LE REALI FERRIERE DI MONGIANA di Stefania Conti – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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LE REALI  FERRIERE    DI MONGIANA

 

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è una paese di poco più di 700 abitanti. Piccolo, case basse, squadrate e immerse in un mare verde di faggi e abeti bianchi: le Serre regionali del Vibonese.

Questo piccolo centro ha un interessante museo, il Museo delle Reali Ferriere Borboniche. Installazioni digitali interattive che sviluppano come un racconto la “Vicenda Mongiana”. Restaurata nel 2013, l’antica fabbrica d’armi, mostra tutto il processo dall’ estrazione del ferro, alla forza motrice.  

 

E poi, carbone, viabilità, tecnologie e produzioni, condizione operaia.

 

A poca distanza sorgono i resti del complesso, una enclave 

di archeologia industriale in mezzo ai boschi.

 

Al momento non sono visitabili, ma si sta procedendo alla loro ristrutturazione. L’auspicio è che il sito si possa aprire al pubblico al più presto perché degno di essere visitato anche per l’originale forma architettonica e per la storia della zona in cui sorge visto che etruschi, greci, romani, bizantini e normanni, prima dei Borbone, vi estraevano i minerali per la costruzione di utensili e di armi. 

 

Tanto interesse per un paese così piccolo ha una spiegazione. Semplice e triste. Mongiana è stato un esempio di industrializzazione nel Sud, voluto dai Borbone, con una produzione di alta qualità, grande quantità, un avanzatissimo progetto sociale e – diremmo oggi – un buona politica ambientalistica (al Nord allora tutto questo non era nemmeno concepito e concepibile). Un progetto di eccellenza ucciso dall’Unità d’Italia. 

 

La confluenza di due fiumi – il Ninfo e l’Allaro – la presenza di legno pregiato, la ricchezza di minerali ferrosi disponibili, facevano della zona di

Mongiana il luogo ideale per un impianto di base per la produzione 

di materiali e semilavorati ferrosi (rifiniti sia in loco, 

che presso il polo siderurgico di Pietrarsa).


Fu così che tra il 1770 e 1771 nacquero le Reali Ferriere e Officine Borboniche, con miniere e fabbriche che rifornirono tutta l’Europa. Un luogo capace di attrarre forza lavoro con maestranze altamente specializzate. Mongiana arrivò ad impiegare 1.500 operai, con l’indotto oltre 2.000. In alcuni periodi addirittura 2.550-2.800. 

 

Mongiana sorse in soli due anni grazie all’opera infaticabile e alla mano esperta dell’l’architetto e urbanista Mario Goffredo. Insieme con gli stabilimenti, entrati subito in produzione, sorsero rapidamente anche abitazioni di maestranze e  un moderno villaggio al polo collegato.

Con lungimiranza sorprendente ed encomiabile Ferdinando IV dispose che il taglio degli alberi necessari alla costruzione degli insediamenti abitativi 

ed industriali avvenisse in modo razionale e controllato.

In pratica si attuò un sistema di taglio a rotazione che consenti la conservazione, la riproduzione e la tutela del vasto patrimonio boschivo della regione interessata dai lavori. Una lungimiranza che oggi chiameremmo ambientalista, ma che, soprattutto, viene rarissimamente osservata dalle aziende dei nostri tempi. Così come lungimirante era la politica verso gli operai: quelli in miniera lavoravano 8 ore, quelli in fonderia 10. Niente lavoro dei bambini o delle donne.

Nel resto d’Europa erano ben lontani dal consentire, in quei tempi, 

ritmi analoghi, che, per l’epoca, potremmo definire 

quasi a misura d’uomo.


Ce lo racconta Vincenzo Falcone nel suo libro “ Le Ferriere di Mongiana, un’occasione mancata”. 

 

Che cosa usciva dalle Ferriere? Di tutto: campane, ruote di ferro, chiavi, argani, armi di ogni genere, leggere e pesanti, rotaie.

Da Mongiana provenivano i binari della prima ferrovia italiana: la Napoli Portici.

E si collezionavano primati, nella realizzazione di forni e di macchine industriali ed agricole, all’avanguardia per gli standard dell’epoca, sia in Italia sia all’estero. 

 

Con l’arrivo dei francesi le cose andarono ancora meglio. Con Gioacchino Murat, nel 1814 furono incrementate le produzioni ferriere, tanto da far crescere ancor di più il villaggio. 

 

Ma tutto precipita con l’arrivo dei Savoia.

Alla caduta del Regno e con il suo inserimento nello Stato Italiano 

fu progressivamente diminuita la produzione


privilegiando le industrie del Nord Italia. Si puntò tutto su Terni, con la scusa che era più difendibile da eventuali attacchi nemici (Mongiana era abbastanza vicino al mare: le merci venivano portate a Pizzo calabro e da lì per nave a Napoli). Ai mongianesi non restò altro che emigrare. 

 

Chi restò si ribellò ai nuovi padroni. Subito dopo l’annessione al Piemonte, sommosse e rivolte popolari si moltiplicarono.

Le donne, mogli, madri, sorelle, scesero in piazza con gli operai delle Ferriere


inalberando la bandiera bianca con i gigli e destando lo stupore degli ufficiali al comando delle truppe sabaude chiamate a sedare le sommosse. Per loro, l’annessione, significò soprattutto la perdita di un lavoro o di un reddito sicuro. Nel 1875 la ferriera passò definitivamente di mano, acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, divenuto deputato del Regno Sabaudo. Fazzari la chiuse dopo soli sei anni, dopo aver sfruttato le residue risorse e venduto le giacenze. Finì in questa luce opaca il più grande polo siderurgico della penisola.

 

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 Foto gentilmente concesse dal Sindaco di Mongiana Arch. Francesco Angiletta

 

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C’ERA UNA VOLTA IL SUD di Giorgio Salvatori – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Lugio – 2020

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C’ERA UNA VOLTA IL SUD

 

Accendere il televisore e accorgersi che, dall’arcipelago delle banalità colorate, spunta fuori un florilegio di informazioni intriganti e inconsuete. Accade anche questo nella pigra stagione del covid-19, grazie ad un’azzeccata puntata di “Frontiere”, programma di inchieste di Rai1, brillantemente condotto da Franco Di Mare. Il telespettatore, colto a boccheggiare tra ansie di nuovi contagi e promesse di rimedi miracolosi, viene raggiunto da alcune rivelazioni sorprendenti:

“Napoli è diventata la città dove si legge di più in Italia e, dalla città di Eduardo, 

si irradia nuovamente un messaggio culturale vincente 

che raggiunge il mondo intero”. Lo sapevate?


Francamente io no. Vedremo tra qualche riga il perché. Attenzione, però, Napoli non è sola, nel nuovo quadro, affrescato senza pregiudizi, che dipinge il nostro Meridione senza farlo annegare nell’oceano profondo degli stereotipi criminali.   

 

A Napoli, nella nuova narrazione letteraria e televisiva, fa buona compagnia un nutrito drappello di città e di paesaggi, geografici ed umani. Una “Terronia” finalmente colta nella sua interezza e non esclusivamente negli aspetti sociali più deteriori e logori. In testa c’è, comprensibilmente, la luminescente e onirica Vigata, dipinta attraverso pagine e immagini che hanno come protagonista Salvo Montalbano, il famoso personaggio nato dalla penna di Camilleri, ma questa non è una novità.

Ci sono, in questo quadro, altri spicchi di Campania, di Sicilia, 

angoli e atmosfere attraenti e originali della Puglia, della Basilicata. 

Tutti raccontaticon uno sguardo prospettico, ampio e finalmente non strabico 

 

Un assembramento e una rappresentazione inimmaginabili fino a qualche anno fa. Da questi personaggi e paesaggi del nostro Mezzogiorno, dipinti con colori plurimi, viene fuori un affresco meridionale, un mosaico umano e culturale che cozza frontalmente con lo stereotipo del Sud imbarazzante zavorra d’Italia e palla al piede di un Nord avanzato e più progredito. Un paesaggio materiale e immateriale che “scalda i cuori” e affascina mezzo mondo.   

 

Esordisce con questa lettura Franco Di Mare, colto giornalista e volto noto della Rai. Le immagini iniziali sono un serrato succedersi di dialoghi tratti da “L’amica geniale”, la fiction tv ricavata dai best seller internazionali di Elena Ferrante, la scrittrice di cui non è stata ancora svelata la vera identità e in qualche misura “non c’è”, proprio come non c’è il paese immaginario di Vigata.

Invenzioni letterarie e televisive che non solo non nuocciono, ma attraggono 

ed esaltano l’immaginazione di lettori e telespettatori, con traduzioni televisive 

dei successi letterari che amplificano il richiamo delle opere originali e viceversa.

 

L’idea, anch’essa geniale, partorita dalla mente di Di Mare, uomo del Sud dalla vocazione cosmopolita, ma che non ha mai ripudiato le proprie radici napoletane, è stata quella di cucire insieme diverse fiction televisive di successo straripante, alcune anche al di fuori dei ristretti confini nazionali, e accorgersi che sono tutte Made in Sud, elaborate, dirette o interpretate, quasi sempre, da autori, protagonisti ed attori meridionali.   

