IL SALOTTINO DI PORCELLANA A CAPODIMONTE Gemme del Sud numero 27 gennaio febbraio 2023 ed. maurizio conte

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IL SALOTTINO DI PORCELLANA  A CAPODIMONTE

 

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                         Napoli

 

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Originariamente creato per gli appartamenti privati della regina di Napoli Maria Amalia di Sassonia nella Reggia di Portici, questo capolavoro della Real Fabbrica di Porcellana di Capodimonte fu realizzato tra il 1757 e il 1759. Nel 1866, quando il Palazzo Reale di Portici divenne proprietà demaniale, fu smontato e riposizionato in una sala della Reggia di Capodimonte, dove si trova tuttora.

 

Il salottino, progettato da Giovan Battista Natali, è in stile rococò ed è composto 

da pannelli in porcellana a sfondo bianco decorati ad altorilievo, posizionati 

alle pareti ed alternati a sei ampi specchi racchiusi da cornici 

di festoni floreali e candelieri a tre bracci 

sempre in porcellana.

 

Nella colorata decorazione compaiono frutti, animali, scene di genere con uomini e donne nei caratteristici abiti tradizionali cinesi e cartigli scritti in mandarino, temi che si rifanno alla moda cinese e alle cineserie in gran voga nell’Europa del XVIII secolo. 

 

Anche il soffitto richiama la stessa tipologia decorativa delle pareti, ma è in stucco con decorazione a rocailles, mentre è in porcellana il mirabile lampadario che pende al centro della sala nel quale, tra i dodici bracci avvolti da tralci di fiori, il fusto raffigura una palma, una scimmia e un cinese con ventaglio. 

 

Fantasie e suggestioni dell’Estremo Oriente andarono ad alimentare un gusto per paesi lontani creando un misto di stili in cui accanto ad elementi esotici tradizionali si aggiunsero capricci ed invenzioni che diedero origine ad un linguaggio tipicamente europeo espresso in una porcellana di qualità e di una raffinatezza unica.

 

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“SA ROCCA” DI SEDINI LA CATTEDRALE DELLE “DOMUS DE JANAS” Gemme del Sud numero 27 gennaio febbraio 2023 Ed. Maurizio Conte

“SA ROCCA” DI SEDINI LA CATTEDRALE DELLE “DOMUS DE JANAS”

 

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                     Sedini (SS)

 

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In Sardegna l’uso di scavare tombe nelle roccia ha avuto larga diffusione: sono più di duemila le sepolture rinvenute in tutta l’isola, risalenti al Neolitico, testimonianza della grande abilità degli uomini di lavorare la viva roccia con pochi strumenti rudimentali. Spesso venivano ricavate una accanto all’altra, dando vita così a vere e proprie necropoli.

 

Secondo la tradizione popolare, queste strutture erano abitate da piccole creature leggendarie, un po’ fate ed un po’ streghe, che instancabili tessevano splendide stoffe sui loro preziosi telai d’oro e per questo sono conosciute come 

“domus de janas” (letteralmente “case delle fate”). 

 

Unica nel suo genere è quella di Sedini, paesino della valle dell’Anglona, in provincia di Sassari, al punto da essere definita “la cattedrale delle domus de Janas”. “Sa Rocca”, come la chiamano gli abitanti del luogo, è realizzata in un enorme masso alto 12 metri che si trova completamente in superficie, con la punta della roccia che si staglia verso il cielo. Ha la peculiarità di trovarsi nel cuore del paese e non, come la maggior parte delle domus de janas, in luoghi isolati e difficilmente raggiungibili. 

 

Proprio questa insolita posizione – una “casa delle fate” incastonata tra le strutture 

del paese – le conferisce un fascino particolare e regala al visitatore 

un colpo d’occhio sorprendente. 

 

Altra particolarità è che, pur avendo mantenuto una parte delle sue caratteristiche originali, nei secoli ha subito diverse trasformazioni che l’hanno resa parte viva del paese: è stata prigione, luogo di ricovero per animali, negozio, sede di partito ed abitazione privata. Oggi ospita il Museo delle Tradizioni Etnografiche dell’Anglona che si sviluppa su tre livelli ed ogni livello ha un racconto, una sorpresa da svelare. Bellissima la parte che conserva intatta la struttura medievale, con il focolare scavato al centro della stanza nel pavimento roccioso e scale a chiocciola ricavate nella roccia.

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CORALLIUM RUBRUM. JAN FABRE E L’AURA PARTENOPEA di Francesca Romana De Paolis numero 27 gennaio febbraio 2023 Ed Maurizio Conte

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Corallium Rubrum. Jan Fabre e l’aura Partenopea

 

Al centro di una doppia trasmutazione alchemica, per così dire – che consta della devitalizzazione dell’organico e quindi della vitalizzazione dell’inorganico, a garanzia di uno splendore imperituro, nodo di remoti commerci tra Mediterraneo e Oriente, legame tra il folklore del passato e il lusso folklorico del presente – risiede

uno dei più pregiati doni del Sud: il corallo.


È risaputo che dal 3500 a. C. l’uomo appendesse corni animali sull’uscio delle proprie caverne, gesto apotropaico. Noto che dagli scavi di Pompei ed Ercolano siano affiorati, tra i molteplici reperti, anche enigmatici cornicelli

Dall’antica Roma Plinio il Vecchio, nell’enciclopedica Naturalis Historia, descrive le spade dei Galli come decorate in oro rosso. 

