PARCO AYMERICH UN’OASI NEL CUORE DELLA SARDEGNA – Gemme del Sud – Numero 25 – Luglio agosto 2022 – Ed. Maurizio Conte

 

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PARCO AYMERICH UN’OASI NEL CUORE DELLA SARDEGNA

 

Gemme del Sud

           Laconi (OR)

 

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Il Parco Aymerich di Laconi, piccolo borgo tra Oristano e Nuoro, è il più grande parco urbano della Sardegna, un vero e proprio giardino botanico di circa 22 ettari appartenuto fino al 1990 alla famiglia Aymerich, feudatari del paese. 

Autore dell’originale riserva naturale, a partire dal 1830, fu don Ignazio Aymerich Ripoll, senatore del Regno d’Italia e appassionato collezionista 

di piante esotiche e rare, 

 

che cominciò ad importare dai suoi numerosi viaggi. 

 

Il Parco offre suggestivi sentieri naturalistici tra boschetti di lecci, carrubi, magnolie, olivastri, pini della Corsica. Di particolare interesse è la presenza di numerose specie di orchidee e quella, imponente, di un cedro del Libano, piantato nel 1835 quando aveva pochi anni, che oggi ha raggiunto un’altezza di 25 metri e una circonferenza di 415 cm. 

 

L’acqua è tra le maggiori attrazioni del Parco: abbondante in tutte le stagioni, crea spettacoli davvero insoliti per una regione come la Sardegna, notoriamente arida. Molto bella la Cascata Maggiore con i suoi 12 metri d’altezza.

Disseminate tra la vegetazione si possono ammirare diverse grotte 

e cavità naturali, la cui importanza è legata a vicende storiche: 

 

durante la Seconda Guerra Mondiale Laconi, come molti altri paesi sardi, accolse gli sfollati cagliaritani che fuggivano dai bombardamenti delle forze alleate che si abbatterono nel 1943 sulla città e il marchese Aymerich aprì il parco per offrire loro ricovero. 

 

Di grande suggestione, poi, sono le rovine del castello medievale, costruito nel XIII secolo. L’edificio presenta una sala principale dove è possibile vedere alcune sedute in pietra ed una bellissima finestra gotica che offre un panorama meraviglioso. 

 

Dal luglio del 1990 il Parco di Laconi è di proprietà della Regione Autonoma della Sardegna che l’ha acquistato dalla famiglia Aymerich.

 

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GARGANO POTENZIALITA’ E PROPOSITI di Luigi Ianzano – Numero 25 – luglio agosto 2022 – Ed. Maurizio Conte

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GARGANO POTENZIALITA’ E PROPOSITI

 

Il Gargano, come altre province meridionali, è territorio culturalmente fertile.Per sua natura, condivide con esse anche una certa fatica nel crederci, nel prendere coscienza delle proprie potenzialità, della propria identità caratterizzante. Stenta, perciò, al decollo.  

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Un esame attento della realtà lascia trapelare, in sostanza, accanto ad aspetti positivi e promettenti, solitudini operative, sclerotizzazione di spazi culturali, logiche municipalistiche, che convivono con considerazioni spesso anacronistiche, visioni banalizzanti, immagini da cartolina, narrazioni fosche, presagi di abbandono o morte certa di un territorio che, però, può offrire più di quanto si possa immaginare.

 

Eppure fino a un passato non troppo remoto, le eccellenze umane hanno prodotto non pochi lavori di conoscenza e di divulgazione di un patrimonio paesaggistico, botanico, archeologico e naturalistico di ragguardevole rilevanza. 

Fin dagli albori delle scienze naturali l’interesse per questo prezioso sperone d’Italia 

è stato premiato da scoperte notevoli.


Nomi noti e meno noti, come Andrea Mattioli, Luigi Anguillara, lo stesso, famosissimo Linneo, hanno contribuito a far conoscere rarità, endemismi, gemme presenti solo o soprattutto sul Gargano.   

 

Tutta questa fioritura di interesse e di conoscenze è proseguita nell’ottocento e durata fino alla prima metà del novecento con studiosi, naturalisti e ricercatori nati e vissuti in loco, come Michelangelo Manicone e Giuseppe del Viscio, quest’ultimo il primo a far conoscere la presenza sul Monte Pucci di una necropoli paleocristiana dall’architettura originale e sofisticata e ricca di sepolture che solo con le odierne campagne di scavi oggi stanno rivelando tesori antropologici e paleontologici di enorme interesse storico e culturale. Sono la testimonianza di una insospettata vita comunitaria ricchissima nell’area sviluppatasi soprattutto dopo la caduta dell’Impero Romano. 

Dopo la seconda guerra mondiale la stasi, con rare eccezioni, come i saggi di Michele Vocino, e gli studi di Filippo Fiorentino, docente e umanista, che alla divulgazione dei tesori paesaggistici e culturali del Gargano dedicò gran parte della sua vita, non soltanto professionale, avversando la riduzione a pubblicità da depliant della storia e della prorompente bellezza paesaggistica della Montagna del Sole.

Tante e più che mai impellenti, oggi, le poste in gioco: dalla biodiversità 

agli ecosistemi, dallo sviluppo sostenibile ai modelli innovativi di impresa e consumo, dai sistemi di comunicazione ai modelli educativi, dal turismo sostenibile alla qualità della vita, dall’economia circolare al cambiamento climatico, all’alimentazione, 

allo spreco, alla tutela dei beni storici, artistici, religiosi, archeologici, 

alla conservazione del patrimonio linguistico.


Una complessità che può essere efficacemente e realisticamente fronteggiata solo con una convinta e partecipata opera di integrazione dei saperi, attraverso le lenti della ricerca scientifica e della riflessione umanistica, con spirito di apertura, arricchimento, accettazione delle diversità, approccio integrato agli studi. 

Per questa via si può tracciare un percorso comune ai vari approcci 

della conoscenza e perseguire una conoscenza olistica, 

dove il capitale umano assurga a ricchezza da preservare 

e le eccellenze del territorio divengano forze attive,


capaci di coniugare i valori fondanti dell’umanesimo con le nuove visioni e le sfide del mondo contemporaneo.   

