SICILIA GRAND TOUR DI FABRICE MOIREAU di Gaia Bay Rossi – Numero 11 – Luglio 2018

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SICILIA              GRAND TOUR DI FABRICE MOIREAU 

 

 

 

 

“È in Sicilia che si trova la chiave di tutto. La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra… chi li ha visti una sola volta li possiederà tutta la vita”.

Così scriveva Goethe in una delle sue famose lettere durante il suo primo viaggio in Italia nel 1787.

 

E Goethe fu solo il più noto dei giovani aristocratici che a cavallo 

tra Settecento e Ottocento si recarono in un lungo viaggio in Italia 

con lo scopo di perfezionare il loro sapere 

e ammirare l’arte e la natura locali.


Tappa fondamentale era la Sicilia, con i vulcani, i monumenti greci e barocchi dell’isola, considerata nel 1827 dall’architetto e scrittore Friedrich Maximilian Hessemer come un “puntino sulla i dell’Italia, […] il resto d’Italia mi par soltanto un gambo posto a sorregger un simil fiore”. 
 
A distanza di quasi due secoli e mezzo, riportiamo quella storica esperienza di viaggio ai giorni nostri con la mostra “Sicilia, il Grand Tour” che vede protagoniste le straordinarie opere del francese Fabrice Moireau, uno dei più grandi acquerellisti al mondo, e i testi del giurista Lorenzo Matassa che danno risalto alle opere, donando loro una personalità ancora più forte. La mostra, in vigore dall’8 maggio al 22 luglio 2018 a Palazzo Cipolla a Roma, è promossa e realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte, in collaborazione con la Fondazione Federico II. 
 
Il percorso espositivo, ampio, ben organizzato e illuminato, ci porta di città in città, riproducendo monumenti, architetture, scorci, panorami, dettagli di una Sicilia tutta da scoprire. Il Prof. Avv. Emanuele, patron dell’iniziativa, ci fa notare che

nel mirino delle pennellate di Moireau ci sono “edifici, chiese, strade, angoli noti 

e meno noti di un’isola che è un vero caleidoscopio di culture ed architetture:


punica, romana, araba, bizantina, normanna, barocca, art noveau, la Sicilia fu meta e crocevia di popoli e tradizioni millenarie destinati a lasciare il segno nella Storia dell’intera area mediterranea. Questo percorso espositivo è una vera poesia, un inno all’isola che indusse Federico II di Svevia ad affermare che era a tal punto felice di vivere in Sicilia da non invidiare a Dio il Paradiso”. 
 
Tutto questo Moireau lo ha saputo riprodurre nei minimi dettagli, mostrando, tra le altre, la bellezza di città come Palermo, Trapani, Marsala, Catania, Siracusa, e poi aree archeologiche importanti ed antiche quali Segesta e Selinunte,

ma ancora ha voluto presentarci il volto dei piccoli e romantici borghi rurali, 

la campagna con i suoi colori e i frutti del lavoro, e infine il mare 

in tutte le sue sfaccettature, dalla candide spiagge, alle onde 

che si infrangono sugli scogli, ai porti tranquilli, 

ai litorali famosi per la loro bellezza come 

Scopello, San Vito lo Capo, Taormina. 


Moireau, cittadino del mondo, ma ormai stanziale nella capitale spirituale dell’arte, Firenze, ha percorso il suo personale Grand Tour in Sicilia per ritrarre dal vivo e sul luogo tutte le vedute della mostra, accompagnato dal suo inseparabile zaino colmo degli attrezzi da lavoro: tavolozza, pennelli, colori, fogli bianchi e il portatile sgabello pieghevole.
 

“Da trent’anni vado in giro per il mondo e disegno quello che vedo – 

dice l’artista Moireau – La Sicilia è unica. È un piccolo continente, 

con mare, montagna, paesaggi, arte e storia.


E poi i siciliani così speciali. Cosa mi è rimasto più impresso? Difficile dirlo, ma certamente il Tempio di Segesta mi ha emozionato. Come una farfalla rimasta poggiata lì da secoli”. “Sicilia, il Grand Tour” è anche un libro edito dalla Fondazione Tommaso Dragotto, con i circa 400 acquerelli di Moireau, arricchiti dal racconto del magistrato scrittore Lorenzo Matassa.

 

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LA BARCA DI ISIDE IL PAPIRO E LA SCRITTURA di Gaia Bay Rossi – Numero 10 – Marzo 2018

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LA BARCA
DI ISIDE 

IL PAPIRO E 

LA SCRITTURA 

Cosa non può l’ingegno? 

Ecco che il palustre papiro, 

ridotto dalla lama in strisce larghe e sottili, 

dà ai mortali lo strumento della carta. 

Allora per la prima volta gli amici lontani 

poterono mandare e ricevere dolci messaggi. 

Vennero poi i codici in onore: 

allora tutti ad esercitare l’animo con gli studi, 

a dirozzare le menti incolte: 

il papiro raffinò il cuore dell’uomo 

e tanta scienza si dispiegò in tanti libri”. 

(Jean Imberdis, 1693)

Quest’antica scritta accoglie i visitatori del Museo del Papiro di Ortigia (Siracusa), un piccolo gioiello incastonato nell’ex convento di Sant’Agostino fondato dai professori Corrado Basile e Anna Di Natale nel 1987, unico museo esistente interamente dedicato al papiro e ai suoi usi, che nel 1995 per la sua importanza scientifica e didattica, è stato inserito nell’elenco finale dei musei selezionati per il prestigioso premio European Museum of the Year. L’ignaro visitatore che si appresta ad attraversare il portone dell’ex convento non può minimamente immaginare quale universo gli si stia per aprire davanti,

 

un mondo incantato di reperti in papiro che riportano 

agli albori della civiltà.

 

Sì, perché il papiro Cyperuspapyrus L. non è solo la pianta da cui si traeva il materiale per gli antichi fogli ad uso scrittorio ma è una specie erbacea perenne che consente la produzione – e così è stato in Egitto sin dal 3.000 a.C. e poi in Palestina e in tutto il mondo greco-romano – di particolari corde, vesti, calzature, recipienti e anche piccole imbarcazioni. Sono proprio tre leggere barche in papiro uno dei fiori all’occhiello del Museo del Papiro.

 

Nei suoi viaggi di ricerca in Africa, il professor Basile si recò prima 

in Etiopia, dove recuperò due delle tre barche presenti al museo costruite nei laghi Tana e Zwai, 

 

e dopo nel lago Ciad, dove andò sia per studiare l’origine della pianta e i tassi di crescita nelle diverse condizioni ambientali, sia per documentare i processi di costruzione delle barche con la tecnica usata dai pescatori Buduma, e dove riuscì ad ottenere una delle ultime “kedeje” con la poppa tronca e la prua rialzata. Le tre barche gli furono anche richieste da un importante museo all’estero, ma lui le ha sempre custodite, rendendole parte integrante dei beni stabili del suo Museo del Papiro. D’altra parte, oltre ad essere degli esemplari rarissimi, rappresentano secoli di storia, tradizioni e leggende. Le barche in papiro, infatti, hanno una storia antichissima, basti pensare che ne abbiamo testimonianze da autori antichi e anche nei passi biblici. Come ci ricorda il prof. Basile, Isaia descrive i viaggi degli ambasciatori etiopi dall’Egitto alla Palestina su barche di papiro, e nell’Esodo è scritto che la madre di Mosè mise il figlio in un cestello di papiro. 

 

Altre testimonianze antiche narrano la leggenda secondo cui 

in nessun caso un coccodrillo avrebbe attaccato chi navigava 

su un’imbarcazione in papiro per rispetto alla dea Iside 

che ne aveva utilizzata una lungo il Nilo alla ricerca 

del corpo straziato del marito Osiride.

 

Ma questo è solo un tassello della ricca collezione del Museo. Oltre alle imbarcazioni,

 

il museo espone la collezione di papiri faraonici del XV sec. a.C., 

ieratici, demotici, greci, copti e arabi, poi alcuni manufatti in papiro, 

come corde, che fabbricate nell’antico Egitto venivano esportate 

in tutto il Mediterraneo,

 

sandali, fabbricati sin dall’epoca faraonica, e recipienti utilizzati per conservare cibo o altri materiali; infine anche i papiri prodotti a Siracusa dal XIX secolo, con la manifattura della carta di papiro e i materiali e strumenti scrittori, come pigmenti di alcuni colori, penne e palette. Il ruolo svolto dal Museo del Papiro non è solo quello riguardante la parte museale vera e propria, ma è anche tutto ciò che concerne la ricerca scientifica e storica, gli studi sulla pianta, sul trattamento della carta papiracea e sulla conservazione dei papiri antichi. Non meno importanti gli studi sull’origine del papiro in Sicilia e l’uso della pianta nelle varie culture.  

 

Nel 2017 il Museo del Papiro, attraverso i due soci fondatori, è stato premiato dal Museo Egizio del Cairo per essere stato promotore 

sin dal 1998 del “Progetto di restauro dei papiri in Egitto” 

 

in collaborazione con istituzioni culturali e scientifiche egiziane, con lo scopo di favorire l’attività di ricerca e di studio nel campo del restauro dei papiri antichi, nonché per la creazione del più grande “Laboratorio di restauro dei papiri” all’interno del Museo Egizio del Cairo, che è operante dal 2005. Il Museo del Papiro di Siracusa è l’unica istituzione ad aver ricevuto dal Museo Egizio del Cairo un così importante riconoscimento, cui si aggiunge il decreto governativo che nomina Corrado Basile consulente per tutti i progetti di restauro dei papiri in Egitto.

 

Poiché le radici ci riportano spesso a casa, tra i vari rami di studio, 

il professor Basile si dedica anche all’indagine storica del papiro 

in Sicilia e alla tutela della pianta nell’ambiente fluviale 

del fiume Ciane e dei papiri della Fonte Aretusa di Siracusa. 

