Raimondo di Sangro principe di Sansevero di Gaia Bay Rossi Speciale Napoli aprile maggio 2020 Ed. Maurizio Conte

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RAIMONDO DI SANGRO PRINCIPE DI SANSEVERO

 

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La citazione dell’astronomo e direttore dell’Osservatorio di Parigi rispecchia perfettamente la figura del principe di Sansevero: uomo sapiente e versatile, vero genio del suo secolo, grande conoscitore delle lettere, delle arti e del pensiero filosofico, così come valoroso uomo d’armi, primo Gran Maestro della Massoneria napoletana, prolifico inventore e grande mecenate. Tutto questo nell’epoca creativa e feconda del primo Illuminismo europeo.

Un uomo così innovativo ed eclettico non poteva non far scaturire

numerosissime leggende popolari:


«Fiamme vaganti, luci infernali – diceva il popolo – passavano dietro gli enormi finestroni che danno, dal pianterreno, nel vico Sansevero […] Scomparivano le fiamme, si rifaceva il buio, ed ecco, romori sordi e prolungati suonavano là dentro […] Che seguiva, dunque, ne’ sotterranei del palazzo? Era di là che il romore partiva: lì rinserrato co’ suoi aiutanti, il principe componeva meravigliose misture, cuoceva in muffole divampanti…» 

Salvatore Di Giacomo, Un signore originale, da Celebrità napoletane, Trani 1896.   

 

Raimondo nacque nel 1710 da Antonio di Sangro duca di Torremaggiore e dalla nobildonna Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona. La madre morì pochi mesi dopo averlo messo alla luce nel castello di Torremaggiore, paese nella Capitanata, uno dei feudi della famiglia del padre. 

Il ragazzo

fu cresciuto ed educato dai nonni paterni che, dopo un primo periodo a Napoli, 

dove venne avviato allo studio della letteratura, della geografia 

e delle arti cavalleresche, lo mandarono al Seminario romano 

diretto dai padri Gesuiti, in cui rimase per dieci anni.


Lì Raimondo ebbe modo di dimostrare la sua intelligenza ed una grande curiosità, dedicandosi allo studio della filosofia, delle lingue, della storia antica, della chimica; dimostrò anche una buona predisposizione per la meccanica, nonché per la pirotecnica, le scienze naturali, l’idrostatica e l’architettura militare. Di questo periodo è la sua prima invenzione: un palco pieghevole progettato in occasione di una rappresentazione teatrale al Seminario gesuitico, che suscitò lo stupore di Nicola Michetti, architetto di corte dello zar Pietro il Grande, incaricato della costruzione.   

 

Terminati gli studi nel 1730,

visse tra Napoli e Torremaggiore fino al 1737, anno in cui si stabilì definitivamente nel Palazzo Sansevero, nel cuore della Napoli storica.


Qui si sposò nel 1736 con la cugina Carlotta Gaetani dell’Aquila d’Aragona. Per il suo matrimonio Giambattista Vico gli dedicò un sonetto (Alta stirpe d’eroi, onde famoso) e a Giovanni Battista Pergolesi fu commissionata dallo stesso principe la prima parte di un preludio scenico. Negli anni che seguirono, grazie alla stima che di lui aveva Carlo III di Borbone, il principe elevò le sue cariche ufficiali, divenendo prima gentiluomo di camera con esercizio di Sua Maestà e poi Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro. Accrebbe anche il numero delle sue invenzioni, con un’ingegnosa “macchina idraulica”, capace di sospingere l’acqua a qualsiasi altezza ed un innovativo “archibugio” a retrocarica, in grado di sparare sia a polvere, sia ad aria compressa.

Negli anni della maturità Raimondo fu particolarmente prolifico, 

tanto che la sua fama oltrepassò i confini del Regno


realizzò un “cannone leggero” che pesava centonovanta libbre in meno degli altri modelli esistenti, ma con una gittata molto superiore; fu colonnello del Reggimento Capitanata di Carlo III di Borbone, distinguendosi nella vittoriosa battaglia di Velletri contro gli Austriaci del 1744. Da quest’ultima esperienza nacque la pubblicazione Pratica di Esercizj Militari per l’Infanteria, elogiata da Luigi XV di Francia e da Federico II di Prussia, poi adottata dalle truppe spagnole.

Già iscritto all’Accademia dei Ravvivati di Roma ed alla Sacra Accademia fiorentina, nel 1743 fu ammesso all’Accademia della Crusca con lo pseudonimo di Esercitato; l’anno successivo ottenne da Benedetto XIV il permesso di leggere… i “libri proibiti”, avendo così accesso ai libri dei filosofi francesi e degli illuministi più radicali, nonché ai testi massonici ed alchemici.


Realizzò spettacoli pirotecnici con fuochi d’artificio dai colori sfavillanti e mai visti prima di allora, in cui inserì anche il verde, noto per il suo valore simbolico ed ermetico. 

Creò un tessuto impermeabile con cui fece confezionare due mantelle, con le quali lui ed il sovrano disquisivano, passeggiando sotto la pioggia, sotto gli occhi dei napoletani! 

Preparò alcuni farmaci che guarirono inaspettatamente da malattie gravi. 

Si dedicò ad esperimenti di idraulica e meccanica, mettendo a punto la famosa “carrozza marina” su cui si vedeva avanzare nelle acque del golfo, grazie ad un sistema di pale a forma di ruote, tra lo stupore del popolo. 

Sviluppò un metodo di stampa con caratteri policromi, utilizzando delle macchine tipografiche da lui stesso progettate. 

Creò una sostanza che era l’esatta riproduzione del sangue di San Gennaro contenuto nella Sacra Ampolla, e riusciva nella relativa liquefazione.

In questo periodo iniziò anche i lavori alla Cappella Sansevero, 

che proseguirono poi fino alla sua morte.


Ma tutto il progetto trovò fondamento nella sua appartenenza alla Massoneria, cosa che lo mise al centro di un “intrigo” che parve “il maggior del mondo”. Dopo aver costituito la loggia “Rosa d’Ordine Magno” (anagrammando il suo nome), il principe scalò tutta la gerarchia della Libera Muratoria fino a divenire Gran Maestro di tutta la Massoneria napoletana.

