MAUSOLEO DI ENNIO MARSO – Gemme del Sud – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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MAUSOLEo DI ennio marso

 

Gemme del Sud

Sepino

 

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Lungo l’antico tratturo Pescasseroli-Candela, all’esterno della città romana di Saepinum, oltre porta Benevento, si erge il Mausoleo di Ennio Marso. Per chi volesse soffermarsi e tuffarsi nell’antica Roma molisana, può ricordarsi che il monumento funerario, del I sec. a.C. è del tipo

 

a tamburo cilindrico poggiato su un basamento quadrato 

ed è costituito da due ordini di blocchi.

 

Il coronamento superiore è formato da blocchi curvilinei alternati a cippi, che costituiscono una merlatura. All’interno si conservano le strutture di fondazione della cella sepolcrale, a pianta ottagonale divisa da quattro muri radiali.

Al centro del prospetto è collocata l’iscrizione con il cursus honorum 

del titolare, C. Ennius Marsus.

 

Al di sotto è la raffigurazione, in rilievo, dei simboli del potere magistratuale: la sella curulis con suppedaneo e la capsa affiancati da fasci. La sella ha gambe arcuate, la cui parte superiore è decorata da due busti, che fuoriescono da elemento vegetale e cassa tripartita su cui sono rappresentate all’estremità una testa maschile ed una femminile.

Al centro due sfingi affrontate con cratere centrale.

 

Agli angoli della base erano posti due leoni, nell’atto di schiacciare con una zampa la testa di un guerriero.

 

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DUE PICCOLI PREZIOSI MUSEI Gemme del Sud – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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DUE PICCOLI PREZIOSI MUSEI

 

 

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         Montemarano

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Montemarano è un borgo di meno di tremila abitanti in provincia di Avellino che, curiosamente, è indirettamente ricordato in uno degli affreschi di Giotto presenti nel ciclo della Basilica Superiore di Assisi, raffigurante “la morta di Montemarano”, una donna del paese che, secondo la tradizione, fu resuscitata da San Francesco.

 

In questo piccolo centro si trovano due chicche: il Museo Etnomusicale 

ed il Museo dei Parati Sacri, due istituti culturali che si potrebbero 

definire “minori”, ma che hanno invece l’importante funzione 

di tramandare storia, cultura, usanze di un passato 

che verrebbe altrimenti dimenticato. 

 

Tradizione tipica montemaranese è il Carnevale, i cui festeggiamenti, costituiti da sfilate, banchetti e serate danzanti, sono accompagnati dalla locale, particolare tarantella, che ha affascinato importanti musicologi ed è stata utilizzata anche da Pier Paolo Pasolini nel film Decameron. Il Carnevale di Montemarano è il più antico del Sud Italia ed

 

il Museo Etnomusicale è sorto allo scopo di valorizzare e conservare 

questo patrimonio dalle caratteristiche assolutamente peculiari,

 

che fu fonte di ispirazione per Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile, il quale, risiedendo a Montemarano come governatore dal 1615 al 1617, portò a termine proprio qui il suo capolavoro.            Oltre all’esposizione di oggetti, strumenti musicali unici al mondo e costumi tradizionali, il museo possiede anche rari documenti audio-video e fotografici.

 

All’interno della piccola ex-chiesa del Purgatorio, di epoca settecentesca, vi è il peculiare Museo dei Parati Sacri

 

che, nato per volontà di Padre Mauro Perillo insieme con la Soprintendenza per i Beni Architettonici, conserva un notevole numero di stole, mitre, pianete, tonacelle, piviali utilizzati durante le celebrazioni liturgiche. Tali parati, tessuti e decorati nella zona del casertano, noto per la produzione di arredi sacri, sono di particolare ricchezza e rilevanza e risalgono ad un periodo che va dalla prima metà del Cinquecento ai primi del Novecento.                                                                                                    Il museo è uno dei primi esempi al Sud per la raccolta e la catalogazione di questa tipologia di reperti ed unico nel suo genere per l’importanza dei pezzi esposti.

 

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 Foto: Catalogo generale dei Beni Culturali

 

IL FIGLIO DEL SUD E LA CULTURA AL POTERE di Gianluca Anglana – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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IL FIGLIO DEL SUD E LA CULTURA AL POTERE

 

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dell’incoronazione di Federico II di Svevia imperatore: la sua consacrazione avvenne a Roma, per mano di papa Onorio III, il 22 novembre 1220.

Sono passati ottocento anni da allora. Eppure,

il fascino e il carisma di questo monarca sembrano sopravvivere 

allo scorrere del tempo.


L’Italia contemporanea gli è per varie ragioni debitrice. Il patrimonio artistico, moltiplicatosi grazie ai poderosi investimenti di Federico nel settore dell’edilizia regia, è composto di una fitta rete di residenze e fortezze: di esse l’emblema più noto è senza dubbio Castel del Monte, simbolo della maestà che si autoproclama assoluta, gigantesco diadema ottagonale apposto dal sovrano sull’amata Puglia, a ratifica del proprio imperio e sigillo di un’unione quasi sponsale.

Lo sforzo finanziario nell’architettura e l’ideologia ghibellina della Corte sveva 

diedero impulso a un’insigne generazione di artisti


e linfa a una delle due correnti interpretative in cui, nel corso del Duecento, venne a declinarsi la scultura italiana: la riscoperta, tutta meridionale e in chiave filoimperiale, di linguaggi espressivi attinti alla romanità classica, in alternativa al naturalismo di matrice padana. In questo clima culturale eccelse Nichola de Apulia, passato alla storia come Nicola Pisano: acclamato dai contemporanei come le archistar dei giorni nostri, fu autore di capolavori che tuttora impreziosiscono chiese e piazze dell’Italia centrosettentrionale.