 

Il papiro è presente lungo le sponde del Ciane, il fiume di mitologica e storica fama che scorre a pochi chilometri da Siracusa. La caratteristica che rende unica quest’area protetta è che, se si esclude la piccola colonia di Fiumefreddo di Sicilia (Catania), il papiro del fiume Ciane è considerato l’ultimo superstite di una maggiore presenza in Sicilia nel versante orientale e in quello meridionale, ed è in assoluto la più grande colonia europea di Cyperuspapyrus L. Ma i papiri sono presenti fino nel cuore di Siracusa, a Ortigia, all’interno della Fonte Aretusa, uno dei monumenti più importanti e visitati della città, le cui piante sono state affidate alla cura e al mantenimento del Museo del Papiro, che peraltro possiede un’ampia documentazione archivistica delle piante della Fonte. Di questa fonte con i suoi papiri rimase affascinato anche Orazio Nelson che, quando sostò a Siracusa nel 1798, prima di affrontare Napoleone ad Abukir scrisse: “Grazie ai vostri sforzi noi ci siamo riforniti di viveri ed acqua, e sicuramente avendo attinto alla Fonte Aretusa, la vittoria non ci può mancare”. Nei secoli il papiro è stato utilizzato dai pescatori siracusani per intrecciare corde o dai contadini per legare covoni,

 

mentre le ampie chiome verdi erano impiegate come decorazione 

per ricoprire pavimenti di strade e chiese durante le festività.

 

Inoltre grazie alla vasta presenza della pianta, Siracusa sviluppò la produzione di carta di papiro sin dall’antichità per arrivare ai giorni nostri con alcune piccole eccellenze. Il prof. Basile ha iniziato a occuparsi negli anni Sessanta delle antiche tecniche di fabbricazione della carta di papiro e del restauro conservativo dei documenti papiracei antichi e oggi, all’interno del suo museo, spiega ai visitatori e agli studenti la manifattura della carta papiracea. Per riassumere in poche parole 

 

come sia possibile da una pianta arrivare a un foglio ad uso scrittorio,

 

si utilizza la porzione mediana del fusto raccolto nel momento di più idonea maturazione. Il fusto è liberato dalla scorza e tagliato in strisce (lunghe anche 40 cm). Dopo il pretrattamento con particolari soluzioni, le strisce vengono appoggiate su un panno e sovrapposte di qualche millimetro, formando un unico strato. Si procede poi con un secondo strato disposto perpendicolarmente al primo. Il tutto viene poi pressato con un torchio o un rullo. Traslando un nostro modo di dire molto conosciuto, possiamo in conclusione affermare che “del papiro non si butta via niente”. Abbiamo visto la vasta quantità di oggetti che venivano prodotti con questa pianta, ma non è finito: le ombrelle infatti erano usate anche nelle feste e nei riti funebri, i germogli più teneri venivano mangiati, lessi, arrosto o crudi, succhiando la parte più liquida e gettando la polpa, i rizomi erano utilizzati come ottima legna da ardere.

 

Così lo studio, la cura e la conservazione di questa straordinaria pianta hanno trasformato un piccolo museo di una città del sud 

in un’eccellenza internazionale,

 

con i suoi fondatori chiamati a partecipare a campagne di scavo in Egitto, convegni internazionali, inaugurazioni di biblioteche e musei in Egitto, pubblicazioni su riviste scientifiche, cattedre universitarie e riconoscimenti pubblici.

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CAMPI CITTA’ DEL LIBRO di Gianluca Anglana – Numero 9 – Dicembre 2017

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CAMPI CITTA’  DEL LIBRO

 

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da carmelo bene

Novembre 2017. 

Metti una sera in Puglia. Si sente odore di autunno: è quello dei camini accesi e della carne cotta alla brace. È già il crepuscolo e le strade brulicano ancora di vita. È la folla composta e discreta di coloro che amano i libri, di chi cerca la cultura. Capannelli di gente si formano davanti all’ingresso della Chiesa di San Giuseppe. A giudicare dalla sua facciata austera non diresti mai che, all’interno, svetta un altare centrale pregevolissimo, quasi un retablo spagnolo: un piccolo capolavoro, insomma, in cui riconoscere la firma di Giuseppe Cino, architetto tra i più insigni del barocco leccese..

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Palazzo Marchesale

“Campi città aperta”, si potrebbe dire, parafrasando Roberto Rossellini:
le vie del centro sono spalancate alla milizia del sapere.
I suoi monumenti s’illuminano a festa: accolgono
i pellegrini della conoscenza.


Si va a caccia dell’evento più attrattivo. Si sfida l’imbarazzo della scelta. Gruppi di curiosi stendono davanti agli occhi, come una mappa del metrò, il programma della Città del Libro, il festival dell’editoria giunto quest’anno alla sua ventiduesima edizione. Un bel traguardo, per Campi Salentina, il paese che se ne attesta la paternità e che lo ospita sin dal 1995. Un vanto per questa terra, vero motivo di orgoglio, per lo più snobbato dalla stampa nazionale, distratta dagli schiamazzi della politica e dal sensazionalismo della cronaca nera. L’Imam di Lecce, Saiffedine Maaroufi, al quale mi presento, si chiede, mi chiede: «dove sono i giornalisti?» Mi concede parte del suo tempo prima di tornare a Lecce. È un uomo dagli occhi sorridenti, dalla barba fitta e da quella, che mi sembra, una palpabile fiducia nel futuro. Il suo intervento è inserito nella Rassegna dal titolo I cammini dell’uomo verso un nuovo umanesimo. Si compiace dell’interesse della gente e si rammarica della scarsa attenzione dei mass media: un’assenza esecrabile, a mio modo di vedere, in un periodo storico in cui invece sarebbe più saggio investire sugli incontri, piuttosto che sui presunti scontri di civiltà. Scambiamo qualche parola: scopro che è originario della Tunisia. Commentiamo insieme il dibattito appena conclusosi tra la scrittrice Simona Toma e Sumaya Abdel Qader, blogger perugina, di origine giordana, oggi consigliera comunale della città di Milano nonché autrice del libro Porto il velo. Adoro i Queen. Molta la partecipazione, soprattutto al femminile: alcune lettrici hanno fame di conoscere, sono animate dalla curiosità e pongono alla Signora Qader domande sulla religione musulmana, sulla cultura araba e sulla condizione della donna nelle aree di fede islamica.

 

C’è una bella atmosfera a Campi, c’è voglia d’incontro, c’è il desiderio 

di capire e di capirsi, c’è la curiosità di conoscere meglio altri individui, altri popoli, altre culture, altre religiosità. C’è l’aspirazione 

a cercare elementi unificanti piuttosto che divisivi.

 

E non potrebbe essere altrimenti, visto che l’Edizione numero ventidue di Città del Libro è dedicata ad Abramo – leggo sulla pagina web del Festival letterario – «il cui nome significa ‘padre di molti popoli’» e costituirà un riferimento culturale fondamentale capace di far dialogare le letterature e i popoli che abitano l’area mediterranea e africana. Una moltitudine di nomi importanti: lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun; il Direttore Generale di Treccani, Massimo Bray; il giornalista Domenico Quirico; la giurista francese Jeannette Bougrab; la scrittrice inglese Nicolette James, solo per citarne alcuni. 

 

Dicembre 2017. È un mattino di sole. Negli uffici comunali, incontro il Sindaco di Campi Salentina, il Prof. Egidio Zacheo1, cui va l’indiscutibile merito di avere dato i natali alla Città del Libro nel 1995.

Fu l’inizio di un rinascimento: Campi, che fino ad allora saliva
alla ribalta delle cronache esclusivamente per fatti di malavita, 

cominciò a mutare volto, a credere maggiormente in se stessa – fregiandosi persino del titolo di Città grazie a un Decreto della Presidenza della Repubblica2 – e a tributare maggiore rispetto 

al suo passato sfavillante e ai suoi monumenti 

sia architettonici sia umani. 

 

Pochi sanno, ad esempio, che a Campi sorge uno dei rarissimi esempi di arte gotica nel Salento: si tratta dei resti della Cappella Maremonti, rinvenuti quasi per caso all’interno della Chiesa Principale. Pochi sanno che Campi è il luogo in cui è nato uno dei massimi artisti italiani del Novecento, Carmelo Bene, cui va il merito di avere cambiato per sempre il teatro italiano.

 

Perché il Sud migliore, quello produttivo e propositivo,
fatica ancora a fare notizia?

 

«Mi meraviglierei del contrario. In tutti i campi, il Sud ha maggiori difficoltà rispetto al resto d’Italia. Molti eventi, che si tengono nel Mezzogiorno, soffrono l’indifferenza dell’informazione. È un po’ ciò che è accaduto alla Città del Libro, la quale tuttavia quest’anno ha catalizzato un’attenzione maggiore perché la formula utilizzata è stata davvero innovativa: non si poteva non tenerne conto. Il 2017 ha segnato un cambio di passo, potremmo dire un salto di qualità. La Città del Libro è stata per anni la Fiera del Libro, cioè l’incontro di autori ed editori per pubblicizzare e far vendere libri: cosa del tutto legittima e positiva, per carità, sia benvenuta ogni iniziativa volta a fare vendere più libri. Quest’anno, però, abbiamo pensato a qualcosa di diverso. La nostra rassegna non poteva più essere la Fiera del Libro: doveva avere obiettivi culturali di più ampio respiro. Abbiamo voluto un evento che avesse un ruolo strategico, che fosse uno strumento di dialogo tra le varie sponde del Mediterraneo».

