LA SIBILLA CUMANA di Fabio De Paolis – N. 20 – Marzo-Aprile – 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-cultura

LA SIBILLA CUMANA

 

fabio-de-paolis_storia2

“La Sibilla con bocca invasata pronunzia cose tristi, senza ornamento né profumi (indice di pessimismo) e attraversa con la sua voce migliaia d’anni (indice di decrepitezza) per opera del nume”. 

 

Non se ne conosce l’etimologia, ma il probabile significato di Sibilla è “Vergine Oscura” proprio perché viveva in luoghi oscuri, luoghi misteriosi e inaccessibili. In ogni caso era una profetessa di sciagure, una misteriosa veggente femminile che svolgeva attività mantica in stato di trance, una figura che incuteva timore e rispetto in tutti.

 

Fu Marco Terenzio Varrone, nel I secolo a.C., ad elencare dieci diverse Sibille 

collocate in regioni geografiche differenti: la Sibilla Persiana, quella Libica, 

la Delfica, la Cimmeria, l’Eritrea, quella Samia, la Sibilla Cumana, 

quella Ellespontica, la Frigia e la Sibilla Tiburtina.

 

Erano donne considerate esseri leggendari, mediatrici tra dio e l’uomo, spesso concepite come figlie di divinità e di ninfe, a volte divinità esse stesse. Non immortali, ma miracolosamente longeve, si diceva potessero profetizzare e vivere anche per un millennio. Una antica leggenda ci racconta che dalla città greca di Eritre in Lidia, la Sibilla Deifobe giunse a Cuma, in Campania. Deifobe era dotata di una bellezza straordinaria, a tal punto che Apollo se ne innamorò follemente. Nonostante la Sibilla fosse la “sposa” del Dio, mai si accoppiava fisicamente con lui: la Sacerdotessa, infatti, conservava intatta la sua verginità, poiché

“l’amore” di Apollo nei suoi confronti era solamente un “soffio” trasfuso in lei, conservandola nello stato di verginità.

 

Ciò nonostante il Dio Febo tentò invano con Deifobe ogni sorta di seduzione, e alla fine pur di averla le promise che, se gli si fosse concessa, le avrebbe esaudito ogni suo desiderio. Deifobe acconsentì, si chinò a raccogliere un pugno di terra, e chiese a Febo di vivere per tanti anni pari ai granelli contenuti nella polvere, che risultarono essere 1.000. Ma si scordò di domandare anche la perpetua giovinezza. Così, con il trascorrere del tempo (complice la promessa non mantenuta di giacere con il dio) divenne sempre più vecchia, raggrinzita, e piccola quanto una cicala, fino a quando di lei ne rimase solo la voce. A chi le chiedeva quale fosse il suo desiderio, da lontano e senza esser vista, rispondeva sconsolata: “La morte!”.

Tra le tante Sibille esistenti, quella Cumana è una delle figure 

più inquietanti della mitologia greco-romana.

 

Il culto di Apollo era allo stesso tempo negromantico e ctonio, aveva a che fare sia coi morti che con il mondo sotterraneo. La Sibilla Cumana fondeva in sé l’elemento iniziatico e negromantico con quello oracolare e furente. La Sacerdotessa (dotata di poteri divinatori concessi da Febo) pronunciava infallibili responsi, e vaticinava in esametri greci scritti su foglie di palma, i quali, mischiati dai venti provenienti dalle 100 aperture del suo Antro, erano resi “Sibillini”. 

 

Il poeta Virgilio ci racconta l’incontro tra Enea e la Sibilla Cumana:

 

“Un tempo Enea con i suoi marinai giunse sulle coste dell’Italia e al sacro tempio di Cuma dove Sibilla col custode e il sacerdote soggiornava. Lì c’è una porta ianua e orrenda. Enea strappò un ramo d’oro dal bosco e sacrificò pecore nere alla dea dei morti; allora Sibilla procedette per le ombre e per i vuoti regni dell’Orco. Innanzi il vestibolo giaceva lutto e preoccupazione della vigilia; in quel luogo tra i mondi dei vivi e dei morti anche bianche malattie, e la morte con altri mali dei vivi, e pensieri di vita e tormenti, guerra e discordia. Nel vestibolo l’olmo ombroso apre vecchi rami; sotto le foglie si fermano le ombre vane dell’olmo che sono considerate illusioni beate e incubi oscuri che spesso fanno visita agli uomini. Inoltre Enea vedeva molti mostri, vari tipi di belve, tra gli altri i Centauri, Scilla, Chimera e Arpia. L’inquieto Enea sguainò la spada contro i mostri poiché li credeva veri mostri. Ma Sibilla ammonì l’uomo con queste parole” deponi la spada Enea, perché i tuoi occhi fissano ombre, non forme vive”.

La Sibilla per vaticinare traeva ispirazione masticando foglie di lauro 

(la pianta sacra ad Apollo) e con libagioni di acqua di Fonte Sacra, 

ma soprattutto attraverso il respiro dei vapori effluvii che uscivano 

da fenditure del terreno nei pressi dell’Antro in cui viveva, a Cuma, 

località posta nella zona vulcanica dei Campi Flegrei.

 

Quando entrava in trance il dio Febo la possedeva completamente, prendendo il sopravvento sulle sue facoltà superiori dello spirito, sulla ragione, sull’intelligenza e sull’animo, sede della passione e dei sentimenti. Il cambiamento del colore del volto, il petto ansante e il cuore selvaggio che si gonfiava di furore, mostravano una ribellione della Sibilla al dio stesso, che cessava solo quando cessava il furore della possessione, e solo allora la rabbiosa bocca rimaneva quieta perché Apollo l’aveva abbandonata.  

 

Nel 1932 a Cuma, durante una campagna di scavo condotta dall’archeologo Amedeo Maiuri, venne scoperta una grotta che lo stesso identificò come il famoso “Antro della Sibilla“.

 

Dopo la sua scoperta il Maiuri affermò: “Il lungo corridoio trapezoidale 

alto e solenne come la navata di un tempio, e la grotta a volta 

e a nicchioni, formano un unico insieme. 

Era la grotta della Sibilla, 

 

l’antro del vaticinio quale ci apparve dalla poetica visione di Virgilio e della prosaica e non meno commossa descrizione dell’Anonimo scrittore cristiano del IV secolo”.  

All’antro si accede tramite una lunga galleria con 12 brevi passaggi laterali che si aprono sul fianco del colle, da cui filtra la luce. La galleria principale termina in un vestibolo contenente un paio di sedili scavati nella roccia e al di là di essi una camera a volta. Facilmente possiamo immaginare come, nell’imminenza della profezia (il responso di Apollo) i postulanti fossero fortemente emozionati. Erano seduti su gelidi sedili di roccia immersi nei vapori sulfurei. Giacevano nella penombra ascoltando la profetessa rabbiosa che vaticinava nascosta dalla porta che separava il vestibolo dal tempio interno. Erano in uno stato di esaltata aspettativa mistica mista a puro terrore.