 

Il “Montalbano” con il volto di Luca Zingaretti, venduto in 65 Paesi del mondo, “L’amica geniale”, trasposizione televisiva di una quadrilogia letteraria esaltata dal New York Times, “Un posto al Sole”, fiction ormai giunta al traguardo storico del suo venticinquesimo anno di vita, “I Bastardi di Pizzofalcone”, dal toponimo di una delle zone più popolari di Napoli che festeggia la partenza della sua terza serie, “Imma Tatangelo”, magistrato grintoso che si muove con disinvoltura tra le trame insolite e le suggestioni arcaiche dei Sassi di Matera, assurti ormai alla ribalta mondiale grazie alle celebrazioni per la capitale europea della cultura nel 2019.   

 

A noi, qui, non interessa molto descrivere gli espedienti narrativi che hanno decretato il successo di queste produzioni televisive. Più interessante, invece, è

seguire le motivazioni di questa sorprendente capacità di attrazione di una vasta regione geografica e di un modello umano, sociale e culturale, che, fino a ieri, 

si ritenevano arretrati e penalizzanti per il resto del Paese,

quello considerato più creativo, dinamico e saldamente agganciato al treno produttivo dell’Europa continentale e dell’Occidente industrializzato. Ricordando il Goethe di “Viaggio in Italia”, là dove l’autore descrive il Meridione e le sue genti con spirito quasi folgorato da un transfert che lo fa sentire meridionale tra i meridionali, alcuni personaggi intervistati nel corso della trasmissione danno una loro interpretazione originale e anticonformista dell’irresistibile fascino del Sud. A cominciare dall’idea che Napoli possa mantenere un forte potere di attrazione anche lontano dalla luce abbagliante del suo mare da cartolina, dall’immagine ricorrente del Vesuvio sormontata da un nebuloso pennacchio, dai suoi personaggi plebei più abusati. Come è possibile? Entrando e conoscendo meglio, ad esempio, le figure umane che animano, nel bene e nel male, quel “verminaio” dei suoi vicoli più stretti, come scrisse Dickens.  

 

Napoli capitale dell’immaginario. Napoli centro dell’attenzione. Lo afferma Alessandro Gassman, protagonista de “I Bastardi di Pizzofalcone”. ”Napoli tira fuori il meglio di se stessa proprio nei momenti di maggiore di difficoltà”, sostiene l’attore.

Città cinematografica per eccellenza afferma lo scrittore e sceneggiatore 

Maurizio de Giovanni, al di sopra degli stereotipi, tutti tragicamente veri 

e altrettanto realisticamente falsi se indagati nella realtà antropologica 

dei vicoli della Città. Napoli inclassificabile e sospesa 

tra condanna e assoluzione. 

 

L’autore di “Terronismo”, lo scrittore Marco de Marco, osserva acutamente che il pessimismo cupo di “Gomorra”, a volte, infastidisce perché viene interpretato come un vicolo cieco, una chiave unica e immutabile di lettura della realtà degradata delle periferie napoletane. Altre città occidentali si caratterizzano per aspetti di criminalità esasperata, maggiore di quella che si riscontra a Napoli, però vengono dipinte con un ventaglio di rappresentazioni che dal nero della violenza passano al rosso delle passioni sensuali al rosa tenue dei sentimenti più delicati. Modello esemplare New York, città violenta, ma che letteratura e cinema descrivono anche nei suoi aspetti più accattivanti, quelli brillanti di Woody Allen, quelli frizzanti di “Colazione da Tiffany”.

 

Un approccio poliedrico al Sud consente una maggiore aderenza alla realtà 

in fieri, non al cliché stanco di narrazioni in bilico 

tra lo strapaese e la lupara. 

 

Il successo de “I Bastardi di Pizzofalcone” dipende forse anche dal fatto che la serie tenta di raccontare una Napoli dove c’è tutto, anche una città normale, una borghesia civile, che sa e vuole reagire alla criminalità. “Raccontiamo Napoli nella sua interezza, aspetti meravigliosi e angoli spaventosi”, sostiene con convinzione Alessandro Gassman. Alla luce di questa nuova e condivisa chiave di lettura condivisa appare distante il Meridione de “La piovra” e sfocata la lettura, senza redenzione, della già citata “Gomorra”. Di tutti gli intervistati è la convinzione che la forza con cui il Sud sviluppa, alla lunga, la sua prorompente forza di attrazione nasca dalla consapevolezza che, la violenza, la mafia, le brutture del Meridione, pur non venendo minimamente assolte, vengono sempre, comunque, riassorbite dal respiro più vasto del suo paesaggio incantato, dalle tante bellezze artistiche che caratterizzano questa metà meno opulenta dello Stivale, ed anche dai sani valori di fondo della maggior parte della popolazione, dal manifesto calore umano mostrato ai visitatori che intraprendono, per ragioni varie, un viaggio nelle regioni del Sud.

 

Dal florilegio delle loro osservazioni emergono descrizioni icastiche 

di città, villaggi, paesaggi e personaggi letti con maggiore apertura mentale 

e volontà di affermare un diverso codice di comunicazione 

del messaggio visivo e concettuale.


Napoli è un’anguilla, non la spieghi e non l’afferri da nessuna parte, afferma un ospite. È vero, gli risponde qualcuno, può esser dolce e crudele pur restando se stessa. Napoli, infatti, non ha molti paragoni, a cominciare dal fatto che è una delle poche città in Europa, che ha visto crescere la sua periferia e il suo proletariato all’interno del suo ventre, non fuori della città, ma esattamente nel suo centro storico. Quei vicoli possono essere raccontati anche a prescindere dai suoi giovani e meno giovani residenti vocati alla piccola o grande criminalità.   

 

Il successo della quadrilogia di Elena Ferrante, ora favorita anche dall’affermazione della fiction, è plateale, dieci milioni le copie finora vendute nel mondo.

Per Time la Ferrante è tra le cento personalità più influenti al mondo, 

 

e “L’amica geniale” viene paragonata al romanzo ottocentesco “Piccole donne”, di Louisa May Alcott. Il sociologo Luigi Caramiello sostiene che la tessitura della trama, insieme con i suoi personaggi, recupera la memoria appannata del grande romanzo d’appendice, soprattutto nel raccontare il progetto di riscatto della povera gente, un riscatto che a volte può avere successo e altre no. Si può comunque affermare che si tratta del tentativo, riuscito, di dipingere un affresco composito dell’Identità italiana, almeno come la si intende nel mondo. E anche se questa identità enfatizzata mostra ancora il fianco allo scadimento nel folklore, un po’ come quando noi ci attendiamo di trovare tutti vestiti da cow boy con i cappelloni nel Texas e un traffico congestionato di dromedari in Tunisia, resta il fatto che

siamo di fronte ad una unicità del paesaggio del Sud, un modello 

di rappresentazione non facilmente replicabile 

in altre realtà, in Italia e nel mondo.  

 

Vittorio Feltri, anche lui ospite della trasmissione in qualità di rappresentante di un Nord ricco e fatalmente escluso da questa rappresentazione, si dichiara fan di Montalbano, dice che è giusto che il Sud sia protagonista di questa realtà sfaccettata e complessa perché offre diversi e interessanti spunti di analisi e di riflessione, poi però si imbufalisce quando accusa la Rai di ignorare ingiustamente il Nord nelle sue più recenti serie televisive. Pochi romanzi, poca tv parlano oggi di Milano, nonostante il fatto che a Milano continuino a recarsi molti giovani per trovare lavoro. L’attrazione del Nord però non è più così scontata e neppure sempre vincente è la sua immagine. Forse perché è cresciuta una vigorosa comunità di scrittori meridionali. Napoli è la città più raccontata perché cinquanta e più scrittori sono nati o lavorano in questa città e risultano regolarmente iscritti alla Siae, la società italiana di autori ed editori. “Chi non legge a 70 anni ha vissuto una sola vita’”, ci ricorda Di Mare citando Umberto Eco, “Chi legge ha vissuto con Abele e Caino, con Dante, con I promessi Sposi”.   

 

Vanessa Scalera, madre letteraria del personaggio di Imma Tatarani, ci conferma che la differenza fondamentale tra i vecchi e i nuovi personaggi delle storie del Sud risiede nel fatto che essi non sono più dipinti come macchiette, non sono tutti “sole e mandolino”, sono anche altro, però senza gettare alle ortiche il meglio delle proprie tradizioni.

 

La forza del Sud sospesa tra passato e presente. Un Sud proiettato in un futuro animato soprattutto dai giovani, imprenditori, professionisti, ricercatori, 

che anche quando sono costretti all’emigrazione si sforzano 

di mantenere vivi i tradizionali valori umani e familiari.  

 

Ecco perché le rappresentazioni letterarie e televisive di questa realtà accendono il desiderio di visitare i luoghi dimenticati del Meridione, a cominciare da Matera, divisa tra i suoi spazi luminosi ed i suoi angoli grigi, quelli dei Sassi, non sempre inondati a profusione dal sole mediterraneo, una realtà sconosciuta ai più fino a tempi recentissimi. Che dire dei consolidati flussi di turismo a Porto Empedocle originati dal successo ventennale dei libri di Camilleri e, soprattutto, della serie televisiva ad essi collegata? “Quel pessimismo velato di ironia di Camilleri – dice Luca Zingaretti – è il sigillo autentico e riconoscibile del personaggio, il segreto della sua longevità. Montalbano ti trasmette la sua particolare visione della vita e il suo legame per il territorio, perciò il suo personaggio riesce agevolmente a viaggiare in tutto il mondo”.  