 

Un ponte tra le culture e le nazioni…

 

«Noi abbiamo creato e creiamo opportunità di dialogo in una fase storica in cui invece si amplificano il contrasto, l’incomprensione, persino il timore del diverso (pensi, ad esempio, al fenomeno delle migrazioni in Europa che suscita paura e sgomento). Tutto ciò si combatte con la cultura e con il dialogo. Il nostro è un obiettivo ambizioso, che noi dobbiamo proporci di portare avanti, perché la Puglia è una regione vocata a questo compito, perché il Salento è un avamposto proiettato nel Mediterraneo, un osservatorio atto a favorire formidabili momenti di scambio. E noi abbiamo pensato di fare di Città del Libro un’occasione per intrecciare dei contatti culturali con altre genti. Abbiamo stabilito rapporti di scambio con case editrici e autori al fine di favorire la pubblicazione in Italia di opere edite nei Paesi con cui abbiamo collaborato e viceversa; è stata siglata un’intesa tra Università di Lecce, Città di Campi e alcuni Atenei del Nordafrica per un Erasmus nella direzione di quei Paesi, insomma un Erasmus verso il Sud piuttosto che un Erasmus verso il Nord3. Campi diventa lo snodo di questa intesa, che prevede iniziative di varia natura. Campi è il comune che avrà la regia di tutto questo. In questa progettualità sta la novità rispetto al passato e risultano coinvolti la Regione Puglia e l’Università di Lecce e quindi tutto il territorio. La finalità è combattere la diffidenza, i pregiudizi e la paura con il dialogo, tramite l’interazione tra culture di varia provenienza. Città del Libro aveva bisogno di trovare una sua specificità, data anche la collocazione geografica del Salento e di Campi in particolare in quanto baricentrica rispetto alle tre province4. Quest’anno, ribadisco, c’è stato il grande salto di qualità: prova ne è la partecipazione di personalità di grande rilievo e caratura».

 

Sono passati molti anni dal 1995, quando ebbe l’intuizione 

di scommettere sul suo paese e dare vita ad un festival 

dedicato ai libri. Che cosa la spinse a questa scommessa?

 

«Allora Campi era in mano alla criminalità organizzata. Ci chiedemmo: come combatterla? Scommettemmo sulla cultura: a nostro modo di vedere, la cultura poteva vincere la barbarie. I cittadini avrebbero potuto riappropriarsi della loro città (qui alle otto di sera c’era il coprifuoco!), se si fossero rammentate loro la nobiltà delle proprie radici e la ricchezza culturale della loro terra. Quell’amministrazione organizzò quindi feste, spettacoli, concerti, incontri, presentazioni di libri, mostre; costituì perfino un’orchestra comunale; esaltò il talento e la creatività e la gente cominciò a reimpossessarsi della città. E man mano che i cittadini si reimpossessavano degli spazi pubblici, arretrava la criminalità. Potemmo certo contare sul sostegno degli altri livelli istituzionali, delle forze dell’ordine, delle scuole e delle associazioni. Ma fu la cultura a dimostrarsi la carta vincente, il grimaldello con cui scardinare il meccanismo dell’illegalità. Alla fine di ogni anno scolastico, veniva donato un libro a tutti gli studenti, inondando la città di millecinquecento volumi: fu così che prese quota l’idea di Città del Libro. È stata una scommessa bella e anche difficile, perché abbiamo fatto tutto con le nostre mani. Pensi che l’anno scorso la Regione Puglia ha stanziato più di un milione di euro per la Notte della Taranta e ventunomila euro per la Città del Libro. C’è proporzione? Noi siamo riusciti a portare avanti la nostra manifestazione, perché ci abbiamo creduto e perché siamo aiutati dai cittadini e da un numero di persone straordinarie che per più di due mesi lavorano gratuitamente»

In un’intervista dello scorso Giugno, il Presidente della Fondazione della Città del Libro, Cosimo Durante, ha parlato 

di un nuovo modo di fare turismo: quello sostenibile, 

quel turismo che procede orientato dai beni e dagli interessi culturali e quindi anche da appuntamenti come Città del Libro (che vanno ad inserirsi in Puglia3655). 

Qual è la Sua idea di turismo?

 

«Consideri quello che è accaduto a Gallipoli, parlo del turismo “mordi e fuggi” e di puro intrattenimento, che nega la valorizzazione delle risorse culturali di una località. Mentre la parabola di questa forma di turismo ha toccato il suo picco massimo, a Gallipoli ha chiuso i battenti l’ultima libreria cittadina6. Ecco, noi tentiamo di muoverci nella direzione esattamente opposta. Vogliamo un turismo intelligente che valorizzi le risorse culturali, artistiche, storiche, monumentali e soprattutto umane: questa terra vanta la luce di figure straordinarie. Vede, noi abbiamo affidato l’inaugurazione dell’Edizione 2017 della Città del Libro a un concerto dell’ottima Orchestra del Salento, la quale, nella magnifica cornice della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, ha eseguito un’opera di Carmelo Bene. Carmelo Bene, un genio salentino, ha reinterpretato il Manfred di Robert Schumann sul testo di Lord Byron7. Mi sono venuti i brividi! La nostra terra ha dialogato con le espressioni più alte della cultura universale: e Carmelo Bene era di Campi! Quella sera si capiva visivamente quante potenzialità abbiamo: e invece per Carmelo Bene, per la musica e per gli artisti e i musicisti locali abbiamo fatto ancora troppo poco». 

 

Perché mancano manifestazioni teatrali di alto livello
nella città di Carmelo Bene?

 

«Il Salento è una terra che nei confronti del suo figlio illustre ha mostrato di avere una certa smemoratezza: noi abbiamo voluto farle tornare la memoria. Come? In primo luogo, nel corso del 2017 e con bando nazionale, ha avuto luogo la prima edizione del Premio Carmelo Bene: una commissione di Docenti Universitari ha premiato due tesi di laurea e una pubblicazione sull’Opera di Carmelo Bene8. Inoltre, il Teatro di Campi è stato già intitolato a Carmelo Bene: è il primo teatro a lui dedicato in Italia e nel Mondo. In più, stiamo lavorando per tenere a Campi nei prossimi mesi, spero prima dell’estate, un convegno nazionale che si riunisca magari con cadenza biennale e che faccia un po’ il punto sugli studi su Bene. Questa è la progettualità per Carmelo Bene, per la cui radicazione occorre tempo».

 

A proposito di viaggiatori e di turisti in cammino, colpisce 

la collaborazione tra Fondazione Città del Libro e Matera 2019. 

È facile fare sistema tra realtà meridionali?

«Sia nel mondo dell’impresa sia nel mondo politico-istituzionale, non siamo educati a fare sistema: questo ci rende più deboli. Noi facciamo fatica a trovare l’appoggio o la collaborazione stabile da parte del settore imprenditoriale o bancario, salvi alcuni casi. Proprio per questo, Città del Libro è un piccolo miracolo del Sud».

 

L’edizione numero ventidue di Città del Libro si è tenuta a Campi dal 23 al 26 Novembre. Proprio il 27 Novembre il Sole 24 Ore pubblicava la consueta classifica annuale del benessere socio-economico delle province italiane. Anche quest’anno le province meridionali occupano la parte bassa della classifica. Mi colpiscono in particolare le ultime due posizioni, assegnate rispettivamente a Taranto e a Caserta, territori ricchissimi di storia e un tempo gloriosi.

Fa specie vedere così in affanno l’antica Tarentum e la città 

della Reggia. Lecce è centoquattresima su centodieci. 

Secondo Lei, cosa serve al Meridione per decollare?

 

«Più civismo. Risorsa fondamentale per la qualità della vita. Civismo vuol dire legare di più il cittadino alla dimensione pubblica. Per ragioni storiche, i nostri concittadini non sentono questo legame. Quella meridionale non è solo una questione economica, bensì anche di civismo. Il civismo comporta la valorizzazione di ciò che è di tutti. Il pubblico è cosa di tutti: la nostra mentalità tende a ritenere che ciò che è pubblico è di nessuno. Dobbiamo lavorare sulla piena valorizzazione dei nostri tesori e talenti, perché il nostro meglio entri in un sistema pubblico. Lecce è una città meravigliosa: perché affonda tanto nelle graduatorie nazionali? Perché i cittadini sentono il rapporto con la dimensione pubblica in modo debole. Potenziare il civismo significa accrescere la qualità della vita. L’illusione è che si possa stare bene restando isolati: se si resta isolati, non si sta mai bene. E se manca la dimensione pubblica è difficile essere felici».

Che cos’è per Lei il Dono del Sud?


«Il Sud è ricco di doni. La civiltà moderna è nata in queste contrade: noi siamo la terra di Federico II. Qui sono nati l’arte moderna, la cultura moderna, il diritto moderno, la scienza moderna. Come? Attraverso le contaminazioni. Ecco la “Città del Libro-ponte”: la cultura araba è stata promossa da Federico, perché ai suoi tempi quello arabo era un sapere avanzato (soprattutto sul piano scientifico e filosofico), perché ai suoi tempi il Nord dell’Europa eravamo noi. Il Sud è una terra piena di doni: ha donato molto al mondo e poi ha smarrito questo ruolo, perché non ha saputo diventare comunità. Noi abbiamo bisogno della comunità, d’istituzioni e classi dirigenti credibili, di legare il cittadino al destino comune, di fargli capire che ciò che è di tutti è di tutti e non di nessuno. Gli interventi finanziari, da soli, sono inefficaci: il divario rispetto al Nord è rimasto, perché di matrice culturale».

Se lei volesse fare uno spot per Campi Salentina, 

quale slogan utilizzerebbe?