Per Federico, la cultura era un tramite con cui esercitare la propria autorità: 


il recupero della classicità era funzionale alla propaganda imperiale, l’istituzione a Napoli, nel 1224, della prima università statale d’Europa era finalizzata alla formazione e all’impiego di giuristi al servizio della Corona. Ma la cultura era anche uno spazio di dignità affiancato al potere: Federico implementò l’autorevolezza della scienza, potenziando la scuola di medicina di Salerno, e incoraggiò la produzione lirica della poesia volgare di cui Palermo divenne centro propulsore. 

Lui stesso compose versi. 

Il suo celeberrimo trattato, De arte venandi cum avibus, dedicato alla caccia praticata con l’utilizzo di rapaci, è tanto una delle maggiori testimonianze scientifiche del Medioevo quanto la spia della vivida curiosità dell’autore per le scienze naturali.

Il sapere, da cui Federico fu forgiato, era per definizione privo di confini; 

la sua Sicilia un microcosmo fertile di contaminazioni, un luogo insolito 

in cui convivevano greci, ebrei, musulmani e cristiani.


Egli crebbe all’insegna delle diversità: se dai cinque ai sette anni ebbe come tutore il frate Guglielmo Francesco che lo avviò all’apprendimento del latino e all’educazione cristiana, dai sette ai dodici anni fu affidato alla guida di un imam musulmano, venendo così in contatto con riti, costumi e religione islamici. Federico parlava arabo, greco, provenzale, siciliano e latino, tutti idiomi di latitudine meridionale: das Kind aus Apulien, il fanciullo di Puglia, seppur di stirpe autenticamente germanica, necessitava di un interprete per il tedesco[1].

Affascinato dall’Oriente, fece di Lucera una medina araba adorna di moschee 

ed echeggiante delle voci dei muezzin, 


concentrandovi i saraceni prelevati dalla Sicilia (costoro sarebbero divenuti un corpo scelto della guardia dell’imperatore, garantendogli una fedeltà incondizionata). 

Fu grazie alla sua formazione poliedrica e alla sua tolleranza che, in età matura, Federico poté intessere

 

scambi epistolari con dotti islamici


e che, in occasione della sesta crociata,

riuscì a riconquistare la Terrasanta con il solo ricorso alla diplomazia,


quando altri avrebbero di gran lunga preferito uno spargimento di sangue come si deve e lo sterminio degli infedeli.

Il sovrano svevo amò circondarsi di intellettuali, che ospitò a corte


(come nel caso di Michele Scoto, Teodoro di Antiochia, Ibn Sab’in, Jakob Ben Abamari) o da cui si recò in visita (come nel caso del matematico toscano Leonardo Fibonacci, che incontrò a Pisa nel 1226).

I giureconsulti furono spesso precettati


sia nella progettazione di riforme di rilevanza capitale (come le Costituzioni di Melfi del 1231) sia nella gestione sul territorio delle concessioni imperiali (se è vero che Federico fu incapace di comprendere le istanze delle autonomie comunali italiane, è altrettanto vero che, nelle province più settentrionali dell’impero, fece scelte che avrebbero avuto conseguenze a lungo termine: ad esempio, l’elevazione di Lubecca a “città di immediatezza imperiale” avrebbe creato un modello per altri centri urbani e posto le basi per l’affermazione, nei secoli successivi, della Lega Anseatica). Gli intellettuali dovevano essere quanto più possibile prossimi al baricentro del potere, cioè al trono.   

 

Federico fece largo uso della guerra per difendere il prestigio imperiale e si armò anche della cultura, ma

perse nella lotta con i papi che lo scomunicarono per ben tre volte


e gli lanciarono contro interdetti e una battente campagna di discredito, fino al punto di trasformare in Anticristo colui che tempo prima era ribattezzato Filius Ecclesiae o celebrato come Meraviglia del Mondo. 

Egli finì per soccombere, forse anche perché precorse i tempi, non ancora maturi per figure di prìncipi inclini alle arti o bulimici di erudizione.

Federico era persuaso che è sterile la vita di chi resti lontano 

dall’astro della conoscenza. 


Ottocento anni dopo, in un’era in cui le ragioni della cultura sono spesso sacrificate ad altre rivendicazioni, in cui si diffida delle scienze, in cui l’avversione al sapere può persino diventare un vessillo, è forse questo il lascito più significativo dell’imperatore che fu il Figlio del Sud.

 

 

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 [1] Teresa Sardella, Federico II tra impero, papato e aristocrazie, in Federico II e il suo tempo, Edizioni di storia e studi sociali, 2016, p. 16.

 

GRUMENTO NOVA – Gemme del Sud – numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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GRUMENTO NOVA

 

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Grumento Nova

 

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Da Grumentum – antica città romana – a Saponaria fino a Grumento Nova (dal1932), il Borgo conserva numerose testimonianze della sua storia più antica

 

Svetta nella piazza principale il castello Sanseverino,


testimonianza del processodi incastellamento successivo all’abbandono dell’insediamento di epoca romana; le scuderie sono i locali meglio conservati.

