BASILICATA TERRA
DI LUCE

La Basilicata, pardon, la Lucania, come qui amano dire, è luogo di contrasti e forti armonie: dai boschi rigogliosi del Pollino nel Potentino con i secolari pini loricati, ai paesaggi lunari del Materano. È terra che sa farsi amare da chiunque abbia in animo la voglia di riscoprire il fascino di viaggiare seguendo vie secondarie e di raggiungere borghi e città ricche di storia, o le spiagge dove approdarono i Greci nell’VIII secolo a.C. La storia della natura e dell’uomo ha lasciato suggestive tracce sin dal tempo in cui le terre emersero dalle profondità marine.
Da una parte il Tirreno, dall’altra lo Ionio…
Di qua Maratea con le meraviglie del mare, di là Metaponto ed Eraclea, con i resti della splendida civiltà che fu la Magna Grecia. Nell’VIII secolo a.C. cominciarono a giungere in Lucania dall’Oriente i monaci di San Basilio, per sfuggire alla guerra di un imperatore bizantino. Le testimonianze del monachesimo orientale sono ancora numerose.
Questa terra fu attraversata da Longobardi, Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini, dagli Aragonesi di Spagna.
Nel IV secolo, colonie di albanesi sfuggiti ai Turchi si stanziarono in vari paesi nella zona del Vulture, portandovi costumi ed usanze della loro patria d’origine che ancora oggi sopravvivono.
Nel paesaggio aspro di rocce tufacee, Matera, estesa sul ciglio di una rupe dominante un profondo precipizio,
detto “gravina”, appare una città con più volti, rivelando tracce della preistoria, del Medioevo, dell’età barocca. Ma è soprattutto la città dei pittoreschi “Sassi” – il Barisano ed il Caveoso – degradanti con un intricato labirinto di “case” ammassate sugli scoscesi fianchi di due valloni: quartieri popolari scavati nel tufo, con meandri cavernosi e labirinti sotterranei particolarissimi dal punto di vista architettonico ed urbanistico. Passeggiando lungo le strade di questa città sotterranea ci si imbatte in antichi luoghi di culto, utilizzati per celebrare nelle profondità della terra l’unione tra il sole e la pietra.
A questo arcaico tessuto urbano, il monachesimo medievale fornisce nuova linfa:
numerosi eremi, chiese, basiliche ipogee sorgono ai fianchi della gravina ed in vallette secondarie. Alcune cripte sono decorate con affreschi spesso ben conservati, molti in stile bizantino. E poi, con il chiarore della splendida cattedrale, costruita con la pietra bianca, l’intera città testimonia tutta la semplicità e la bellezza dello stile romanico.
I Sassi, tutelati oggi dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità, erano un habitat rupestre in equilibrio fra il lavoro dell’uomo e la natura:
una comunità che viveva in armonia con l’ambiente circostante. L’uomo, con il crescere della prole, continuava a scavare per ricavare spazi abitativi e a volte, per non sconfinare illecitamente nell’abitato a fianco, si celebravano matrimoni tra le famiglie confinanti. L’esigenza, rilevata negli anni ’50, di un risanamento dei Sassi da un punto di vista igienico, sanitario ed urbanistico ha portato al “forzato” svuotamento di essi ed al trasferimento degli abitanti in condomini senz’anima.
Un vecchio ormai novantenne, dal passo incerto, appoggiandosi al bastone, dopo tanti anni torna in visita al Sasso dov’è nato, dove sono nati i suoi avi e il volto,l’animo gli si rattristano ai ricordi.Raccogliamone i pensieri:
“Entro in punta di piedi in questi spazi immensi, in questi spazi vuoti, in penombra. Mi giro e mi rigiro attonito, stordito, nudo: sembra che la casa abbia perso il sole! Silenzio! Tutti partiti, andati via, lontano… Tutto così di corsa, tutto così immediato… una morte annunciata ma mai accettata, come l’improvvisa dipartita di un parente caro… Incredulo, sradicato, sospeso nell’irreale, vedo i volti e sento le voci dei momenti cari; in ogni angolo un ricordo….
Mio nonno, mia nonna che mi raccontavano storie e filastrocche e le cento e cento persone che hanno bussato alla porta di casa,
che si sono fermate accanto a quel camino da troppo tempo spento, con quella catena che pende sul nulla, con quell’ultima brace fredda che ti gela il cuore… L’orologio della chiesa scandisce i quarti ed io chiudo gli occhi e tutto è come ieri e tutto è come prima e queste mura mi parlano e non capisco allora come mai, se li riapro, non torni tutto, ma proprio tutto a posto come tempo fa! Giro e rigiro, mi fermo smarrito e sento mio padre fischiettare davanti allo specchio al mattino mentre si fa la barba; mia madre che smuove pentole e lava piatti in cucina, il profumo caldo di sugo che s’infila su per le scale:
«È pronto! Venite a magnà sennò si fredda…!».
Mio nonno in cantina che prende il bottiglione di vino da offrire a decine di parenti intorno al tavolo, o al contadino che torna dai campi e porta le uova o il latte: «Prego, accomodatevi, fatevi nu’ bicchiere». La banda e il carro della Madonna della Bruna nel giorno di festa che passano e tutti noi lì, a guardare, pregare, salutare: «Buongiorno, auguri!» «Bona giornata anche a voi!». Ferito, esiliato… Le mie radici ora dove sono? Riuscirò a ritrovarle in quelle case di cemento di un’altra frazione, adesso che ho perso ormai il luogo che manteneva vivo il ricordo degli avi? Ed ora dove saranno andati, messi così alla porta? Il turista, lo straniero che passerà di qui, che entrerà fra questi spazi, saprà rispettare la discreta presenza? Saprà ascoltare le loro voci, il loro canto…?
Mi piacerebbe si lanciasse un ponte verso l’infinito, ma con un pilastro fermo, piantato, ben saldo nel passato, nella memoria, nel rito.
Per non smembrare il cordone ombelicale, per non perdere il filo con la propria identità, per non perdersi pur vivendo il futuro. Per non dimenticare. Attraversarlo quel ponte, ma non di corsa: prendere tempo, fermarsi di tanto in tanto per guardarsi indietro e trovare ciò che nel frattempo si è smarrito. Ricollegandosi con il passato, con le proprie tradizioni e l’antica saggezza, quando la parola soltanto – con i suoi ritmi e senza telecomando – a volte bastava a ricreare magie, a portare messaggi, a tramandare eventi, a regalare spunti di riflessione… Esco pian piano dal varco della mia casa: getto dentro l’ultimo sguardo… e ho l’impressione che qualcuno mi sorrida.”
Io lo conosco
questo fruscio di canneti
sui declivi aridi contesi dalle frane
e queste rocce magre
dove i venti e le nebbie
danno convegno ai silenzi
che gravano a sera
sul passo stanco dei muli.
È poca l’acqua che scorre
e le vallate son secche,
spaccate, d’argilla….
Da noi il mondo è lontano
ma c’è un odore di terra e di gaggia
e il pane ha il sapore del grano.
(Mario Trufelli)












