 

Ora un’altra avventura televisiva sembra in corsa per consolidare un’idea di Meridione diversa e distante dai luoghi comuni: ”Vivi e lascia vivere”, con Elena Sofia Ricci, donna con unghie affilate, anch’essa immersa nella moderna realtà napoletana. Vedremo se ci regalerà un altro profilo ben tratteggiato di quel nuovo Sud che sembra emergere dal pentolone colmo di speranze che bolle sul fuoco del Terzo Millennio. C’era una volta il vecchio Sud, il nuovo lo stiamo tutti riscrivendo. 

 

Giorgio-Salvatori
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NA CAMMENTATA PE’ MME di Max De Francesco – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio-2020

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NA CAMMENTATA PE’ MME 

 

“Na cammenata pe’ mme” è un testo scritto in una delle tante notti di reclusione domestica a causa del virus con la corona. Avevo l’esigenza di fermare un immaginario dialogo “a distanza” tra un uomo spaesato in una Napoli “vacante” e “annaccuvata” e il nipote, responsabilmente a casa per una guerra che ci vuole lontani e carcerati.

 

Il testo è una “preghiera piccerella” per la mia città grandissima, 

costretta ancora una volta a subire attacchi gratuiti e sputi pregiudiziali

 

da parte di chi ha la convinzione di comprenderla, pur non conoscendo un granello della sua spettacolare cultura. “Na cammenata pe’ mme” è stata pensata e creata in lingua napoletana, idioma che possiede il genio della sintesi, la musicalità del mare, il ritmo di un popolo che è nato e si esibisce, come teneva a dire Eduardo, “all’aperto” e, quindi, soffre maggiormente l’imposizione del chiuso, la restrizione della libertà di movimento.

Dialetto dalle infinite soluzioni, regolato (e sregolato) da un formulario magico 

di parole antiche, suoni ambulanti, sillabari carnali, segnaletica di meraviglie 

e disincanti, perentorie chiusure liriche.

 

Pur rifacendomi alla grafia vivianesca, chiedo scusa ai puristi del vernacolo partenopeo se ho commesso errori nella scrittura: spero che anche qualche sbaglio possa essere diventato emozione.

 

Ma… Ma ch’è stato, ch’è succiesso? 

Mo so’ asciuto e nun ce sta niciuno, 

Napoli ma addò stai, manco nu bar apierto 

nu sciore ’e femmena, nu cuncierto, 

nu ciardino cca voce ‘e nu criaturo. 

Ma ch’è stu silenzio, addò state tutti quanti? 

Che modo ’e sfottere è chisto, 

ascite a fore! Addò site fuiuti?  

 

Stamma ’a casa, o zì, ma nun ’o sai? 

Comme ’e carcerate, che i dienti strignuti, 

pure se n’amma accis’ a nisciuno. Campamm’ da juorni reclusi 

per il bene della Nazione, ’nchiummati ’ngopp’ ’a nu balcone.  

 

Magnammo, cuntammo riebbiti, jucammo a scopa, 

ce spartimmo l’ammore, sperammo n’ata vota e pazzia’ cu l’onna, 

sbariammo ca ’a televisione addò na vranga ’e scienziati 

’ntroppeca ca lengua mentre l’Italia affonna.  

 

O zì, ma addò vivi? Nun sai ca sta lota ’e virus 

che s’atteggia ca curona, nun tene manco ’e palle ’e ce guarda’, 

te trase dinto cumm’ ’a nu mariuolo 

s’arrobba ’a vita e nun te fa cchiù respira’.  

 

E nui stamma ccà, chesta guerra ce vo’ luntani, 

assettati dint’ ’a cucina senza pute’ spara’, 

arrevutammo pensieri dint’ ’o lietto, ci abbuffamm’ ’e dimani 

pure ’o saluto è fuorilegge pe’ ce pute’ salva’.  

 

Nun saccio cumm fanno l’ati, però pe’ nui 

’a detenzione e cchiù dura, pecché simmo nati all’apierto, 

’o core dint’ ’o sole, ’a vocca che sape ’e mare, ’e piedi ca vanno 

sempe fujenne, pur se nun vanno a nisciuna parte.  

 

Cumme simmo bravi a sta’ dinta ’sti quatto mura 

senza cchiù suonno, vasi e nu muorzo ’e libertà. Pe’ carità, 

ce sta sempe ’o strunzo che sputa ’nfaccia ’a città, ma Napoli, 

chella vera, chella ’e sustanza, sta cuieta e sape aspetta’, 

comme ’o guaglione ca rispetta ’e viecchi e nun se scurdat’ ’e sugna’. 

Quanti ccose voglio fa’, o zì, quanno me n’esco a ccà! 

M’aggia piglia cchiù vita ’e primma, aggia brinda’ a nu munno nuovo 

voglio turna’ a prega’ dint’ ’a na chiesa, voglio fatica’ e balla’ notte e juorno 

voglio fa’ co ccosa ’e bbuono prima che ’a rota se ferma.  

 

E po’ voglio abbraccia’ e mierici nuosti, ’e surdati d’ ’e corsie, 

quanti ne so’ caduti cumme ’e stelle d’aùsto, dint’ ’a nu turmiento ’e speranze 

stanno cumbatenn’ ’a guerra cchiù dolorosa, senza s’arrepusa’, 

pe’ vede’ nu malato ca se culora n’ata vota ’e rosa.  

 

Mo… Mo aggio capito. Aggio capito tutte ccose. 

’O silenzio, ’e ciardini senza criature, ’o core ’e Napoli che s’è annaccuvato. 

Vabbuò, era ’a campana mia, perciò me sento leggiero leggiero, 

e guardo ’a città vacante, ianco comme ’a luna, ‘ngopp’ ’a ’sta balcunata ’e cielo. 

All’intrasatta, me ne so iuto dint’a nu ciato pe’ ’a pandemia, 

’o spitale manco muglierem’ aggi visto pe’ l’ultima raccumandazione. 

Manco nu vaso, na stretta ’e core primma ’e lascia’ ’sta ammuina.  

 

Te pozzo chiedere, allora, na cortesia, 

na preghiera piccerella cumma ’a vita mia: 

quanno tutto stu male è fernuto e puo’ mettere ’a capa fore, 

te puo’ fa na camminata pe’ mme? Me ne basta una! Una sola! 

Tuoccom’ ’o mare carnale ’e Mergellina, 

pigliate nu cafè ’o primmo bar che truovi pa via, 

porta na curona ’e sciore ’a Maronna e Piedigrotta 

salutame e bastimenti ca partene d’ ’a Marina 

nun te scurda’ e cammina’ mmiezzo ’a ggente, 

chianu chiano, ca faccia ’o sole 

e rrecchie appizzate p’ogni rummore, 

na rumba ’e fantasia ‘ngopp’ ’a nu scoglio, 

nun me dicir’ niente, ma ienno ienno dint’ ’o vico 

magnatella na pizza a portafoglio. 

E se te resta na ’nticchia ’e tiempo, fammelo n’atu regalo: 

puos’ na cosa e sordi dint’ ’a mano antica 

d’ ’o mandulinista ’e Santa Lucia. 

Dincelle che è nu pensiero ’e Sasa d’’a Ferrovia, 

cca mo è nu bello aucielluzzo dint’ ’o viento 

che nun tene cchiù paura ’e niente. 

 

 

Max_De_Francesco
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ACQUA MADRE DI UNA SARDEGNA INESPLORATA di Giovanna Mulas – Speciale aglie fravaglie – maggio-Luglio-2020

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ACQUA MADRE DI UNA SARDEGNA INESPLORATA

 

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Ci pensavo, già lavorando a questo pezzo, anche il giorno in cui ebbi un interessante scambio di opinioni con un amico fraterno.

 

Mi si parlò del geronticidio che, anticamente, i figli praticavano 

verso i padri settantenni in quella Barbagia
che è autentico 
cuore della Sardegna;

 

eutanasia primaria che, a mio parere, getta le basi della più civile accabadura di cui faccio cenno nel mio Bruja e Accabadora: in Sardegna l’origine del mito? (Myrrha numero 1, luglio 2015). Pratica che riporta alla greca Sparta di cui, in Sardegna, sono storicamente indubbie le influenze. Il vecchio capoclan o il disabile, comunque colui/colei non autosufficiente, pertanto di peso nei confronti della propria comunità, veniva caricato sulle spalle di un figlio o di una persona particolarmente amata e trascinato per uno stretto, lungo sentiero che, ad oggi, è possibile valicare se la clemenza della stagione lo permette, tra rocce impervie e strapiombi che fanno corona ai paesi di Jerzu e Gairo (Nuoro). Il cammino, autentico rito iniziatico, sarebbe durato giorni; il portatore poteva fermarsi soltanto per dissetarsi in fonti stabilite e ritenute sacre, oggi se ne contano tre. Anche al povero derelitto era concesso bere prima di morire: l’avrebbe fatto utilizzando lo stesso contenitore del portatore, e la stessa acqua. L’anziano avrebbe bevuto per primo. Lungo il cammino, il portato raccontava l’intera sua vita a chi l’avrebbe sostituito: se figlio, il futuro re doveva essere in grado di comprovare un primo, attendibile atto di coraggio, gettando l’amato padre dal dirupo, e senza piangerlo.   