Di lì a poco Benedetto XIV, con la bolla Providas Romanorum Pontificum 

del 18 maggio 1751, condannava la Massoneria, proibendo ad ogni cattolico 

di farne parte. A questa seguì un Editto Regio emanato dal re Carlo III di Borbone, che vietava le attività massoniche. Il principe consegnò al re la lista degli affiliati 

e scrisse una Epistola a Benedetto XIV nella quale difese 

la fedeltà di tutti i massoni, sia al Papa, sia al Re.


Si prestò a fare un passo indietro, anche se continuò, con la dovuta riservatezza, a sovrintendere la sua loggia “Rito Egizio Tradizionale”, portando avanti, però, l’attività più spirituale ed ermetica, molto diversa da quella della Massoneria tradizionale appena abbandonata.   

 

Nonostante l’abiura, i rapporti con la Santa Sede si deteriorarono a causa della pubblicazione della Lettera Apologetica dell’Esercitato Accademico della Crusca contenente la Difesa del libro intitolato Lettere d’una Peruana per rispetto alla supposizione de’ Quipu scritta alla Duchessa di S**** e dalla medesima fatta pubblicare. Il testo verteva formalmente su un antico sistema di nodi (i quipu) degli Incas del Perù, che servivano a conservare e trasmettere informazioni; in realtà, conteneva numerose citazioni di autori eterodossi, princìpi massonici, rimandi alla cabala e – pare – anche messaggi esoterici nascosti da un codice segreto. La Lettera fu considerata “una sentina di tutte l’eresie” dall’Inquisizione romana che, nel 1752, la mise all’Indice dei libri proibiti.

A quel punto Raimondo preferì dedicarsi alle sue invenzioni 

nei sotterranei del proprio palazzo.


Fra queste, quella più nota fu un indecifrabile “lume perpetuo”, «poiché dunque non si può dubitare che esso non sia un vero lume […] e che è durato per tre mesi e qualche giorno senza alcuna diminuzione della materia che gli serviva da alimento, gli si può dare a giusto titolo il nome di perpetuo».

Con due di queste lampade eterne il principe avrebbe voluto illuminare 

il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, una volta posto 

nella Cavea sotterranea:


ma il progetto non venne realizzato e non si parlò più del lume perpetuo. Si continuò invece a parlare del Cristo velato, una delle opere marmoree più straordinarie al mondo, e della Cappella Sansevero, il cui progetto iconografico, esaltazione del casato e tempio alchemico, ermetico e massonico, fu ideato dal principe stesso e ricreato dagli artisti prescelti. Le dieci statue delle Virtù, tra cui la Pudicizia e il Disinganno dedicate alla madre ed al padre di Raimondo, ed il Cristo velato, il cui velo è «fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori», sono gli elementi portanti di tutto il percorso simbolico che comprende il pavimento con il motivo a labirinto e, oggi, anche le misteriose “macchine anatomiche”, realizzate con due scheletri di uomo e di donna, con il sistema arterioso e venoso perfettamente integro.

I lavori durarono fino alla fine della sua vita. Come scrisse Gian Luca Bauzano 

sulla morte di Raimondo di Sangro:


«Gli esperimenti alchemici, probabile l’uso di materiali radioattivi lo portarono alla morte. Scompare in una nuvola sulfurea, come Don Giovanni di Mozart. Quando il musicista apprende della sua morte ne resta colpito. Gli dedica una Sonata in memoriam. E forse lo eterna come Tamino nel Flauto. Ma una magia di Sangro l’ha compiuta, come la Fenice si è eternato».

 

«Non era un accademico, ma un’accademia intera».
Jérôme Lalande, Voyage d’un François en Italie, 1769

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Fonti 

 

Museo Cappella Sansevero, museosansevero.it 

Dizionario Biografico degli Italiani, voce Raimondo di Sangro 

Dizionario Biografico degli Italiani, voce Nicola Michetti 

Carteggio con Andrea Alamanni in Archivio Digitale Accademia della Crusca: adcrusca.it 

Gian Luca Bauzano, Raimondo di Sangro, il principe massone che scoprì la radioattività, in Corriere.it 

Rino Di Stefano, Raimondo di Sangro, il principe maledetto, in Il Giornale, 18 ottobre 1996, riportato in rinodistefano.com 

Vittorio Del Tufo, Il Cristo velato e la favola nera del principe, Il Mattino 20 marzo 2016, in ilcartastorie.it

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LA CHIESA DI SAN NICOLA DI MYRA di Paola Ceretta – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 Ed. Maurizio Conte

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LA CHIESA DI SAN NICOLA DI MYRA

 

 

Quella dedicata a San Nicola di Myra è una piccola chiesa rupestre che si trova nella provincia di Mottola, in territorio tarantino, dove per secoli i devoti hanno pregato davanti alle immagini sacre che custodisce e al santo di origini orientali che ha ispirato la figura di Babbo Natale tanto diffusa nella civiltà occidentale. I miracoli operati in favore dei bambini e l’amore per essi sono alla base della tradizione pugliese di San Nicola che ogni anno torna sulla Terra per lasciare un dono ai bambini. 

 

Posta lungo l’antico cammino dei pellegrini che nel Medioevo si recavano nel Sud Italia percorrendo la via Appia per imbarcarsi nei porti di Taranto e Brindisi e raggiungere la Terra Santa e per gli abitanti del circondario, 

la chiesa di San Nicola, seppure segnata dal trascorrere del tempo, 

è ancora oggi piena di fascino e significati.


Le pitture che conserva – dipinte in un arco di tempo che va dalla fine del X alla prima metà del XIV secolo – rappresentano in territorio pugliese un’arte sacra popolare nata da una commistione di influssi teologici ed artistici dell’Oriente e dell’Occidente cristiano. 

 

Arrivati sul ciglio della gravina di Casalrotto e attraverso una scala tagliata nella pietra – cui la Sovrintendenza ha adattato una struttura in ferro – si giunge all’entrata dell’edificio, ricavata sul lato ovest, dove sono presenti resti di tombe medievali e due nicchie con tracce sbiadite di antichi affreschi.

Varcata la soglia, si entra nella roccia, in una pianta a croce greca inscritta, 

in un mondo lontano e simbolico


e si viene accolti da raffigurazioni come la “Deesis” o la “Vergine con Anapeson” e dalle figure di santi che ci guardano e ci raccontano la loro storia, fatta di scelte di fede, di eventi miracolosi, di martìri, di sangue innocente versato, di corpi frammentati e di reliquie. 