E nel Medioevo pillole coralline rappresentarono un portentoso farmaco contro crisi epilettiche, incubi e malattie infantili. 

Tutti sanno infine che nel Meridione il corno di corallo è simbolo di buona sorte. Lungi da interpretazioni freudiane esso rappresenterebbe, nella forma, il fallo di Priapo, antica divinità simbolo della forza generativa maschile e della fecondità della natura.

E benché dal diario di Marco Polo – che raccontò dei corallini ornamenti indiani 

e degli amuleti nepalesi, degli utensili tibetani e degli elmi e dei copricapi mongoli 

o ottomani – affiori in sottoparlato il profilo di una via del corallo, accanto 

alla via delle spezie e a quella della seta; benché percorrendo 

la vesuviana cittadella di Torre del Greco o i vicoli partenopei, 

possiamo ancora scorgere il profilo di questa via, 

ci accorgiamo lo stesso di un rischio imminente.


Non possiamo non constatare – in questo ventunesimo secolo di humana historia – una crisi auratica dilagante, un dissolvimento cultuale della materia dalla quale perfino il sacro corallo sembra non avere scampo. Qualsivoglia oggetto di pregio, quando non davvero rituale, per non soccombere alla scadenza effimerica dell’oggi, abbisogna di un gesto salvifico in controtendenza. 

Soffermiamoci su quel sublime olio su tavola rinascimentale che è La Madonna di Senigallia di Piero della Francesca, laddove il bambino Gesù indossa un ciondolo di corallo, monito del futuro sacrificio. Soffermiamoci sulle Sette Opere di Misericordia dell’ultimo Caravaggio, che al corallo si lega non per iconografia, ma per significazione, poiché nulla di più misericordioso e caritatevole esiste del sangue versato per l’Altro. Corallium sanguinis imago. E scopriamo come un modo vi sia – offerto proprio da Napoli, città sirenica, partenopea, feconda di risorse – per ritrovare alfine l’aura del Corallium Rubrum, sopravvissuta in resilienza.

Entro la napoletana chiesa ottagonale del Pio Monte della Misericordia, 

in via dei Tribunali – fondata nel 1602 grazie a sette nobili caritatevoli 

che offrivano assistenza ogni venerdì presso l’ospedale degli Incurabili – 

si trovano, in forma permanente, dal 2019, quattro sculture realizzate 

dall’artista contemporaneo Jan Fabre (Anversa, 1958). 

In dialogo con i dipinti seicenteschi delle sette cappelle d’intorno 

e con l’opera del Merisi, posta sull’altare: si tratta di una tetragonia 

di sculture fatte interamente di corallo.


L’artista belga, amante di Caravaggio e di Napoli, che non a caso ha dato a suo figlio il nome Gennaro, è legato al concetto di Caritas e ha scelto il corallo per risvegliarne la storia a partire dalla tradizione culturale e pittorica barocca. Il filo rosso – più rosso non potrebbe dirsi – che lega le sculture fiamminghe è la presenza, in ciascuna, di grossi, guizzanti cuori anatomici. Di volta in volta associati a simbologie cristologiche. 

Nella Purezza della Misericordia, ispirata alla tela del Merisi, ove Sansone eroe biblico, beve dalla mascella di un asino, questa è la base ossea su cui si regge il cuore umano, dal quale sbocciano magnifici gigli, simbolo della purezza della Vergine Maria, cui la chiesa è dedicata. La colomba con ramo d’ulivo è il soggetto corallino de La Libertà della Compassione, dove il cuore umano è stretto fra catene. E lo stesso cuore è circondato di edere nella Rinascita della Vita, a omaggiare il ciclo di vita, morte e resurrezione. Mentre nella Liberazione della Passione il cuore di corallo si fa serratura ed accoglie le chiavi del Paradiso di San Pietro.

Perché adempia al suo compito di portare fortuna il corallo dev’essere ricevuto 

in dono, non acquistato, infatti le opere fabriane sono state donate dal fiammingo 

al Pio Monte della Misericordia, grazie al sostegno di Gianfranco D’Amato 

e Vincenzo Liverino in ricordo dei Cavalieri del Lavoro 

Salvatore D’Amato e Basilio Liverino


Questo fa del Pio Monte non soltanto un celebre luogo di culto cristiano e il custode partenopeo di una delle più complesse opere di Caravaggio, ma anche un tempio della Buona Sorte. 

Varcando la soglia della chiesa tutto ciò che il corallo taceva torna a galla. Quella storia raccontata da Ovidio, che vuole la rossa viscera splendente generarsi dalle stille di sangue della Medusa decollata da Perseo. La sollecita corsa quattrocentesca all’acquisto di gioielli corallini di Alfonso d’Aragona per soddisfare la vanitas della sua Lucrezia d’Alagno.

La fascinazione che ebbe per il corallo la moglie del re di Napoli Gioacchino Murat, Carolina Bonaparte, che regalò al fratello Napoleone una spada imperiale ornata 

di cammei torresi, una scacchiera corallina ed altri gioielli vermigli.


La moda per il Rubrum Corallium che di qui si espanse alla corte di Francia. 

Il racconto di qualche viaggiatore d’oggi, che forse si è udito senza troppa cura. Che descrive alcune casupole Polinesiane sull’isola di Huahine, povere e disadorne viste da fuori, ma che all’interno custodiscono ancora pavimenti rivestiti di corallo. E ancora, le colonie degli artigiani di Torre del Greco generatesi in Giappone quando si scoprirono risorse coralline nel Pacifico. 