«Mi lasci partire da un esempio. Carmelo Bene non è un prodotto casuale. Tra la fine del 400 e tutto il 600, Campi è stata una comunità molto attiva dal punto di vista artistico e specialmente teatrale. C’era un humus. Questa è una città ricca di cultura e figure straordinarie. Questo consentirebbe a Campi di entrare nel futuro con più equilibrio e sicurezza. Perciò ecco lo slogan che io conierei: grazie a una cultura antica proiettarsi verso l’avvenire. Guardi, Federico II di Svevia veniva in queste terre con Pier delle Vigne per cacciare e contemporaneamente ragionare delle Costituzioni di Melfi, promulgate nel 1231. Federico è un brand della Puglia: opere straordinarie come il castello federiciano di Brindisi o la Torre di Leverano9 andrebbero messe a sistema. Federico era puer Apuliae, sicché auspicherei un percorso prettamente salentino dei luoghi federiciani: Oria, Leverano, Campi Salentina, Lecce. Dietro questo circuito dei monumenti si nasconde un circuito intellettuale, in cui la Puglia e il Salento hanno ancora molto da dire. Abbiamo creato la ricchezza materiale: va bene. Abbiamo riempito lo stomaco: va bene. Ora, è tempo di investire in cultura. Riempiamo un po’ la testa… Riempiamo un po’ la testa…». 

 

La mia conversazione finisce con la cordialità di una stretta di mano. Esco dal Municipio ed entro nella luce abbagliante di quest’autunno che muore. Sento il vento del Nord che mi annusa il cappotto: osservo l’eleganza dell’entrata laterale della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che da quel vento ha preso il nome, la Porta della Tramontana. Procedo in direzione del Palazzo Marchesale e penso a Federico a caccia, nei boschi attorno a Campi: il fascino di questa terra ricca di storia mi riempie un po’ la testa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1  Il Prof. Zacheo è stato più volte sindaco di Campi (dal 24 aprile 1995 fino al 13 febbraio 2001: oggi è in carica dal 27 maggio 2014).
2 DPR 2 settembre 1998.

3 Si tratta di una Dichiarazione di intenti, siglata a Campi Salentina il 24/11/2017, da una parte, da Città del Libro, a firma del Sindaco Zacheo oltre che del Presidente della Fondazione “Città del Libro”, Cosimo Durante, e dell’Assessora all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, Loredana Capone; dall’altra, dall’Università di Lecce, dagli Atenei di El-Tarf e Annaba in Algeria e dall’Università Mohammed V di Rabat in Marocco.

4 Lecce, Brindisi e Taranto (nda).

Puglia365 è il piano strategico del turismo della Regione Puglia per il periodo 2016-2025.

6 Cfr. articolo del 14/12/2017 pubblicato su www.illibraio.it .

7 Il Manfred è uno spettacolo teatrale del 1978, diretto, interpretato e tradotto da Carmelo Bene, tratto dal poema drammatico di George Gordon Byron con musiche di Robert Schumann.

8 Qui: http://www.comune.campi-salentina.le.it/documenti/notizie/VERBALE.pdf, il Verbale della Commissione Giudicatrice.

9 La Torre Federiciana di Leverano, che si eleva per circa 28 metri nel centro abitato, fu voluta, secondo la tradizione, da Federico II di Svevia per monitorare la costa ionica. Monumento nazionale dal 1870, la torre presenta una forma parallelepipeda a base quadrata con i prospetti orientati secondo i punti cardinali ed è provvista di merli.

 

ORO DI PUGLIA: LA PIETRA LECCESE di Giusto Puri Purini – Numero 9 – Dicembre 2017

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ORO DI  PUGLIA:  LA PIETRA LECCESE

 

Giusto-Puro-Purini-storia

«Neglette, e quasi molli in ampia massa,
le pietre a Lecce crea l’alma Natura:
ma poiché son rescise, in loro passa virtute,
che le pregia, e che l’indura:
mirabili a vederle, ò se vi si lassa
scelti lavor la dedala scultura,
ò se ne fanno i dorici Architetti
gran frontespitij con superbi aspetti».

(Ascanio Grandi, I fasti sacri, 1635)

 

nella Puglia

esistenti sotto svariate forme e combinazioni chimiche, affioranti e non, dalla piana ai modesti rilievi, si è presto associata ai destini delle popolazioni quivi giunte da più parti, ma soprattutto dal Mediterraneo orientale. 

 

Furono Japigi, Messapi, fino alla conquista romana, a scavare
ed utilizzare queste pietre tagliate a misura, a seconda della durezza
ed impiegarle all’inizio, nella realizzazione di antichi simboli cosmici, quali Dolmen e Menhir, con lastre e colonne di grandi dimensioni.

 

Le parti più dure e compatte, di quelle tante varietà che il suolo offriva, trasformarono poi l’Habitat, dalle grotte alle costruzioni lignee ed infine alla pietra. Oggi quel materiale, estratto in cave di grande, media e piccola dimensione come nei piccoli appezzamenti contadini, marca definitivamente il territorio della Puglia ed in particolare del basso Salento. Lecce, mitica città del sud Italia, ne fu il centro: il suo nome nasce dalla sovrapposizione di una lupa (Lupia in latino) e dell’Ilex (il Leccio), entrambi raffigurati nello stemma della città, a simboleggiare l’uno la Civiltà romana, l’altro i grandi boschi di lecci che anticamente coprivano quelle terre. Lecce, anche il luogo dove i calcaridi affioravano nella piana, come una gigantesca vena. All’origine fu Sybar, città Messapica, diventando Lupiae dopo la conquista romana; ma fu solo dall’arrivo dei Normanni (nell’XI secolo), che vi trasferirono la capitale e la loro corte e ove nacque Tancredi, figlio di Ruggero III, a svilupparsi come grande centro, diventando nel tempo quella meravigliosa città che oggi vediamo. 

 

Il segreto fu, dunque, quell’immane blocco di Leccisu (la Pietra leccese), la parte più pura dei calcaridi, cangiante di tonalità a seconda della luce, in una infinita quantità di toni e sottotoni del giallo e soprattutto resistente al tempo ed alle intemperie. 

Il miracolo, quindi, di una pietra che, esposta all’aria e messa in opera, si compatta e solidifica. L’Oro di Puglia, affiorante in superficie, si estendeva da Lecce fino a Corigliano d’Otranto, Melpignano, Maglie e Cursi. Gli Aragonesi, durante il Regno di Napoli, ne fecero uno dei centri più importanti del Mediterraneo, costruendo Castelli, Infrastrutture, Palazzi, Masserie e Torri di difesa fortificate. Si diede libero sfogo all’uso soprattutto dei calcari, in dimensioni massicce, alternando nelle strutture portanti, realizzate con perizia e qualità artigianale, materiali compatti di varie gradazioni. Lo conferma, oggi, l’eccellente stato di conservazione di molte opere.  

 

Con gli spagnoli, iniziò anche la costruzione di molte Chiese, a fare
da contraltare alle imponenti architetture guerresche; ed è qui
che iniziò l’avventura di quel meraviglioso Barocco Leccese,

 

che ammiriamo oggi, ricco di fregi, balconi, estradossi, infradossi, volute, sculture grottesche, rosoni, significati esoterici, che l’infinita malleabilità della pietra leccese (Leccisu), permetteva a grandi artisti ed artigiani di scolpire e realizzare. Tutta Lecce, oggi, è un fluire di scorci barocchi, illuminati o spenti dal variare della luce solare e non, facendo ora risaltare quell’aggetto, ora quel timpano, o quella lesena, evidenziandone i chiaroscuri. Tra le opere più belle, la Basilica di S. Croce(1549-1695) disegnata da Gabriele Ricciardi e realizzata dagli architetti Cesare Penna e Giuseppe Zimbalo, che ristrutturò tra l’altro anche il Duomo dell’Assunta tra il 1659 ed il 1670.

 

La pietra leccese portò anche una rivoluzione nella costruzione 

delle volte,

 

in particolare le molte varianti di quelle a stella ed altre, che arricchivano i palazzi nobiliari; ma anche le semplici case dei salentini, data la perizia dei contadini muratori-architetti e voltaroli. E tutta l’area fu invasa da una miriade di piccoli Templi e Cappelle, i quali, pur in modo semplice e spoglio, segnavano comunque la magia del vivere salentino.

Ciò fu possibile grazie alla facilità di tagliare a misura i conci in leccisu per le volte, a seconda dell’ampiezza del fabbricato.


Una forma di progressione geometrica nell’avvicinarsi al centro della volta, già vista nelle pagliare, che oggi, nei progetti, date certe misure auliche molto ripetitive, fanno pensare ad un sistema contemporaneo di prefabbricazione. Ancora adesso, moderne aziende come la Pimar di Maglie, estraggono i preziosi conci in gigantesche cave a cielo aperto, esportando il leccisu in tutto il mondo, collaborando con grossi studi internazionali (Renzo Piano, Jean Nouvel ecc. …) e grandi Designer come Ugo La Pietra.

 

Gli artigiani scalpellini, nelle loro botteghe, sperimentano design di ogni tipo, scultori ed artisti ne fanno largo uso ed è vissuto come un vanto il possedere un pavimento, una rifinitura, un portale, un capitello, realizzato con l’Oro di Puglia.

 

 

 

 

 

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COSENZA E IL PARCO DELLA SILA di Helene Blignaut – Numero 9 – Dicembre 2017

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COSENZA E IL PARCO DELLA SILA

 

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Sono in giro a Cosenza di sotto, un quadrato tagliato in diagonale dove faccio la spesa di cipolle e origano e scivolo tra moda, gioielli e sculture e poi me ne vado laggiù, oltre un fiume che non manca di ricordarci quanto i Goti piansero Alarico.

E m’infilo su per una strada stretta dove severi edifici di pietra antica
mi scortano ai fianchi, interrotti da vicoli e scalette storte
che salgono verso un non si sa dove.

 

E passo la cattedrale sonnolenta a ogni ora. Arrivo in cima, sulla piazza dei nobili palazzi e del Teatro Rendano e il verde di un giardino che mi porta più su, lungo la strada di curve a S e giunge al gran Castello Svevo. E poi scendo e riscendo.