 

Il vecchio, mentre il figlio camminava lento, impedito ma fiero, si guardava attorno per l’ultima volta e forse piangeva ciò che era stato, o forse no; forse dignitoso e muto stava, nonostante l’impedimento di età o malattia

fiero di quel figlio così forte, sangue del suo sangue suo respiro senza lamento, 

che ora nell’ultimo viaggio doveva trovare (avere) il coraggio di accompagnarlo 

fino alla cima del sentiero e allo strapiombo e accabare totu: finire tutto.  


Come suo padre prima, e prima suo nonno, e prima di ogni tempo conosciuto dall’uomo; come prima avevano fatto. 

Lo vedo parlare il vecchio, mentre il figlio lo trascina. Parla, forse gesticola stanco, mugugna dei tempi passati e di ciò che sarebbe stato, forse o forse no, e venuto. O forse no. Parla di ciò che non ha detto mai, ma che ora trova risposta. E ogni fonte che spilla dalla roccia grezza, ai lati del sentiero, antica ed eterna quanto il Re spossato, è per i due momento di pausa, di ulteriore riflessione.

 

È bere l’acqua (tornare all’acqua), e contemporaneamente 

battezzarsi al proprio destino, 

 

abbandonarsi allo stesso senza combattere, in accettazione ora che, in quell’età, non più rabbia e passione tengono le membra all’erta, ma consapevolezza.  

Ed ecco che si arrivava alla fine dello strapiombo, alla punta, alla cima frastagliata. Il sentiero finiva e il Grande Padre, l’Aquila Ardente, volgeva l’ultimo sguardo al figlio. Pregava il futuro Re, se di carne e sangue e coraggio vero era fatto, gli stessi suoi, di buttarlo di sotto. Accabaeminci, finiscimi. E l’Aquila, al momento del volo, forse gridava. Ma sono certa di no.   

 

Invito il Lettore a porre particolare attenzione, in questo racconto trasmessomi dagli anziani del luogo e che fonde fantasia con realtà, ai dettagli legati all’elemento acqua.

 

Bere dalla stessa fonte che la Terra Madre partorisce, ovvero dalla Natura 

che ci ha partoriti, entrambi, dallo stesso contenitore: 

feto che ci pasce, e sostiene. 


Condividere con chi ci ha amato fino all’ultimo giorno della sua vita (il presente) la purezza d’intento, la verità, una nuova nascita per entrambi. In Sardegna il brindisi più popolare si pronuncia, da sempre, in occasioni da imprimere nella memoria, e soltanto coi più cari:
“A chent’annos cun saludi e trigu”. Sarebbe un “che ci si possa ritrovare qui tra cento anni con salute e fertilità, amore, con la stessa trasparenza e l’affetto dell’oggi”.  

I due e non più di due che principiano una via che condurrà, in un modo o nell’altro, ad una evoluzione–annullamento del portato, maturazione del portatore – li vedo attraversare una montagna che ci rappresenta, quella Torre di Babele ch’è la vita stessa, un “lasciate ogni speranza, o Voi ch’entrate” e, se entrate, proseguite fino alla cima: questo è il vostro compito.

 

Dunque camminare, tra gli ostacoli posti dal destino e i momentanei riposi 

nelle fonti, fino all’altezza di un dio: 

 

quello Spirito che accoglie, svegliando, il dormiente. Simbolicamente, i due viaggiatori mi sono uno: androgino ermetico da sempre delineato iconograficamente sotto la forma di creatura umana bisessuale, Rebis che nasce dall’unione tra il sole e la luna o, in termini alchemici, tra zolfo sofico e mercurio sofico. In Sardegna, un chiaro esempio di utilizzo in epoca contemporanea del termine “androgino” è possibile notarlo in riferimento a Su Componidori della Sartiglia di Oristano. La natura androgina è marcata in relazione a maschera, abiti ed accessori, per le peculiarità del rito di cui si rende protagonista.  

Dualità del e nell’uomo, quei Bene e Male in ognuno di noi?

 

Rivediamo i nostri viaggiatori, lì a seguire il sentiero attorno alla montagna 

 

L’attraversavano rasentando gli strapiombi, zigzagando in salita, il più debole fisicamente e più saggio –ché già preparato ad affrontare la morte o cambiamento – sulle spalle del giovane. In diverse leggende dell’isola vengono descritti spiriti inquieti che infestano chiese campestri sconsacrate, erette accanto a corsi d’acqua.   

 

Queste anime inquiete, apparentemente uomini e donne normali, sembra abbiano la lieta abitudine di danzare a cerchio e cantare festosamente ad ogni tramontare del sole e fino all’alba. Ad ogni nuovo giro si dissetano passandosi, l’uno con l’altro, una croccoriga: una zucca svuotata e ben scavata, utilizzata a mo’ di contenitore per l’acqua.

Se un vivo capita nei paraggi, viene attirato dalla festa all’interno della chiesa 

e invitato ad unirsi, ad entrare nel cerchio, quindi a bere

 

Si narra che tanto grande sia la festa dei morti, e così rinfrescante la loro acqua, che il passante dimentichi la realtà per unirsi a loro. E’ in quel momento che i morti lo trattengono all’interno del loro cerchio: il disgraziato si ritrova a dover girare a vuoto per l’eternità. Solo un soffio di vento divino, mi raccontano, potrebbe distrarre le anime inquiete per lasciar fuggire il vivo dal cerchio; ma uno degli spiriti gli salirebbe in groppa non visto – soltanto sentito dalla vittima – permettendogli di ritornare sì tra i vivi, ma condannato a caricare, e fino alla fine dei suoi giorni, la morte sulla schiena.

 

In questo momento di resistenza dura per il mondo tutto, clausura forzata e dovuta, riflettevo una volta in più sui viaggi di Magister Gregorius e Goethe.

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L’ANSIA DELLA RUSSIA VERSO IL MEDITERRANEO di Giusto Puri Purini – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio – 2020

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L’ANSIA DELLA RUSSIa VERSO IL MEDITERRANEO 

 

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“L’ansia della Russia verso il Mediterraneo e il ricco intreccio con la cultura italiana” potrebbe spregiudicatamente trasferire la nostra visione verso una polarizzazione di paesi lontani, verso l’area del Mediterraneo a noi tanto cara, operazione già portata avanti con l’articolo su Rossellini:

 

questa volta dalla Crimea verso il Sud d’Italia “dorato”, come dice Puškin, da Bisanzio a Lecce, con le sue pietre magiche dal tufo giallo.

 

Un viaggio in Russia di Carlo Azeglio Ciampi – allora, nel 2000, presidente della Repubblica – fu l’occasione per far nascere un protocollo Ciampi-Ivanov (all’epoca Ministro degli Esteri) che stabiliva nuovi e serrati rapporti culturali tra l’Italia e la Russia. L’accordo fece nascere l’idea di

 

una grande mostra da tenersi a Roma ed a Mosca che coinvolgesse 

ottocento anni di storia tra i due Paesi, a partire dalle prime evangelizzazioni di Cirillo e Metodio, da Bisanzio, nelle terre degli slavi.  

 

Nacquero i primi frammenti lignei dipinti su fondo oro, dove la Trinità era rappresentata dal Padre, dalla Madre e dal Figlio. Non era ancora il tempo in Russia per lo Spirito Santo, il confronto era con i nostri Giotto e Cimabue ed altre influenze bizantine, come il bruciaprofumi della fine del XII secolo, in argento dorato a sbalzo e traforo, proveniente dalla Basilica di San Marco a Venezia, che diventerà uno dei leit motiv della mostra. Poi il Rinascimento in pompa magna, con il raffronto tra il maestro russo Andrej Rublëv ed i nostri grandi, tra gli altri Michelangelo, Leonardo da Vinci, Botticelli, Tiziano Vecellio, Raffaello Sanzio, il Correggio, Antonello da Messina… una cornucopia sontuosa, proseguendo oltre, fino al secolo dei Lumi, all’Ottocento, per arrivare a Malevič:

 

Da Giotto a Malevič e la reciproca meraviglia

 

fu il titolo della mostra. Per me si era aperto un mondo, conosciuto fino ad allora solo attraverso ricerche storiche, culturali e politiche, ma era la prima esperienza diretta nella “Grande Madre” Russia.  

Quando mi fu affidato l’incarico di allestire la mostra e di partecipare in modo serrato a tutte le fasi di preparazione e di sviluppo di questa grande macchina progettuale, sentii subito un’attrazione profonda.  

 

Fu l’inizio dell’esplorazione di un “continente” come la Russia, setacciandone la storia, scoprendone i rapporti costanti e fruttuosi con le scuole italiane, il trionfo della “Terza Roma” creata da Pietro il Grande, per spostare ad ovest l’area d’influenza ed anche per bilanciare l’eccessiva potenza della nobiltà di allora, che sfruttava nella direzione di Perm’ e degli Urali le immense ricchezze minerarie del sottosuolo. 