 

La zona di Mottola ricca di gravine – spaccature del terreno di origine carsica – ospita altre chiese rupestri che insieme a quella dedicata al santo di Myra sono conosciute  come “Le mirabili grotte di Dio”, ma questa di San Nicola spicca fra tutte per la bellezza e lo stato di conservazione dei suoi affreschi, sopravvissuti al trascorrere del tempo e agli atti vandalici ed offre al visitatore contemporaneo emozioni e suggestioni uniche, create anche dalla luce che penetra all’interno dell’edificio.

E’ l’unica, infatti, nella quale in alcuni giorni dell’anno si manifestano ierofanie 

sulle immagini di tre santi, è quella dove l’invisibile diviene visibile 

e nella quale antichi e sconosciuti architetti hanno voluto dare 

manifestazione al sacro: hiéros “sacro”, phanein “manifestare”.


Attraverso un foro gnomonico ricavato nella nicchia a destra dell’entrata, accanto a croci dipinte, al tramonto i raggi solari penetrano all’interno degli ambienti sacri e proiettano una piccola ellisse luminosa che appare sui corpi di tre santi che divengono “presenti” e sembrano voler trasmette la loro benedizione ai fedeli: sul cuore e la mano destra benedicente di San Nicola, il 14 marzo e il 30 settembre, date legate alla nascita del santo e alla collocazione delle sue spoglie nella basilica di Bari; sul petto di San Leonardo da Limoges il 6 novembre e sul corpo di San Giovanni Crisostomo il 14 settembre, giorni legati alla loro morte e ricorrenza fissata dal Calendario Romano dei Santi. 

 

La devozione a San Nicola di Myra in Italia ha origini antiche e, seppure la veridicità di alcuni episodi legati alla sua storia sia controversa, il racconto della sua vita è costellato da azioni caritatevoli e memorabili verso poveri e bisognosi e da numerosi miracoli. 

 

Vissuto tra il III e il IV secolo, è un santo legato all’acqua, al mare, protettore di naviganti, mercanti, viaggiatori, ma lo è anche dei bambini e delle fanciulle. E’ un santo miroblita, taumaturgo. Il suo corpo opera miracoli, guarisce. Fonti antiche raccontano che dalle sue spoglie emanava una fragranza e scaturiva un liquido chiamato oleum, unguentum, myro considerato salutare e prodigiosa medicina, quella “manna” che ancora oggi viene raccolta dalla sua sepoltura di Bari e distribuita ai fedeli.

 

Avvicinarsi al culto di San Nicola, così profondamente radicato in territorio pugliese, può diventare oggi l’occasione per riscoprire radici, riti e tradizioni popolari di cui è custode e ricco il Meridione ed addentrarsi in un territorio unico come quello delle Murge tarantine può farci conoscere antichi percorsi, mostrare inaspettati paesaggi e condurci a scoperte sorprendenti come le chiese rupestri di Mottola.

 

 

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UN’ACCADEMIA NEL NOME DI FILANGIERI di Amedeo Arena – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

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UN’ACCADEMIA NEL NOME DI FILANGIERI

 

quando delineò il dovere del Filosofo nel secondo libro de La Scienza della Legislazione, che “Se i lumi che egli sparge non sono utili pel suo secolo e per la sua patria, lo saranno sicuramente per un altro secolo e per un altro paese. Cittadino di tutti i luoghi, contemporaneo di tutte l’età, l’universo è la sua patria, la terra è la sua scuola, i suoi contemporanei e i suoi posteri sono i suoi discepoli”.

Non stupisce, pertanto, che nella Napoli del XXI secolo sia sorta 

un’Accademia dedicata al grande Illuminista, 


le cui idee erano avanzatissime per i suoi tempi e risultano, ancora oggi, di stringente attualità. 
La Scienza della Legislazione diviene quindi lo spunto per discutere di temi quali il diritto alla felicità, l’integrazione europea, le relazioni atlantiche, il cosmopolitismo, nonché – tema caro a Myrrha – la valorizzazione della bellezza di Napoli e del Mezzogiorno.

 

“La modernità del pensiero di Filangieri” è stato il tema dell’incontro inaugurale dell’Accademia, ospitato nella splendida cornice del Museo Civico Filangieri.


In tale occasione, si è discusso del progresso civile promosso dall’illuminismo italiano, del fascino dei luoghi frequentati da Filangieri e dei punti di contatto tra il suo pensiero e quello dei padri fondatori del processo d’integrazione europea.   

 

Al primo piano di tale Museo sono conservate alcune delle lettere scambiate, alla fine del ‘700, tra Gaetano Filangieri e lo statista americano Benjamin Franklin. Il secondo incontro promosso dall’Accademia presso 

il Museo Filangieri si è perciò concentrato sul diritto alla felicità, un tema centrale 

tanto nella Dichiarazione di indipendenza americana, 

quanto ne La Scienza della Legislazione. 


Tale opera fu molto apprezzata da Franklin, che con la sua ultima lettera a Filangieri inviò al filosofo campano una copia della Costituzione degli Stati Uniti d’America, approvata pochi giorni prima dalla Convenzione di Filadelfia (v. G. Sinisi, Da Filangieri alla Costituzione americana, in Myrrha n. 4/2016).

 

“Gaetano Filangieri e l’integrazione europea” è stato il titolo dell’incontro organizzato dall’Accademia, in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e la sezione partenopea della Gioventù federalista europea, presso Palazzo Serra di Cassano. In tale occasione,

 

sono stati posti in evidenza i paralleli tra il secondo libro de La scienza della legislazione, in cui si auspica la liberalizzazione degli scambi commerciali 

per prevenire i conflitti tra le nazioni,


e la dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, in cui si afferma la necessità di una solidarietà economico-produttiva come presupposto di un processo d’integrazione che ha trovato espressione nelle tre Comunità europee e, da ultimo, nell’Unione Europea.   

 

“Filangieri e la Bellezza” è stato, poi, il titolo dell’incontro promosso dall’Accademia presso il Castello Giusso di Vico Equense, ultima dimora di Filangieri. “Il senso interno del bello è nell’uomo”, si legge nel quarto libro de La Scienza della Legislazione

Facciamo che l’orecchio dello scultore, dell’architetto e del pittore si eserciti 

a vedere le più belle produzioni della natura e dell’arte.