Di rilievo la Chiesa Collegiata di Saponara, sorta in epoca altomedievale su preesistenti strutture sacre, riferibili ad un “Tempio di Serapide”.
Da rimarcare la presenza della

 

Biblioteca Nazionale “Carlo Danio”, ospitata all’interno di Palazzo Giliberti,


recentemente restaurata ma risalente al XVI secolo. La biblioteca è una delle più ricche in territorio lucano e consta, tra l’altro, di una collezione di

oltre 2000 volumi antichi, con manoscritti, incunaboli, cinquecentine e seicentine. 

Alcuni esemplari sono stati stampati utilizzando la tecnica di Gutemberg


a caratteri mobili appena un decennio dopo questa invenzione. Il paese può contare anche su due belvederi che affacciano verso est e verso ovest, fornendo una panoramica a 360° sull’intera Val d’Agri.

 

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LI GALLI, l’ISOLA A FORMA DI DELFINO di Aurora Adorno – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

 

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LI GALLI, l’ISOLA a forma di delfino

 

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Sorvolando dall’alto tra Amalfi e Capri, un delfino sorridente appare adagiato sulle onde blu del mare che si increspano all’orizzonte: è Li Galli; così questo arcipelago ci appare, salutando il sole che lo benedice. 

Tre minuscole isole si affacciano sulla bella Positano e sulla rinomata Capri: Gallo Lungo è la più piccola delle tre, l’unica ad essere stata abitata fin dai tempi dei Romani, a ovest si trova la Rotonda, mentre l’Isola Dei Briganti si estende a nord, anticamente chiamata Castelluccio o la Castelluccia.   

 

Verso il 1131 l’arcipelago era detto Guallo e nel 1225 Federico II di Svevia lo donò al monastero di Positano riferendosi ai tre isolotti come alle tre Sirenas quae dicitur Gallus, probabilmente alludendo alle sirene, le donne-uccello cantate da Omero.

 

Questo piccolo paradiso ha attratto con il suo affascinante richiamo 

due delle stelle più luminose del firmamento della danza mondiale: 

prima il coreografo Lèonide Massine, poi 

il famoso ballerino Rudolf Nureyev.

 

Massine desiderava fare di Li Galli un luogo di culto, tempio della danza e delle arti. 

Nella sua autobiografia My Life in Ballet, egli descrisse il momento in cui vide l’arcipelago per la prima volta: “fui sopraffatto dalla bellezza della vista sul mare, col Golfo di Salerno che si estendeva in lontananza. Con Paestum a sud e i tre faraglioni di Capri all’estremità settentrionale del Golfo, essa possedeva tutta la potenza drammatica di un dipinto di Salvator Rosa. 

Il silenzio era infranto solo dal mormorio del mare e da qualche grido di gabbiano.

 

Sapevo che in quel luogo avrei trovato la solitudine che cercavo, un rifugio 

dalle pressioni estenuanti della carriera che avevo intrapreso.

 

Decisi dunque, proprio lì e in quel momento, che un giorno avrei acquistato l’isola e ne avrei fatto la mia casa”. 

Come nelle più belle fiabe, nel 1924 Massine avverò il suo sogno, nonostante il dissenso di amici e conoscenti: per trecento mila lire acquistò l’isola deserta, contornata da steppa e rocce. 

Lottando contro la natura e le furie del mare riuscì a scolpire delle terrazze e a interrare alberi di vite oltre ad edificare una villa che divenne la sua dimora: 

 

la celebre Villa Massine, progettata dall’architetto Le Corbusier,

suo rifugio dai problemi e i rumori del mondo, ormai lontano.   Non di rado egli si allontanava a piedi sull’isola per raccogliersi in meditazione davanti al tramonto, sognando ad occhi aperti di trasformare Li Galli in un centro d’arte che sposasse insieme la danza, la musica e la pittura. 

 

Tra quelle rocce, sotto il sole, egli creò tante delle sue più belle coreografie.

 

Tra quelle rocce, sotto il sole, egli creò tante delle sue più belle coreografie. La forza della natura nel 1964 demolì l’anfiteatro che Massine stava facendo costruire, in quel periodo egli scrive: “ero sull’isola a quel tempo e, precipitandomi fuori, vidi enormi pezzi di calcestruzzo frantumarsi in mare. Ma non sono scoraggiato e ho in programma di continuare con l’anfiteatro che ho disegnato secondo i modelli che ho visto a Siracusa, con l’aggiunta di una diga marittima per proteggerlo dalle tempeste. Quando tutto il lavoro sarà completato, intendo stabilirvi una fondazione che manterrà l’isola come un centro artistico (…)”.

Nel 1979 dopo la sua morte il figlio vendette Li Galli 

al grande ballerino Rudolf Nureyev

 

giunto un giorno a Positano per l’appunto a ritirare il Premio “Léonide Massine” per l’arte della danza.  

 

Nureyev si recava a villa Massine durante il mese d’agosto, egli personalizzò l’arredamento della casa donandole uno stile da Mille e una notte: drappeggi, cuscini e statue adornavano l’ambiente conferendole un fascino ricercato ed orientaleggiante.

Egli fece anche ricoprire le camere con sontuosi mosaici turchi e andalusi, 

vestito di stoffe preziose e dal suo tipico basco, animava l’ambiente 

con il suo spirito inquieto, sempre pronto ad ospitare 

amici e talentuosi ballerini.

Quanta bellezza in quell’isola che lo aveva accolto e che aveva nutrito e stimolato a lungo la sua arte e il suo spirito, quella terra che egli si inchinò  a baciare con gli occhi colmi di lacrime e il cuore gonfio di gratitudine, prima di salutarla per l’ultima volta e di non farvi più ritorno.   

