LI GALLI, l’ISOLA A FORMA DI DELFINO di Aurora Adorno – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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LI GALLI, l’ISOLA a forma di delfino

 

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Sorvolando dall’alto tra Amalfi e Capri, un delfino sorridente appare adagiato sulle onde blu del mare che si increspano all’orizzonte: è Li Galli; così questo arcipelago ci appare, salutando il sole che lo benedice. 

Tre minuscole isole si affacciano sulla bella Positano e sulla rinomata Capri: Gallo Lungo è la più piccola delle tre, l’unica ad essere stata abitata fin dai tempi dei Romani, a ovest si trova la Rotonda, mentre l’Isola Dei Briganti si estende a nord, anticamente chiamata Castelluccio o la Castelluccia.   

 

Verso il 1131 l’arcipelago era detto Guallo e nel 1225 Federico II di Svevia lo donò al monastero di Positano riferendosi ai tre isolotti come alle tre Sirenas quae dicitur Gallus, probabilmente alludendo alle sirene, le donne-uccello cantate da Omero.

 

Questo piccolo paradiso ha attratto con il suo affascinante richiamo 

due delle stelle più luminose del firmamento della danza mondiale: 

prima il coreografo Lèonide Massine, poi 

il famoso ballerino Rudolf Nureyev.

 

Massine desiderava fare di Li Galli un luogo di culto, tempio della danza e delle arti. 

Nella sua autobiografia My Life in Ballet, egli descrisse il momento in cui vide l’arcipelago per la prima volta: “fui sopraffatto dalla bellezza della vista sul mare, col Golfo di Salerno che si estendeva in lontananza. Con Paestum a sud e i tre faraglioni di Capri all’estremità settentrionale del Golfo, essa possedeva tutta la potenza drammatica di un dipinto di Salvator Rosa. 

Il silenzio era infranto solo dal mormorio del mare e da qualche grido di gabbiano.

 

Sapevo che in quel luogo avrei trovato la solitudine che cercavo, un rifugio 

dalle pressioni estenuanti della carriera che avevo intrapreso.

 

Decisi dunque, proprio lì e in quel momento, che un giorno avrei acquistato l’isola e ne avrei fatto la mia casa”. 

Come nelle più belle fiabe, nel 1924 Massine avverò il suo sogno, nonostante il dissenso di amici e conoscenti: per trecento mila lire acquistò l’isola deserta, contornata da steppa e rocce. 

Lottando contro la natura e le furie del mare riuscì a scolpire delle terrazze e a interrare alberi di vite oltre ad edificare una villa che divenne la sua dimora: 

 

la celebre Villa Massine, progettata dall’architetto Le Corbusier,

suo rifugio dai problemi e i rumori del mondo, ormai lontano.   Non di rado egli si allontanava a piedi sull’isola per raccogliersi in meditazione davanti al tramonto, sognando ad occhi aperti di trasformare Li Galli in un centro d’arte che sposasse insieme la danza, la musica e la pittura. 

 

Tra quelle rocce, sotto il sole, egli creò tante delle sue più belle coreografie.

 

Tra quelle rocce, sotto il sole, egli creò tante delle sue più belle coreografie. La forza della natura nel 1964 demolì l’anfiteatro che Massine stava facendo costruire, in quel periodo egli scrive: “ero sull’isola a quel tempo e, precipitandomi fuori, vidi enormi pezzi di calcestruzzo frantumarsi in mare. Ma non sono scoraggiato e ho in programma di continuare con l’anfiteatro che ho disegnato secondo i modelli che ho visto a Siracusa, con l’aggiunta di una diga marittima per proteggerlo dalle tempeste. Quando tutto il lavoro sarà completato, intendo stabilirvi una fondazione che manterrà l’isola come un centro artistico (…)”.

Nel 1979 dopo la sua morte il figlio vendette Li Galli 

al grande ballerino Rudolf Nureyev

 

giunto un giorno a Positano per l’appunto a ritirare il Premio “Léonide Massine” per l’arte della danza.  

 

Nureyev si recava a villa Massine durante il mese d’agosto, egli personalizzò l’arredamento della casa donandole uno stile da Mille e una notte: drappeggi, cuscini e statue adornavano l’ambiente conferendole un fascino ricercato ed orientaleggiante.

Egli fece anche ricoprire le camere con sontuosi mosaici turchi e andalusi, 

vestito di stoffe preziose e dal suo tipico basco, animava l’ambiente 

con il suo spirito inquieto, sempre pronto ad ospitare 

amici e talentuosi ballerini.

Quanta bellezza in quell’isola che lo aveva accolto e che aveva nutrito e stimolato a lungo la sua arte e il suo spirito, quella terra che egli si inchinò  a baciare con gli occhi colmi di lacrime e il cuore gonfio di gratitudine, prima di salutarla per l’ultima volta e di non farvi più ritorno.   

 

Il suo genio aveva trovato ispirazione e pace in quel di Li Galli, regalando al mondo un artista completo, esibizionista e stravagante, che un giorno aveva confidato ad un amico: “tutto quello che si fa col corpo: la danza, l’amore, è armonia e bellezza”.

E forse da lontano, magari da sopra ad una barca o a un piccolo scafo, 

osservando quel piccolo arcipelago a forma di delfino


che ad oggi appartiene ad un privato, lasciandoci andare alla musica del vento e al canto dei gabbiani, potremo osservare lo spirito di quel grande ballerino che come un uccello volteggia su quella terra baciata dal sole, circondata dalle acque profonde del mare.

Ecco in lontananza Massine e Nureyev, intenti a danzare e a contemplare la natura, 

a creare le loro coreografie in comunione con quella vocazione artistica 

che ne diviene espressione,

essi ci ricordano di trovare rifugio in seno alla natura grezza, viva, irruenta, liberi di manifestare quel talento che brilla in ogni uomo come la piccola miccia di un grande fuoco. Angoli di paradiso sono disseminati nella nostra bella terra, luoghi che possiamo scoprire di volta in volta, rispecchiando il nostro sguardo curioso in località sconosciute ai molti, luoghi incantevoli amati da grandi artisti e personaggi e Li Galli è una di queste.   

 

Chissà che un giorno il richiamo delle Sirene si farà più forte e un nuovo talento abiterà l’isola ridando vita al sogno di Massine

 

 

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 Stelle al Sud

 

JOSEPH TUSIANI UN DONO DEL SUD di Luigi Ianzano – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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JOSEPH TUSIANI UN DONO DEL SUD

 

Nei giorni di Pasqua è scomparso a New York Joseph Tusiani, nome significativo della letteratura internazionale, garganico d’origine, profondamente legato al suolo natìo. Un maestro che ha trasmesso amor patrio e rispetto per quella lingua di terra ampiamente usata per esprimersi, accanto alle lingue nazionali italiana e inglese, e poi allo spagnolo, e a quell’antica madre che tutte le genera: il latino.

 

Poeta, traduttore, saggista e accademico newyorkese 

perennemente sospeso tra due mondi

 

(“Due lingue, due terre, forse due anime”), emigrato negli USA nel 1947 dopo le Lettere classiche a Napoli. Ha accumulato in 96 anni una monumentale bibliografia. Saltano agli occhi le prime traduzioni in inglese delle Rime michelangiolesche, della Gerusalemme Liberata e delle trentamila ottave del Morgante. Prestigiosi riconoscimenti, come la nomina a Professor Emeritus del Lehman College, il Governor’s Award of Excellence dello Stato di New York, la Medal of Merit del Congresso degli Stati Uniti. Sono attivi, fra gli altri, un Fondo presso l’Università del Salento e un Centro Studi nel suo paese natale di San Marco in Lamis, al cui sito rimando per l’esaustiva conoscenza e i molteplici raccordi (qui). Segnalo il docufilm di Sabrina Digregorio, Finding Joseph Tusiani the poet of two lands, prodotto da Atena Films nel 2012 con la partecipazione di Daiana Giorgi e Furio Colombo (anteprima in copia-visione qui) e la rimodulazione della trilogia autobiografica a cura di Raffaele Cera e Cosma Siani, In una casa un’altra casa trovo, edita da Bompiani nel 2016. 

 

Tornano in mente le svariate occasioni di incontro, la corrispondenza epistolare, le esperienze di collaborazione; la premura, l’insegnamento paziente, il misurato accompagnamento.

Un lungo e serio percorso in cui, nel rispetto più ricercato, 

entrambi abbiamo dichiarato, l’uno all’altro, 

anche visioni differenti.


Si dice che i buoni maestri potranno vedersi orgogliosamente superati dagli allievi, che faranno onore a tanta levatura. Ma questo non può valere per Tusiani, primus per mille motivi. Il magister dà un’impronta, una tonalità, ti offre una password e ti manda per la tua strada, che non può essere la sua quando a dividere sono il tempo, lo spazio, l’esperienza formativa, la vita vissuta. Resterà saldo il legame delle radici, di culla e bottega, e rami e foglie avranno l’assemmigghie

 

La lingua materna profuma per entrambi di colostro.

Per lui scrivere in dialetto ha significato sopravvivere in un mondo 

assai diverso dal nido, rimanere ancorato ad una realtà primordiale, 

mitizzata, da cui si è visto sradicato.


È il sospiro del vecchio emigrante, seppur fortunato e gratificato. Il nostos gli ha dittato dentro emozioni così intense da perforare il cuore di ogni conterraneo, che nella parola antica può riassaporare il calore e la sicurezza del seno materno. È il grande ruolo dei poeti, la loro missione comunitaria, profetica, sacerdotale.

Io ho percorso un’altra strada, con la mano nella sua, partendo certo da lì, 

dalla stessa mixtura di sangue e terra argillosa,


riscoprendo subito intorno a me una degna bellezza, come quella espressa da Francesco Paolo Borazio e altri autori di pregio a me più vicini per l’uso del dialetto in poesia: una parola antica che diventa sempre nuova con tutta la potenza e l’eredità dell’antico; un neodialetto capace di parlare a tutti gli uomini indistintamente e non solo a coloro cui certe sonorità suonano familiari; una lingua scelta per essere universalizzata, che non allude a tipicità di un luogo ma a ragioni che stanno a cuore all’uomo in quanto uomo.

Certo, si fa fatica ad entrare in una poesia difficilmente svestibile. 


Ma è fatica che vale, quella dello svelare. Proviamo a rileggere le versioni originali francesi di un Baudelaire, così come i versi inglesi di Tusiani, che vanno assaporati in inglese, e quelli latini in latino, quando il poeta riesce brillantemente ad esaltare tutte le potenzialità espressive del testo con le figure di suono, prima che di significato, quando è il suono – come per la musica – a dare significato immediato.

Privilegiati coloro che hanno potuto assaporare i versi di Tusiani 

dalla sua viva voce, calda e vibrante, 


per fortuna registrata in più occasioni. Segnalo l’ebook curato da Antonio Di Domenico, Joseph Tusiani un italiano di New York (Dbooks 2012): saggi, audioliriche e videointerviste che esplicitano tutta la forza e la complessità dell’umanista (www.youtube.com/watch?v=nPO3rmcTkxs&feature=youtu.be). 