 

In questo frangente, una proposta di ritrovo e confronto tra professionisti dei vari campi del sapere (scientifico, tecnico, umanistico, giuridico, economico e sociale) fa ben sperare, con interessanti e promettenti percorsi di condivisione, studio e ricerca finalizzati alla conservazione e allo sviluppo delle conoscenze caratterizzanti (culturali, sociali, storiche e scientifiche). 

Un progetto tanto necessario quanto ambizioso lanciato lo scorso giugno 

nella baia Calenella, nota località del comune di Vico del Gargano, 

dove sono confluite numerose personalità di ogni ramo 

del sapere scientifico ed umanistico.


Si è sottoscritta una carta di intenti e dato allo stesso sodalizio il nome di ‘Carta di Calenella’. L’obiettivo, certo ambizioso, è ben fondato: non disperdere le intelligenze che possono cogliere i fermenti di cui la provincia meridionale ha bisogno, attraverso un’offerta culturale (convegni, seminari, pubblicazioni, premi, borse di studio) nella quale ognuno possa farsi protagonista in rapporto alle personali professionalità ed esperienze, con i giusti propositi di dialogo con le istituzioni e la saggia apertura alle giovani voci emergenti dal territorio.   

 

Un fronte comune che promette bene, a considerare le primissime occasioni di incontro e condivisione. Un’impresa edificante che sa di efficace rilancio, che lascia aperte le porte di un favorevole riscatto.

 

 

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Conoscenza, Innovazione e Impresa: una prospettiva per Napoli di Antonio Lopes – Speciale Napoli – Aprile maggio 2022 Ed. Maurizio Conte

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CONOSCENZA, INNOVAZIONE E IMPRESA: UNA PROSPETTIVA PER NAPOLI 

 

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è stata interessata dal declino di interi comparti produttivi (soprattutto nei settori di base quali siderurgia, chimica, ecc.) che ha inaugurato la stagione della dismissione e, conseguentemente, della formazione di quelli che i geografi chiamano “vuoti urbani”. Infatti, il ridimensionamento delle attività produttive e le politiche di delocalizzazione e decentramento produttivo hanno stravolto gli assetti territoriali, per l’abbandono di molte aree un tempo occupate da imprese che, in molti casi, sono rimasti inutilizzate.

Tuttavia, questo processo non ha interessato solo le strutture industriali, 

ma anche numerosi complessi del terziario che hanno visto perdere 

progressivamente la propria funzionalità per la ridistribuzione 

nello spazio urbano di molte attività economiche.


Tutto ciò è avvenuto in contesto di un’economia di per sé debole; in particolare, ad essere interessate da questi fenomeni, sono state soprattutto le periferie orientale e occidentale di Napoli le quali, sin dall’età borbonica, per le favorevoli condizioni territoriali – morfologiche e di accessibilità – hanno rappresentato le aree preferenziali per la localizzazione di impianti industriali che, nei decenni successivi, sono state affiancate da molti altri stabilimenti di diversi comparti produttivi progressivamente dismessi. In assenza di una pianificazione illuminata ed innovativa, queste aree hanno finito col trasformarsi in spazi degradati, avulsi dai loro contesti territoriali, abbandonati e motivo di rischio per l’uomo e per l’ambiente

Al vuoto ed al degrado occorre reagire e, sebbene in modo stentato e talvolta contraddittorio, si sta faticosamente facendo strada la tendenza a considerare strategico, per il recupero di queste aree, puntare su settori produttivi 

caratterizzati da un maggiore contenuto di conoscenza. 

 

In altri termini, l’innovazione scientifica e tecnologica assume rilievo cruciale, così come la capacità delle imprese più dinamiche ed innovative di inserirsi in un contesto territoriale favorevole, caratterizzato dalla presenza di centri di ricerca ed università. 

 

In questa dimensione si rivalutano anche le città nelle scelte di insediamento delle imprese e si accentuano i processi di concentrazione dell’attività economica anche all’interno delle stesse regioni. Nel 2025, secondo una ricerca McKinsey, in 600 città globali il 66% della popolazione del mondo produrrà due terzi del Pil mondiale e la competizione vedrà sempre più coinvolte le grandi aree metropolitane ricche di connessioni.

Una certa narrazione vede in Napoli la città del Teatro, della Musica e delle bellezze naturali, si dimentica però che il capoluogo campano è sede della più antica università pubblica d’Europa istituita dall’Imperatore Federico II nel 1224 e che vanta una prestigiosissima tradizione nel campo della ricerca scientifica, si pensi soltanto all’istituzione della prima cattedra di genetica in Italia.


La presenza di un forte polo universitario – ben cinque atenei – in campo scientifico è condizione necessaria per consentire anche la nascita ed il rafforzamento di imprese ad alta tecnologia.

 

In questi ultimi anni si possono segnalare varie iniziative

che vedono il coinvolgimento – faticoso – di soggetti pubblici e privati che si muovono in questa direzione tanto nella periferia ovest che in quella ad est della città partenopea. Sul versante occidentale, nel quartiere di Bagnoli, ai margini dell’area ex-industriale dell’Italsider, due consorzi di imprese sono impegnati nella realizzazione di un Polo Tecnologico per ospitare uffici e laboratori di ricerca e sviluppo, sia per le proprie aziende, sia per le altre che gradualmente vorranno insediarsi in un comprensorio con grandi potenzialità.

 

Si prevede di costruire Laboratori ed uffici per ospitare fino a 3000 tecnici e ricercatori. Oltre ad uffici e laboratori sono previsti parcheggi interrati ed esterni, ampi spazi verdi ed aree per ospitare eventi, show-room, sale riunioni, servizi di ristorazione, commerciali, ricettivi e per la logistica.

 

La realizzazione di un luogo fisico per aggregare le competenze risulta strategico e consentirà di sviluppare collaborazioni tra le imprese e con enti di ricerca. La condivisione delle conoscenze e delle esperienze realizzative sarà caratterizzata da un elevato livello di innovazione già con gli impianti previsti con la costruzione del Polo Tecnologico. 

 

Con più di 30 imprese ed enti di ricerca, il progetto si presenta con un rilevante programma di investimenti che si svilupperà costituendo un aggregato di personale con alta qualificazione professionale. Il Polo accoglierà centinaia di persone anche dall’estero, che troveranno a Bagnoli uno spazio dove lavorare, soggiornare e trascorrere il tempo libero tra le tante attività ricreative disponibili. Verrà a crearsi così un indotto economico e sociale con ricadute positive sull’intero territorio circostante.