“Facciamo che colui che alla musica si destina impieghi [le sue orecchie] nel sentire quelle semplici ma sublimi cantilene, le bellezze delle quali tutti possono sentire e gustare.” In linea con tali insegnamenti, sono stati eseguiti diversi brani di musica napoletana del Settecento e dell’Ottocento e si è parlato della valenza “etica” della bellezza per Teresa Filangieri Fieschi Ravaschieri, nipote del filosofo, filantropa e fondatrice di un ospedale per malattie infantili.

La musica è stata protagonista anche dell’incontro organizzato dall’Accademia 

presso il Museo Principe Diego Aragona Pignatelli Cortés:


“Da Gaetano Filangieri a John Lennon: il sogno cosmopolita nel 50° anniversario di Imagine”. In tale occasione, è stata ricordata l’inaugurazione del mosaico “Imagine”, dedicato al sogno cosmopolita di John Lennon, nell’ambito dello Strawberry Fields Memorial a Central Park. Tale mosaico, che riproduce un esemplare pompeiano custodito presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, fu donato alla città di New York dal Comune di Napoli per volontà della Giunta Valenzi, su iniziativa dell’allora Presidente dell’Azienda autonoma soggiorno e turismo Giuseppe Castaldo.

 

Occorre, infine, ricordare il Premio per giovani giuristi “Gaetano Filangieri”, istituito dall’Accademia a favore dei laureati in giurisprudenza, di età inferiore a 30 anni, che con le loro tesi abbiano saputo “trasporre nella contemporaneità il pensiero cosmopolita di Filangieri”. L’auspicio è che tale Premio esso possa indurre i laureandi ad avvicinarsi all’opera di Filangieri, affinché i suoi ideali possano continuare a vivere nelle menti e nei cuori dei giuristi di domani.      

 

 

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I COSTUMI TRADIZIONALI DEL MOLISE – Gemme del Sud – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

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I costumi tradizionali del molise

 

 

Gemme del Sud

                  Molise

 

Nei costumi tradizionali popolari molisani sono racchiuse le radici profonde di un popolo dedito principalmente all’agricoltura e alla pastorizia, dalla storia articolata che ha subìto, nel corso dei secoli, influenze culturali diverse da parte di genti straniere che si sono stanziate nel territorio, tra le quali gli Spagnoli, i Borboni, gli Slavi. 

 

Attraverso numerose fonti come gli acquerelli del XVIII secolo conservati nella Biblioteca Provinciale Pasquale Albino di Campobasso, le fotografie dello Studio Trombetta di Campobasso, scattate tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, le fotografie di fine Ottocento dello Studio fotografico Montabone di Napoli e 

grazie soprattutto alla ricca collezione di abiti ed accessori di Antonio Scasserra, esposta fino a poco tempo fa al MUSEC di Isernia, è possibile seguire 

l’evoluzione dell’abbigliamento maschile e femminile 

dei secoli più recenti,


utilizzato nelle diverse occasioni e fasi della vita nei vari comuni molisani. 

 

Le donne indossavano gonne lunghe, ampie ed arricciate in vita, un grembiule, una camicia bianca in lino o cotone, a volte decorata da merletti, copri braccia in stoffa, uno stretto corpetto rifinito da fettucce colorate che poteva essere impreziosito da ricami e un fazzoletto da spalla. Un copricapo di lana o lino bianco, chiamato mappa, aveva la particolarità di essere ripiegato più volte e in fogge diverse a seconda del paese di appartenenza ed era trattenuto da spilloni – per le maritate uno per ogni anno di matrimonio. 

 

L’abbigliamento maschile era più sobrio rispetto a quello femminile e presentava meno varianti nelle diverse province: pantaloni corti al ginocchio, calze in cotone o lana, una camicia bianca, un gilet, una giacca corta o lunga, un mantello a ruota per coprirsi durante i freddi mesi invernali ed un cappello per lo più a falda larga. 

 

Anche i monili valorizzavano l’abbigliamento ed indicavano l’agiatezza economica di chi li indossava; 

essi erano espressione di una produzione artigianale 

ancora oggi presente nella Regione,


che si esprime anche nelle lavorazioni del tombolo, del rame, della coltelleria e che rappresenta una ricchezza da tramandare alle generazioni future per non dimenticare le proprie radici e tenere vive le proprie tradizioni

 

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A sinistra: Costumi tradizionali del Molise, XIX secolo, Fotografia dello Studio Montabone Fonte: Catalogo generale dei Beni Culturali https://catalogo.beniculturali.it/detail/PhotographicHeritage/1500860766)

 

A destra: Costume femminile regionale molisano di Frosolone (IS), dalla Esposizione Internazionale di Roma del 1911 oggi esposto al MuCiv, Museo delle Civiltà, Roma Fonte: Foto di Ceretta Paola

 

 

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IL SARCOFAGO DEGLI APOSTOLI – Gemme del Sud – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Mautrizio Conte

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IL SARCOFAGO DEGLI APOSTOLI

 

Gemme del Sud

           Barletta (BT)

 

 

A Barletta, in provincia di Bari, si trova un’opera di grande rilievo artistico, importante testimonianza della presenza bizantina in Italia: il sarcofago raffigurante “Cristo tra gli apostoli”, risalente alla fine del IV, inizio del V secolo d.C., oggetto di un viaggio e un ritrovamento incredibile. 

 

Pur trovandosi al Castello Svevo di Barletta, 

fu sicuramente prodotto a Costantinopoli, da una committenza di alto lignaggio: 

era destinato probabilmente ad alte cariche ecclesiastiche 

ed a funzionari della corte Teodosiana.

 

Un raro esemplare come questo difficilmente sarebbe stato esportato in epoca tardo-antica e ciò lascia pensare che giunse probabilmente in Puglia già in età medievale, quando gran parte del sud Italia era parte dell’impero bizantino. Prima dell’attuale collocazione, il sarcofago era altrettanto probabilmente conservato nella chiesa medievale dei SS. Simone e Giuda, distrutta nel 1520. 

 

L’opera 

è giunta a noi divisa in tre parti. I suoi frammenti furono infatti rinvenuti nel 1887 durante i lavori di smantellamento di un pozzo, del quale era divenuta 

niente di meno che un rivestimento. Uno dei tre blocchi di marmo 

venne infatti forato al centro, per fungere da imboccatura 

di estrazione dell’acqua.