 

Oltre alle folli grida di una vecchia di cui non se ne conosceva l’aspetto, 

anche l’effetto ottico e la suggestione all’interno della grotta erano tremendi:

 

durante il giorno, l’alternarsi di fasci di luce e oscurità originati dai pozzi lungo la galleria, faceva sì che chiunque provenisse dall’interno per condurre i nuovi arrivati al tempio apparisse e scomparisse. Ancora oggi, senza le suggestioni mistiche di un tempo, l’impatto è fantastico, perché si entra in una lunga galleria rettilinea a sezione trapezoidale dove non si riesce a cogliere la fine del percorso. Ed è per questo motivo che si avverte una sorta di sacralità di fronte a questa struttura misteriosa.   

 

La grotta identificata come l’antro della Sibilla ha subito interventi romani e bizantini, ma per il caratteristico taglio trapezoidale della parete, è databile in età molto arcaica, probabilmente risalente alla seconda metà del IV secolo a.C..

 

Chi oggi visita l’antro percorre un lungo corridoio di 131 mt con nove bracci, 

nella parte occidentale di questi, sei comunicanti con l’esterno e tre chiusi.

Verso la metà del corridoio, sulla sinistra vi è un braccio articolato in tre ambienti rettangolari disposti a croce, usati in età romana come cisterne. Sul fondo delle cisterne alcune fosse in muratura e fosse sepolcrali indicano che questa parte della galleria svolse in età cristiana funzione di catacomba. Poco più avanti lungo il corridoio c’è una sala rettangolare. Da qui un vestibolo a sinistra, anticamente chiuso da un cancello, introduce in un piccolo ambiente che si suddivide in tre celle minori disposte a croce. Questa stanza venne interpretata dal Maiuri come l’Oikos Endotatos, in cui la Sibilla, assisa su un trono avrebbe pronunciato i suoi vaticinii.  

 

Recentemente si è ritenuto che l’antro rinvenuto fosse una struttura difensiva. A sostegno di quest’ultima ipotesi vi sono la posizione della galleria posta sotto la sella che unisce l’acropoli di Cuma con la collina meridionale e l’analogia con altre strutture difensive.

 

Quindi la ricerca dell’antro della Sibilla non è ancora conclusa, ora lo si cerca 

nei pressi del peribolo del tempio di Apollo, dove è situato un ambiente 

quasi completamente sotterraneo, “la cisterna greca”.

 

Ma sono tutte ipotesi astratte, in concreto ci assiste sempre il poeta Virgilio che nel VI libro dell’Eneide così descrive l’Antro della Sibilla: “L’immenso fianco della rupe euboica s’apre in un antro: vi conducono cento passaggi, cento porte; di lì erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla”.  

 

 

nel_IV_secolo_ac
fine-t-storia

 

image_print

NORD-SUD: MOBILITA’ E SVILUPPO UNA NUOVA OCCASIONE PER IL MEZZOGIORNO di Agostino Picicco – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-economia
cat-sud
agostino_picicco

NORD-SUD: MOBILITÀ E SVILUPPO UNA NUOVA OCCASIONE PER IL MEZZOGIORNO

 

si potrebbe sintetizzare così il dibattito sul mondo del lavoro, che spesso porta alla ribalta della cronaca il nostro Sud, sintetizzabile nello slogan: “il problema in Italia non è quello di portare i lavoratori al Nord, ma il lavoro al Sud”.

A questo proposito varie sono state le chiavi di lettura offerte sulla mobilità geografica dei lavoratori in Italia. Per certi versi

 

è auspicabile una maggiore mobilità al fine di mitigare 

gli impatti della mancanza di occupazione,

 

azzerando i precari lavori in nero, e di accrescere la professionalità e la competenza tecnica e tecnologica. In questo senso gli strumenti della flessibilità contrattuale (al primo posto il lavoro interinale) stanno svolgendo un ruolo promozionale non indifferente. Pur se il Nord è avvantaggiato nell’impiegare tale manodopera per la vicinanza ai grandi mercati europei e per le maggiori infrastrutture di cui è dotato, non si può sottacere che a lungo andare massicce e persistenti migrazioni interne indebolirebbero le regioni povere, contrastandone le dinamiche di sviluppo. Infatti si priverebbe il Sud di capitale umano qualificato composto da tecnici e possibili imprenditori.

Ritornano con profetica drammaticità le parole del meridionalista molfettese 

Gaetano Salvemini, secondo cui “la ricchezza del Nord 

è sostanzialmente prodotta dalla miseria del Sud”.


Occorre tener presente anche lo scenario delle soluzioni alternative costituite dall’impiego – per le lavorazioni meno qualificate – di una manodopera d’immigrazione con miti pretese in termini di salari e di diritti, e dal trasferimento di attività produttive nei paesi dell’Est. A questo proposito sembra doveroso far riferimento alle indicazioni e alle politiche dell’Unione Europea. Proprio qui è stato delineato – e ratificato anche in documenti ufficiali – un interesse collettivo ad un assetto economico-territoriale più bilanciato. Infatti

 

la questione territoriale viene indicata come la questione chiave 

dello sviluppo economico italiano.

 

Il forte squilibrio infatti non giova alle aree deboli, ma può diventare costoso e pericoloso per le aree forti, accrescendo i costi di congestione, aumentando squilibri interni, impoverendo la qualità della vita.
Per affrontare la questione territoriale dello sviluppo italiano occorre considerare uno sviluppo territorialmente più equilibrato e un interesse collettivo dell’intero Paese.
Non si tratta di rimettere in moto un’ondata migratoria come quella degli anni Cinquanta ingigantita dal passaggio dell’Italia da un’economia agricola a quella industriale. Del resto 

 

non esistono i presupposti perché si verifichi un tale fenomeno 

di spostamento di massa dal Sud al Nord.


Infatti non si può non tacere una certa renitenza dei disoccupati meridionali a lasciare i propri paesi a causa di convenienze consolidate. Il Mezzogiorno oggi non è più costituito da persone disposte a far fagotto per terre lontane con l’unica pretesa di sfamarsi. Oggi, in un’economia familiare di sussistenza, i giovani disoccupati sono spesso in grado di studiare e di sopravvivere.

 

Il Nord non appare più un miraggio seducente, ma realisticamente è considerato 

un luogo che, se da un lato offre lavoro, dall’altro si riprende 

quanto ha dato con canoni d’affitto e costi di vita elevati.


Risolvere questo problema è arduo. I buoni per la casa o le defiscalizzazioni mirate sono incentivi positivi per tradurre l’attuale fabbisogno di manodopera del Nord in un’opportunità per l’intero Paese. 

Occorre che, soprattutto i giovani, non perdano questa occasione, oltre all’opportunità di dimostrare quanto siano seri e volenterosi, tanto da far venire voglia a qualche imprenditore del Nord di intraprendere nuove attività nel Mezzogiorno. Del resto sono proprio le esperienze lavorative che accrescono il peso contrattuale verso le imprese nonché la futura “occupabilità” sul mercato del lavoro. Forse proprio nella terra d’origine, per un’emigrazione di ritorno che sia produttiva per tutti. 