San Pietroburgo fu ideata, progettata e decorata soprattutto da architetti italiani; sorse come una “città ideale” che intrecciava il suo percorso con le città luce sparse nel pianeta.   

 

Sotto la direzione di Mario Serio fu portato avanti lo schema finale del progetto. 

Nasceva qualcosa di nuovo e di magnetico in quegli anni tra il 2002 e il 2005: la Russia compiva il suo tormentato percorso dall’assolutismo sovietico alla perestrojka ed alla glasnost di Gorbaciov, all’assolutismo da libero mercato di Boris Eltsin!  

 

Il progetto si delineava e così nasceva una composizione formata da cinque capitoli fondamentali: In principio era Bisanzio (1200 a.C. – 1400 a.C.)Verso le identità moderne (1400-1600)L’età dei Lumi (1700 – 1800), Il secolo della borghesia dal Romanticismo al Simbolismo e Le sfide della modernità tra democrazia e pensiero unico. Scriveva il gruppo degli storici dell’arte: “Il progetto scientifico della mostra ha preso forma attraverso incontri ripetuti e costruttivi di specialisti dei due Paesi, che hanno coinvolto per la prima volta storici dell’arte e dell’architettura, responsabili di istituzioni culturali. L’iniziativa espositiva originata nel corso di intese bilaterali ha trovato fin da subito consenso ed interesse, poiché il fatto che si intendesse esaltare il ruolo delle arti come fattore di identità, terreno di confronto, strumento di scambio tra i popoli costituiva di per sé un riconoscimento di importanza e addirittura di centralità del patrimonio artistico nel quadro internazionale”.

 

Ci vollero tre anni di preparazione e più viaggi a Mosca ed a San Pietroburgo, alle ricerca delle tracce d’italianità per noi, e per loro alla ricerca in Italia delle tante orme lasciate e dai tanti acquisti eseguiti.  

 

I nobili, la corte e gli artisti russi, ispirati ed affascinati dalle arti, dall’architettura, 

dai costumi, dalla musica, dalla natura stessa del nostro Paese, così profondamente affacciato nel Mediterraneo, mentre loro ne erano appena lambiti nel lontano Est 

dalle acque del Mar Nero, vivevano questo viaggio come una ricerca dell’Eden. E così, della Crimea, dopo averla conquistata, 

fecero un “paradisiaco Mezzogiorno d’Italia”. 

 

A Mosca trovammo i Sovraintendenti russi che ci fecero da guida nei maestosi musei moscoviti, con una ricchezza impressionante di tesori, opere d’arte, riproduzioni, studi, plastici, arredi, carrozze, il primo periodo sovietico con i tanti poeti della “rivoluzione” poi tradita, come Tatlin, Majakovskij, Nijinsky, il realismo sovietico dei tempi stalinisti, una sequenza dove la doratura delle icone di Rublëv sfumava nelle bianche parrucche del Secolo dei Lumi, fino alle percezioni stilistiche dei “ribelli”, ai muscoli ed all’enfasi della classe operaia e dell’Armata Rossa. Al di sopra di tutto questo, una “zarina”, Irina Antonova, che sedeva sul trono dell’Arte fin dai tempi di Brèžnev, ottantenne e piena di energia. Fu dunque Da Giotto a Malevič a chiudere il cerchio degli ottocento anni d’intrecci storico-artistici fra i due Paesi. 

Vedemmo, nel museo del Cremlino, le prime traduzioni in russo delle opere del Vasari e del Piranesi ed altre preziosissime opere, salvate da una schiera di appassionati storici dell’arte, in sotterranei segreti, esistenti nel sottosuolo fin dalla congiura dei Boiardi.

 

Per essere a Mosca, in questo luogo, si respirava un’aria di libertà, 

come in un vecchio teatro underground, 

che lasciava incantati e sorpresi.

 

Il Sovraintendente ci portò in una sala e si diresse verso dei grandi scaffali metallici che contenevano decine, centinaia di disegni dell’architettura, russa e non, del XIX secolo. 

Ne provammo ad aprire alcuni: apparvero gli esecutivi con prospetti delle cinque torri che Stalin fece costruire negli anni Trenta, sfidando l’America ed i suoi grattacieli, ma con uno stile da Gotham City, scuro e severo. Anche il Ministro degli Affari Esteri era lì a dimostrare il feeling del momento storico.

 

Ma poi fu luce quando trovammo i disegni originali 

del grande Sant’Elia, spettacolari, nel loro stile 

svettante ed avvolgente

 

per un concorso del ‘35-‘36 sulla nuova sede del Partito Comunista, che poi non vinse, purtroppo. Il progetto e la ricerca scientifica proseguivano senza sosta, favorite dalla comune passione di mostrare la vera “incandescenza”, nei secoli, tra l’Italia e la Russia.  

 

Patrizia Deotto dell’Università degli Studi di Trieste scrive nel testo Un viaggio per realizzare un sogno: l’Italia e il testo italiano nella cultura russa: “La lettura intertestuale di testi precedenti e contemporanei conduce i russi del primo Ottocento, anche coloro che, come il già citato Batjuškov oppure Baratynskij (cf. Civ’jan 1997), hanno vissuto nella penisola, ad aderire alla caratterizzazione del paesaggio meridionale tipica dei viaggiatori nordici

L’Italia rientra in una visione più generale del Sud, interpretato alla luce di criteri ambientali convenzionali: il paesaggio è mosso, la natura è rigogliosa, 

vi crescono il mirto, l’alloro e la vite color dell’ambra, abbondano 

ruscelli e fiumi, il mare è azzurro e il cielo luminoso.

 

Ne è una testimonianza la poesia di Puškin Chi ha visto il paese, dove magnificente è la natura (Kto videl kraj, gderoskoš’ju prirody, 1821), dedicata alla Crimea, in cui il poeta si serve di elementi descrittivi affini a quelli usati nelle poesie dedicate alla penisola. Tra gli altri l’aggettivo zlotoj, dorato – Paese dorato! (Zlotoj predel’) scrive Puškin della Crimea – dal quale conia il binomio zlataja Italia – Italia dorata “Notte dell’Italia dorata” (Puškin 1964: V: 30),

“Lingua dell’Italia dorata” (ibidem, 204), binomio che diventa uno stereotipo 

del testo italiano dei russi per indicare tutti i tratti peculiari del mediterraneo: 

la luce, il calore, la luminosità dell’aria e del cielo.

 

All’interno di questa descrizione convenzionale i russi introducono un elemento fondamentale nella loro percezione della penisola: la primavera come stagione caratterizzante l’Italia.”   

 

In un intreccio urbano tra fiume (la Neva), isole, penisole, terre non ferme… e costruzioni, fortificazioni, palazzi nobiliari, piazze, accademie… un inno al Secolo dei Lumi e delle Scienze. Raccogliere dunque il “pensiero” più avanzato del nuovo secolo in Europa – il Settecento – e concentrarvi lì, come in un grande laboratorio, architetti, artigiani, industriali, banchieri, artisti per generare la nuova capitale di un affluente impero, quello russo, fu la sfida colossale di Pietro il Grande.

Fu la “Terza Roma, ed è visibile nello stemma della città che riprende elementi di quello di Roma e del Vaticano: le ancore incrociate corrispondono alle chiavi papali, come quelle di una porta che accede al paradiso.  

 

La prospettiva Nevskij conduce fino al fiume e lentamente i colori dolci 

e pastello delle facciate sostituiscono gli austeri edifici precedenti; 

 

si superano canali su meravigliosi ponti in acciaio e ghisa che aprono a destra e sinistra nuove prospettive accattivanti e sinuose, canali con morbide curvature, effetti luminosi mutevoli, e Venezia, Amsterdam, Roma, tutto si intreccia, si confonde creando una realtà nuova ed affascinante. 

Il fiume ti accoglie come una prospettiva liberatoria, di fronte l’isola dell’Accademia, sulla destra l’importante fortezza di Pietro e Paolo e, sul lungofiume, lo splendido ed irreale palazzo dell’Hermitage. 

Il piano urbanistico della città fu realizzato nel 1717 dal francese Jean-Baptiste Alexandre Le Blond, quando già nel 1703 ingegneri olandesi, architetti italiani e tedeschi si erano susseguiti per far conoscere allo Zar i criteri dell’architettura occidentale dell’epoca.

Ma furono gli italiani Bartolomeo Rastrelli, Domenico Trezzini, Giacomo Quarenghi, Antonio Rinaldi, e soprattutto l’urbanizzazione affidata da Caterina all’architetto Carlo Rossi, ideatore dei grandi palazzi e colonnati, a dare alla città la fisionomia attuale.

 

Fu quindi “normale” trovare innumerevoli tracce e testimonianze 

della ricchissima presenza italiana. 

 

La preparazione “scientifica” dell’architetto Lolli Ghetti fu fondamentale nella codificazione della nostra ricerca e tra le innumerevoli opere d’arte che trovammo a San Pietroburgo da inserire nella mostra, nel settore architettura in particolare, ci fu un sontuoso plastico del 1750-56 di Bartolomeo Rastrelli del Monastero di Novodevičij (letteralmente “Monastero delle Nuove Vergini”, noto anche come Monastero di Bogorodice-Smolenskij) a San Pietroburgo ed una serie di plastici in sughero di Antonio Chichi, come il modellino dell’Arco di Tito al Foro Romano.  

