L’INCENDIO DEL CASTELLO SVEVO DI TERMOLI Gemme del Sud numro 26 ottobre novembre 2022 ed. Maurizio Conte

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L’INCENDIO DEL CASTELLO SVEVO DI TERMOLI

 

 Gemme del Sud
                    Termoli (CB)

 

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Il Castello Svevo di Termoli, situato nel Borgo Antico, è il simbolo di questa bella cittadina molisana in provincia di Campobasso affacciata sul mare. Costruito probabilmente in epoca normanna, ristrutturato nel 1247 da Federico II (da qui l’appellativo di “Svevo”),

 

ogni anno, la notte del 15 di agosto, diventa il protagonista di una manifestazione davvero unica e suggestiva: l’Incendio del Castello 

 

Si tratta di una rappresentazione storico-popolare che rievoca l’assalto da parte delle truppe di Pialj Pascià: sbarcati con circa 200 galee, il 2 agosto 1566, gli Ottomani strinsero d’assedio il vecchio borgo marinaro distruggendo abitazioni e appiccando incendi. Ma un’eroica resistenza fu opposta dalla popolazione nelle campagne tra Termoli e Guglionesi dove, grazie alla tenacia ed al coraggio, si riuscì ad arrestare l’invasione nemica. E proprio da quelle parti, già dal 1545, sorgeva un santuario dedicato alla Madonna della Vittoria, oggi nota come Madonna a Lungo. Qui per anni fu ricordato l’episodio con rappresentazioni popolari eseguite dalla gente comune che orgogliosa tramandava la vittoria storica dei propri avi.
Dal 2001 la decisione di rievocare l’avvenimento storico attraverso una grande manifestazione che negli anni è diventata, insieme alla festa del patrono San Basso, l’evento più atteso della città. Si comincia già dal pomeriggio con una sfilata di giovani del posto travestiti da saraceni. In serata,

 

alcune Paranze si avvicinano in mare verso le mura del Borgo Antico 

rievocando l’ingresso degli invasori e con suggestivi combattimenti 

danno inizio all’Incendio del Castello, uno spettacolo mozzafiato,

 

una vera e propria esplosione di luci e fuochi pirotecnici che infiamma i cieli di Termoli e lascia a bocca aperta i tantissimi visitatori che ogni anno si recano nella cittadina per partecipare a questo emozionante evento.

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LA TARGA FLORIO di Gaia Bay Rossi – Numero 25 – luglio agosto 2022 Ed. Maurizio Conte

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LA targa florio

 

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allineate sulla linea di partenza. La tensione era alta da giorni, tutti si rendevano conto che quella competizione, la Targa Florio, sarebbe entrata nella storia. 

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Era il 1906 e quella era una delle prime gare automobilistiche al mondo, basti pensare che la Mille Miglia sarebbe nata circa vent’anni dopo, nel 1927.   

 

La cosa più incredibile è che si disputò nella Sicilia di quegli anni, e lì si svolse anche in tutte le 60 edizioni successive. 

Ancora una volta la Sicilia, nonostante l’arretratezza dovuta ai molti fattori 

che non stiamo qui ad indagare, era in testa al mondo,


stavolta non per la ricchezza della sua arte, per la sua cultura multiforme, per la sua storia millenaria, per la sua incredibile biodiversità, ma per uno sport e per l’organizzazione di un evento che, così strutturato, in Italia non si era ancora mai visto.

Il luogo esatto erano le Madonie, una piccola catena montuosa nella parte Nord Occidentale della Sicilia che, come tutti i luoghi montani, aveva strade strette e tortuose, adatte più ai carretti che non a rombanti automobili. Solo un grande siciliano appartenente ad una famiglia fuori dal comune avrebbe potuto ideare e organizzare una simile competizione. Lui era Vincenzo Florio junior, figlio del senatore Ignazio Florio e di Giovanna d’Ondes Trigona, nonché cognato della “regina di Palermo” Franca Florio, moglie di suo fratello Ignazio jr. Ma facciamo un passo indietro e vediamo cosa stava succedendo in quegli anni a Palermo. 

La famiglia Florio, che ormai molti di voi hanno conosciuto anche grazie 

agli apprezzatissimi romanzi della trapanese Stefania Auci 

era, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, 

una delle famiglie più ricche dell’Italia 

della Belle Époque,


famosa in tutta Europa e molto oltre. Tra i loro amici vi erano capi di Stato e reali, politici di vario genere e grado, banchieri internazionali, e poi anche i rappresentanti più importanti della vita culturale dell’epoca, con pittori, artisti, musicisti, scrittori che entravano e uscivano dalle loro meravigliose case e dalle loro vite, lasciando sempre traccia di sé. 

Ad un certo punto, in mezzo all’immenso impero dei Florio,


che andava dalla Navigazione Generale Italiana (seconda più grande compagnia di navigazione del Mediterraneo), alle tonnare (con loro si ebbe per la prima volta la conservazione del tonno sott’olio con relativo inscatolamento), dalle cantine di Marsala, a Villa Igiea a Palermo (capolavoro dell’hôtellerie di lusso), dal Cantiere Navale di Palermo, nato per supportare l’attività della loro acciaieria, alle banche,

 

arrivarono anche le gare automobilistiche, che si affiancarono al resto.


Vincenzo Florio jr. poco più che adolescente, percorse la strada che tanto lo appassionava e iniziò a guidare auto sportive, partecipando a qualche piccola gara amatoriale. Nel 1905, ideò il nome di “Coppa Florio” per una gara automobilistica da lui organizzata e finanziata, che si svolgeva già dal 1900 a Brescia ma che assunse la denominazione di “Coppa” perché Vincenzo aveva deciso di istituire, oltre al premio di 50 mila lire, anche una coppa d’argento, opera di un suo amico orafo francese, alla Casa costruttrice che avesse vinto più volte nel corso di sette edizioni. Questa avventura lo catapultò definitivamente nell’idea delle gare sportive, dedicandosi con entusiasmo alla creazione di una nuova competizione da svolgersi sulle Madonie.   

 

Vincenzo disegnò il percorso a Parigi, aiutato da Henri Desgrange, direttore della famosa rivista francese “L’Auto”. Il percorso, come dicevamo, era molto complesso e difficile, poiché si snodava in quelle strade montane piene di curve che collegavano i vari Comuni della dorsale per 146 km e 900 metri. Vincenzo.

Florio stava dando vita ad una competizione che, proprio per queste difficoltà 

di tracciato, era destinata ad entrare nell’immaginario collettivo 

e a divenire leggenda.

Torniamo quindi a quel 6 maggio del 1906 con le automobili rombanti sul nastro di partenza di un circuito che avrebbero dovuto ripetere tre volte. Gli equipaggi erano: cinque Itala, una Fiat, due Bayard-Clement, una Berliet e una Hotchkiss. Di queste riuscirono a tagliare il traguardo solamente sette, tenendo conto che le auto dei due francesi furono bloccate da un incredibile errore della loro squadra: al rifornimento, il pieno fatto fu d’acqua e non di carburante. 

Vinse il torinese Alessandro Cagno su una Itala e, per coprire l’intero percorso, impiegò circa 9 ore e mezza ad una media di 46,8 km orari, distaccando di oltre mezz’ora il secondo classificato. Il premio in palio fu, oltre alla cifra di trentamila franchi in oro, una targa in oro massiccio in stile Liberty, creata per la gara da René Lalique e consegnata al vincitore direttamente dalle mani di donna Franca, la cui presenza all’evento, già da sola catturava l’attenzione degli spettatori e di tutto il bel mondo presente. 

Lalique firmò anche la targa dell’anno successivo e poi altri artisti firmarono 

i premi di successive edizioni: come Duilio Cambellotti, autore della targa del 1908 

e poi anche le illustrazioni di Terzi, Dudovich, Marinetti, De Maria, Gregorietti.


Il quartier generale della manifestazione era a Termini Imerese al Grand Hotel delle Terme, costruito a fine Ottocento in stile neoclassico dal noto architetto Giuseppe Damiani Almejda, che aveva appena terminato il teatro Politeama di Palermo. Lì vi alloggiavano sia i piloti con le Case costruttrici, sia la Palermo bene, e tutti insieme prima della gara impegnavano il tempo organizzando lussuose feste.

Migliaia di persone raggiungevano Termini Imerese con ogni mezzo a disposizione, dalle automobili alle carrozze, dai carretti siciliani ai numerosissimi treni speciali 

che partivano dalla stazione di Palermo.


Una delle gare automobilistiche più antiche del mondo era nata in Sicilia e il successo che seguì fu un successo per entrambi, per Vincenzo Florio e per la Sicilia stessa e la sua promozione turistica. Inoltre, 

grazie all’idea del giovane Florio venne fondato l’Automobile Club di Sicilia, 

il Giro d’Italia decise di includere nelle sue tappe anche la Sicilia, 

e a Palermo fu inaugurato il primo cinema.


Vincenzo morì il 6 gennaio del 1959, senza figli nonostante avesse avuto due mogli. La sua unica vera “figlia” riconosciuta fu così la Targa Florio, di cui disse: “Continuate la mia opera, perché l’ho creata per sfidare il tempo”. La Targa Florio classica si disputò dal 1906 al 1977 come gara automobilistica di durata, divenendo in seguito una gara rallistica con il nome di “Rally Targa Florio”, ma questa è un’altra storia.

Nel 1955 e nel lasso di tempo dal ‘58 al ’73, ha fatto parte del gruppo 

di gare titolate ai fini dei “Campionati Internazionali o Mondiali riservati 

alle vetture Sport o Gran Turismo”, ottenendo sempre maggior popolarità 

e ospitando piloti di fama e importanti Case costruttrici.

Incontriamo Giuseppe Calvaruso, un’appassionato ed entusiasta spettatore della Targa Florio dal 1970 al 1977, che ci racconta cosa volesse dire in quegli anni “vivere” questo evento: 

“I miei primi ricordi della Targa Florio risalgono al 1970 quando, quattordicenne con gli zii andammo a vedere la mitica competizione, e poi ci tornai ogni anno fino alla definitiva chiusura. Gli occhi del nostro narratore brillano, mentre mi racconta delle centinaia e centinaia di curve che le automobili dovevano affrontare in “un circuito di circa 72 Km. da fare 11 volte, che toccava vari paesi nel pieno della campagna siciliana, sfiancante per i piloti e stressante per i bolidi da corsa, e il più delle volte solo la metà dei partecipanti riusciva a tagliare il traguardo”.  Con l’entusiasmo di chi si sente un privilegiato, ci spiega che 

“la corsa, anzi “a cursa” come veniva chiamata dai siciliani, era valida 

per il Campionato Mondiale Marche che annoverava gare come 

la 24 Ore di Le Mans o la 12 Ore di Daytona e richiamava 

oltre 500.000 spettatori che arrivavano da ogni dove.