 

 

ghirigoro economia
lavoro_al_nord

 

image_print

L’ARBËRESHË IN CALABRIA UN PATRIMONIO DA TUTELARE di Michele Minisci – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-cultura
cat-storia

L’ARBËRESHË IN CALABRIA UN PATRIMONIO DA TUTELARE

 

michele_minisci_cultura

ma la più folta è sicuramente l’Arbëreshë, gli albanesi d’Italia, con le prime pattuglie arrivate attorno al XV secolo per sfuggire all’avanzata turco-ottomana in tutti i Balcani, insediandosi specialmente nel nostro Sud ed in maniera più massiccia in Calabria, dove tutt’ora abitano circa 100.000 persone

Ma gli anziani se ne vanno e si portano via i proverbi, le canzoni, i pezzi di un mondo e così tutte le comunità minoritarie d’Italia, anche se in modi ed a livelli diversi, stanno affrontando la sfida del declino. A meno che non ci sia qualcuno che, realizzato il valore di ciò che si sta perdendo, incoraggi la collettività alla riscoperta delle proprie radici.  

 

E’ quello che sta facendo il Comune di Vaccarizzo Albanese – piccolo centro collinare di poco più di mille abitanti ai piedi della Sila Greca, di fronte alla pianura di Sibari, ricca di secolari uliveti e dorati aranceti, ed al mare Jonio – con il suo Museo del Costume Arbëreshë, cui è collegata una suggestiva Sagra annuale del costume, con delegazioni da moltissimi paesi. 

Il Museo, situato nel Palazzo Cumano (uno dei più antichi del paese), istituito dall’Amministrazione Comunale e da Papàs Giuseppe Faraco nel 1984, e faticosamente ma appassionatamente diretto da Silvia Tocci, custodisce vestiti originali – alcuni con più di 100 anni di vita – provenienti da molti paesi albanesi della Calabria.

Oggi, nell’Arberia – quel nucleo formato da un pugno di questi paesini 

che si affacciano sulla costa jonica così chiamato in omaggio 

alla madre patria – ci saranno appena 2-3 donne 

che portano ancora il costume tradizionale,


benché. stia prendendo piede, per volontà delle giovani ragazze, di sposarsi col costume di gala Arbëreshë.   

Ma vediamo più da vicino queste meraviglie, aiutati dalle precise e dettagliate note che si trovano nel sito del Comune

 

Il nostro costume, gelosamente custodito di generazione in generazione, 

rappresenta ancora oggi un forte simbolo d’identità 

e di appartenenza etnica


Esso è legato allo sviluppo dei tempi, nel senso che non si può non tenere conto dei rapporti intercorsi tra la nostra cultura e quella ufficiale, ma ciò nonostante, pur differenziandosi per fogge e colori, ha mantenuto intatta la nomenclatura originaria delle aree di provenienza albanese e la composizione di alcuni elementi: il diadema nuziale, il velo, la camicia con merletto, la lunga gonna a fitte pieghe, la cintura.

 

Il costume, indossato oggi solo da qualche anziana donna, in passato 

faceva parte della dote di ogni ragazza, che lo avrebbe portato 

nelle più importanti circostanze della sua vita.

 

Il vestito di gala si indossava infatti il giorno delle nozze, con una vestizione che era un vero e proprio rito, e poi in occasione di ricorrenze liete legate all’ambito familiare e sociale, o in quelle più importanti del ciclo dell’anno. La consuetudine di indossare il costume tradizionale si ritrovava poi in occasione di un lutto e, fino a non molto tempo fa, era anche uso vestire la salma con il proprio vestito nuziale. La sposa, in aggiunta alla dote normale, riceveva dei costumi da indossare oltre che nei giorni festivi, anche nei giorni feriali. Il costume Arbëreshë presenta, pertanto, diverse tipologie: il costume di gala, il costume di mezza festa ed ancora il costume giornaliero e quello di lutto.

 

Il materiale utilizzato per realizzare questi costumi era la lana per i contadini, 

mentre per il ceto più elevato il cotone, il lino e la seta, stoffe spesso prodotte 

nella chiusa economia domestica, così come i costumi 

che con esse venivano confezionati. 


Dal Settecento in poi, le diverse condizioni economiche e sociali permisero agli Arbëreshë d’Italia di affidare la cucitura delle varie fogge a maestri artigiani locali che iniziarono ad arricchire i costumi secondo il grado di ricchezza di chi lo richiedeva, variando la qualità, la fattura e la quantità degli ornamenti. Tutto ciò determinò l’adozione di tessuti più preziosi (laminati in oro, velluto, ecc.) che giungevano soprattutto da Napoli, centro di irradiazione culturale per le comunità Arbëreshë e, come per tutto il Mezzogiorno.

 

Il giorno delle nozze la sposa indossava lo splendido costume di gala.


La lunga camicia di lino o cotone bianco, con collo ornato da preziosi merletti lavorati all’uncinetto o in tulle, aveva una profonda scollatura chiusa da un piccolo copripetto di cotone bianco e ricami a vista. Sulla camicia vi era un corpetto corto, aperto sul davanti, in tessuto laminato in oro, color amaranto come la sopragonna. Il corpetto aveva, inoltre, polsi, lembi e la parte delle spalle ornati da preziosi galloni in oro. Particolarmente belle ed elaborate erano la gonna e la sopragonna a fitte pieghe ottenute con la tecnica del vapore, la prima in raso di seta laminato in oro nelle tonalità del rosso e ampio gallone in oro, la seconda sovrapposta a questa, in seta pura laminata in oro e con gallone in oro di colore solitamente rosa. La sopragonna veniva sollevata sul davanti e fissata dietro, in modo da consentire alla sposa di mostrare anche la gonna. Attorno alla vita la sposa indossava una sottile cintura in fili d’oro o argento con chiusura a rettangolo posta all’altezza del ventre e ricamata con gli stessi motivi ornamentali del diadema nuziale. Questi due elementi erano il simbolo distintivo della donna coniugata. 

I capelli venivano raccolti sulla nuca in trecce e annodati con fettucce bianche a cui si univano due piccole trecce laterali tramite un nastro nero, in modo da formare un unico chignon sul quale era posto il diadema nuziale. 

Il costume era completato da una stola di raso color amaranto bordata da gallone in oro e portata sulle spalle, da un velo in fili d’oro, o in tulle rosso con ricami in oro che ricopriva il volto ed il capo della sposa, da calze di cotone bianco lavorate ai ferri e scarpe rivestite dello stesso tessuto della sopragonna. 

Il vestito di gala era, infine, reso più prezioso dagli ornamenti in oro indossati: la collana d’oro rosso e doppio pendente a fiocco, con ciondolo decorato da smalti colorati, all’anulare della mano destra l’anello della fede, sul merletto una spilla, alle orecchie splendidi orecchini con frangia che riprendevano i motivi ornamentali della collana e della spilla. 