Nel Polo Tecnologico saranno applicate le migliori tecnologie e realizzati servizi innovativi, alcuni in forma sperimentale ed altri già industrializzati,


che potranno essere mostrati e valutati fisicamente, come una grande show-area con possibili ed auspicate estensioni nella circostante e riqualificata area ex-industriale di Bagnoli. 

 

L’intero progetto, come si diceva, nasce dalla collaborazione di due consorzi di aziende, chiamati rispettivamente Polo Tecnologico Ambiente (PTA) e Polo Tecnologico di Bagnoli (PTBagnoli). Questi consorzi riuniscono numerose aziende attive nel campo dell’innovazione, decise a valorizzare insieme il territorio locale attraverso l’eccellenza che dimostrano nelle più avanzate tecnologie. Tra queste Bit4id, Gematica, Graded, IBI, IDI, IPmotive, Itatech, Protom, Sea Costruzioni, e molte altre.

 

Le competenze delle imprese del Polo Tecnologico sono 

di assoluto valore anche a livello internazionale

 

ed includono, tra l’altro: Valutazione e riduzione dell’impatto dei rischi ambientali da cause naturali e antropiche, Sistemi e servizi di sicurezza informatica, Smart-City: gestione ambiente e infrastrutture, Bonifica di siti contaminati, Tecnologie e materiali ecocompatibili, Energie alternative e gestione integrata dei rifiuti. 

 

Ogni azienda darà vita ad un centro di eccellenza tecnologica, detto anche “TEC – Tecnology Excellence Center”, in cui portare avanti le proprie attività di ricerca applicata e sviluppo. La presenza di tante diverse realtà all’interno del Polo Tecnologico porterà ad un fruttuoso scambio di competenze e know-how. 

 

Il Polo Tecnologico avrà un ruolo fondamentale nei processi di sviluppo economico e sociale del territorio.

 

Per raggiungere questo importante obiettivo si ispira all’eccellenza già raggiunta 

a livello locale in tre diversi ambiti, dove tutti i fattori cooperano, 

si influenzano e si arricchiscono vicendevolmente.


A Napoli Est si annovera già la presenza di importanti multinazionali quali la Apple, Cisco, Deloitte, Merck, Accenture, IBM, NTT Data, che operano in collaborazione con le università Federico II e Parthenope in percorsi di formazione ed Academy per giovani e laureati. In particolare, il Digital Innovation Hub promosso da Confindustria opera per facilitare le relazioni tra Industrie, Centri di Ricerca ed altri attori istituzionali. Il Polo Tecnologico di Bagnoli offrirà nuovi spazi per ampliare le presenze qualificate nell’area di Napoli con nuovi centri di eccellenza tecnologica.

 

Tutto questo si inserisce in un territorio rinomato in tutto il mondo per la sua varietà 

e per la sua ricchezza, ed il patrimonio ambientale, culturale e monumentale 

di Napoli e dell’intera regione non smette mai di stupire.

Oltre ad essere una continua fonte di ispirazione, la bellezza del territorio è un solido pilastro dell’economia locale che può fungere anche da attrattore turistico. 

 

Spostiamoci ora verso la periferia orientale, dove è stato inaugurato, nel Polo Tecnologico Aerospaziale di via Gianturco a Napoli, il laboratorio “Fabbrica dell’Innovazione” per le attività di ricerca in condizioni di microgravità: una struttura di oltre 1000 mq. E’ stato sottoscritto il contratto tra l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e la società Ali (Aerospace Laboratory for Innovative Components) per la realizzazione di due Space Box contenenti altrettanti esperimenti di life science che saranno inviati sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Gli Space Box sono laboratori miniaturizzati realizzati dalla società Ali e già qualificati per le attività nello Spazio lo scorso agosto 2021 che consentiranno la totale automatizzazione degli esperimenti.

 

All’interno del Polo tecnologico Aerospaziale è stato sviluppato 

il progetto READI-FP, finanziato dalla Regione Campania,

 

che nell’ultimo anno ha conseguito risultati davvero significativi con la certificazione del Mini Lab, strumento innovativo per “incubare” esperimenti al servizio della ricerca aerospaziale. 

 

Una fabbrica dell’innovazione in una struttura che in passato ha ospitato una grande fabbrica metalmeccanica, la Mecfond, segna una continuità che è paradigmatica delle potenzialità che questa storica area della città può ancora esprimere al servizio della rinascita di Napoli.

 

Va anche detto che l’apertura dei nuovi spazi della Fabbrica dell’Innovazione costituiscono un ulteriore elemento di rafforzamento 

del Distretto Aerospaziale della Campania.

Quest’ultimo rappresenta ormai una realtà consolidata che si occupa della cura e gestione delle collaborazioni e dello scambio di know-how in ambito internazionale, nonché della promozione di partnership tra mondo imprenditoriale, istituzioni, università e centri di ricerca che favoriscano processi di cross-fertilization a supporto della creazione di nuove tecnologie, della loro diffusione e del loro trasferimento nel settore aerospaziale.

 

Il modello del distretto si è rivelato a 10 anni dalla sua costituzione una struttura efficiente poiché supera la logica della relazione occasionale tra il mondo della ricerca ed il mondo delle imprese e favorisce una relazione costante fatta di sinergie per condividere le visioni di medio e lungo termine. In Campania siamo forti più nel settore della ricerca che in quello industriale.

 

Tra i nuovi progetti vanno segnalati la Urban Air Mobility, cioè la possibilità 

di alleggerire il traffico e contrastare l’inquinamento

 

mettendo a disposizione degli aerotaxi che si muoveranno ad esempio tra gli aeroporti principali della Campania, come Capodichino e Pontecagnano, raggiungendo le mete senza intasare il traffico della città. Vi è poi il forte contributo alla svolta green nella ricerca della limitazione dell’inquinamento, soprattutto quello acustico, non solo le emissioni di carbonio, utilizzando materiali e processi di lavorazione riciclabili che richiedano poca energia. 

 

In Campania la Tecnam ha avanzato un progetto di un aereo a propulsione elettrica, ma c’è anche grande interesse per il volo ipersonico, che coprirebbe la tratta Napoli – New York in un’ora e mezza.