 

Provo quel sano orgoglio che spinge alla gratitudine, con la giusta riconoscenza e umiltà. Sono anche un po’ ingannato dal pensiero che, in fondo, 

Tusiani meriterebbe maggiore risonanza, che si dovrebbe sgomitare 

per assicurargli visibilità.


Ad onor del vero, a tanto pensa – prima o poi, e da solo – il nostro stesso valore; soprattutto poi, perché il tempo sarà impietoso con le inevitabili sbavature e clemente quanto basta con la verità che si impone. Ciò che si disvela già, prepotentemente, agli occhi di chi sa vedere e al fiuto di chi sa intuire, è la radice aromatica di una terra che, nonostante le contraddizioni, dona frutti meravigliosi. E i frutti sanno così bene raccontare.

 

 

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JOSEPH TUSIANI POETA DEI DUE MONDI di Salvatore Giannella – Speciale aglie fraveglie – Maggio-Luglio 2020

 

JOSEPH TUSIANI POETA DEI DUE MONDI

 

come lo dipinge nel testo centrale Luigi Ianzano, ma anche un uomo generoso che ha donato molte parole ed emozioni dal suo appartamento all’undicesimo piano del grattacielo di Manhattan e ha significato molto per la comunità del mio blog Giannella Channel. 

Pescando nel pozzo della memoria, estraggo alcune diapositive immaginarie di questo nostro rapporto personale, che delinea il generoso lato umano di quel “poeta dei due mondi”.
 

Galeotta fu un’intervista.

 

Il primo contatto via mail con Joseph risale al gennaio 2015. Avevo avviato una serie di eccellenze antropologiche di italici, uomini e donne che hanno dato tanto lustro alla comunità italiana residente negli Stati Uniti e nel mondo e gli scrissi che volevo cominciare questa collana di ritratti proprio da lui. Sceglievo lui per motivi vari: perché era il più bravo nel combinare poesia memoria e musica, perché aveva una storia affascinante alle spalle, perché fisicamente somigliava a mio nonno mugnaio nel Tavoliere pugliese, perché di lui mi aveva parlato bene in più riprese la mia antica maestra e poetessa, Grazia Stella Elia, che aveva il privilegio di sentirlo da anni telefonicamente e che aveva condiviso una festa di compleanno, trasformandosi da poetessa in cronista per il mio blog.

 

Alla mia richiesta di intervista, Tusiani rispose con una mail che ho rispolverato: “Caro dottor Giannella, non c’era affatto bisogno di una Sua presentazione. Conoscevo bene il Suo nome dal tempo del Caffè Letterario Ala d’Oro di Lugo in Romagna, dove ci è capitato di essere accolti in serate di presentazione di libri: un ambiente stimolante che mi aveva ricordato quello delle Giubbe Rosse di Firenze e di altri celebri Caffè Letterari dal Rinascimento in poi. E, soprattutto, ero al corrente della Sua amicizia, letteraria e personale, con Tonino Guerra (La Valle del Kamasutra, Polvere di sole, l’Aquilone e altro da Lei curato). Può dunque immaginare il piacere e la sorpresa di questo vecchio americano Italicus da Lei scelto quale primo dei molti “Italici” che daranno lustro e importanza al Suo blog Giannella Channel. Ma come potrò mai ringraziarLa sufficientemente di tanta stima e di tale onore? Posso soltanto balbettare un semplice “grazie,” ma colmo del calore mediterraneo di cui noi pugliesi siamo portatori ed esportatori. Con viva cordialità. Joseph Tusiani. 

 

PS: Mi permetto di mandarLe, in umile omaggio, dei versi appena composti. Spero che Le piacciano. T.

 

Where Are The Snows Of Yesteryear

 

Mais ou sont les neiges d’antan 

(Villon) 

Sì, dove son le nevi degli altri anni? 

Quanti inverni passati 

dall’inizio del mondo 

e quanta neve caduta 

e scomparsa nel nulla— 

o nel tutto? 

Vedo milioni di bimbi 

che si sono rincorsi e scontrati 

nei vortici bianchi 

d’ogni nuova neve caduta 

e vedo bianche valanghe

che in sùbita tormenta 

hanno travolto e sepolto 

giovani baldi e gagliardi 

che nessuno rammenta.

Dove sono le nevi di ieri— 

tutte finite nel nulla 

o nel tutto di quello che dura 

e preserva, quale vediamo, 

la circostante Natura? 

Allègrati, Villon: 

come la neve, scompare 

vanità, cupidigia, menzogna, 

finanche la tua tomba. 

Ma qualcosa di noi 

sulla terra rimane: 

un nulla di parola 

ma un tutto non breve e diverso 

che nella parola resiste: 

ed ecco l’eterno in un verso. 

Joseph Tusiani

Per la poetessa degli ulivi. 

 

A quel primo contatto seguirono altri: oggi sul mio blog se ne contano quattro (qui il link utile che porta il lettore a ripercorrerli tutti e ad ascoltare la sua voce: www.giannellachannel.info/joseph-tusiani-gargano-manhattan-emigrante-diventato-poeta-due-terre-grazia-stella-elia/). Ma l’anno successivo, luglio 2016, l’occasione per un nuovo contatto fu dato proprio da un compleanno di Grazia, la poetessa rimasta in Puglia, quella che conservava gelosamente il numero di telefono riservato di Joseph. Grazia compiva 85 anni e io, che ho un debole per poeti e maestri (non a caso il mio ultimo, per ora, volume ha per titolo “In viaggio con i maestri”) mi inventai un libretto con 85 testimonianze su di lei da parte di amici e autorevoli estimatori della sua opera. Scrissi al nostro Italicus in Manhattan e la sua risposta fu fulminea: 

“Caro Dr. Giannella, vorrei essere il primo a contribuire con un ‘pensiero’ per gli 85 anni di Grazia. Le dico, però, che, da quando ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente, io non la vedo più soggetta agli anni come ordinaria creatura umana. Per me ella è, più che mai, la poetessa degli ulivi, che degli ulivi canta la forza, e agli ulivi affida i destini della nostra terra di Puglia. 

 

Quando poi penso a Grazia scrittrice, resto, dirò, folgorato dalle centinaia di recensioni, articoli, saggi, scritti per poeti e personaggi minori e maggiori, per occasioni e ricorrenze solenni e semplici—-la prova, questa, del suo attaccamento alla sua terra e alle sue profondissime radici. Ed ecco il capolavoro della studiosa, l’intramontabile e insuperabile Vocabolario del dialetto natio. A Grazia Stella Elia auguri, auguri per i prossimi 85! Joseph Tusiani”.

 

A Napoli sotto le bombe.

 

L’amicizia sul web veniva arricchita dalla condivisione di graditi doni cartacei. A Natale del 2016 gli mandai in dono un mio libro: Operazione Salvataggio (Chiarelettere), dedicato agli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre in Italia e nel mondo. Non tardò a farsi vivo, con generose parole: “Egregio e caro Dr. Giannella, prima di immergermi nella lettura del Suo OPERAZIONE SALVATAGGIO, desidero ringraziarLa della dedica che fa onore a Lei per la Sua generosità e bontà nei miei riguardi. Un mese fa, se non erro, ho avuto la gioia di vederLa in televisione, ospite di Benedetta Rinaldi nel suo notissimo programma “Community”. 

 

Ho già letto alcune interessantissime pagine del Suo volume, da cui ho molto da imparare su eventi e personaggi della nostra storia. Un esempio lampante potrebbe essere il particolare che, nonostante fossi vivo e attivo spettatore della Seconda guerra mondiale, io non conoscevo il numero delle incursioni aeree e addirittura delle bombe sganciate sulla martoriata Città di Napoli, dove, in uno dei molti bombardamenti, io, come gli altri, dovetti correre al riparo. 

 

Grazie per l’appassionata e minuziosa ricerca di cui noi oggi beneficiamo e grazie per questo grande e inatteso dono natalizio, che non potrò dimenticare. Con la più viva cordialità, Joseph Tusiani”.

 

La lucciola che vince la notte.

 

Una successiva occasione la fornì il 93mo suo compleanno, gennaio 2017, quando gli scrissi: “Caro Tusiani, stanotte ho sognato 93 lucciole che formidabilmente illuminavano la notte intorno a me. Un abbraccio augurale da una Milano insolitamente avvolta da una polvere di sole”. 

 

Mi rispose con parole più che mai attuali e incoraggianti:

“Tenga a mente, Salvatore: una sola lucciola può far guerra alla notte e sconfiggerla”.

 

Tralascio gli altri arricchenti contatti via etere. Ma non posso chiudere senza una singolare coincidenza datata febbraio di quest’anno, 2020. Mi è capitato di essere operato nell’ospedale Morgagni-Pierantoni di Forlì, una cittadella-faro di eccellenza della salute per l’Italia e per il mondo (i suoi medici, cito per tutti il primario di otorinolaringoiatria Claudio Vicini che mi ha estirpato un polipo ostruente il canale respiratorio, vengono spesso invitati all’estero per gestire corsi di formazione di allievi medici).

Ode a San Biagio.

 

In quei giorni in corsia Anna, la giovane infermiera che si è presa cura di me, era originaria proprio di San Marco in Lamis. Le parole sul suo illustre compaesano Tusiani hanno alimentato i nostri dialoghi, tra una medicazione e l’altra. Così ho appreso che il patrono degli otorinolaringoiatri e delle malattie da essi curate è Biagio, santo che viene celebrato ogni 3 febbraio, con una liturgia che prevede la benedizione delle gole con due candele incrociate proprio all’altezza della gola. 

 

Dimesso dopo l’intervento, mi sono trovato a passare in auto in una frazione di Bulgaria (Cesena) dove mi ha colpito la sagoma di una chiesa che mi è stata indicata da un passante come dedicata proprio a lui, a San Biagio. Tornato a casa, ho voluto approfondire la conoscenza di questo martire e vescovo di Sebaste (Armenia), martirizzato nel 316 per decapitazione, sotto la dominazione di Licinio (307-323). Fu sepolto nella sua cattedrale a Sebaste. Nel 732, mentre gli Arabi incalzavano nella loro guerra di espansione religiosa, le spoglie di San Biagio furono imbarcate da alcuni Armeni alla volta di Roma. Un’improvvisa tempesta costrinse la nave a interrompere il viaggio nelle acque di Maratea (Potenza). Gli abitanti della città lucana raggiunsero l’imbarcazione per portare soccorso e vi trovarono, oltre all’equipaggio, le sacre reliquie conservate in un’urna marmorea, che fu portata in cima al monte dove rimase custodita gelosamente e lo stesso monte fu dedicato al Santo: oggi, come ricordo bene in quanto l’estate scorsa sono andato a presentare il mio libro al Grand Hotel Pianeta di Maratea, una gigantesca statua di San Biagio s’innalza proprio sopra il monte omonimo. Direte voi: che c’entra San Biagio con Tusiani? C’entra, c’entra. Perché proprio a quel santo Joseph Tusiani ha centellinato sue luminose parole poetiche. Eccole:

 

 

 

 

 

“Mente mia che sempre corri, 

oggi devi andare adagio 

più che festa di candele, 

oggi è la festa di San Biagio 

che, a febbraio, proprio all’inizio – 

così vuole il sant’uffizio – 

si rivela di parola  

col tastarci ancora la gola. 

