TRENT’ANNI DI TRATTURO di Pierluigi Giorgio – Numero 14 – Maggio 2019

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TRENT’ANNI DI TRATTURO 

 

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Chi dice loro che stanno arrivando? Chi agli uccelli migratori ricorda il tempo di andare? E chi il percorso da seguire?

Eppure c’è un fermento da giorni in attesa dell’uomo che apra i cancelli: il segnale è nell’aria e preme sugli zoccoli, stimola i muggiti, morde l’impazienza…

 

Cent’ottanta chilometri da macinare di buona lena, recuperare di notte in quel tempo che resta e ripartire al mattino più baldanzose di prima nonostante la strada alle spalle:

molta strada, poco tratturo purtroppo! Ma a buon conto la meta s’avvicina, 

la si riconosce dai profumi nell’aria, dal clima più temperato, adeguato, 

dal giallo abbagliante e fragrante delle ginestre, dal rosso prorompente 

dei papaveri, dalla grassa verde erba a portata di bocca: ogni giorno 

che passa, la Puglia s’allontana, gli alpeggi della Montagnola 

di Frosolone sono sempre più a vista


Così è per gli uomini – ma quanto dormono in fondo? – Alzarsi più stanchi di prima, riunire la mandria, avviarla, contenerla nel percorso sempre più sminuzzato, proteggerla dalle auto in agguato, raccattarne qualcuna all’indietro quando si perdono, contare i giorni e le ore, i passi dietro passi, buttare giù in fretta un boccone – idea di una cena – crollare a terra ma solo a metà, con un occhio vigile al bestiame, “il capitale”, un fischio ai cani e sognare al ritorno di tuffarsi in quel tenero, agognato conforto di un abbraccio… padri, madri, figli, mogli: lande di terra e terra a dividerli per sei lunghi mesi all’anno, con gli occhi al tratturo, la lunga scia verde da seguire, finché si può, con lo sguardo all’orizzonte sin lì dove scompare, dove smarrisce nel cielo. La lunga via del cuore, simbolico cordone ombelicale da recidere mai, che unisce anime, emozioni, malinconie, desideri. Almeno lo si pensa, lo si deve pensare, per lenire la mancanza. 

 

Una volta scrissi: “Gli uomini dei Colantuono sono gente dura, determinata, forgiata ad ogni sforzo… da quando masticarono pane duro, patimento, sacrificio e un’infinità imprecisata di passi. Hanno nel petto sangue sannita e nel sangue il latte dei pascoli.

Sono avari di parole, parole non dette: contano le bestie, ne conoscono i nomi; contano i secchietti di latte, i formaggi, le albe e i tramonti; contano i passi più lenti 

e malinconici in autunno, più spediti e cadenzati in primavera 

a ritmo allegro come il battito dei loro cuori.


Ascoltano il vento e ne traggono auspici. Guardano le stelle e si perdono negli spazi, in quelle infinite notti d’addiaccio dei bivacchi… Gli occhi dei Colantuono scrutano il tratturo, quel filo infinito che li lega al passato, da sempre. E così si spera possa esser per sempre; anche se poi non sai se più ci credono… Negli spazi coltivati vedono il presente; nei risvolti incatramati dei dossi, nelle scie asfaltate che rubano il tracciato, nelle poste in Puglia svanite, leggono malinconici il futuro. Gli uomini dei Colantuono sono caparbi, testardi, tenaci, un po’ incoscienti e un po’ poeti.

La sanno la storia che le donne raccontano ai bimbi nelle lunghe notti d’autunno, quando i rami scricchiolano al vento e gli esseri migratori s’involano per altri lidi. Storia di Dio che creò i tratturi per far migrare le bestie, che altrimenti 

sarebbero morte di fame, freddo e stenti… 


Le donne…. Sì, le donne dei Colantuono, sono donne forti, da quando i loro uomini, gambe agili su per tratturi e quattro stracci in spalla ai primi freddi autunnali raccolsero la mandria e dal Molise, la guidarono in Puglia a svernare nei fertili pianori del Tavoliere Le donne della famiglia Colantuono sono donne sagge. A loro restò l’organizzazione della casa, la cura dei piccoli, le decisioni da prendere senza il conforto di consultar mariti. Sono pazienti, sanno attendere, centellinare i mesi, giorni, gli attimi che li dividono, che li separano dal ritorno dei cari – padri, sposi, figli, quelli più grandi. Guardano l’antica pista verde, la lunga, larga via del cuore, e sanno che l’altra parte di sé è al di là di quella scia: da sempre.”