 

Il distretto costituisce un luogo di discussione e di condivisione 

che produce conoscenza di elevato impatto.


Purtroppo una parte troppo piccola di questa conoscenza si trasforma in innovazione a favore delle imprese e genera lavoro in maniera ampia a causa della ridotta dimensione delle imprese potenziali destinatarie. Si ritorna così al punto da cui si era partiti: la conoscenza è condizione necessaria per la crescita aziendale, ma non è sufficiente se non è integrata da un intervento pubblico efficiente e da una politica industriale attenta alle ragioni dello sviluppo di un territorio dalle notevoli potenzialità.

 

 

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IL RITORNO DEI LUPI IN SUD CHE SI ESTINGUE di Max De Francesco – Numero 23 – Dicembrre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

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Il ritorno dei lupi in un Sud che si estingue

 

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Il modo migliore per conoscere il Sud è attraversare il suo dileguarsi, vivere il tempo sospeso delle aree interne, inoltrarsi in quei paesi fuori dalla mappa del clamore e degli affari, dove il silenzio pesa come le anime dei castagni e chi è restato tra quelle pietre esce dalle case, cito il poeta Vittorio Bodini, «come numeri / dalla faccia di un dado». 

Lo scorso giugno, per la realizzazione del documentario “Il sentiero dei lupi”, prodotto dall’Apulia Film Commission e dalla Fondazione con il Sud, mi sono ritrovato nel Cilento più interno e sconosciuto insieme al regista Andrea D’Ambrosio, ad una gagliarda troupe, prevalentemente metropolitana, e a Marco Galaverni, direttore scientifico “Programma & Oasi Wwf Italia” ed esperto internazionale di lupi.

Eravamo partiti per raccontare l’estinzione del mitologico animale, siamo tornati dovendo documentare quella dell’uomo.

 

Sotto un sole narcotico, abbiamo vissuto giorni “senza campo” in una bellezza che all’inizio appariva inaccessibile, per poi sciogliere, mattina dopo mattina, la sua impenetrabilità aprendo anfiteatri di lecci e spalti d’acqua fragorosa, mostrandoci la marcia dei faggi e la fuga degli ulivi, donandoci la rara esperienza di essere raggiunti sul superbo Monte Cervati esclusivamente dalle “notifiche” dei campanacci delle mucche. Valle dell’Angelo, Laurino, Piaggine, Rofrano, la foresta di Pruno, Montano Antilia: 

 

i lupi si sono riavvicinati a questi luoghi, si sono ripresi queste montagne 

che sorvegliano comunità ristrette tra approdi di muschio e ali di croci, 

si sono rimpossessati della sinfonia notturna, col fascino 

ed il presagio del magnetico ululato.

Non li abbiamo incontrati, ma è come se li avessimo visti. Abbiamo avvertito la loro presenza nel percorrere la salita prima di arrivare al rifugio Cervati, scalando all’alba il benedetto Monte Gelbison, o dopo aver superato un ponticello presepiale per raggiungere il sentiero “Cammino di San Nilo” nella frazione di Massicelle, un grappolo di casali anarchicamente immersi nella macchia dove i monaci basiliani insegnarono il valore del Vangelo e della terra. Li abbiamo ammirati a distanza, visionando “fototrappole” sistemate in alcuni punti strategici dei boschi, mentre marcavano il territorio e socializzavano nell’oscurità; li abbiamo sfiorati a Roscigno Vecchia, il borgo fantasma con un solo abitante, Giuseppe Spagnuolo, per tutti “Garibaldi”, che vive in una casa sorretta dal fumo della sua pipa: qui, vicino ad una fontana, Galaverni ha individuato tracce e feci fresche di lupo, preziose per determinare specie, sesso ed abitudini alimentari dell’animale. 

In modalità osteria, dinanzi ad un piatto di “palmarieddi” al ragù – cavatelli casarecci dalla forma allungata, realizzati con quattro dita da un impasto d’acqua e farina – abbiamo ritrovato i lupi nei “cunti” serali dei pastori Zi’ Francesco e cumpa’ Felice, 


emozionati nel ricordarne la magia e la ferocia, nel documentarne il carisma degli occhi e la velocità del passo, nel raccontare il suicidio di ventitré bufali che, scorgendo in lontananza una coppia di lupi, scelsero di gettarsi in un burrone, nel recuperare dagli inverni del dopoguerra l’entrata in paese del “luparo” che, vestito come Ade con la pelle dell’animale, a caccia di minestre calde e ricompense, spingeva e mostrava nella neve un carro di carcasse.   

 

Nell’attesa del prossimo report sulla desertificazione del Mezzogiorno e del consueto registro di dichiarazioni che ne attesterà la gravità, conviene farsi un giro, ogni tanto, nel Sud che svanisce. Immergersi nel suo incanto desolato vale molto di più che scorrere tabelle demografiche. Sentirne le voci e camminarci dentro serve a capire come il ritorno dei lupi e di altre specie, un tempo a rischio estinzione, sia dovuto essenzialmente al ritiro dell’uomo dalle montagne, allo spopolamento dei campi.

Una volta rientrati nell’inciviltà dei suoni innaturali e della corsa al nulla, 

ti rendi conto quanto sia favoloso il telaio umano del Sud 

che si sta estinguendo.


Apri il diario intimo di quei giorni cilentani e ripassi le vite di quella gens resistente che professa ancora il miracolo della terra, il canto delle radici, il potere della raccolta. A questa civiltà contadina, fatta di riti lenti e desideri di sole, ammalata di malinconia per l’addio dei giovani, così orgogliosa nel praticare antichi mestieri già entrati nell’archivio della sparizione, pronta ad interrompere la solitudine operosa per raccontarsi ed accorgersi viva, appartiene Carmelo Forte, volto alla Fidel e voce burrascosa, cestaio e pastore nella terra interiore di Montano Antilia.   

 

Nell’ultimo giorno di lavorazione per il documentario, dopo averci spiegato come le rondini siano le sue più grandi alleate perché tengono lontani gli insetti dai formaggi sospesi sotto gli archi del suo regno, Carmelo si è allontanato non prima di consegnarci, in quella mattina tolta al paradiso, una morra irresistibile di parole, risalite da una gola d’un torrente: «Noi del Sud dobbiamo essere come i lupi, che non tradiscono, sanno muoversi nel buio e conoscono l’ordine della foresta. Io sono nato tra queste pietre e ci voglio morire. Io sono come un lupo».