 

Era l’immagine avuta all’arrivo a San Pietroburgo mentre ci avvicinavamo alla Neva, lungo la prospettiva Nevskij, che mi aveva colpito di più.
 

Quegli edifici con i colori pastello delle pietre di Noto e di Lecce, come simboli 

di una luce a schiarire quello che non sempre c’era nelle spesso 

nebbiose e fredde giornate di quelle latitudini, furono

 la mia ispirazione per la mostra di Roma. 

 

Pensai di rivestire tutte le pareti delle Scuderie del Quirinale, per i tre piani, con un cartongesso sbalzato come bugne e tinteggiato color pergamena, in modo che diventassero come quelle facciate, a simulare una grande passeggiata all’aperto tra le case ed i palazzi di quella magica città. Il soffitto e le pareti s’incontravano in un cielo pastello, solcato da tiepide nuvole, che determinava la bella luminosità dell’ambiente.

 

Le opere si stagliavano bene nella luce diffusa e quell’effetto pergamena ammaliava gli occhi. Era come sfogliare un antico testo, arricchito da disegni, incisioni e sculture. Ma si partiva dal “quasi buio”, perché sulle rampe delle prime scale delle Scuderie scorrevano le immagini ingrandite del bruciaprofumi del Palazzo Ducale a Venezia, come visto attraverso una lente di ingrandimento, a sottolineare lo straordinario lavoro di cesello ed intarsio nelle mani degli orafi, degli artigiani e degli scultori… Il percorso iniziava da Bisanzio e come da un buio storico, con i fari sagomatori, si accedeva all’epoca di Giotto e Cimabue ed ai trittici di legno dorato che venivano dalla Russia sciamanica, evangelizzata dai figli di Teodosia.   

 

 

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UN PAESE LA SCUOLA LA MERICA Parte I di Tommaso Russo – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio – 2020

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UN PAESE, LA SCUOLA, LA MERICA 

 

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raccontano che in quel decennio, per effetto di un lungo e lento processo di crescita, Avigliano era diventato un importante paese in provincia di Potenza.  

Contava 19.010 abitanti nel 1881, scesi a 18.841 nel 1901. Quello scarto di 169 abitanti non riuscì a compromettere la trama del suo territorio.

 

La campagna estesa ed ampia con più di ottante frazioni, con la sua economia degli orti e della pastorizia, con quella del seminativo e dei boschi, apparteneva a un principe, venuto da Genova, di nome Doria-Pamphili.

 

Egli ne aveva concessa molta parte a grandi affittuari borghesi e a piccoli contadini. Questi ultimi che mal sopportavano la burbanza feudale per difendere la loro dignità spesso lo trascinavano in giudizio oppure scioperavano. Per fortuna che quando finivano in tribunale erano difesi gratuitamente da avvocati socialisti o liberal massoni.

Il centro del paese aveva tutt’altre caratteristiche. C’era la pretura, 

in cui bene o male, si amministrava la giustizia.


Dai paesi vicini e dalle campagne vi accorrevano avvocati, imputati, testimoni, familiari. Paesani e forestieri con la loro presenza animavano una fitta rete di negozi, di forni, caffè, osterie, trattorie, alberghetti. 

 

Nelle strade cittadine avevano bottega orafi, sarti, calzolai, falegnami, figulai, bottai, maniscalchi. Nelle loro forge essi ferravano zoccoli per cavalli, per asini e muli, predisponevano ruote per carri, carrozze e carriole e per tutto ciò che potesse servire a spostare uomini, donne, famiglie e merci. Famose poi erano quelle botteghe in cui si fabbricavano e si vendevano coltelli a scatto con manici finemente intarsiati e lame affilate e luccicanti. Questo particolare artigianato aveva alimentato la leggenda che gli aviglianesi fossero uomini seri, onesti ma bravi di mano e veloci di coltello quando qualcuno veniva meno alla parola data.

A vivacizzare il paese provvedevano pure vari sodalizi, quello di mutuo soccorso, quello di previdenza e lavoro; poi la società agricola e quella di tiro a segno. 

 

Avvocati, medici, dottori fisici, farmacisti, maestri, e poi braccianti, contadini, scalpellini, muratori, operai, erano iscritti e tutti impegnati in azioni di solidarietà, di mutualismo e cura.

 

Don Giustino Fortunato, grande intellettuale e meridionalista, 

le volte che veniva colto da un qualche attacco di ipocondrìa 

era solito vedere nero. E in genere non sbagliava. 

Così, quando in Basilicata, negli anni Ottanta dell’Ottocento, si trovò di fronte a una opaca rete di banche popolari, di cooperative di credito, tuonò contro di esse dicendo che la misura era colma e che presto a quel carnevale bancario sarebbe sopraggiunta la quaresima. E così fu. Naturalmente Avigliano non sfuggì alla punizione divina. Era successo che ricchi borghesi pur di improvvisarsi banchieri, avevano chiesto prestiti al Banco di Napoli e li avevano garantiti ipotecando i loro beni immobili e fondiari. Così quando il tribunale dichiarò il fallimento della banca aviglianese, l’istituto di Via Toledo ne incamerò i beni. Su di essi, e sugli altri pervenuti in possesso del Banco per gli stessi motivi, vigilava attento e severo Nicola Miraglia, valente uomo della Terza Italia e meridionale di Lauria, che giustamente e a certe condizioni voleva immettere quote di quel patrimonio sul mercato per movimentarlo.

 

Fiore all’occhiello e vanto di Avigliano era il suo sistema scolastico.

 

L’istruzione domestica impartita da eruditi locali o da preti, quella funzionante nel convento e quella che si svolgeva nella scuola pubblica costituivano i pilastri di un solido edificio dove ogni mattina entravano frotte di bambini e bambine. Era il tesoro vivente del paese. I genitori avevano investito molto sul successo scolastico dei loro figli, così pure avevano fatto l’amministrazione locale e i nuclei borghesi che la governavano. Un caso raro in cui nessuna di quelle tre componenti aveva pensato che l’istruzione producesse spostati di capa, ma tutti ritenevano che da quell’edificio potessero uscire solo teste ben fatte come desiderava un filosofo francese Michel de Montaigne. 

 

Ad Avigliano Gioacchino Murat, nel 1809, aveva voluto istituire il Real Collegio, un istituto pubblico per la formazione della classe dirigente regionale, ma aveva ordinato anche l’apertura delle scuole primarie maschili e femminili. La frequenza era gratuita ed il reclutamento delle maestre e dei maestri era in capo al Comune. Iniziava così il lungo, lento e difficile cammino della laicità della scuola elementare.

 

 Nel 1851 Ferdinando II di Borbone volle aprire un ospizio-convitto 

per trovatelli, orfani e per i figli di molti padri e di una sola madre. 

Re-Bomba volle che fosse consacrato 

alla Madonna della Pace. 

E così fu. 

Col passare dei decenni quel convitto diventò una bella istituzione educativa e formativa con tanti ragazzi bravi ed anche altri che diventarono importanti. In più il collegio mise in piedi una banda musicale che allietava le iniziative pubbliche delle società e dei sodalizi aviglianesi e le funzioni religiose. 

 

Negli anni ‘70 dell’Ottocento gli amministratori comunali tentarono di aprire un ginnasio comunale ma le numerose difficoltà prima di tutto quelle economiche ne impedirono la partenza. 

 

Dalla Scuola di Arti e Mestieri uscirono validi artigiani, orafi, falegnami, ebanisti, intarsiatori, sarti che poi andavano a Napoli a perfezionarsi in altre istituzioni pubbliche o private, fare ritorno al paese oppure emigrare. L’aviglianese Emanuele Gianturco, deputato a volte moderato, più spesso reazionario, l’aveva presa sotto la sua protezione per cui, a quella Scuola, arrivavano libri, calchi in gesso, materiale didattico e di laboratorio, abbonamenti a riviste specializzate. Supporti di tutto rispetto per stare aggiornati e al passo con i tempi. Nelle sue aule studiarono e si addestrarono fianco a fianco ragazzi di Avigliano e ospiti dell’ospizio-convitto offrendo un bell’esempio di integrazione, di reciproco apprendimento e di tolleranza.

 

Mentre ancora tuonava il cannone nelle campagne tra Turbigo, Boffalora s/Ticino 

e Magenta, in quel giugno del 1859, e i feriti facevano ritorno nelle retrovie 

come li dipingeva Giovanni Fattori, il conte Camillo Cavour 

chiamò a sé l’amico milanese conte Gabrio Casati.