Non con olio ce la unge 

(d’olio santo ce n’è tanto) 

ma con cera che non punge, 

con due candide candele 

che di seta un fil congiunge 

e fa simili a una croce. 

Questa croce, sacra e sola,

 

cerchia un attimo la gola, 

e mantiene la parola 

efficace ieri e ora, 

giorno della Candelora. 

O San Biagio benedetto, 

agli amici ho sempre detto 

che le tue candele a croce 

più che laser fanno effetto, 

e perciò prenditi cura 

della mia or vecchia voce, 

sì che, ancora squillante e pura, 

fuori emerga dalla gola 

quella che per me è tutto – 

la Parola, la Parola”.

 

La parola, la parola: 

 

ecco la chiave dell’immortalità di uomini come Joseph Tusiani. A dispetto del necrologio apparso sul New York Times  (“Joseph Tusiani di New York City, poeta laureato emerito dello Stato di New York, è morto in pace per cause naturali l’11 aprile 2020 all’età di 96 anni”) io credo, con Attilio Bertolucci, che i poeti non muoiono mai. 

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I CAPITELLI DI NAPOLI di Fernando Popoli – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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I CAPITELLI DI NAPOLI

 

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non erano un nuovo ordine architettonico ma una famiglia di illustri giuristi e uomini politici che dettero il loro prezioso contributo alla città e alla nazione. 

Io fui erudito su questa importante famiglia da mia zia Cettina che, appena in età di capire, intorno ai dieci anni, mi portò a fare una visita al Museo di S. Martino, a Castel S. Elmo, dove c’era la culla d’oro che Guglielmo Capitelli, sindaco di Napoli, aveva regalato a Vittorio Emanuele III come suo padrino di battesimo. La culla, nel corso degli anni, è stata poi trasferita in un altro museo. Mia nonna, che era discendente dei Capitelli, Quindi io, in giovanissima età, in un contesto di provata fede monarchica, presi confidenza con questi miei avi alla lontana e seppi che Guglielmo Capitelli era lo zio di mia nonna da parte materna e Domenico era il suo prozio.

Ma chi era Domenico e cosa aveva fatto nella vita per assurgere a tanta gloria?


Egli era un insigne giurista e tenne per molti anni una scuola privata di diritto a Napoli, ispirata alle concezioni filosofiche di G. B. Vico e seguita da moltissimi studenti. Esercitò la professione forense con circa quattrocento difese legali ed ebbe numerosi incarichi istituzionali: fu vice presidente della Corte Suprema di Giustizia in Napoli, componente della Commissione Censoria della magistratura, membro della Commissione deputata a compilare un progetto di codice ecclesiastico, componente della Commissione di Pubblica Istruzione, membro della Commissione del Ministero di Grazia e Giustizia per preparare la revisione del codice.   

 

Nel 1848, insieme ad Alessandro e Carlo Poerio, partecipò alle lotte per le libertà costituzionali. Candidato alla Camera, fu eletto deputato con oltre diecimila preferenze. Gli fu offerta la carica di Ministro Segretario di Stato di Grazia e Giustizia e per ben quattro volte rifiutò. Successivamente il parlamento lo nominò presidente dell’Assemblea Costituzionale.

 

Si prodigò per una società liberale e democratica, più giusta ed egualitaria, 

dove ogni cittadino poteva avere le stesse possibilità di partenza 

e migliorare le sue condizioni con le proprie capacità. 

 

Lentamente la restaurazione monarchica prese il sopravvento e l’Assemblea dopo qualche anno fu sciolta per regio decreto. Deluso, si ritirò a vita privata e morì a Portici per l’epidemia del colera. La sua dipartita fu menzionata in moltissimi giornali in Italia e all’estero. Di lui restano importanti scritti: “La filosofia del diritto e l’arte di bene interpretarla”, “Scienza del diritto e le arti che ne derivano”, “Commento ideologico, storico, politico delle leggi relative all’accessione industriale, mobiliare”, “L’Europa romano – germanica – economica – politica, lavoro”, “Se il volontario godimento di un indulto includa la tacita confessione del reato”. Nella città di Napoli, a suo perenne ricordo, c’è una bella strada a lui intestata nel centro storico.

Sulla scia dell’esperienza paterna anche Guglielmo Capitelli 

si dette alla vita politica e al miglioramento sociale.

 

Si laureò in lettere e filosofia e giurisprudenza all’Università di Napoli. Entrò nel Liberale Comitato dell’Ordine e collaborò con la “Nazione” di Firenze e “Il Risorgimento” di Torino. Fece parte del Comitato d’insurrezione presieduto dal marchese d’Afflitto e, all’arrivo di Garibaldi, si arruolò nella Guardia nazionale.

Si recò a Londra, dove fu presentato ad importanti uomini politici 

quali Gladstone e Disraeli. Tornato a Napoli iniziò la sua attività pubblica, 

dando un notevole contributo alla sua città


Fu eletto consigliere comunale e preparò il regolamento del Consiglio; successivamente venne eletto assessore e infine nominato sindaco nel 1868. Grazie ad un prestito statale di sedici milioni concesso per buona amministrazione, aprì e ampliò la strada da Via Duomo al Museo Nazionale, dalla Via Marina alla Riviera di Chiaia e al Corso Vittorio Emanuele, approvò il progetto di Antonio Dohrn per l’acquario nella villa comunale, sistemò la contrada Fosso del Grano tra Portalba e il Museo Nazionale. 

 

Incrementò l’istruzione con l’apertura di asili infantili, scuole elementari 

e scuole tecniche municipali. Acquisì dai Militari Castelnuovo, 

che divenne sede del Consiglio.


Tenne a battesimo Vittorio Emanuele III al quale regalò la famosa culla d’oro, fu ricambiato dal padre Vittorio Emanuele II con il titolo di conte. Ebbe poi alterna fortuna alle elezioni della Camera dove fu eletto solo una volta. Nominato poi prefetto politico in molte città, portò sempre avanti le sue idee liberali, diventando il maggior esponente della Destra moderata. Acquisì una vastissima biblioteca che donò all’Archivio Storico Municipale. Fu brillante anche come scrittore, fra i suoi testi ricordiamo “Prose”, “Pochi Versi”,” “Della vita e degli studi di Domenico Capitelli”, ”Studi biografici”, “Memorie e lagrime”, “Patria e Arte”, “Cuore e intelletto”, “Un libro sul Papa futuro”.

 

Il suo archivio personale,

 

con importanti lettere ai maggiori politici dell’epoca – Minghetti, Rudinì, Sella, Bonghi – fu conservato dalla figlia Maria Quazza Capitelli ed

 

è stato fonte preziosa per studi successivi sulla Destra storica 

nel Mezzogiorno d’Italia.

 

Trasferitosi a Nervi in Liguria vi trovò la morte nel maggio del 1907, lontano dalla sua adorata città. 

 

Questi i Capitelli, uomini illustri, studiosi, eruditi, che lavorarono per lo sviluppo e il benessere di Napoli ed io ne venni a conoscenza in quegli anni lontani quando adolescente mi affacciavo alla vita.

 

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MEDITERRANEI. ROSSELLINI TRA GRECIA E SPAGNA di Giusto Puri Purini – Numero 16 – Febbraio 2020

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MEDITERRANEI. ROSSELLINI  TRA GRECIA      E SPAGNA 

 

Nei suoi ultimi anni, di cui poco si è parlato, Rossellini era e si sentiva al centro di un vasto movimento storico umanista, costruito negli anni con una grande mole di lavoro e il cui unico comune denominatore erano il sapere e la conoscenza.

Su questo tasto aveva sempre battuto ed era convinto che una più ampia diffusione della conoscenza avrebbe lenito le ferite di un mondo lacerato dalla guerra e dalla diversità. 

 

La conoscenza, dunque, come ricerca di metodo, di nuova umanità. Essa, applicata al cinema ed alle sue arti collaterali, quali l’architettura, la scrittura, la fotografia, la pittura, la scienza, ecc., creava un insieme esplosivo,

un laboratorio vivente di arti intrecciate, dove anche la politica come gesto 

e comportamento veniva assorbita.


Questa specularità tra gesto ed opera ha in qualche modo fatto di Rossellini un trasgressivo – e quindi anche la sua grande lezione è stata in parte disattesa – almeno nell’attimo in cui entrava nelle case di tutti attraverso la Televisione,  creando onde d’urto, vedi India negli anni Cinquanta per la RAI, La presa del potere di Luigi XIV, l’esperienza di Houston, l’intervista ad Allende, nonché le lettere ai vari capi di Stato, coloro ai quali sentiva che più vicina fosse la sua intuizione sulla conoscenza, sulla sua evoluzione.

 

Ricordo una notte, in cui mi chiamò molto tardi,

 

io pensavo si trattasse di lavoro, di trucchi, stavo lavorando per lui ad un film che era iniziato con una telefonata: «Caro Giusto, non vorresti domani partire per la Spagna e realizzarmi Atene? Dobbiamo girare il Socrate…»”. E quindi mi aspettavo di tutto, e così fu.

Mi lesse la lettera che aveva scritto a Mao Zedong

 

e voleva la mia impressione. Era una lettera intensa, da un capo “cultura” ad un capo di Stato, piena di attenzione ai movimenti della rivoluzione culturale cinese ed a quelli giovanili europei… fuggire dalla violenza attraverso la chiave del sapere, del conoscere, da mettere al servizio dell’uomo. L’anelito era sincero e la fiducia nel mezzo, il cinema, era totale. Grande mago dei mass-media, fu il primo ad intuire e sperimentare con la propria opera che dietro il ruolo dalla regia ben altre corde di valori universali potessero essere toccate, diffuse e trasmesse.  

 

Questa scintilla, testimone d’una avvenuta e ormai sperimentata fusione tra ambiente e spazio, dove l’uomo, capite e create le regole, dedica il suo tempo all’evoluzione della società che lo circonda, era l’obiettivo non nascosto di Roberto Rossellini.

 

Dice Jean Louis Comolli, ex redattore dei Cahiers du Cinema e autore
del film L’ultima utopia, la televisione secondo Rossellini: 

 

“Il progetto (monumentale, più di 60 ore in previsione, realizzato in buona parte tra il 1963 ed il 1974) si rifà esplicitamente all’ambizione enciclopedica del Secolo dei Lumi.

Rossellini punta alla creazione di un nuovo umanesimo.

 

Dare agli uomini del proprio tempo, almeno a tutti coloro che vanno al cinema e/o guardano la televisione, gli strumenti necessari per impossessarsi della propria storia e, tramite la storia, del senso della propria vita; per ricominciare a pensare al mondo e alla propria condizione, per ritrovare la capacità di immaginare e il desiderio di conoscere; per prendere le distanze (questa, fra le righe, la dimensione politica del progetto) dall’alienazione, prodotta dal divertimento e dallo spettacolo dominato dal consumo e dalla pubblicità”. Non a caso, la sua ricerca storico-umanistica – iniziata con

 

La presa di potere di Luigi XIV (1964), film che sarà determinante

 

nella sua scelta futura – metterà in luce i momenti di trasformazione della storia, rileggendoli non solo come frutto di scontri e battaglie, ma evidenziando le condizioni economiche, sociali, religiose ed ambientali nelle quali gli esseri umani si sono evoluti. Un grande termometro, quindi, per rilevare ad ogni passo la temperatura della storia!  

