IL SOLIMENA DA NAPOLI A PARIGI di Sergio Attanasio – Numero 13 – Gennaio 2019

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IL SOLIMENA DA NAPOLI  A PARIGI

 

Sergio-Attanasio

In origine il palazzo San Nicandro apparteneva a Marzio Carafa duca di Maddaloni, che nel 1585 lo aveva acquistato da Fabrizio Cardito.

Era un palazzo grande con loggia, cortile coperto e giardino nel Borgo dei Vergini di fronte alla chiesa di Santa Maria della Stella, pagato la somma di 3700 ducati e nel quale il duca avviò ingenti lavori di ristrutturazione ed ampliamento per rendere la sua dimora degna di cotanto padrone.

I duchi di Maddaloni e il loro figlio primogenito Diomede dal 1606 vivranno 

nel grandioso palazzo alla Stella nel lusso e nello sfarzo, imponendo 

angherie ai loro sudditi, come testimoniano le cronache 

della “Sollevazione dell’anno 1647”,


e quando “Masaniello con gran seguito di popolaccio andò al palazzo, che non fu più difeso come la prima volta: tutto ciò che vi era di prezioso, fu portato fuori……..stoffe di seta ricamate di oro e di argento, arazzi fiamminghi, quadri rari, vasi di argento e di oro, carrozze e cavalli e gran quantità di danaro furono portati innanzi a Masaniello che mandò tutto al Mercato……….insieme ad una famosa carrozza, coperta di lamine d’argento ed ornamenti d’oro, valutata quindicimila scudi, fatta fare dal duca in occasione delle sue nozze”

 

Le originarie caratteristiche e le decorazioni del palazzo sono descritte in un apprezzo (relazione di un perito per una stima del valore) del 1656 per la vendita del palazzo al marchese del Vasto, seguita allo scambio con il marchese che cede il palazzo in via Toledo, ottenendo dal duca di Maddaloni, oltre al palazzo alla Stella, una villa a Posillipo detta l’Auletta.

Siamo in presenza di una casa grande palaziata, con portale in piperno 

che dà accesso all’ampio cortile con rimesse per le carrozze, che ha sul fronte 

una loggia scoperta che conduce al giardino di piante di agrumi e di frutta.


La dimora era dotata di due stalle per trenta cavalli con accesso dalla strada. 

 

La scala principale con pettorate e palagusti di piperno, con volte decorate a grottesche dal pittore Giovanni Balducci, ci porta all’appartamento nobile con più anticamere, una cappella e altre camere le cui volte presentano scene di battaglie in ricordo delle doti di valoroso guerriero del duca Marzio, nominato Capitano generale della cavalleria dal Viceré duca di Osuna. 

 

Nel secondo appartamento, con galleria e soffitti in legno dorato, vi sono camere, camerini e una loggia che collega due parti del palazzo e che prospetta sulle colline. 

 

 L’impianto distributivo ancora esistente del palazzo è sintetizzabile in due distinte parti che lasciano intendere quale fosse lo sviluppo nel tempo della dimora dei Carafa di Maddaloni: 

 

– edificio cinquecentesco: portone con primo androne con volta a botte 

 

– primo cortile piccolo con scala sulla destra; 

 

– edifico seicentesco: secondo androne – grande cortile coperto e grande scala sulla sinistra. 

 

Di particolare interesse risulta la soluzione del secondo cortile porticato e coperto con volte a vela innestate su otto grandi pilastri, non riscontrabile in altre dimore napoletane. Tale soluzione suggerisce l’ipotesi che i Maddaloni, allevatori di razze scelte di cavalli, avendo una nutrita scuderia necessitavano di ampi spazi coperti per la movimentazione degli stessi e per le carrozze utilizzate per recarsi nei loro feudi. Ma ciò che maggiormente dimostrava il lusso e lo sfarzo dell’edificio erano le decorazioni e l’arredo degli interni.

Nel palazzo, successivamente acquistato da Domenico Cattaneo dei principi 

di San Nicandro, aio di Ferdinando IV, che sposerà nel 1717 Giulia de Capua, principessa di Roccaromana e duchessa di Termoli, tra il 1724 e il 1730 

furono realizzati notevoli lavori di restauro relativi al rinnovo della decorazioni, 

lavori eseguiti sotto la regia e il disegno del maestro Francesco Solimena, 

come testimoniato dai documenti e dalle descrizioni del De Dominici.


Famosa fu la Galleria che il Solimena stesso dipinse per il Principe di San Nicandro, realizzata dopo lo studio di molti bozzetti, che rimase nel palazzo fino agli inizi del ‘900 e poi scomparve. 

Era stata eseguita dal pittore tra il 1730 e il 1731: “fece il bozzetto che riuscì compitissimo, ed indi dipinse il quadro ad olio in casa del medesimo Principe, che per essere di palmi 44 lungo, e 22 largo, non capiva in casa propria, e nella stanza ov’egli lavorava. In esso rappresentò i varj modi per i quali si ascende alla Gloria, e le Virtù, che cercano sottrarre da’ Vizj la Gioventù, la quale è guidata da Pallade, e da Mercurio ala suddetta gloria, accompagnata da varie scienze acquistate con lungo studio, e nel basso Pericle che sbrana il leone; nel mentre alcuni sacerdoti porgono incensi a un simulacro di un falso Dio; con altri bellissimi accompagnamenti, e figure allusive; ma perché per la troppa lunghezza della Galleria, e bassezza della soffitta, non si può tutta interamente godere questa bellissima pittura, che pur non empie tutta la volta di essa, per supplire alla restante lunghezza, e renderla anche adorna con sue pitture, vi fece due ovati con favole allusive al quadro di mezzo, collocandone uno sopra, l’altro al di sotto di esso, e con ciò ha arricchito quella nobile Galleria; della quale si dichiarò quel Principe contentissimo a tal segno, che oltre all’accordato onorario volle regalarlo di altri 500 ducati”.

Fortunatamente però, anche se lontana da Napoli, la tela del Solimena 

era finita nella dimora di Ferdinand Bischoffsheim, a Parigi, 

nella Place des Etats-Unis, al numero 11.


Agli ambienti di questa residenza francese, che erano decorati con grande sfarzo, la sala da pranzo rivestita da marmi policromi nello stile di Versailles, alle pareti una favolosa collezione di dipinti di antichi maestri, mancava però qualcosa per meravigliare i suoi ospiti. Pertanto, il Bischoffsheim non esitò a importare dal palazzo napoletano dei San Nicandro una delle tele più belle ed interessanti del maestro Francesco Solimena, dal titolo Les différents moyens pour un Prince d’accéder à la gloire, la grande composizione con soggetti allegorici sopra descritta, per adornare la sala da ballo della sua residenza. Al ricco banchiere, che aveva acquistato in giro per il mondo le più belle opere di arte antica e moderna, si aggiunse la favola, il pezzo unico, esagerato e raro.

 

Successivamente, i discendenti vendettero il palazzo ad un finanziere saudita e questi, recentemente, alla famosa fabbrica di cristalli Baccarat, che vi installò il suo museo, affidandone la ristrutturazione all’architetto Philippe Starck.

Questo edificio, oggi fortunatamente visitabile, con la Galleria decorata dalla tela del Solimena, offre un assaggio dello splendore e di quanto Napoli 

sia presente con la sua magnifica arte nel mondo.


Invece, il palazzo alla Stella, che apparterrà ai Principi di San Nicandro fino agli anni Venti del XX secolo, quando verrà frazionato e venduto a più proprietari, è oggi un condominio che purtroppo ha perso l’antico splendore. 

 

 

 

 

 

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DEMOGRAFIA IN BASILICATA di Angelo Raffaele Colangelo – Numero 13 – Gennaio 2019

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DEMOGRAFIA IN BASILICATA

 

Molteplici e profondi sono stati i cambiamenti che ha subito la popolazione della Basilicata dall’Unità ad oggi. Alcuni divari insorti dopo l’unità sono stati superati, altri se ne sono aggiunti. Tuttavia in oltre un secolo e mezzo non si è prodotta una vera convergenza della regione lucana, e più in generale del Mezzogiorno, con la parte più dinamica del paese. E forse sta qui la vera debolezza della politica: la mancanza di una strategia coerente e risolutiva della questione lucana e meridionale. Tutto ciò si riflette sulla società locale, sulle persone, sulle famiglie, sospinte a “difendersi” dal cambiamento, rifugiandosi in una concezione familistica priva di sbocco. Va letto in questo contesto, ad esempio, il fenomeno della fecondità delle donne lucane, un tempo portate ad esempio per l’intero paese (1), ed oggi tra i livelli più bassi e involutivi. Come va letto in tale contesto la continua fuga soprattutto di giovani dalla regione. Fenomeni che sono all’origine della “desertificazione demografica” del territorio regionale. Nello spazio limitato di questo articolo è difficile dare conto di tutte le trasformazioni e le emergenze demografiche; cercherò di evidenziarne le principali, a partire dalla consistenza della popolazione residente registrata nei 15 censimenti che si sono succeduti in 150 anni di storia unitaria.(2) Cercherò anche di cogliere sinteticamente i fattori che ne hanno condizionato l’evoluzione (o involuzione), accennando conclusivamente ai processi di spopolamento che stanno interessando larga parte del territorio regionale.

 

La Popolazione Lucana dall’Unità ad oggi.

 

Il dato che immediatamente colpisce è lo scarso sviluppo della popolazione lucana nel secolo e mezzo di storia unitaria: 509.060 sono le unità censite nel 1861, 578.036 quelle censite nel 2011. In 150 anni, insomma, la popolazione regionale è cresciuta di appena 68.976 unità, pari ad un incremento del 13,55%, corrispondente ad un tasso medio annuo di appena lo 0,09%. Tra le regioni italiane soltanto il Molise riesce a fare peggio, registrando addirittura un regresso assoluto della popolazione residente (passando dalle 355.138 unità del 1861 alle 313.660 unità del 2011, con una perdita di 41.478 residenti pari all’11,68%). Nel periodo considerato la popolazione del paese, nel suo complesso, cresce di 37.257.267 pari al 168%, con una variazione media annua pari all’1,12%.

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 (*) L’andamento demografico anomalo del comparto è condizionato dal fatto che Veneto e Friuli Venezia Giulia sono presenti dal censimento del 1871, mentre il Trentino Alto Adige è presente dal 1921(**) Le province di Roma e di Viterbo sono presenti dal censimento del 1871

È il Mezzogiorno continentale a presentare il minore sviluppo della popolazione tra le diverse ripartizioni del territorio nazionale. Ma tra le regioni che compongono il Sud, la Basilicata risulta tra le più fragili. Nei 150 anni considerati, infatti, la popolazione meridionale (escluso la Basilicata) passa da 6.105.376 a 13.399.395 abitanti con un incremento assoluto di 7.294.019 pari al 119,46%; insomma raddoppia la propria consistenza. Inoltre, a fronte di una popolazione sostanzialmente stazionaria in Basilicata, nelle altre regioni meridionali – fatta eccezione per il Molise – la popolazione cresce significativamente: in Abruzzo (+52,29%), in Calabria (+69,64%), in Campania (+140,05%) e in Puglia (+203,65%).