 

Da sotto, mi volto a guardare questo agglomerato a cono, un insieme di elementi scuri intrecciati come dita di mani giunte in preghiera, ma dalla modernità del quadrato, siamo pronti per risalire ancora. Si va “in Sila”. E’ un giugno talmente verde che ci colora pelle e pensieri. Andiamo con la macchina e mi prende un profondo senso di colpa:

 

 tra queste foreste eterne e silenziose, tra i cespugli dove occhieggiano bonari i lupi e una fauna timida, e i fiori di ginestra 

vibrano ovunque in macchie gialle,

mi domando perché non siamo saliti a cavallo. Il rumore di zoccoli potrebbe essere gradito ai padroni del parco. Il rombo dei motori del progresso suona come una violazione, così tento di compensare parlando a bassa voce. 

 

I boschi, i laghi e le pianure sterminate dove riposano mucche e buoi e passeggiano greggi di pecore, mi fanno apprezzare quanto la lingua italiana sia esatta: 

il participio passato del verbo splendere non esiste. E’ un verbo difettivo e dice tutto nel suo participio presente: splendente.
Da sempre e per sempre. Niente di compiuto e tutto in divenire.


Molto più alto, tra dirupi vertiginosi, mi aspetta un borgo antichissimo, Longobucco, dove donne pazienti tessono le fibre di ginestra e c’è qualcuno che tinge le pezze con frutta e liquirizia, e tra i vicoli sono stesi copriletti e tovaglie, sipari multipli che mi portano a un belvedere. Da qui, la maestosità della natura si offre alla vista e ancora m’impone il silenzio, mi rallenta l’anima in pensieri leggeri. Ma è impossibile fermarsi. La macchina è già stata messa in moto. Mi arrendo. Scendiamo alle porte del parco, a Camigliatello, per comprare funghi profumati da svenire di fame e, già che ci sono, tovaglie e tappeti dal tatto rustico come una franca stretta di mano.

 

Ora, di nuovo giù, nel quadrato di Cosenza moderna, voglio comprare ancora origano e liquirizia che, nonostante l’accurata confezione, lasceranno per sempre nella mia valigia
un ineffabile profumo di Calabria.

 

 

 

 

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DE SICA: UNA LEGGENDA DAL SUD di Fernando Popoli – Numero 9 – Dicembre 2017

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DE SICA:  UNA  LEGGENDA DAL SUD

 

 

testimonianza delle arti e delle scienze, insieme con altri preziosi documenti, nell’ipotesi che altri popoli, di altri mondi, possano raccogliere, studiare e capire la genialità di noi italiani. Questo è il più importante tributo a Vittorio de Sica, regista e attore, tra i più grandi del Novecento. Pietra miliare del cinema italiano, genialità del Meridione, 

LADRI_DI_BICICLETTE

 

 

“Napoletano de fora”, come amava definirsi, essendo nato a Sora 

nel 1901, da padre impiegato della Banca d’Italia, trasferito lì 

per qualche anno, e da madre napoletana. Sora, in quegli anni,
faceva parte della provincia di Caserta, Terra di Lavoro, 

e risentiva dell’influenza culturale del Napoletano. 

Dopo alcuni anni la famiglia tornò a Napoli, dove Vittorio adolescente crebbe, formò il suo carattere e acquisì la cultura che ha sempre caratterizzato la sua opera d’artista. “Ladri di biciclette”, scritto da Cesare Zavattini, è uno dei capolavori del Neorealismo italiano di De Sica regista, insieme a sciuscià, Miracolo a Milano, Stazione Termini e Umberto D. Il film vinse oltre cinquanta premi internazionali, compreso l’Oscar come miglior film nel 1949. E’ lo stesso De Sica, in un’intervista, ad affermare che: “Dopo alcuni film commerciali, colsi subito la proposta di Zavattini per un film che affrontasse la dura realtà del dopoguerra italiano con le sue paure, la sua povertà, la mancanza di solidarietà umana”. L’originalità della storia si esprime attraverso il dramma dell’attacchino al quale rubano la bicicletta, mezzo di trasporto indispensabile per il suo lavoro, con tutte le conseguenze che ne derivano. 

Tutto era diverso in quel film: l’ambientazione nelle strade di Roma,
gli attori presi dalla strada, il tema sociale, le facce vere della gente. Tutto era diverso dai “telefoni bianchi” che sino allora avevano addormentato le coscienze. Era uno sguardo su una realtà
ignorata che apriva nuovi scenari, nuove forme espressive
e dava spazio ai veri sentimenti dell’uomo.

Alla prima al Barberini di Roma, c’erano tutti i grandi di quegli anni: Visconti, Fellini, Amidei, Rossellini, e fu un vero trionfo. Dopo una navigazione non entusiasmante nelle sale italiane sotto il profilo economico, il film cominciò a mietere premi in tutto il mondo, uno dopo l’altro, sino a essere consacrato come un capolavoro assoluto. La rivista cinematografica britannica Sight & Sound lo considerò il più grande film di tutti i tempi. Nel 1958 fu dichiarato il secondo miglior film di sempre alla Confrontation di Bruxelles; fu classificato in quarta posizione ne I cento migliori film del cinema mondiale, dalla rivista inglese Empire. Sciuscia, Miracolo a Milano, Stazione Termini e Umberto D seguono gli stessi stilemi, i temi sociali, le problematiche di quegli anni, e furono altri riconoscimenti internazionali con premi Oscar. Charlie Chaplin, dopo aver visto Umberto D, affermò di aver pianto e singhiozzato per quindici minuti. Umberto D è considerato il miglior film di De Sica; era dedicato al padre, alla sua vita difficile, spesso al limite della povertà, ma sempre dignitosa, come lo stesso De Sica affermava: “La mia famiglia viveva in tragica e aristocratica povertà”. Anche in questo caso la risposta del pubblico fu modesta, ma ebbe successo all’estero e diventò una pagina straordinaria del Neorealismo. Mentre de Sica conquistava il mondo con i suoi film, c’era in patria chi lo denigrava, lo ostacolava e definiva il suo cinema: “Stracci, panni sporchi da lavare in famiglia”. Capitano di questa denigrazione un politico italiano, in quegli anni Sottosegretario allo Spettacolo, che faceva di tutto per ostacolare la genialità dei nostri più grandi autori: 

 

De Sica, Rossellini, Amidei, Zavattini, perché, a suo dire, rappresentavano un paese appena uscito dalla guerra
con le sue miserie, le sue povertà, i suoi bisogni,
tutte cose che quel politico voleva nascondere
e che, per fortuna, non gli riuscì di fare.

 

Prima della grande stagione del Neorealismo, c’era stato un altro De Sica, attore di un cinema da commedia piccolo borghese dei film di Mario Camerini, come Gli uomini che mascalzoni e Parlami d’amore Mariù, che gli dettero una grande notorietà, e regista poi di Maddalena zero in condotta, Teresa venerdì e I bambini ci guardano, che anticipavano la stagione successiva. Fu un lungo periodo di successo che mostrò le qualità dell’attore e del regista, ben presto diventato un beniamino del pubblico. In precedenza, una lunga gavetta aveva formato De Sica nel mestiere dell’attore, insegnandogli i segreti della recitazione. Aveva fatto parte della compagnia teatrale di Tatiana Pavlova, di Italia Almirante e di quella di Sergio Tofano e Giuditta Rissone. Negli anni Trenta diventò primo attore nella Compagnia Za-Bum di Mario Mattoli e, da lì in poi, fu un susseguirsi di successi assurgendo a una notorietà nazionale. Nel dopo guerra lavorò con Luchino Visconti e Mario Chiari, sino ad abbandonare per sempre la recitazione teatrale e a dedicarsi unicamente al cinema. Della stagione neorealista abbiamo detto, diamo uno sguardo alla sua bonomia, alla sua spiccata simpatia, alla sua inconfondibile comunicativa di attore popolare che ha rappresentato nel meglio la personalità dell’italiano. Penso sopratutto alla serie dei Pane, Amore e Fantasia di Comencini e poi di Risi. Qui il maresciallo Carotenuto è amante delle belle donne, alle prese con i pregiudizi dell’epoca e con le reprimende di un fratello prete. 

 

Al suo fianco, grandi attrici come la Lollobrigida e la Loren,
icone meravigliose dell’Italia che risorgeva dalla guerra
e vedeva realizzato nelle “maggiorate” il proprio sogno erotico. Esilarante i duetti con Tina Pica, la governante, la quale ripeteva
al maresciallo: “La gente mormora… mormora… “, mettendolo
in guardia per il suo comportamento libertino.

 

Alla serie di Pane e Amore seguirono altro straordinari successi di De Sica attore, quali Peccato che sia una canaglia, Il conte Max e Il vigile, con Alberto Sordi; memorabili le sue scene con Albertone, vigile testardo, che multa anche il proprio sindaco – De Sica. E in seguito: Il generale della Rovere, di Roberto Rossellini, nel personaggio di un truffatore che assurge a un’inaspettata dignità umana e subisce le torture dei tedeschi. Una pagina bellissima di recitazione di De Sica e di regia di Rossellini. E ancora, I due marescialli, Un italiano in America e tanti, tanti altri film ai quali dà un tocco di stile e di eleganza. E poi c’è il De Sica regista in questi anni, che consolida la sua fama internazionale ed è premiato in tutto il mondo. Basta ricordare

 

La ciociara, dal romanzo di Moravia, con Sophia Loren e Jean Paul Belmondo, ambientato nei luoghi in cui si svolsero le terribili Marocchinate, gli stupri di donne per opera dei soldati guidati
dal generale Alphonse Juin. Il film valse un Oscar
alla Loren per l’interpretazione. 