 

Il suo genio aveva trovato ispirazione e pace in quel di Li Galli, regalando al mondo un artista completo, esibizionista e stravagante, che un giorno aveva confidato ad un amico: “tutto quello che si fa col corpo: la danza, l’amore, è armonia e bellezza”.

E forse da lontano, magari da sopra ad una barca o a un piccolo scafo, 

osservando quel piccolo arcipelago a forma di delfino


che ad oggi appartiene ad un privato, lasciandoci andare alla musica del vento e al canto dei gabbiani, potremo osservare lo spirito di quel grande ballerino che come un uccello volteggia su quella terra baciata dal sole, circondata dalle acque profonde del mare.

Ecco in lontananza Massine e Nureyev, intenti a danzare e a contemplare la natura, 

a creare le loro coreografie in comunione con quella vocazione artistica 

che ne diviene espressione,

essi ci ricordano di trovare rifugio in seno alla natura grezza, viva, irruenta, liberi di manifestare quel talento che brilla in ogni uomo come la piccola miccia di un grande fuoco. Angoli di paradiso sono disseminati nella nostra bella terra, luoghi che possiamo scoprire di volta in volta, rispecchiando il nostro sguardo curioso in località sconosciute ai molti, luoghi incantevoli amati da grandi artisti e personaggi e Li Galli è una di queste.   

 

Chissà che un giorno il richiamo delle Sirene si farà più forte e un nuovo talento abiterà l’isola ridando vita al sogno di Massine

 

 

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 Stelle al Sud

 

Stelle al Sud

 

Con la serie “Stelle al Sud” Myrrha va alla ricerca di alcuni tra i tanti personaggi celebri la cui arte si è in qualche modo intrecciata con la natura incontaminata di un Sud selvaggio e incantatore, divenuto per essi fonte di ispirazione, talvolta dimora d’elezione.

 

 

MUSEO DELLE CERAMICHE DI CASTELLI – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre

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museo delle ceramiche di castelli

 

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Castelli

 

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Istituito nel 1984 ed ospitato nel Chiostro dell’ex Convento dei Francescani, inagibile dopo il sisma del 2009, è attualmente ospitato nel Palazzo Municipale dell’Artigianato. Il museo offre una straordinaria testimonianza della produzione ceramica fiorita nel piccolo centro alle pendici del Monte Camicia, nel gruppo montuoso del Gran Sasso, ripercorrendo la storia della tradizione maiolica castellana, dall’alto medioevo sino ad epoche a noi prossime.

Di particolare interesse l’esposizione di 200 mattoni smaltati 

e decorati con motivi geometrici e naturalistici, oltreché religiosi, 

realizzati nel ‘500 dalle maestranze locali per coprire 

la volta della chiesetta dedicata alla Vergine;


essa lasciò il posto, nel 1615, alla Chiesa di San Donato, i cui soffitti a capriate furono analogamente coperti in maioliche, progetto unico nel panorama ceramico rinascimentale italiano. Oltre ad alcune opere di Orazio Pompeo e della sua bottega nonché alle splendide creazioni realizzate fra il ‘600 e l’800 dalle celebri dinastie di maiolicari quali i Grue, i Gentili, i Fuina e i Cappelletti (piatti, versatoi, vasi, fiaschi, pannelli), nel museo si possono ammirare alcuni esemplari di vasi farmaceutici della produzione cd. Orsini-Colonna, oggetto di ricercato collezionismo delle più importanti raccolte d’arte del mondo, dal Louvre al British al Metropolitan all’Ermitage, il quale ultimo conserva anche 80 manufatti prodotti a Castelli fra il ‘500 e il ‘700, di altissima qualità artistica.

 

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PALAZZO DELLE SEZIATE – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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palazzo DELLE seziate

 

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Cagliari

 

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Nella importante piazza Indipendenza a Cagliari, si trova il Palazzo detto delle “Seziate”, cioè delle sedute presiedute dal Vicerè che, nella sua qualità di capo supremo della magistratura, ascoltava “paternalisticamente secondo l’uso e la mentalità dei tempi”1 le suppliche dei carcerati che gli pervenivano dall’attigua Torre si San Pancrazio. 

Costruito in un’epoca non precisabile, deve l’attuale struttura architettonica 

e, soprattutto, la facciata a un rifacimento del 1838, 

voluto dall’allora Re Carlo Alberto, come ricorda 

un’iscrizione sul prospetto.

 

 

Con il suo grande arco, chiamato “sortita di San Pancrazio”, separa Piazza Indipendenza da quella dell’Arsenale. 

Quando le carceri vennero trasferite alla fine del XIX secolo, vi si sistemò la pinacoteca insieme con gli uffici del museo e della Soprintendenza per i Beni Archeologici, trasferita poi alla Cittadella dei Musei2. 

 

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 Fonte: http://sardegnadigitallibrary.it/

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1- Nonnis G.L., Cagliari. Passeggiate semiserie. Castello, Cagliari, 2007, p. 55.  

2 Spano G., Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861

 

FURORE E IL FIORDO di Aurora Adorno – Speciale aglie fravaglie – Maggio-luglio 2020

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FURORE    E IL FIORDO

 

CASE

così come sopra le nostre teste” (Henry David Thoreau).

Esistono dei luoghi suggestivi, siti naturali sconosciuti ai molti, che hanno attratto raffinate celebrità di un passato non lontano e fatto la storia della musica, della danza, della pittura, del cinema e delle arti tutte.   