Il Campionato Mondiale Marche era importante come la Formula 1. Immaginatevi per noi Siciliani il piacere e l’orgoglio di vedere correre sulle nostre strade piloti famosi come Hill, Rodriquez, Bandini, Siffert, Redman, Elford, Stommelen, ecc. e ancora negli anni piloti mitici come Nuvolari, Achille Varzi, Taruffi, lo stesso Enzo Ferrari, Giunti, Merzario, De Adamich. Il giorno della gara ti rendevi conto dell’interesse che suscitava, centinaia di auto dell’epoca (le fiat 127, le Cinquecento, le 850) sparse lungo i bordi del percorso. E poi le storie e gli aneddoti che venivano raccontate da chi c’era già stato negli anni precedenti, e noi a bocca aperta ad ascoltare le storie e le gesta dei piloti più famosi. Che festa in quelle campagne, quanta gente con tanta passione per quei prototipi che, dal rumore in lontananza, già avvertivano chi stava arrivando:
“Chista (questa) è la Ferrari di Vaccarella, no è una Alfa Romeo 33, no è la Porsche di Siffert. Negli anni ’70 la Targa Florio mi vide sempre presente fino al 1977, per l’ultima volta.” 

Infatti, Nonostante fosse una gara abbastanza sicura, tanto che, per questo, 

Vincenzo Florio ai suoi tempi l’aveva definita “la gara più lenta del mondo”, 

anch’essa vide presentarsi il conto di morti e feriti, 

sia tra i piloti che tra il pubblico.


E, dopo alcuni incidenti più o meno gravi, nel 1977 durante la 61esima edizione, si replicò l’incidente avvenuto venti anni prima nella Mille Miglia.   

 

In un tratto subito successivo ad un rettilineo, gli spettatori furono travolti dalla macchina di Gabriele Ciuti, uscita di pista: due morti e tre feriti gravi. La gara fu sospesa e il risultato conteggiato al termine del quarto giro, sugli otto totali. Così finiva la Targa Florio.

 

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TRICARICO UNA STORIA MILLENARIA di Pietro Dell’Aquila – Numero 25 – luglio agosto 2022 Ed. Maurizio Conte

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TRICARICO UNA STORIA MILLENARIA

 

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C’è un paese che conosce “baldorie di venti”, come dice un poeta, un borgo che somiglia ad un treno con la sua Torre Normanna per ciminiera. È una cittadina arroccata sulle colline dell’alto materano. Non si sa bene quando abbia avuto origine. Qualcuno l’ha chiamata Torregreca, qualcun altro Torregrupata. Tricarico, il suo nome vero, e non si sa da che cosa derivi. Ipotesi fantasiose la vogliono fondata addirittura dagli Ausoni dopo il diluvio universale da un nipote di Noè; altre leggende ne attribuiscono l’origine ai popoli di Trica ed Argo – dai quali la sua denominazione – scampati all’eccidio di Troia e guidati da Diomede. Nel suo antico stemma un bue su tre colli; allora è possibile, piuttosto, che sia la città dei tre monti. 

 

A poca distanza dall’attuale sito, da una parte sotto il monte della Serra, i resti di un villaggio indigeno con resti di fornaci, scoperto durante i lavori di adduzione del gas, e dall’altra ad una decina di chilometri in località Fonti, su di un’ampia radura, la Civita, rovine di un castro romano fortificato del IV secolo avanti Cristo a difesa di masserie sparse sul territorio che rifornivano di derrate agricole l’Urbe.

Il primo documento che certifica l’esistenza della cittadina 

è una Convenzione dell’anno 849 tra Schinolfo, principe di Salerno, 

e Redalgiso duca di Benevento.


Il paese è incluso nel gastaldato di Salerno che gravitava nell’orbita longobarda. Di seguito Liutprando da Cremona ci dice della decisione del patriarca Poliedro di Costantinopoli nel 968 di autorizzare l’arcivescovo di Otranto a consacrare i vescovi suffraganei tra i quali quello di Tricarico. Il vescovo Santonio (Visita pastorale del 1585) riferisce che Arnoldo Godano, vescovo di Acerenza, nel 1060, in una sua controversa “Bulla” indirizzata al suo omologo tricaricese Arnaldo, descrive la diocesi di Tricarico, ne indica i confini, i privilegi e ne certifica il passaggio dal rito greco a quello latino. 

 

Insomma,

una millenaria storia di vescovi e di clero che hanno segnato le vicende 

della cittadina attorno alla curia, alla cattedrale, al seminario fondato 

ai primordi del Seicento ed alla miriade di chiese 

e conventi tuttora esistenti.


Accanto ad essi, e lungo le vie “processionali”, una serie di palazzi nobiliari di ricchi agrari e facoltosi borghesi (notai, giudici e avvocati), circondati dagli stambugi dei “cafoni” (braccianti e contadini poveri più o meno addetti al servizio dei potenti) che si addensavano anche nei rioni sottostanti della Rabata e della Saracena, come risulta da una bella stampa del Cinquecento edita ad Amsterdam da Johannes Blaeu. In quel periodo Tarquinio Ronchi, professore di Diritto Canonico, fondò il Monte Frumentario con cui si prestava il grano per la semina ai contadini bisognosi e i terreni di proprietà del Capitolo venivano loro concessi in enfiteusi a prezzi particolarmente modici. Ughelli, nella sua Storia Sacra, annota che al quinto Concilio Lateranense promosso da Giulio II nel 1512 “Qualcuno era pure noto per le capacità culturali, tale fu il veronese Lodovico Canossa, erudito presule di Tricarico”. Ma, in seguito, non mancarono voci dissonanti che si collocavano nell’ambito della riforma protestante come quella del “minore osservante Angelo Castellana da Tricarico, accusato di adesione al luteranesimo e lungamente detenuto, persistendo nei suoi errori, fu poi degradato il 15 agosto 1584 e rilasciato al braccio secolare”.

Per dire dell’importanza e della vivacità culturale della cittadina, 

lo storico napoletano Camillo Ranieri Riccio riporta che nel 1613 

venne stampato a Tricarico il primo libro edito in Basilicata ad opera 

di Giovan Giacomo Carlino su commissione di Monsignor Roberti.


L’opera era stata scritta dallo stesso vescovo per celebrare le virtù di Suor Francesca Vacchini della quale era il confessore. Nel corso del Seicento i pittori Pietro Antonio Ferro e Cesare Sciarra produssero i loro affreschi nella cappella del Crocifisso del convento di Santa Chiara, nella chiesa del Carmine e nel chiostro del convento di Sant’Antonio.

La lunga fase di cristianizzazione e la connessa ininterrotta presenza clericale, 

a parere di illustri antropologi che hanno studiato persistenze 

e cesure degli elementi pagani nei costumi 

e nelle espressioni locali,


hanno evidenziato una maggiore attenuazione degli elementi orgiastici originali nelle tradizioni popolari dei centri curiali rispetto ai luoghi più distanti e periferici. Tali manifestazioni si rivelano con maggiore evidenza nelle festività carnevalesche, più morigerate o dissimulate nei paesi con sedi vescovili dove, pur conservando la matrice primigenia, si sono contaminate ed impregnate di contenuti religiosi depurandosi dalle antiche volgarità fescennine. Ad esempio le maschere di Tricarico che, imitando la transumanza di vacche e tori con annesse simulazioni di monta al suono assordante dei loro campanacci, avviano il loro percorso per le vie dell’abitato dopo aver reso omaggio a Sant’Antuono Abate, patrono dei suini, realizzando tre giri intorno alla sua chiesetta posta ai margini del borgo. 

 

Nella lunga sequela dei vescovi che hanno guidato il gregge pastorale tricaricese emergono, oltre ai già citati, i Carafa, Zavarrone, De Plato, Pinto, Spilotros, Onorati, Pecci e Fiorentini.

Agli inizi del Novecento, ad opera del Reverendo Giovanni Daraio, 

si costituiva l’Opera Pia “Confraternita di Sant’Antonio di Padova” 

che si prefiggeva l’obiettivo di aiutare e sostenere 

i meno fortunati ed i poveri della comunità.


Si devono a questo sacerdote diverse pubblicazioni sulla storia del paese e della diocesi pubblicate nel New Jersey, dove si era recato per assistere i nostri emigranti. Ne continuò l’azione pastorale Don Pancrazio Toscano che, sempre accanto alla chiesa di Sant’Antonio, fondò l’ospizio per l’assistenza ai poveri, ai vecchi e ai derelitti. 

In tempi a noi più vicini, hanno operato il vescovo Raffaello Delle Nocche (1922-1960) – di cui ci ha lasciato una bella biografia Monsignor Pancrazio Perrone – che, pur nell’aspro confronto ideologico del periodo postbellico, seppe trovare il modo di collaborare col sindaco socialista Rocco Scotellaro per l’istituzione dell’ospedale civile realizzato col concorso morale e materiale della popolazione. Inoltre fondò l’ordine delle “Discepole di Gesù Eucaristico”. Queste suore hanno dato il loro apporto per l’assistenza degli anziani nell’ospizio di Sant’Antonio, agli ammalati presso l’ospedale civile e soprattutto, mediante la gestione dell’Istituto Magistrale, hanno contribuito all’istruzione e l’elevazione culturale delle fanciulle loro affidate. Alla sua morte fu sostituito da Bruno Pelaia, insigne studioso dei testi biblici, ma rigido assertore della prassi dottrinale tanto che nella sua prima lettera pastorale affermava che “Una raffica violenta di materialismo ateo si appresta, con malcelata baldanza, ad avvelenare le nostre popolazioni semplici e laboriose con orpelli di progresso, di scienza e di benessere”. Non meraviglia, quindi, che con tali impostazioni ideologiche non riuscisse a recepire i nuovi orientamenti che stavano maturando all’interno del dibattito suscitato dal Concilio Vaticano II. Probabilmente era rimasto legato al clima di tensione che aveva visto la contrapposizione del 18 aprile 1948 tra i partiti della sinistra e la vincente Democrazia Cristiana. In quella vicenda si distinse Monsignor Angelo Mazzarone che intratteneva da tempo un forte legame con Padre Agostino Gemelli e faceva parte della redazione del giornale L’Ordine.  