 

Il costume di mezza festa,

 

indossato dalla sposa per recarsi in chiesa le domeniche dopo le nozze, per visite di cortesia o in occasione di feste, comprendeva la lunga camicia di lino o cotone bianco con collo ornato da merletto, la gonna a fitte pieghe in raso color amaranto ornata sull’orlo da ampio gallone in oro, oppure, se si trattava di occasioni meno importanti, la gonna pieghettata in seta grezza e cotone o in lana pettinata, ornata lungo il bordo inferiore da una striscia di tessuto in raso verde. Il corpetto, confezionato con panno nero o velluto, era ornato alle spalle ed ai polsi da larghe fasce di galloni in oro; le maniche erano rifinite da preziosi ricami, sempre in oro, a motivi floreali. Il vestito di mezza festa era, inoltre, completato da un grembiule di seta color azzurro ricamato con fili d’oro, da un fazzoletto da testa di seta giallo o arancione ed infine da uno scialle verde o marrone di lana pregiata, ornato da frange.      

 

Sono pochissime oggi le donne anziane che indossano

 

il costume giornaliero, semplice all’apparenza sia nella foggia che nei tessuti, 

ma, in realtà, non facile né da indossare, né da portare.


La lunga camicia di lino o cotone bianco è indossata sotto una sorta di gilet in cotone resistente di vari colori, con la funzione di sorreggere il seno. La profonda scollatura della camicia è chiusa da un piccolo copripetto, in modo da coprire meglio il seno e consentire, un tempo, alcuni movimenti compiuti durante il lavoro nei campi. Il corpetto è in raso, lana o velluto nero, ricamato con filo di seta nero. La gonna è in cotone rosso, con il fondo ornato da una balza arricciata. Il capo è coperto da un fazzoletto di cotone o lana legato dietro la nuca, il grembo da un grembiule di cotone.

 

La sagra del Costume Arbëreshë che si tiene ogni anno: 

è un’occasione di promozione, oltre che di valorizzazione 

del nostro patrimonio culturale.


Nei tre giorni di festa si può assistere a convegni, mostre e sfilate dei tradizionali costumi provenienti da numerose comunità Arbëreshëe e, in serata, all’esecuzione di balli e canti tradizionali da parte dei gruppi presenti, il tutto accompagnato dalla degustazione di piatti e dolci tipici.   

 

Ecco, questo è tutto quello che rimane – e meno male – nella nostra memoria di Arbëreshë, ovvero degli albanesi d’Italia, sbarcati attorno alla metà del XV secolo. Ma la cosa ancora più grave – mi sottolinea infine con rammarico Silvia Tocci – è che si sta perdendo anche la lingua. Certo, per molti anni sono stati in vigore finanziamenti statali e regionali a difesa delle minoranze linguistiche con corsi di lingua albanese in alcune classi delle elementari e medie, ma da oltre dieci anni non esistono più (sic!). 

 

 

danza
decoro-cultura
esistono_in_italia

 

image_print

LE SALINE DI MARSALA – Gemme del Sud – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-ambiente
cat-storia

LE SALINE di MARSALA

 

Gemme del Sud

Marsala

 

gemme

La Riserva della Laguna dello Stagnone di Marsala è un’area naturale protetta che si estende nel tratto di mare compreso tra capo San Teodoro e capo Boeo o Lilibeo, comprendendo le quattro isole di Mozia (San Pantaleo), Isola Grande, Schola e Santa Maria, e le saline costiere San Teodoro, Genna e Ettore Infersa.

Lo “Stagnone” è la laguna più grande della Sicilia, caratterizzata 

da acque molto basse e una temperatura più alta del normale.


Per questo motivo oggi è diventata il paradiso del kitesurfing: l’acqua bassa e completamente priva di onde ha fatto dello Stagnone la meta ideale sia per i principianti, che per i kiters esperti che vengono qui ad allenarsi nel freestyle. 

All’interno della riserva sono presenti le vasche delle saline con i famosi mulini a vento.  

 

Questo luogo unico, fuori dal tempo, si è classificato al primo posto nella classifica Fai “luogo del cuore”, speciale Expo di Milano 2015.

Un paesaggio naturale mozzafiato, per i suoi colori, i suoi profumi, 

i suoi tramonti, le bianche saline con i mulini a vento,


i fenicotteri e gli altri uccelli migratori, lo sguardo sull’arcipelago delle Egadi e la vegetazione sviluppatasi per sopravvivere all’alto grado di salinità dei luoghi, come la Posidonia e la Calendula marina.  

 

In epoca fenicia lo Stagnone era un luogo strategicamente importante per la presenza dell’isola di Mozia, un’influente stazione commerciale fenicia per gli scambi tra Oriente e Occidente, data la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo.

Proprio grazie alla sua posizione, Mozia catturò l’interesse di diversi popoli come Greci e Cartaginesi in lotta per il predominio della Sicilia.


Oggi sull’isola è presente un museo ed è una piacevole meta di turismo. 

 

Altro punto di interesse lo si ha all’imboccatura sud dello Stagnone, dove durante la Seconda guerra mondiale venne costruito per la Regia Aeronautica un importante idroscalo militare, le cui aviorimesse in cemento armato furono progettate dal noto ingegnere Pier Luigi Nervi. Lo Stagnone è stato anche teatro del film “Briciole sul mare” (2016) e della fiction “Il commissario Maltese” (2017). 

 

saline
ghirigoro_ambiente

 

image_print

COMPENDIO GARIBALDI LA MADDALENA – Gemme del Sud – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-ambiente

compendio garibaldi la maddalena

 

Gemme del Sud

Caprera

 

gemme

Quale miglior modo di distrarsi dal mare che visitare il Compendio Garibaldino, raggiungibile percorrendo la strada comunale da La Maddalena a Caprera? Il nostro eroe acquistò il primo compendio nel 1854 dai fratelli Ferracciolo per 36 lire e il secondo nel 1855, grazie all’eredità del fratello Felice, per 32.250 lire.

Garibaldi, dopo aver ripristinato ad abitazione il preesistente ovile, costruito 

la casa di legno e recintato il terreno, si diede alla realizzazione 

della sua dimora definitiva,


la c.d. Casa Bianca, aiutato da quattro o cinque amici tra il cui il maggiore Basso e il figlio Menotti. Quest’ultimo, ancora ragazzo, collaborò come manovale. Secondo Dumas, il fautore dell’Unità d’Italia si ispirò a una casa vista in Sud America, con il tetto piano dalle orlature alte in modo da facilitare la raccolta delle acque. L’esiguità degli spazi della prima abitazione costrinse Garibaldi a pensare ad un ampliamento, e poichè i tempi stringevano, dovendo ospitare i tre figli Menotti, Teresita e Ricciotti, decise di costruire una casa in legno con del tavolame importato da Nizza (probabilmente fece arrivare l’intera casetta prefabbricata), di facile e rapida costruzione, su di un alto basamento in muratura. La casetta venne ultimata nel 1856, ed i figli vi abitarono durante la loro prima visita, per circa un anno.

Sul lato nord del cortile venne poi eretta una casa di ferro. Sulla base di alcuni documenti rinvenuti presso il Museo del Risorgimento Italiano di Milano, 

si può ipotizzare che si tratti di un manufatto inglese omaggio 

del varesino Felice Orrigoni, compagno d’armi di Garibaldi.