 

Non lontano dalla celebre Capri, l’isola che ha fatto da sfondo alle più belle storie all’italiana degli anni’50 con film come L’imperatore di Capri di Comencini, che vide il genio indiscusso di Totò girare tra i vicoli dell’isola o La baia di Napoli con Sophia Loren e Clark Gable già immortalati come star internazionali di altissimo livello,

angoli di paradiso sono stati apprezzati da raffinati estimatori. 

 Località come Furore appunto, il piccolo borgo marinaro, 

che ispirò uno dei più grandi o forse il più grande 

dei registi italiani: Roberto Rossellini,


padre del neorealismo, colui che più di molti ha reso celebre la nostra bella Italia immortalandone gli usi e le abitudini, e rendendo celebri luoghi dalla bellezza mozzafiato, senza tempo. 

Il regista si innamorò del magico Fiordo tanto da girare uno dei suoi lungometraggi intitolato appunto L’amore nel 1948. Pare che la storia sia stata ispirata al regista dalla compagna che visse con lui in quel di Furore e che

prese parte alle riprese: l’insuperabile Anna Magnani,

 

che proprio con questo film vinse il premio come migliore attrice protagonista.   

 

Furore si trova incastonata nella variopinta cornice della Costiera Amalfitana, tanto che a guardarla da lontano ci appare come il piccolo pezzo di un puzzle consacrato tra i borghi più belli d’Italia e considerato dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale. 

Ancora d’amore si parla nel piccolo paese arroccato sull’altopiano di Agerola, difatti,

 

giunti nel centro storico si trova il Giardino della Pellerina 

e il viale denominato Cupido,

formato da quaranta pilieri laterali che ne tracciano il percorso, rivestiti di raffinate maioliche adornate da colombe variopinte. 

Il piccolo viale è percorso da panchine sulle cui spalliere sono incisi versi d’amore di D’annunzio, strofe di Vasco Rossi, Tiziano Ferro e di altri artisti internazionali; il percorso finisce nella piazzetta Afrodite in cui l’acqua zampilla nella Fontana dalle sette cannelle.   

 

Tra le casette bianche dai tetti rossi spicca Il muro dipinto, 120 opere tra dipinti e murales realizzati dal 1983 da artisti italiani e stranieri. In questo piccolo paese che conta pochi abitanti, si fa spazio il Fiordo, una profonda insenatura della roccia, sopra il torrente Schiato.

È dalle onde furiose che imperversano sugli scogli che ne deriva appunto 

il nome Furore, titolo di questa bella opera scolpita dalla natura stessa.

 

I vari percorsi di trekking e la vicinanza con Positano ed Amalfi la consacrano a meta ispirata e bella, lontana dal caos e dalle località turistiche chiassose e caotiche. 

Il paese che non c’è, così chiamato a causa della sua forma, come se le case fossero pennellate di colore che ad un certo punto spuntano lateralmente dalla montagna, conserva al suo interno la Chiesa a tre navate di San Giacomo, con i famosi affreschi e dalla quale si può ammirare il panorama mozzafiato.

 

Sembra quasi di vederla la Magnani, disperarsi per il suo amore, 

tra la natura rocciosa del paese, col sole che le illumina il viso 

negli anni che furono. 

Suggestivo l’omaggio che Rossellini fa all’inizio della seconda pellicola in bianco e nero, impreziosita dalle imperfezioni del tempo: questo film è l’omaggio all’arte di Anna Magnani. 

E quale amore più grande, di quello che apprezza e riconosce nell’altro la propria grandezza, il proprio valore, l’espressione pura dell’anima? 

Come lei stessa disse una volta: “Rossellini aveva capito, io sono fatta così: tutta istinto, nature, come dicono i francesi, nella vita e nel lavoro. Bisogna prendermi così se si vuole che faccia qualcosa di buono”.

In questo film diviso in due episodi: una voce umana, pièce teatrale di Jean Cocteau 

e il miracolo, il cui soggetto vede la firma del grande Federico Fellini, 

è espressa tutta la bellezza di Furore,

 

con la Magnani immensa nella sua semplicità, distesa nell’erba a scrutare il cielo mentre racconta ai santi le sue pene d’amore.   

 

Quanta grandezza in quest’opera, nelle riprese a campo lungo in cui l’obbiettivo mette in risalto, come in una sorta di microscopio, ciò che il personaggio sente e vede e come la natura circostante risponde.

 

Ed è proprio Fellini il San Giuseppe che convince la donna considerata dal paese non normale, che vive all’aperto, nella natura con le capre, 

di trovarsi davanti ad un inaspettato miracolo,

racchiudendo l’opera in una sorta di provocazione. Ecco che ancora una volta i luoghi nascosti del nostro bel paese vengono posti in risalto dall’arte.   

 

In essa artisti e poeti trovano ispirazione e la natura ancora una volta fa da protagonista, in uno scambio continuo che diviene dialogo tra la nostra storia, il presente e il futuro che guardando davanti a noi, con la chiesa di San Giacomo alle spalle, possiamo osservare. 

Ecco riassunta in Furore e nel Fiordo tutta la bellezza delle vecchie pellicole, dei dipinti e delle opere d’arte custodite in questo piccolo borgo pervaso dal profumo del mare che fa capolino sulla celebre e bella Costiera Amalfitana.  

 

Stelle al Sud 

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Stelle al Sud

 

Con la serie “Stelle al Sud” Myrrha va alla ricerca di alcuni tra i tanti personaggi celebri la cui arte si è in qualche modo intrecciata con la natura incontaminata di un Sud selvaggio e incantatore, divenuto per essi fonte di ispirazione, talvolta dimora d’elezione.