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In conclusione, la popolazione residente in Basilicata in un secolo e mezzo non è cresciuta. Tuttavia questo sintetico dato è il risultato di un percorso alquanto accidentato e tormentato (non solo demograficamente). Possiamo distinguere diversi periodi nella vicenda della popolazione lucana contemporanea. Un primo periodo, quello del ventennio immediatamente successivo all’unità (1861-1881), nel quale, nonostante la presenza di un profondo disagio sociale, la popolazione cresce, anche se con un ritmo modesto (tasso medio annuo dello 0,29%, contro un tasso medio nazionale dell’1,5% e del resto del Sud dello 0,6%). Un secondo periodo, quello del quarantennio a cavallo del secolo (1881-1921), quando la popolazione lucana decresce fortemente, ad un ritmo medio annuo dello 0,22%. Nel quarantennio considerato l’Italia nel suo insieme cresce ad un ritmo medio annuo dello 0,90%, e la popolazione del resto del Mezzogiorno cresce con un tasso medio annuo dello 0,7%. È il periodo della grande emigrazione transoceanica, che produce fenomeni di spopolamento diffuso sul territorio della regione. (3) Un terzo periodo, il trentennio che va dal primo al secondo dopoguerra (1921-51), quando la popolazione lucana cresce ad un ritmo più elevato della media italiana (tasso medio annuo dell’0,92%, contro una media nazionale dello 0,69%). Anche il resto del Mezzogiorno continentale cresce nel periodo ad un ritmo medio annuo dello 0,92%. È un periodo demograficamente positivo, sotto l’influenza di due fattori determinanti: il persistere di un regime demografico condizionato ancora dall’alta fecondità delle donne lucane e dalle difficoltà ad emigrare, per le restrizioni operate dagli Stati Uniti d’America. Un quarto periodo, dal 1951 in poi, quando la regione sperimenta un nuovo periodo di flessione demografica, soprattutto nel ventennio 1951-71 e dal 2001 in poi. Nell’intero sessantennio la popolazione regionale diminuisce con un ritmo medio annuo dello 0,13%, mentre il paese cresce con un tasso annuo dello 0,42% e il resto del Sud dello 0,31% annuo. Ed è soprattutto nell’ultimo ventennio che la perdita di popolazione diventa drammatica: contro un paese che comunque cresce al un ritmo dello 0,23% annuo ed il resto del Sud sostanzialmente stazionario (tasso medio annuo dello 0,03%), la popolazione lucana decresce con un tasso medio annuo dello 0,27%.

 

Fattori naturali e migratori nella dinamica della popolazione.

 

Al momento dell’Unità il modello demografico lucano – ma anche quello dell’intero paese – rifletteva le condizioni di antico regime. La fecondità era ancora di tipo naturale, nel senso che il comportamento riproduttivo non mutava in funzione dei figli avuti. La nascita, insomma, era un evento al quale non si sapeva come far fronte (si pensi ai neonati abbandonati, ai cosiddetti “esposti”). E la morte era ancora profondamente “ingiusta”, nel senso che recideva la vita nel fiore degli anni, e particolarmente in età infantile. La transizione ad un regime demografico moderno, caratterizzato da bassa natalità e bassa mortalità, in Italia è avvenuta tardi, e in modo particolare nel Mezzogiorno e in Basilicata. Il processo si avvia a cavallo tra XIX e XX secolo, e il regime demografico moderno si afferma soltanto nel secondo dopoguerra. Con riferimento al territorio regionale, il quoziente di natalità per 1000 abitanti passa da 42,1 nel triennio 1862-64 a 35,9 nel triennio 1900-02, riducendosi di 6,2 punti, contestualmente il quoziente di mortalità passa da 39,3 a 28,3, riducendosi di 11 punti, per cui in quasi quarant’anni il tasso di incremento naturale lucano diventa più che doppio (dal 2,9 per mille al 7,6 per mille). La tendenza alla discesa dei tassi prosegue nel tempo, e nel triennio 1961-63 si attesta al 23,6 per mille per la natalità ed all’8,7 per mille per la mortalità: in sessant’anni il primo quoziente si riduce di 12,3 punti ed il secondo di 19,6 punti. Di conseguenza il tasso di incremento naturale sale al 14,9 per mille, quasi doppio rispetto all’inizio del secolo. Negli ultimi cinquant’anni, invece, si verifica un vero e proprio tracollo nelle condizioni demografiche della regione, con un tasso di natalità che sprofonda al 7,65 per mille nel triennio 2010-12 ed un tasso di mortalità che, per effetto dell’invecchiamento della popolazione, subisce un lieve rialzo, collocandosi al 9,7 per mille, e ne consegue un tasso di decremento naturale di circa il 2 per mille.

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Il processo di invecchiamento della popolazione lucana è evidente, se si considera che la quota degli anziani (quelli in età da 65 anni in poi) passa dal 6,6% del 1951 al 20,5% del 2011; nello stesso periodo la quota dei giovanissimi (in età fino a 14 anni) passa dal 29% al 13,3%. Di conseguenza l’indice di vecchiaia (rapporto tra anziani e giovanissimi) passa dal 344,4% al 752,6% (insomma, se vi erano circa 3,5 anziani ogni giovanissimo nel 1951, ve ne sono ben 7,5 nel 2011), e l’indice di dipendenza (rapporto tra anziani e classi centrali di età 14-64 anni) passa dal 10,3% al 30,9% (insomma, se prima vi era un anziano ogni 10 persone in età lavorativa, ora ve n’è 1 ogni 4). L’altro grande fattore di trasformazione demografico e sociale è stato il fenomeno emigratorio. A causa, certo, della pressione demografica sul territorio, ma anche per l’arretratezza dei rapporti produttivi nelle campagne. È la combinazione dei due fattori (demografico e socio-produttivo) a generare una spinta espulsiva così importante, che assume i connotati dell’esodo nel momento in cui i luoghi di attrazione si rendono disponibili e i sistemi di comunicazione rendono più agevolato il movimento. Il flusso di espatrio, infatti, si mostra presto potente: nel periodo 1876-1913 emigrano 376.627 persone, la gran parte (354.110) verso i paesi oltre oceanici, e solo poco più di 20 mila verso i paesi europei. La meta principale sono gli Stati Uniti (199.475 unità, il 53% dell’intero contingente), seguiti dall’Argentina (77.649, il 22%) e dal Brasile (50.484, il 13%); la meta europea più ambita è la Francia (11.132, il 3% del contingente migratorio). La media annua di espatrio ammonta a 9.911 unità, su una popolazione media del periodo che non supera le 550 mila unità. Dopo il periodo bellico, nel quale partono soltanto 13.159 unità, per lo più ricongiungimenti familiari, il flusso riprende subito con vigore, ma dura solo pochi anni a causa del contingentamento all’ingresso deciso dagli Stati Uniti d’America e alla successiva crisi economica mondiale. In tutto il periodo 1919-1925 emigrano 41.228 lucani, con una media annua pari a 5.890. Dopo il 1925 l’esodo dei lucani via via si spegne. In tutto il cinquantennio 1876-1925 sono espatriati dalla regione 431.014 lucani, dei quali 228.260 hanno raggiunto gli Stati Uniti, 92.563 si sono diretti verso le terre argentine, 55.683 sono approdati in Brasile e 13.165 nella vicina Francia, per citare solo le mete più frequentate. La media annua di espatrio in tutto il cinquantennio è di 8.620 unità. Ad emigrare è soprattutto il maschio (303.627 unità, pari al 70,4% del contingente) che parte da solo (270.239 unità pari al 62,7% del contingente); tuttavia, rispetto al complesso dell’emigrazione italiana del periodo, la presenza delle donne (127.387 pari al 29,6%) e soprattutto dei minori (160.775 unità pari al 37,3%) si mostra significativa nel contingente lucano, a segnalare che gli emigranti lucani esprimono più degli altri l’intenzione di partire per non ritornare. La figura professionale più presente nel contingente emigratorio è l’addetto ai lavori campestri (63,8%), seguito a distanza dagli addetti ai lavori di sterro (10,9%), ma anche la presenza di figure artigianali e professionali è significativa (13,3%), a testimonianza che il progetto emigratorio, in realtà, interessa tutta la società lucana. Non tutto il contingente che espatria, ovviamente, diventa perdita demografica definitiva per la regione: c’è chi parte e non ritorna, e c’è chi dopo essere tornato riparte nuovamente (il cosiddetto flusso circolare), ma c’è anche chi dopo un po’ di tempo ritorna definitivamente. Le statistiche ufficiali non registrano le ripartenze né, fino al 1905, i rientri; è quindi complicato avere cifre esatte su quella che viene definita “emigrazione netta”, ossia la perdita netta di lucani che si sono spostati definitivamente all’estero. Le statistiche ufficiali (4) registrano che, nel periodo 1906-25, sono 58.302 emigrati di ritorno, meno del 30% del flusso in uscita. Anche assumendo tale percentuale come valida per tutto il periodo 1876-1925, avremmo comunque una perdita di popolazione per emigrazione superiore alle 300 mila unità (oltre la metà dei residenti in regione al 1881), con un tasso di emigrazione netta pari all’1,16% sulla media della popolazione dal 1881 al 1921, ben più alto del tasso di crescita naturale della popolazione lucana nel periodo. Al termine del secondo conflitto mondiale la pressione demografica sul territorio torna ad essere notevole, ma non si trasforma immediatamente in flusso emigratorio, per il persistere del contingentamento degli sbarchi negli USA e per le condizioni non più favorevoli nelle tradizionali destinazioni latino-americane (Argentina, Brasile), mentre le nuove destinazioni – come l’Australia – non corrispondono pienamente alle aspirazioni dei potenziali emigrati e lo sbocco europeo è ancora molto limitato (quelli svizzero e tedesco si apriranno solo dalla seconda metà degli anni cinquanta). Nel decennio 1946-55 emigrano dalla regione 43.728 unità (10.163 sono i rimpatri, pari al 23,2% degli espatri), ma già nel ventennio successivo il flusso in uscita sale a 194.776 emigranti (76.190 sono i rimpatri, pari al 39,1% degli espatri). La crescita del flusso di ritorno è dovuto al fatto che l’emigrante lucano predilige ormai la destinazione continentale, e diversi paesi europei praticano politiche di scoraggiamento all’insediamento definitivo sul proprio territorio. La vicinanza tra luogo di provenienza e quello di destinazione, e i relativamente bassi costo di trasferimento, inoltre, consentono all’emigrante di partecipare ad un mercato del lavoro allargato, capace di fargli cogliere ogni opportunità di lavoro temporaneo che si crea nei paesi esteri, nel nord d’Italia o nella stessa regione. In sostanza il progetto emigratorio lucano diventa sempre meno un progetto di vita, da condividere con la propria famiglia. L’emigrante è un lavoratore che si muove prevalentemente da solo, pronto a cogliere le opportunità di una domanda di lavoro che nel continente europeo tende ad unificarsi. La partecipazione femminile è scarsa nel movimento emigratorio continentale (solo del 10%, nel quadriennio 1959-63), mentre permane elevata (50% nel contingente) nel movimento transoceanico. Il 43% dell’emigrazione continentale lucana si dirige verso la Svizzera e il 32% verso la Germania Federale, nazioni che forniscono anche alte percentuali di rimpatrio (rispettivamente 29% e 13%).