I mercanti ebrei di Livorno e Genova che sovraneggiavano sul mercato corallino, messi in riga dall’ordine giuridico di Ferdinando IV di Borbone. La diaspora quattrocentesca dei fini corallari siciliani che si insediarono in Campania portando le proprie tecniche di lavorazione tra Napoli, San Giorgio e Cremano, amalgamandosi agli artigiani napoletani del corallo. 

Questo fa Napoli, città pulsante di segreti. Mischia le carte e sovrappone le storie. Dal mito alla religione, dal lusso d’Oriente, alla moda cortese fino all’arte contemporanea. E lo fa anche attraverso la storia infinita dei rami di corallo.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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MATTIA PRETI, CAVALIERE (E ORGOGLIO) CALABRESE di Claudia Papasodaro numero 27 gennaio febbvraio 2023 Ed. Maurizio Conte

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MATTIA PRETI, CAVALIERE

E ORGOGLIO CALABRESE

 

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Molti conoscono la vicenda artistica di Mattia Preti: gli esordi romani col fratello Gregorio, anch’egli pittore, la straordinaria parentesi napoletana, la consacrazione maltese. In pochi, forse, conoscono la vicenda umana di questo artista, oggi riconosciuto come uno dei grandi protagonisti della stagione pittorica seicentesca, definito da Roberto Longhi “apocalittico, secondo solo a Caravaggio”. Pochissimi, probabilmente, sanno che 

il legame di Mattia Preti con la sua terra va ben oltre quell’appellativo 

di “Cavalier Calabrese”, che sempre lo accompagnò da quando, nel 1642, 

per volere di papa Urbano VIII, ricevette l’investitura di Cavaliere di Obbedienza Magistrale dell’Ordine di San Giovanni Gerosolimitano. E poco noto è che, 

nonostante la fama ed il prestigio di una carriera che lo tenne costantemente lontano, non dimenticò mai la sua Taverna, il piccolo borgo che gli aveva dato i natali 

e che aveva lasciato giovanissimo (come tanti altri calabresi 

ieri e ancora oggi) per cercare fortuna altrove.


Taverna, nel catanzarese, è una graziosa cittadina di poco più di 2500 abitanti, incastonata tra i monti della Sila Piccola e non lontana dallo Ionio, dove d’inverno ti inebria l’odore di legna bruciata e d’estate senti quasi il profumo del mare. Qui il sentimento di orgoglio e la riconoscenza nei confronti del Cavalier Calabrese è ancora palpabile, come dimostra la statua bronzea a lui dedicata posta nella principale Piazza del Popolo, opera dello scultore Michele Guerrisi, altra grande personalità calabrese. 

 

Mattia Preti è stato un artista estremamente prolifico, documentato con circa settecento opere, tra disegni, dipinti, affreschi e progetti architettonici, che oggi sono conservati in chiese, collezioni private e musei di tutto il mondo. 

 

E proprio Taverna può vantarsi di custodire oltre 20 opere del suo figlio più illustre – un numero davvero incredibile per un piccolo centro come questo. Come ha affermato lo storico dell’arte John Thomas Spike – uno dei maggiori studiosi dell’artista – 

“non ci sono esempi paragonabili di pittori che abbiano voluto creare la memoria 

di sé stessi nel loro luogo natale”. E questo, in effetti, 

è un fatto davvero straordinario.

 

All’apice della sua carriera nell’isola di Malta, dove trascorse gli ultimi trent’anni della sua lunga ed intensa vita al servizio dell’Ordine dei Cavalieri, elevato prima al rango di Cavaliere di Grazia e poi di Commendatore dell’Ordine Gerosolimitano, l’artista si prodigò nella realizzazione di opere da inviare alle chiese del suo borgo natale, dove volle tornare (e restare) con la sua arte. 

 

Emblematica in questo senso è la Predica di San Giovanni Battista, la monumentale tela nella chiesa di San Domenico, dove Mattia Preti, anche se lontano, volle acquistare una cappella in onore della sua famiglia. Questo gesto rappresentò un vero e proprio riscatto sociale per l’artista: una rivalsa dalla delusione subita dalla famiglia nel 1605, quando al padre Cesare fu negato lo status di nobile a causa dell’insufficiente ricchezza

Dedicò l’altare al Battista – patrono dei Cavalieri – e nella grande tela inserì 

il suo autoritratto in qualità di donatore dell’altare stesso, come a voler suggellare 

in eterno il suo legame con quel luogo,


in una sorta di testamento pittorico che, secondo Spike, fa del Preti “il primo pittore che ha voluto creare, con deliberato impegno e notevole dispendio di mezzi, un monumento permanente a sé stesso” nella sua terra natia. Si raffigurò come più amava farlo, con la veste da Cavaliere, lo sguardo fiero e nella mano destra insieme la spada e il pennello, suoi inseparabili compagni di vita. 

 

Nella stessa chiesa sono altre sei le tele del Preti che è possibile ammirare, tra cui il Cristo Fulminante che da solo vale il viaggio. 

Altre opere sono conservate nella chiesa di Santa Barbara e nel Museo Civico, 

meta ogni anno di migliaia di visitatori e divenuto, dalla sua fondazione nel 1989, 

un punto di riferimento imprescindibile per gli studiosi dell’artista 

a livello internazionale.


Un piccolo borgo diventato importante centro culturale grazie all’attaccamento di un figlio che se n’è andato senza mai però lasciarlo davvero e che, con dedizione e riconoscenza, si impegna per tenerne sempre vivo il ricordo. 