Si tratta di un prefabbricato in legno rivestito esternamente di lamiera ondulata di ferro (oggi di rame) che giunse a Caprera dentro 38 casse. Il fabbricato non venne mai abitato personalmente da Garibaldi, ma destinato a diversi usi: alloggio per gli ospiti, segreteria, officina del “legnaiuolo”, “magazzino delle derrate”. Tra gli ospiti che vi soggiornarono: Basso, Stagneti, Carpeneti, Guerzoni, Fruscianti, Gusmaroli. I lavori per il secondo ampliamento della casa bianca avvennero nel 1880. Occorreva, infatti, una stanza di rappresentanza più ampia e dignitosa per accogliere gli ormai numerosissimi ospiti (Garibaldi, infatti, era all’epoca costretto a trascorre la sue giornate a letto o in carrozzella).

Venne quindi costruito il nuovo salotto nel settore nord-occidentale della casa, modificati i prospetti, e costruito un ponticello che permettesse 

al generale di raggiungere la terrazza.


Quest’ultima stanza venne trasformata da Garibaldi, nell’ultimo periodo della sua vita, nella propria stanza, in modo che, ormai immobilizzato a letto, potesse mirare dalla finestra le coste della Corsica. Alle 18,20 del 2 giugno 1882 (come attestano il calendario e l’orologio rimasti immutati da quel giorno), proprio in quel letto morì. Anziché essere bruciato (o cremato) come era sua volontà, egli venne imbalsamato e sepolto a Caprera vicino alle tombe dei suoi familiari. Enrico Costa, corrispondente da Caprera del giornale “la Sardegna” fornisce un’attenta descrizione del funerale. Più tardi, il 9 giugno, viene pubblicata sulla “cronaca bizantina”, una lettera di Giosuè Carducci, furibondo con i parenti e gli italiani per non aver rispettato le ultime volontà dell’eroe.

 

maddalena
fine-t-storia

 

image_print

MAUSOLEO DI ENNIO MARSO – Gemme del Sud – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-arte

MAUSOLEo DI ennio marso

 

Gemme del Sud

Sepino

 

gemme

Lungo l’antico tratturo Pescasseroli-Candela, all’esterno della città romana di Saepinum, oltre porta Benevento, si erge il Mausoleo di Ennio Marso. Per chi volesse soffermarsi e tuffarsi nell’antica Roma molisana, può ricordarsi che il monumento funerario, del I sec. a.C. è del tipo

 

a tamburo cilindrico poggiato su un basamento quadrato 

ed è costituito da due ordini di blocchi.

 

Il coronamento superiore è formato da blocchi curvilinei alternati a cippi, che costituiscono una merlatura. All’interno si conservano le strutture di fondazione della cella sepolcrale, a pianta ottagonale divisa da quattro muri radiali.

Al centro del prospetto è collocata l’iscrizione con il cursus honorum 

del titolare, C. Ennius Marsus.

 

Al di sotto è la raffigurazione, in rilievo, dei simboli del potere magistratuale: la sella curulis con suppedaneo e la capsa affiancati da fasci. La sella ha gambe arcuate, la cui parte superiore è decorata da due busti, che fuoriescono da elemento vegetale e cassa tripartita su cui sono rappresentate all’estremità una testa maschile ed una femminile.

Al centro due sfingi affrontate con cratere centrale.

 

Agli angoli della base erano posti due leoni, nell’atto di schiacciare con una zampa la testa di un guerriero.

 

mausoleo_di_ennio_marsio
fine-t-storia

 

image_print

DUE PICCOLI PREZIOSI MUSEI Gemme del Sud – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-arte

DUE PICCOLI PREZIOSI MUSEI

 

 

 Gemme del Sud

         Montemarano

gemme

Montemarano è un borgo di meno di tremila abitanti in provincia di Avellino che, curiosamente, è indirettamente ricordato in uno degli affreschi di Giotto presenti nel ciclo della Basilica Superiore di Assisi, raffigurante “la morta di Montemarano”, una donna del paese che, secondo la tradizione, fu resuscitata da San Francesco.

 

In questo piccolo centro si trovano due chicche: il Museo Etnomusicale 

ed il Museo dei Parati Sacri, due istituti culturali che si potrebbero 

definire “minori”, ma che hanno invece l’importante funzione 

di tramandare storia, cultura, usanze di un passato 

che verrebbe altrimenti dimenticato. 

 

Tradizione tipica montemaranese è il Carnevale, i cui festeggiamenti, costituiti da sfilate, banchetti e serate danzanti, sono accompagnati dalla locale, particolare tarantella, che ha affascinato importanti musicologi ed è stata utilizzata anche da Pier Paolo Pasolini nel film Decameron. Il Carnevale di Montemarano è il più antico del Sud Italia ed

 

il Museo Etnomusicale è sorto allo scopo di valorizzare e conservare 

questo patrimonio dalle caratteristiche assolutamente peculiari,

 

che fu fonte di ispirazione per Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile, il quale, risiedendo a Montemarano come governatore dal 1615 al 1617, portò a termine proprio qui il suo capolavoro.            Oltre all’esposizione di oggetti, strumenti musicali unici al mondo e costumi tradizionali, il museo possiede anche rari documenti audio-video e fotografici.

 

All’interno della piccola ex-chiesa del Purgatorio, di epoca settecentesca, vi è il peculiare Museo dei Parati Sacri

 

che, nato per volontà di Padre Mauro Perillo insieme con la Soprintendenza per i Beni Architettonici, conserva un notevole numero di stole, mitre, pianete, tonacelle, piviali utilizzati durante le celebrazioni liturgiche. Tali parati, tessuti e decorati nella zona del casertano, noto per la produzione di arredi sacri, sono di particolare ricchezza e rilevanza e risalgono ad un periodo che va dalla prima metà del Cinquecento ai primi del Novecento.                                                                                                    Il museo è uno dei primi esempi al Sud per la raccolta e la catalogazione di questa tipologia di reperti ed unico nel suo genere per l’importanza dei pezzi esposti.

 

suonatori
fine-t-storia

 Foto: Catalogo generale dei Beni Culturali

 

image_print

IL MEDITERRANEO AFFASCINA E CORROMPE di Gaia Bay Rossi – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

cat-ambiente
cat-storia
cat-sud

IL MEDITERRANEO AFFASCINA E CORROMPE

 

gaia bay rossi

che affascina e che corrompe”. 

Ad affermarlo è stato Sebastiano Tusa, prima della tragedia aerea che lo ha portato via nel 2019, in Etiopia. Palermitano, archeologo, docente di archeologia subacquea all’Università tedesca di Marburg e di Paleontologia alla Scuola Suor Orsola Benincasa di Napoli, Tusa è stato, in primis, lo straordinario Soprintendente del Mare della Regione siciliana.

 

La Soprintendenza del Mare venne istituita nel 2004

 

con il fine di tutelare e valorizzare i beni culturali, ambientali e le risorse archeologiche sottomarine, con compiti di ricerca, censimento, tutela, vigilanza, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico subacqueo, storico, naturalistico e demo-antropologico dei mari siciliani e delle sue isole minori.   