 

Espatri e rimpatri 1876-2014 : Basilicata, Italia e Sud

 

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Nel secondo dopoguerra parte anche un intenso movimento migratorio interno, con destinazione le regioni del cosiddetto triangolo industriale (Liguria-Lombardia-Piemonte), la cui entità è stimata attraverso il trasferimento di residenza (iscrizioni e cancellazioni anagrafiche). La registrazione anagrafica coglie, tuttavia, solo approssimativamente il movimento reale, perché non sempre chi si muove trasferisce la propria residenza, e comunque non lo fa con contemporaneità; tuttavia questa rimane l’unica fonte statistica per rilevare il movimento migratorio interno. Il fenomeno assume ritmi elevati nel triennio 1961-63 (71.887 cancellazioni a fronte di 34.019 iscrizioni, con una perdita netta di 37.868 unità, corrispondente ad una media annua di 12.623 residenti) e nel triennio 1968-71 (67.216 cancellazioni a fronte di 34.611 iscrizioni, con una perdita netta di 32.605 unità, corrispondente ad una media annua di 10.868 residenti). Dal 1972 in poi il flusso netto si ridimensiona, ma non si esaurisce. Fino al 1981 le destinazioni prevalenti sono le regioni del Nord Ovest, ed in particolare la Lombardia (con unità nette trasferite) ed il Piemonte (con 49.085). Dopo il 1981 il flusso si riduce nelle dimensioni e si distribuisce nelle principali regioni sia del Nord che del Centro Italia; in particolare, perde importanza il Piemonte, mentre emerge il polo attrattivo dell’Emilia Romagna.

 

Saldi dei movimenti anagrafici tra comuni della Basilicata e comuni del

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Muta anche la qualità delle risorse umane che abbandonano la regione: sempre più giovanile e scolarizzata, anche femminile; spesso ci si sposta per proseguire gli studi e non si fa più ritorno.

 

Lo spopolamento attuale

 

Questa continua sottrazione di risorse umane, soprattutto giovanili, non solo ha effetti negativi sulla consistenza della popolazione residente in regione, ma altera profondamente la sua struttura per età. In particolare assottiglia le classi di età demograficamente più produttive, con effetti sulla consistenza della quota di popolazione prolifica e quindi sulla fecondità generale. Quest’ultima è depressa, inoltre, dalla carenza di servizi di conciliazione tra famiglia e lavoro e dal carico, sulla componente femminile, dei servizi di assistenza a una popolazione sempre più anziana. Studi demografici sulla fecondità, sia a livello europeo che nazionale, hanno mostrato come le aree con minori servizi di conciliazione subiscono un doppio effetto negativo: l’occupazione femminile stenta a decollare e la fecondità si riduce sempre di più. In questo modo si spiega l’inattesa inversione territoriale nella fecondità in Italia, dove regioni tradizionalmente feconde come la Basilicata fanno sempre meno figli, mentre le regioni settentrionali vedono un incremento relativo delle nascite. E ciò non soltanto per effetto delle immigrate, il cui comportamento riproduttivo sta via via allineandosi a quella delle italiane, ma proprio per la maggiore disponibilità di servizi di conciliazione.

Numero medio di figli per donna ed età media della donna al parto

 

 

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Sono queste le ragioni che portano alla crescita del “malessere demografico” nella regione lucana. Il demografo Antonio Golino, analizzando il fenomeno dello spopolamento nelle regioni italiane, con riferimento al 1991, per la Basilicata parla di “malessere demografico relativamente diffuso e crescente”. (5) I comuni più compromessi (“in grave crisi demografica”) risultavano 11 e quelli comunque in difficoltà (“tasso di incremento naturale medio annuo…sceso al di sotto dello zero”) ben 69. Ricalcolando con i medesimi criteri i valori dei comuni lucani con i dati del censimento 2011 viene fuori che i comuni più compromessi salgono a 67 e quelli comunque in difficoltà a 51. È stato osservato (6) che in presenza di condizioni di arretratezza e di diffuso malessere sociale (oltre che demografico), le aspettative dei cittadini e i meccanismi di consenso finiscono per adattarsi ali livelli più bassi, facendo quindi venir meno la necessaria spinta critica verso i soggetti pubblici, i quali finiscono per non trovare le motivazioni per una politica di cambiamento. Sono convinto che ciò accresce la responsabilità di una classe dirigente che intende prendersi cura dei cittadini che amministra e del territorio che governa, e per costruire risposte adeguate e coerenti a queste condizioni di malessere è opportuno avere piena cognizione delle cause che ancora le determinano.

Note

 

(1) “La Lucania ha un primato che la mette alla testa di tutte le regioni italiane: il primato della fecondità, la quale è la giustificazione demografica e quindi storica dell’impero” (B. Mussolini, comizio a Potenza del 27 agosto 936). Citato in R. Villari “Il sud nella storia d’Italia”, vol. II, Laterza 1974

(2) Nei primi censimenti unitari viene rilevata soltanto la popolazione presente. Tuttavia l’ISTAT ha ricostruito quella residente per tutti i censimenti e per tutti i comuni. Cfr. ISTAT “Popolazione residente dei comuni. Censimenti dal 1861 al 1991”, Roma 1994

(3) Come testimonia Francesco Saverio Nitti nella sua “Inchiesta sulle condizioni dei contadini in Basilicata e in Calabria” del 1910, riportata in “Scritti sulla questione meridionale”, Laterza 1968

(4) Commissariato Generale per l’Emigrazione “Annuario dell’emigrazione italiana dal 1876 al 1925”, Roma 1926

(5) Golino-Mussino-Savioli “Il malessere demografico in Italia”, il Mulino 2000

(6) Casavola-Utili “Il Mezzogiorno: politiche per la crescita e riduzione delle disuguaglianze”, nel volume curato da Guerzoni “La riforma del welfare. Dieci anni dopo la Commissione Onofri”, Il Mulino 2008

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I PARCHI LETTERARI DELLA BASILICATA di Giuditta Casale – Numero 13 – Gennaio 2019

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I PARCHI LETTERARI DELLA BASILICATA 

 

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furono promulgate le nuove leggi, dette Constitutiones Melfitane, perché la cerimonia dell’emanazione si tenne nel Castello lucano di Melfi, una delle dimore più amate dall’imperatore, in cui aveva convocato la Grande Assise di Baroni e Vescovi del Regno.

Il corpus di duecento leggi davano un assetto legislativo completo ed organico per ogni aspetto della vita amministrativa, sociale ed economica del Regno. Considerato l’atto di nascita dello stato amministrativo moderno, la raccolta pone Federico II sulla linea di Cesare, Teodosio e Giustiniano, riaffermando l’universalità del diritto romano.

A secoli di distanza, da un altro castello una giovane donna disperata, 

Isabella Morra, confida le sue pene al fiume Sinni,


che in prossimità del castello devia il corso con un’ansa per asciugare le lacrime da cui scaturisce una delle voci più interessanti della poesia del XVI secolo, isolata da corti e salotti letterari. Nella breve vita, Isabella Morra non riuscì mai ad allontanarsi da Favale, l’odierna Valsinni in provincia di Matera, dove era nata intorno al 1520, e dove fu uccisa probabilmente dai fratelli per vendetta e gelosia tra il 1545 e il 1548. Invano dall’alto del castello normanno, divenuto una prigione, avrebbe guardato il mare in attesa dell’arrivo salvifico del padre, nella speranza di essere portata via dal “denigrato sito”, che ancor oggi risuona dei suoi poetici lamenti. 

 

Morte precoce e violenta anche per

Mario Francesco Pagano, immortalato da Giacomo Di Chirico, 

pittore lucano della metà dell’Ottocento,


mentre accetta senza cedimenti la condanna a morte, all’indomani della caduta della Repubblica di Napoli, per la quale aveva scritto insieme ad altri quattro giuristi la Costituzione, pubblicata il 1 giugno del 1799. Era partito giovinetto dal piccolo borgo lucano di Brienza, dove era nato nel 1748, per proseguire gli studi a Napoli, e diventare il brillante giurista, letterato, filosofo e saggista, uno dei più importanti nomi dell’illuminismo italiano. 

 

Il 15 luglio 1935 una condanna altrettanto ingiusta cadeva su 

Carlo Levi, ritenuto pericoloso dal Fascismo per attività politica 

nociva agli interessi nazionali.

 

I tre anni di confino avrebbero dovuto essere scontati a Grassano, ritenuta poco sicura per la vicinanza della stazione ferroviaria, e sostituita con un paese inaccessibile: Aliano. Indimenticabile per lui e per i numerosi lettori di “Cristo si è fermato ad Eboli”, sparsi dovunque nel mondo, l’arrivo in paese. Il paesaggio lunare rimase impigliato nelle mani di scrittore e pittore, indelebile, tanto da divenire sua patria d’adozione e ultimo ricovero, perché è lì che riposa come da lui voluto all’indomani della morte nel 1975. 

 

Come la casa abitata da Levi ad Aliano gli lascia posare lo sguardo sull’immensità del paesaggio, così “’U Paazze”, la casa natale di Albino Pierro nella piazza del centro storico di Tursi, dove era nato nel 1916, domina su una vista incantevole, motivo di ispirazione lirica costante: il torrente Pescogrosso, il convento di San Francesco e i dirupi del rione Rabatana, a cui sono dedicati i suoi versi più celebri.

Federico II, Isabella Morra, Mario Francesco Pagano, Carlo Levi, Albino Pierro: personalità divise da distanze temporali consistenti, differenti i contesti storici 

e umani, esistenze di spessore segnate da vicende difficilmente assimilabili. 