 

Ormai, però, la situazione era mutata con l’avvio della collaborazione tra cattolici e socialisti nei governi di centro-sinistra e la crescente sensibilità religiosa che si manifestava tanto nel clero, quanto tra i laici. Le chiusure dottrinali produssero, sul piano locale, la perdita di due sacerdoti che avvertivano con maggiore responsabilità ed impegno i segni dei tempi nuovi. Il reverendo Nicola Calbi, che si era laureato brillantemente presso la Pontificia Università Lateranense con una tesi sulla Diocesi di Tricarico dalle origini al 1500 e che insegnava presso il locale Liceo Scientifico, dava alle stampe nel 1968 un libro dal titolo significativo: La scoperta del Vangelo e il nuovo socialismo. Nel volume si prendeva atto che il periodo della contiguità della Chiesa con la Democrazia Cristiana era agli sgoccioli e che il cristianesimo non poteva continuare ad essere rinchiuso entro lo spazio angusto di una delimitazione politica ormai datata e che bisognava dunque ricercare altri spazi ed altri orizzonti pastorali. La pubblicazione fece scalpore ed il suo autore si auto confinò a Roma per sfuggire alla malevolenza paesana. 

 

Identica sorte toccò a Nunzio Campagna, parroco della borgata agricola di Calle, reo di aver autorizzato i suoi contadini a stoccare il grano, la cui produzione per quell’anno era stata più abbondante, nei locali della nuova chiesa peraltro non ancora consacrata. L’iniziativa non piacque al vescovo Pelaia che ancor meno bene sopportò il ritardo con cui i piccoli cresimandi della zona ed i loro familiari, dopo aver accudito gli animali, si presentarono alla funzione religiosa da lui fissata. Non dissimulò il suo disappunto, con un prolungato atteggiamento d’incomprensione, nei confronti del sacerdote Campagna che con spirito evangelico si prodigava per l’elevazione culturale dei giovani ed il miglioramento delle condizioni di vita dei suoi parrocchiani. Anche lui si allontanò dal paese per andare ad insegnare Filosofia presso una scuola romana. Qui si dedicò allo studio ed all’approfondimento degli autori e dei testi del pensiero speculativo pubblicando volumi di grande pregio: per Marzorati Un ideologo Italiano, Francesco Lomonaco, successivamente per Aracne Metamorfosi dell’etica da Cartesio ai nostri giorni e per le edizioni dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Le parole dei filosofi. Ha, inoltre, pubblicato quattro romanzi di rilevante interesse: Socialmente pericoloso e di pubblico scandalo, Il violino di San Pietroburgo, Do Minore e Torregrupata, che ne testimoniano la straordinaria sensibilità.

 

Ma ormai altri tempi avanzano e il paese, in caduta demografica come tanti altri del Sud, continua la sua storia “sotto il cielo stellato a foglia a foglia”.

 

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“Storta va deritta vene”… La Fortuna di Valeria Parrella di Giuditta Casale – Numero 25 Luglio Agosto 2022 Ed. Maurizio Conte

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“Storta va deritta vene”… La Fortuna di Valeria Parrella

 

intervista a valeria parrella

 

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Non credo si debbano leggere i classici. Ognuno deve leggersi ciò che vuole. Però se hai la fortuna di trovarti davanti i classici, quelli poi entrano, permeano tutto e dopo interpreti la realtà alla luce loro. 

 

Si è conclusa così la chiacchierata con Valeria Parrella sul nuovo libro La Fortuna, pubblicato da Feltrinelli.


La storia del giovane Lucio, rampollo di una nota ed agiata famiglia campana, destinato ad una luminosa carriera senatoriale, in contrasto con i desideri più profondi del suo sé: andare per mare, prendendo il largo. Lucio nasce durante una scossa di terremoto, la più forte mai sentita delle tante che non facevano più paura tanto erano considerate normali. Il giorno che rischiò di annegare, scoprendo finalmente di essere cieco da un occhio, fu quello in cui capì che l’unica Parca con cui voleva avere a che fare delle tre che tessono la nascita, la vita e la morte di ciascuno, è quella di mezzo:   

 

Ma a me interessava avere a che fare con la Parca di mezzo, quella che tesseva per mio conto il filo. E c’è stato un momento in cui io ho capito che non la si poteva lasciar fare e che bisognava adoperarsi.   

 

Per questo atteggiamento attivo e propositivo, Lucio realizzerà il suo desiderio di navigare, e si troverà sulla nave dell’ammiraglio Plinio il Vecchio, durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. da dove guarderà la sua città Pompei e i dintorni annichilirsi sotto un fenomeno che appare inspiegabile. 

Il titolo La Fortuna introduce il legame vibrante e perspicace che Valeria Parrella sa creare tra il mondo classico, di cui Lucio il protagonista del nuovo romanzo è un rappresentante, e noi posteri che abbiamo ridotto il termine fortuna ad un significato più scarno e meno essenziale

 

Cos’è la Fortuna per Lucio, e cos’è per Valeria Parrella? – ho chiesto alla scrittrice.


Per me è quello che è per Lucio. Gli ho regalato la voglia di essere elastici nei confronti del destino, di vedere come va, assumendo sull’occorrenza fortuna la traduzione napoletana del modo di dire “Storta va deritta vene”, va in un modo e torna in un altro.


Per Lucio la Fortuna è una dea, che gli regalerà un bacio se tutto va bene. E lui più che le imprese, vuole il bacio, perché è un ragazzino. 

 

A me, però, più che la questione delle imprese, che certo doveva avere una sua importanza nella vita degli adulti, mi interessava quel bacio. Quel bacio effimero, dato a mille e mille ancora, quel bacio adultero, senza possibilità per me, piccolo uomo, di resistere ad una dea che di notte entrava dalla finestra, proprio quella che Ascla si curava di chiudere bene d’inverno e di velare appena d’estate. Mi chiedevo: “Saprò riconoscerla quando verrà? Saprò tenerla con me? Saprò farla felice?”. 

 

Erano domande stupide perché la Fortuna è felice di suo e non ha certo bisogno del contributo di un uomo per goderne, piuttosto noi uomini siamo un mezzo affinché lei possa manifestarsi. Facciamo o non facciamo, siamo o non siamo: è lei che sceglie, entra dalla finestrella che la nutrice o lo schiavo o la moglie o il prefetto del comparto presso cui rendi servizio si sono premurati di sprangare, e ti fa ridere. 

 

Una risata dentro cui esplodono tutte le promesse.

 

Comunque io la Fortuna la aspettavo e, se non mi addormentavo prima, me ne uscivo veloce dal letto e le andavo ad allentare, quelle imposte.

 

Ognuno di noi dentro di sé sa cosa vuole, sempre, anche quando si professa disorientato. Ma quando si è molto giovani le possibilità della vita si partono da noi come raggi da una stella: sono tutti ugualmente splendenti, e per me quel bacio significava che uno di quei raggi sarebbe stato mio.

 

E infatti La Fortuna è anche un romanzo sul desiderio di essere sé stessi, di afferrare quel raggio che dalle stelle raggiunge ciascuno per essere fatto proprio. De sidera, dalle stelle appunto.

 

Sorprende solo fino ad un certo punto la capacità di Valeria Parrella di raccontare l’adolescenza e le mutevoli forme con cui si rapprende nell’animo umano per far sbocciare la persona che saremo. L’aveva già fatto con Almarina, il romanzo pubblicato con Einaudi nel 2019, finalista nella Cinquina del Premio Strega e che per me è il libro vincitore dell’edizione, anche senza affidare alla giovane Almarina la prima persona come a Lucio. Di Lucio seguiamo la parabola che lo porta definitivamente a crescere, davanti allo spettacolo orrido di una Natura che ruggisce la sua potenza, attraverso un prodigio mai visto e che cambierà il mondo quale Lucio lo ha fino a quel momento conosciuto, dentro e fuori di sé. L’eruzione del vulcano, vista da un punto strategico qual è il mare, richiederà a Lucio di non farsi annichilire dalla paura, ma di attraversarla, come un rito di passaggio dalla giovinezza alla vita adulta.

 

C’era la statua d’oro di Iside a cui mi ero votato. Perduto quello: tutto sarebbe stato perduto. Così mi sono poggiato all’albero con quel gesto per cui i marinai mi chiamano matto: che appoggio l’orecchio ai nodi del legno e chiudo gli occhi. La nave, come sempre, mi ha parlato, e io ho riferito al nocchiere: 

 

“Seguiamo la corrente”. 

 

Poi ho avvisato l’ammiraglia, l’ho fatto di persona perché temo che la paura degli altri mi inganni come Nerone temeva il cibo e il vino.

 

“Del resto la Fortuna aiuta chi le si affida,” mi ha risposto Plinio, e siamo andati, la corrente ci portava verso Stabia.

 

… e poi Plinio scende dalla nave, e con l’autorità e la preveggenza dei Maestri intima a Lucio di rimanere a bordo, come se il rimanere fosse l’eredità ed il lascito del maestro.

Chi è Plinio per Lucio? E chi omaggia Valeria Parrella dietro la figura dell’intellettuale latino?


Omaggio i miei maestri: Ermanno Rea, che è stato il mio maestro politico e dello sguardo su Napoli, ma anche i maestri viventi. Per riportare un aneddoto che ho già raccontato, a un certo punto ero incerta se fosse per me un azzardo un romanzo come La Fortuna, e ho chiesto aiuto a Domenico Starnone, che mi legge. Il suo responso fu: meglio rischiare, che ripetersi. Starnone è stato la prima persona che ha letto il romanzo e per me è un riferimento. Ma soprattutto io penso che i ragazzi hanno sempre bisogno di riferimenti. Penso che sia un nostro dovere: se possiamo, prenderci cura dei ragazzi. Nel romanzo non ho inserito solo Plinio, ma anche Marziale. Sono figure che riconoscono in Lucio qualcosa. Se non altro una volontà. Plinio, poi, per Lucio è una possibilità buffa. A Napoli è facile studiare Plinio, come ho fatto per disegnarlo nel romanzo: trovi la piccola biblioteca universitaria che fa la mini-mostra su Plinio, vai lì e la bibliotecaria sa tutto, e si è letta tutte le quattrocentine. Da lei scopri che Plinio nella sua epoca come scienziato non era molto considerato. Naturalis historia è un’opera curiosa perché Plinio inserisce storie di ogni tipo. È un’opera molto polposa, ma poco attendibile scientificamente. Plinio, ad esempio, credeva ai draghi. Quindi era considerato un fanfarone. Anche come navarca non era credibile, perché lui per mare non stava mai. È una figura buffa. Ma Lucio vedendo che Plinio grazie agli studi costanti che lo caratterizzano è riuscito a fare quello che lui stesso vorrebbe, arguisce che vale la pena studiare, perché lo studio da qualche parte lo porterà.  
 