 

 

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VENAFRO E IL SUO PARCO DEGLI OLIVI Gemme del Sud – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

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VENAFRO E….. IL SUO PARCO  DEGLI OLIVI

 

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Venafro (in provincia di Isernia), nota come la Porta del Molise, è senza dubbio una delle più belle e caratteristiche cittadine della regione, ricca di storia, arte e cultura. Ma c’è una cosa che rende questo posto davvero unico: i suoi ulivi, tra i più antichi piantati in Italia. 

Venafro è uno dei tre luoghi simbolo dell’olivicoltura storica mediterranea, 

insieme alla biblica Efraim ed al Monte degli Ulivi di Gerusalemme.

 

Venafro (in provincia di Isernia), nota come la Porta del Molise, è senza dubbio una delle più belle e caratteristiche cittadine della regione, ricca di storia, arte e cultura. Ma c’è una cosa che rende questo posto davvero unico: i suoi ulivi, tra i più antichi piantati in Italia. 

Le sue origini antiche sono tramandate da numerose fonti letterarie – da Orazio 

a Plinio il Vecchio, a Marziale – molte delle quali testimoniano che i Romani 

ritenevano l’olio di oliva prodotto in questo luogo 

il più pregiato del mondo antico.

 

Venafro (in provincia di Isernia), nota come la Porta del Molise, è senza dubbio una delle più belle e caratteristiche cittadine della regione, ricca di storia, arte e cultura. Ma c’è una cosa che rende questo posto davvero unico: i suoi ulivi, tra i più antichi piantati in Italia. 

 

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RUDISTE GIOIELLI DELL’AMBIENTE di Santa Picazio – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

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i confini fra le regioni restano inesistenti. Sono linee immaginarie tracciate dall’uomo per comodità di studio, o per convenzioni politiche. 

RUDISTE GIOIELLI DELL’AMBIENTE

 

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È quanto bisogna considerare quando si passa dalla Puglia al

Molise, una regione minuscola, posata di traverso sulla Puglia come un cappellino, 

ma ricca di motivi per una visita, e non una visita veloce, ma una di quelle lente, consapevoli delle tante cose che ci sono da vedere. 


Si potrebbe cominciare da Pietrabbondante, con il suo Teatro italico, in località Calcatello. Affacciato sulla valle del Trigno, toglie il fiato per la sua imponenza, un’antica e ricercata imponenza. Risale infatti ad un paio di secoli prima della nascita di Cristo. Ed ancora, una visita ad Agnone, con le sue famose campane, dove si resta affascinati dal bronzo fuso, calato ad occupare il vuoto della forma, e dove rimarresti ancora per scoprire un altro segreto, quello del loro suono. E che dire di Sepino? La Pompei molisana, cui si arriva attraversando una porta romana. Un luogo ancora ben conservato, dove hai la sensazione di poter salutare antichi romani, e dove tutto si confonde, fino a meravigliarti di incontrare turisti invece che veder passare delle matrone.

C’è, però, una tappa che non ti aspetti, quella che porta in direzione del Matese, 

verso San Polo Matese, un piccolo comune di meno di cinquecento anime.


In questa località sopravvive una torre di origine forse longobarda, restaurata di recente, in prossimità della quale si notano delle strane rocce che racchiudono dei fossili: sono le Rudiste. Ed è a questo punto che la curiosità del turista, di un attento ed interessato turista, deve molto indietreggiare nel tempo, fino al periodo Mesozoico, circa 200 milioni di anni fa. A quell’epoca tutta la regione, e non solo, era ricoperta dal mare, un mare con un bel nome, “Tetide”, limpido, non molto profondo, a temperatura quasi costante, che si estendeva dalle Alpi al Borneo, dall’America centrale all’Himalaya. In questo mare, le Rudiste, questi molluschi bivalvi, prosperavano, riproducendosi senza problemi. Poi, accade che una lenta, ma inesorabile trasformazione di questo favorevole ambiente portò alla fine delle Rudiste. Ma non scomparvero, divennero pietra, che non si perderà mai nel tempo, ma rimarrà a far parte dei nostri paesaggi più interessanti.

L’importanza delle Rudiste risiede, appunto, nel fatto che hanno contribuito, con l’accumulo dei loro resti, e la successiva fossilizzazione, alla formazione 

di rocce particolarmente utili per l’uomo.


Le loro particolari caratteristiche, definite “calcari a Rudiste”, riscontrabili in molte zone dell’Italia centro-meridionale, si sono rivelate un elemento di grande importanza. La sedimentazione di questi preziosi gusci ha formato nel tempo strati fossili alti migliaia di metri. Una lunga storia durata per milioni di anni. Poi, il fondale marino decise di emergere, non per guardarsi attorno, ma per le forti spinte tettoniche dei continenti che desideravano dividersi per poi rincontrarsi. Ed ecco gli Appennini, e non solo: tante sono le terre emerse, l’Italia tutta, per esempio, dove le rocce calcaree, sensibili al lavoro costante dell’acqua si sono trasformate in bellissime grotte con ricami di pietra. Ma queste rocce hanno anche una funzione meno decorativa e di grande utilità per l’uomo costruttore: offrono la possibilità di ricavare calce viva per il suo impegnativo lavoro.                              

 

 

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AVEZZANO L’AIA DEI MUSEI di Ilse Beretta Covacivich – Numero 22 – Settembre ottobre 2021 – Ed. Maurizio Conte

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AVEZZANO L’AIA DEI MUSEI

 

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tra l’antico ed il contemporaneo, un’operazione culturale riuscita ed il mecenatismo degno di questo nome rendono l’Aia dei Musei un imperdibile luogo dove approdare. 

Il tutto deve essere condito da impegno, straordinaria forza di volontà e amore per quello che è intorno a noi, che spesso vediamo senza guardare.   

 

Quando cultura e comunicazione rendono con efficacia le correlazioni tra territorio, tradizione, innovazione ed informazione, ecco allora

l’Aia, nome evocativo di un luogo di incontro e di lavoro, di tradizioni custodite 

e storie raccontate, dello stretto rapporto tra uomo e ambiente, oltre che 

della particolare ricchezza dell’Abruzzo in questi ambiti.