A noi arriva una lastra in marmo “proconnesio”, una varietà di marmo bianco proveniente da Prokonnesos, un’isola nel Mar di Marmara (da qui la parola “marmo”) vicino al Mar Egeo, che costituiva la parte frontale del sarcofago. Le parti mancanti raffiguravano probabilmente i ritratti di due defunti, secondo l’uso dell’epoca, mentre le figure attualmente visibili presentano analogie con altre opere provenienti da Costantinopoli, come l’obelisco di Teodosio ed altri sarcofagi con lo stesso tema. Da qui l’origine della fabbrica che l’ha realizzato. 

 

Benché lo stato di conservazione, per le vicissitudini vissute e gli evidenti segni del tempo, non sia dei migliori, la pregevolezza dell’opera non è venuta meno e grazie anche ad alcune iscrizioni più tarde si può determinare la scena di Cristo tra gli apostoli. Al centro si trova Gesù con la croce ed il suo monogramma, la mano destra che tende nel gesto della parola ad indicare che sta parlando, mentre ai lati sono raffigurati gli apostoli, sei a destra ed altrettanti a sinistra, tutti con tunica e pallio.

 

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VENAFRO E IL SUO PARCO DEGLI OLIVI Gemme del Sud – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

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VENAFRO E….. IL SUO PARCO  DEGLI OLIVI

 

Gemme del Sud

           Venafro (IS)

 

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Venafro (in provincia di Isernia), nota come la Porta del Molise, è senza dubbio una delle più belle e caratteristiche cittadine della regione, ricca di storia, arte e cultura. Ma c’è una cosa che rende questo posto davvero unico: i suoi ulivi, tra i più antichi piantati in Italia. 

Venafro è uno dei tre luoghi simbolo dell’olivicoltura storica mediterranea, 

insieme alla biblica Efraim ed al Monte degli Ulivi di Gerusalemme.

 

Venafro (in provincia di Isernia), nota come la Porta del Molise, è senza dubbio una delle più belle e caratteristiche cittadine della regione, ricca di storia, arte e cultura. Ma c’è una cosa che rende questo posto davvero unico: i suoi ulivi, tra i più antichi piantati in Italia. 

Le sue origini antiche sono tramandate da numerose fonti letterarie – da Orazio 

a Plinio il Vecchio, a Marziale – molte delle quali testimoniano che i Romani 

ritenevano l’olio di oliva prodotto in questo luogo 

il più pregiato del mondo antico.

 

Venafro (in provincia di Isernia), nota come la Porta del Molise, è senza dubbio una delle più belle e caratteristiche cittadine della regione, ricca di storia, arte e cultura. Ma c’è una cosa che rende questo posto davvero unico: i suoi ulivi, tra i più antichi piantati in Italia. 

 

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TAVERNA LA CITTA’ DI MATTIA PRETI Gemme del Sud – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

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TAVERNA      LA CITTA’      DI          MATTIA PRETI

 

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Taverna (CZ)
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Situata nel cuore della Sila Piccola, Taverna, in provincia di Catanzaro, 

è la città che diede i natali a Mattia Preti, uno dei maggiori pittori italiani 

del Seicento e il pittore calabrese più importante di tutti i tempi.


Nonostante abbia passato gran parte della vita lontano dalla Calabria, Mattia Preti rimase sempre profondamente legato alla sua città natale. E Taverna conserva con orgoglio le opere del suo illustre cittadino. Chi visita il borgo può compiere vero e proprio itinerario alla scoperta dei capolavori del Cavalier Calabrese: dal Museo Civico, alla chiesa di Santa Barbara, alla Chiesa Monumentale di San Domenico.

Proprio la Chiesa di San Domenico è il luogo che custodisce il nucleo più cospicuo delle opere di Preti: al suo interno, infatti, sono presenti 

ben undici tele dell’artista.


Nel 1680 la chiesa, distrutta da un terremoto, fu interamente ricostruita. Fu necessario commissionare nuovi dipinti per gli altari e nonostante Mattia Preti vivesse a Malta dal 1661, venuto a conoscenza della situazione, volle contribuire alla ricostruzione. Tra le opere del Preti nella chiesa si annoverano il Miracolo di S. Francesco di Paola; il Martirio di S. Sebastiano; la grandiosa tela del Cristo Fulminante; la Madonna della Purità, lavoro di Mattia e del fratello Gregorio

Di particolare suggestione è la tela rappresentante la Predica di San Giovanni Battista in cui compare l’autoritratto dell’artista, che testimonia il nostalgico legame 

del Preti con il borgo natale. 


Il 26 febbraio del 1970, otto dipinti di Mattia Preti furono trafugati dalla chiesa di San Domenico, che fu chiusa dopo il furto. Fortunatamente, le opere furono ritrovate appena due anni dopo, e sottoposte ad un accurato restauro ad opera dei laboratori di Cosenza, Napoli e Roma. Furono poi riportate nella chiesa che riaprì al culto nel settembre del 1988.

 

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RUDISTE GIOIELLI DELL’AMBIENTE di Santa Picazio – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

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i confini fra le regioni restano inesistenti. Sono linee immaginarie tracciate dall’uomo per comodità di studio, o per convenzioni politiche. 

RUDISTE GIOIELLI DELL’AMBIENTE

 

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È quanto bisogna considerare quando si passa dalla Puglia al

Molise, una regione minuscola, posata di traverso sulla Puglia come un cappellino, 

ma ricca di motivi per una visita, e non una visita veloce, ma una di quelle lente, consapevoli delle tante cose che ci sono da vedere. 


Si potrebbe cominciare da Pietrabbondante, con il suo Teatro italico, in località Calcatello. Affacciato sulla valle del Trigno, toglie il fiato per la sua imponenza, un’antica e ricercata imponenza. Risale infatti ad un paio di secoli prima della nascita di Cristo. Ed ancora, una visita ad Agnone, con le sue famose campane, dove si resta affascinati dal bronzo fuso, calato ad occupare il vuoto della forma, e dove rimarresti ancora per scoprire un altro segreto, quello del loro suono. E che dire di Sepino? La Pompei molisana, cui si arriva attraversando una porta romana. Un luogo ancora ben conservato, dove hai la sensazione di poter salutare antichi romani, e dove tutto si confonde, fino a meravigliarti di incontrare turisti invece che veder passare delle matrone.

C’è, però, una tappa che non ti aspetti, quella che porta in direzione del Matese, 

verso San Polo Matese, un piccolo comune di meno di cinquecento anime.


