna d’essere stata posseduta, di volta in volta, da popoli fecondi, venuti ora dal nord ora dal sud, i quali hanno costellato il suo territorio d’opere infinitamente varie, in cui convergono, in modo seducente e inatteso, gl’influssi più distanti. Ne è nata un’arte speciale, sconosciuta altrove, in cui domina certo l’influenza araba, incalzata da ricordi greci e perfino egizi; in cui le severità dello stile gotico, introdotto dai Normanni, vengono mitigate dalla scienza mirabile della decorazione bizantina.»2

 

Con il ritmo e nei modi di un reportage, il narratore francese annota l’arte architettonica dei Greci di Sicilia, lo stupore della Cappella Palatina, “la meraviglia delle meraviglie” per la sua bellezza ”colorata e calma”, quel sublime miracolo di fusione di arte latina-bizantina-araba e di altri monumenti normanni.

 

Le suggestioni dell’area dello zolfo, la natura dell’Etna e di Lipari, il sole, i sapori, i colori della Conca d’Oro. Rimane sedotto, prima ancora di vederla, dalla Venere Landolina di Siracusa, la Venere Anadiomene che aveva “incontrato” per caso in un catalogo. «Nell’album di un viaggiatore avevo visto la fotografia di questa sublime femmina di marmo e me ne ero innamorato come ci si innamora di una donna. Fu forse per lei che mi decisi a intraprendere questo viaggio; di lei sognavo e parlavo in ogni istante, prima ancora di averla vista!» La sua visione lo turberà e lo ammalierà fino a fargli scrivere: «La Venere di Siracusa è una donna ed è anche il simbolo della carne (…) non ha testa che importa? E’ un corpo di donna che esprime tutta l’autentica poesia della carezza (…) la donna che nasconde e rivela l’incredibile mistero della vita.»3 Dinanzi a lei resta estasiato e attratto dalla carnalità di quel corpo sensuale e morbido e a lei dedica le pagine più intense del diario.  

Al di là di ogni sdolcinato sentimentalismo,

 

il diario di Guy de Maupassant, è uno dei più alti inni alla Sicilia di tutti i tempi.

 

Questo racconto – resoconto segna forse il contatto più sensuale che mai un narratore abbia avuto con una terra, una città. L’episodio dell’albergo delle Palme fa riferimento ad un raro modello estetico di fusione emotiva e sensoriale .Quel profumo unisce tre grandi della letteratura ed è artefice di una strana alchimia e di impalpabili vibrazioni. Si è tradotto in note, in armonie, in parole se è vero, come dice Friedrich Nietzsche, che ogni parola, ogni suono ha il suo odore e che c’è un’armonia e disarmonia degli odori ed anche dei suoni e delle parole. Il Profumo annidato e nascosto nei recessi delle loro anime è riemerso come emozione pura, come suggestione, turbamento, eccitazione e questo patrimonio unico, eccezionale rende omaggio e lode alla storia e alla vita di un paese, di una città: a quella fantastica Palermo profumata di rose che già i Punici avevano chiamata “Ziz”, e cioè fiore.

 

 

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1 – Gabriele d’Annunzio, “scritti giornalistici 1882-1888”, Milano, Mondadori Editore, 1996, p. 335 

2 – Guy de Maupassant, La Sicilia , Palermo, Sellerio,1990.p.128 

3 – Guy de Maupassant, op. cit., p. 247

 

LA SOCIETÀ OPERAIA DI AVIGLIANO di Francesco Antonio Genovese – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio-2020

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LA SOCIETà OPERAIA        DI AVIGLIANO

 

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è costituito dallo spopolamento dei piccoli borghi dell’Appennino: uno sciame virale per coloro che restano, privati dalle difese immunitarie della socialità, delle competenze che si disperdono, del frutto di risorse investite che si godono altrove.