 

PALERMO AL PROFUMO DI ROSE di Franca Minnucci – Speciale aglie fravaglie – Maggio – Luglio 2020

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PALERMO AL PROFUMO DI ROSE

 

il 18 maggio, e D’Annunzio firma dalle pagine de “La Tribuna“ un articolo dal titolo Piccolo Corriere. 

In quel servizio giornalistico il poeta abruzzese riporta, traducendo direttamente dalle pagine de “Le Figaro”, il viaggio che in quel momento Guy de Maupassant faceva in Sicilia e che lo scrittore raccontava sulla famosa testata francese. 

D’Annunzio conosceva Maupassant per essere discepolo amato di Flaubert, il più “gaulois” dei novellieri giovani, autore della Maison Tellier che aveva pubblicato per i tipi di Victor Harvard. Sapeva del nuovo romanzo, Bel Ami, che non era ancora giunto a Roma, ma la cui uscita lui aspettava trepidante.

 

Quello che più colpisce D’Annunzio è un racconto che Maupassant fa, 

visitando Palermo sulle orme di Wagner;

 

questo binomio, questo rincorrersi fra le vie di Palermo di così grandi personaggi non poteva sfuggire a D’Annunzio, che del musicista tedesco era follemente innamorato. Wagner era giunto in Sicilia nell’inverno del 1881, cagionevole di salute, era alla ricerca di climi dolci e mediterranei. Aveva fatto sosta prima in diverse città del Sud e si era fermato a Ravello sulla costiera amalfitana.

Era rimasto affascinato da Villa Rufolo,

 

che è all’interno di un grande parco, con resti imponenti di architettura arabo-normanna intelligentemente recuperati qualche anno prima con un avanguardistico restauro conservativo, e resi godibili dal nobile scozzese Francis Nevile Reid. Ancora oggi si respira il passaggio di Wagner in quei luoghi e ci sembra di vederlo, di incontrarlo, sentire ancora la sua presenza, le sue arie, le sue melodie nel festival di musica classica che vive di esecuzioni sinfoniche prevalentemente del compositore tedesco; e che ancora si tiene in quel luogo.

Wagner, ideando il Parsifal, è così suggestionato dagli ambienti del parco 

che colloca a Villa Rufolo il giardino dove si riuniscono 

i Puri Cavalieri custodi del Santo Graal,

 

immortalando per sempre quegli ambienti nell’opera! 

Dopo il soggiorno a Ravello, Wagner giunge a Palermo e viene ospitato per qualche periodo con la moglie, Cosima Liszt, e il figlio Siegfried al Grand Hotel delle Palme. 

E cosa racconta Maupassant? Di voler vedere l’appartamento occupato da Wagner in quell’albergo, da quell’uomo così geniale, perché «mi pareva», dice testualmente «che egli avesse dovuto metterci qualche cosa di suo e che io avrei sicuramente ritrovato in un oggetto da lui amato, una sedia, un tavolo qualunque cosa, qualunque segno potesse indicare il suo passaggio e la traccia di una sua mania, di una sua abitudine, insomma della sua vita. Allora in primo momento – dice Maupassant – io non vidi nulla, vidi soltanto un bell’appartamento d’albergo, elegante, poi mi indicarono invece i cambiamenti fatti da lui e cominciarono a mostrarmi, proprio in mezzo alla stanza, un posto che aveva un gran divano su cui egli accumulava i tappeti luminosi e ricamati d’oro.

Ma io a quel punto aprii l’armadio e un profumo dolce, possente, ne uscì. 

Come una carezza di un’aura che fosse passata sopra un campo di rose.


Allora il padrone dell’albergo che mi conduceva mi disse: “Sì, là dentro egli era solito chiudere la biancheria dopo averla impregnata di essenza di rose, l’odore non se ne è mai andato e non se andrà mai più.” Io respiravo quell’alito di fiori chiuso nel mobile, dimenticato, prigioniero, e mi pareva di ritrovare qualche cosa di Wagner, in quell’alito che egli amava, mi pareva di ritrovare un po’ dell’anima sua in quel nonnulla delle consuetudini care e segrete che formano la vita intima, quella più bella, quella più vera, di un uomo.»1 
 

Questo episodio legato ad un profumo, un evento così impalpabile, è di una forza espressiva, la più potente che si possa immaginare e mette insieme, fonde nello stesso momento, l’emozione di tutti. 

 

Un filo rosso che conduce da Wagner a Maupassant a d’Annunzio 

e che ha come teatro Palermo, 

 

come quinta il Grand Hotel siciliano noto a noi tutti, perché è stata una dimora di Wagner ma è stata anche una dimora importante nella vita e nel pensiero di Maupassant e di D’Annunzio Il poeta beve quel profumo, lo sente e lo sentirà per sempre come essenza della armonia, della bellezza della poesia e lo inseguirà tutta la vita in quel progetto del teatro en plain air. Un sensibile intellettuale come lui avverte da subito la grande potenza comunicativa e di rinnovamento del pensiero e del progetto wagneriano, quello di Bayreuth che sarà il sogno irrealizzato suo e di Eleonora Duse.

Wagner, nel suo soggiorno isolano, si innamora follemente dì Palermo, 

la città con i suoi colori, profumi, sapori gli entra nelle fibre, lo possiede, 

lo seduce e scioglie sempre più la sua ansia comunicativa 

e la sua ispirazione artistica.