 

Prosegue (o inizia) questa ricerca con La lotta dell’uomo per la sua sopravvivenza (più di 10 puntate) nel 1966/68, poi gli Atti degli Apostoli, quindi Socrate, Blaise Pascal, L’età di Cosimo de’ Medici, ecc.

Noi, con Gepy e Maurizio Mariani (Gepy era figlio di Marcella Mariani, sorella 

di Roberto), dovevamo quindi disegnare la “Storia” attraverso i famosi trucchi. 

Che progetto affascinante! 

 

Iniziai con gli Atti nel 1968: fui scaraventato da Gepy sul set tra i monti della Tolfa, dietro Civitavecchia. Bisognava girare l’entrata a Gerusalemme di un gruppo di cavalieri romani, attraverso la porta Ovest della città… Ma non vi era città, solo un grande modello di Gerusalemme in scala 1:500 dietro la macchina da presa. Davanti ad essa un grande cristallo inserito in una cornice di 6 metri per 2, sollevato da terra da due colonne laterali in legno, camuffate da “dorico”. Una parte del cristallo era specchiata e vi si rifletteva il plastico retrostante, cosicché la macchina da presa, inquadrandolo, permetteva alla città di incollarsi con il paesaggio frontale. Una delle Porte di Gerusalemme, non avevo lo specchio, e corrispondeva a trecento metri di distanza nel fondo valle, ad un portale ricostruito, che i cavalieri romani attraversavano al galoppo.

 

Avvicinai l’occhio alla macchina da presa, l’insieme era perfetto! 

Ero entrato nel mondo dei trucchi! E Roberto Rossellini era un Mago!

 

Oggi, con il digitale, i  rendering, l’elettronica, il sistema dei trucchi di Roberto Rossellini sembra anacronistico, ma allora questo artigianato tecnologico dava un contributo determinante, tecnico ed (altamente) economico, per sviluppare un cinema della “conoscenza” e del sapere, che oggi purtroppo non esiste più.  

 

Fu con questo Maestro che applicai all’architettura il metodo di rilettura della storia; non mi bastava più il Bauhaus, il movimento moderno, ma volevo risvegliare lo spirito critico che nasceva da questa ricerca, capire quali erano i fili che tenevano o sostenevano l’uomo, dai tempi del mito fino all’oggi, indagare su ciò che andava perduto, sradicare le false certezze,

cercare una via “italiana”, mediterranea del sapere, lontana 

dalle “colonizzazioni” culturali dei tanti movimenti moderni e contemporanei, 

non per disdegnarli, ma per recepire anche gli urli di dolore che provenivano 

dalla gabbia psichica, e costruttiva, che il mondo occidentale si era in parte creato.

Qualche mese dopo, per la Lotta, dovendo girare il funerale del Faraone e tutta la cerimonia, che si svolgeva tra il tempio a valle e la piramide (con il corteo che ne valicava la soglia), proposi, per risparmiare sul budget, le cave di sabbia della Magliana, più vicine a Roma delle dune dei deserti tunisini.

Rossellini ne fu entusiasta e realizzammo forse uno dei trucchi 

più belli e più “metafisici”. 

 

A duecento metri dalla macchina da presa venne creato un piano inclinato, appoggiato ad una montagna di sabbia, che serviva a far entrare nella piramide il corteo del faraone. In basso venne disposto il tempio a valle (in grandezza naturale), poi il cristallo, la macchina da presa e, dietro, il plastico della grande Piramide di Cheope, con i tre colori del rivestimento, in marmi e pietre: porfido rosso la base, calcare la parte intermedia e marmo nero per la cuspide! 

Oltre ai disegni, alle misurazioni, alle varie costruzioni da realizzare, bisognava, sul cristallo, traguardando attraverso l’obiettivo, scontornare con un pastello la proiezione del modello retrostante, perché è quello che andava specchiato… 

Imparai, grazie a Gianni Bonicelli, giovane collaboratore di Roberto ed ex studente dell’Accademia del Cinema, a miscelare le taniche di nitro con altri prodotti, per ottenere gli specchi.

Nessuna imperfezione era permessa, nessuna sbavatura.

 

Spesso si lavorava di notte ed eravamo in ansia, perché gli specchi dovevano essere pronti il giorno dopo, con centinaia di comparse in arrivo e la grande scena da girare… da brivido!  

 

Quando, nel mese di marzo del 2005, Gianni Bonicelli mi ha chiamato per parlarmi del lavoro di Jean Louis Comolli, e per chiedermi di riprendere il mio ruolo di architetto-scenografo e “uomo” di trucchi in un’intervista, ho risposto con entusiasmo. 

Mi sono soffermato con loro soprattutto sul Socrate.

Eravamo nel 1970 e tutto incominciò con una telefonata notturna 

di Roberto Rossellini, in cui mi chiese se ero disposto 

ad andare in Spagna per cercargli Atene.

 

Follie delle coproduzioni, ma affascinato dal senso metafisico, accettai con un entusiasmo, e ci mettemmo alla caccia di un luogo che evocasse con realismo quell’Idealità.

Lo trovammo dopo due settimane, a 70 km a nord di Madrid,

 

in mezzo alle montagne: Patones de Arriba! 

Il grande borgo di pietra era abbandonato: ulivi, rocce, colline, cieli blu, sembrava la Grecia… ed era dall’altro lato del Mediterraneo, culla della nostra storia e area di forti similitudini morfologiche.  

Cercai il punto “X”, quello del totale, con l’Agorà, la piazza da costruire in primo piano, sullo sfondo il Borgo di pietra e sopra, sulla sinistra, l’Acropoli, il “trucco”. 

Dovetti con dolore sradicare degli ulivi, scavare e pareggiare 2 gradoni della montagna.

Per allargare maggiormente lo spazio ne aggiunsi un terzo di almeno 300 mq, 

questa volta sospeso nel vuoto, ancorato a tubi innocenti. 

Avevo così finalmente realizzato la piazza, 

era l’Agorà di Atene

 

(Rossellini mi disse poi, confidenzialmente, che si era trovato a girare in un campo che gli stava stretto! Ma, di realtà virtù). 

La collaborazione con la TVE (Televisión Española) fu ottima, lo scenografo Bernardo Ballester, divertito e spavaldo, non arretrava di fronte a nessuna delle spericolatezze che l’allestimento del set richiedeva.  

 

Quel mondo aveva dei rituali stimolanti. Si formava, soprattutto nel cinema d’équipe di Rossellini, un gruppo di persone molto affiatate tra di loro. I più erano in squadra da tanto tempo ed era ammirevole vedere il loro coordinamento, coadiuvare le intuizioni del regista, i suoi desideri di “inventare” ed improvvisare le scene sul momento, come un work in progress.

 

La sceneggiatura definitiva veniva scritta con La Rochefoucauld solo la notte prima.


C’era il figlio Renzo, regista e produttore, metronomo di Roberto, c’era la mamma di Renzo, la costumista Marcellina De Marchis, l’operatore Mario Fioretti, il Direttore di Produzione Francesco Orefici, il musicista e compositore Mario Nascimbene e tanti altri, attori, macchinisti, una vera corte dei miracoli, votata ad evitare sprechi, coltivare risparmi, ma “eseguire” in grande. Questo rapporto dinamico dell’équipe è stato uno degli insegnamenti essenziali avuti dal Cinema. 

Un DNA che si rivelerà per me fondamentale nel successivo passaggio verso l’Architettura “costruita”, nascosto nei meandri segreti delle mie future realizzazioni.

 

Il cinema presta all’Architettura la sua velocità di esecuzione, affronta lo spazio 

in modo creativo e spavaldo, calibra i vuoti ed i pieni, i campi ed i controcampi

 

e l’Architetto, conoscendo le dinamiche che sovraintendono il realizzarsi dell’opera, deve avvolgere di contenuti la macchina da presa. 

Mentre nel set di Patones de Arriba la natura circostante, le costruzioni, la storia, i templi con i loro colonnati, il Thòlos,

gli edifici in pietra esistenti, resi multicolori, dai toni pastello, i fregi sgargianti 

dei timpani si fondevano tra di loro, misi l’occhio nell’obiettivo: 

in alto nell’inquadratura il modello dell’Acropoli, tutto di nuovo 

si ricompose, come per incanto,

 

ed il giorno dopo Socrate con i suoi allievi fluttuava, nel centro dell’Agorà, in un luogo X del Mediterraneo. E la sfida di Roberto Rossellini continuava.  

 

 

 

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Photo credit direttore della fotografia Mario Moretti

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LA PRIMA CABINA di Francesco Ricciardi – Numero 16 – Febbraio 2020

 

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LA PRIMA CABINA

 

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si andava diffondendo in molte città della nostra costa e Salerno non faceva eccezione.

 

Già sul finire dell’Ottocento i primi stabilimenti, con cabine montate su palafitte piantate direttamente in acqua, avevano fatto la loro comparsa, dapprima proprio di fronte alla città vecchia, sulla storica spiaggia di Santa Teresa, poi più ad occidente sull’arenile contiguo al porto.   

 

Sul versante opposto invece, oltre la foce del fiume Irno ad est dell’abitato, fino a quella del Sele e oltre, a Paestum e ai primi rilievi cilentani, un immenso e lunghissimo litorale sabbioso restava ancora deserto. Come lo era stato al tempo di greci ed etruschi, romani e longobardi, normanni, angioini, aragonesi… e via di seguito fino a 50 anni fa.

 

L’entroterra, d’altronde, allora scarsamente abitato e interamente vocato 

alle tradizionali attività agricole, non giustificava certo 

il sorgere sulla costa di iniziative di tipo turistico.


E a nessuno del luogo, salvo forse casi sporadici, veniva in mente di interrompere le attività agresti per trasformarsi in un bagnante nel senso corrente del termine.  Ma c’era qualche eccezione… tra queste quelle legate alle abitudini estive della famiglia dei conti Carrara e della nostra. Tutti a Salerno conoscono la Villa Carrara, un tempo suburbana, posta lungo la S.S. 18 delle Calabrie a un paio di chilometri dalla città e distante un centinaio di metri dal mare. Siamo nei pressi dell’allora villaggio di Pastena, oggi un popoloso quartiere della città. Poco oltre, superata Pastena e le sue poche case, proseguendo verso oriente, c’era la nostra villa, che sorgeva nel cuore di quello che un tempo, per la fertilità della terra, era chiamato

“il Paradiso di Pastena”; era un complesso di costruzioni di tipo misto, 

agricolo-padronale, la cui presenza aveva sempre rappresentato 

un punto “cospicuo” della zona, spesso riportato 

nelle cartografie d’epoca. 


Alla fine dell’Ottocento la proprietà comprendeva, oltre alle case, poco più di 10 ettari di agrumeto ed era nota come “Ospedale all’Argentera e al Mercatello”, nome dovuto alla posizione isolata (ospedale = ostello), alla vicinanza con il torrente Mercatello e ai riflessi argentei delle foglie delle essenze predominanti – i pioppi – che ne accompagnavano il corso al confine del fondo agricolo. 