Storia del passato. Questa era la transumanza di allora, quella che ebbi il privilegio 

di vivere con la famiglia dei Colantuono nel 1989 e di portarla a conoscenza 

dei più (Maurizio Costanzo compreso) in racconti zeppi 

di cuore e parole, articoli su pagine nazionali,


il primo servizio fotografico completo su di loro e ben quattro documentari: “Mal di Tratturo”, “La Lunga Via Verde”, “Artegiani: con le mani dell’Uomo”, “La Lunga Via del Cuore”. Sino a conferir loro il “Premio Internazionale La Traglia – Etnie e Comunità” nel 2016 a Jelsi. Conoscenza e visibilità che hanno spinto tanta gente da allora – a volte convinti assertori della difesa dei tratturi, stranieri, giornalisti, film-maker da tutto il mondo – ad incontrare i Colantuono, a condividere annualmente, almeno in parte, un’esperienza che almeno una volta nella vita andrebbe fatta – che i politici dovrebbero fare per toccare con mano le miserande condizioni tratturali e le fatiche dei transumanti; e non solo “presenziando agli arrivi” e benedicendo con affettata compiacenza! 

 

Carmelina Colantuono, l’ormai citata e con merito “cowgirl” in Italia, Europa ed oltreoceano, nipote di zì Felice Colantuono, il patriarca, era una giovanissima donna quando la conobbi, ancora con un futuro da decifrare, al pari dei fratelli e cugini allora adolescenti o comunque giovanissimi: continuare o fermarsi per sempre? Forse neppure l’anziano nonno avrebbe mai potuto immaginare che proprio una donna, questa intraprendente nipote – che da ragazza con malinconia e senso d’ingiustizia vedeva partire solo gli uomini della famiglia – si sarebbe un giorno rimboccata le maniche e da lì a poco avrebbe raccolto e tirato le redini di un cotal “carrozzone”.

Oggi la transumanza dei Colantuono non è più quella d’allora, pur sempre faticosa 

e impegnativa nonostante il tragitto non più a piedi ma a cavallo, i supporti logistici,

 i cellulari. Ma che non svanisca la magia, che non muoia mai il sogno! 

La transumanza è un sentimento. La transumanza per me è poesia!


Una volta Vittorio Savini scrisse, in riferimento agli Indiani d’America: “Quando un sogno muore, non è sconfitto chi sognava, ma chi ha ucciso quel sogno: è il sogno di una vita diversa, che non è il rifiuto del frigorifero o della penicillina, ma di quel modo di pensare che non ci fa mai sentire parte di qualcosa, che ci fa agire senza la dignità e l’orgoglio, perché si tratta di due impicci lungo la strada della carriera e del denaro”.

 

In merito all’andamento odierno, va dato inoltre atto a Nicola Di Niro, Direttore dell’Agenzia per lo Sviluppo Rurale e responsabile Moligal del progetto di cooperazione transnazionale, di aver saputo accogliere alla grande il testimone di quel mio inizio, di quell’intuito, con capacità organizzativa e visione ampia e concreta, di proiezione e “gemellaggio” europeo verso altre realtà internazionali consimili,

sino all’auspicabile approvazione iniziata con la candidatura della transumanza 

quale “patrimonio culturale Unesco”.


Un passo importante, un riconoscimento decisivo, che dovrà necessariamente e di conseguenza portare al recupero e riutilizzo di una buona parte dei tratturi molisani (turismo, nuove occasioni d’impegno lavorativo…) dando la sveglia agli Enti locali preposti, in realtà tutt’ora – nonostante i proclami – mellifluamente dormienti. Il tratturo, è un unicum ormai solo molisano! C’è necessità di megafoni e trombe per farlo capire?