In questa località sopravvive una torre di origine forse longobarda, restaurata di recente, in prossimità della quale si notano delle strane rocce che racchiudono dei fossili: sono le Rudiste. Ed è a questo punto che la curiosità del turista, di un attento ed interessato turista, deve molto indietreggiare nel tempo, fino al periodo Mesozoico, circa 200 milioni di anni fa. A quell’epoca tutta la regione, e non solo, era ricoperta dal mare, un mare con un bel nome, “Tetide”, limpido, non molto profondo, a temperatura quasi costante, che si estendeva dalle Alpi al Borneo, dall’America centrale all’Himalaya. In questo mare, le Rudiste, questi molluschi bivalvi, prosperavano, riproducendosi senza problemi. Poi, accade che una lenta, ma inesorabile trasformazione di questo favorevole ambiente portò alla fine delle Rudiste. Ma non scomparvero, divennero pietra, che non si perderà mai nel tempo, ma rimarrà a far parte dei nostri paesaggi più interessanti.

L’importanza delle Rudiste risiede, appunto, nel fatto che hanno contribuito, con l’accumulo dei loro resti, e la successiva fossilizzazione, alla formazione 

di rocce particolarmente utili per l’uomo.


Le loro particolari caratteristiche, definite “calcari a Rudiste”, riscontrabili in molte zone dell’Italia centro-meridionale, si sono rivelate un elemento di grande importanza. La sedimentazione di questi preziosi gusci ha formato nel tempo strati fossili alti migliaia di metri. Una lunga storia durata per milioni di anni. Poi, il fondale marino decise di emergere, non per guardarsi attorno, ma per le forti spinte tettoniche dei continenti che desideravano dividersi per poi rincontrarsi. Ed ecco gli Appennini, e non solo: tante sono le terre emerse, l’Italia tutta, per esempio, dove le rocce calcaree, sensibili al lavoro costante dell’acqua si sono trasformate in bellissime grotte con ricami di pietra. Ma queste rocce hanno anche una funzione meno decorativa e di grande utilità per l’uomo costruttore: offrono la possibilità di ricavare calce viva per il suo impegnativo lavoro.                              

 

 

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MAXXI ALL’AQUILA, TRA I SIMBOLI DELLA RINASCITA di Gaia Bay Rossi – Numero 22 settembre ottobre 2021 ed. Maurizio Conte

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MAXXI ALL’AQUILA, TRA I SIMBOLI DELLA RINASCITA

 

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da quel 6 aprile 2009 che ha cambiato la vita agli aquilani, che ha segnato gli abruzzesi e addolorato gli italiani tutti. 

Gli abitanti del capoluogo abruzzese e della sua provincia non dimenticheranno mai quel dolore. Ma dopo dodici anni e la fatica della ricostruzione che continua ad andare avanti, capita qualcosa che porta una visione positiva del futuro, di una continua rinascita.   

 

Tra i palazzi attorno a piazza Santa Maria Paganica, ve n’è uno, 

 

Palazzo Ardinghelli, che è divenuto la sede del neonato Museo MAXXI L’Aquila.

 

L’inaugurazione è avvenuta il 28 maggio scorso alla presenza dei rappresentanti delle varie istituzioni, del Maxxi, nonché dell’Ambasciatore della Federazione Russa in Italia (Stato che ha contribuito con una generosa donazione di 7,2 milioni di euro per l’intervento di restauro del Palazzo).

 

Palazzo Ardinghelli si trova a pochi passi dalla Fontana Luminosa 

e da Corso Vittorio Emanuele,

 

nel cuore del centro storico dell’Aquila. Considerato uno dei massimi esempi del barocco aquilano, è il perfetto trait-d’union tra terremoto e rinascita, perché è un monumento nazionale esso stesso danneggiato dal terremoto del 2009, poi sottoposto ad una lunga serie di lavori di consolidamento, miglioramento sismico e restauro, e poi anche di adeguamento a sede museale dai tecnici del MiBACT.

  

Ma quello che non tutti sanno è che l’iniziale costruzione del palazzo 

è avvenuta proprio nell’ambito della ricostruzione della città 

dopo un precedente e fortissimo terremoto:

 

quello del 1703. L’edificio è stato progettato tra il 1732 e il 1743 dall’architetto romano Francesco Fontana, figlio del più celebre Carlo, per la famiglia di origine fiorentina degli Ardinghelli. L’elemento che caratterizza l’architettura, insieme alla facciata, è il cortile con i portici da cui ha origine uno scalone monumentale di derivazione borrominiana, sovrastato dagli affreschi del veneziano Vincenzo Damini del 1749 che rappresentano i Quattro Continenti e l’Aurora. Proprio la corte interna, che attraversa il Palazzo, collegando piazza di Santa Maria in Paganica e via Giuseppe Garibaldi, rende il Museo anche uno spazio pubblico a disposizione della città, molto simile al sistema previsto nella piazza del MAXXI di Roma, disegnata da Zaha Hadid, che accoglie la città unendo due aree del quartiere Flaminio.

 

Gli ambienti storici di Palazzo Ardinghelli consentono un dialogo perfetto tra i propri spazi antichi, le sale espositive della collezione MAXXI e quelle che accolgono 

le opere site-specific. La mostra inaugurale del museo si chiama Punto di equilibrio. Pensiero spazio luce da Toyo Ito a Ettore Spalletti e, per prima, 

sonda l’interconnessione tra questi spazi.

 

Ettore Spalletti, il grande artista abruzzese scomparso nel 2019, per la sua opera (che resterà esposta in maniera permanente nel museo) aveva scelto la piccola cappella al primo piano (la cappella della famiglia Ardinghelli) per installare una colonna al centro dello spazio in concomitanza con la lanterna della cupola sovrastante. Una colonna di luce che diretta verso l’alto forma un cilindro perfetto: pensiero, spazio, luce. E l’arte ci aiuta a trovare un “punto di equilibrio” che, in un’epoca in cui le certezze sono ben poche, diviene una vera e propria dichiarazione con un senso etico, estetico, politico e sociale. 

 

Cuore dell’esposizione, curata da Bartolomeo Pietromarchi e Margherita Guccione, 

le installazioni donate da 8 grandi artisti contemporanei,

 

Elisabetta Benassi, Daniela De Lorenzo, Alberto Garutti, Nunzio ed Ettore Spalletti che, insieme alle committenze fotografiche a Paolo Pellegrin e Stefano Cerio dedicate al territorio aquilano e a quelle alla giovane artista russa Anastasia Potemkina si mostrano ai visitatori del palazzo. Queste opere interagiscono con i lavori di grandi protagonisti dell’arte, dell’architettura e della fotografia italiana e internazionale provenienti dalle collezioni del MAXXI, tra cui Alighiero Boetti, Monica Bonvicini, Maurizio Cattelan, William Kentridge, Maria Lai, Piero Manzoni, Liliana Moro, Maurizio Nannucci, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Allora & Calzadilla e Juan Muňoz, Yona Friedman, Superstudio e Toyo Ito, Iwan Baan e Gabriele Basilico, solo per citarne alcuni.