C’è persino chi, di questo silenzio che si è formato in luoghi dove un tempo era del tutto inimmaginabile (perché fu, piuttosto, il trambusto la cifra della vita che vi scorreva, per lo sbocco di famiglie numerose e di sciami di giovani, in cerca di una collocazione in qualche angolo, prima che del mondo, di quelle stesse località) ne ha fatto oggetto di una poetica che riesce davvero difficile da seguire. È nato perciò un più robusto movimento di pensiero che, utilizzando tecnologie di rapida connessione, si propone di ragionare sulla Civiltà dell’Appennino2, che è ovviamente un modo per

recuperare tutto l’osso, ossia quella linea di società, economia e cultura 

che un tempo costituiva la tensostruttura del Paese,


dalla punta della Calabria fino alle Cinque Terre liguri, per quanto soggetta a scosse di ogni genere. 

 

Faccio questa premessa sol perché mi interessa mostrare come nei borghi appenninici dell’Italia meridionale ci siano forze che tengono ancora viva la civiltà della dorsale, nei modi più diversi e, per certi versi, anche inimmaginabili a chi sia immerso nella quotidianità cittadina o dei luoghi frequentati. 

 

Ad Avigliano, in Basilicata, un agglomerato che si muove lungo creste variabili dai circa 700 mt di altitudine della parte valliva, che lo lega a Ruoti, e poi sale in direzione del gruppo montuoso del Monte Caruso, via via, fino a raggiungere i circa 950 mt delle ultime abitazioni urbane che, in cemento armato, si sono aggrappate ai punti più panoramici fronteggianti il Monte Li Foj di Picerno e, più in là ancora, verso est, la piccola – ma suggestiva – catena degli Alburni, la porta verso la Campania (ma, si ricorderà, ancora compresa nel recinto romano dell’antica Regione Lucana)3,

una vecchia istituzione associativa resiste, adottando forme social
di comunicazione con i propri iscritti e con la comunità locale in genere.
È la Società operaia di mutuo soccorso, nata nel 1874


«per volontà di un gruppo di 52 cittadini, appartenenti alle diverse classi sociali del Centro urbano di uno dei più popolosi comuni della regione, abitato in prevalenza da operai, artigiani e piccoli commercianti»4

 

In tempi risalenti cercò di sostenere anche le attività economiche dei soci e di aiutarli in momenti di particolari difficoltà (Nel corso della Grande Guerra, ad esempio, distribuì alle famiglie dei soci e della comunità ben 1.700 q.li di grano e di fiore di farina, a prezzo calmierato), come ha dimostrato uno scritto storico ricostruttivo di Gennaro Claps (storico e critico letterario nonché, a suo tempo, anche sindaco della città), la cui copertina mostra uno scorcio assai risalente di quella che sarebbe diventata la sede della biblioteca dell’associazione.

La vitalità del sodalizio è però dimostrata dal fatto che Essa ha saputo mutare 

con il passare dei tempi, adeguandosi (in modi più o meno tempestivi, certo) 

alle necessità del contesto urbano mutato. 


Sulla base delle donazioni (e dei contributi) di alcuni cittadini benemeriti, ha saputo costituire una biblioteca storica (intitolata al giurista e scrittore “Tommaso Claps”, personaggio vicino a Giustino Fortunato) con oltre 10 mila volumi, tra cui alcune cinquecentine e seicentine, ordinati e custoditi in una sala collegata con i locali storici del sodalizio, con scaffalature protette da vetrine, che si apre – attraverso porte e finestre – sulla piazza Gianturco, offrendo uno scorcio sul catino del centro storico, da dove emergono, fra le case in pietra scalpellinata, anche i picchi montuosi circostanti. 

 

La sala è il luogo suggestivo di affollate conferenze, assemblee, convegni.

È anche il luogo per la lettura di 5 quotidiani e di molte riviste; 

per l’utilizzo di varie postazioni informatiche dell’Internet Social Point

per la fruizione del WIFI-Free all’interno della sede sociale.