 

Mattia Preti – Cavaliere e orgoglio calabrese – con la sua storia ci racconta dell’amore e, al tempo stesso, del tormento di coloro che hanno dovuto lasciare questa terra. Un sentimento profondo e sincero, come la Calabria stessa

 

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SANTA MARIA IN FORO CLAUDIO Gemme del Sud numero 26 ottobre novembre 2022 ed. Maurizio Conte

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SANTA MARIA IN FORO CLAUDIO

 

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Gemme del Sud

            Ventaroli (CE)

 

La riserva naturale del lago di Falciano, sito alle pendici del Monte Massico, in provincia di Caserta, è un luogo ameno dalla variegata flora e fauna che vale una visita, nella quale va assolutamente inclusa una sosta a Ventaroli per vedere un vero gioiello poco conosciuto: la Basilica di Santa Maria in Foro Claudio.

 

Ventaroli è una piccola frazione con meno di 200 abitanti nel comune di Carinola, conosciuta proprio per tale chiesa che fu prima episcopio, poi sede vescovile 

dal VI all’XI secolo. In epoca romana questo sito era chiamato 

Forum Claudii e vi sorgeva un tempio pagano.

 

La Basilica di Santa Maria in Foro è una piccola “perla” di età alto-medievale, molto semplice nell’impianto: tre navate divise da colonne di reimpiego. 

All’interno sono custoditi i resti di affreschi, tutti di epoche diverse, databili tra il X ed il XVI secolo. Preziosi e di influenza bizantina sono quelli dell’abside del XII secolo a tema mariano, ma 

 

in una delle navate si nasconde la parte più interessante, quella con gli affreschi raffiguranti antichi Mestieri: il calzolaio, il fabbro, il farmacista, il macellaio ed altri, 

tutti rappresentati intenti a svolgere la propria attività, designata dall’iscrizione 

che campeggia sulla parete. 

Artigiani, mercanti, professionisti si riunivano all’epoca in corporazioni, o “gilde”, associazioni il cui scopo era aiutarsi, difendersi reciprocamente e regolamentarsi. Le gilde erano chiuse ed ereditarie. Di solito ogni corporazione era posta sotto la protezione di un santo e l’autorità cittadina o la chiesa garantivano loro la necessaria tutela: nessuno poteva avviare un’attività senza essere iscritto all’ “arte”, alla corporazione. Non si conosce il motivo per cui proprio qui vennero rappresentati tali mestieri, ma senz’altro 

 

questi affreschi, databili al XV secolo, costituiscono 

un importantissimo documento storico.

 

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LA RIVIERA DEL CORALLO Gemme del Sud mumero 26 ottobre novembre 2022 ed. maurizio conte

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LA RIVIERA DEL CORALLO

 

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Gemme del Sud

               Alghero

 

La Riviera del Corallo, si estende lungo i 90 chilometri della costa di Alghero, con una grande varietà di paesaggi tutti da scoprire: lunghe spiagge di sabbia bianca, piccole calette e meravigliose formazioni rocciose verso il promontorio di Capo Caccia, circondate dalla vegetazione della macchia mediterranea. Il nome deriva dalla cospicua presenza nei fondali di corallo rosso, che costituisce una delle principali risorse del territorio.

 

La pesca del corallo in Sardegna ha origini antichissime: da sempre usato per scopi 

di culto, nel corso dei secoli è diventata un’importante risorsa economica, 

 

oggi preservata e tutelata anche in siti speciali all’interno dell’Area Marina Protetta di Capo Caccia e del Parco Regionale di Porto Conte. In particolare il Corallium Rubrum è definito “l’oro rosso di Alghero”, a sottolineare il forte legame tra la città e la sua più preziosa risorsa, sancito già nel 1355, quando il re d’Aragona Pietro IV il Cerimonioso concede ad Alghero lo stemma rappresentante un ramo di corallo in mezzo alle onde del mare, sormontato da quattro pali rossi in campo oro, insegna reale nota come “Pali di Aragona”. 

 

E proprio ad Alghero sorge 

 

il MACOR, un museo interamente dedicato al corallo, che offre un percorso 

alla scoperta della tradizione, della cultura e dell’identità 

di questa parte di Sardegna

 

attraverso aspetti storici, scientifici, economici e curiosità attorno al pregiato materiale, oltre alle opere d’arte che gli artigiani algheresi hanno creato e creano ancora oggi col corallo. Il museo, inoltre, è ospitato all’interno dell’elegante villa Costantino, unico edificio liberty visitabile in città, che conserva ancora la divisione interna degli ambienti come residenza familiare e gli elementi decorativi originali, motivo in più per andare a visitarlo.

 

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ENRICO CARUSO UN NAPOLETANO IN AMERICA di Luigi Vignali e Gaia Bay Rossi numero 26 ottobre navembre 2022 Ed. Maurizio Conte

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ENRICO CARUSO UN NAPOLETANO IN AMERICA

 

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Enrico Caruso è stato uno dei più grandi tenori di sempre e ha fatto conoscere e amare in tutto il mondo la lirica e la musica napoletana. La sua vicenda è narrata nel bel documentario “Enrico Caruso, the greatest singer in the world”, girato per i cento anni dalla morte dell’artista e prodotto dalla Direzione Generale per gli italiani all’Estero della Farnesina.