Di certo i primi bagnanti regolari sul grande e deserto litorale furono dunque 

i miei nonni che, durante la “villeggiatura”, ogni mattina si muovevano da casa 

per raggiungere in pochi minuti a piedi quella che, allora, consideravano 

una sorta di spiaggia privata.  


Lo facevano percorrendo una stradina interpoderale sulla quale, nel tratto finale che attraversava la proprietà del barone Campolongo, godevano di una servitù di passaggio. La chiamavamo la stradina “del ponticello”, per la presenza di un piccolo ponte gettato su uno dei canali di irrigazione, e per un tratto, all’ombra dei pioppi di cui si è detto, essa costeggiava il corso del torrente.  Fin qui mi si potrebbe obiettare che questa è solo una delle tante storie che ci capita di ascoltare sui “bei tempi andati”; ognuno in fondo potrebbe averne una propria da raccontare (“Il ragazzo della Via Gluck” docet). La differenza sta nel fatto – e questa è la ragione di questo breve scritto – che in questo caso del racconto esiste anche una puntuale documentazione per immagini: mio nonno era un appassionato di fotografia… In una foto scattata verso la metà degli anni Dieci lo si vede, un poco discosto dal proprio capanno, guardare verso il mare. In seguito,

a partire dagli anni Venti, in luogo del capanno veniva allestita una regolare cabina 

in legno: la prima cabina di Mercatello, solitaria sullo sterminato arenile.


Nelle tante foto scattate in quegli anni (per lo più lastre fotografiche conservate nelle loro scatolette originali e fortunosamente giunte fino a noi), sullo sfondo di gruppi e momenti privati, si possono scorgere scorci e paesaggi di quel lembo di terra, testimonianze di un ambiente oggi del tutto cancellato dall’avanzare di ciò che veniva definito progresso. È qui che il racconto si fa immagine e una semplice storia familiare diventa documento.

Il punto del litorale eletto da quei pionieri della balneazione estiva 

sulle spiagge orientali di Salerno era presso la foce del Mercatello, 


più o meno dove la stradina terminava, attraversando un passaggio coperto da una volta a botte incorporato in un bel casale colonico intonacato di bianco di proprietà dei Galdo (altra storica famiglia di proprietari terrieri della zona). Al di là del grande portone ad arco passava la già citata Statale delle Calabrie, ai tempi ancora in terra battuta, lungo la quale il casale sorgeva. La si attraversava e si era in spiaggia.  

Negli anni Sessanta anche il Casale Galdo fu demolito


per fare posto agli anonimi edifici della Salerno moderna, ora affacciati sulla grande stazione di servizio che ancora esiste.

Di quella demolizione o di una analoga – non fa una gran differenza – 

parlò anche lo scrittore ungherese Sandor Màrai, il quale dal 1968 al 1980 

abitò, in solitaria riservatezza, a Mercatello, 

a pochi metri dal luogo descritto


Egli, ben prima dei salernitani, aveva avvertito (e non ci voleva molto…) i danni irreversibili dalla speculazione edilizia e nel 1968, in una sua nota di lacerante dolore, scriveva nel suo diario: 
«Mentre eravamo a Roma, nelle vicinanze del nostro appartamento hanno abbattuto una vecchia masseria campana del secolo scorso, era una casa a due piani con degli archi, i proprietari erano contadini-patrizi benestanti. Al suo posto si costruirà una scatola di cemento a sei piani, un casamento, misurato su utile-cubatura. Quando si abbatte una masseria così vecchia, qualcosa dell’Europa si rovina, più di quando demoliscono un edificio sfarzoso». 

Tornando sulla nostra stradina, mentre l’assalto della città e gli espropri degli anni Settanta andavano mutando radicalmente il volto dei luoghi, veniva cancellato per sempre anche quel piacevole itinerario campestre, rimasto in uso per qualche secolo e percorso innumerevoli volte anche da chi scrive.

Un brandello del passato è in verità sopravvissuto e un tratto
di quella stradina 
è oggi compreso all’interno del grande Parco Mercatello 

(realizzato alla fine degli anni Novanta) e ancora costeggia 

il lato destro del torrente da cui il parco prende il nome. 


La nostra villa, invece, è oggi “annegata” tra gli edifici INA Casa del Rione De Gasperi (anni Sessanta) e a quelli più alti ed invadenti del più recente Quartiere Europa (anni Settanta).  Riprendersi dallo shock fu difficile. Tuttavia, pur vivendo altrove ma intimamente legati a questi luoghi, nel corso degli anni vi siamo tornati regolarmente per trascorrere qualche giorno nella nostra vecchia casa di vacanza.

 

«Succede: andando, si torna – per dirla con Beppe Severgnini 

(“Touring”, febbraio 2003) – […] in luoghi dove siamo già stati, 

e la cosa non ci annoia, anzi: ci piace e ci consola. 

Per questo […] torniamo nella città dove abbiamo vissuto, 

o nel posto dove siamo stati bambini». 


Anche noi abbiamo continuato a farlo e poco alla volta quella ferita, pur così dolorosa e sanguinante, anno dopo anno riuscì in qualche modo a rimarginarsi; e se, in senso metaforico, si era passati da un paradiso all’inferno, per me fu di ideale conforto adattare al nostro particolare, la seguente riflessione di Italo Calvino (“Le città invisibili”): 
«Ci sono due modi per non soffrire nell’inferno. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:   

cercare e saper riconoscere che cosa, in mezzo all’inferno, 

non è inferno e farlo durare e dargli spazio».


Forse, senza accorgercene, è proprio nello spirito della seconda alternativa offertaci da Calvino che abbiamo continuato ad abitare la nostra vecchia casa. 

 

 

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DAI TAPPETI QUASI VOLANTI AL FASHION di Michele Minisci – Numero 16 – Febbraio 2020

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DAI TAPPETI  QUASI VOLANTI AL FASHION 

 

Da piccolo sentivo parlare di un’azienda che fabbricava tappeti e coperte a Longobucco, in provincia di Cosenza, un centro poco lontano dal mio paesino calabrese. E nella mia infinita fantasia ogni tanto immaginavo questi “tappeti volanti” solcare il cielo sopra la piana di Sibari, sfiorando appena le cime degli ulivi centenari o accarezzando le profumate foglie degli aranci…  

 

Sapevo bene come nascevano queste stoffe, questi tappeti, queste tovaglie, queste coperte, perché nel mio paesino c’erano molte donne che avevano un telaio in casa, per i propri bisogni familiari (ma forse lavoravano anche per conto dell’azienda Celestino) e

mi fermavo spesso a guardare, ammirato e stupito, quelle mani velocissime 

e quei gesti quasi magici, come novelle Penelopi, che facevano scivolare 

le spole e i cannelli tra quel labirinto di fili


filati, trame labirintiche che trovavano alla fine sempre la loro via d’uscita per compiere il passo successivo, fino alla fine del percorso a cui dovevano arrivare: la tovaglia da tavola, il lenzuolo, l’asciugamano, le coperte.  

 

E tutto questo nel comune intreccio di trama ed ordito che andavano ad incontrare poi un altro filo, quello del coloratissimo disegno che attraversava orizzontalmente gli altri svariati fili che

davano infine origine, magicamente, al prezioso tessuto.


Ma  questo  l’ho  capito  solo  da grande,  quando ho intervistato per la nostra rivista l’avvocato Caterina Celestino, il deus ex machina dell’omonima azienda che affonda la sua esperienza in secoli di storia.  

 

Come ho immaginato, ancora, ritornando ad interessarmi delle eccellenze calabresi, che

quei timbri e ritmi degli antichi telai che facevano parte dell’antico laboratorio – … tracchete, tricchete, tracchete… – potevano benissimo 

rapportarsi ai ritmi del blues,

 

che io conosco molto bene perché frequentatore di quella musica, quelli che alle origini accompagnavano i canti gospel dei raccoglitori di cotone della Louisiana, con le sue 12 battute, il giro del blues! Come 12 erano le assi che formavano i vecchi telai. Accostamento forse fantasioso e azzardato!  

 

Comunque, con questo particolare background ho avuto il mio primo impatto col mondo dei Celestino. Poi, con la richiesta di una mia intervista, la signora Caterina mi ha preso per mano e nello showroom di Rossano, stupenda città bizantina e rinomata in tutto il mondo per il suo Codice Purpureo, riconosciuto dall’Unesco come bene universale, culla culturale della famiglia Celestino che adotta, anche nel logo, la cicogna, in omaggio al Mito di Antigone, mi ha fatto attraversare tutta la storia della tessitura calabrese e quindi della sua azienda.  

 

E mi ha parlato del nonno Eugenio, che all’inizio degli anni ’20 ha impresso una svolta epocale alla tessitura calabrese arricchendo la varietà e la qualità dei singoli manufatti, i cui prodotti sono realizzati con

filati pregiati in lino, cotone, canapa, lana, ginestra, seta altamente selezionati, impreziositi dagli originali disegni riprodotti sui vari tessuti 

che portano nomi che si richiamano alla storia, alla tradizione, 

alla terra, alle leggende arcaiche della Magna Grecia,


a cui questo territorio continua a fare riferimento, come “Toro cozzante”, da un antico reperto archeologico ritrovato nel sito di Sibari, oppure “Krités”, il giudice, suggestivo disegno di ispirazione bizantina, oppure “Ginestra”, “Liquirizia”, “Spiga”. Ancora il territorio, la terra, le radici!  

 

Eccellenze nella tessitura artistica

che sono valse all’azienda calabrese riconoscimenti da parte del mondo 

dello spettacolo e dell’arte e onorificenze istituzionali 

a livello nazionale ed internazionale:


alla Fiera di Parigi, all’Esposizione di Londra, di Chicago, di Milano, di Firenze, senza dimenticare le numerose ed illustri collaborazioni con i grandi ateliers e con le più rinomate Case di Alta Moda Nazionali, tra le quali Gattinoni, le Sorelle Fontana, ecc. Memorabile il grande poster che campeggia nello showroom di Rossano Calabro con la foto di Ava Gardner con un vestito realizzato dalla Bottega d’arte Celestino e una delle sorelle Fontana che dà gli ultimi ritocchi alle pieghe, che mi ha rapito e “costretto” ad ammirarlo per diversi minuti!   

 

Ma Caterina Celestino mi ricorda che i suoi

tessuti, che accuratamente elaborati da abili stilisti dell’Alta Moda Italiana 

hanno dato vita a confezioni destinate alle Case Reali, alla Città del Vaticano 

ed a Musei di tutto il mondo, oggi si incontrano con lo spirito innovativo 

delle nuove generazioni.


Ma il lavoro a cui la signora Caterina tiene di più è sicuramente Katherina, of course, un’originale collezione della Maison Celestino, che è stata presentata negli anni scorsi in svariate location prestigiose, riscuotendo grande successo. Atmosfere d’altri tempi accompagnano lo straordinario omaggio alla donna contemporanea attraverso le creazioni ideate ancora dalla designer Flavia Putignano ed inneggianti alle grandi donne con questo nome, come Caterina d’Aragona, Caterina Cornaro, Caterina de’ Medici, Caterina La Grande, Katharine Jeffert Schori, Caterina Ferrucci, Katherine Hepburn, Catherine Deneuve, Caterina Caselli (con una imperdonabile dimenticanza: Caterina Sforza, la leonessa di Forlì, la città in cui vivo!).