 

Lo aveva già fatto con Tempo di imparare: innestare il mondo classico nell’introspezione e nelle reazioni emotive della protagonista. In La Fortuna Valeria Parrella capovolge le carte: è l’introspezione dei personaggi che si innesta nel mondo classico, in un momento catastrofico di quella stessa civiltà che miracolosamente ha lasciato un’impronta indelebile.

 

Perché sei voluta tornare – parlo di ritorno vista la tua formazione classica – a quel funesto 79 d.C?

 

È vero, ho invertito le carte. Secondo me è una questione linguistica, in base alla quale cambia la situazione. Poi, però, alla fine il punto è sempre lo stesso: i classici sono dappertutto e bisogna solo scovarli. Non solo, i classici sono sempre con noi. Pompei è un esempio di questo essere sempre con noi. Ci sono tornata dopo la pandemia e mi è sembrato chiaro. Era vuota, e quando sono entrata, l’ufficio stampa ha affermato: “Non vedo l’ora di rivederla vivere”. Questa frase mi è sembrata incredibile per una città in cui erano morti tutti. La cosa più bella che mi ha detto un lettore – un lettore campano – è stata che dopo aver letto questo libro, per la prima volta ha pensato di portare un fiore quando tornerà a Ercolano e Pompei, perché non ci aveva mai pensato che lì erano morte delle persone. Perché dico che è il commento più bello? Perché vuol dire che li ho fatti vivere.   

 

I classici sono dappertutto, e la gratitudine per Valeria Parrella che lo mostra in ogni romanzo, ma in La Fortuna un po’ di più, è immensa.

 

Se in pieno isolamento con Quel tipo di donna (Harper Collins Italia) ci aveva permesso di viaggiare quando non si poteva. Con La Fortuna, davanti all’eruzione del Vesuvio, all’incredulità che prende Lucio dinnanzi da uno spettacolo di inaudita ed inedita potenza, Valeria Parrella scandaglia l’attualità con una forza che solo la Letteratura possiede

 

C’è anche la pandemia in La Fortuna? Facendo ri-vivere la città di Pompei, ricordandoci i suoi morti e la sua distruzione, è il modo di Valeria Parrella di raccontare “a parole sue” ciò che ha sommerso il mondo nel XXI secolo?

 

La pandemia, certo, ma non soltanto quella. Ci sta la guerra, una ciclicità di cataclismi naturali, 40 gradi a maggio. Ci sono tante cose che c’entrano con l’inspiegabile o con lo spiegabile, che quando ci arrivi però sei in ritardo. Quando Lucio si trova a metà dell’eruzione, dal mare, si accorge che a terra sta succedendo qualcosa. Vede che la nube fa ricadere detriti dietro di loro, verso Napoli. Loro stanno in mezzo a due fronti e non capiscono che cosa succede. Allora Plinio scende a terra e loro pensano che sia finita. Ma si sbagliavano, perché dopo arriverà la lava, arriverà il maremoto, arriverà tutto.   

 

Era facile identificare Valeria Parrella con le protagoniste dei romanzi precedenti, pur sapendo che non bisogna mai confondere autrice e voce narrante, ed ancora di meno autrice e protagonista del romanzo.

 

Essere donna nei suoi romanzi ha sempre giocato un ruolo importante e ha dato spessore alla sua voce. Non perché esista una letteratura di genere, maschile o femminile, lungi da me pensarlo e ancor meno affermarlo, ma perché ha dato voce alle donne, finalmente, con profonda autenticità. Lucio è un protagonista più sfuggente rispetto alle precedenti. Sarà per l’età scivolosa della giovinezza in cui l’incontriamo; sarà per quel suo limite visivo che nel romanzo è trasformato in un talento; sarà per la sua relazione incostante con Aulo; sarà per il suo desiderio di prendere il largo, mentre le protagoniste dei precedenti romanzi sono radicate nelle situazioni e nei momenti.

Eppure in un video per la casa editrice Feltrinelli Valeria Parrella afferma che non c’è libro più autobiografico di La Fortuna.

 

In cosa Lucio ti appartiene o il senso autobiografico a cui fai riferimento va cercato altrove?

 

Io in questo libro sono tutti. Sono Lucio. Sono Aulo, in certe relazioni che ha con Lucio. Tranne Plinio il Vecchio, direi che sono tutti personaggi. Mi piacerebbe essere Marziale… Ecco non sono l’imperatore e non sono Plinio. Ma tutti gli altri li posso ben capire. Sono una parte di tutto. Questo è bello, di quando si scrive un romanzo come La Fortuna. Il prossimo lo scrivo direttamente in terza persona. Mi sto staccando. E questo è vitale per me. Io sentivo che se non cambiavo, artisticamente morivo e quindi ho cambiato.

 

 

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Conoscenza, Innovazione e Impresa: una prospettiva per Napoli di Antonio Lopes – Speciale Napoli – Aprile maggio 2022 Ed. Maurizio Conte

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CONOSCENZA, INNOVAZIONE E IMPRESA: UNA PROSPETTIVA PER NAPOLI 

 

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è stata interessata dal declino di interi comparti produttivi (soprattutto nei settori di base quali siderurgia, chimica, ecc.) che ha inaugurato la stagione della dismissione e, conseguentemente, della formazione di quelli che i geografi chiamano “vuoti urbani”. Infatti, il ridimensionamento delle attività produttive e le politiche di delocalizzazione e decentramento produttivo hanno stravolto gli assetti territoriali, per l’abbandono di molte aree un tempo occupate da imprese che, in molti casi, sono rimasti inutilizzate.

Tuttavia, questo processo non ha interessato solo le strutture industriali, 

ma anche numerosi complessi del terziario che hanno visto perdere 

progressivamente la propria funzionalità per la ridistribuzione 

nello spazio urbano di molte attività economiche.


Tutto ciò è avvenuto in contesto di un’economia di per sé debole; in particolare, ad essere interessate da questi fenomeni, sono state soprattutto le periferie orientale e occidentale di Napoli le quali, sin dall’età borbonica, per le favorevoli condizioni territoriali – morfologiche e di accessibilità – hanno rappresentato le aree preferenziali per la localizzazione di impianti industriali che, nei decenni successivi, sono state affiancate da molti altri stabilimenti di diversi comparti produttivi progressivamente dismessi. In assenza di una pianificazione illuminata ed innovativa, queste aree hanno finito col trasformarsi in spazi degradati, avulsi dai loro contesti territoriali, abbandonati e motivo di rischio per l’uomo e per l’ambiente

Al vuoto ed al degrado occorre reagire e, sebbene in modo stentato e talvolta contraddittorio, si sta faticosamente facendo strada la tendenza a considerare strategico, per il recupero di queste aree, puntare su settori produttivi 

caratterizzati da un maggiore contenuto di conoscenza. 

 

In altri termini, l’innovazione scientifica e tecnologica assume rilievo cruciale, così come la capacità delle imprese più dinamiche ed innovative di inserirsi in un contesto territoriale favorevole, caratterizzato dalla presenza di centri di ricerca ed università. 

 

In questa dimensione si rivalutano anche le città nelle scelte di insediamento delle imprese e si accentuano i processi di concentrazione dell’attività economica anche all’interno delle stesse regioni. Nel 2025, secondo una ricerca McKinsey, in 600 città globali il 66% della popolazione del mondo produrrà due terzi del Pil mondiale e la competizione vedrà sempre più coinvolte le grandi aree metropolitane ricche di connessioni.

Una certa narrazione vede in Napoli la città del Teatro, della Musica e delle bellezze naturali, si dimentica però che il capoluogo campano è sede della più antica università pubblica d’Europa istituita dall’Imperatore Federico II nel 1224 e che vanta una prestigiosissima tradizione nel campo della ricerca scientifica, si pensi soltanto all’istituzione della prima cattedra di genetica in Italia.


La presenza di un forte polo universitario – ben cinque atenei – in campo scientifico è condizione necessaria per consentire anche la nascita ed il rafforzamento di imprese ad alta tecnologia.

 

In questi ultimi anni si possono segnalare varie iniziative

che vedono il coinvolgimento – faticoso – di soggetti pubblici e privati che si muovono in questa direzione tanto nella periferia ovest che in quella ad est della città partenopea. Sul versante occidentale, nel quartiere di Bagnoli, ai margini dell’area ex-industriale dell’Italsider, due consorzi di imprese sono impegnati nella realizzazione di un Polo Tecnologico per ospitare uffici e laboratori di ricerca e sviluppo, sia per le proprie aziende, sia per le altre che gradualmente vorranno insediarsi in un comprensorio con grandi potenzialità.

 

Si prevede di costruire Laboratori ed uffici per ospitare fino a 3000 tecnici e ricercatori. Oltre ad uffici e laboratori sono previsti parcheggi interrati ed esterni, ampi spazi verdi ed aree per ospitare eventi, show-room, sale riunioni, servizi di ristorazione, commerciali, ricettivi e per la logistica.

 

La realizzazione di un luogo fisico per aggregare le competenze risulta strategico e consentirà di sviluppare collaborazioni tra le imprese e con enti di ricerca. La condivisione delle conoscenze e delle esperienze realizzative sarà caratterizzata da un elevato livello di innovazione già con gli impianti previsti con la costruzione del Polo Tecnologico. 

 

Con più di 30 imprese ed enti di ricerca, il progetto si presenta con un rilevante programma di investimenti che si svilupperà costituendo un aggregato di personale con alta qualificazione professionale. Il Polo accoglierà centinaia di persone anche dall’estero, che troveranno a Bagnoli uno spazio dove lavorare, soggiornare e trascorrere il tempo libero tra le tante attività ricreative disponibili. Verrà a crearsi così un indotto economico e sociale con ricadute positive sull’intero territorio circostante.

Nel Polo Tecnologico saranno applicate le migliori tecnologie e realizzati servizi innovativi, alcuni in forma sperimentale ed altri già industrializzati,


che potranno essere mostrati e valutati fisicamente, come una grande show-area con possibili ed auspicate estensioni nella circostante e riqualificata area ex-industriale di Bagnoli. 