 

Nuove performance e presentazioni per tutto il mese di settembre danno l’avvio 

alla nuova stagione, che vede collaborazioni anche con i giovani dell’Accademia 

di Belle Arti e con quelli del corso di laurea in Beni Culturali 

dell’Università dell’Aquila.


Oltretutto gli studenti delle Scuole Secondarie di secondo grado del capoluogo abruzzese saranno protagonisti, da settembre, di una nuova edizione aquilana di MAXXI A[R]T WORK, il percorso per le competenze trasversali e l’orientamento. Non dimentichiamo che i giovani oltre ad essere le colonne portanti del futuro, sono stati, durante il terremoto, importanti vittime della violenza degli eventi (ricordiamo che delle 309 vittime, 55 erano studenti fuori sede).

 

Ecco, l’arte è un piccolo ma importantissimo passo per riportare la speranza 

del cuore degli aquilani, per dare un segnale forte 

di un futuro che è sempre più vicino.


Infatti, se l’animo degli aquilani dal terremoto non è più lo stesso, è anche vero che parole come rinascere, ricominciare, ricostruire sono nell’animo di tutti, dai più anziani ai più giovani che, dopo oltre dieci anni di attesa, hanno voglia di tornare a vivere e vedere la loro città rinascere e anche le loro vite ricostruite.

 

Oltre all’apertura del MAXXI, numerosi sono i siti culturali che hanno riaperto 

nel corso di questi anni e che aspettano le visite dei turisti 

che si recano oggi in questo meraviglioso Comune:

 

fra gli altri, la Basilica di Collemaggio, legata al culto di Celestino V (definito da Dante nella Divina Commedia come “colui che fece il gran rifiuto”), da sempre considerato uno dei monumenti più importanti della città. 

La Chiesa di Santa Maria del Suffragio, importante chiesa barocca risalente alla metà del XVII secolo, danneggiata dal terremoto ma presa poi in custodia dal governo francese che ha finanziato i lavori di restauro, contiene un prezioso organo a canne del 1897. All’interno della chiesa è possibile pregare nella Cappella della Memoria, dove sono incisi i nomi di tutte le persone che hanno perso la vita nel terremoto del 2009. 

Visitabile è anche la suggestiva Fontana dalle 99 cannelle, uno dei luoghi più famosi di tutta L’Aquila e legata alla leggenda dei 99 feudi che parteciparono alla fondazione della città nel ‘200. La fontana si trova in una piazza di cui tre lati sono coperti da fontanelle, 93 maschere di pietra e 6 cannelle senza “faccia”, dalle quali esce sempre l’acqua. La fontana è stata il primo monumento riaperto al pubblico dopo il restauro finanziato dal FAI, Fondo Ambiente Italiano.

 

Tra i musei, aperto è anche il Museo Nazionale d’Abruzzo (MunDa), principale polo museale della Regione, sistemato temporaneamente nei locali dell’ex mattatoio.

 

Sul punto più alto della città è situato il Forte Spagnolo, progettato da Pirro Aloisio Scrivà nel 1534, uno dei forti militari che meglio si sono conservati. Nel Parco del Forte Spagnolo, è situato l’Auditorium del Parco, nato da un’idea di Claudio Abbado e progettato da Renzo Piano a seguito del terremoto. 

Il progetto è stato realizzato grazie al contribuito della Provincia autonoma di Trento in segno di solidarietà. Vicino al Forte Spagnolo, la Fontana Luminosa, realizzata nel 1934 dallo scultore Nicola D’Antino ed è caratterizzata da due figure femminili in bronzo che sorreggono la caratteristica conca abruzzese e dal suggestivo gioco di luci sull’acqua. 

La Cattedrale, il Duomo della città intitolato ai santi Giorgio e Massimo, è nell’ultima fase dei lavori di ristrutturazione e si spera venga presto aperta al pubblico.

 

Ma oggi L’Aquila è una città che più che mai va scoperta, va percorsa a piedi 

in quel centro storico fatto di stradine e splendidi scorci, dove i cittadini 

hanno lottato e stanno lottando per tornare alla normalità. Una normalità 

che inizia da arte, cultura, musica, spazi pubblici e socialità.

 

 

 

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 Foto: 

Agostino Oslo – Altopiano

Andrea Jemolo

Luca Eleuteri

 

 

MEDITERRANEO CULLA DELLA SCIENZA di Giorgia Ippoliti – Numero 22 – Settembre ottobre 2021 – Ed. Maurizio Conte

 

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MEDITERRANEO CULLA DELLA SCIENZA 

 

«Superare le proprie limitazioni e divenire signori dell’universo».

Così Archimede di Siracusa sintetizzò quello che, sin dalla notte dei tempi, ha spinto l’Uomo a superare le barriere del reale per scoprire l’ignoto. Superando i confini del noto sapere, mettendo in discussione le proprie certezze, l’Uomo ha sempre cercato di travalicare i limiti spazio temporali per riuscire a colmare quella connaturata sete di conoscenza.

 

Ed è proprio ad Archimede, e alla città di Siracusa, che alcuni studiosi 

attribuiscono quella che può essere definita come una delle più grandi 

opere ingegneristiche mai conosciute.

 

La più bella e nobile tra le città greche – per far proprie le parole di Tito Livio – è stata foriera di un tesoro nascosto. 

Cicerone, nel De Natura Deorum, afferma «Secondo loro sarebbe stato molto più abile Archimede nel riprodurre i moti celesti con la sua sfera di quanto non lo sia stata la natura nel crearli, nonostante la maggiore perfezione di questi ultimi in più̀ di un particolare rispetto alla loro imitazione».   

 

Ma a cosa si riferiva l’illustre Oratore? 

Con molta probabilità, alla macchina di Anticitera, il più antico calcolatore meccanico conosciuto, databile intorno al 150-100 a.C.

 

Il meccanismo si racconta sia stato ritrovato intorno al 1900 grazie alla segnalazione di un gruppo di pescatori di spugne che, persa la rotta a causa di una tempesta, furono costretti a rifugiarsi sull’isoletta rocciosa di Cerigotto.