Cosa le lega tra loro?


Quale percorso congiunge Melfi, Valsinni, Brienza, Aliano e Tursi, oltre a essere territori lucani? 

 

C’è una connessione per un viaggiatore attento alla letteratura e spinto a credere che i luoghi e i paesaggi natii o abituali influenzino lo sguardo e l’indole del soggetto che li vive? Quante volte guardando un paesaggio abbiamo sentito scorrere un brivido e risalire prepotentemente alla memoria parole, versi, frasi letti? Non potrebbe essere diversamente visto che il paesaggio è fonte d’ispirazione costante per scrittori e poeti, artisti e intellettuali. Binomio insolubile, radicato nella coscienza, nonostante la sorte possa spingere lontano, come avviene per Pagano o Pierro, o al contrario rendere intimi e propri luoghi “distanti” da quelli considerati originari, come per Levi.

Il nesso che volevo evidenziare tra le biografie e i luoghi da cui scaturiscono 

è racchiuso nella seguente affermazione:


I Parchi Letterari® assumono il ruolo di tutela letteraria di luoghi resi immortali da versi e descrizioni celebri che rischiano di essere cancellati e che si traducono nella scelta di itinerari, tracciati attraverso territori segnati dalla presenza fisica o interpretativa di scrittori. Un singolare percorso che fa rivivere al visitatore le suggestioni e le emozioni che lo scrittore ha vissuto e che vi ha impresso nelle sue opere 
(Stanislao Nievo) È l’idea di partenza da cui si mosse nel 1992 il pronipote di Ippolito Nievo, a sua volte scrittore, per dare corpo e motivazione all’ambizioso ed entusiasmante progetto dei Parchi Letterari. Tale è Melfi grazie alla personalità “stupenda” di Federico II; Valsinni per essere immortalata da Isabella Morra nei versi che l’hanno resa celebre; Brienza per i natali illustri a Mario Francesco Pagano; Aliano che da prigione diventa patria elettiva per Carlo Levi; Tursi conosciuta in più di trentasei lingue grazie ai versi sublimi e malinconici di Albino Pierro.

 

Un paesaggio che senza dimenticare la sua valenza turistica, anche in senso economico, la valorizza sul piano storico-testimoniale attingendo alla forza immortale della letteratura, anche in termini di tutela, custodia e salvaguardia.

“Per questi motivi I Parchi Letterari® sono fatti di accoglienza, di visite guidate, 

di eventi spettacolarizzati, e prevedono la possibilità di coinvolgere anche 

le realtà imprenditoriali identificative dall’enogastronomia all’artigianato”, 

come si legge sul sito www.parchiletterari.com, curato ed esaustivo,


in cui i tanti parchi letterari che costellano il territorio italiano trovano il luogo deputato per attrarre il lettore e comunicare le attività che autonomamente gestiscono.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Castello di Isabela Morra

 Il Castello di Isabela Morra

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IL MEZZOGIORNO FRA LINGUE E DIALETTI Parte II di Francesco Avolio – Numero 13 – Gennaio 2019

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IL mezzogiorno  FRA LINGUE          E DIALETTI

Parte II

 

 

Verso Nord, le parlate tecnicamente definibili come “meridionali intermedie” giungono all’incirca all’altezza di una fascia che unisce il Circeo, sul Tirreno (LT), 

alla foce dell’Aso, sull’Adriatico (AP), passando per Ceprano (FR), Sora (FR), 

Avezzano (AQ), L’Aquila e Accùmoli (RI), mentre, verso Sud, includono per intero 

la Basilicata, valicando il massiccio del Pollino, in provincia di Cosenza, 

fino al fiume Coscile, e, più a Oriente, raggiungono le città pugliesi 

di Taranto, Martina Franca (TA), Ceglie Messapica e Ostuni


(BR, Francavilla Fontana e Brindisi sono invece già salentine, cioè meridionali estreme, come quelle calabro-sicule). 

 

L’intera penisola calabrese viene poi a configurarsi come una sorta di lungo ponte fra i dialetti meridionali e quelli siciliani, i quali, invece, per non pochi fenomeni, fanno gruppo a sé (come vedremo nel prossimo numero). 

 

Le parlate meridionali intermedie si distinguono da quelle delle aree vicine per la contemporanea presenza di almeno due fenomeni:

1) il passaggio di tutte o quasi tutte le vocali finali al suono –ë, la cosiddetta “e muta” o “indistinta” che sarebbe più corretto definire “vocale centrale media”, ben nota 

a lingue come il francese (faire ‘fare’) o l’inglese (about ‘circa’):


napoletano aggë ‘ho’ < HABEO, nirë ‘nero’ < NIGRU(m), ma anche ‘neri’ < NIGRI, sèttë ‘sette’ < SEPTE(m), ùnnëcë ‘undici’ < UNDECI(m), fémmënë ‘femmina, donna’ < FEMINA(m); questa vocale, come si è visto dagli ultimi due esempi, può spesso comparire anche nella altre sillabe non accentate (fërràrë ‘fabbro’, sèntënë ‘sentono’ ecc.), e, in qualche parlata, soprattutto del versante adriatico, perfino come vocale accentata principale (ad Atri, Te, mëtrë ‘metro’, a Stigliano, Mt, mërë ‘muro’). 

 

Una parziale eccezione, da questo punto di vista, è rappresentata da una serie di dialetti che si estendono dalla valle del Garigliano fino alla Basilicata sud-occidentale, attraverso la media valle del Volturno, una parte del Beneventano, la bassa Irpinia, l’alto Sele e il Cilento (cioè la zona del Mezzogiorno che nel Medioevo fu più marcatamente longobarda), i quali mostrano invece vocali finali e interne ancora in vario modo percepibili.

2) Lo sviluppo, almeno in tracce, del nesso latino pl- in /kj-/ (scritto chi-):

 

nap. chianë ‘piano’ < PLANUM, chiòvërë ‘piovere’ < PLOVERE, chiummë ‘piombo’ < PLUMBU(m) ecc.

2 – Il ruolo e la posizione linguistica di Napoli

 

Napoli, la capitale – su cui molte zone del Regno hanno gravitato per secoli, 

con cospicui e a volte patologici fenomeni di inurbamento – pur avendo esercitato 

a lungo una riconoscibile leadership, non ha mai affidato quest’ultima 

ad una politica linguistica appositamente pianificata.

 

Del resto, sono stati e sono molto dibattuti, anche oggi, i rapporti che intercorrono tra il napoletano e le parlate ad esso limitrofe, e tra la zona più propriamente “campana” e le altre zone linguistiche del Mezzogiorno. Semplificando e sintetizzando, si può affermare che se da un lato è senz’altro vero che in una fascia di territorio piuttosto ampia tutt’intorno a Napoli esistono varietà dialettali molto simili a quella cittadina (al netto delle piccole differenze che intercorrono tra comuni e perfino tra frazioni, che del resto si ritrovano in tutta Italia, e sono anzi una caratteristica di fondo del nostro Paese; v. Fig. 1), è però altrettanto facilmente verificabile che, all’interno del territorio amministrativamente campano, esistono transizioni fonetiche di un certo rilievo nel contesto dialettale meridionale, e ciò malgrado la plurisecolare presenza del prestigioso modello partenopeo (come spesso accade, i confini amministrativi non hanno alcun valore dal punto di vista linguistico). Fra queste citiamo, in Irpinia e ad Est di Salerno, come anche nel Cilento e nel Vallo di Diano, gli esiti di -cj- in -zz- (fazzë ‘faccio’ < FACIO, nap. faccë, vrazzë ‘braccio’ < BRACIUM, nap. vraccë) e di -ng- + e, i in -ng- (chiangë ‘piangere’, nap. chiagnërë, móngë ‘mungere’, nap. mógnërë), nonché lo sviluppo -ll- > -dd- (jaddë ‘gallo’, ddà ‘là’), che anticipano quanto si osserva più a Oriente e anche nell’estremo Mezzogiorno.

3 – Alcuni tratti particolarmente diffusi


Sulla base di una lunga tradizione di studi – nella quale spiccano i nomi di Clemente Merlo (1879-1960), Gerhard Rohlfs (1892-1986), Oronzo Parlangèli (1923-1969), Franco Fanciullo, Nicola De Blasi, e le gradi imprese dell’Atlante linguistico Italo-Svizzero (AIS, fondato nel 1919 dagli studiosi svizzeri Karl Jaberg e Jakob Jud) e dell’Atlante Linguistico Italiano (ALI, fondato nel 1924 da Matteo Bartoli) – possiamo identificare una significativa serie di tratti fonetici e grammaticali tipici di ampie aree del Mezzogiorno. Fra questi: 


• la “metafonesi”, cioè l’innalzamento delle vocali accentate -é- ed -ó-, che diventano rispettivamente -i- ed -u- per influsso delle vocali finali -i e -u latine originarie (a Napoli acitë ‘aceto’, pilë ‘pelo, -i’, munnë ‘mondo’, pullë ‘pollo, -i’ ecc. ), e di -è- e -ò-, che invece, nelle stesse condizioni, possono dittongarsi (piéttë ‘petto, -i’, piérë ‘piedi’, uóssë ‘osso’, fuóchë ‘fuoco, -chi’) 

 

• il “betacismo”, cioè il doppio esito di v– e b-, che di norma è v- in posizione iniziale e tra vocali, –(b)b- dopo consonante o alcuni monosillabi (nap. na vòtë ‘una volta’, ma tre bbòtë ‘tre volte’); 

 

• l’uso del “possessivo enclitico”, cioè posposto e privo d’accento, con i nomi di parentela, soprattutto nelle prime due persone singolari (fìgliëmë ‘mio figlio’, sòrëtë ‘tua sorella’); 

 

• la conservazione, con ulteriori sviluppi, del “neutro” latino, attuata sia attraverso un particolare articolo usato con gruppi di nomi che non ammettono una forma plurale (e che spesso erano neutri già in latino: a Monticchio, aq, lë vinë ‘il vino’ < vinu(m), lë férrë ‘il ferro inteso come metallo’ < ferru(m), ma u férrë ‘il ferro da stiro’, pluralizzabile e dunque maschile), nonché con aggettivi e verbi sostantivati (lë ruscë ‘il colore rosso’ vs. u ruscë ‘la persona dai capelli rossi’, lë campà ‘il vivere’), sia tramite aggettivi e pronomi dimostrativi diversi dai corrispondenti maschili (nap. chéstë nun o ssaccë ‘questa cosa non la so’, ma a cchistë nun o saccë ‘questa persona non la conosco’: in tutti i casi il dimostrativo neutro è non metafonetico, quello maschile è invece metafonetico). 