Ma l’associazione ha avuto un importante ruolo assumendosi l’impegno, che tuttora tiene vivo, quello di dare un premio al merito scolastico agli alunni delle scuole dell’obbligo (poi esteso anche oltre quelle, con una innovazione degli ultimi decenni) donando (assieme a un attestato di studio profittevole) soprattutto un libro di narratori (più o meno famosi) a ciascun premiato. Quel libro che, con puntualità annuale, ha saputo iniziare tanti ragazzi alla lettura e alla curiosità dell’esplorazione bibliografica e, per molti, anche a favorire l’incontro con il Mondo. 

Non si può immaginare quanto, una piccola provvidenza come questa, 

abbia potuto spingere tante generazioni di giovani 

a trovarsi un posto nel Mondo.


In altri locali del sodalizio ci sono ancora vecchi soci che si raggruppano attorno ai tavoli delle carte o che seguono qualche evento televisivo (quelle stesse sale che un tempo, ormai molto lontano, si affollavano la sera della quasi totalità dei soci che non possedevano il televisore – a cui aveva però pensato il sodalizio – e che si stupivano guardando immagini di un Mondo, ancora poco conosciuto). 

 

 

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1 – Manlio Rossi Doria, La polpa e l’osso. Agricoltura risorse naturali e ambiente, Napoli, 2005.  

2 – Raffaele Nigro – Giuseppe Lupo, Civiltà Appennino, Roma, 2020.  

3 – «Dal Sele parte la III regione e comincia il territorio di Lucania e Bruzio […].» (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia).

4 – L’intervista ad Andrea Genovese, presidente della SOMS di Avigliano, è raggiungibile con il link: http://www.aviglianonline.eu/news_dettaglio.asp?idto=2788.

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IL SANTUARIO DEL FULMINE SEPOLTO di Gianluca Anglana – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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IL SANTUARIO DEL FULMINE SEPOLTO

 

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Potrebbe essere il titolo di un ultimo episodio della saga dell’archeologo-eroe da suggerire a Spielberg. E da ambientare unicamente in Italia. Sì perché, tra i suoi tesori, il Belpaese annovera anche le cosiddette tombe delle folgori. 

 

Nell’agosto di dieci anni fa, a Todi, in Umbria, si fece una scoperta: durante i lavori per la realizzazione di un parco venne alla luce un fulgur conditum, ovvero la tomba di un fulmine. Questo rituale, tipicamente italico, aveva lo scopo di espiare un luogo che era stato colpito da una folgore e consisteva nel sotterramento degli oggetti che ne erano stati distrutti: poiché si riteneva che la caduta di una saetta sulla terra fosse espressione dell’ira divina, l’area veniva recintata e consacrata, al fine di preservare il fuoco celeste. L’azione era quella del condere fulminem: lugubri sacerdoti italici sussurravano litanie, masticavano preghiere e

trasformavano un luogo da profanus in religiosus,

 

eventualmente inumandovi anche i resti del disgraziato che, nei casi di fulmini killer, avesse avuto la iella di trovarsi lì nel momento sbagliato. Il rito era collegato alla liturgia etrusca dei libri fulgurales.  

 

Secondo la Soprintendenza per i beni archeologici dell’Umbria, “la scoperta riveste un particolare interesse poiché rari sono gli esempi relativi a questo rituale”1. Uno di essi si trova nell’area monumentale di Pietrabbondante, a quasi mille metri d’altezza.  

 

All’interno del sepolcro del fulmine è stata ritrovata una statuetta: priva della testa e del braccio sinistro, rappresenta una divinità maschile seduta su un trono. È un oggetto d’arte italica che riproduce fattezze umane, stilizzandole senza alcun intento di imitazione naturalistica2.

Siamo in quello che fu il territorio dei Sanniti Pentri, 

genti aspre, indomite e molto bellicose:

 

prima di sottometterle ed assicurarsi l’egemonia sull’Italia peninsulare, Roma dovette inghiottire una lunga serie di conflitti e persino l’umiliazione delle Forche Caudine. Proprio qui, alle pendici del Monte Caraceno, i Pentri realizzarono un’area sacra, dove si conserva quasi solo il ricordo e praticamente nessuna traccia tangibile di un tempio ionico: fu infatti distrutto nel 217 a.C. dalle truppe di Annibale, quando sostarono in territorio sannitico durante la campagna d’Italia.  