 

L’intero progetto, come si diceva, nasce dalla collaborazione di due consorzi di aziende, chiamati rispettivamente Polo Tecnologico Ambiente (PTA) e Polo Tecnologico di Bagnoli (PTBagnoli). Questi consorzi riuniscono numerose aziende attive nel campo dell’innovazione, decise a valorizzare insieme il territorio locale attraverso l’eccellenza che dimostrano nelle più avanzate tecnologie. Tra queste Bit4id, Gematica, Graded, IBI, IDI, IPmotive, Itatech, Protom, Sea Costruzioni, e molte altre.

 

Le competenze delle imprese del Polo Tecnologico sono 

di assoluto valore anche a livello internazionale

 

ed includono, tra l’altro: Valutazione e riduzione dell’impatto dei rischi ambientali da cause naturali e antropiche, Sistemi e servizi di sicurezza informatica, Smart-City: gestione ambiente e infrastrutture, Bonifica di siti contaminati, Tecnologie e materiali ecocompatibili, Energie alternative e gestione integrata dei rifiuti. 

 

Ogni azienda darà vita ad un centro di eccellenza tecnologica, detto anche “TEC – Tecnology Excellence Center”, in cui portare avanti le proprie attività di ricerca applicata e sviluppo. La presenza di tante diverse realtà all’interno del Polo Tecnologico porterà ad un fruttuoso scambio di competenze e know-how. 

 

Il Polo Tecnologico avrà un ruolo fondamentale nei processi di sviluppo economico e sociale del territorio.

 

Per raggiungere questo importante obiettivo si ispira all’eccellenza già raggiunta 

a livello locale in tre diversi ambiti, dove tutti i fattori cooperano, 

si influenzano e si arricchiscono vicendevolmente.


A Napoli Est si annovera già la presenza di importanti multinazionali quali la Apple, Cisco, Deloitte, Merck, Accenture, IBM, NTT Data, che operano in collaborazione con le università Federico II e Parthenope in percorsi di formazione ed Academy per giovani e laureati. In particolare, il Digital Innovation Hub promosso da Confindustria opera per facilitare le relazioni tra Industrie, Centri di Ricerca ed altri attori istituzionali. Il Polo Tecnologico di Bagnoli offrirà nuovi spazi per ampliare le presenze qualificate nell’area di Napoli con nuovi centri di eccellenza tecnologica.

 

Tutto questo si inserisce in un territorio rinomato in tutto il mondo per la sua varietà 

e per la sua ricchezza, ed il patrimonio ambientale, culturale e monumentale 

di Napoli e dell’intera regione non smette mai di stupire.

Oltre ad essere una continua fonte di ispirazione, la bellezza del territorio è un solido pilastro dell’economia locale che può fungere anche da attrattore turistico. 

 

Spostiamoci ora verso la periferia orientale, dove è stato inaugurato, nel Polo Tecnologico Aerospaziale di via Gianturco a Napoli, il laboratorio “Fabbrica dell’Innovazione” per le attività di ricerca in condizioni di microgravità: una struttura di oltre 1000 mq. E’ stato sottoscritto il contratto tra l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e la società Ali (Aerospace Laboratory for Innovative Components) per la realizzazione di due Space Box contenenti altrettanti esperimenti di life science che saranno inviati sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Gli Space Box sono laboratori miniaturizzati realizzati dalla società Ali e già qualificati per le attività nello Spazio lo scorso agosto 2021 che consentiranno la totale automatizzazione degli esperimenti.

 

All’interno del Polo tecnologico Aerospaziale è stato sviluppato 

il progetto READI-FP, finanziato dalla Regione Campania,

 

che nell’ultimo anno ha conseguito risultati davvero significativi con la certificazione del Mini Lab, strumento innovativo per “incubare” esperimenti al servizio della ricerca aerospaziale. 

 

Una fabbrica dell’innovazione in una struttura che in passato ha ospitato una grande fabbrica metalmeccanica, la Mecfond, segna una continuità che è paradigmatica delle potenzialità che questa storica area della città può ancora esprimere al servizio della rinascita di Napoli.

 

Va anche detto che l’apertura dei nuovi spazi della Fabbrica dell’Innovazione costituiscono un ulteriore elemento di rafforzamento 

del Distretto Aerospaziale della Campania.

Quest’ultimo rappresenta ormai una realtà consolidata che si occupa della cura e gestione delle collaborazioni e dello scambio di know-how in ambito internazionale, nonché della promozione di partnership tra mondo imprenditoriale, istituzioni, università e centri di ricerca che favoriscano processi di cross-fertilization a supporto della creazione di nuove tecnologie, della loro diffusione e del loro trasferimento nel settore aerospaziale.

 

Il modello del distretto si è rivelato a 10 anni dalla sua costituzione una struttura efficiente poiché supera la logica della relazione occasionale tra il mondo della ricerca ed il mondo delle imprese e favorisce una relazione costante fatta di sinergie per condividere le visioni di medio e lungo termine. In Campania siamo forti più nel settore della ricerca che in quello industriale.

 

Tra i nuovi progetti vanno segnalati la Urban Air Mobility, cioè la possibilità 

di alleggerire il traffico e contrastare l’inquinamento

 

mettendo a disposizione degli aerotaxi che si muoveranno ad esempio tra gli aeroporti principali della Campania, come Capodichino e Pontecagnano, raggiungendo le mete senza intasare il traffico della città. Vi è poi il forte contributo alla svolta green nella ricerca della limitazione dell’inquinamento, soprattutto quello acustico, non solo le emissioni di carbonio, utilizzando materiali e processi di lavorazione riciclabili che richiedano poca energia. 

 

In Campania la Tecnam ha avanzato un progetto di un aereo a propulsione elettrica, ma c’è anche grande interesse per il volo ipersonico, che coprirebbe la tratta Napoli – New York in un’ora e mezza.

 

Il distretto costituisce un luogo di discussione e di condivisione 

che produce conoscenza di elevato impatto.


Purtroppo una parte troppo piccola di questa conoscenza si trasforma in innovazione a favore delle imprese e genera lavoro in maniera ampia a causa della ridotta dimensione delle imprese potenziali destinatarie. Si ritorna così al punto da cui si era partiti: la conoscenza è condizione necessaria per la crescita aziendale, ma non è sufficiente se non è integrata da un intervento pubblico efficiente e da una politica industriale attenta alle ragioni dello sviluppo di un territorio dalle notevoli potenzialità.

 

 

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IL PRESEPE VIVENTE DI PANETTIERI – Gemme del Sud – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 Ed. Maurizio Conte

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IL PRESEPE VIVENTE DI PANETTIERI

 

Gemme del Sud
Panettieri (CS)

 

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Panettieri, in provincia di Cosenza, è un piccolo borgo di circa 300 abitanti, incastonato nel magnifico scenario della Sila. Nel 2000 un gruppo di giovani amministratori comunali, mossi dal desiderio di un rinnovamento del paese e dall’orgoglio per le proprie radici, decide di trascinare tutti i concittadini in un progetto con cui recuperare, conservare e tramandare le tradizioni del luogo e rivitalizzarne le prospettive di sviluppo. Nasce così il Presepe vivente di Panettieri che, 

grazie al forte senso di comunità ed all’appassionata partecipazione dei suoi abitanti, col trascorrere degli anni è diventato un evento di rilevanza regionale, 

che ormai richiama migliaia di visitatori.


A partire dai primi di novembre fino al 24 dicembre, nel paese di Panettieri fervono i preparativi per questa manifestazione davvero speciale, per la quale, dalla Vigilia all’Epifania, tutto il paese si trasforma in un teatro ed i suoi abitanti diventano teatranti. 

In una scenografia incantata che rievoca la Betlemme della nascita di Gesù, accompagnati dallo scintillio delle fiaccole e dal suono delle zampogne, i visitatori percorrono le stradine del paese in cui sono allineate le varie postazioni che riproducono i luoghi e gli avvenimenti della Natività, dalla casa di Erode, alla Locanda, alla Grotta. 

E poi ci sono gli artigiani all’opera: il panettiere, il lattaio, il fabbro, il cestaio, le filatrici, la saponaia, le ricamatrici, le tessitrici, il liutaio, il maniscalco, i pastori, il calzolaio, i taglialegna, il falegname… insomma, un vero e proprio museo temporaneo degli antichi mestieri del Borgo!   

Con il suo presepe vivente, i suoi profumi, i sapori, le sue tradizioni, Panettieri offre un suggestivo tuffo nel passato, un’esperienza davvero unica per vivere la magica atmosfera del Natale e riscoprirne i suoi valori più veri ed autentici.

 

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MEDITERRANEO CULLA DELLA SCIENZA di Giorgia Ippoliti – Numero 22 – Settembre ottobre 2021 – Ed. Maurizio Conte

 

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MEDITERRANEO CULLA DELLA SCIENZA 

 

«Superare le proprie limitazioni e divenire signori dell’universo».

Così Archimede di Siracusa sintetizzò quello che, sin dalla notte dei tempi, ha spinto l’Uomo a superare le barriere del reale per scoprire l’ignoto. Superando i confini del noto sapere, mettendo in discussione le proprie certezze, l’Uomo ha sempre cercato di travalicare i limiti spazio temporali per riuscire a colmare quella connaturata sete di conoscenza.

 

Ed è proprio ad Archimede, e alla città di Siracusa, che alcuni studiosi 

attribuiscono quella che può essere definita come una delle più grandi 

opere ingegneristiche mai conosciute.

 

La più bella e nobile tra le città greche – per far proprie le parole di Tito Livio – è stata foriera di un tesoro nascosto. 

Cicerone, nel De Natura Deorum, afferma «Secondo loro sarebbe stato molto più abile Archimede nel riprodurre i moti celesti con la sua sfera di quanto non lo sia stata la natura nel crearli, nonostante la maggiore perfezione di questi ultimi in più̀ di un particolare rispetto alla loro imitazione».   

 

Ma a cosa si riferiva l’illustre Oratore? 

Con molta probabilità, alla macchina di Anticitera, il più antico calcolatore meccanico conosciuto, databile intorno al 150-100 a.C.

 

Il meccanismo si racconta sia stato ritrovato intorno al 1900 grazie alla segnalazione di un gruppo di pescatori di spugne che, persa la rotta a causa di una tempesta, furono costretti a rifugiarsi sull’isoletta rocciosa di Cerigotto.