 

E quindi, Matrimonio all’italiana, con la Loren e Mastroianni, tratto dalla commedia di de Filippo Filomena Marturano, ancora un Oscar come miglior film straniero. E poi Ieri, oggi e domani, con Mastroianni e la Loren, prodotto da Carlo Ponti, con il celebre spogliarello di Sophia di fronte a un Marcello intimidito, altro premio Oscar nel 1965. Sino ad arrivare al Giardino dei Finzi Contini, dal romanzo di Bassani, Oscar nel 1972 come miglior film straniero.

 

La fama di de Sica è ormai leggendaria, il suo nome è garanzia
di successo internazionale. Il produttore Carlo Ponti ha costruito
con lui e la coppia Loren – Mastroianni un trio imbattibile nel cinema mondiale, espressione della genialità italiana e, specificamente,
del Meridione d’Italia; De Sica nativo di Sora, la Loren napoletana, Mastroianni di Fontana Liri.

 

L’ultimo progetto al quale stava lavorando insieme a Zavattini era I due vecchietti, una disamina della loro esperienza di vita e di arte; loro due, uniti negli anni da una grande amicizia, che si raccontano. Un tumore ai polmoni gli tolse la vita a seguito di un’operazione e morì all’età di 73 anni nel 1974 a Neully sur Seine, vicino a Parigi, lasciando dietro di sé una scia di leggenda. I film di Vittorio de Sica, oggi, sono studiati nelle università di tutto il mondo.

 

Il ragazzo nato a Sora, di spirito napoletano, assurse con la sua sensibilità alle vette più alte del cinema internazionale, portando
nel mondo il nome dell’Italia e consolidando
la genialità della gente del Sud.
 

 

 

 

 

 

 

 

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 Le foto sono state gentilmente concesse da Arturo e Marco Zavattini

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E’ SAGGIO? TOTO’: “NO, IO SONO NAPOLETANO”. Cinzia Terlizzi – Numero 9 – Dicembre 2017

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E’ SAGGIO? TOTO’: “NO, IO SONO NAPOLETANO”.

 

 

“Totò è irripetibile, indefinibile, inimmaginabile… Non è un grande attore, è molto di più… è come una maschera, un Pinocchio…”Così Carlo Croccolo, che ha lavorato con Totò in diversi film ma soprattutto ha condiviso con lui vita professionale e personale, set ed amicizia… “Mi considerava suo figlio adottivo, il maschio che non aveva avuto… …io giovane e ribelle, lui severo ma affettuoso… in più Totò era l’asso dei tempi comici ed io gli stavo dietro… fra noi c’era una intesa perfetta”. Al punto che Croccolo è stato anche l’unico doppiatore che Totò, provato dalla malattia agli occhi, accettava… nelle scene esterne di film ad esempio I Due Marescialli con Vittorio De Sica. Incontriamo l’attore che ha da poco compiuto 90 anni a Castelvolturno, dove vive con la moglie Daniela… parlare con lui significa tornare indietro di 50 anni e più, da quando cioè il principe Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Pofirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio in arte Totò ci ha lasciato il 15 aprile 1967, unico al mondo ad aver avuto tre funerali, due a Napoli e uno a Roma dove è morto.

 

E tante sono le manifestazioni, iniziative, incontri e spettacoli in tutta Italia che si svolgono in diversi mesi per rendere omaggio
al personaggio e all’uomo Totò.

 

Ovviamente Napoli la fa da padrona con Totò Genio la grande mostra antologica, recentemente allestita a Napoli in tre luoghi, il Maschio Angioino, la sala dorica di Palazzo Reale e San Domenico Maggiore …moltissimi materiali, anche inediti fra foto, disegni, scritti, abiti, il suo baule per far sentire ancora più – semmai ce ne fosse bisogno – Totò vicino a noi e noi vicini a Totò.   “È un sentimento viscerale, un amore fra Napoli e Totò, e Totò e i napoletani – sottolinea Valerio Caprara, storico e critico di cinema – anche se Totò è stato un personaggio universale, profondamente napoletano ma aperto al mondo… La sua grandezza si trova nel meglio della napoletanità, la napoletanità beffeggiatrice… Nessuno dei nuovi comici ha provato a imitare Totò – aggiunge – ce ne sono tanti ma tutti sono costretti a confrontarsi con lui senza poterne mai avvicinare l’eccezionalità, altrimenti si brucerebbero e farebbero brutte figure. 

 

Si può accogliere il testimone di Totò ma non si può replicarlo.”

 

Totò talmente grande e unico che c’è chi vorrebbe portarlo nelle scuole…è Giacomo Poretti del trio Aldo Giovanni e Giacomo… “Balbetto quando parlo di Totò – dice – è unico per l’uso straordinario del corpo proprio del comico e perché è un dinamitardo della lingua… Basti solo pensare alla lettera che detta a Peppino De Filippo in Totò Peppino e la Malafemmina. Lo porterei nelle scuole perché è l’enciclopedia della comicità, perché dobbiamo avere l’aggancio con la storia, conoscere da dove proveniamo e quindi conoscere Totò Charlie Chaplin e Buster Keaton che sono i caposaldi”. Conoscere l’artista, dunque, ma anche l’uomo… Fuori dal set schivo ma generoso… è nota la sua passione per i cani che, come gli aveva un giorno detto un americano, considerava a metà fra un angelo e un bambino. E frequentemente, come racconta Carlo Croccolo, la sera usciva per le strade di Roma con l’attore Francesco Mulè per raccogliere i randagi e portarli nel canile che aveva rilevato da un’anziana signora dove venivano ospitati duecento animali. Generoso anche con le persone “Per me è stato come un padre, un fratello maggiore – confida Ninetto Davoli – sul set mi insegnava alcuni trucchetti per stare davanti alla cinepresa. Era un uomo sensibile, semplice, buono”. L’attore ha iniziato la sua carriera con Totò, che Pier Paolo Pasolini aveva voluto come protagonista di Uccellacci uccellini prima, poi La terra vista dalla luna episodio del film Le streghe e di Che cosa sono le nuvole?, episodio del film Capriccio all’italiana, girato nel 1967 poco prima che Totò morisse e uscito postumo.

 

Con Pierpaolo non sono mai riusciti a darsi del tu – racconta Davoli –
e Totò all’inizio si è trovato in difficoltà perché lui improvvisava, con Pasolini questo non era possibile. Ma come ti vengono tutte ’ste parole? diceva Totò a Pasolini, e lui rispondeva…
ma non sono parole!”.

 

La generosità di Totò viene evidenziata anche dalla nipote Elena Anticoli de Curtis che non ha mai conosciuto il nonno, ma ha vissuto con la nonna Diana, la prima moglie di Totò. Racconta che tra i due l’amore è stato grande lui la adorava ma era molto geloso, eccessivamente geloso… E quando lei se ne è andata Totò ha scritto la canzone Malafemmena, dedicata appunto a colei che gli aveva fatto del male… Fu un grande successo e con i proventi ottenuti regalò una casa a Diana “perché – le disse – questa canzone è tua!”. Ma la generosità più grande, che certo non si è esaurita con la sua morte, è stata quella rivolta al suo pubblico che continua ad amarlo, a ridere e sorridere, a riflettere e ad emozionarsi ogni volta che vede un film, una sua partecipazione o intervista televisiva, o si ascoltano le sue poesie e le sue canzoni. Totò principe della risata, ma non solo, potremmo dire principe della gioia che

 

“ha unito il paese quando c’erano spinte alla divisione, ci ha consolato dopo il dramma della seconda guerra mondiale… ha consolato tutti,
il ricco e il povero, il Nord e il Sud”…

 

Sono parole di Renzo Arbore dette in occasione del conferimento della laurea ad honorem a Totò. Alla cerimonia che si è svolta ad aprile all’Università Federico II di Napoli, era presente anche la nipote Elena: “Nonno avrebbe detto alla faccia del bicarbonato di sodio”… Poi ha aggiunto commossa “Oggi gli viene restituita un po’ della gioia che lui da mezzo secolo regala a noi.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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IL CODICE PURPUREO DI ROSSANO CALABRO di Michele Minisci – Numero 9 – Dicembre 2017

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Codice purpureo di rossano calabro

 

Il Codice Purpureo (Codex Purpureus) di Rossano Calabro contiene una serie di miniature che illustrano alcuni dei momenti più significativi della vita e della predicazione di Gesù. È stato scritto con un inchiostro aureo per il titolo e argenteo per le tre righe iniziali di ciascun Vangelo e per tutto il resto.  È una preziosissima pergamena di ben 376 pagine (188 fogli della dimensione di cm. 30,7×20), che contiene un antichissimo evangelario scritto con raffinati caratteri in oro e argento, illustrato da 16 stupende miniature sulla vita di Cristo e risale fra la fine del V e l’inizio del VI secolo. Questo documento, unico nel suo genere, riporta in lingua greca il Vangelo di Matteo e quello di Marco fino al cap. XVI,14. In origine doveva contenere anche Luca e Giovanni, visto anche il frontespizio con l’illustrazione dei quattro evangelisti.

Questo evangelario è considerato il più importante esempio
al mondo di codice greco miniato, ed è stato composto certamente
in Medio-Oriente, ad Antiochia di Siria o a Cesarea di Palestina,
e deriva il suo nome dal fatto che è scritto su una pergamena sottilissima color porpora,


fatta con la pelle di agnello con poche settimane di vita, che, nelle terre di Bisanzio veniva anticamente utilizzata solo per documenti particolarmente importanti. Il Codex ha avuto il suggello della sua straordinarietà da parte dell’Istituto Centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario di Roma che ha lungamente studiato, analizzato e restaurato l’opera, e contemporaneamente è stato considerato Patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. “Memoria del Mondo” è il titolo con cui l’Unesco ha riconosciuto il Codice Purpureo Rossanense, Patrimonio dell’Umanità.