 

Caruso era di umili origini, ma sin da bambino maturò notevoli capacità musicali, tanto da suscitare l’attenzione di alcuni “maestri” dai quali prese lezioni, per quanto ancora di livello amatoriale. La dedizione che mise nello studio gli permise, nel tempo libero dal lavoro alla fonderia in cui il padre era operaio, di esibirsi presto in piccoli teatri e caffè fuori Napoli, cantando canzoni napoletane e arie d’opera. In una di queste occasioni venne notato dal baritono Edoardo Missiano che lo presentò al maestro Guglielmo Vergine, uno dei migliori maestri di canto della città. Quest’ultimo, intuendone il potenziale, accettò di dargli lezioni in cambio del 25% dei proventi che il tenore avrebbe guadagnato nei successivi cinque anni. Per il giovane venne poi la chiamata alle armi, ma la fortuna volle che un suo ufficiale, maggiore Nagliati, lo ascoltasse cantare in caserma. Rimanendo colpito dalla sua voce, non solo gli propose di andare a lezione dal suo amico barone Costa, ma fece anche in modo che il fratello di Enrico, Giovanni, lo sostituisse sotto le armi (la legge allora lo permetteva)!

 

Talento, professionalità e dedizione permisero a Caruso di debuttare nel marzo 

del 1895, di farsi conoscere in Italia e di iniziare ad apparire sui giornali


Riuscì anche ad avere un’esperienza all’estero, percependo 600 lire per un mese di lavoro al Cairo. In quel periodo Caruso ebbe modo di conoscere direttamente il Maestro Puccini, che lo invitò nella sua casa di Torre del Lago. Il compositore stesso accompagnò Caruso al pianoforte e durante la romanza di Rodolfo, esclamò la famosa frase: “Chi t’ha mandato, Dio?”. 

Fu proprio in quegli anni che iniziò una relazione con il soprano fiorentino Ada Botti Giachetti, per quanto già sposata e madre di un bambino, dalla quale ebbe poi due figli, Enrico jr. e Rodolfo. Per lei più avanti comprò Villa Bellosguardo a Lastra a Signa (presso Firenze, tuttora sede di un museo a lui dedicato). La loro unione finì undici anni dopo in tribunale, perché Ada lo lasciò per fuggire con l’autista. La coppia cercò anche di estorcere denaro al tenore.

 

Oltre all’Italia, Caruso iniziò a esibirsi all’estero con tournée in Russia, 

a Lisbona, a Londra e a Buenos Aires. Aveva preso quota,

 

erano finiti i tempi dei localini di un tempo, ora in Italia cantava alla Scala di Milano, all’Opera di Roma, al Massimo di Palermo e al San Carlo di Napoli. Fu proprio qui, secondo la leggenda, che durante l’interpretazione de L’elisir d’amore nel dicembre 1901 si fosse così emozionato da aver subito delle incertezze canore; la protesta eccessivamente severa dei suoi concittadini e le critiche sui giornali gli fecero giurare di non cantare più nella sua città: sarebbe tornato solo per “vedere la mia cara mamma e mangiare i vermicelli alle vongole”. E così fu: un giuramento che Caruso manterrà per tutta la vita. Era pronto invece a cogliere il grande successo che lo attendeva oltreoceano. 

Nel marzo del 1903, grazie al banchiere italiano residente a New York Claudio Simonelli, Caruso riuscì ad ottenere un eccezionale contratto con il Metropolitan Opera House. Simonelli, dopo lunghe trattative con il nuovo direttore Henrich Conried, era infatti riuscito a fargli accettare tutte le condizioni richieste dal tenore.

 

Il 23 novembre Caruso debuttò in un Metropolitan sfarzoso e brillante di luci. 

In cartellone la sua opera preferita, Rigoletto.

 

Il pubblico era composto da alta società e giornalisti, Caruso era pronto e perfettamente all’altezza, ma la grande emozione lo fece muovere in maniera maldestra, tanto che ruppe il ventaglio del soprano Helen Mapleson. La serata non raggiunse picchi particolari di ammirazione, ma neanche di critica e risultò una serata “media”, come tante altre. La stampa comunque fu benevola, il New York Times mise in rilievo l’espressione e la flessibilità della sua voce, così come l’intelligenza e la passione sia nel canto che nella gestualità, mentre il Sun si rallegrava di come il nuovo tenore non mostrasse traccia del “tipico belato italiano” e faceva notare che Caruso era oltretutto un uomo piacente!

 

Al Rigoletto seguirono AidaToscaBohemePagliacciLuciaTraviataElisir d’amore, per complessive 29 recite in cui Caruso era sempre intento a reggere 

e superare il confronto con Jean de Reszke, il tenore stabile del Metropolitan.


Era oltretutto un uomo affascinante e il pubblico femminile ne rimaneva ammaliato. Queste 29 serate furono le prime delle 607 realizzate per il Metropolitan, in ben diciassette stagioni. 

Le rappresentazioni divennero sempre più veri e propri trionfi, la sua voce era considerata straordinaria. Durante un’esibizione il 5 dicembre lo straordinario successo fu sottolineato anche dall’inusuale gesto del soprano Marcella Sembrich, che raccolse uno dei fiori presenti sul palco e lo porse a Caruso. 

Il tenore fu il primo ad incidere dei dischi sin dal 1902, e fu proprio questo supporto a contribuire alla divulgazione del mito. Oltretutto riuscì a vendere un milione di copie, diffondendo musica napoletana e operistica in tutti i continenti. E questo senza tralasciare l’impulso che le incisioni diedero all’aumento di ingaggi e cachet…

 

Nel 1910, diretto da Arturo Toscanini, Caruso cantò nella prima mondiale della Fanciulla del West di Giacomo Puccini. Era ormai diventato 

il tenore più importante e famoso al mondo.