 

La città che profuma di zagare e gelsomino, con i suoi mille giardini che la dipingono di verde e quel magico sole che gli fanno sempre ripetere: “Qui c’è soltanto primavera ed estate”. Fu molto ricambiato dai palermitani e amato dalle famiglie aristocratiche del tempo, i Lanza, i Mazzarino, i Tasca d’Almerita, che facevano a gara per ospitarlo nelle proprie residenze nobiliari, dove spesso egli si esibiva al pianoforte. Il soggiorno di Wagner in Sicilia era seguito da tutto il resto del mondo dove il grande musicista era conosciuto e amato.

 

Renoir si recò appositamente a Palermo per fargli il ritratto, il più noto fra tutti, 

quello che oggi si trova al  Musée  d’Orsay di Parigi.


Wagner finì di comporre il Parsifal il 13 gennaio 1882 e lasciò Palermo il 20 marzo successivo, con un concerto d’addio a Villa Tasca. Prima di congedarsi, fece omaggio, come ricordo, della bacchetta con la quale aveva diretto, per l’ultima volta, un piccolo
ensemble orchestrale nell’esecuzione della melodia “Tempo dei Porrazzi”, dedicata alla padrona di casa, donna Beatrice Tasca. Al suo ritorno in Francia, Guy de Maupassant aveva pubblicato un primo resoconto, ancora un po’ sommario, dei propri “vagabondaggi“. I racconti dei viaggi, nella versione definitiva, appariranno successivamente in tre volumi: Au Soleil (1884), Sur l’eau (1888) e La Vie Errante (1890). Quest’ultima in particolare contiene un brano notevolissimo, degno di divenire uno slogan per la Sicilia: è “La Sicile”, capitolo che narra il viaggio effettuato da Maupassant nella “perla del Mediterraneo” (la definizione è sua), quello della primavera del 1885 tradotto e pubblicato dal poeta pescarese, come abbiamo detto, nelle pagine della “Tribuna”.

 

Come gran parte dei viaggiatori stranieri, il narratore francese è attratto soprattutto 

dai monumenti antichi, che ai suoi occhi rendono l’isola mediterranea 

“un divino museo di architetture”. 

 

«La Sicilia – annota – ha avuto la fortuna d’essere stata posseduta, di volta in volta, da popoli fecondi, venuti ora dal nord ora dal sud, i quali hanno costellato il suo territorio d’opere infinitamente varie, in cui convergono, in modo seducente e inatteso, gl’influssi più distanti. Ne è nata un’arte speciale, sconosciuta altrove, in cui domina certo l’influenza araba, incalzata da ricordi greci e perfino egizi; in cui le severità dello stile gotico, introdotto dai Normanni, vengono mitigate dalla scienza mirabile della decorazione bizantina.»2

 

Con il ritmo e nei modi di un reportage, il narratore francese annota l’arte architettonica dei Greci di Sicilia, lo stupore della Cappella Palatina, “la meraviglia delle meraviglie” per la sua bellezza ”colorata e calma”, quel sublime miracolo di fusione di arte latina-bizantina-araba e di altri monumenti normanni.

 

Le suggestioni dell’area dello zolfo, la natura dell’Etna e di Lipari, il sole, i sapori, i colori della Conca d’Oro. Rimane sedotto, prima ancora di vederla, dalla Venere Landolina di Siracusa, la Venere Anadiomene che aveva “incontrato” per caso in un catalogo. «Nell’album di un viaggiatore avevo visto la fotografia di questa sublime femmina di marmo e me ne ero innamorato come ci si innamora di una donna. Fu forse per lei che mi decisi a intraprendere questo viaggio; di lei sognavo e parlavo in ogni istante, prima ancora di averla vista!» La sua visione lo turberà e lo ammalierà fino a fargli scrivere: «La Venere di Siracusa è una donna ed è anche il simbolo della carne (…) non ha testa che importa? E’ un corpo di donna che esprime tutta l’autentica poesia della carezza (…) la donna che nasconde e rivela l’incredibile mistero della vita.»3 Dinanzi a lei resta estasiato e attratto dalla carnalità di quel corpo sensuale e morbido e a lei dedica le pagine più intense del diario.  

Al di là di ogni sdolcinato sentimentalismo,

 

il diario di Guy de Maupassant, è uno dei più alti inni alla Sicilia di tutti i tempi.

 

Questo racconto – resoconto segna forse il contatto più sensuale che mai un narratore abbia avuto con una terra, una città. L’episodio dell’albergo delle Palme fa riferimento ad un raro modello estetico di fusione emotiva e sensoriale .Quel profumo unisce tre grandi della letteratura ed è artefice di una strana alchimia e di impalpabili vibrazioni. Si è tradotto in note, in armonie, in parole se è vero, come dice Friedrich Nietzsche, che ogni parola, ogni suono ha il suo odore e che c’è un’armonia e disarmonia degli odori ed anche dei suoni e delle parole. Il Profumo annidato e nascosto nei recessi delle loro anime è riemerso come emozione pura, come suggestione, turbamento, eccitazione e questo patrimonio unico, eccezionale rende omaggio e lode alla storia e alla vita di un paese, di una città: a quella fantastica Palermo profumata di rose che già i Punici avevano chiamata “Ziz”, e cioè fiore.

 

 

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1 – Gabriele d’Annunzio, “scritti giornalistici 1882-1888”, Milano, Mondadori Editore, 1996, p. 335 

2 – Guy de Maupassant, La Sicilia , Palermo, Sellerio,1990.p.128 

3 – Guy de Maupassant, op. cit., p. 247

 

LE REALI FERRIERE DI MONGIANA di Stefania Conti – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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LE REALI  FERRIERE    DI MONGIANA

 

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è una paese di poco più di 700 abitanti. Piccolo, case basse, squadrate e immerse in un mare verde di faggi e abeti bianchi: le Serre regionali del Vibonese.