 

Vi sono poi altri fenomeni meno diffusi: larga parte della Puglia e la Lucania contigua, ad esempio, oltre ad essere caratterizzate da vistosi dittonghi (a Martina Franca, ta, sóulë ‘sole’, a Bitonto, ba, fòichë ‘fico’, a Melfi, pz, léucë ‘luce’), che giungono verso Nord fino all’Abruzzo (a Lanciano, ch, spàusë ‘sposa’), ci mostrano anche il caratteristico sviluppo j-, dj-, g + e, i > š (suono come quello dell’italiano sciame, ma un po’ più debole): šamë ‘andiamo’, da un precedente jamë < eamus, óšë ‘oggi’ < hodie, frìšë ‘friggere’ < frigere ecc.

 

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La gran parte dell’area linguistica meridionale (detta anche “meridionale intermedia” o “alto-meridionale”) coincide con una vasta porzione di quello che fu il Regno di Napoli, il più esteso stato preunitario d’Italia, collegato al resto della penisola da importanti direttrici Nord-Sud, come il litorale adriatico, la conca aquilana e la valle del Sacco-Liri, che, in varia misura, hanno potuto attenuare l’isolamento determinato, nella regione abruzzese, dai più elevati rilievi appenninici.

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Carta linguistica dell’Italia, con indicazione delle minoranze linguistiche o comuità alloglotte (elaborazione di Elena Crescenzi dalla Carta dei dialetti d’Italia di G. B. Pellegrini, Pisa, Pacini, 1977).

La tabella mostra come due dialetti, uno degli immediati dintorni di Napoli (Afragola), l’altro della Costiera amalfitana (Ravello, Sa); non solo siano assai vicini tra loro e al napoletano cittadino, ma concordino alternativamente con quest’ultimo riguardo ad alcuni tratti molto frequenti nel parlato d’uso quotidiano.

La copertina di uno dei volumi dell’Atlante Linguistico Italiano, fondato a Torino da Matteo Bartoli nel 1924 e pubblicato dall’attuale direttore, Lorenzo Massobrio, presso l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato.

 

LA GROTTA DELL’ARCANGELO GUERRIERO di Giorgio Salvatori – Numero 13 – Gennaio 2019

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LA GROTTA DELL’ARCANGELO GUERRIERO

 

Secondo le Scritture Sacre questa domanda risuonò come un tremendo ammonimento nei cieli quando Michele, l’Arcangelo che guidò le schiere angeliche contro Satana, cacciò dalla volta celeste le creature spirituali che, con un atto di superbia, si erano ribellate a Dio.

L’iconografia cristiana lo raffigura alato, fiero, con la spada sguainata, 

nell’atto di schiacciare un drago o una creatura infernale. Prefigurazione celeste 

di San Giorgio, sua più terrestre emulazione. Angelo guerriero, dunque, 

ma anche guaritore e protettore dei giusti. 

 

In queste vesti è apparso in frequenti ierofanie nell’Occidente cristiano. Lungo la penisola sono diverse le narrazioni di episodi legati a manifestazioni improvvise dell’Arcangelo, dal Piemonte alla Sicilia, con una frequenza accentuata nel meridione dello Stivale. 

In Puglia, in particolare, la sua epifania è attestata ripetutamente 

nell’area del promontorio montuoso del Gargano.


Una presenza costante che ha generato miti, leggende e un culto devozionale che, originatosi nel Medio Evo, è giunto fino alla nostra epoca senza perdere vigore né vitalità. Le ragioni di questa devozione sono molteplici.

La più importante è da ricercarsi nella marcata ripetizione delle apparizioni.

 

Esse hanno donato al luogo della prima manifestazione dell’Arcangelo, una grotta vasta e profonda, un’aura di sacralità ormai radicata nella memoria delle popolazioni del Gargano. Non meno rilevante, per la forte devozione popolare, è l’aspetto terrifico che la figura di Michele condivide con la sua immagine salvifica e benefica, aspetto che, da sempre, è accolto e riconosciuto nella tradizione cristiana: ferreo giustiziere divino per i malvagi, dunque, e salvatore misericordioso per gli oppressi, senza alcuna contraddizione. 

 

È proprio il suo aspetto terrifico ad accogliere i visitatori all’ingresso della grotta di San Michele, a Monte S. Angelo, in Gargano:

‘‘terribile è questo luogo’’ c’è scritto sulla porta della basilica da cui si accede alla grotta. ‘‘Terribilis est locus iste, hic domus dei est et porta coeli’’.

 

Va precisato, tuttavia, che la traduzione più aderente al significato biblico (Genesi, 28, 17) e la più ortodossa per la Chiesa, dovrebbe essere la seguente: ‘‘Questo luogo deve suscitare rispetto, questa è la casa di Dio e la porta dei Cieli”. Oggi, condizionati, dalla sindrome di Dan Brown, molti preferiscono porre l’accento sul presunto significato esoterico della frase che compare, identica, anche all’ingresso di altri templi cristiani e, tra questi, sul frontone della famosa chiesa di Santa Maria Maddalena di Rennes-le-Château.

Torniamo all’origine della nostra storia, a quel lontano 490, anno della presunta, prima apparizione dell’Arcangelo in Puglia, la prima secondo alcuni, 

tra le decine attribuite a San Michele, in tutta Europa.


In quell’anno, secondo la leggenda, un allevatore di buoi del Gargano si mise alla ricerca di un toro scomparso dalla sua stalla. Quando lo ritrovò, dopo una lunga e spasmodica caccia, lo vide coricato nella penombra di una grotta dall’accesso impervio. Irato per la ricerca estenuante e perché l’animale non si lasciava avvicinare, il mandriano incoccò una freccia nel suo arco e la scagliò rabbiosamente verso il toro. Inspiegabilmente il dardo, sempre secondo la leggenda, dopo aver percorso un breve tratto, si girò verso l’arciere e si conficcò sul corpo del malcapitato, facendolo sanguinare. Alcune versioni della storia accennano inoltre ad una sfolgorante luce proveniente dalla cavità più profonda della spelonca. L’uomo corse subito a narrare l’accaduto a Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto. Il prelato rimase talmente turbato da quel racconto che, durante la notte, ricevette in sogno la visita dell’Arcangelo Michele. Questi gli rivelò che la grotta in cui aveva trovato rifugio il toro gli era sacra e che egli ne era l’eterno custode. Aggiunse poi che là, dove si apriva la caverna, potevano essere rimessi i peccati di chi vi si fosse recato in sincera contrizione. Dopo alcune, iniziali, titubanze, la Chiesa riconobbe nel luogo la presenza di Michele, l’Arcangelo venerato come un santo.

Si trattò invece, secondo l’esegesi più laica e profana, della prima sostituzione cultuale del mito pagano di Ercole vendicatore, armato di clava, fortemente 

presente nell’area garganica, con quello dell’Arcangelo Michele 

che si fa giustizia impugnando la spada.


Comincia così la vicenda che lega in modo inestinguibile Michele, il guerriero di Dio, alle popolazioni della Montagna del Sole, il Gargano. Dopo nuove manifestazioni dell’Arcangelo, negli anni e nei secoli successivi, e dopo miracolose guarigioni da pestilenze, processioni di fedeli e pellegrinaggi di santi e di cavalieri crociati nella grotta consacrata, l’epifania di Michele in Gargano divenne leggenda, culto e patrimonio dell’intero Occidente. 

 

Apparizioni simili seguirono un po’ dovunque nell’Europa ormai cristianizzata, quasi tutte collegate a luoghi di culto che, ancora oggi, per i devoti, ne sono testimonianza e formano quella che viene chiamata la ‘‘Via Micaelica’’: da Shelling Michael, in Irlanda, a Saint Michael Mount, in Inghilterra e poi Mont Saint-Michel, in Francia, la Sacra di San Michele, in Piemonte, l’isola di Symi, nel Dodecaneso.

Alcune epifanie sono sorprendenti. La più stupefacente è quella che ebbe luogo 

nel XII secolo, ancora una volta in Italia, più precisamente a Chiusdino, 

nelle colline selvose della Toscana.


È qui che un cavaliere, in cerca di gloria (come Francesco di Assisi prima della conversione) rimase atterrito quando, all’improvviso, venne investito da una luce accecante. Il bagliore emanava da una figura luminosa, l’Arcangelo che lo affrontò mentre il cavaliere, armato e a cavallo, stava per attraversare, fisicamente e metaforicamente, un ponte. Un incontro che lo trasformò da ‘‘miles belli’’ a ‘‘miles Christi’’ grazie al gesto di rovesciare la spada, che in questo modo divenne una croce, per poi infiggerla, prodigiosamente, nella dura roccia (la spada nella roccia è un mistero non svelato, ma documentato da analisi e ricerche effettuate da studiosi dell’Università di Pavia). Quel cavaliere, poi riconosciuto come santo, si chiamava Galgano. 

 

Non può sfuggire neppure al più distratto dei lettori che questo nome rievoca, per impressionante assonanza, quello di Gargano, termine che, storicamente e geograficamente, contrassegna sia il promontorio montuoso pugliese sia, in alcune versioni della leggenda della grotta, il nome del proprietario del toro fuggito dalla mandria. 

Fascino, mistero, carisma, spiritualità emanano dalla figura di Michele, 

venerato da tutte e tre le religioni del Libro: 

Ebraismo, Cristianesimo, Islam.


L’angelo che, insieme a Gabriele, istruì Maometto sulla volontà di Allah per i musulmani, Arcangelo e Santo per i cattolici, Arcangelo e basta per gli ebrei, ma anche per i cristiani ortodossi. Cuore del suo culto resta quella grotta a Monte S. Angelo, in Gargano, cui si accede attraverso una basilica in cui transitano ancora oggi migliaia di fedeli. Nel corso dei secoli vi si sono recati papi e condottieri, principi e plebei e diversi santi. Tra questi Padre Pio da Pietrelcina, il più amato in terra di Puglia e tra i più venerati nel mondo.

Eppure leggendo l’interminabile elenco dei visitatori della grotta, 

ciò che più colpisce, ma non sorprende, l’animo del lettore 

è il pellegrinaggio di San Francesco.


Dopo aver percorso, a piedi e con mezzi di fortuna, l’itinerario che lo separava dalla caverna dell’Arcangelo, il Santo di Assisi giunse all’ingresso della grotta e lì si fermò in silenzio. ‘‘Non sono degno di entrare in un luogo così sacro’’, furono, secondo i biografi, le sue parole. Una frase che racchiude insieme la grandezza del fraticello di Assisi e la forza prodigiosa e sovrannaturale che ancora emana dalla Grotta dell’Arcangelo. 