 

Questi i miti ispiratori per la nostra Caterina: indiscusse protagoniste di un omaggio alla donna che la Maison Celestino propone oltre il tempo e la storia.

Oggi l’azienda Celestino coinvolge decine e decine di lavoratrici in conto terzi,  

una folta schiera di sarte, tessitrici, esperte ricamatrici, non solo 

per tutta una serie di prodotti per la casa riferiti ad uso quotidiano (tovaglie, coperte, soprammobili, biancheria varia, ecc.), 

ma anche per l’alta moda,


avendo però di fronte un mercato nazionale con alcune aziende che propongono per alcuni prodotti prezzi altissimi, realizzati però con materiale non eccelso, mentre le produzioni Celestino di alta qualità hanno dei prezzi molto più accessibili. Disfunzioni del mercato, complice una martellante pubblicità con budget stratosferici!  

 

Sarebbe necessario ampliare questo discorso facendo rete, proponendo sinergie, coinvolgendo altre forze, altre associazioni, altre istituzioni. Problematiche che però in Calabria fanno ancora fatica a svilupparsi. Possiamo dire oggi con certezza che Caterina Celestino ha preso in mano la sua Storia e … l’ha gettata oltre l’ostacolo. Ma non è che l’inizio. 

L’arte della tessitura calabrese strizza l’occhio ormai anche all’Alta Moda Italiana e ha un nome ben preciso: Celestino.  

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MARE NOSTRUM. RIFLESSI DI ARCHITETTURE di Giusto Puri Purini – Numero 14 – Maggio 2019

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MARE  NOSTRUM. RIFLESSI DI ARCHITETTURE

 

All’inizio degli anni Settanta, girando gli States in Greyhound, mi capitò in una libreria dell’Università di Berkeley, in California, il libro intitolato The Whole Earth Catalogue.

Leggendolo, mi resi conto di aver compiuto, attraverso l’architettura “spontanea”, capanne, palafitte, geodesiche, trulli, nuraghi, yurte ed un’infinità di habitat simboli della diversità del vivere, un viaggio nel tempo, in una società così complessa ed avanzata come quella americana, e che non avrei più dimenticato quelle sensazioni. 

 

Ricordavo trucchi, specchi, false prospettive, architetture di un giorno, impermanenza continua lungo il filo di un racconto.

Queste costruzioni effimere, montate la mattina e smontate la sera, 

che Leonardo da Vinci, nel passato, aveva chiamato 

“Architettura da Festa”,


svilupparono in me quel desiderio di trasparenza tra la prima, “il costruito”, e la seconda pelle, “il traforato”, come l’essere ed il non essere di una rappresentazione architettonica, cercandone la matrice, immerso in qualche viaggio. 

 

Fu così che negli anni Settanta, con Maurizio Mariani, entrambi divenuti Architetti, iniziammo un lavoro di ricerca, progettando giardini per i Vivai del Sud,

nel bel mezzo del “Cratere Mediterraneo”, ed entrammo nelle case, 

portandovi dentro l’esterno.


Passando dalla luce, dalle ombre dei patii agli interni, sentivamo di procedere all’incontrario, ma ci sembrò più “giusto” e fu l’inizio di tante scoperte. Con i Vivai del Sud, divenuta una multinazionale del verde, si operava con un occhio alla tradizione locale:

le sedie pieghevoli dei cammellieri del deserto, le ombre delle serre siciliane, 

lo stile “Mckintosh”, i cestari romani. Si corteggiava e si ribagnava 

nel Mediterraneo la tradizione americana dell'”House and Garden”, 

i mobili Mc Guire, i “Winter Gardens”…


E mentre la “canna d’India” in Italia diventava design, scoprivamo che la “matrice” era unica: la cultura europea emigrata in Colonia aveva scoperto le palme e…reinventato l’eccelso, rischiando nei territori lontani sperimentazioni ardite e seducenti… Pensavo al French Quarter ed a St. Charles Avenue a New Orleans, regina negli U.S.A. della musica, luogo d’ incontro di tante culture, città entertainment per eccellenza. 

 

La “città della festa” mi fu evidente, quel mardi gras 1972. Mi trovavo a New Orleans per caso e di passaggio. Mi immersi in una realtà vorticosa, trascendentale. Tutto fluiva, tutto pareva vi fosse permesso, la musica ed il contorno architettonico risuonavano nelle strade. Mi trovai come per caso in una libreria, vi cercai testimonianze di ciò che andavo vedendo. Un città traforata, piena di merletti, un’impermanenza sfacciata, edifici, natura, verande, patii, tutti gli elementi della seduzione, esposti ai sensi, mutevoli come le ombre, con lo scorrere delle ore. 

Pensai nuovamente ad “Architettura di un giorno”! 

 

Poi tra le mani mi trovai un libro, disegni e fotografie di una strada famosa di New Orleans, Esplanade, che avrebbe dovuto essere inaugurata da Napoleone Bonaparte, in un viaggio da lui sognato e mai realizzato, all’inizio del 1800. Sotto l’80% delle immagini che andavo scorrendo vi era scritto:

“This is an example of an Italianate Architecture”.


L’italianata, l’“Italianate”, mi rimbalzava nella mente e, nella convinzione di avere in mano una chiave di lettura che mi riguardasse da vicino, pensavo alla nostra cultura formativa: Blue Jeans, Chewing gum, Frank Lloyd Wright, J Dean, Il giovane Holden, Easy Ryder e tutte le “Americanate” che noi europei ci siamo portati appresso nei roaring Fifties and Sixties, e – perché no? – pensavo ai Western spaghetti, i famosi western italiani girati tra i cartoni di Cinecittà e le praterie di Ostia Antica. Clint Eastwood, Sergio Leone: Giù la testa!

Vi era, laggiù, a New Orleans, il sapore di un altro Mediterraneo 

come origine degli eventi…


Palladio, il grande architetto veneto, ed i suoi pronipoti, emigrati in Colonia, mi apparvero come gli unici artefici di questa “italianata” eversiva, dal neoclassicismo appena sfiorato, quasi irriverente. Sul restante 20% delle illustrazioni, la didascalia riportava

“This is an example of a Greek Architecture”!


Ebbi la sensazione che, attraverso queste trasparenze, queste ombre, attraverso un filo di Arianna luminoso, sarei stato trasportato nella storia, come in un ascensore, verso il passato e viceversa, in luoghi dove tutto si ritrova e si riscopre.

Storia che ci racconta le mutazioni nel “Nostro Mare”, dall’austerità al vezzo


(penso alle colombaie delle torri di Mikonos, merletti a definire i contorni delle architetture, o a quello che noi italiani abbiamo fatto nelle isole del Dodecaneso, vestendo le architetture che nascevano ispirate alla Bauhaus, e alla neo-razionalista Sabaudia, con i veli delle Mille e una notte). 

Architettura italiana (da festa!) in Colonia! 

Rodi, Simi, Patmos, Koos… 

E perché no, i vetri colorati delle finestre di Tangeri, il tufo giallo di Noto in Sicilia, dove una città è scolpita come una statua, i pergolati a vigna di Sorrento, le cupole dei damusi a Pantelleria, le bianche colonne delle case, nelle Isole Eolie.

Tutto ciò ci ha fatto pensare ad una raccolta di queste sensazioni, 

di queste “architetture da festa”… sparse un po’ ovunque.


Un Whole Earth Catalogue, quindi, trent’anni dopo, più patinato, sotto forma di un “viaggio”, nell’habitat, integrato dai vezzi, quali moda, costume, design, stili… 

 

Nasce così l’idea di “Oltre il 7”, il percorso ideale della nostra avventura tra architetture e culture, ed il suo peregrinare attento, curioso, ironico e ricettivo, tra mode, usi, costumi, etnie, abitudini che si esportano, si reinventano e si ritrovano, da un lato all’altro dell’emisfero.

Ci rendemmo conto, in sintesi, che il primitivo approccio alla “cultura europea 

che emigrava in Colonia” altro non era, se non il seme 

di un lungo viaggio del conoscere.


Viaggio condotto a ritroso, verso le probabili origini delle “cose”, dove anche le “case” degli uomini apparissero come frutto di spontaneità e di progettazione.

 

 

 

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ADRIANO OLIVETTI A MATERA di Tommaso Russo – Numero 14 – Maggio 2019

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ADRIANO OLIVETTI a MATERA

 

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Preceduta da un glamour costruito intorno a lei e diffuso dalle riviste “Life”, “Fortune”, “Time” di proprietà del marito, l’editore Henry Robinson Luce, Claire Booth (1903-1987) giunse in Italia alla vigilia delle elezioni del 1953 che segnarono la fine del centrismo DC con la sconfitta della legge truffa.

8 - Adriano Olivetti 1925

Aveva 50 anni quando arrivò come ambasciatrice USA per restare fino al 1956. Nel triennio romano si circondò di personaggi come Vittorio Cini, Dino Grandi, Leo Longanesi, Indro Montanelli, Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno che, pronti a tutto, facevano da sponda al suo viscerale anticomunismo e integralismo cattolico. Narrano, in proposito, le cronache diplomatiche che al termine di una udienza in Vaticano durante la quale aveva tenuto un discorso di fuoco sull’obbligo di essere cattolici, cristiani e credenti, Pio XII la congedasse dicendo “Signora cara, si ricordi che anche io sono cattolico e non ho bisogno di essere convertito”. 

 

Altri desideri quali mettere fuorilegge il PCI, organizzare con Montanelli strutture paramilitari, bloccare le commesse a quelle aziende in cui era forte la CGIL, rivelano il suo piano per condizionare la vita politica italiana. Anche Adriano Olivetti, ritenuto a torto un comunista, ne pagò le conseguenze. Su pressioni della signora, Angelo Costa, allora capo di Confindustria, inviò una lettera a tutti gli associati in cui consigliava di non acquistare macchine da scrivere Olivetti. Un nome fra quanti ubbidirono: Montecatini.

Da quel delicato microcosmo degli affetti che è Lessico famigliare di Natalia Ginsburg, affiora un giovanile ritratto di Olivetti. Aveva “una barba incolta e ricciuta, di colore fulvo; aveva lunghi capelli biondo-fulvi”. Giuseppe Levi, docente universitario, padre di Natalia e Camillo, padre di Adriano, a loro volta, 

“Avevano in comune il socialismo, e l’amicizia con Turati”, 

di qui la simpatia di entrambi per quel particolare 

riformismo meneghino pragmatico e razionale.


Camillo, di origini ebraiche, e la moglie Luisa Revel, figlia di un itinerante pastore valdese, erano orgogliosi di appartenere a due minoranze religiose. Di questa condizione ne fecero una ragione esistenziale, un costume civile, educando i loro figli al senso di responsabilità, al rispetto quasi religioso per i diritti e i doveri di sé e degli altri, al gusto per il rischio. In Adriano la saldatura tra etica protestante e spirito del capitalismo fu un tratto distintivo ma non unico. 