 

Ma torniamo a Tusa ed al suo Mediterraneo “che corrompe”.

 

Corrompe perché impone a chi abita le sue coste una notevole capacità 

di adattamento alle diverse morfologie esistenti; e perché la facilità 

con cui permette gli scambi e le relazioni provoca contaminazioni, 

“corruzioni” in senso positivo e talvolta anche negativo.

Tra le scoperte più importanti di Sebastiano Tusa, l’esatta localizzazione della battaglia delle Egadi, lo scontro navale con i Cartaginesi che concluse la prima guerra punica a favore dei Romani, il 10 marzo del 241 a.C.. Per una sorta di strano scherzo del destino, proprio il 10 marzo l’incidente mortale ci ha privati per sempre del nostro archeologo del Mediterraneo,

 

un mare “esso stesso un museo, il Mare Nostrum”, come usava dire.

 

Già. Il Mare Nostrum, come lo chiamavano i Romani, è da sempre “culla di civiltà”, sin dalle prime forme di sedentarietà nelle culture pre-neolitiche (come quella natufita in Palestina) e poi con i progressi successivi verso società più evolute.   

 

Oggi come allora il Mediterraneo, “mare tra le terre”, crogiuolo di colori e di costumi, è il punto d’incontro di Europa, Asia e Africa. Sulle sue coste si possono trovare oltre venti fra Paesi e territori, che parlano più di venti lingue e credono nelle tre grandi religioni monoteiste (cristianesimo, ebraismo ed islamismo).

 

Queste civiltà che si sono succedute nel Mediterraneo hanno lasciato vestigia 

che fanno parte del patrimonio culturale mondiale e vanno assolutamente preservate, nella consapevolezza del fondamentale valore della varietà e molteplicità culturale.


Pensiamo alla Libia, dove si trova uno dei più grandi centri romani del Mediterraneo, Leptis Magna, o al suo corrispondente greco, a Cirene. Ma anche alla Turchia, al Marocco, passando per Siria, Giordania, Israele, Libano, Egitto, Tunisia ed Algeria. I Paesi della sponda Sud-orientale del Mediterraneo sono custodi di testimonianze uniche di millenni di storia che, insieme a quelle inestimabili nei Paesi della sponda Nord, formano il maggior giacimento culturale del mondo.

 

Non a caso, i Paesi mediterranei raccolgono oltre la metà 

dei siti dichiarati“patrimonio dell’umanità” dall’Unesco.

 

Un capitale artistico, storico e culturale che, oltre a costituire idealmente un’identità comune, può diventare anche un fattore aggregante e determinante per lo sviluppo, in un prossimo futuro, di tutta l’area.

La protezione del passato, oltre al valore “archivistico” e conservativo, 

diventa quindi la premessa per costruire un futuro migliore. 


È questo uno degli aspetti della cooperazione internazionale che l’UNESCO ha promosso in tutto il mondo, con l’aiuto di organizzazioni intergovernative tra cui spicca l’ICCROM (Centro internazionale di studi per la conservazione ed il restauro dei beni culturali), organismo per la conservazione e la protezione del patrimonio culturale mondiale. L’ICCROM è stato creato dopo la Seconda Guerra Mondiale, a seguito dei bombardamenti che avevano distrutto un’impressionante quantità di beni culturali. I suoi obiettivi principali erano quindi rappresentati dalla conservazione, dalla salvaguardia e dal restauro di quanto la tragedia bellica aveva distrutto.

 

Oggi lo sguardo dell’ICCROM sul futuro è simbolizzato anche 

da un programma che riguarda le fondamentali questioni 

di conservazione preventiva e gestione del rischio.

 

Un tema, questo, particolarmente sentito poiché le guerre purtroppo non accennano a fermarsi e le stesse calamità naturali tendono ad aumentare. Pensiamo al terremoto che ha sconvolto L’Aquila, città d’arte per eccellenza, o al bombardamento di una città patrimonio culturale del mondo come Dubrovnik, o ancora al traffico illegale di reperti e beni artistici dell’isola divisa di Cipro. Esiste una lista di patrimoni dell’umanità in pericolo, compilata dall’UNESCO, per instabilità politica, guerre o calamità naturali, che lo scorso anno vedeva Stati come la Libia, la Siria, l’Egitto e la Palestina (considerando solo quelli dell’area mediterranea) con molti dei loro siti sotto minaccia.   

 

Diventano dunque  

  

sempre più attuali i temi trattati sin dal Forum sulla “Protezione e conservazione 

del patrimonio culturale nel Mediterraneo”, promosso nel 2012 

dall’Ordine di Malta, dall’isola di Cipro, dall’UNESCO 

e dalla Commissione Europea,


che hanno dedicato una riflessione importante proprio all’impatto delle catastrofi naturali e dei conflitti sul patrimonio culturale. Il Mediterraneo, quindi, non solo quale giacimento di ricordi carichi di valore, ma anche luogo da progettare per il futuro, per tutelare un patrimonio culturale che è anche risorsa economica da preservare e valorizzare: un “Mediterraneo culturale” davvero idem sentire

In un’epoca in cui deboli sono le economie dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, solo un fronte unico, con consapevolezza e valori comuni, può rendere

 

il Mediterraneo àncora come nel mondo antico, vero baricentro 

dello sviluppo culturale internazionale.

 

Al tempo stesso, come richiesto dall’Ordine di Malta, occorre comprendere in questo programma comune anche il rispetto per la dignità umana, la democrazia, il ruolo del diritto, la solidarietà, la giustizia e la tolleranza. E la libertà religiosa, una delle chiavi principali per consentire a tutte le altre libertà di esistere.   

 

È in questi valori che si deve cercare una nuova coesione. L’uomo mediterraneo, cui dobbiamo l’ineguagliata scuola universale della Grecia antica o dell’Italia rinascimentale, con il suo individualismo non è riuscito finora a unificare l’impegno verso una prospettiva comune, ma ha anzi portato un fattore di debolezza. Si deve invece ripartire da un Mediterraneo comune, per costruire una base del nostro futuro e non solo rimpiangere il nostro passato.   

 

Un mare, eccezionalmente raccontato da Fernand Braudel nella sua opera fondamentale La Méditerranée, mentre era prigioniero in un campo di detenzione durante la Seconda Guerra Mondiale: “Che cosa è il Mediterraneo? Mille cose insieme.

Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi 

di mari. Non una civiltà, ma molte civiltà, disseminate le une sulle altre… 

un crocevia antichissimo.

 

Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere. E piante.” E oltre a questo, è il più ricco, di storia, cultura, dinamismo e fascino, di tutti i mari della terra.   

 

È da qui che tutti Paesi del Mediterraneo debbono ripartire per tornare a casa, tra mythos e logos, come novelli Ulisse che cercano la via del ritorno, del nostos. Anche se stanno affrontando continue tragedie, solo Paesi uniti saranno in grado di superare le Scilla e Cariddi del nostro tempo, per ritrovare alla fine il loro mitico, antico mare. Perché, citando nuovamente Braudel: “Essere stati è una condizione per essere”.