 

Al largo dell’isola, alla profondità di circa 43 metri, fu scoperto il relitto di una nave, naufragata agli inizi del I sec. a.C. e adibita al trasporto di oggetti di prestigio, tra cui statue in bronzo e marmo. 

Tra gli oggetti rinvenuti, ve ne era uno, piccolo, dal colore verdastro, dello spessore di un libro, che destò stupore e curiosità: vi erano delle incisioni, in parte abrase e corrose, in un primo momento indecifrabili.

 

Cos’era quello strano oggetto? Perché si trovava a bordo di un relitto?

 

È bastato contemplare il panorama in una notte di luna piena, per far sì che il brivido del passato riecheggiasse in una delle più antiche colonie elleniche per mostrare l’essenza di quella che può esser definita non solo culla della civiltà, ma anche della scienza.   

 

Gli archeologi e gli studiosi non potevano credere ai loro occhi: si trovavano di fronte a una macchina del cosmo.

 

Quell’eccentrico congegno, quello strabiliante coacervo di dati e incisioni, 

di meccanismi e ingranaggi, era la chiave di volta per capire l’astronomia 

e la tecnologia dell’antica Grecia e il loro ruolo 

nel contesto socioculturale grecoromano.


Era stata concepita in tarda età ellenistica sulla base di raffinate, consolidate e diffuse conoscenze meccaniche e astronomiche. Solo nel 1951 i dubbi sul misterioso meccanismo cominciarono ad essere svelati. 

Fu proprio in quell’anno che il professor Derek de Solla Price[1], come un moderno Indiana Jones alla ricerca del tesoro nascosto, cominciò a studiare il congegno, esaminando minuziosamente ogni ruota ed ogni pezzo, e riuscendo, dopo circa vent’anni di ricerca, a scoprirne il funzionamento originario.

Anni di studi, dubbi ancora in parte irrisolti e avvolti in un’alea di mistero – basti pensare che il testo delle iscrizioni decifrate non risulta essere stato ancora comunicato – consentirono di scoprire la funzionalità e il meccanismo della macchina di Anticitera.

 

 

Quella macchina del cosmo, tra le più avveniristiche nel genere delle macchine strabilianti, era stata creata per imitare la natura senza rivelare 

il proprio funzionamento.

Il meccanismo, sconosciuto ai più, diveniva fruibile ai soli soggetti più curiosi, trasformandosi in una sorta di manuale animato di divulgazione scientifica. La macchina di Anticitera risultò essere un antichissimo calcolatore per il calendario solare e lunare, le cui ruote dentate potevano riprodurre il rapporto di 254:19 necessario a ricostruire il moto della Luna in rapporto al Sole (la Luna compie 254 rivoluzioni siderali ogni 19 anni solari). 

Era, infatti, un sofisticato planetario, mosso da ruote dentate, che serviva per calcolare il sorgere del sole, le fasi lunari, i movimenti dei cinque pianeti allora conosciuti, gli equinozi, i mesi, i giorni della settimana e le date dei giochi olimpici, oltre che le lunazioni, ottenute dalla sottrazione del moto solare al moto lunare siderale.   

 

La macchina era delle dimensioni di circa 30 cm per 15 cm, dello spessore di un libro, costruita in rame e originariamente montata in una cornice in legno. Era ricoperta da oltre 2.000 caratteri di scrittura, dei quali circa il 95% è stato decifrato.

 

Il meccanismo riproduceva di fatto l’universo così come lo concepivano i Greci.


La scoperta riuscì a far emergere come nella Grecia del II secolo a.C., e nelle sue colonie, esistesse effettivamente una tradizione di altissima tecnologia. Ma come mai si riconduce la sua creazione ad Archimede, e in particolare alla città di Siracusa? 

Quel manufatto fuori dal tempo, uscito dal limbo delle semplici curiosità, riesce a render tangibile il pensiero del grande scienziato, secondo cui «coloro che pretendono di scoprire tutto ma non producono prove dello stesso possono essere confutati come se avessero effettivamente preteso di scoprire l’impossibile».   

 

È grazie ad Alexander Jones[2] che sono emersi degli ulteriori elementi che consentono di ricondurre, con sempre più probabile certezza, la costruzione della macchina a Siracusa.

 

I nomi incisi sullo strumento, in particolare dei mesi, ottenuti grazie all’opera 

di decifrazione compiuta, sono proprio quelli utilizzati nelle colonie corinzie 

e in particolare a Siracusa, in Sicilia.

 

Questa ipotesi, particolarmente affascinante, troverebbe conferma in alcuni scritti di Cicerone. L’autore latino descrive infatti alcuni strumenti realizzati dal matematico Archimede, siracusano, nel III secolo a.C, cioè due secoli prima rispetto alla costruzione del Meccanismo di Antikythera. 

Egli infatti riferisce, nel De Re Publica e nelle Tusculanae Disputationes, di planetari in bronzo costruiti da Archimede che mostravano la Terra, la Luna, il Sole, il mese lunare e le eclissi di Sole e di Luna.

 

L’antico calcolatore – oggi conservato presso il Museo Archeologico di Atene – sarebbe quindi frutto di una tradizione costruttiva legata direttamente 

agli studi del celebre matematico.

 

Ma perché è stato ritrovato sul relitto di una nave romana proveniente dal medio oriente e affondata attorno al 70 a.C.? 

Anche questo apre un nuovo filone di mistero, che rende ancora più affascinante e avvolgente la storia del meccanismo di Antikythera. 

C’è chi sostiene sia stato mandato in dono in Oriente da qualche ricco siracusano e da qui entrato a far parte di un bottino diretto a Roma; chi sostiene faccia parte dei meccanismi di Archimede portati a Roma, dopo il saccheggio di Siracusa e la morte dello stesso nel 212 a.C., dal generale romano Marco Claudio Marcello.   

 

Una cosa è certa. Passato e presente continuano ad essere facce di una stessa realtà. Gli antichi greci si avvicinarono così tanto alla nostra epoca, nel pensiero nella tecnologia scientifica, così dimostrando il fatto che «l’Uomo sia il più straordinario dei computer» (John Fitzgerald Kennedy).

 

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[1] Fisico e storico della scienza della Yale University, in uno studio pubblicato nel 1959 nella rivista Scientific American.

 

 [2] Alexander Jones, La macchina del Cosmo, Hoepli, 2019. 

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FONDAZIONE BANCO DI NAPOLI L’ARCHIVIO STORICO di Orazio Abbamonte – Numero 21 – Giugno-Luglio 2021 – Ed. Maurizio Conte

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FONDAZIONE BANCO DI NAPOLI L’ARCHIVIO STORICO

 

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Presso la sede della Fondazione Banco di Napoli, alla via Tribunali 212, è conservato l’Archivio Storico, giacimento documentario dalla straordinaria importanza. Si tratta d’una tra le raccolte più rilevanti al mondo – poco meno di 100 km lineari di carte – di documentazione relativa ad attività di imprese bancarie d’età moderna. Il più antico atto lì conservato risale all’inizio del secolo XVI; la parte più cospicua della raccolta va dalla fine di quel secolo sino all’Unità d’Italia.

 

Il corpo di maggior pregio della raccolta è costituito dal materiale attestante l’attività creditizia degli otto banchi pubblici napoletani – presso la sede della Fondazione 

era il Monte dei Poveri – istituzioni per lo più formatesi su un nucleo di finalità caritative, all’epoca affidate a congregazioni di aristocratici e religiosi. 

 

Erano principalmente questi i soggetti impegnati a svolgere la funzione solidaristica nei confronti delle fasce più deboli della popolazione, in un contesto istituzionale pubblico che all’epoca si disinteressava quasi del tutto di ciò che oggi verrebbe definita attività di sostegno alla povertà. Anche al fine di procurare la provvista di danaro necessario allo svolgimento dell’assistenza ai deboli e diseredati – ma ovviamente non solo per questo scopo – le congregazioni s’organizzarono ben presto in banchi ed avviarono una fiorente attività nel settore del credito, ideando anche le forme giuridiche e tecniche più appropriate alla circolazione della ricchezza ed al prestito di danaro.

Centrale strumento per rispondere alle necessità della nascente attività bancaria 

fu la cosiddetta ‘polizza’. 

 

Questa, altro non era che il documento con il quale il cliente del banco – colui che aveva cioè depositate a suo nome somme presso di esso, divenendone creditore – poteva disporre del danaro a lui intestato, effettuando così pagamenti e transazioni d’ogni sorta, senza che fosse necessario maneggiare direttamente moneta ed evitando così i rischi e le difficoltà connesse alla diretta gestione del numerario.

Detto in questi termini, però, non s’intenderebbe l’importanza straordinaria dell’archivio dei banchi pubblici napoletani, miniere di conoscenze d’ogni sorta 

circa la storia della Città e del Mezzogiorno in età moderna.


Bisogna anche sapere che, all’epoca, ancora non era invalso il regime di ‘astrattezza’ del titolo di credito. Ciò significava che all’interno della polizza erano indicate, spesso anche con dovizia di particolari, tutte le ragioni della transazione che davano luogo al pagamento. Cosicché leggendo quei documenti, si ottengono informazioni le più varie, sulla vita di singoli e comunità, su storie di artisti, come su vicende matrimoniali, su momenti grandi e piccoli di famiglie aristocratiche come dell’alta borghesia o di semplici artigiani, commercianti, professionisti.

 

Enormi flussi informativi sono a disposizione su atti pubblici, di politica economica, 

di alleanze, guerre, corruzioni, furti, sulla storia sociale e culturale.

 

L’elenco è pressoché sterminato, quanto sterminato è evidentemente l’ambito d’attività d’una banca – in questo caso di otto banche –  la quale costituisce cuore pulsante in qualsiasi comunità, crocevia dove s’incontrano, si scontrano e si compongono gli interessi più vari. Accanto ai grandi temi, ci sono poi anche le notizie minute, di persone e personaggi, della loro vita privata come di quella pubblica, dall’acquisto di un’abitazione, alla costituzione d’una dote, al pagamento delle spese d’un banchetto, al mercanteggiamento di stoffe e vestiti.

Insomma, attraverso le carte di quell’archivio, è possibile ricostruire storie 

non altrimenti conoscibili e soprattutto avere esperienze di vite d’altri tempi,

con le loro caratteristiche, i loro sfondi originali, le loro esigenze in parte distanti dalle nostre, in parte invece espressione di quella continuità ininterrotta che è la vicenda umana, con le sue altezze e le sue bassezze, i suoi balzi, le sue rovinose cadute. 