 

Poco più che quarantenne, con alle spalle il suo antifascismo, è membro dell’UNRRA (United Nation Relief Rehabilitation Administration); magna pars nel CASAS (Centro Autonomo di Soccorso ai Senza Tetto); membro autorevole della Commissione economica per la Costituente. A coronamento del suo impegno per il Movimento di Comunità diventa deputato nella III legislatura repubblicana. Nei due anni di attività parlamentare, prima che la morte lo cogliesse, nel febbraio 1960, a soli 59 anni, firmò con altri colleghi un progetto di legge abrogativo delle norme che consentivano il tiro al piccione ma anche al passero, allo storno, alla tortora. Era il 31 luglio1958. 

 

Nella relazione al progetto si sottolineava come quella pratica non fosse “popolare e sportiva” ma un’attività ristretta a pochi che “traggono divertimento in un ambiente di lusso e di mondanità (…). Lo sterminio di questi animali per lo spasso di pochi facoltosi è veramente ingente”. Solo molto dopo le Olimpiadi romane del 1960 il piattello sostituì i volatili nei club e nei circoli esclusivi. 

 

Un anno dopo presentò da solo la sua seconda proposta di legge. Si trattava di abolire l’art. 12 della LUN (Legge urbanistica Nazionale) del 1942. Quell’articolo consentiva ai Comuni consorziati di approvare un PRG intercomunale. Bastava però il veto di un solo sindaco per bloccare tutto.

Olivetti ebbe sempre a cuore le questioni legate allo sviluppo urbano, all’edilizia e non solo perché Presidente dell’INU. Era convinto che sul regime dei suoli e sulla loro destinazione che si risolveva il conflitto tra interessi della rendita speculativa, bisogni collettivi, razionalità e ordine dello sviluppo edilizio di una città.

 

Il 5 aprile 1960 Franco Ferrarotti “deputato del Movimento di Comunità”, padre nobile della sociologia italiana, nella sua appassionata commemorazione di Olivetti alla Camera ne evidenzia alcuni tratti. Dice come l’industriale eporediese si collocasse molto al di sopra della “miserabile prospettiva del paternalismo padronale corrente”; come fosse convinto della necessità di introdurre novità, ricerca e sperimentazione nel ciclo produttivo. E proseguendo ricorda lo sguardo particolare di Olivetti per il Mezzogiorno che gli appariva “il banco di prova della democrazia italiana” e per il quale “aveva elaborato un piano organico di sviluppo industriale”. Ne costituivano l’essenza più intima: il rispetto per il territorio comunitario, la partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni più importanti che li riguardavano, la programmazione. Pozzuoli e Matera che alludevano rispettivamente all’industria e all’agricoltura ne erano la filigrana. 

 

Nel suo “Viaggio in Italia”, effettuato per conto della RAI tra il 1953 e il 1956, Guido Piovene giunge anche a Matera. Ne tratteggia lo sviluppo urbano tra il moderno e i Sassi e scrive che lì, insieme con altri abitanti, vivono “oltre 1200 protestanti (…) che appartengono alle sette più popolari e visionarie quali i battisti e soprattutto i pentecostali”. Lo scrittore vicentino si sofferma sul clima culturale in città nel quale scorge un certo “radicalismo politico negli ambienti cattolici”, anche se in misura maggiore “La funzione critica è esercitata soprattutto da un gruppetto di giovani legati al Movimento di Comunità (…). Le loro idee compaiono in un settimanale, “Basilicata” ”.

Si può scorgere in questo accenno l’esistenza di un rapporto tra Olivetti e Matera che nel corso degli anni ’50 diventerà sempre più stretto e fecondo.

 

Se oggi quel nesso è riemerso, nel dibattito storiografico, non è certo per l’evento Matera 2019 frutto, come sostengono giustamente taluni, di una potente negoziazione tra potere politico e risorse naturali del territorio regionale. Ripensare quel legame e la stagione a cui dette vita torna utile per uno sguardo sulle miserie del presente appena velato dalla spettacolarizzazione mediatica dei Sassi; e per misurare l’incidenza che quel torno di anni ebbe nell’introdurre elementi di cambiamento e di modernità nel tessuto cittadino. 

 

Leonardo Sacco, uno dei giovani critici intravisti da Piovene, in un commosso ricordo in morte di Olivetti, apparso su “Basilicata” 3/1960, racconta che nel marzo 1946 acquistò in un’edicola a Matera un “giornale di tipo insolito”. Era “Comunità”. Dalla lettura di quella rivista ne ricavò la convinzione che per uscire “dal caos” di allora occorresse “veder chiaro e veder nuovo”. Vale a dire guardare alle novità e non alle permanenze, alle fratture e non alle continuità del ‘900 italiano.

La presenza degli olivettiani è segnalata da una lunga relazione
del prefetto 
di Matera del 25 maggio 1957 al Ministero degli Interni 

dove da poco si era insediato Fernando Tambroni.

 

Scrive che i Circoli di Comunità erano nati prima del 1954 quando invece era comparso il Movimento di Comunità. Presenti “con finalità esclusivamente culturali”, in breve tempo erano riusciti ad animare un dibattito su quali mezzi fossero necessari “per la risoluzione dei problemi sociali, riguardanti in particolare il basso tenore di vita delle popolazioni del Mezzogiorno d’Italia rispetto a quelle del Nord”. Molto attivi nel Circolo materano erano alcuni giovani. Pietro Ricciardi insegnante “distaccato presso il Provveditorato agli studi” è descritto “elemento piuttosto fazioso” nella preoccupata nota prefettizia. Ricciardi girava nei Comuni del materano col suo Bibliobus per avvicinare adulti, vecchi, bambini alla lettura convinto che la cultura fosse un forte strumento di emancipazione. Attivi erano anche Francesco P. Nitti e Nicola Strammiello, entrambi docenti. E Sacco, naturalmente, che in una riunione a Milano del Movimento era stato eletto “membro della direzione politica centrale del detto Partito”. 

 

Da altra fonte archivistica si apprende che nel 1958 in Basilicata esistevano 56 Circoli (23 nel materano, 33 nel potentino); in quell’anno essi costavano a Olivetti 1.107.000 lire. Saranno ridotti a 14: 2 nel potentino, 2 nel materano, quasi a segnare una migliore efficienza culturale e operativa di questi ultimi. Le cause del ridimensionamento vanno ricercate nella crisi del Movimento e nelle decisioni del gruppo aziendale di operare tagli e finanziamenti.

 

I Circoli possedevano un patrimonio inestimabile in libri e riviste: sociologia, psicologia motivazionale, management, economia, antropologia;

 

l’abbonamento a tante riviste fra cui “Casabella”, “Comunità”, “Il Ponte”, “Lo Spettatore italiano”, “Nord e Sud”, “Paragone”. Era un universo di saperi nuovi, sperimentali, scientifici, tecnici su cui si esercitava la censura delle culture comunista, cattolica, crociana. Matera fece da cavia per la diffusione di questi contenuti culturali in tutto il Mezzogiorno subendone per prima l’influenza e il lascito successivo.

Ruotavano intorno ai Circoli studenti universitari, insegnanti, avvocati, medici, ingegneri, eruditi locali. Non si creda che quelle figure sociali segnassero il carattere elitario e aristocratico degli olivettiani. Suggeriscono, ancora oggi, l’esistenza 

di processi di mobilità sociale che nel tessuto regionale tendevano a superare 

la bipolarità braccianti-agrari, con cui era rappresentata la regione.

 

Nelle contrade lucane, in specie materane, di quegli anni, la presenza e le attività culturali degli olivettiani fecondarono un processo di educazione alla democrazia, alla cultura politica, alle curiosità culturali che guardava alle nuove generazioni nella convinzione che la modernità avesse bisogno anche di un côté critico, etico e libero nel pensiero. In seguito non si è avuto nulla di simile. 

 

A partire dal 1949 Olivetti fa giungere a Matera un gruppo di scienziati sociali, di tecnici, di urbanisti, di esperti nel management delle risorse e della progettazione. Bastano alcuni nomi per cogliere nel loro profilo un forte èthos pubblico, per misurare competenze specifiche, spessore culturale, qualità intellettuali. Si va da Ludovico Quaroni a Giovan Battista Martoglio, da Guido Mazzucchelli-Nazdo a Riccardo Musatti, a Rigo Innocenti; da Lidia De Rita a Tullio Tentori, a Eleonora Bracco. Saranno essi, con i materani Nitti, Ricciardi, Sacco ed altri, che attraverso la volontaria presenza sul campo, col metodo dell’inchiesta partecipata tenuta a battesimo proprio a Matera, con grandi idealità, tenteranno di dare corpo al sogno olivettiano. Membri della “Commissione di studio sull’agro e la città di Matera”, voluta nel 1951 dall’UNRRA-CASAS Prima Giunta, quindi da Olivetti, essi contribuirono a gettare le basi per la legge sullo sfollamento dei Sassi, a sostenere per Matera la necessità del PRG, a pianificare la costruzione del borgo rurale “La Martella”.

Con le dovute cautele e le differenze di spazio e tempo, i borghi rurali olivettiani rinviano all’esperienza dei villaggi operai.

 

Per questi, per esempio, si pensi ai Crespi di Canonica d’Adda, ai Marzotto di Valdagno, ai Rossi di Schio. Sono tutti industriali tessili, cotonieri, ossia il settore più forte del capitalismo italiano tra fine ‘800 e ‘900 ineunte. Il loro paternalismo, però, s’interrompeva sul tema della libertà individuale. Se un operaio veniva sorpreso fuori dal villaggio a frequentare la sede sindacale della FIOT (Fed. Ind. Operai Tessili) o la sez. socialista veniva subito cacciato. In ossequio a questo stile la FIAT schederà più di 100.000 operai nel secondo dopoguerra. Non così nelle fabbriche Olivetti, dove libertà individuale, dignità del lavoratore, alti salari, investimenti in ricerca, elevato tasso di innovazione, erano a base della produttività e della commercializzazione dei manufatti. 

 

Pur ripetendo alcuni criteri ispiratori del villaggio operaio, “La Martella” aveva fattori di diversità ideale e progettuale. Il borgo doveva avere tutti i servizi, dalla farmacia alla scuola, ospitare non più di 2/300 famiglie per dare l’immagine di una struttura comunitaria e non di un alveare. Doveva essere al centro dei terreni dati in proprietà in modo da ridurre il viaggio da casa al lavoro. Il tempo così liberato era destinato a una sociabilità alta: letture, biblioteca, cinema, viaggi culturali, corsi di formazione per introdurre innovazioni nelle tecniche colturali. Ciò nonostante, il trasferimento di abitanti dai Sassi a “La Martella” andò a rilento e subì forme di ostruzionismo. 

 

I primi a spostarsi, è il caso di ricordarlo, furono molti di quei battisti e pentecostali di cui Piovene aveva segnalato la visionarietà. La loro numerosa presenza a Matera deriva dall’apostolato religioso e laico del Monaco Bianco che agli inizi del ‘900, in concomitanza con la nascita del sindacalismo rivoluzionario nel Mezzogiorno, aveva guidato le lotte bracciantili, contro gli agrari materani, per il diritto di spigolatura, le otto ore, salari più dignitosi.