 

Di lui si fidava più che di Carlo Cattaneo, di Giuseppe Ferrari, o di Francesco Domenico Guerrazzi e non si fidava per nulla di Giuseppe Fanelli, Saverio Friscia, Carlo Gambuzzi. Ordinò al suo amico di mettere giù un testo di legge per le scuole del nuovo Regno. Per la verità il nobile piemontese ignorava ancora quali sarebbero stati i confini della nuova Italia, ma l’idea di fare le scarpe a quel plotoncino di federalisti, di repubblicani e di mazziniani del Nord, Centro e Sud Italia lo eccitava. Casati, forse in omaggio al modello istruttivo, di quello che diverrà in seguito il triangolo industriale, mise giù un testo di oltre 300 articoli dai toni autoritari e accentratori. Venne premiato diventando suo malgrado ministro della pubblica istruzione dal 24 luglio 1859 al 15 gennaio 1860. Lo schema della legge era semplice. Il regio ginnasio e il liceo erano statali (a prescindere dai comunali) perché servivano a preparare la nuova classe dirigente italiana. Una parte consistente dell’istruzione tecnica, commerciale, agraria era affidata al Ministero di Agricoltura Industria e Commercio. La scuola elementare invece veniva graziosamente regalata ai Comuni che su di essa dovevano vigilare, reclutare maestri e maestre, trovare i soldi e l’edificio, arredarlo, riscaldarlo, tenere in ordine e conservare l’archivio scolastico. Delle migliaia di Comuni meridionali non pochi fecero ciò che la legge dettava loro. Avigliano tra essi.  

(continua…) 

 

 Parte I

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FRANCESCO ADORNO VIAGGIO ATTRAVERSO LE ORIGINI di Aurora Adorno – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio-2020

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FRANCESCO ADORNO VIAGGIO ATTRAVERSO LE ORIGINI

 

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Francesco Adorno ha contribuito alla conoscenza del pensiero dei filosofi greci e del rapporto tra il pensiero classico e la cultura cristiana.

Letterato e umanista con studi e interessi estesi anche al Medioevo, è stato già ricordato da Myrrha in occasione della recente pubblicazione della biografia firmata da sua nipote, Aurora Adorno. In questo numero, il suo profilo viene idealmente tracciato dalla compagna della sua vita che descrive sensazioni, incontri e suggestioni del rientro del filosofo a Siracusa dopo anni di permanenza a Firenze, città dove insegnò a lungo. 

Ricordi, Francesco? Correva l’anno 1962, esattamente il 5 Agosto.


Lo ricordo perché fu il giorno in cui morì Marylin Monroe suicida nella sua camera da letto. Allora non si parlava d’altro. 

Partimmo da Fregene, perché eravamo in vacanza da mia sorella Olga in provincia di Roma, si passò dal Cilento per vedere la costa e si dormì vicino Paestum. 

Visitando i templi mi canzonavi, chiamandomi “la baccante che vaga tra i templi”. 

L’indomani visitammo anche la maestosa grotta di Palinuro. All’epoca non si accorciavano i viaggi volando in aereo e quel tempo che scorreva lento, trascorso guardando attraverso il finestrino, cantando canzonette e raccontando storie, colorava la mente di immagini e bei ricordi.

 

Quando giungemmo a Villa San Giovanni – il cielo era limpido e si poteva ammirare bene Messina – ti mettesti subito ad urlare “l’isola, l’isola!”. Parevi un bambino.  


Eri sempre contento di ritornare dove le tue radici avevano dato i loro frutti ed eri nato. 

Corrado Adorno, tuo padre, era stato insegnante di disegno e pittore; dopo averne fatto richiesta, era stato preso ad insegnare alla scuola media di Firenze. 

La tua famiglia si trasferì quando eri ancora molto giovane, ma il legame con la Magna Grecia aveva colpito irrimediabilmente la tua immaginazione, consacrando la passione verso la filosofia e i filosofi, verso la culla della nostra cultura e la genesi del pensiero.

Con la Cinquecento bianca stipata di borse – con noi c’era 

nostro figlio Eugenio – arrivammo a Siracusa, 


nel centro storico collegato da un ponte all’isola, precisamente in Riva della Posta, dove abitava la tua famiglia. “Beh, Marylin Monroe s’ammazzò!”, disse in dialetto Tina, la figlia di Santino, parente della Lucietta Adorno, appena ci vide. 

Santino girava ancora in calesse e frequentava il circolo dei nobili vestito di bianco; allora andavano tutti al Tropical, un caffè concerto per la gente bene. Difatti, ai tempi c’era ancora molta divisione di classe, purtroppo. 

Mio figlio insisteva per andare al cinema Marconi che faceva il doppio programma, ma ci venne detto che era da scugnizzi e che sarebbe stato scandaloso frequentare un locale di basso livello! 

Ricordo anche un fatto divertente: Annamaria Corpaci, che allora era una bambina, figlia dell’avvocato e di Giuditta Adorno, volle fare una cena a lume di candela perché lo aveva visto fare in un film. Ma la zia Lucietta se ne uscì dicendo “queste candele saranno quelle della mia bara!”, rovinando la festa. Anche l’avvocato era un tipo intelligente e spiritoso, si chiamava Armando ed era di battuta facile.

L’aria che profumava di aranci rallegrava le piccole viuzze del centro 

ed inevitabilmente ci scontravamo con quelle belle chiese 

che pur noi, atei, non resistevamo al desiderio di visitare.

Allora, entrandovi, per rispetto toglievamo il cappello di paglia che proteggeva il capo dal sole e con gli occhi verso l’alto, rapiti, respiravamo il senso di sacro, ammirandone l’architettura. 

L’elegante facciata barocca del Duomo di Ortigia custodiva il prezioso tempio di Atena… Ah, che bello, che grandi cose è capace di fare l’uomo! 

Sfilavamo sul lungomare, davanti a quella cornice bianca di marmo che recita:  

 

Passeggio Adorno 

Cittadini, questo passaggio ottenne per voi il cavalier Gaetano Adorno, sindaco il quale negli ordini nuovi difese la patria, la resse con sapienza: degno per questo che il consiglio comunale gli decretasse nel 1865 titolo di benemerenza e questa memoria 

1868

E tu, fiero, ci raccontavi di quegli avi lontani, dai quali, ne eri certo, avevi preso 

il carattere e il coraggio che ti hanno sempre contraddistinto,


come anche la forza di ragionare sempre con la tua testa e non farti trasportare da mode passeggere. 

Ti appassionavi molto agli alberi genealogici della famiglia e li custodivi geloso. Tu solo riuscivi a capire qualcosa in quelli che a me parevano solamente dei nomi e delle date scritte a china dentro dei cerchi, sospesi come foglie sopra i rami. 

Lo sguardo smarrito correva verso il mare che si estendeva davanti ai nostri occhi, respirando l’aria salmastra che, come un balsamo purificatore, ci riempiva i polmoni.  

 

Il legame col mare era qualcosa che sentivi dentro, nelle profondità della tua anima che spesso si agitava, mentre altre volte era calma, proprio come le onde che si dibattevano sulla battigia e come il vento che leggero soffiava sulla nostra giovinezza… Che nostalgia, marito mio!

Si dice che chi è nato nelle località marine provi una sorta di malinconia andandosene. Me ne rendevo conto quando vi tornavi,


la gioia riempiva di luce il tuo sguardo spesso cupo, sovrappensiero, e in me sorgeva la speranza che tu fossi felice. 

Andammo in visita anche sul fiume Ciane. Ti piaceva fare sfoggio di quella lingua che tanto amavi studiare, e così dicesti: “Kyanòs significa verde azzurro”. E di questo colore erano le acque smeraldine.

Ritenevi che la scrittura greca avesse sviluppato il grande desiderio di conoscenza in termini razionali a causa della sua scrittura, che era alfabetica e quindi implicava il decifrare di volta in volta i segni. Inoltre, l’uso dell’alfabeto composto dai suoni che consuonano con gli altri rende il linguaggio interpretativo e attivo, diversamente dagli ideogrammi egizi o cinesi, che invece stimolavano una maggiore contemplazione statica e non storica.

 

Si fece merenda al sacco, con i piedi scalzi nell’erba e le acque 

che scorrevano lente dinnanzi a noi. 


Erano famosi i papiri che allegri nascevano sulle rive del fiume, rendendolo celebre.  

 

Io fui Cyane azzurra come l’aria. 

L’acqua sorgiva mi restò negli occhi; 

la lenta corrente mi levigò.  

 

Citavi il D’Annunzio nell’Alcyone, e noi intenti a divorar panini e a bere un goccio di buon vino, apparecchiati nella natura su di una leggera tovaglia di lino, sciacquando poi la bocca col gusto dolce delle susine. 

La Tina ci riempiva di quelle domande che fanno gli adolescenti, distraendoci dalla musica del fiume che scorreva lento.

E, nel nostro peregrinare da turisti, amavi citare anche Mario Adorno, un avvocato discendente dall’antica famiglia patrizia e dogale genovese,


vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, che aveva partecipato ai moti carbonari, capo degli insorti di Siracusa, e che dopo aver accusato il governo borbonico della diffusione del colera venne giustiziato insieme al figlio Carmelo. 

Difatti, come amavi spesso raccontare a nostro figlio Eugenio, l’antica dinastia degli Adorno, in seguito ad una guerra con i Doria, potente famiglia genovese, lasciò la Repubblica Marinara e si stabilì prima ad Avola, dalla quale prese il secondo nome Avolio, ed in seguito nella splendida Siracusa, dove tuo padre Corrado era nato. 