 

Per tutte queste ragioni la miracolosa caverna del Gargano è, per moltissimi devoti, il santuario più importante tra i tanti luoghi di culto cristiano diffusi lungo la penisola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La parola Michele, infatti, si potrebbe tradurre in ‘‘Chi è come Dio’’? Che in ebraico suona: ‘‘mi kha El’’?

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PAESTUM QUEL SOGNO GRECO di Nadia Parlante – Numero 13 – Gennaio 2019

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PAESTUM QUEL SOGNO GRECO

 

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mentre sfiorano il tufo ruvido delle colonne, cercando di carpire il segreto nascosto dei templi pestani, la bellezza maestosa di quelle pietre millenarie che sfidano il tempo degli uomini proiettandosi nell’eternità.

Sono i turisti provenienti da tutto il mondo che ancora oggi, esattamente come trecento anni fa, raggiungono le rovine dell’antica città di Poseidonia, attratti da un mito immortale che qui ha trascinato artisti, poeti, re e imperatori…

Li puoi immaginare, quegli uomini avventurosi e colti del Grand Tour 

mentre nel XVIII secolo, affrontano un viaggio a dir poco apocalittico 

nelle paludi a sud di Salerno, verso il Cilento, solo per ammirare 

il segno tangibile della civiltà e dell’arte antica. 


E tra mandrie di bufali dagli occhi sanguigni, mandriani malarici, sterpaglie, greggi, fuochi e zanzare, piegarsi commossi di fronte a quella magnificenza assoluta che si ergeva nella solitaria valle dei templi italiana, tra la terra e il mare. Maestosa e perfettamente visibile, eppure inspiegabilmente ignorata e depredata da secoli, tanto vicina alla civiltà moderna eppure tanto remota e incomprensibile da sembrare un universo sconosciuto e inesplorato.

“L’unico modo per divenire grandi, è l’imitazione degli antichi”
– scriveva in quegli anni il tedesco Winckelmann – gettando le basi 

del Neoclassicismo che proprio del mito greco si nutriva 

e grazie a Paestum conobbe uno dei suoi momenti 

più alti e significativi. 


E nel suo vagare stupefatto tra le possenti colonne doriche, le piante di fichi e le rose virgiliane, anche lo scellerato genio Giovan Battista Piranesi, precursore del romanticismo, riscoprì l’assoluta grandezza degli antichi posidoniati, la eternò attraverso le sue incisioni, dedicando a Paestum la sua ultima, eroica fatica. 

 

Le tre architetture colossali si ergono a pochi chilometri dal fiume Sele e dalla Real Caccia di Persano, sito venatorio dei re Borbone, grazie al quale fu creata la strada che vi conduceva e procedeva poi oltre il fiume, verso l’antica città, patrimonio personale del re Carlo, appassionato di arte, archeologia e promotore della loro riscoperta e valorizzazione.

E vi giunse tra gli altri, anche lo scrittore Goethe, sgomento per l’inferno del viaggio da Salerno ma estasiato e ampiamente ripagato dalla vista di ciò 

che, quasi di colpo, si era trovato innanzi.


Un mondo che gli parlava “in un linguaggio sconosciuto” mentre sbigottito camminava lungo il perimetro del tempio “comunicando alle colonne la sua vita” e ascoltando da esse “il soffio vitale” che l’architetto geniale vi aveva infuso. 

 

L’antica città della Magna Grecia, dedicata al dio del mare, conobbe il periodo di massimo splendore economico, politico ed artistico intorno alla metà del VI secolo a.C., ma continuò ad espandersi in età romana e lucana, fino all’impaludamento e abbandono progressivo. Della polis e delle mura che la circondavano restano tracce architettoniche evidenti e ben conservate, oltre ai templi di Hera, Nettuno e Cerere.

Un patrimonio artistico, storico ed etnografico dal valore inestimabile 

custodito nell’omonimo museo e nei suoi ampi sotterranei, 

da poco aperti al pubblico grazie ad una gestione illuminata.


Cosa dire poi dell’enigmatica Tomba del Tuffatore – unico esempio al mondo di pittura greca non vascolare – e di quello spettacolare tuffo verso l’ignoto capace di catalizzare lo sguardo di ogni visitatore costringendolo ad una pindarica riflessione esistenziale? E quando il giorno tramonta su Paestum e il sole infuocato del Sud scende nel mar Tirreno illuminando i tre giganti di pietra, sai di trovarti nel cuore della storia del mondo, in uno dei luoghi simbolo della civiltà occidentale.

Dove tutto ha avuto inizio. Dove tutto può ricominciare. 

 

 

 

 

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EDINA ALTARA. “LA PITTRICE CANTASTORIE” di Stefania Conti – Numero 13 – Gennaio 2019

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EDINA ALTARA. “LA PITTRICE CANTASTORIE” 

 

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Edina Altara

Ma Edina Altara era tutt’altro. O meglio, era bellissima, certo, ma soprattutto era pittrice, illustratrice, ceramista, decoratrice e – a un certo punto della sua vita – anche creatrice di moda. 

 

Poliedrica e raffinata, ribelle e borghese. Ma soprattutto testarda come poche, convinta della sua vocazione e capace di emergere in un mondo maschile – di quegli anni, poi, quando una donna artista era considerata una poco di buono o giù di lì. 

 

Nata a Sassari nel 1898 da una famiglia facoltosa, terza di quattro figlie, riceve un’educazione normale. Fin da bambina però preferisce matite e forbici alle bambole. <Non ho mai avuto bambole costruite da altri>, racconterà quando era già famosa. Col passare degli anni comincia a confezionare collage di un certo pregio. Una tecnica, tra l’altro, che lei, così attenta alle novità e così piena di entusiasmo, conosceva perché era stata già adottata dagli inizi del ‘900 da esponenti del Cubismo come Braque e Picasso. 

 

Nel 1916 partecipa alla Mostra della Mobilitazione Civile a Sassari, con un suo collage in carta, tela e filo. Due mesi dopo è a Milano, alla Mostra campionaria del giocattolo italiano, dove ottiene la medaglia d’argento con dei giocattoli in cartone colorato. Ha solo 18 anni.

 

Il suo lavoro viene segnalato da critici come Margherita Sarfatti, 

Vittorio Pica e Ugo Ojetti.

 

Raffaello Giolli (tra i maggiori critici e studiosi d’arte del periodo) è entusiasta al punto di usare uno dei suoi collage per la copertina della sua rivista “Pagine d’arte”. L’anno dopo, durante la mostra della Società degli Amici dell’Arte di Torino, il re Vittorio Emanuele III acquista il collage “Nella terra degli intrepidi sardi” (noto anche con il titolo “Jesus salvadelu”), ora esposto al Quirinale. E’ la consacrazione dell’artista. Il suo nome oltrepassa l’isola. 

 

Lei non si ferma e continua a sperimentare nuove tecniche. Costruisce giocattoli di carta colorata e si dedica alla ceramica, disegna piatti, piattini, mattonelle che saranno prodotti da una ditta sassarese. Ma quando la collaborazione finisce, insieme alle sorelle Iride e Lavinia dà vita ad una piccola azienda al femminile, che nella Sardegna di quegli anni, era quasi un miracolo. 

 

Sposa un illustratore e sceneggiatore noto, Vittorio Accornero (suo è l’iconico foulard Flora di Gucci creato per Grace Kelly e ancora oggi apprezzato dalle signore) e con lui si trasferisce a Milano. Sono una coppia che oggi diremmo glamour,

frequentano il bel mondo, Edina diventa una icona di stile. Ma il matrimonio 

non dura e nel 1934 si concentra nella moda, 


lavora con filati e broccati, apre un atelier, disegna per riviste come “Grazia” e “Rakam”. 

 

Negli anni ‘40, una svolta. All’ombra di Giò Ponti, architetto e designer già famosissimo, acquista maggior peso il ruolo di pittrice e decoratrice. Orna, tra l’altro, numerosi arredi firmati dal designer (è pur sempre una donna). Disegna e decora arredi e mobili di cinque transatlantici (tra cui l’Andrea Doria). La collaborazione, che dura fino agli anni ‘60, esalta la sua creatività e i suoi lavori vengono pubblicati su autorevoli riviste, come “Stile” e “Domus”.

Giò Ponti la definisce “la pittrice cantastorie”, perché in tutti i suoi lavori 

c’è un filo rosso: la Sardegna.


Tutta la sua voglia di cambiare, tutta l’attenzione allo stile futurista, il suo essere ribelle e moderna non spezzerà mai l’amore per la sua isola.  

 

 

 

Capelli corvini lunghi e morbidi. Occhi neri penetranti, con un trucco intenso e ammaliante. Un vestito da sera elegantissimo. Una femme fatale, di quelle che tanto piacevano a Gabriele D’annunzio.

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MARETTIMO LA VERA ITACA di Stefano Paolo Genco e Gaia Bay Rossi – Numero 13 – Gennaio 2019

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MARETTIMO LA VERA ITACA

 

Infatti, Il viaggiatore che sbarca a Marettimo provenendo da Favignana o da Trapani, trova un piccolo paese fatto da casette bianche con le imposte azzurre, privo di automobili ed equamente separato dalla montagna, che gli protegge le spalle e gli dona il profumo della macchia mediterranea, e il mare (facente parte dell’area marina protetta più grande d’Europa), che gli accarezza il volto e gli dona quotidianamente pesce freschissimo.

 

Qui – come in molti luoghi del sud – il tempo ha un’altra valenza, 

quasi una condizione mentale, discostandosi totalmente 

da ciò che indica l’orologio, ed è sempre pronto 

ad avvalorare la propria einsteiniana relatività

 

Sì, perché bastano pochissime ore sull’isola per lasciarsi andare a ritmi completamente diversi, rallentati, quasi studiati per dare alle persone un tempo dilatato, adatto ad immergersi nel luogo in cui stanno vivendo. Non a caso i marettimari sono soliti ripetere: “Trovata Marettimo, ritrovi te stesso”. Infatti poter godere della natura, del mare, dei boschi e del buon cibo, con poco o nessuno spazio alla mondanità e all’intrattenimento, permette di modificare la propria convinzione sulle priorità della vita, rendendo inutili gran parte degli orpelli che ci portiamo dietro. 

 

La nostra Hierà Nésos, antico nome greco di Marettimo che significa “Isola Sacra”, ha tanto da offrire e da scoprire, e quando si giunge qui, anche se per la prima volta, è un po’ come tornare a casa. Non è un caso che la più esterna e occidentale delle isole Egadi,

secondo le supposizioni dello scrittore inglese Samuel Butler 

nel suo libro “The Authores of Odyssey”, coincida 

dal punto di vista geografico con Itaca, 

la patria di Ulisse,

 

che non avrebbe viaggiato in acque greche ma ben più a ovest, nel Canale di Sicilia, tra Italia e Tunisia, giungendo sin qui. 