 

Nel II secolo a.C., mentre una pace provvisoria consentiva all’economia delle popolazioni indigene di ripartire, si eresse una nuova area sacra: il ‘Santuario Italico’, il fulcro della Nazione Sannita che oggi si può ammirare.

 

La fortuna di questo luogo gli deriva anche dalla bellezza 

del panorama circostante: quello del Molise più autentico.

 

L’altura domina la valle del fiume Trigno e una terra selvaggia che pare infinita, nell’alternanza tra declivi dolci e rocce impervie, cifra costante della dorsale appenninica. Visioni da Enjoy the silence

Il sito è un inesauribile bacino di aggiornamenti scientifici: le risultanze archeologiche hanno spinto gli storici a rivedere alcune informazioni in merito ai Sanniti, la cui organizzazione statuale faceva perno più sulla appartenenza etnico-tribale che sugli ingranaggi costituzionali delle città-stato

 

L’attività di scavo continua a restituire informazioni.

 

Risale allo scorso mese di agosto, il rinvenimento, nell’area più antica del campo archeologico ovvero quella orientale, di un piccolo tempio di sei metri per sei, privo di podio, con pareti in muratura innalzate su uno zoccolo di pietra da taglio e cella unica quasi quadrata. La sua realizzazione fu sospesa poco dopo l’inizio dei lavori, probabilmente a causa della deflagrazione della guerra sociale. In base ai ritrovamenti, sembra plausibile che il manufatto fosse pensato per una divinità femminile3.

Ci sono voluti secoli, letteralmente, per riportare alla luce questo complesso

 

(in parte ad oggi sepolto), articolato in vari edifici tra i quali una domus publica4tabernae e portici. Sopra tutti domina il teatro-tempio sannitico. 

Il teatro, totalmente realizzato in pietra ed a staffa di cavallo, mutua dalle vicine città della Magna Grecia stilemi architettonici ellenizzanti. È un emiciclo. 

Sembra un parlamentino: se n’è affermata la funzione non soltanto sacra, ma anche politica5 e di rappresentanza per lo stato sannitico nella sua interezza, come farebbe ipotizzare la presenza, sui lati dell’ima cavea, di due figure speculari di Atlante in atto di sorreggere il globo. La gradinata dispone di sedili anatomici ed ergonomici, perché provvisti di una seduta confortevole atta ad accomodare il tratto lombare della schiena, i braccioli scolpiti in forma di zampe di grifo.  

 

Qui si svolgevano i ludi, celebrazioni connesse a ricorrenze religiose. Qui si riunivano i magistrati per prendere decisioni e si ricevevano i dignitari stranieri.

L’unicità di questo luogo è data dallo stretto dialogo urbanistico 

tra il teatro e il tempio: si stima che quest’ultimo 

sia il massimo edificio sannitico esistente.

 

Si ergeva su un podio, sulla cui muratura è tuttora visibile un’iscrizione in lingua osca (idioma che procede da destra verso sinistra)6, e si caratterizzava per la presenza di tre celle dedicate ad altrettante divinità. 

I Sanniti avevano una religione politeista, progressivamente arricchitasi anche di culti di matrice militare (Victoria) e civile (Honos) ed orientati alla venerazione della fertilità cioè della dea Ops Consiva, colei che i Romani conoscevano come Abudantia. Quello della fertilità è un tema ricorrente nelle comunità del Sannio, dedite all’agricoltura e alla pastorizia:

 

la Tavola Osca, risalente al III secolo a.C., ritrovata a metà ottocento poco lontano 

da Pietrabbondante, nei pressi di Agnone, ed oggi conservata 

al British Museum, è il Pantheon agreste dei Sanniti.

 

Si tratta di un documento eccezionale poiché fornisce informazioni preziose sulla fede nel Sannio, anche attraverso un elenco di divinità. 