Dunque eccomi qui! Trent’anni dopo ho voluto rivivere quell’esperienza 

con i Colantuono, con me sempre affettuosa riconoscente famiglia;


constatare tutta la loro tenacia e pacatezza, l’accoglienza nei riguardi di gente che ti arriva anno per anno sempre più numerosa ma, molto sovente, creando disagio, all’improvviso – a volte maldestramente senza preavviso: centinaia!- e a cui bisogna offrire una branda, fornirla di cibo, dedicar loro del tempo, nonostante la fatica, le preoccupazioni, la concentrazione sui compiti precipui.

 

Ed io? Perché l’ho fatto? Perché continuo ad esserci? Perché a piedi, nonostante non sia affatto facile appaiarsi e sostenere il ritmo dei cavalli e della mandria? E’ forse un omaggio agli avi, una ricerca di simbiosi con la terra, con quelle antiche tracce, con quell’antica storia. E poi è un viaggio dentro di me che porta a comprendere quanto è rimasto nelle pieghe del cuore, quanto è cambiato. Una sorta di appuntamento empatico; un movimento che parte da un’invisibile centro interiore: un pellegrinaggio – al di là dell’accezione religiosa – ove sacralità, devozione e ritualità sussistono all’interno e all’esterno del proprio intimo, segreto scrigno.

Alla fine del quarto giorno, alla fine del viaggio, il contrasto emotivo è palpabile: 

alle spalle il ricordo, felicità dell’arrivo; domani, fra qualche giorno, 

malinconia del termine…


Rammento -trent’anni fa, appena giunti a destinazione – di aver “fotografato”, con parole vergate di getto, l’emozione del vecchio capostipite, zì Felice Colantuono, la cui baldanza verbale si stemperava sempre più in prossimità della meta: “Sarebbe stato l’ultimo tuo tratturo?.. Sì, certo la tua casa era lì nel tuo paese, ma anche lì, sotto le stelle. E’ proprio vero che quando uno ha fatto il tratturo, non sa più camminare su altre strade?” 

 

Nelle frasi dedicatemi dai Colantuono, che mi hanno donato la sorpresa all’arrivo, di una festa con tanto di torta e spumante per i miei trent’anni di frequentazione (1989/2019), come negli sguardi, i sorrisi, i gesti dei componenti della famiglia, ho avvertito tutto l’affetto, la riconoscenza, la gratitudine, la familiarità..

Grazie di cuore. Un cuore verde, come i nostri meravigliosi, unici tratturi!


Ed ora, chiedo a me stesso, di tutto ciò, Pierluigi, che ne farai?… “Ora mi cerco un angolo di cielo, mi siedo e gli racconto tutto…”

 

 

 

 

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SALE, SALINE, MULINI A VENTO A TRAPANI di Gaia Bay Rossi – Numero 14 – Maggio 2019

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SALE, SALINE, MULINI A VENTO A TRAPANI

 

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scriveva Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (XXXI, 102) osservando la pelle sana e resistente dei marinai.

Il sale è sempre stato considerato un bene preziosissimo, basti pensare che in epoca romana veniva dato, insieme a olio e grano, come parte dello stipendio (il salario) ai soldati romani e a coloro che viaggiavano per affari pubblici, e giungeva a Roma dal mare Adriatico attraverso la Via Salaria che porta il suo nome; era inoltre utilizzato nelle offerte votive agli dei e offerto agli ospiti in segno di amicizia.

Cicerone stesso nel suo trattato De Amicitia (XIX, 67) scriveva: “Bisogna mangiare insieme molti moggi di sale perché il dono dell’amicizia sia completo”. 