 

colonna_top
mare_archeo
ghirigoro_ambiente
Il_mediterraneo_e_uno

 

image_print

MATERA DALLA GROTTA AL BED AND BREAKFAST di Pietro Dell’Aquila – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

cat-economia
cat-storia
cat-sud
PIETRO_DELL_AQUILA_economia
cncluis_i_fasti_celebrativi

con la fine del 2019 e appena in tempo prima dello slittamento nell’annus horribilis della pandemia da Covid-19, l’ex borgo rurale trasformatosi in primo polo del terziario meridionale, più o meno avanzato, a trazione turistica si trova a fare i conti con un incerto avvenire. 

Dal rapporto della Banca d’Italia n.17 del giugno 2019 sull’economia regionale lucana risulta che

 

per l’evento le presenze nazionali e internazionali nella città si sono quintuplicate:

 

attestandosi a oltre 124.000 unità provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Francia e più di 320.000 dalle altre regioni italiane come la Lombardia, il Piemonte e il Lazio. Senza contare quelle arrivate dalle zone limitrofe come la Puglia, la Campania e l’interland regionale che, non avvalendosi di pernottamenti, sono di più difficile apprezzamento. Si calcola che le presenze negli esercizi alberghieri si sono triplicate e nelle strutture extra alberghiere sono aumentate a dismisura. L’incremento dei posti letto è salito del 90%. Per non dire del volume d’affari di ristoranti, trattorie e degli altri locali di ristorazione. Ovviamente il mercato edilizio, l’andamento dei prezzi al consumo e in generale il costo della vita hanno avuto una forte impennata.  

 

Rifuggendo il ruolo di succursali dell’Ente Turismo, non vale la pena soffermarsi sulle qualità attrattive del sito, peraltro ampiamente promosse dalla televisione con feste di Capodanno, sceneggiati e documentari, nonché da riviste patinate e ogni genere di altri mezzi pubblicitari, ma piuttosto

 

pare opportuno avviare una riflessione sugli esiti 

di quest’operazione di marketing territoriale 

 

ripercorrendo, sia pure sinteticamente, le tappe della trasformazione del sito materano.  

 

É appena il caso di ricordare che quest’abitato affonda le proprie radici, al pari di Petra, nel lontano Paleolitico, come risulta dalle emergenze archeologiche ritrovate, raccolte e conservate da uomini illustri come Domenico Ridola, cui è intitolato il Museo cittadino.

Per secoli un popolo di pastori e di agricoltori ha vissuto in grotte traforate, 

scolpite e scavate nel tufo di entrambi i lati dei declivi della Gravina 

e realizzato cunicoli, cisterne, chiese, ambienti ed elaborati 

complessi sotterranei, convivendo in simbiosi 

con gli animali domestici, silenti supporti 

della loro fatica.

 

Così il borgo risulta un aggregato di grotte, con andamento verticale, risalente lungo gironi degradanti sui bordi scoscesi del canion del torrente dove la comunità si ritrovava in “vicinati”; un modello esemplare di organizzazione sociale con rapporti a volte aspri e, forse, più spesso solidali per far fronte alle difficoltà dell’esistenza.   

 

Come scrive l’architetto e urbanista Americo Restucci nel suo libro “Matera, i Sassi”,

 

la Cattedrale dovette essere la prima costruzione in stile romanico pugliese 

eretta sullo sperone più alto del sito che divide il Sasso Caveoso da quello Barisano. Solamente più tardi, agli inizi del ‘500, il Conte Giovan Carlo Tramontano, sulla collina di Lapillo al confine della Civita che si andava formando lungo il bordo 

del promontorio e sulle rovine di una precedente struttura normanna, avviò la costruzione di un Castello con due torri che ancora porta il suo nome.


Il feudatario era stato fatto Conte di Matera da Ferdinando II nel 1496, nonostante la promessa fatta da quest’ultimo al popolo di lasciarlo libero avendone ricevuto la somma del riscatto. Il Tramontano si rese inviso ai materani per le imposte che pretendeva di riscuotere, per i suoi debiti e per i lavori della costruzione, tanto da indurli a una cospirazione che sfociò nel suo omicidio il 29 dicembre 1514 all’uscita dalla Cattedrale e in una viuzza adiacente che da allora prese il significativo nome di Via del Riscatto. Un altro episodio di sangue si consumò a Matera l’8 agosto del 1860, tra i primi della reazione antiunitaria sfociata nel brigantaggio lucano, quando una folla inferocita uccise il patrizio Conte Gattini a colpi di falce, insieme al suo segretario Francesco Laurent, ritenuto usurpatore dei demani.

 

Nel 1700 erano stati i fratelli Duni – il padre Francesco era stato Direttore 

della Cappella Musicale della Madonna della Bruna per oltre 

un quarantennio – ad illustrare coi loro talenti,

 

di giurista Emanuele e di musicista Egidio Romualdo, la cittadina. In particolare, come hanno messo in luce Giovanni Caserta che ne ha ricostruito la biografia e Luigi Pentasuglia che ha ritrovato, pubblicato e musicato sonetti e sinfonie, Egidio Romualdo Duni riportò prima in Francia e poi in Inghilterra i frutti della sua geniale capacità artistica. 

Ed è in questo periodo, tra il XVII e il XVIII secolo, che con il declino economico del modello agro-pastorale si va strutturando l’attuale Centro Storico con le espansioni sul piano a ridosso dei Sassi. Le costruzioni amplieranno il confine dell’abitato tra il XIX e il XX secolo.  

 

Il Fascismo lasciò la propria magniloquente impronta architettonica sui palazzi del Corso e nei casermoni delle case popolari. Nel 1926, con un semplice telegramma, il Duce elevò la cittadina al rango di Provincia ma il regime dovette rimanere sostanzialmente estraneo al mondo contadino mentre coinvolse più da vicino le classi impiegatizie. Fatto sta che il 21 settembre 1943, in seguito ad un alterco tra militari italiani e tedeschi, a Matera, prima città in Italia, si ebbe l’avvio degli scontri per la cacciata dei nazifascisti con un eccidio di 26 persone di cui 18 civili.

Com’è noto il primo scopritore della particolare identità di Matera, 

nella sua dolente bellezza, fu Carlo Levi 


che la visitò durante il suo periodo di confino nel 1936 e che la fece conoscere al mondo nelle pagine del 
Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945: 

“Arrivai ad una strada che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… Di faccia c’era un monte pelato e brullo, di un brutto color grigiastro, senza segno di coltivazioni né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo… un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca ed impaludata tra i sassi del greto…

 

La forma di quel burrone era strana: come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso da un apice comune, 

dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca: S.Maria de Idris, 

che pareva ficcata nella terra. 

 

Questi coni rovesciati, questi imbuti si chiamano Sassi, Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola immaginavo l’inferno di Dante… La stradetta strettissima passava sui tetti delle case, se quelle così si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone… Le strade sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelli di sotto… Le porte erano aperte per il caldo, Io guardavo passando: e vedevo l’interno delle grottesche non prendono altra luce ed aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall’alto, attraverso botole e scalette.”