 

L’organizzazione di stampo mafioso La Mano Nera, con ramificazioni in Sicilia, tentò di estorcergli del denaro, sotto minaccia di morte. Caruso non cedette al ricatto e si affidò al poliziotto Joe Petrosino, che riuscì a far arrestare due dei tre delinquenti (e, grazie alle indagini, qualche anno dopo, anche due importanti capi della mafia newyorkese). Il tenore, alle estorsioni preferiva la beneficenza, soprattutto se riguardava gli immigrati italiani. Diede un concerto di beneficenza anche dopo l’affondamento del Titanic, a metà aprile 1912, e durante la I Guerra mondiale tenne concerti per i soldati.

 

Fino al 1920 la vita di Caruso era organizzata in base alle stagioni al Metropolitan, 

alle incisioni discografiche, e ogni anno dalla primavera all’inizio dell’autunno 

era in Europa (almeno fino allo scoppio della guerra), 

ritagliandosi un mese estivo di vacanza italiana.

 

Durante le prove del Sansone e Dalila al Metropolitan crollò una scenografia in cartapesta, colpendo il tenore ad un fianco e fratturandogli le costole. Rimase sempre il dubbio se fosse un disgraziato evento del destino o un atto criminale. Le conseguenze dell’infortunio gli procurarono poi un’emorragia durante una rappresentazione che venne interrotta. Il 25 dicembre del 1920, mentre si trovava a Sorrento, il cantante lamentò forti dolori, che furono diagnosticati dai medici come pleurite infetta. Fu operato il giorno prima di capodanno.   

 

Tornato in America, Caruso abbandonò le scene perché le sue condizioni erano particolarmente gravi. Decise poi di voler terminare i propri giorni a Napoli e con la moglie Dorothy (sposata nell’agosto del 1918), la figlioletta Gloria e il fratello Giovanni fece rientro in Italia. 

Morì nella sua città, al Grand Hotel Vesuvio, il 2 agosto 1921.In occasione del centenario della morte, nell’abitazione dove nacque il cantante, è stato inaugurato il Museo Casa Natale Enrico Caruso.

 

Il tenore era estremamente legato a Napoli, la napoletanità rimase impressa 

nella sua indole, nel suo carattere e temperamento fino alla morte.

 

Gli piaceva avere intorno napoletani, sia che fossero amici, collaboratori o colleghi. E questo perché lui stesso si sentì sempre profondamente napoletano, anche se il rapporto con la città fu caratterizzato da un’ambivalenza di struggimento e scetticismo. 

Alcune delle canzoni napoletane incise da Caruso furono ideate e realizzate a New York, all’interno della comunità italiana, non a Napoli, come Core ‘Ngrato (scritta e musicata appositamente per lui), Tarantella sincera, Scordame, Sultanto a te, I’m’ arricordo ‘e Napule, ultima canzone incisa da Caruso nel 1920. Il 20 marzo 1916 aveva invece inciso la canzone Tiempo antico, scritta e musicata da lui stesso, una sorta di sfogo, di liberazione del suo amore per Ada perduto nel tempo. 

Caruso fu in tutto e per tutto un italiano d’America, negli atteggiamenti, nell’allegria, nella passione, che lo portarono ad essere in tutto il mondo un vero, grande mito italiano.

 

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LECCE UNA MATTINA DI AGOSTO di Gianluca Anglana numero 26 ottobre novembre 2022 Ed. Maurizio Conte

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LECCE UNA MATTINA DI AGOSTO

 

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Palazzo Giaconia

 

«Mangiami»: mi implora il pasticciotto dalla teca in cui è imprigionato. Con lui altri galeotti, nell’attesa che qualcuno li scelga e si decida a liberarli. E a divorarli. Il piccolo bar, a pochi passi dalla Chiesa Greca, brilla all’esterno di un bagliore accecante: la sua unica sala interna è fresca e buia, come l’antro di una sibilla. Il cameriere napoletano scivola svelto sulla strada, così scintillante e linda che non lo crederesti.

 

Nel caleidoscopio della vacanza, anche i luoghi familiari si ammantano di novità, si illuminano di un inedito riverbero.

La luce che piove dal cielo blu aragonite accende la pietra leccese: vicoli stretti 

come budelli, in cui sciamano turisti e lavoratori in pause furtive.


In lontananza, un violoncello e un contrabbasso piangono lacrime di musica argentina.
Pouilles, Italie: qualche sedia più in là, alle ultime propaggini del dehors, due francesi consultano la loro Lonely Planet con una pensosità così grave da sembrare assorti nella lettura di un trattato sulla pietra filosofale.   