Sempre sotto il segno del sale sono sorte importanti città come Salisburgo, si sono scatenate guerre, come la cosiddetta “Guerra del sale” (diversi eventi bellici che hanno riguardato vari Stati nella penisola italiana lungo i secoli) e la famosa “Marcia del sale” con cui Gandhi condusse nel 1930 il popolo indiano verso l’indipendenza dalla Gran Bretagna, ribellandosi in maniera non violenta contro l’imposta vessatoria sul sale voluta dal governo britannico e gravante su tutti i sudditi dell’India. 

 

Molti secoli prima, Dante fece riferimento al sale nel canto XVII del Paradiso: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui”, laddove il trisavolo Cacciaguida gli profetizzava l’esilio con tutte le sue pesanti conseguenze.

Senza dimenticare che il sale è stato per secoli uno dei pochi metodi 

di conservazione degli alimenti


(fino al 1700 la salagione è stato il metodo principale per conservare carne e pesce) e che, grazie alla sua composizione, veniva utilizzato anche come integratore di magnesio e potassio. 

 

Quindi, data la sua grande importanza bisognava averne cura e non andava sprecato. Da qui è nata la superstizione che rovesciare il sale a tavola sia di cattivo auspicio. Il sale, secondo la stessa superstizione, non va passato ma va appoggiato sul tavolo, dove ognuno poi lo prende con la propria mano per evitare che nel passaggio possa rovesciarsi. Questa superstizione deve essere piuttosto antica se persino

Leonardo da Vinci ne “L’ultima cena” dipinge del sale rovesciato sulla tovaglia 

davanti alla figura di Giuda, quando il giorno dopo Gesù 

proprio da costui viene tradito.


Oltre a rappresentare cattiva sorte, si ritiene che Leonardo faccia anche riferimento al Discorso della Montagna (Mt 5,13), dove Gesù definisce i propri discepoli “sale della terra”, per l’importanza della loro missione come suoi messaggeri, cosa che non era evidentemente Giuda. 

 

Il sale non è solo proverbio e superstizione ma è soprattutto storia, se è vero che Omero lo chiamava la sostanza divina, mentre i romani lo definivano oro bianco, e se è vero che l’origine delle saline di Trapani risale addirittura ai Fenici, oltre tremila anni fa; ed è anche geografia, se è vero che la sua storia ha superato fiumi e deserti, facendo da collante ad interi continenti.

Le saline della “Riserva naturale orientata di Trapani e Paceco” 

sono tra le più antiche, importanti e ammirate della Sicilia


così come, secondo la rubrica “In viaggio nel mondo” dell’Ansa, i mulini a vento a sei pale che circondano queste saline sono considerati tra i dieci più belli d’Europa. 

 

La storia della Sicilia ha cadenzato le varie vicissitudini del sale e delle saline: dal “monopolio di Stato” della produzione del sale che si aveva sotto il regno di Federico II di Svevia e anche sotto la successiva occupazione angioina, si è arrivati alla “proprietà privata” con la Corona d’Aragona. Il massimo splendore della produzione salina si è avuto sotto la reggenza spagnola, tanto che il porto di Trapani era divenuto il centro più importante in Europa per il commercio dell’oro bianco. 

 

L’Unità d’Italia non diminuì il lavoro nelle saline e i veri problemi iniziarono nel Novecento, per più ordini di motivi: le due guerre mondiali, la concorrenza delle saline industrializzate di Cagliari e quella del salgemma, nonché a causa dei costi elevati del trasporto del sale e dell’alluvione del 1965 a Trapani, che riempì di detriti le vasche rovinando impianti e macchinari. Tutto questo portò alla dismissione e all’abbandono di molte saline.

 

Nel 1995 è stata ufficialmente istituita la Riserva, affidata dalla Regione siciliana 

alla gestione del WWF Italia, e si è dato un nuovo impulso alla produzione 

e alla commercializzazione del sale, recuperando 

i vecchi impianti dismessi.