Quella più importante è certamente Kerres, la grande Madre, la Terra dispensatrice di messi e quindi di vita. C’è lei in cima alla lista delle divinità di maggior riguardo, lei era quella da tenersi buona, e pazienza per il povero Díuveí Regaturei, il Signore delle piogge, versione annacquata del Giove Pluvio dei Latini, sistemato a metà processione, nella sezione inferiore di questa hit parade olimpica. Chi può dire se, proprio per questo sgarbo, Egli si fosse adirato decidendo così di scagliare sulla terra e sulla colpevole distrazione degli umani una delle sue saette, che poi solleciti sacerdoti si precipitarono a seppellire7

 

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1 – Cfr.: https://roma.repubblica.it/cronaca/2010/08/09/foto/fulgur_conditum-6175330/1/.  

2 – Cfr. Rapporto Preliminare – Scavi Archeologici dell’anno 2010, di Adriano La Regina e Luigi Scaroina con la collaborazione di Fabiana Carlomagno e di Rachel Van Dusen, 04/12/2010.

3 – A questa notizia la stampa locale ha dato vasta eco. V. in proposito: www.molisenews24.it oppure www.primopianomolise.it.  

4 – Primo esempio di domus publica documentata nella sua consistenza architettonica di età tardo repubblicana (v. Rapporto Preliminare – Scavi Archeologici dell’anno 2010, di Adriano La Regina e Luigi Scaroina con la collaborazione di Fabiana Carlomagno e di Rachel Van Dusen, 04/12/2010).  

5 – L’insediamento antico di Pietrabbondante acquista connotazioni ancora più precise in seguito al suo riconoscimento, da più parti proposto, con il sito antico di Cominium (Liv., X, 43, 5-7)· Tale toponimo (variamente attestato in ambiente italico) deriva dal nome che indica il comitium: la tipologia del teatro-tempio si collega appunto a quella dei comitia. Il questo caso in P. si potrebbe riconoscere proprio il luogo nel quale i Pentri convocavano i propri comitia (Enciclopedia dell’Arte Antica, 1996, su www.treccani.it).  

6 – È riportato il nome di un certo Stazio Claro, forse finanziatore di una parte della costruzione templare.

7 – Si precisa che quello di cui si parla è il Tempio B, mentre la tomba del fulmine è nelle adiacenze del Tempio A (di minori dimensioni).

 

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LE REALI FERRIERE DI MONGIANA di Stefania Conti – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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LE REALI  FERRIERE    DI MONGIANA

 

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è una paese di poco più di 700 abitanti. Piccolo, case basse, squadrate e immerse in un mare verde di faggi e abeti bianchi: le Serre regionali del Vibonese.

Questo piccolo centro ha un interessante museo, il Museo delle Reali Ferriere Borboniche. Installazioni digitali interattive che sviluppano come un racconto la “Vicenda Mongiana”. Restaurata nel 2013, l’antica fabbrica d’armi, mostra tutto il processo dall’ estrazione del ferro, alla forza motrice.  

 

E poi, carbone, viabilità, tecnologie e produzioni, condizione operaia.

 

A poca distanza sorgono i resti del complesso, una enclave 

di archeologia industriale in mezzo ai boschi.

 

Al momento non sono visitabili, ma si sta procedendo alla loro ristrutturazione. L’auspicio è che il sito si possa aprire al pubblico al più presto perché degno di essere visitato anche per l’originale forma architettonica e per la storia della zona in cui sorge visto che etruschi, greci, romani, bizantini e normanni, prima dei Borbone, vi estraevano i minerali per la costruzione di utensili e di armi. 

 

Tanto interesse per un paese così piccolo ha una spiegazione. Semplice e triste. Mongiana è stato un esempio di industrializzazione nel Sud, voluto dai Borbone, con una produzione di alta qualità, grande quantità, un avanzatissimo progetto sociale e – diremmo oggi – un buona politica ambientalistica (al Nord allora tutto questo non era nemmeno concepito e concepibile). Un progetto di eccellenza ucciso dall’Unità d’Italia. 