 

Soltanto 12,3 km, incontaminati e selvaggi, che mostrano prepotenti una flora e una fauna unica in tutta la Sicilia. Oltre 500 specie botaniche presenti, molte delle quali si possono facilmente osservare passeggiando per l’isola, come il timo di Marettimo, il rosmarinus officinalis, la finocchiella di Boccone, il garofano rupicolo e l’erica multifiore, mentre sulla zona montuosa i pini di Aleppo offrono rifugio a numerose specie di uccelli, tra cui l’aquila del Bonelli, il martin pescatore e vari tipi di corvi. Ma ancora è possibile avvistare aironi, barbagianni, falchi, nibbi e gabbiani reali. Passando dalla montagna al mare, fra gli alberi e lungo i sentieri, oltre a saltellanti conigli selvatici così come cinghiali e mufloni, è possibile incontrare Nino “l’indiano”, che organizza gite in montagna con i suoi asinelli. Certo, non sono asinelli selvatici, ma accarezzarli, passeggiare su di loro, abbracciarli e fotografarli, indubbiamente rallegra la giornata di chi, stanco di passeggiare, vuole continuare a godersi i paesaggi della natura.

 

Una volta giunti al mare, molti scrutano gli scogli e le insenature alla ricerca 

di strani personaggi che fino a cinquant’anni fa erano ben presenti sull’isola, 

non famigerati mostri di Loch Ness, ma deliziose foche monache 

che, sembra, siano state avvistate anche negli ultimi dieci anni 

da turisti increduli e dai mezzi meccanici di ricercatori. La costa 

regala l’emozione di oltre 400 tra grotte e insenature, 

molte delle quali raggiungibili solo via mare. 

 

Lì incontriamo Pietro Torrente, comandante in capo di un diving dell’isola, che prosegue la strada tracciata da papà Franco, e gli domandiamo di raccontarci qualcosa su queste pittoresche grotte e sui fondali della nostra Itaca. Pietro, con la luce negli occhi, ci racconta che il mare e i fondali di quest’isola sono il suo vanto e la sua ricchezza, che “alcune grotte sono visitabili solo con la barca e tra le più spettacolari fra quelle emerse ci sono: la Grotta del Cammello, che deve il nome allo scoglio che ha la forma dell’animale, dove l’acqua è turchese e cristallina, e un tempo era il rifugio delle foche monache [cit. aut. Nel 2011 l’AMP Isole Egadi in collaborazione con l’ISPRA ha avviato un programma di monitoraggio con foto-trappole che hanno immortalato l’animale nella stagione invernale]; la suggestiva Grotta Perciata, ricca di stalattiti e stalagmiti; la Grotta della Pipa, che all’estremità interna ha una saletta con una vasca naturale. La pavimentazione dimostra che era stata anticamente utilizzata dall’uomo, infatti inglobati in essa vi sono antichi cocci, otri, lucerne ad olio e una fibula in bronzo. Tra quelle subacquee, impossibile non citare la Cattedrale, una spettacolare grotta unica nel suo genere, con l’ingresso posto a 29 metri di profondità, ricca di vita e piena di stalattiti e stalagmiti, a confermarne una sua precedente e remota collocazione di superficie. Ma per noi del diving le grotte sono solo una parte delle meraviglie osservabili, infatti poter ammirare gorgonie, dentici, cernie, barracuda, saraghi e corvine è un’emozione altrettanto potente. Provate ad immergervi nelle nostre coste e, se volete stupirvi, fatelo alla Punta Libeccio dove, ad appena 15 metri di profondità, vi accoglierà il relitto di un antico mercantile risalente al Seicento, oppure alla secca di Cala Bianca, estremo confine ovest d’Italia, ove è usuale sentirsi immersi in un acquario”.

Sulla scogliera di Punta Libeccio, ove gli isolani collocano l’anima di Marettimo, 

si trova un importante faro costruito nel 1860 in pietra con una forma ottagonale. 

La sua luce arriva quasi a salutarsi con quella del faro di Capo Bon in Tunisia 

che è posto di fronte a lui.

 

Sembra che durante lo sbarco degli americani in Sicilia, durante la Seconda Guerra Mondiale, il guardiano di allora finse di obbedire all’ordine dei militari di distruggere quel faro e lo salvò, facendo detonare una carica poco distante. 

 

Per dare un tocco di dolcezza, non possiamo non ricordare che Marettimo è l’isola del miele. Qui è antichissima la tradizione dell’apicoltura. L’azienda locale è composta da persone colte che non solo conoscono perfettamente i metodi di produzione del miele, ma anche la storia di questa attività, che a Marettimo ha origini remote. È stato sviluppato un programma di salvaguardia e selezione dell’Ape Mellifica Sicula, la stessa che produce il miele locale, fatto soprattutto di Cardo, Erica, Rosmarino e Timo, mentre quello di Arancio e Sulla viene prodotto nella provincia di Trapani. 

 

La sera a Marettimo, come si è già detto povera di mondanità, si conclude la stancante giornata di mare o montagna, in uno dei ristoranti che cucinano in modo sapiente e tradizionale il pescato della giornata, rendendo il soggiorno su questa magica isola un appuntamento, forse sarebbe più corretto dire una esperienza, da ripetere.

 

 

 

 

 

 

 

trattandosi di un microcosmo d’altri tempi.

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Stefano Paolo Genco
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SILVIO SPAVENTA. IL NOVECENTO, SECOLO DEL LAVORO di Raffaele Colapietra – Numero 13 – Gennaio 2019

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       SILVIO SPAVENTA.           IL NOVECENTO,     SECOLO DEL LAVORO

 

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A questa linea egli si serbava fermamente fedele, dopo qualche sbandamento durante il rigidissimo ergastolo di Santo Stefano: Italia e Vittorio Emanuele, nel 1860, persecuzione implacabile e indifferenziata di borbonici, camorristi e garibaldini, fino alla sanguinosa repressione dei moti torinesi di fine 1864 per il trasferimento della capitale a Firenze.

 

Spaventa lasciava il potere per poco meno di un decennio, entrando a consumare un’esperienza nel Consiglio di Stato che si dovrebbe conoscere meglio per intendere il suo pensiero in proposito, nessuna reazione immediata, ad esempio, all’abolizione del contenzioso amministrativo nel 1865 ad opera del guardasigilli Pisanelli, uomo di Destra e meridionale come lui, e suo amicissimo personale.

Spaventa è ministro dei lavori pubblici nel dicembre del 1873 

in un gabinetto Minghetti tutt’altro che “piemontese”


e la novità d’ambiente che subito lo colpisce sono le società più o meno anonime fiorite nel frattempo, un’escrescenza capitalistica internazionale che egli non comprende, denunziandone subito, ed esclusivamente, l’egoismo e le immoralità spicciole nella gestione ferocemente privatistica delle ferrovie italiane, donde la “gioia segreta” di poter eliminare tale gestione ad opera di stranieri “i più audaci avventurieri e speculatori che si siano mai visti” ed in favore di uno Stato da “adorare” in quanto “dirige un popolo verso la civiltà” intesa quest’ultima “quale unità della coltura e del benessere” ed identificandosi esso Stato con “un’assoluta necessità sociale” (marzo e giugno 1876).

Spaventa non avrebbe visto questo Stato trionfare contro “la frode, 

il raggiro, l’aggiotaggio e tutti gli altri vizi” delle società anonime, 

i suoi stessi elettori abruzzesi lo avrebbero escluso e costretto 

a rifugiarsi nella Bergamo “capitale dei Mille”


ma altresì roccaforte del cattolicesimo sociale dei Radini Tedeschi, Rezzara, Agliardi, Suardo, il mondo da cui sarebbe venuto fuori il futuro Giovanni XXIII e che condizionava Spaventa nella sua requisitoria dell’aprile 1877 contro gli estremismi laicisti del guardasigilli Mancini che lo aveva escluso dal Consiglio di Stato (avrebbe riparato ben presto Zanardelli, l’uomo delle aborrite società anonime) anche nelle sue novità più indiscutibilmente liberali, l’abolizione del carcere per debiti, le modifiche alla condizionale e alla libertà provvisoria, il voto amministrativo alle donne (era stato Spaventa ad ammetterle come telegrafiste, esempio immediato ed illustre Matilde Serao, ma ciò alla luce del puro e semplice “tornaconto finanziario”, marzo 1875, cioè perché pagate di meno).

“Nessun pubblico impiegato possa, una volta investito del suo ufficio legittimamente, esserne arbitrariamente privato” ecco la parola d’ordine che Spaventa innalzava 

alla Camera nel novembre 1877 ed avrebbe mantenuto per un decennio 

con i suoi corollari:


l’auspicata esclusione degli impiegati dalla lotta dei partiti politici, “il bisogno di vivificarne l’ambiente” attraverso organi speciali concordati tra il potere esecutivo e quello legislativo, grazie ai quali “la libertà costituzionale diventa concreta, diventa quello che deve essere, non semplice partecipazione alla formazione delle leggi ma partecipazione alla loro esecuzione” donde “l’uomo veramente libero, che fa a sé la propria legge e l’esegue da sé” (giugno 1878). Cose del genere avrebbe ripetuto Giovanni Gentile tra il delitto Matteotti ed il 3 gennaio, allorché si parlò correntemente di uno Spaventa in camicia nera e di una tessera fascista a Spaventa.

Croce aveva posto da un pezzo lo zio al vertice del proprio personale pantheon risorgimentale, accanto a De Sanctis e Carducci: ma Gentile non va dimenticato, 

né con lui Salandra, che di Spaventa era stato allievo


e che, tanto a Chieti nel giugno 1922 per il centenario della nascita, quanto nel 1928, in merito alla crisi di fine secolo, aveva obiettato più o meno direttamente a Croce in termini da ripensare con attenzione.

Un ripensamento sistematico dell’esperienza risorgimentale era intanto 

quello che il Nostro veniva svolgendo nei suoi ultimi anni, 


i pieni poteri del 1859 soffocatori di ogni autonomia provinciale alla luce di una indipendenza che era arrivata a subordinare la libertà (marzo 1879) ed a consentire un’ingerenza dello Stato obiettivamente inevitabile alla quale si reagisce privilegiando l’amministrazione sulla politica sotto l’egida suprema della monarchia “che in questa missione ha la sua nuova ragion d’essere” (maggio 1880, in evidente chiaroscuro con ciò che parecchi anni prima aveva sostenuto Angelo Camillo De Meis e ben al di là dell’auspicata elettività del Sindaco, che monopolizzava l’attenzione nell’atmosfera pre-elettorale dell’epoca). 