Interessata da un visibile processo di mobilità sociale, Matera visse in quel decennio uno sviluppo edilizio pubblico e privato all’altezza del mutamento. In mancanza 

di una pianificazione urbanistica il rischio era la costruzione di una città-mostro. Nell’immaginario olivettiano, invece, gli interessi della comunità, i suoi bisogni 

e i desideri dovevano trovare nella pianificazione, nella classificazione 

delle aree e dei suoli una rispettosa e armonica realizzazione 

con l’intero territorio comunitario.

 

Si pensi a Pozzuoli. Nel suo discorso del 1955 ai lavoratori, Olivetti sosteneva come la fabbrica costruita “di fronte al golfo più singolare del mondo (…) si è elevata all’idea dell’architetto, in rispetto alla bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno”. Fu Luigi Cosenza l’architetto realizzatore di quell’armonia. 

 

I comunitari materani utilizzarono “Basilicata” come strumento di lotta, di denunzia degli scempi edilizi ottenendo risultati favorevoli più a Matera che a Potenza. Si batterono per anni perché il conflitto tra disordine e irrazionalità della rendita speculativa non travolgesse del tutto l’armonia comunitaria. Gli alterni risultati ottenuti per effetto della potenza delle controparti (in primis Emilio Colombo) non scoraggiarono gli olivettiani. La loro resistenza può considerarsi frutto di una triplice azione: percepirsi portatori di saperi tecnici e scientifici con cui sostenere il conflitto; sentirsi parte di un più ampio disegno modernizzatore; riconoscersi sintesi tra l’alta tradizione di impegno civile propria degli intellettuali meridionali e le novità dei tempi.

Il capitalismo comunitario, ovvero l’idea che “il capitale azionario delle grandi 

e medie imprese deve appartenere in parte alla comunità” locale 

e che alla gestione e proprietà devono partecipare insieme 

“i lavoratori, la Comunità e lo Stato regionale”, fu sconfitta.

 

Concorsero a ciò l’ostilità pregiudiziale e ideologica di Claire Booth Luce e la miopia di Confindustria. L’associazione, infatti, ritenne preferibile la scorciatoia dei finanziamenti pubblici, la distribuzione dei dividendi anziché il loro reimpiego in ricerca, sviluppo, innovazione. Nonostante la politica di alti salari, Olivetti si trovò a fare i conti anche con l’opposizione della CISL, più che della CGIL. 

 

Lo schema teorico del federalismo olivettiano (Comunità e Stato regionale) non incrinava né l’Unità del Paese, né la solidarietà reale. Nel 1952-54 il gruppo aveva deciso “di trasferire al Sud il suo potenziale di incremento produttivo”. A causa di una ennesima crisi che aveva investito il Canavese, la politica di riassorbimento dei disoccupati negli stabilimenti di Ivrea non poteva avvenire come era accaduto in precedenti situazioni. Pur tuttavia, ricorda Olivetti agli operai di Pozzuoli, nessuno “ebbe a lamentarsi (…). Perché nella coscienza dei nostri operai del Canavese è vivo il senso di solidarietà con i fratelli della Campania, della Calabria, della Lucania”. 

 

L’abbandono del Mezzogiorno, le scorribande leghiste e neoborboniche (che lo stanno attraversando), l’autonomia differenziata costituiscono un pericolo per la democrazia italiana. La lotta contro questo scenario è il lascito migliore dello “sguardo” di Olivetti e va mantenuto vivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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NOTA

 

Le fonti archivistiche e bibliografiche sono qui elencate per documentare il virgolettato presente nel testo. 

 

Archivio centrale dello Stato, Roma: Min. Int. Partiti politici 1944-1964 b.113. 

 

Archivio storico Olivetti, Ivrea: Seg. del Movimento di Comunità Lucania, bb.1-9. 

 

Camera dei Deputati Atti Parlamentari. 

 

G. Baglieri, M. Fabbri, L. Sacco, Cronache dei tempi lunghi, Lacaita, 1965. 

 

F. Bilò, E. Vadini, Matera e Adriano Olivetti. Ed. di Comunità, 2013. 

 

R. Giura Longo, Per Matera si cambia, pref. di Angelo R. Bianchi, Ed. Giannatelli, 2018. 

 

R. Musatti et alii, Matera 1955, Ed. Giannatelli, 1996. 

 

A. Olivetti, Ai lavoratori, Ed. di Comunità, 2012. 

 

Id. Città dell’uomo, Ed. di Comunità, 2015.

 

 

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“Courtesy Archivio Fondazione Adriano Olivetti” www.fondazioneadrianolivetti.it

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GENTE MOLTO PER BENE. JOHN FANTE E L’ABRUZZO di Alessio Romano – Numero 13 – Gennaio 2019

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GENTE MOLTO PER BENE. JOHN FANTE E L’ABRUZZO

 

Per John Fante, italoamericano di seconda generazione, nato in America e che non sapeva parlare italiano, conoscendo solo qualche parola di dialetto ascoltata in casa, l’Abruzzo è puro mito. La terra primitiva dove è nato il padre, Nicola Fante, muratore che per sfuggire al freddo e alla miseria della sua terra, ha attraversato l’oceano, migrante economico, per lasciare le montagne appenniniche e raggiungere quelle così simili del Colorado.

È da qui, da questo padre e da questi ricordi, che tutto il lavoro letterario

di John Fante prende le prime mosse. 


Già nell’incipit del suo primo romanzo pubblicato (Aspetta primavera, Bandini), prima ancora di Arturo Bandini, suo alter ego e ritratto dell’artista da giovane, compare il personaggio di Svevo Bandini, padre di Arturo: 

 

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustoso. Si chiamava Svevo Bandini (…). Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava (…). Anche da ragazzo, in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado. (…). Le montagne c’erano anche in Italia, simili a bianchi monti a pochi chilometri di distanza verso occidente. Le montagne erano un gigantesco abito bianco caduto come piombo sulla terra.”1 

 

E ancora più avanti, nello stesso romanzo, l’Abruzzo diventa l’argomento di un divertente e divertito dialogo tra Svevo e una ricca e colta vedova americana: 

 

“E così lui era italiano. Splendido. (…). Doveva sentirsi orgoglioso delle sue origini. Non sapeva anche lui che la culla della civiltà occidentale era proprio l’Italia? Aveva mai visto la cattedrale di San Pietro, gli affreschi di Michelangelo, l’azzurro del Mediterraneo. E la Riviera? No, non li aveva mai visti. Le disse con parole semplici che era abruzzese, e non si era mai spinto a nord, nemmeno a Roma. Aveva lavorato duro, fin da ragazzo. Non aveva avuto tempo per nient’altro. L’Abruzzo! La vedova sapeva tutto. Ma allora aveva sicuramente letto le opere di d’Annunzio, era abruzzese anche lui. No, non l’aveva letto, quel d’Annunzio. Ne aveva sentito parlare, ma non l’aveva mai letto. Sì, sapeva che quell’uomo importante era della sua provincia. La cosa gli faceva piacere, sentiva gratitudine per d’Annunzio. Finalmente aveva trovato un terreno comune, ma con suo grande sconforto s’accorse di non avere nient’altro da dire sull’argomento.”

Ma l’Abruzzo di John Fante è soprattutto un piccolo paese, 

Torricella Peligna, quel paese che, ci ha insegnato Cesare Pavese, 

“ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”. 


Un paese che, per quanto lontano e mai visitato realmente, per John Fante è la garanzia di radici, di gente che a prescindere dal tuo ritorno, è rimasta ad aspettarti, come effettivamente è stato. Torricella Peligna è un luogo primordiale, l’Eden della sua mitologia familiare. Un mondo-paese popolato da personaggi leggendari come il suo antenato brigante Mingo di cui proprio il padre lo esorta a scriverne la storia nel romanzo Full of Life

 

“Un uomo coraggioso, mio zio Mingo. Era un Andrilli, fratello di tua nonna. L’hanno appeso proprio là, in Abruzzo. I Carabinieri… Due proiettili nella spalla. Ma l’hanno appeso lo stesso. E sua moglie lì, che piangeva. Sessantuno anni fa. L’ho visto con i miei occhi. Coletta Andrilli, bella donna.”2

Ma l’Abruzzo è anche un ingombro di cui sbarazzarsi. Su John Fante infatti 

c’è tutto il peso del pregiudizio razziale nei confronti degli italiani. 


I dago, mangia-spaghetti, selvaggi ubriaconi, violentatori e assassini, mafiosi, sporchi come maiali. È un tema caro a Fante soprattutto trattato nella sua raccolta di racconti Dogo red. Il successo letterario vagheggiato da Arturo Bandini serve anche a questo: è la chiave di quel riscatto sociale per sconfiggere il pregiudizio che su di lui incombe in quanto italiano.

Per l’Abruzzo, John Fante è un nipote smarrito, un figliol prodigo letterario 

mai tornato, ma che ha reso immortale e conosciuta in tutto il mondo 

la piccola comunità di Torricella Peligna (nel Sangro Aventino, 

in provincia di Chieti) che ormai da più di dieci anni 

lo celebra in un festival3 a lui dedicato.


John Fante non è mai tornato nel paese del padre, proprio per paura di infrangere la sua natura mitologica. Ma sono tornati lì i suoi figli, soprattutto il poeta e scrittore Dan Fante, venuto a mancare da qualche anno, proprio per essere protagonisti di questa celebrazione annuale che ha portato lì scrittori, registi e musicisti di fama mondiale (Sandro Veronesi, Romana Petri, Ryan Gattis, Paolo Virzì, Frank Spotnitz, Vinicio Capossela, Nada, Enrico Rava, Gianni Vattimo solo per citarne qualcuno), tutti complici di questo rito collettivo: il chiudersi di un cerchio, il ritorno a casa dell’eroe dopo la sua odissea. 

 

John Fante è però stato in Italia per il suo lavoro di sceneggiatore. Nelle lettere che scrive da Roma ha un giudizio molto negativo del suo popolo di origine, una preoccupazione che condivide proprio con il figlio Dan: 

 

“Gli italiani sono farabutti, ladri, malversatori, bugiardi, truffatori. Mi danno la nausea. Sii contento del tuo lato tedesco e inglese4. E soprattutto sii contento di essere americano. Per quanto riguarda me, vorrei essere un Ubangi con un osso nel naso.”5 Ma subito dopo Fante sembra quasi pentirsi delle sue parole, deve tornare in lui quel “ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina”6. Aggiunge infatti:

“Ma credo sia così per Roma, città di ladri, e che in provincia sia diverso. 

Mi dicono che gli abruzzesi sono gente molto per bene.”  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una storia di amore e odio dal passato utile a comprendere le difficoltà del nostro presente. 

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1.Traduzione di Caro Corsi, Aspetta Primavera, Bandini, Einaudi, 2005.

2.Traduzione di Alessandra Osti, Full of life, Einaudi, 2009.

3.John Fante festival “Il Dio di mio padre” direzione artistica di Giovanna Di Lello organizzato dal Comune di Torricella Peligna dal 2006.

4.Da parte della madre Joyce Smart, sposata da Fante nel 1937.

5.Da Tesoro, qui è tutto una follia, a cura di Francesco Durante, traduzione di Alessandra Osti, Fazi editore, Roma.

6.Dalla nuova prefazione di Fante a Aspetta primavera, Bandini.

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