 

Al largo dell’isola, alla profondità di circa 43 metri, fu scoperto il relitto di una nave, naufragata agli inizi del I sec. a.C. e adibita al trasporto di oggetti di prestigio, tra cui statue in bronzo e marmo. 

Tra gli oggetti rinvenuti, ve ne era uno, piccolo, dal colore verdastro, dello spessore di un libro, che destò stupore e curiosità: vi erano delle incisioni, in parte abrase e corrose, in un primo momento indecifrabili.

 

Cos’era quello strano oggetto? Perché si trovava a bordo di un relitto?

 

È bastato contemplare il panorama in una notte di luna piena, per far sì che il brivido del passato riecheggiasse in una delle più antiche colonie elleniche per mostrare l’essenza di quella che può esser definita non solo culla della civiltà, ma anche della scienza.   

 

Gli archeologi e gli studiosi non potevano credere ai loro occhi: si trovavano di fronte a una macchina del cosmo.

 

Quell’eccentrico congegno, quello strabiliante coacervo di dati e incisioni, 

di meccanismi e ingranaggi, era la chiave di volta per capire l’astronomia 

e la tecnologia dell’antica Grecia e il loro ruolo 

nel contesto socioculturale grecoromano.


Era stata concepita in tarda età ellenistica sulla base di raffinate, consolidate e diffuse conoscenze meccaniche e astronomiche. Solo nel 1951 i dubbi sul misterioso meccanismo cominciarono ad essere svelati. 

Fu proprio in quell’anno che il professor Derek de Solla Price[1], come un moderno Indiana Jones alla ricerca del tesoro nascosto, cominciò a studiare il congegno, esaminando minuziosamente ogni ruota ed ogni pezzo, e riuscendo, dopo circa vent’anni di ricerca, a scoprirne il funzionamento originario.

Anni di studi, dubbi ancora in parte irrisolti e avvolti in un’alea di mistero – basti pensare che il testo delle iscrizioni decifrate non risulta essere stato ancora comunicato – consentirono di scoprire la funzionalità e il meccanismo della macchina di Anticitera.

 

 

Quella macchina del cosmo, tra le più avveniristiche nel genere delle macchine strabilianti, era stata creata per imitare la natura senza rivelare 

il proprio funzionamento.

Il meccanismo, sconosciuto ai più, diveniva fruibile ai soli soggetti più curiosi, trasformandosi in una sorta di manuale animato di divulgazione scientifica. La macchina di Anticitera risultò essere un antichissimo calcolatore per il calendario solare e lunare, le cui ruote dentate potevano riprodurre il rapporto di 254:19 necessario a ricostruire il moto della Luna in rapporto al Sole (la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari). 

Era, infatti, un sofisticato planetario, mosso da ruote dentate, che serviva per calcolare il sorgere del sole, le fasi lunari, i movimenti dei cinque pianeti allora conosciuti, gli equinozi, i mesi, i giorni della settimana e le date dei giochi olimpici, oltre che le lunazioni, ottenute dalla sottrazione del moto solare al moto lunare siderale.   

 

La macchina era delle dimensioni di circa 30 cm per 15 cm, dello spessore di un libro, costruita in rame e originariamente montata in una cornice in legno. Era ricoperta da oltre 2.000 caratteri di scrittura, dei quali circa il 95% è stato decifrato.

 

Il meccanismo riproduceva di fatto l’universo così come lo concepivano i Greci.


La scoperta riuscì a far emergere come nella Grecia del II secolo a.C., e nelle sue colonie, esistesse effettivamente una tradizione di altissima tecnologia. Ma come mai si riconduce la sua creazione ad Archimede, e in particolare alla città di Siracusa? 

Quel manufatto fuori dal tempo, uscito dal limbo delle semplici curiosità, riesce a render tangibile il pensiero del grande scienziato, secondo cui «coloro che pretendono di scoprire tutto ma non producono prove dello stesso possono essere confutati come se avessero effettivamente preteso di scoprire l’impossibile».   

 

È grazie ad Alexander Jones[2] che sono emersi degli ulteriori elementi che consentono di ricondurre, con sempre più probabile certezza, la costruzione della macchina a Siracusa.

 

I nomi incisi sullo strumento, in particolare dei mesi, ottenuti grazie all’opera 

di decifrazione compiuta, sono proprio quelli utilizzati nelle colonie corinzie 

e in particolare a Siracusa, in Sicilia.

 

Questa ipotesi, particolarmente affascinante, troverebbe conferma in alcuni scritti di Cicerone. L’autore latino descrive infatti alcuni strumenti realizzati dal matematico Archimede, siracusano, nel III secolo a.C, cioè due secoli prima rispetto alla costruzione del Meccanismo di Antikythera. 

Egli infatti riferisce, nel De Re Publica e nelle Tusculanae Disputationes, di planetari in bronzo costruiti da Archimede che mostravano la Terra, la Luna, il Sole, il mese lunare e le eclissi di Sole e di Luna.

 

L’antico calcolatore – oggi conservato presso il Museo Archeologico di Atene – sarebbe quindi frutto di una tradizione costruttiva legata direttamente 

agli studi del celebre matematico.

 

Ma perché è stato ritrovato sul relitto di una nave romana proveniente dal medio oriente e affondata attorno al 70 a.C.? 

Anche questo apre un nuovo filone di mistero, che rende ancora più affascinante e avvolgente la storia del meccanismo di Antikythera. 

C’è chi sostiene sia stato mandato in dono in Oriente da qualche ricco siracusano e da qui entrato a far parte di un bottino diretto a Roma; chi sostiene faccia parte dei meccanismi di Archimede portati a Roma, dopo il saccheggio di Siracusa e la morte dello stesso nel 212 a.C., dal generale romano Marco Claudio Marcello.   

 

Una cosa è certa. Passato e presente continuano ad essere facce di una stessa realtà. Gli antichi greci si avvicinarono così tanto alla nostra epoca, nel pensiero nella tecnologia scientifica, così dimostrando il fatto che «l’Uomo sia il più straordinario dei computer» (John Fitzgerald Kennedy).

 

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[1] Fisico e storico della scienza della Yale University, in uno studio pubblicato nel 1959 nella rivista Scientific American.

 

 [2] Alexander Jones, La macchina del Cosmo, Hoepli, 2019. 

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