 

Appunto l’allargamento del suffragio avrebbe richiamato il Nostro a Chieti nel dicembre 1882 ma egli si sarebbe mantenuto fedele a Bergamo in nome di un organicismo conservatore tutt’altro che alieno dal cattolicesimo del Zentrum tedesco, il diritto elettorale “non individuale ma pubblico per operare il bene altrui e adempiere un dovere” donde la speranza che

“facendo partecipe del governo dello Stato altri ceti che abbiano intenti ed ideali diversi dalla borghesia si produca quella differenziazione di partiti che oggi manca” 

e che è dovuta al “principio essenzialmente radicale” (e borghese) 

del protagonismo del pensiero a fini di governo,


protagonismo che “si è provato inefficace ed inetto a riedificare ciò che deve continuare ad esistere”, scopo a cui debbono adempiere, in funzione essenzialmente conservatrice (e perciò latamente cattolica), gli “altri ceti” chiamati sul proscenio dalla riforma elettorale (e perciò tutt’altro che sovversivi). 

 

Sbarazzatosi di fatto delle novità di tipo tedesco che Guido Baccelli pretende di introdurre nelle strutture universitarie “istituzioni sociali indipendenti dallo Stato” con la loro nebulosa “libertà d’imparare” (gennaio 1884), ribadito il carattere letterario e retorico del patriottismo quarantottesco che aveva indotto ad un’assurda azione puramente rivoluzionaria una Destra “parte media che doveva fare ad un tempo da propulsione e moderatrice dello Stato” (settembre 1885), il canto del cigno parlamentare del Nostro, marzo 1886, prima delle novità crispine del Senato e della nuova specifica sezione del Consiglio di Stato, prende atto dell’esaurimento del ciclo trasformistico, il principio nazionale che degenera in nazionalistico con le sue vocazione imperialistiche, bellicose e protezioniste, il principio democratico pacifista volto essenzialmente a sollevare le sorti delle classi inferiori.

Questo “sollevamento”, lo ripetiamo, non ha nulla di sovversivo 

e molto di paternalistico,


contribuisce essenzialmente alla definizione dei partiti politici (lo avrebbe ben inteso Giolitti nel 1892), si sarebbe identificato (settembre 1886) con “una classe che non ha altra base che il suo lavoro e diventa sempre più numerosa, ed aspira naturalmente a venir su ed a migliorare il suo stato”: ma poiché “la libertà stessa è spesso contraria agli sforzi che le classi operaie fanno per riuscirvi” la grande novità del Nostro, schiettamente democratica di fatto anche al di là dell’intenzione, è la scoperta e la valorizzazione della scuola popolare “l’officina in cui devono farsi i nuovi italiani… nella quale il sapere diventa carattere e le cognizioni opere”:

in altre parole, dall’Ottocento secolo della storia di De Meis al Novecento 

secolo del lavoro di Spaventa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

aveva dato la misura della levatura politica e dell’orientamento strategico del venticinquenne Silvio Spaventa, unità italiana monarchica sotto l’egida di Carlo Alberto Re di Sardegna.

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L’ANTICA BOTTEGA DEL LEGNO CHE SUONA di Michele Minisci – Numero 13-Gennaio 2019

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       L’ANTICA BOTTEGA        DEL LEGNO CHE SUONA

 

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Parliamo di Rosalba De Bonis, l’ultima di una dinastia di liutai, famosi in tutto il mondo, che da 500 anni costruiscono strumenti musicali a corda, tra i quali va segnalata la chitarra battente, la cui particolarità consiste nella sua sonorità. E’ chiamata così anche perché le corde debbono essere percosse e non pizzicate e la quinta corda, o scuordo, dà una nota cupa. 

 

Nell’Italienische Geigenbauber, l’almanacco del gotha dei liutai, si parla dei De Bonis come di una dinastia. C’è un Francesco I, Francesco II, un terzo, un quarto, come ci sono i Giacinto, i Michele, i Nicola, i Vincenzo, i Rosario, e infine Rosalba, l’ultima della dinastia, variamente alternati come i rami di un albero genealogico imperiale.

L’abilità, il gusto raffinato della linea e tutti i segreti per ottenere dagli strumenti 

un suono armonioso che i grandi musicisti conoscono bene, 

vengono custoditi gelosamente e tramandati di padre in figlio.


La bottega d’arte, posta al centro dell’antico Rione della Giudecca, nel comune di Bisignano, in provincia di Cosenza, dove ormai Rosalba De Bonis, l’ultima della dinastia, lavora da sola, è un ambiente luminoso, inconfondibile; le forme-modello dei vari strumenti musicali sono appese alle pareti, i molti attrezzi antichi da lavoro, ben ordinati, sembrano tanti elementi decorativi dell’ambiente. Le linee degli strumenti sono l’una diversa dall’altra, i legni rari sapientemente invecchiati e trattati con vernici speciali; i vari intarsi, le decorazioni, sono veri capolavori di sapienza, di calcolata straordinaria sapienza, perché ogni elemento, anche quello decorativo, contribuisce alla più pura musicalità degli strumenti.   

Sono secoli di storia, la storia di una Calabria segreta e inattesa, 

quella della musica. Le vicende di una bottega dove con gli stessi scalpelli, 

le stesse forme, gli stessi legni, soprattutto con lo stesso amore, 

qualcuno ripete ogni giorno il miracolo di creare uno strumento vivo.

Violini, chitarre, mandolini, ukulele, tutto nasce in questa bottega in modelli identici da secoli. I nipoti diventano padri, poi nonni, poi se ne vanno vedendo che gli ultimi nati sono già pronti a prendere il posto lasciato vuoto, per continuare quel lavoro che non deve finire mai. Rosalba mi dà appuntamento davanti alla sua bottega e subito mi rapisce: parla metà in italiano e metà calabrese-cosentino; occhi neri come la pece, sguardo limpido, sincero, ma quasi inquisitore, come a voler proteggere, davanti ad un estraneo, i suoi lavori, la sua arte, la sua genialità, nonostante la cordialità con cui mi concede questa intervista. 

 

Mentre mi mostra i modelli da cui ricava poi le sue chitarre, Rosalba mi racconta la storia del legno da cui sono state ricavate le sue ultime chitarre, legno di palissandro brasiliano, una partita del 1957, arrivata a Battipaglia dal porto di Napoli, che ora non si trova più in commercio, lasciata ad invecchiare per decenni. E poi tira fuori da un cassetto ciotoli di colla risalenti al 1915, uguale a quella che si usava nel ‘700; e poi mi porta nello stanzino dove c’è una piccola officina, con al centro una base in muratura, di lato un mantice, della cenere forse ancora calda, e

mi spiega come lavora col fuoco per addomesticare, piegare il palissandro 

alla sua volontà, alla sua idea di chitarra,


all’anima che vuole infondere ad un semplice pezzo di legno. 

 

E la tecnica di Rosalba è la stessa che si usava nel 1500, uguale alla tecnica utilizzata per modellare le gondole di Venezia, le chitarre spagnole. E’ qui che Rosalba ha un moto di orgoglio spontaneo e sincero, quando mi dice che non le piace la chitarra spagnola, la chitarra classica è quella italiana. 

 

Punto. Ricorda poi quando ai primi del ‘900 i suoi lontani parenti andavano in giro, con in spalla la viertula, insomma la bisaccia, piena di chitarrine, per venderle nei mercatini di tutta la Calabria. Poi sono arrivate le prime mostre, i primi concorsi e i riconoscimenti in tutto il mondo.

“Un vero liutaio inizia questo lavoro a sette anni, per essere considerato 

un liutaio perfetto. Io ho iniziato che avevo vent’ anni 

e ci lavoro solo da altrettanti anni


– mi dice Rosalba – e non faccio ancora la chitarra perfetta, come timbrica, forse come estetica ci sono vicino… e poi sono l’unica donna della dinastia a lavorare con le chitarre – e sottolinea questo aspetto con determinazione, forse per ribadire un suo orgoglio femminista, ricordando la contrarietà in famiglia per questa sua decisione di impegnarsi in questo lavoro – …e poi è mancina… dicevano per dissuadermi… 

 

Ricordo che zio Vincenzo e anche mio padre, Costantino, solo dopo la mia cinquantesima chitarra battente hanno detto …ci siamo…. Ho deciso di impegnarmi nella costruzione della chitarra classica solo dal 2013, e ne ho fatte già una decina e penso che quando ne costruirò altre dieci forse raggiungerò la perfezione. Farò la chitarra classica perfetta del 2000 – mi dice con un largo sorriso e un’impennata di orgoglio -. Pensa che ci vogliono dai 40 ai 50 giorni per costruirne una”.

A questo punto Rosalba mi racconta delle tante visite ricevute 

nella sua bottega dai tanti chitarristi-cantanti italiani,


di diversa estrazione musicale, come Roberto Murolo, Pino Daniele, Celentano, però in incognito, Fred Bongusto, e poi Eugenio Bennato, della Compagnia di Canto Popolare, che da quando scoprì la chitarra battente, nel 1976, contribuì a renderla molto popolare. “Per non parlare di Modugno, che incontra mio zio Nicola sul treno e gli compra una de Bonis seduta stante: pensa un po’! Ma ho saputo che anche Fabrizio De Andrè ha suonato una De Bonis”. 

 

Ma l’episodio che Rosalba ricorda di più e con infinito orgoglio è quello riguardante

la prima visita in Italia di Segovia, il grande chitarrista spagnolo, 

invitato in una trasmissione per la Rai, con la fila dei liutai italiani 

che gli presentavano le proprie chitarre da utilizzare 

per il concerto italiano e lui scelse la De Bonis.


Ma chi prenderà il posto di Rosalba de Bonis, fra cent’anni? 

 

“E chi lo sa… – mi risponde Rosalba allargando le braccia – Mio figlio ha dodici anni e ho anche diversi nipoti, ma nessuno di loro, per ora, ha mostrato interesse per le nostre chitarre. Vedremo…. mai dire mai”. 

 

Finisce qui il mio incontro con Rosalba de Bonis, una liutaia calabrese, un mito nel mondo della liuteria internazionale, e mentre ci salutiamo mi dice ancora, con malcelato orgoglio: “Io voglio proteggere la mia tradizione, la mia particolarità, e non voglio che finisca”. 

 

Che gli dei ti siano propizi, Rosalba.

 

 

Lavora con le sue mani per carpire al legno un segreto. Legno di palissandro, di abete, di ebano, di acero, di mogano. Tante parti che, assemblate poi insieme, daranno vita, dopo settimane, mesi, di intenso lavoro, alle sue chitarre.

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