Nel caso dell’Aia dei Musei, polo museale di recente impianto, ecco come una struttura culturale degna di questo nome interconnette storia ed attualità. L’occasione per guardare con attenzione all’impresa così brevemente accennata viene da una mostra temporanea, “Sculture a colori”. L’esposizione porta ad Avezzano il movimento artistico chiamato “Cracking Art”, che connette un ‘prima’ così lontano ed un ‘oggi’ grazie alla relazione tra l’ambiente e l’artefice delle sue trasformazioni, utilizzando, per l’opera di creazione, il riciclo di materiali inquinanti.

La contingenza di una mostra d’arte contemporanea, degno tributo di un mecenate che non delude mai, rende evidente una storia durata quasi duemila anni: 

quella del Lago del Fucino.


Terzo bacino per grandezza in Italia, al centro, nel corso della storia, di importanti progetti di ingegneria idraulica, da quello di Giulio Cesare fino a quello del banchiere Alessandro Torlonia (divenuto principe grazie al completamento dell’opera cui si accennerà), il bacino era destinato ad essere prosciugato per farne risaltare le potenzialità agricole. 

Esso, infatti, per le caratteristiche geofisiche – prime fra tutte la mancanza di un emissario che potesse farne defluire le acque – era soggetto ad eccessivi sbalzi volumetrici che non permettevano di creare stanziamenti agricoli in una terra conosciuta per la fertilità.

Il progetto pensato da Giulio Cesare, assassinato prima di poter iniziare i lavori, 

fu portato ad un primo completamento dall’Imperatore Claudio


che creò un emissario artificiale sotterraneo per salvare gli abitanti dalla risalita di quasi 12 metri del livello delle acque. Le manutenzioni, necessarie per il tipo di pietra impiegato, erano tante e tali che, alla caduta dell’impero per l’avvento delle orde barbariche, il sito venne lasciato in stato di abbandono, riconsegnando il livello delle acque all’imprevedibilità delle condizioni atmosferiche.

Fu nella metà dell’Ottocento che venne data la concessione di ripristinare 

le opere claudiane ad Alessandro Torlonia


il quale, per essere riuscito nell’impresa di bonifica, non solo ottenne le terre strappate alle acque, ma venne titolato principe da Vittorio Emanuele dopo la dichiarazione di avvenuta bonifica del 1878. Le parole di Alexandre Dumas del 1863 rendono più di ogni racconto: “Il principe Alessandro Torlonia portò a termine un’opera ideata da Cesare, ritenuta impossibile da Augusto, tentata da Claudio, rilanciata invano da Adriano e Traiano e che, nel corso di diciassette secoli, aveva vanificato gli sforzi di Federico di Svevia, Alfonso I d’Aragona, i dubbi Colonna e Ferdinando IV, che valeva la pena fare una deviazione di qualche chilometro per ammirare quel lavoro dell’antichità, che, se avesse saputo come farlo, l’avrebbe chiamato l’ottava meraviglia del mondo”. 

Questa la storia raccontata oggi in uno dei due musei dell’Aia, chiamato, per l’appunto, “Il Filo dell’Acqua”.

Con la mostra “Cracking Art”, l’Aia dei Musei, luogo ricco di storia e tradizioni, 

si trasforma in una variopinta e contemporanea Arca di Noè, con sculture 

di conigli, orsi, lupi, elefanti, tartarughe e chiocce come simbolo 

di rappresentazione di tutte le specie e del potere che viene loro attribuito. 

Il messaggio che arriva allo spettatore è di un’impellente 

necessità di rigenerazione della natura stessa.


Come il luogo in cui è realizzata è stato trasformato dall’uomo per il miglioramento della vita di chi vi abitava, così questa mostra innovativa sottolinea come l’utilizzo di materiali considerati deleteri per la flora e per la fauna possa essere destinato alla creazione di opere d’arte. Le “sculture a colori”, realizzate da un gruppo di artisti che si definiscono crackers, fanno entrare il pubblico in un mondo surreale composto da forme e colori diversi.

Il messaggio del ‘prima’ e del ‘dopo’ è quello secondo cui l’attività umana plasma oggetti e materiali, trasformandoli in capolavori portatori 

di un profondo messaggio di rinnovamento.


Il coronamento di tanta forza evocativa si deve, ancora una volta, alla Fondazione Terzo Pilastro Internazionale, presieduta dall’illuminato Emmanuele Emanuele, che ha avuto modo di affermare come “la sede espositiva ancora poco nota rispetto alla sua bellezza […] merita sicuramente di essere conosciuta, e che la Fondazione intende contribuire a farla diventare un nuovo polo di eccellenza per l’arte contemporanea”.

 

 

 

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IL CUORE DEL VULTURE: LA BADIA DI SAN MICHELE di Sergio Spatola numero 22 settembre ottobre 2021 ed. Maurizio Conte

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affidandosi alle sapienti mani di colui che non solo li vive ma li ama, senza porsi domande e senza consultare guide – insomma, ponendosi favorevolmente nei confronti dell’ignoto – è già un’avventura. Naturalmente la qualità umana dell’ospite gioca un ruolo essenziale e, nel caso di chi scrive, è una certezza.

Se il “dove” è la Basilicata, poi, ci si può ubriacare da tanta bellezza e sentirsi così “persi” nei boschi, nelle alture, nei punti panoramici, nei castelli, da provare quella fugace emozione chiamata felicità.

In questo caso specifico, il crescente stupore, culminato in meraviglia,


ha avuto inizio sul Monte Carmine ad Avigliano, ove è adagiato l’omonimo santuario. È un luogo per tutti: religiosi e non. Mentre il primo potrebbe fare anche una sosta mariana, entrambi potrebbero godere di un panorama che comprende tutta la Basilicata, dal confine campano a quello pugliese, che, con il suo tavoliere, si para all’orizzonte orientale.

E poi c’è il Nord, verso il quale solitario, maestoso, cromaticamente riconoscibile 

per via dei boschi che non sono stati strappati in favore dell’agricoltura, 

si erge lui, il vulcano ormai spento: il Vulture.