 

Da alcuni anni, al fine di rendere i contenuti dell’Archivio sempre più ampiamente 

e variamente fruibili, sono in corso due progetti. Da una parte, attraverso l’adesione 

al programma Transkribus è in atto la digitalizzazione del materiale documentario 

e la successiva sua trasformazione in caratteri a stampa, d’agevole lettura.

 

È un processo di ‘traduzione’ che si serve di tecnologie particolarmente sofisticate ed avanzate, grazie al quale, anche eventualmente su specifica richiesta, è possibile avere un accesso enormemente semplificato a quanto si custodisce nell’Archivio: un accesso cioè consentito anche ad utenti non particolarmente edotti di diplomatica e paleografia.

Dall’altra, è attivo ormai da circa otto anni, presso la sede della Fondazione, 

un Museo della documentazione archivistica. Un museo dotato 

di ricco materiale multimediale

 

che permette al visitatore d’entrare in contatto diretto con il contenuto dei documenti, eventualmente interagendo con esso, e di rendersi conto del funzionamento dell’attività bancaria, nonché d’essere introdotto a racconti di vario contenuto ispirati dalle carte conservate nell’Archivio: e d’avere così diretta esperienza d’una varia ed estremamente suggestiva immersione nel passato, del quale potrà letteralmente avvertire il sapore, anche se in precedenza non ne aveva nemmeno il sentore.

 

In sintesi, l’obiettivo che la Fondazione Banco di Napoli s’è prefissa è stato duplice: per un verso, assicurare la conservazione e la più completa fruizione del patrimonio archivistico al novero, relativamente ristretto, degli studiosi professionali; 

per un altro, avvicinare quello stesso patrimonio 

ad un più vasto pubblico d’interessati,

 

in modo da far apprezzare il valore d’una lunga e coinvolgente storia, la storia del Mezzogiorno d’Italia, in ciò aspirando anche a diffondere sensibilità ed avvertenza per il contesto in cui si vive, condizioni non ultime per l’avanzamento della socialità e così della stessa civiltà.   

 

Di recente la Fondazione sta anche sollecitando, insieme ad altri soggetti pubblici e privati, l’intervento della Regione Campania, perché eserciti il potere di prelazione per l’acquisizione del non lontano edificio, un tempo sede del Monte di Pietà, uno degli otto banchi pubblici la cui documentazione è presente nell’Archivio. Ove l’operazione riuscisse, quella sede potrebbe andare a costituire uno dei siti di conservazione della memoria storica napoletana e del Mezzogiorno d’Italia, potenziando la vocazione del quartiere, già sede, oltre che dell’Archivio Storico, dell’Archivio di Stato, del Pio Monte della Misericordia e di vari altri luoghi culturali d’elezione.

 

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LA SICILIA ROMANA di Gaia Bay Rossi – Numero 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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LA Sicilia romana

 

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di circa 170 chili, più larghi anteriormente e posteriormente, e con i fendenti a formare la sagoma di un tridente. Insieme alla struttura lignea della prua delle imbarcazioni, questi rostri erano micidiali armi d’attacco.

E proprio dei rostri, sia romani che cartaginesi, sono stati ritrovati a nord-ovest di Levanzo, nelle isole Egadi, tra il 2005 e il 2015. Un successo archeologico della Soprintendenza del Mare di Sebastiano Tusa, che ha permesso di localizzare l’esatta posizione della battaglia finale della Prima guerra punica, conflitto di fondamentale importanza per i destini di Roma e della Sicilia.

 

Con la battaglia delle Egadi, avvenuta il 10 marzo del 241 a.C., iniziava infatti l’inarrestabile ascesa che avrebbe portato Roma a diventare potenza egemone 

nel Mediterraneo: lo storico Polibio ci ricorda come il sentimento che muoveva 

la società romana fosse la “brama di dominio universale”, 

su ogni persona e su ogni territorio.

 

Lo scontro finale, come rilevato, avvenne a nord-ovest di Levanzo. Roma stravinse, mentre i Cartaginesi subirono una disfatta di navi e di uomini. Le prime erano appesantite dai carichi ed i secondi inadeguati nel combattimento ravvicinato, oltre che inferiori nell’esperienza e nella capacità strategica in battaglia. Alla fine di quella memorabile giornata, i Romani avevano affondato cinquanta navi, catturandone altre settanta complete di equipaggio.

 

Con la resa dei Cartaginesi, la Sicilia occidentale e gran parte di quella centrale divenivano province romane: restava invece indipendente Siracusa, 

ma sotto protettorato romano, con un territorio che comprendeva 

buona parte della zona orientale. Gaio Lutazio Catulo, console 

e comandante navale romano,

«pose fine alla contesa, dopo che furono redatti i seguenti patti: “Ci sia amicizia fra Cartaginesi e Romani a queste condizioni, se anche il popolo dei Romani dà il suo consenso. I Cartaginesi si ritirino da tutta la Sicilia e non facciano la guerra a Gerone né impugnino le armi contro i Siracusani né contro gli alleati dei Siracusani. I Cartaginesi restituiscano ai Romani senza riscatto i prigionieri. I Cartaginesi versino ai Romani in vent’anni duemiladuecento talenti euboici d’argento”». (Polibio, Storie, I, 61, 4)

 

Mentre una buona parte dell’isola si dedicava quindi alla ricostruzione delle città devastate dalla guerra

 

il regno indipendente di Siracusa, sotto Gerone II, aveva firmato con Roma 

un trattato che garantiva al regno pace ed indipendenza per un lungo periodo.

 

In realtà, la stessa Siracusa, dopo la morte di Gerone, cadde sotto i Romani nel 211. a.C., al culmine della Seconda guerra punica, divenendo poi la sede amministrativa principale della provincia.   

 

Della guerra cadde vittima anche il grande matematico Archimede, come ci racconta Livio:

«Manifestandosi molti casi di furore e molti casi di ripugnante cupidigia, si tramanda che un soldato abbia ucciso Archimede, mentre in mezzo a quella grande confusione, era intento a tracciare nella polvere alcune figure geometriche […]». (Livio, Storia di Roma, XXV, 31.9.)   

 

Marcello fu desolato per l’uccisione del matematico, fece costruire una tomba in suo onore e pose i suoi congiunti sotto protezione. La sua uccisione fu un incidente dovuto ad un maldestro legionario romano e Plutarco ci riferisce che proprio Marcello deplorò l’assassino: «Distolse lo sguardo dall’uccisore di Archimede come da un sacrilego». Se l’assedio era durato ben due anni, dal 214 al 212 a.C., fu proprio per

 

il genio eccezionale di Archimede, ideatore e costruttore di avveniristiche macchine da guerra: enormi catapulte, artigli giganteschi e micidiali specchi ustori, 

di cui oggi ancora sappiamo poco.

È rimasta celebre nei secoli l’esclamazione “èureka” (εὕρηκα – ho trovato) attribuita al matematico dopo la scoperta (Plutarco racconta che avvenne mentre si immergeva in una vasca alle terme) del principio che porta il suo nome: “Ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del fluido spostato”. Quando Marcello espugnò Siracusa dopo la lunga resistenza della città, nel 212 a.C., il console romano scoprì un vero patrimonio di splendori artistici, tra cui il famoso planetario di Archimede (di cui in seguito si persero le tracce), che portò in trionfo a Roma, facendo conoscere ai romani meravigliosi esemplari d’arte greca.   

 

A Siracusa vennero quindi edificate opere di notevole importanza, come l’Anfiteatro romano per le lotte dei gladiatori ed i giochi d’acqua, il Ginnasio romano e l’intricata rete di catacombe (la più estesa dopo quella di Roma) ed altri monumenti.

 

Importantissima per la Sicilia, come per le altre parti dell’Impero, fu l’età di Augusto, 

il primo imperatore romano: la romanizzazione culturale della Sicilia 

cominciava in maniera metodica.

 

Il sistema di governo romano sottopose la maggior parte delle città siciliane a pesanti tributi, con la “decima” dei raccolti di grano e di orzo. Per l’abbondante produzione, la Sicilia venne definita da Catone il Censore “il granaio della repubblica”. L’isola si trasformò in un enorme campo coltivato con viti, ulivi, orzo e soprattutto frumento per il mercato esterno. Il grano era sicuramente la materia prima più importante per la capitale dell’impero, che ogni anno ne importava dalla Sicilia più di 3 milioni di quintali da destinare ai suoi cittadini.   

 

Dopo la morte di Augusto la decima fu abolita ed il sistema tributario radicalmente riformato. D’altra parte, l’annessione dell’Egitto forniva una nuova fonte di approvvigionamento di grano e quello siciliano non era più indispensabile.

La civiltà romana, diversamente da quella greca, non ebbe invece un peso incisivo nella cultura siciliana e non riuscì (né tentò) di sconfiggere la “grecità” dei siciliani. Nonostante ciò, importanti testimonianze del dominio romano restano 

le costruzioni architettoniche: teatri, ginnasi, terme, anfiteatri 

ed opere idrauliche, il tutto soprattutto nella Sicilia orientale 

e nella punta occidentale.


A partire dalla fine del III secolo sembra diffondersi l’uso delle statue marmoree, specialmente nei santuari e negli altri edifici pubblici. Al periodo tardo-repubblicano appartengono poi esempi di mosaici e pitture parietali. L’esemplare più notevole è stato scoperto a Palermo: un emblema con “caccia al leone”, appartenente ad una casa ellenistica, di cui si presuppone però l’intervento di maestranze dall’Oriente ellenistico. Importante in questo periodo è anche la produzione di ceramiche, in particolar modo in due città, Siracusa ed Agrigento


I primi secoli dell’Impero rappresentarono, invece, il periodo meno luminoso 

per la civiltà urbana della Sicilia,

 

con la sparizione in quegli anni di numerosi centri abitati. La marginalità culturale dell’isola si accentuò nel I e soprattutto nel II secolo d.C., evidenziata dall’assenza di ville e di monumenti funerari di alto livello, chiaro indizio dell’assenza di “classi medie” municipali e della predominanza assoluta del latifondo.

 

Nella fase tardoantica si ebbe, invece, un’inversione di tendenza

 

rispetto al periodo precedente, con il ripopolamento delle campagne e dei vecchi centri abbandonati. Primo indizio fu l’apparizione di ville di lusso, anche in zone che fino ad allora erano riservate alla sola produzione agricola.

L’eccellenza è rappresentata dalla Villa del Casale di Piazza Armerina 

(dal 1997 Patrimonio Unesco), dove si trova uno degli esempi più belli 

di architettura residenziale romana.