 

Come sia arrivato a Rossano non è stato possibile stabilirlo: potrebbe essere stato portato in Calabria dai quei monaci melchiti che, a cavallo tra l’VIII e il IX secolo fuggirono dalle persecuzioni subite durante l’espansione islamica all’interno dei territori cristiani bizantini.

 

La città di Rossano Calabro, situata sull’alta costa ionica della Calabria, in provincia di Cosenza, a pochi chilometri dal mare e dall’importante sito archeologico di Sibari, era già nel VI secolo un notevole centro bizantino di circa ventimila abitanti, ove spesso confluivano profughi dal Medio Oriente, come anche dalla Sicilia, anch’essa invasa dagli arabi. Ed è proprio a causa dell’immigrazione di monaci ed eremiti greci che Rossano diventò punto di diffusione, nell’Italia meridionale, della cultura e della liturgia greca. Il Codex Purpureus è custodito presso il Museo Diocesiano, e precedentemente era conservato nel monastero del Patirion, a pochi chilometri dalla città (anch’esso da visitare!). 

 

Furono due ricercatori tedeschi, Von Harnak e Von Geghardt
a comprendere la grandissima importanza storica della pergamena, segnalandone la presenza agli studiosi di tutto il mondo nel 1879.
Gli studiosi furono subito colpiti dalla bellezza del testo,
scritto su due colonne di venti righe ciascuna.

 

Il Codice è composto, come si è detto, di 188 fogli, ma originariamente ne doveva contenere circa 400, con l’intero testo dei quattro vangeli, delle dieci tavole dei canoni, e della lettera di Eusebio di Cesarea a Carpiano sulla concordanza dei Vangeli, lettera di cui è rimasta solo una parte. Fu proprio Eusebio, vescovo di Cesarea, a lasciarci nel 318 una delle più antiche testimonianze del Canone cristiano, l’elenco dei libri sacri che compongono il Nuovo Testamento.

 

Un altro esempio dei tesori custoditi in terra di Calabria
restituito alla Storia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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IL ROMANZO DEI CAMINANTI di Alessandro Gaudio – Numero 9 – Dicembre 2017

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 IL ROMANZO DEI CAMINANTI

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Cos’è un camminante (o caminante, in siciliano)?1
Quali tracce hanno lasciato i Camminanti lungo il corso dei loro molteplici itinerari attraverso tutta l’Italia? Specialmente dal 1952,
quando molti di loro si insediarono a Noto, a Priolo,
a Sommatino e in altri centri siciliani,

 

principalmente nella provincia di Caltanissetta, e poi, negli anni Settanta e Ottanta dello scorso secolo, come si è evoluto il loro legame con il mondo esterno? Cosa resta oggi delle loro attitudini originarie? Grazie a un bellissimo documentario di Giuseppe Tumino, regista indipendente ragusano trapiantato in Basilicata2, e della fotografa Rita Mirabella, ideatrice del soggetto e co-regista3, possiamo tentare di dare una risposta a tali quesiti. Dal lavoro − intitolato Il segreto dei Caminanti (Italia – 63′), uscito nel 2016 per Extempora e realizzato con il sostegno della Sicilia Film Commission − apprendiamo, se non altro, il modo in cui quel legame, non certo dei più labili, si è sviluppato nel tempo. Sulla sua consistenza e il suo peso sembra aver influito la scelta di stabilirsi in alcuni luoghi, di disporre di qualcosa che appartenesse finalmente a loro, di una casa, nella quale abitare durevolmente, di arredi, di alcuni oggetti, senza che, del resto, tale scelta abbia mai modificato la loro attitudine di nomadi.

 

La ricostruzione di questa attitudine, dell’universo del camminantismo, della filosofia e della ratio alla base del fenomeno, è giocata nel film sull’individuazione di alcuni concetti chiave, il principale dei quali
pare senz’altro essere quello di miseria.

 

è la miseria il motivo cardine del nomadismo di un popolo che, a quanto pare, sbarcò in Sicilia già alla fine del XIV secolo, al seguito dei profughi Arbëreshë che Carlo V stanziò nell’Italia meridionale per rinforzarne le difese contro la minaccia degli Ottomani? Pur dovendo sospendere ogni conclusione sull’autoctonia o sulla ziganità di antica data di questa comunità, sembra proprio così; tuttavia, non è il solo presupposto. C’è qualcos’altro cui pare che alluda anche il titolo del film. 

 

Alla miseria dei Camminanti – un tempo conciabrocche e stagnini, ora riparatori di cucine a gas e d’ombrelli e venditori di palloncini – Tumino e Mirabella si accostano lasciando che le immagini e le persone stesse parlino il più possibile per conto loro.

 

Alle immagini si aggiunge un uso contrappuntistico della musica, spesso a mo’ di vero e proprio commento ironico. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di componimenti neomelodici napoletani, prima ancora che popolari, prediletti dai Camminanti medesimi. Le parole delle canzonette di Mario Merola, di Gianni Celeste o di Angelo Mauro, richiestissime star del genere, integrano o, talvolta, contraddicono il senso di una immagine o la reticenza di una dichiarazione. Aggiungono una sfumatura laddove questa non sia immediatamente deducibile da quell’immagine o da quella laconica asserzione. In fondo, i registi costruiscono il loro film proprio sul non detto, pur avendo scelto di servirsi di modalità cineastiche che recuperano la concretezza dell’esperienza umana, concentrandosi non tanto sulle cose in se stesse, quanto sulle storie di alcuni uomini vivi nelle cose. Passando dall’uomo − in particolare, dalla storia e dalle parole di Antonino Rasizzi Scalora4 e della sua famiglia − ed eliminando ogni commento fuori campo, Tumino e Mirabella trovano una misura, un controcanto mai meramente emotivo o incantato o mitizzato che consente loro di liberarsi della struttura ideologica del documentario e del suo soggetto: i diversi intervistati rispondono con le loro voci, senza doppiaggio, 

 

e la fotografia s’impone come mezzo privilegiato dell’analisi della realtà, alternando veloci fotogrammi con inquadrature lunghe e fisse, in modo da definire la staticità di un volto, l’accendersi improvviso di uno sguardo o il peso di un gesto, come se fossero scolpiti in un tempo
eternamente presente, di fatto sottratto alla storia.

 

I registi, che non possono comunque limitarsi a mostrare, di fatto partecipano alla rappresentazione. Lo fanno, osservando, intervenendo sul sentimento del film. Ciò non significa affatto indulgere nel sentimentalismo, ma prediligere alcune modalità di figurazione: l’alternanza delle inquadrature, il montaggio serrato, la presa diretta di parole e spesso di suoni, rumori e musiche sono tutti accorgimenti che consentono di tradurre in termini audiovisivi tanto le dinamiche endogene del gruppo di Camminanti quanto le complesse e spesso difficili relazioni con l’esterno.   

 

Tumino e Mirabella vanno ben oltre la fascinazione che può originarsi dall’osservazione di una tribù di nomadi semistanziali e fornitori di servizi5, scegliendo di curare il nesso con i gaggi, vale a dire con i non camminanti.

 

Se si vuole indicare lo spazio di rappresentazione individuato da
Il segreto dei Caminanti bisogna cercarlo laddove la vita e le esperienze di questo popolo incontrano il nostro mondo, quello sul quale continuano a camminare («il camminantismo – assicura uno di loro – non si fermerà mai; come la rondine che non resta in gabbia»).

 

Si tratta dello spazio dell’immaginario e non è affatto scontato che un film riesca sempre a intercettarlo. Tumino e Mirabella ci riescono ponendo su quello spazio le eterne problematiche dell’integrazione e della comprensione dell’altro. Contribuiscono, per così dire, a colmare quel vuoto di immaginazione nel quale troppo spesso si è deciso di relegare questa gente. Lo hanno fatto con la passione e la sensibilità che filtrano da un lungo lavoro di ricerca (cui Rita Mirabella si è dedicata sin dalla fine degli anni Ottanta), senza rinunciare a mostrare le ombre, le cose poco scoperte, i simboli (significativo quello della rondine, ad esempio, talvolta ferita), le reticenze del baccaglio (il singolare linguaggio usato per non farsi capire), le superstizioni e le tante contraddizioni di questo popolo nel popolo. Presentano anche i tentativi di auto-rappresentazione operati dagli stessi Camminanti e, valutandoli alla luce della loro storia, delle rinunce alla loro libertà e alle specificità della loro cultura, ne registrano il fallimento. Questo fallimento, che pertiene anche al modo in cui i non camminanti si sono rappresentati questa comunità, qualcosa significa. «Cos’è un camminante?» − si chiede Antonino, il protagonista, alla fine del documentario. E arriva, subito dopo, alla conclusione che no, non c’è definizione che si possa dare, non c’è paragone che si possa fare. E non risiederà magari proprio in questa diffusa impossibilità di rendersi comprensibile uno dei motivi, forse il principale, della mancata integrazione di questa comunità?

 

Tutto sommato, sembra che la storia dei Camminanti, essendo interamente chiusa nel presente, sia rimasta in ombra per secoli
rispetto all’avanzare del progresso.

 

è quanto sostiene Sebastiano Vassalli nel ventiduesimo capitolo, intitolato Il camminante, del suo romanzo più noto, La chimera. Vassalli racconta di Gasparo Bosi, tra i Camminanti del basso Piemonte meglio conosciuto come Tosetto, che, nel tentativo di difendersi e di difendere il modo della sua esistenza, si chiude nel suo io, vivendo di appagamenti elementari; si costituisce, cioè, come personificazione di una esistenza votata al romanzo, dice Vassalli, rifacendosi alle testimonianze sui Camminanti fornite dagli scritti di Antonio Massara, letterato e studioso novarese vissuto tra Ottocento e Novecento. E allora, con Vassalli, proviamo a fornire qui una definizione di Camminante.   