 

Dal mio tavolino, su cui il pasticciotto evaso e un caffè salentino pazientano come una natura morta, osservo la mia bicicletta appoggiata al muro di fronte. Sarà il mio ronzino, alla scoperta di nuovi quartieri in apparenza trascurabili, sciatti, sopra i quali si distende l’ombra lunga delle sedi del potere: gli uffici giudiziari sono a portata di lancia, mulini a vento da cui guardarsi e tenersi a distanza. Il Comando provinciale della Guardia di Finanza sorveglia la piazzetta dove ho scelto di arrivare: 

 

qui è la chiesa che avrei voluto visitare. E che invece resterà chiusa 

per tutto il mese di agosto,

 

sentenzia uno sbrigativo cartiglio incollato al portale come un qualunque avviso a una bacheca comunale. Disappunto. Un nulla di fatto in cui inciampo dopo avere accolto il suggerimento di

 

una signora gentile, dai capelli rosa e da un altrettanto inatteso accento barese: 

«vada a vedere la chiesa di San Francesco da Paola, 

dentro è bella quanto Santa Croce» mi esorta, 


sorprendendomi nel ventre tortuoso del centro storico, con il naso all’insù a osservare la facciata austera di un antico monastero benedettino, e sfoggiando un sorriso complice. Un incontro casuale, un dialogo cordiale e foriero di buonumore. Dopotutto, cos’altro è la vita se non un dedalo di giravolte di un’antica città dalle radici messapiche, grani di sale che ci nevicano addosso sotto forma di imprevisti?

 

Se le porte della casa del Signore sono sbarrate, 

sono aperte quelle di Palazzo Giaconìa

 

La sua facciata sonnecchia sobria di fronte alla caserma e guarda con noncuranza al viavai dei finanzieri sulla piazza. Ha il nome di Angelo Giaconìa, vescovo di Castro, che nel 1546 iniziò a erigere per sé una dimora signorile approfittando delle nuove possibilità dischiusesi con la revisione urbanistica di Lecce nella prima metà del sedicesimo secolo.

E sì che il palazzo eredita il suo nome da un presule, ma deve i suoi fastosi giardini 

a un sindaco, Vincenzo Prioli, che lo acquistò alla fine del Cinquecento:


sua l’idea di un parco privato, che volle ingentilire con elementi decorativi, impluvi e reperti strappati alla terra negli scavi aperti a Lecce e Rudiae. Dopo la sua morte, la residenza passò di mano in mano: ai Carignani duchi di Novoli, prima; ai Lopez y Royo duchi di Taurisano, poi. Una catena interrotta solo all’alba del ventesimo secolo, quando un decreto prefettizio assegnò l’edificio a un istituto assistenziale. Della primitiva vastità del giardino, limitato dalle mura urbiche, così come della vegetazione originaria resta poco, ma quanto basta per lasciarsi accarezzare dalla brezza dei sogni.

 

Il profilo alto delle palme, che svettano come comari curiose di vedere cosa accade 

al di là della cinta muraria, dona alla villa un aspetto vagamente moresco, 

un’allure pressoché mediorientale.

 

Pareti inghiottite da rigogliosi rampicanti, cipressi, cespugli, un’antica pianta di alloro: tutti si lasciano ammirare da un camminamento rialzato, abbellito da un pergolato e da colonne seicentesche. Lungo questo breve tragitto sul ciglio delle mura, mi disfaccio della fretta, l’espressione di distaccato sospetto propria delle sentinelle e di chi diffida degli inganni della contemporaneità. Dall’alto si vede la città pulsare: il rumore del traffico si sfarina in un ronzio lontano, gli affanni si stemperano, le accuse al presente di tradimento e al futuro di latitanza precipitano giù, dall’orlo dei bastioni. Nel caleidoscopio della vacanza, quando si è più vicini al cielo di qui, i nodi si allentano, le voci di troppo tacciono.   

 

È ora di andare.

 

Uno sguardo ancora al bassorilievo che è accanto all’ingresso e che si attribuisce 

a Gabriele Riccardi, tra i massimi architetti del rinascimento salentino: 

il Trionfo di David. C’è bisogno di trionfi, dell’alloro che li celebri, 

di palme giganti da scalare per rimpicciolire il mondo, 

di segnali di ottimismo, per lo meno dall’arte, 

in un periodo come il nostro che ne è avaro.

 

Mentre sorrido a una turista americana e alla sua gioia di trovarsi lì, vado a recuperare il mio ronzino. È ora di andare. Alla scoperta di altri luoghi dimenticati, di altre fantasie da nutrire, di altre emozioni da cui lasciarsi cullare

 

 

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VOCI DEL CINEMA TRA LE SPONDE DI LISCA BIANCA di Aurora Adorno numero 26 ottobre novembre 2022 ed.maurizio conte

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VOCI DEL CINEMA 

TRA LE SPONDE 

DI LISCA BIANCA

 

 Stelle al Sud

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Appare in lontananza Lisca Bianca, a pochi chilometri a est di Panarea, come una donna adagiata sul mare che, beandosi dei raggi del sole e benedetta dalle acque galleggia in solitudine; distaccata da Dattilo e Bottare, è ciò che resta di antiche bocche vulcaniche prima unite in un unico scoglio.

 

Sull’isolotto cresce un tappeto grigio – verde di erbe che si estende come un vestito sul corpo di questa bella Riserva naturale; è l’Anthemis aeolica, anche detta Camomilla delle Eolie, un’erba che cresce solamente sull’isola.   

 

Vicino a Lisca Bianca nelle profondità del mare, giace sul fondo il relitto di un cargo inglese affondato nel 1885 di cui la poppa e la prua ancora intatti sono sommersi dalle acque silenziose del Mediterraneo.

 

 Non è possibile sbarcare sull’isola, se non per scopi scientifici o di ricerca, 

ma soltanto ammirarla da lontano, oppure girarci intorno con una barca.   