 

La confluenza di due fiumi – il Ninfo e l’Allaro – la presenza di legno pregiato, la ricchezza di minerali ferrosi disponibili, facevano della zona di

Mongiana il luogo ideale per un impianto di base per la produzione 

di materiali e semilavorati ferrosi (rifiniti sia in loco, 

che presso il polo siderurgico di Pietrarsa).


Fu così che tra il 1770 e 1771 nacquero le Reali Ferriere e Officine Borboniche, con miniere e fabbriche che rifornirono tutta l’Europa. Un luogo capace di attrarre forza lavoro con maestranze altamente specializzate. Mongiana arrivò ad impiegare 1.500 operai, con l’indotto oltre 2.000. In alcuni periodi addirittura 2.550-2.800. 

 

Mongiana sorse in soli due anni grazie all’opera infaticabile e alla mano esperta dell’l’architetto e urbanista Mario Goffredo. Insieme con gli stabilimenti, entrati subito in produzione, sorsero rapidamente anche abitazioni di maestranze e  un moderno villaggio al polo collegato.

Con lungimiranza sorprendente ed encomiabile Ferdinando IV dispose che il taglio degli alberi necessari alla costruzione degli insediamenti abitativi 

ed industriali avvenisse in modo razionale e controllato.

In pratica si attuò un sistema di taglio a rotazione che consenti la conservazione, la riproduzione e la tutela del vasto patrimonio boschivo della regione interessata dai lavori. Una lungimiranza che oggi chiameremmo ambientalista, ma che, soprattutto, viene rarissimamente osservata dalle aziende dei nostri tempi. Così come lungimirante era la politica verso gli operai: quelli in miniera lavoravano 8 ore, quelli in fonderia 10. Niente lavoro dei bambini o delle donne.

Nel resto d’Europa erano ben lontani dal consentire, in quei tempi, 

ritmi analoghi, che, per l’epoca, potremmo definire 

quasi a misura d’uomo.


Ce lo racconta Vincenzo Falcone nel suo libro “ Le Ferriere di Mongiana, un’occasione mancata”. 

 

Che cosa usciva dalle Ferriere? Di tutto: campane, ruote di ferro, chiavi, argani, armi di ogni genere, leggere e pesanti, rotaie.

Da Mongiana provenivano i binari della prima ferrovia italiana: la Napoli Portici.

E si collezionavano primati, nella realizzazione di forni e di macchine industriali ed agricole, all’avanguardia per gli standard dell’epoca, sia in Italia sia all’estero. 

 

Con l’arrivo dei francesi le cose andarono ancora meglio. Con Gioacchino Murat, nel 1814 furono incrementate le produzioni ferriere, tanto da far crescere ancor di più il villaggio. 

 

Ma tutto precipita con l’arrivo dei Savoia.

Alla caduta del Regno e con il suo inserimento nello Stato Italiano 

fu progressivamente diminuita la produzione


privilegiando le industrie del Nord Italia. Si puntò tutto su Terni, con la scusa che era più difendibile da eventuali attacchi nemici (Mongiana era abbastanza vicino al mare: le merci venivano portate a Pizzo calabro e da lì per nave a Napoli). Ai mongianesi non restò altro che emigrare. 

 

Chi restò si ribellò ai nuovi padroni. Subito dopo l’annessione al Piemonte, sommosse e rivolte popolari si moltiplicarono.

Le donne, mogli, madri, sorelle, scesero in piazza con gli operai delle Ferriere


inalberando la bandiera bianca con i gigli e destando lo stupore degli ufficiali al comando delle truppe sabaude chiamate a sedare le sommosse. Per loro, l’annessione, significò soprattutto la perdita di un lavoro o di un reddito sicuro. Nel 1875 la ferriera passò definitivamente di mano, acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, divenuto deputato del Regno Sabaudo. Fazzari la chiuse dopo soli sei anni, dopo aver sfruttato le residue risorse e venduto le giacenze. Finì in questa luce opaca il più grande polo siderurgico della penisola.

 

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 Foto gentilmente concesse dal Sindaco di Mongiana Arch. Francesco Angiletta