Il tuo essere comunista cozzava con il tuo sentirti nobile, con quel “sangue blu” – ciano, appunto – che sentivi fortemente scorrere nelle tue vene, intridendoti delle tue stesse origini.

Ognuno di noi è ciò che è, quello che le proprie esperienze 

lo hanno fatto divenire e come ha scelto di interpretarle. 


Abbiamo avuto un’infanzia diversa, una famiglia borghese la mia, diversa la tua, in quegli obblighi e nel dover dimostrare sempre chi si è e da dove si viene, in quello sguardo alto, sospeso verso il cielo, di chi cerca sempre di non deludere la propria stirpe, e in quello stemma che ti sorprendevo spesso ad osservare, quasi rispecchiandoti in esso. 

Dietro ogni persona esiste una storia e, se si vuol conoscerla fino in fondo, si deve tacere ed ascoltarla. 

 

 

 

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AGLIE FRAVAGLIE FATTURA CA NUN QUAGLIA di Fernando Popoli – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio – 2020

 

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AGLIE FRAVAGLIE FATTURA CA NUN QUAGLIA

 

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ripetono in molti dentro di loro per giustificarsi, così come recitava il titolo di una famosa e divertente commedia di Peppino De Filippo per raccontare la superstizione, i pregiudizi, la scaramanzia e la credulità di una famiglia napoletana dove si preferiva dare in sposa la figlia ad un gobbetto pur di acquisire ricchezza e benessere.

In questo anno bisestile, tristemente inaugurato dalla pandemia (si direbbe con un altro proverbio “ ‘a mala nuttata e ‘a figlia femmina”, cioè due guai in un colpo solo),

 

anche Myrrha ha pensato di inserirsi sulla scia del “non è vero ma ci credo” 

e, scaramanticamente, ha deciso di traghettare la rivista dal numero 16 

al numero 18 sostituendo il “numero della sfortuna” (l’innominabile!) 

con la formula magica di Pappagone.   

 

A Napoli, ma potremmo dire in buona parte del Meridione, tra le persone acculturate, vige la regola di non dare importanza a “uocchie, maluocchie e frutticell rind’ all’uocchie”, apparentemente, salvo poi munirsi di corna e bicorna e recitare “sciò sciò ciucciuè” per mettersi al sicuro dalle maledizioni e da chi “fa ‘a seccia” (fa la seppia, agisce da jettatore).  

 

Del resto, nel corso della storia, anche intellettuali e uomini di cultura non sono rimasti indenni dalla suggestione della superstizione. “Non credo alla jella, perché credere alla jella porta jella”, diceva Benedetto Croce, così come Eduardo De Filippo riteneva che “essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”, per citarne solo alcuni.

“Aglie, fravaglie, fattura ca nun quaglia!”, vale a dire aglio, fragaglia, 

fattura che non quaglia, che non prende.  

E’ la formula contro il malocchio 

 

che ripeteva “Aitano” Pappagone, il famoso personaggio creato da Peppino De Filippo, spesso rafforzata da “corna, bicorna, capa r’alice e capa r’aglio”. Il rituale magico era basato sulla capacità dell’aglio di allontanare i vampiri (l’aglio infatti purifica il sangue rendendolo insipido) che, unitamente alla fragaglia, cioè ai piccoli pesci (i pesci non solo sono simbolo di Cristo, ma rappresentano anche abbondanza, dunque sono benauguranti) destinati solitamente alla frittura, e, all’occorrenza, alle corna, con le loro punte respingenti il malocchio, impedisce alla jettatura di ottenere un risultato positivo.    

 

Io scoprii quanto fossero radicate certe credenze anche tra i giovani da ragazzino. Con un amico che passava per essere il più bravo della classe, andavamo al primo appuntamento con due graziose ragazze quando, nell’attraversare la strada, vedemmo un gatto nero che stava per passarci davanti tranquillo e pacifico. Il mio amico, impaurito, si bloccò di colpo. Il gatto, a sua volta, si fermò. L’amico dunque riprese l’attraversamento, ma anche il gatto cominciò a proseguire ed egli si fermò di nuovo impietrito.

“Non possiamo passare dopo che il gatto nero ci ha tagliato la strada”, 

affermò, “il nostro appuntamento ci andrebbe a buca”. 

“Ma queste sono superstizioni”, affermai io. 

“Sarà pur vero, ma è meglio essere prudenti”.


Riprendemmo ad attraversare la strada sicuri di avercela quasi fatta quando il gatto, quasi per dispetto, avanzò sino al centro della carreggiata. A quel punto il mio amico mi costrinse a fare un lungo tragitto diverso per evitarlo. Arrivammo all’appuntamento in ritardo e delle ragazze nemmeno l’ombra: stanche di aspettare, se n’erano andate, dandoci giustamente buca.

 

Il corno rosso, di tutte le misure, è un amuleto capace di tenere lontano maledizioni e uocchie cattive. Mio cugino, quando comprò la sua prima spider bianca, molto elegante e desiderata dai giovani, si munì del celebre “curniciello” che attaccò sotto il cruscotto in bella vista e che strofinava, recitando il fatidico

 

“scio sciò ciucciuè!”, per tenere lontana l’altrui invidia

 

quando girava per Via dei Mille. Mia madre, che era molto religiosa, mi raccomandava di non raccontare ad alcuno i miei primi successi professionali per non suscitare gelosie, dicendomi “ponn’ chiù l’uocchie che ‘e scuppiettate”, ed era un’esponente della buona borghesia.  

 

Giovanni Leone, quando era presidente della Repubblica, rispose a certe invettive che gli mossero degli studenti facendo un bel gesto con le corna, immortalato da tutta la stampa dell’epoca. Un mio conoscente affermò che egli, il venerdì 17, tassativamente, non usciva di casa per alcun motivo, costi quel che costi. Una mia amica bella e simpatica era cresciuta senza padre e sperava in un bel matrimonio.

Per ingraziarsi la fortuna, come poteva, accarezzava qualche gobbetto
con qualsiasi scusa e in qualsiasi situazione.
Trovò un marito molto ricco che l’adorava

 

dal quale ebbe due figli e visse una vita nella grande agiatezza abitando case di lusso e comprando abiti firmati. Ancora oggi, quando vede un gobbetto, fa di tutto per toccargli la gobba.  

 

Il principe De Curtis, in arte Totò, in un celebre film tratto da un racconto di Pirandello, La patente, avendo fama di grande iettatore, voleva farsi riconoscere “il titolo” da un tribunale per esercitare professionalmente questo mestiere.

 

E sempre Totò dedicò una poesia alla figura dello “schiattamuorto”, 

il becchino, la cui sola vista stimolava immediatamente i napoletani 

a compiere gesti scaramantici e scongiuri di ogni tipo.  

 

Un imprenditore fece una società con un marchigiano anni fa e l’attività andò male. Essendo un uomo molto capace, e non ammettendo questo insuccesso, si appellò ad un vecchio detto: “meglio un morto in casa che un marchigiano dietro la porta”.  

 

Nel periodo di quarantena imposto dal Coronavirus, durante il quale ogni attività è stata interrotta e molti si sono trovati impossibilitati a risolvere anche gli ordinari problemi domestici, il detto

 

“puózze tènere ‘e maste â casa!”, cioè la maledizione di avere i muratori in casa (senza offesa!), paradossalmente potrebbe invece essere diventata un lieto augurio! 

 

La superstizione a Napoli si diffuse maggiormente nel Settecento, quando alla corte di Ferdinando IV arrivò l’archeologo Andrea de Jorio a far visita al sovrano. Questi era molto conosciuto come jettatore e la sua fama si consolidò quando dopo poco Ferdinando morì prematuramente. 

Intanto da Napoli arrivano notizie contrastanti. Da una parte seguono la messa del Papa al mattino da Santa Marta, appellandosi a Dio per sconfiggere la pandemia, dall’altra c’è chi recupera “curnicielli” e ferri di cavallo da appendere dietro la porta di casa, per scaramanzia. 

Alcuni li adoperano come portachiavi o li appendono alla cintura tenendoli sempre a portata di mano per toccarli. 

E’ un periodo terribile, al Coronavirus si aggiunge l’anno bisestile e molti sperano nell’intervento di San Gennaro per salvarsi.

“San Genna’, pienzace tu!”,

 

per tornare alle invocazioni della tradizione popolare che uniscono i napoletani di ogni censo e grado di cultura davanti alle difficoltà della vita. Il due maggio c’è stata la prima liquefazione a porte chiuse; si scioglierà anche a settembre il sangue in segno di benessere e prosperità per il popolo?  

Nel frattempo, i cittadini premono sul fantasioso sindaco De Magistris affinché la costruzione di ‘O corno

 

la gigantesca scultura di ferro di sessanta metri di altezza e trenta di base 

di colore rosso approvata dal consiglio comunale, abbia inizio 

per tenere lontano pandemie, peste, colera e Coronavirus.

 

“E’ il simbolo della città conosciuta nel mondo per la superstizione”, ha affermato il Sindaco convinto. “E ci proteggerà tutti!”, ha aggiunto in coro il popolo, esclamando “Sciò, sciò ciucciuè, jatevenne da casa mia!”

 

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In collaborazione con Giulia Muti

 

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