 

Fu, forse, per questo che Togliatti volle andarvi nel 1948 e, preso atto delle condizioni di estrema miseria in cui versavano gli abitanti di quelle grotte, ne parlò come di una “vergogna nazionale” cui occorreva porre rimedio 

nel più breve tempo possibile.


Due anni dopo, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi arrivò a Matera, accompagnato dal giovane sottosegretario Emilio Colombo, il 23 luglio 1950. Altrettanto colpito dal disagio degli abitanti dei Sassi incaricò Colombo di approntare una Legge per risolvere il problema. Sarebbe poi tornato nel 1953, dopo il varo della Legge n.619 del 1952, per inaugurare il Borgo La Martella e consegnare le prime case agli sfrattati de Sassi, assicurando che “Lo Stato assume a suo carico la spesa per il risanamento dei quartieri Sasso Caveoso e Sasso Barisano dell’abitato di Matera e per la costruzione di case popolari particolarmente adatte per contadini, operai ed artigiani, in sostituzione di quelle attualmente esistenti in detti quartieri che saranno dichiarate inabitabili ed abbattute”.  

 

La presenza delle autorità sarà immortalata da Domenico Notarangelo in una sequenza d’immagini di grande impatto emotivo. È in questo momento che la grave questione sociale a Matera si tramuta da problema delle campagne in questione urbana e che,

per la strana e inspiegabile determinazione del caso, incontra da una parte 

il tentativo olivettiano di verificare in un contesto agricolo il modello  urbanistico sperimentato a Ivrea in ambito industriale e dall’altra 

la politica di sviluppo edilizio propugnata da Fanfani col Piano Casa 

(Legge del 29 febbraio 1949) utilizzando i fondi del Piano Marshall.


Di Olivetti a Matera e della costruzione del villaggio La Martella ha già detto Tommaso Russo nel n.14 di questa Rivista, per cui qui vale di più ricordare lo studio promosso dall’UNRRA – Casas che si protrasse dal 1951 al 1955, impegnando un qualificato gruppo di specialisti (Musatti, Friedmann, Isnardi, Nitti, Tentori, Gorio, Quaroni, Mazzarone, Orlando, De Rita, Marselli e Bracco) coadiuvati da valenti studiosi locali che daranno poi vita al Circolo “La Scaletta” e alla battagliera Rivista “Basilicata”. Le risultanze del lavoro, ora raccolte nel volume Matera 55, portarono all’ipotesi di distinguere l’agglomerato dei Sassi in una triplice categoria: una da sfollare per l’impossibilità d’interventi migliorativi, una recuperabile e una di qualità a ridosso della Città Nuova.

 

La proposta, che tendeva a un recupero graduale della zona evitando 

lo svuotamento, presentata a Emilio Colombo, non fu presa in considerazione 

per la volontà politica di procedere allo sfollamento totale, che fu attuato 

con lo spostamento di oltre 17.000 persone, per venire incontro 

ai drammatici bisogni occupazionali di quegli anni. 

 

C’è da aggiungere che nello stesso periodo era stato chiamato a redigere il Piano Regolatore della città Luigi Piccinato, che operò per la sistemazione delle abitazioni e dei servizi del Borgo Venusio e del Quartiere Serra Venerdì tra il 1951 e il 1954. Lo svuotamento dei Sassi che ne seguì ebbe però come risvolto l’abbandono al degrado di tutto l’agglomerato, attivando il dibattito culturale e l’azione amministrativa del successivo ventennio.  

 

A riaccendere l’interesse per la questione, nel 1970, la Giunta DC-PSI affidò incarico al Gruppo “Il Politecnico” diretto dal sociologo Aldo Musacchio di redigere un “Rapporto socio economico” connesso alla variante generale del piano regolatore che fu adottato nel corso del mandato amministrativo anche in relazione alla Legge 1043 del 15.12.1971 che, di fatto, superava i limiti della precedente L.126 del 1967. Per Musacchio, reduce dall’elaborazione del Piano Regolatore di Tricarico, in netta contrapposizione con le valutazioni estetizzanti della borghesia materana post-sessantottina che tentava di rivalutare l’agglomerato come reperto di una più recente archeologia urbana esaltandone “il fascino del degrado”,

 

i Sassi erano “la testimonianza del dolore del mondo” e il più grande 

monumento che la cultura contadina aveva saputo realizzare 

per raccontare la propria condizione.


Da ciò la necessità di un loro recupero in funzione produttiva riattandoli e riutilizzandoli come laboratori artigianali, locali commerciali e sedi di funzioni pubbliche. Nonostante la dichiarata e sostanziale impostazione di sinistra, il Rapporto incontrò forti ostilità fino all’accusa di “colonizzazione” dell’impianto e della proposta. Va da se che l’immeritata accoglienza del documento, unitamente alla contrapposizione col governo regionale, che gli aveva affidato il compito di redigere il Piano di Sviluppo nascondendogli le trattative in corso per l’insediamento della Liquichimica nel metapontino, amareggiò profondamente Musacchio che abbandonò la Basilicata per non farvi più ritorno.     

 

Nonostante il Concorso Internazionale del 1976, cinque piani di recupero approvati dal Comune agli inizi degli anni ottanta, cinque leggi speciali, tra cui la 771 del 1986 per la conservazione e il recupero dei Sassi di Matera,

 

la “questione Sassi” era destinata a durare nel tempo accentuando 

il degrado delle parti più antiche e più a rischio. 

 

Intanto la Città nuova viveva di edilizia e di complessi apparati burocratici che ne legittimavano la nomea di “città assistita”.

 

Soltanto negli anni novanta, per merito dell’architetto Pietro Laureano, 

la città ottenne l’iscrizione nella lista del “patrimonio dell’Umanità” 

da parte dell’UNESCO e, a seguire, la candidatura e il riconoscimento 

di Capitale della Cultura per l’anno 2019.


E ora quale futuro per questo capoluogo in un mondo senza più contadini, senza industrie dopo il crac della costruzione dei salotti e dei mobili, con strutture turistiche in disarmo o comunque in forte contrazione, esaurito l’exploit dell’afflusso del 2019, e senza più giovani che ormai emigrano per cercare altrove una risposta ai loro problemi?  

 

A volte passeggiando davanti alla sede di Palazzo Lanfranchi mi pare di rivedere la figura dello scomparso pittore Luigi Guerricchio, che più di ogni altro ha saputo comprendere e rappresentare lo spirito della sua città e della sua gente, mentre appoggiato al portone, antistante il suo laboratorio, con il suo sguardo sornione di persona scanzonata e buona, sembra riflettere sui destini di questo luogo di ragionieri che, come usava dire con grazia ironica, compravano i suoi quadri, veri capolavori dell’arte italiana, per nascondere il buco dei contatori nelle loro case. 

 

matera_op

 Foto di Giuseppe Soldo 

ghirigoro economia

matera, dalla grotta al bed and breakfast

 

 

image_print