Questo piccolo centro ha un interessante museo, il Museo delle Reali Ferriere Borboniche. Installazioni digitali interattive che sviluppano come un racconto la “Vicenda Mongiana”. Restaurata nel 2013, l’antica fabbrica d’armi, mostra tutto il processo dall’ estrazione del ferro, alla forza motrice.  

 

E poi, carbone, viabilità, tecnologie e produzioni, condizione operaia.

 

A poca distanza sorgono i resti del complesso, una enclave 

di archeologia industriale in mezzo ai boschi.

 

Al momento non sono visitabili, ma si sta procedendo alla loro ristrutturazione. L’auspicio è che il sito si possa aprire al pubblico al più presto perché degno di essere visitato anche per l’originale forma architettonica e per la storia della zona in cui sorge visto che etruschi, greci, romani, bizantini e normanni, prima dei Borbone, vi estraevano i minerali per la costruzione di utensili e di armi. 

 

Tanto interesse per un paese così piccolo ha una spiegazione. Semplice e triste. Mongiana è stato un esempio di industrializzazione nel Sud, voluto dai Borbone, con una produzione di alta qualità, grande quantità, un avanzatissimo progetto sociale e – diremmo oggi – un buona politica ambientalistica (al Nord allora tutto questo non era nemmeno concepito e concepibile). Un progetto di eccellenza ucciso dall’Unità d’Italia. 

 

La confluenza di due fiumi – il Ninfo e l’Allaro – la presenza di legno pregiato, la ricchezza di minerali ferrosi disponibili, facevano della zona di

Mongiana il luogo ideale per un impianto di base per la produzione 

di materiali e semilavorati ferrosi (rifiniti sia in loco, 

che presso il polo siderurgico di Pietrarsa).


Fu così che tra il 1770 e 1771 nacquero le Reali Ferriere e Officine Borboniche, con miniere e fabbriche che rifornirono tutta l’Europa. Un luogo capace di attrarre forza lavoro con maestranze altamente specializzate. Mongiana arrivò ad impiegare 1.500 operai, con l’indotto oltre 2.000. In alcuni periodi addirittura 2.550-2.800. 

 

Mongiana sorse in soli due anni grazie all’opera infaticabile e alla mano esperta dell’l’architetto e urbanista Mario Goffredo. Insieme con gli stabilimenti, entrati subito in produzione, sorsero rapidamente anche abitazioni di maestranze e  un moderno villaggio al polo collegato.

Con lungimiranza sorprendente ed encomiabile Ferdinando IV dispose che il taglio degli alberi necessari alla costruzione degli insediamenti abitativi 

ed industriali avvenisse in modo razionale e controllato.

In pratica si attuò un sistema di taglio a rotazione che consenti la conservazione, la riproduzione e la tutela del vasto patrimonio boschivo della regione interessata dai lavori. Una lungimiranza che oggi chiameremmo ambientalista, ma che, soprattutto, viene rarissimamente osservata dalle aziende dei nostri tempi. Così come lungimirante era la politica verso gli operai: quelli in miniera lavoravano 8 ore, quelli in fonderia 10. Niente lavoro dei bambini o delle donne.

Nel resto d’Europa erano ben lontani dal consentire, in quei tempi, 

ritmi analoghi, che, per l’epoca, potremmo definire 

quasi a misura d’uomo.


Ce lo racconta Vincenzo Falcone nel suo libro “ Le Ferriere di Mongiana, un’occasione mancata”. 

 

Che cosa usciva dalle Ferriere? Di tutto: campane, ruote di ferro, chiavi, argani, armi di ogni genere, leggere e pesanti, rotaie.

Da Mongiana provenivano i binari della prima ferrovia italiana: la Napoli Portici.

E si collezionavano primati, nella realizzazione di forni e di macchine industriali ed agricole, all’avanguardia per gli standard dell’epoca, sia in Italia sia all’estero. 

 

Con l’arrivo dei francesi le cose andarono ancora meglio. Con Gioacchino Murat, nel 1814 furono incrementate le produzioni ferriere, tanto da far crescere ancor di più il villaggio. 

 

Ma tutto precipita con l’arrivo dei Savoia.

Alla caduta del Regno e con il suo inserimento nello Stato Italiano 

fu progressivamente diminuita la produzione


privilegiando le industrie del Nord Italia. Si puntò tutto su Terni, con la scusa che era più difendibile da eventuali attacchi nemici (Mongiana era abbastanza vicino al mare: le merci venivano portate a Pizzo calabro e da lì per nave a Napoli). Ai mongianesi non restò altro che emigrare. 

 

Chi restò si ribellò ai nuovi padroni. Subito dopo l’annessione al Piemonte, sommosse e rivolte popolari si moltiplicarono.

Le donne, mogli, madri, sorelle, scesero in piazza con gli operai delle Ferriere


inalberando la bandiera bianca con i gigli e destando lo stupore degli ufficiali al comando delle truppe sabaude chiamate a sedare le sommosse. Per loro, l’annessione, significò soprattutto la perdita di un lavoro o di un reddito sicuro. Nel 1875 la ferriera passò definitivamente di mano, acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, divenuto deputato del Regno Sabaudo. Fazzari la chiuse dopo soli sei anni, dopo aver sfruttato le residue risorse e venduto le giacenze. Finì in questa luce opaca il più grande polo siderurgico della penisola.

 

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 Foto gentilmente concesse dal Sindaco di Mongiana Arch. Francesco Angiletta