La villa si sviluppa in 60 ambienti, dei quali 42 pavimentati con mosaici policromi, un unicum per contenuto e rarissimi per lo stato di conservazione. È senz’altro il più importante complesso di mosaici finora trovato in una singola abitazione: nel vestibolo vi sono animali incorniciati da corone d’alloro, nella palestra le corse del circo Massimo, poi la sala del ratto delle Sabine, il corridoio della Grande Caccia, le scene allegoriche di Eracle e la distruzione dei Ciclopi, la raffigurazione dell’Oriente, la lotta tra Eros e Pan. E anche una curiosità, ormai famosa: in un ambiente interno un mosaico raffigura dieci fanciulle impegnate in esercizi atletici, che indossano come costume un “bikini”, molti secoli prima che, in epoca contemporanea, fosse… reinventato!

 

Tutti questi soggetti sembrano voluti non tanto per darne un’interpretazione 

“imperiale”, quanto in funzione di un proprietario la cui qualità di “intellettuale”

 

poteva essere suggerita dal nome stesso della pars dominica (la parte abitata dal proprietario), evidentemente connessa con la statio (la stazione di sosta per i viaggiatori che percorrevano la via Catania-Agrigento): “Philosophiana”.   

 

La Sicilia rimase provincia romana molto a lungo, per 637 anni, finché non venne conquistata dal vandalo Genserico nel 440 d.C. Non dimentichiamo che i siciliani nei secoli furono greci, romani, arabi, normanni (e molto altro ancora), ma sempre parzialmente, perché in primis restarono siciliani e gli invasori contribuirono in un certo senso a migliorare la loro… sicilianità, come segnalava Ermocrate già nel 424 a.C.:

 

«Noi non siamo né Joni, né Dori, ma Siculi».

 

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UN ESPERIMENTO REPUBBLICANO NEL MEZZOGIORNO: IL 1799 di Tommaso Russo – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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UN ESPERIMENTO REPUBBLICANO NEL MEZZOGIORNO: IL 1799

 

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ricostruirne le tappe, onorare i protagonisti caduti tragicamente. Vincenzo Cuoco ricordò che Eleonora de Fonseca Pimentel prima di salire sul patibolo bevve un caffè e poi pronunciò un verso virgiliano divenuto famoso: Forsan et haec olim meminisse iuvabit (Forse un giorno converrà ricordare tutto ciò).

 

Quel desiderio è giunto fino a noi (Gerardo Marotta diceva di portare ancora il lutto 

per quella tragedia), ha dato vita ad una messe di iniziative editoriali, convegni 

e pubblicazioni ed è entrato nell’odonomastica comunale 

(molti paesi hanno una loro via o piazza 10 Maggio).

 

tutto ciò è potuto accadere per due ragioni: perché la memoria culturale e l’immaginario collettivo hanno adottato quella data come un evento spartiacque, come un’identità profonda della cultura e della civiltà meridionali; perché la sua eredità riguarda l’elaborazione di un pensiero alto (la separazione tra Stato e Chiesa, assente per esempio nell’Illuminismo lombardo, la riflessione giuridica, la nascita della politica) divenuto patrimonio europeo ed italiano che fa ancora discutere.   

 

Geografie e Protagonisti

Benedetto Croce, nella sua Storia del Regno di Napoli, così descrive quel tornante cronologico: “In questo corso non pigro ma placido di discussioni, 

di proposte, di parziali riforme […] irruppe l’impetuosa corrente 

della Rivoluzione francese”. 


Nonostante la sua cautela, quegli eventi ebbero il carattere di una vera e propria diaclasi. In verità l’Illuminismo, uno dei capisaldi del 1789, era già presente nel
milieu culturale meridionale, dove si era manifestato con originalità sotto il profilo politico, filosofico, giuridico e scientifico. A Napoli da tempo erano stati sloggiati l’aristotelismo e la filosofia di “Renato Delle Carte”. In fase calante pure il platonismo di Paolo Mattia Doria, mentre Niccolò Fraggianni e Celestino Galiani presidiavano il regalismo di Pietro Giannone.

 

Chimica e medicina furono due importanti settori disciplinari 

e della seconda Domenico Cirillo era un faro.

 

La prima cattedra di economia politica in Italia fu istituita a Napoli ed affidata ad Antonio Genovesi. Fra i suoi allievi conviene ricordare quel Ferdinando Galiani che nel 1751 pubblicò il trattato Della Moneta in cui sostenne il concetto della moneta-merce (Karl Marx lo svilupperà nella formula D-M-D ossia Denaro-Merce-Denaro). 

Molti ecclesiastici fecondarono il clima culturale del secondo Settecento, un nome per tutti: Andrea Serrao, gran figura di vescovo regalista.

Dell’ala più vivace della nobiltà vanno tenuti a mente, fra gli altri, Giovanni Carafa duca di Noja e Raimondo di Sangro principe di Sansevero (sua la Cappella-Museo col Cristo velato), organizzatore delle Logge napoletane all’obbedienza della National Grand Lodge.
 

Sempre sul terreno latomistico va ricordato pure il calabrese Antonio Jerocades, 

“abate bizzarro e gran disseminatore di logge”. Nella seconda metà del 1785 

giunse a Napoli il pensoso teologo protestante Friederich Münter.

 

Apparteneva all’ordine massonico degli Illuminati di Baviera e raccolse intorno a sé tanti bei nomi, fra cui Filangieri e Pagano. Troppo egualitaria e razionalista era la sua Loggia della Philantropia, che ebbe infatti vita breve. Le Logge, oltre ad essere luogo della sociabilità cetuale e primo embrione di partito, furono altresì sede dove la politica venne tenuta a battesimo. Ne è prova il biennio delle congiure:1794-96.   

 

Nella primavera del 1800 Jacques-Louis David completa il quadro di Napoleone che valica le Alpi. Questa immagine imperiale racchiude l’intero cammino dell’età napoleonica (1796-1815), con dentro il triennio giacobino (1796-99), di cui la Repubblica napoletana fu magna pars.

Quando, il 23 gennaio 1799, le truppe francesi del generale Championnet entrarono 

in Napoli, vincendo una dura resistenza del proletariato urbano, la notizia della proclamazione della Repubblica si diffuse in tutte le province.

 

Così, da Crotone ad Altamura, da Rosarno ad Avigliano, dagli Abruzzi al Molise, a Tito e Picerno, alle province pugliesi vi fu una generale adesione al nuovo ordine delle cose. I comportamenti erano simili. Aveva luogo la piantagione dell’albero della libertà di solito vicino ad altri simboli di potere (ad Altamura venne piantato vicino alla Cattedrale federiciana, a Cosenza vicino alla sede della Regia Udienza). Intorno ad esso si liberò la fantasia popolare.

Le donne dettero vita a balli, canti, giochi e carri di carnevale, 

a scenografie con cui sovvertire le gerarchie sociali:


le popolane diventavano regine, gli uomini principi consorti. Le altre due scelte erano la costituzione della Municipalità e la formazione della Guardia Civica: tutte di grande valore simbolico. In quel torno di mesi si assistette alla nascita della Repubblica nel villaggio: tante repubbliche per quanti erano i paesi che vi aderirono (per parafrasare Maurice Agulhon).   

 

Gli entusiasmi, però, furono di breve durata. Ben presto si mosse dalla Calabria il Cardinale Fabrizio Ruffo. Finanziatori della sua Armata Cristiana e Reale (l’esercito della Santa Fede) agli inizi furono i vescovi di Melito, Policastro e Capaccio, i monaci della Certosa di Santo Stefano del Bosco e i domenicani del Convento di Soriano. Oltre ai fondi borbonici, via via si aggiunsero i finanziamenti di quelle fazioni di borghesie locali contrarie alla Repubblica ed al suo programma, in primis la redistribuzione dei demani. I più noti capibanda al servizio di Ruffo furono Nicolò Tomasi, che agì nella zona di Sant’Angelo a Fasanella, Rocco Stoduti a Policastro, Antonio Guariglia nel Cilento, Gerardo Curcio, detto “Sciarpa”, tra il Vallo del Diano e il Marmo Platano (in provincia di Salerno e Potenza).

 

Avevano dato ed avuto ordini precisi di saccheggiare e fare terra bruciata. 

La ferocia con cui l’esercito della Santa Fede si accanì 

contro i Comuni “democratizzati” è inimmaginabile.

 

Ciò rese più eroica la resistenza delle Municipalità ed il protagonismo femminile. Le donne dei nuclei subalterni ebbero un ruolo importante nell’organizzare la difesa dei propri paesi, nel parteciparvi armate, nel fare da staffetta da un quartiere all’altro e pagarono un prezzo altissimo, torturate, stuprate ed uccise. Nel massacro di Picerno operato da Sciarpa, 19 furono le donne uccise contemporaneamente a 59 uomini. Sempre Sciarpa, a Tito, fece torturare in modo inenarrabile le “cameriere” di casa Cafarelli per indurle a confessare dove si fossero rifugiati il loro padrone Scipione e sua moglie Francesca de Carolis, entrambi leader di quella Municipalità. Non tradirono.   

 

Francesco Lomonaco, nel suo pamphlet Rapporto al cittadino Carnot (1800) è il primo cronista di quella tragedia e nelle pagine sfilano i nomi degli afforcati a Piazza Mercato. Forse la figura più toccante è quella del “Notar Libero Serafini sindaco di Agnone nel Molise” che Giustino Fortunato tratteggia in maniera struggente nel suo I giustiziati di Napoli. Quest’uomo “d’avanzata età”, prigioniero di un “picchetto di Calabresi”, alla domanda sulla sua identità con fierezza rispose: “Io sono il Presidente della Municipalità d’Agnone […] Viva la Repubblica Francese e Napoletana”.   

 

Epilogo   

 

In quei mesi fece la sua comparsa la funzione sociale del mito e dei simboli come strumento di lotta politica: l’albero della libertà, le coccarde, le bandiere, i canti, il senso di appartenenza. 

La formazione di un gruppo di uomini nuovi che volle proporsi quale classe dirigente troverà nel Decennio francese una sua occasione per sperimentarsi. L’esigenza di una più equa distribuzione dei demani, croce e delizia per i repubblicani, venne affrontata in ritardo, ossia ad aprile. Il 10 Maggio cadevano le ultime roccaforti giacobine.

 

Il semestre repubblicano rappresenta per il Mezzogiorno il passaggio politicamente 

più ardito da una società di antico regime alla modernità.

 

 Prologo

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