Lungo il percorso che da Monte Carmine porta nel cuore del cratere, ci si imbatte nel castello federiciano di Lagopesole. Tra non molto sarà possibile rivederlo. Nel frattempo, il noto calore umano meridionale di qualche operatore del Nucleo di Tutela della biodiversità ve ne parlerà e vi racconterà dei lavori che lo stanno portando all’antico splendore.   

 

Superata la zona dell’Aglianico, per chi non volesse e non potesse fermarsi a gustarlo lentamente, accompagnato magari da strascinati con cacio ricotta e peperone crusco, lo attendono i boschi di querce che sussurrano una promessa: entra nel vulcano e vedrai! 

Hanno ragione. 

Cos’è questa meraviglia? Non sono i due laghi (il maggiore e il minore) di Monticchio con un grado di biodiversità tale da avere il diritto a un documentario tutto loro e che costituiscono uno spettacolo di rara bellezza, ma quello che incastonano insieme alle pareti del cratere. 

Mi riferisco al luogo che custodiscono:

l’Abbazia di San Michele Arcangelo, che la devozione, già precedente all’anno mille, 

e il tempo hanno connotato di una tale stratificazione architettonica 

da essere tuttora studiata.


Quel luogo era destinato: già in epoca pre-cristiana vi si venerava una dea femminile, per poi, dall’epoca bizantina in poi, essere dedicato a San Michele Arcangelo. 

E la santificazione della forza e del coraggio, tipicamente attribuite all’apice della schiera angelica, non poteva che trovare luogo più adatto per essere celebrata, pur non facendo parte della cosiddetta Linea Sacra. 

La stessa storia della lunga, incessante e perigliosa costruzione della Badia lo testimonia.

Tutto ha avuto inizio con i Benedettini che fino al XVI secolo hanno gestito sia il luogo che le risorse patrimoniali, compresa la fonte che ancora oggi 

concede la sua acqua ricca di sali minerali.

Ma la storia architettonica del luogo che oggi vediamo ha a che fare con un evento fin troppo familiare: un terremoto. La catastrofe del 1456 ha spinto i monaci del monastero di Sant’Ippolito, posto in basso tra i due laghi, a portare il culto micaelico sulla rupe in cui sono custodite le tracce più antiche del sito. Da quel momento, i frati Agostiniani prima e i Cappuccini poi hanno completato l’opera che oggi può essere ammirata, o meglio percepita.   

 

La Badia è visibile nella sua interezza dal lago maggiore, perché quando ci si trova dentro è talmente ripida la facciata che la prospettiva non può essere interamente colta, a testimoniare quanto scoscesa sia la base di roccia a cui letteralmente è stata appesa.

Un luogo di preghiera innanzitutto, e soprattutto, per un religioso 

e un luogo di introspezione per chi non lo è.

Affacciarsi dalle vetrate della chiesa o scorgere dalla finestra di una stanzetta che era una delle celle dei monaci – perfettamente conservata, compresi gli arredi – offre una tale visione del creato che doveva necessariamente avvicinare lo spettatore a qualcosa di supremo. Ciò che l’uomo ha voluto fare a Monticchio non è venerare, ma avvicinarsi a Dio, cercando di cogliere un angolino della sua immensa bellezza, a prezzo di appendere un’opera d’arte su una scarpata della creatura più temibile in natura, un vulcano.

 

 

 

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GARGANO IL MONTE DEL SOLE di Santa Picazio – Numero 22 – Settembre ottobre 2021 – Ed. Maurizio Conte

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GARGANO IL MONTE DEL SOLE

 

come di un luogo di estremo interesse, ma erano mancate le occasioni per verificarlo, mi era mancato il tempo, avendone trascorso molto fuori per motivi di studio, e mi era mancata un’auto personale per poter decidere un percorso in piena autonomia.

Poi capita che all’improvviso, quando non ci pensi più, ti ritrovi ad avere una macchina tua, ed un figlio di tre anni con una tosse che potrebbe giovarsi di aria buona, proprio di quella del nostro Gargano, bisognava solo decidere dove andare per poterla respirare a pieni polmoni. Interpellato mio marito, che da un po’ di tempo, sollecitato dai miei racconti, ha scoperto il piacere di fare delle escursioni sul territorio, azzardo la mia proposta. Dopo un attimo di esitazione per il fatto che si trattava di un percorso poco noto, decidiamo di andare.

 

Partiamo nascondendo una certa ansia per la viabilità irregolare ed approssimativa. L’ansia, però, si spegne all’improvviso; si spegne quando si apre di fronte a noi 

uno spettacolo naturale di rara bellezza!

 

Scendiamo dalla macchina quasi intimiditi; il paesaggio è fantastico. Il Gargano, infatti, anche per chi ci è nato, si rivela all’improvviso. Il Gargano si cela come in uno scrigno, e quando credi di aver pescato anche l’ultima gemma, ne scopri un’altra. Poi scopri che esiste addirittura un doppio fondo, e che le cose più preziose sono ancora tutte da scoprire. Il casale di Devia è una di queste! Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi ci toglie il fiato.

Restiamo muti ad osservare il mare, un mare di un incredibile colore, a cui le Tremiti movimentano l’orizzonte. Restiamo a lungo accovacciati sul limite dell’altopiano.


Sotto di noi la collina degrada per 250 metri, e si incunea dividendo i due laghi costieri di Varano e di Lesina. Penso alle tante spiegazioni che si danno ai toponimi; ma, per me, Devia può significare solo separa”! II Monte d’Elio, infatti, si protrae verso il mare separando i due laghi che, come due languidi occhi, sembrano destinati ad osservare l’infinito cielo!   

 

Decidiamo che il posto merita una esplorazione più approfondita, ed

 

Iniziamo con la visita agli importanti ruderi che ci siamo lasciati alle spalle 

per l’ansia di affacciarci sul panorama.

 

È difficile definire come chiesa quei ruderi, ma la struttura è chiara. Proviamo ad entrarci. Il tetto è praticamente scomparso; un paio di falchi danno segno di inquietudine ed abbandonano la trave su cui erano appollaiati. Una mucca, forse stanca per aver brucato l’erba non più tanto tenera, riposa ai piedi di un affresco coperto dalle ragnatele. C’è anche un asino che, come tutti gli asini, non mostra alcun interesse per le novità; sembra crogiolarsi nella sua solitudine. I nostri passi, seppure attenti, mettono in fuga una lucertola. Senza muoverci dal punto in cui ci troviamo, diamo uno sguardo in giro.