 

 Un’altra opzione è quella di perlustrare Lisca attraverso lo sguardo inquieto 

della macchina da presa di Antonioni: nel celebre cortometraggio del 1983 

dal titolo “Ritorno a Lisca Bianca” l’isolotto appare 

in tutta la sua selvaggia bellezza.  

 

Nelle urla furiose delle onde che si infrangono contro gli scogli a strapiombo sul mare è nascosto un segreto, forse terribile: «Anna, Anna». Rimbalzano tra le rocce le urla di Monica Vitti nella parte di Claudia e di Gabriele Ferzetti nella parte di Sandro il fidanzato di Anna (Lea Massari), una ragazza fragile che sparisce nel niente durante una gita alle Eolie.

 

Il documentario fa capo al film “L’avventura”, diretto nel 1960 dallo stesso Antonioni 

e prima parte della trilogia “esistenziale” o “dell’incomunicabilità” 

di cui fanno parte anche il film “La notte” e “Eclisse”.


Ma Anna non si trova, è sparita, e dopo il panico tra Sandro e Claudia scoppia la passione. 

«Pochi giorni fa all’idea che Anna fosse morta, mi sentivo morire anch’io. Adesso non piango nemmeno. Ho paura che sia viva. Tutto sta diventando maledettamente facile, persino privarsi di un dolore» confida Claudia ormai infatuata di Sandro, e nei suoi occhi chiari c’è tutto lo struggimento della Vitti, una donna vulnerabile alle prese con una passione proibita, forte, tanto da toglierle il fiato. Tra Noto e Taormina continua la storia d’amore: 

Sandro: «Claudia, ci sposiamo?» 

Claudia: «Come ci sposiamo?» 

Sandro: «Ci sposiamo io e te. Rispondi!» 

Claudia: «Rispondi. Cosa ti rispondo: no, non ancora, non lo so, non ci penso nemmeno. In un momento come questo, ma perché me lo domandi?» 

Sandro: «Mi guardi come se avessi detto una cosa pazzesca». 

Claudia: «Ma sei sicuro di volermi sposare? Proprio sicuro? Di voler sposare me?» 

Sandro: «Se te lo chiedo?» 

Claudia: «Già, ma perché tutto non è semplice. Dici che voglio vedere tutto chiaro. Io vorrei essere lucida, vorrei avere le idee veramente chiare, e invece».

 

Prosegue il dialogo tra gli amanti, e va a confondersi col vento che, 

come scrisse il drammaturgo francese, in queste isole suona. 

 

Come capita in certi amori, Sandro si concede una storia con un’affascinante scrittrice. Claudia lo perdona, è pronta a tutto, anche ad accettare una relazione tormentata, passionale, come quella che aveva portato Anna a sparire nel niente tra gli scogli di Lisca. 

Il mistero chiude il film come una nuvola che, tra il vulcano e la terra ferma, oscura il cielo senza mai sparire veramente.

 

Le Eolie, quel favoloso arcipelago che Stromboli illumina come un faro, 

scriveva Dumas

 

che, proprio come molti scrittori fecero a cavallo tra l’800 e il 900, ricordò le isole in un lungo diario di viaggio, tingendo le pagine con i colori pastello del nostro Mediterraneo.

 

 

 

 

 

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Stelle al Sud

 

Con la serie “Stelle al Sud” Myrrha va alla ricerca di alcuni tra i tanti personaggi celebri la cui arte si è in qualche modo intrecciata con la natura incontaminata di un Sud selvaggio e incantatore, divenuto per essi fonte di ispirazione, talvolta dimora d’elezione.

 

 

AGNONE E L’ANTICA TRADIZIONE DEI FONDITORI DI CAMPANE – Gemme del Sud – Numero 25 – Luglio agosto 2022 – Ed. Maurizio Conte

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AGNONE E L’ANTICA TRADIZIONE DEI FONDITORI DI CAMPANE

 

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 Gemme del Sud
         Agnone (IS)

 

Ad Agnone, in provincia di Isernia, si tramanda ancora oggi l’antica arte di produrre campane in bronzo, con la tecnica a stampo, che affonda le radici nel Medioevo, quando la metallurgia in questo campo raggiunse alti livelli di esecuzione. 

 

L’utilizzo delle campane a fini funzionali ha una storia millenaria. Già in epoca classico-pagana se ne trovano testimonianze, ma è con il Cristianesimo che questo oggetto assunse una valenza simbolica molto forte, divenendo un elemento sacro destinato ad accompagnare la liturgia e a scandire i momenti di vita di un’intera comunità. 

 

Questa produzione sopravvive ad Agnone nella Pontificia Fonderia Marinelli che rappresenta, in territorio molisano, l’ultima fabbrica a mantenere intatta questa tradizione artigianale con prodotti che, anche nella decorazione, sono unici nel suo genere.

 

Fondata probabilmente intorno all’XI secolo, la Fonderia Marinelli è considerata 

una delle più antiche in Italia e nel mondo e, a conferma del suo valore, 

dal 1924, per volere di Papa Pio XI, può fregiarsi 

dello Stemma Pontificio. 


I Marinelli, mettendo in pratica conoscenze tramandate per generazioni, che escludono l’utilizzo di moderne tecnologie, ancora oggi danno vita ad un prodotto di altissima qualità, richiesto in tutto il mondo. Assistere alla nascita di una nuova campana, dove ogni gesto, scandito da preghiere, deve essere eseguito alla perfezione per non vanificare mesi di lavoro, è tornare indietro nel tempo, rivivere un rituale antico ed immedesimarsi nell’affascinante mestiere di fonditore.

 

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