 

Cos’è un Camminante se non un romanzo? Romanzo che nessuno si sarebbe sognato di scrivere perché vissuto interamente nel presente del suo essere Camminante, fatto di sofferenza fisica, indifferenza e discriminazioni.

 

Il destino comune a tutti i Camminanti è memorizzato, commemorato, trasmesso di generazione in generazione attraverso la famiglia,
il lavoro, le musiche. 

 

Sebbene la scuola pubblica italiana integri il passato nazionale nello spirito dei ragazzi Camminanti che la frequentano in numero sempre maggiore6, essi rivivono le angosce, i lutti, le poche vittorie della loro esperienza di vita. è proprio nel dolore e nella sofferenza della loro specifica condizione che i Camminanti individuano la loro visione del mondo, la loro immagine, la metafora palpitante della loro vita.

 

L’identificazione con questo passato, che continua inesorabilmente
nel presente, rende quella dei Camminanti una specie di comunità
di destino, i cui limiti, fatti di una miseria che si teme, ma che si
usa per vivere, non sono facilmente superabili nella riflessione
o in qualcosa che risieda al di là di quella comunità medesima.

 

Così, come conclude Vassalli, «un camminante è un camminante e basta»7: una tautologia − dunque non quel paragone che Antonino non riesce a formulare − che restituisce pienamente lo spirito cui si sono attenuti anche Tumino e Mirabella nel tentare di scrivere il romanzo di uomini di cui si parla da secoli ma che, contro ogni evidenza e nonostante il loro profondo legame con la vita e con il mondo, non sono mai esistiti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Sulla comunità dei Camminanti, di cui si era occupato Giuseppe Pitrè sin dalla fine dell’Ottocento, si veda il documentario andato in onda il 12 dicembre 1989 all’interno della rubrica Binocolo di Maria Grazia Mazzola, intitolato I camminanti e diretto, per la RAI, da Rita Calapso. Si considerino, poi, la tesi di laurea di Rita Paola Toro, di cui «Lacio Drom», rivista del Centro Studi Zingari (all’interno del n. 3-4 del 1991, pp. 4-79), ha pubblicato un’ampia sintesi, il volume di Teresa Schemmari, I Caminanti. Nomadi di Sicilia (Firenze, Atheneum, 1992) e i lavori di Sebastiano Rizza, apparsi su «Lacio Drom», negli anni Novanta, su «Italia Romaní», nel corso del decennio successivo e, più recentemente, sui «Quaderni di Semantica», tutti per lo più dedicati al bbaccàgghiu, il gergo usato dai nomadi siciliani. Se ne riportano qui di seguito i titoli più significativi: I ‘gizi’ di Sicilia erano zingari?, «Lacio Drom», settembre-ottobre 1991, n. 5, pp. 27-28; Alcune note: Tre voci ebraiche nel gergo dei Camminanti di Noto, «Lacio Drom», marzo-aprile 1993, n. 2, p. 25; Alcune note: Un blasone popolare zingaro, ivi, pp. 25-26; Zingari in Sicilia fra magia e religiosità popolare, «Lacio Drom», maggio-giugno 1995, n. 3, pp. 13-16; Genesi e metamorfosi dello “zannu” siciliano, «Italia Romaní» (a cura di M. Aresu e L. Piasere), Roma, CISU, 2008, vol. V, pp. 166-184; Tabbarari a mašcu: viaggio nel gergo dei caminanti siciliani, «Quaderni di Semantica», n. 2, 2012, pp. 291-308; Bbaccagghiu sic. e parlèsia nap.: due gerghi a confronto, «Quaderni di Semantica», n. 1, 2014, pp. 125-133; L’elemento zingarico nel bbaccàgghiu dei caminanti siciliani, «Quaderni di Semantica», n. 2, 2016, pp. 191-217.
[2] Giuseppe Tumino ha diretto documentari, cortometraggi, tra i quali Beddu nostru signuri (2’52”-2005), Terramadre (15’-2012), Abbiamo raccolto le pietre (23’-2008) e Atti e scene in luogo pubblico (25’- 2014), nonché diversi lavori sull’intercultura e alcuni videoclip. Sta lavorando alla sceneggiatura del suo primo lungometraggio. 

[3] Di Rita Mirabella si veda l’interessante indagine fotografica intitolata Caminanti siciliani, pubblicata su «Italia Romaní» (vol. II, a cura di L. Piasere, Roma, CISU, 1999, pp. 37-46); della stessa si consideri anche Parole di Caminanti, «Italia Romaní» (a cura di S. Pontrandolfo e L. Piasere), Roma, CISU, 2002, vol. III, pp. 199-237. 

[4] La foto che lo ritrae è un frame del documentario. L’altro scatto è di Marcello Bocchieri. 

[5] Cfr. D. Nemeth, Nomadi fornitori di servizi: signori temporanei di mercati imperfetti, in L. Piasere (a cura di), Comunità girovaghe, comunità zingare, Napoli, Liguori, 1995, pp. 231-248.

[6] Nel 2010 i Camminanti iscritti alle scuole pubbliche di Noto erano quasi 4 mila e costituivano il 40 per cento della popolazione scolastica. Tra i diversi studi dedicati all’analisi del processo di educazione scolastica di questa comunità, si veda A. Palazzolo, Noto. L’inclusione scolastica dei Caminanti siciliani, in Rom, Sinti e Caminanti e comunità locali. Studio sulle condizioni di vita e sull’inserimento nella rete dei servizi socio-assistenziali nel Mezzogiorno, Roma, maggio 2010, pp. 146-161. Si considerino anche S. Taccone, Dove i caminanti hanno trovato casa. Esperienza di integrazione a Noto, «Popoli e missione», maggio 2010, pp. 10-15 

 

 

 

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Marcello Bocchieri Foto

 

I GIARDINI DI KOLYMBETHRA di Cinzia Terlizzi – Numero 8 – Luglio 2017

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 Così l’Abate di Saint Non nel 1778, di fronte alle meraviglie racchiuse nella Kolymbethra, giardino nell’incanto della Valle dei Templi 

ad Agrigento, fra il Tempio di Castore e Polluce 

e quello di Vulcano…


I suggestivi monumenti dell’era classica impreziosiscono questo angolo di terra che fra piante della macchia mediterranea, mandorli e gelsi presenta un prezioso agrumeto ricco di specie ormai rare che ancora oggi viene irrigato secondo le antiche tecniche arabe con acquedotti sotterranei da dove arrivava anche l’acqua che confluiva in un grande bacino: la Kolymbetra appunto, che serviva per approvvigionare l’antica città di Akragas….

 

Di Kolimbethra parla per primo Diodoro Siculo. Nella sua Bibliotheca Historica descrive la città giardino abbellita da una immensa vasca 

dove sboccavano gli acquedotti feaci e dove venivano 

allevati pesci in abbondanza e una grande varietà 

di specie botaniche.

 

La piscina veniva alimentata da un sistema complesso e sofisticato di gallerie e di cunicoli sotterranei, gli ipogei, che raccoglievano la preziosissima acqua permettendo alla vasca di conservare sempre lo stesso livello e al giardino di prosperare senza interruzioni o problemi dovuti alle crisi stagionali di siccità. Acque limpide e fresche dove i cittadini akragantini solevano immergersi e le donne lavare gli indumenti mentre l’ombra e i profumi dei giardini deliziavano i visitatori. C’è da restare sorpresi se si pensa che tutto questo avveniva, stando sempre a Diodoro Siculo, intorno al 480 a.C..    

 

Kolimbethra subì varie trasformazioni nel corso dei secoli.

 

La piscina venne interrata un secolo dopo la sua realizzazione,
ma l’ingegnoso sistema di cunicoli e di acquedotti non smise
di funzionare, consentendo a tutta l’area di diventare
un immenso orto-giardino dalle infinite potenzialità
agrarie e fruttifere:

 

limoni, aranci, carrubi, melograni, gelsi, pistacchi e perfino banani crescevano rigogliosi nel giardino delle meraviglie immersi in una cornice di essenze mediterranee dove erano prevalenti i lentischi, gli allori e i mirti. Nei secoli diciottesimo e diciannovesimo, Kolimbethra acquista l’aspetto di un gigantesco e straordinario agrumeto assecondando la tendenza dell’intera isola a favorire la coltivazione e il commercio delle arance e dei limoni, fino ad arrivare ai nostri giorni, quando, contrastando la rovina e l’oblio, la Regione, nel 1999, decide di affidare al Fondo Ambiente Italiano le sorti del sito.

 

Un gioiello archeologico e paesaggistico, un luogo tenuto per decenni 

in abbandono tornato all’originario splendore grazie al FAI, 

a cui è stato affidato nel 1999 dalla Regione Sicilia 

in concessione gratuita. 

 

Il Fondo Ambiente Italiano ha ora inaugurato un nuovo suggestivo percorso negli ipogei o “Acquedotti Feaci”, gli unici visitabili nella Valle dei Templi… 185 metri nel sottosuolo attraverso cunicoli che risalgono al 480 a.c.: scavati dagli schiavi fenici nella roccia tipica della zona, la calcarenite gialla, e utilizzati anche per conservare acqua e cibo e, durante la seconda guerra mondiale, come rifugio antiaereo. Si cammina così in un luogo dall’indiscutibile fascino e dal grande valore storico-archeologico e botanico-agrario…tra memorie del passato e profumi del presente.

 

Un’altra perla del Sud salvata dal degrado e dall’oblio e che torna a brillare per la gioia di tutti coloro che amano e difendono
l’eredità culturale del Bel Paese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giardino della Kolymbetra © Vincenzo Cammarata_ok
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I GIARDINI      DI KOLYMBETHRA

 

 

 

 

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