 

Sulle pareti notiamo degli affreschi che si sforzano di resistere al tempo 

e alle intemperie! Quel luogo, di cui pure avevo sentito parlare con interesse, 

sembra lontano anni luce dall’interesse degli uomini

 

che, solo un po’ più a valle, cominciano anche a parlare di turismo! Continuiamo l’esplorazione, inerpicandoci per quanto possibile con un bimbo al seguito.   

 

Scopriamo altri ruderi, mentre avanza il desiderio di saperne di più; bisognerà avviare una vera ricerca, e mi riprometto anche di interrogare gli amici di San Nicandro per capire i motivi di tanto abbandono. Da quel giorno, dal giorno di questa nostra prima esplorazione, sono passati tempo e storia.

Sono passati anni durante i quali, fra alti e bassi, abbiamo assistito anche da vicino 

ad un felice recupero del sito. La chiesa restaurata si è rivelata un vero gioiello. 

Gli scavi archeologici lungo i fianchi della montagna hanno messo in luce 

i ruderi del borgo di Devia.

 

Ora sono solo dei ruderi, dei quali solo alcuni sembrano degni di attenzione. Peccato, perché Devia deve aver avuto un passato importante. Già dal VII secolo erano iniziate le escursioni dalmate sui nostri litorali, governate da uno Juppano, una particolare figura di capo villaggio. ln seguito, secondo alcuni documenti risalenti all’Xl secolo, ritrovati nell’ abbazia delle Tremiti, Devia fu sede fortificata di una colonia slava. Ricordata nei documenti come civitas, pare sia stata fondata per volere dei Bizantini proprio a tutela delle coste perennemente soggette agli sbarchi di popolazioni poco gradite. Con il tempo, forse per l’arrivo dei Normanni, Devia viene abbandonata a vantaggio della piana Sannicandrese.

Di tutto il villaggio resta la chiesa. Una fortuna perché si tratta di un vero gioiello, 

con un importante ciclo di affreschi.

Ceduta nel 1032 all’abbazia di Tremiti dal Vescovo Giovanni da Lucera. Santa Maria iuxta mare, per la sua particolarissima posizione fronte mare, mostra all’esterno tre absidi semi circolari. ln quella centrale esiste, e resiste, un affresco del Cristo Pantocratore. Alcune monofore contribuiscono, filtrando la luce, a focalizzare gli affreschi lungo le pareti. Gli affreschi tutti molto interessanti, meriterebbero una trattazione a parte per il loro richiamo allo stile cavalleresco e crociato, una trattazione troppo lunga per iniziarla ora. L’abbazia delle Tremiti, e quasi tutte le chiese garganiche, che si avvalevano del mare come via di transito, erano importanti proprio in considerazione delle scarse ed impraticabili strade interne di quei tempi. Ai lunghi periodi di culto seguirono crisi e desolazione, e poi ancora una felice ripresa nel XVI secolo che durò fino al 1744. Da quel momento in poi inizia un nuovo abbandono, che la trasforma nella stalla sfondata che noi ritrovammo negli anni 60.

 

L’interesse per il sito riprese vigore, anche grazie alle mie convincenti chiacchierate, solo nel 1970 quando iniziarono finalmente i dovuti restauri!

 

Ora c’è un nuovo black-out! Ancora una volta si è spento l’interruttore culturale su Devia. Ne attendiamo le motivazioni che sembrano esclusivamente politiche. Quindi, lontane dalla soluzione. Quest’anno ci sono tornata, presa dalla nostalgia, accompagnata da quel bimbo di tre anni che oggi ne ha cinquanta, ma non più con lo stupore di allora. Sono scesa dalla macchina con l’amarezza di chi sa già, di chi conosce lo scarso valore che si riserva oggi, più che mai, ai nostri Beni culturali.

 

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 © Foto di Ivan Galavotti

 

IL BERGAMOTTO, L’ORO VERDE DELLA CALABRIA Gemme del Sud Numero 21 giugno luglio 2021 Ed. Maurizio Conte

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IL BERGAMOTTO, L’ORO VERDE DELLA CALABRIA

 

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Gemme del Sud

Locride

 

Lungo la Costa dei Gelsomini, in un piccolo fazzoletto di terra nel cuore della Locride, grazie al clima favorevole ed ai terreni argillosi, fruttifica un agrume dalle straordinarie virtù benefiche, un’eccellenza calabrese conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo: il Bergamotto.

 

Dalla cucina alla cosmesi passando per la medicina, sono tantissimi gli utilizzi 

di questo frutto, della cui coltivazione la Calabria detiene il primato mondiale.

 

Il frutto del Bergamotto ha origini antiche ma, nonostante le numerose ipotesi, esse rimangono ancora avvolte nel mistero. La stessa etimologia del nome è incerta: secondo alcuni potrebbe risalire alla città di Berga (nome antico di Barcellona), dove sarebbe stato importato da Cristoforo Colombo di ritorno dalle Canarie, o a quella di Pergamon (l’antica Troia). Altri associano il termine Bergamotto a Berg-a-mudi, che in turco significa “pero del Signore”.

Una leggenda racconta che un moro di Spagna vendette un ramo di Bergamotto 

ai signori Valentino di Reggio Calabria, che poi innestarono il nuovo frutto 

su un arancio amaro in un possedimento di loro proprietà.

 

Di sicuro sappiamo che la coltivazione di questo agrume sul litorale di Reggio Calabria risale al Settecento e che, sempre qui, nell’Ottocento, è documentata la prima estrazione dell’olio essenziale di bergamotto.

 

L’importanza del Bergamotto per questo territorio è testimoniata anche dall’esistenza di un museo ad esso dedicato, il Museo del Bergamotto di Reggio Calabria,

 

dove sono esposti macchinari e foto d’epoca che tramandano gli antichi processi di lavorazione e raccontano, al contempo, un pezzo di storia di questa terra. 

 

Dal 2001, inoltre, il Bergamotto di Reggio Calabria – Olio essenziale è riconosciuto come marchio D.O.P. dell’Unione Europea.

 

 

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