Oggi “Sale marino di Trapani” è la denominazione di un prodotto IGP, riconosciuto nel 2011, ed è inserito nell’elenco dei “Prodotti agroalimentari tradizionali siciliani” riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Oltretutto è anche un Presidio Slow Food, grazie alle sue proprietà dovute al differente metodo di coltivazione e di lavorazione rispetto al sale industriale, che fanno sì che questo sale sia un prodotto integrale, quindi più umido e grigiastro, senza aggiunta di altri elementi nella fase di lavorazione, e sia più ricco di potassio, magnesio e meno di cloruro di sodio. Sempre nel 2011 la “zona umida” delle saline di Trapani e Paceco ha ottenuto il riconoscimento di “sito di importanza internazionale” dal Ministero dell’Ambiente ai sensi della Convenzione di Ramsar.

Ma l’espressione più bella e romantica delle saline è riservata agli occhi 

e all’osservazione: immense vasche artificiali che riflettono 

il colore del cielo e del sole,


e ci permettono di ammirare decine di fenicotteri rosa, aironi, spatole, avocette, garzette, falchi, martin pescatori, cavalieri d’Italia e tanti altri uccelli in tutto il loro splendore (208 le specie finora censite). Fra questi, gli uccelli che migrano verso l’Africa sono visibili in autunno e in primavera quando, stanchi e spossati, trovano nelle saline un ambiente sicuro e ricco di nutrimento dove poter ricostituire il grasso consumato durante la migrazione. Ma la vita nelle saline non finisce qui: a costoro fanno compagnia anche numerosi insetti, alcuni dei quali piuttosto rari, e un piccolo e rarissimo crostaceo chiamato Artemia salina, oggi al centro di numerose ricerche scientifiche. 

 

Per ultimo, ma non ultimo, c’è un elemento particolare e pittoresco che cattura lo sguardo e gli obiettivi delle macchine fotografiche: i mulini a vento delle saline trapanesi.

Fino agli anni Sessanta erano decine e decine i mulini a vento utilizzati 

dai salinai per sfruttare la forza del vento.


I mulini avevano due funzioni: da un lato facevano salire l’acqua tramite la spirale d’Archimede dalla cosiddetta vasca “fridda” a quelle di acqua “cruda” per catturare il sale, dall’altro muovevano le ruote di pietra che macinavano il sale riducendolo in polvere. Il mulino classico era di tipo olandese, aveva sei pale di circa quattro metri che mettevano in funzione la pompa a vite di Archimede. Poi negli anni Cinquanta venne introdotto il mulino “all’americana” con ventiquattro piccole pale metalliche di un metro e venti, più facile da gestire perché si autoregolava con il vento. 

 

Oggi rimangono pochissimi mulini a vento integri nella provincia di Trapani: i due mulini della Salina S. Cusumano (ora Baia dei Mulini sul litorale Nord), il mulino Maria Stella sulla Via del Sale di Trapani, i due mulini della Salina Calcara, il mulino del Museo del Sale di Nubia, il mulino Uccello Pio a Salinagrande. A questi si aggiungono i tre mulini della salina Ettore a Marsala e il Mulino della Salina Infersa sempre a Marsala.

 

 

 

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Nihil esse utilius sale et sole
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MARETTIMO LA VERA ITACA di Stefano Paolo Genco e Gaia Bay Rossi – Numero 13 – Gennaio 2019

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MARETTIMO LA VERA ITACA

 

Infatti, Il viaggiatore che sbarca a Marettimo provenendo da Favignana o da Trapani, trova un piccolo paese fatto da casette bianche con le imposte azzurre, privo di automobili ed equamente separato dalla montagna, che gli protegge le spalle e gli dona il profumo della macchia mediterranea, e il mare (facente parte dell’area marina protetta più grande d’Europa), che gli accarezza il volto e gli dona quotidianamente pesce freschissimo.

 

Qui – come in molti luoghi del sud – il tempo ha un’altra valenza, 

quasi una condizione mentale, discostandosi totalmente 

da ciò che indica l’orologio, ed è sempre pronto 

ad avvalorare la propria einsteiniana relatività

 

Sì, perché bastano pochissime ore sull’isola per lasciarsi andare a ritmi completamente diversi, rallentati, quasi studiati per dare alle persone un tempo dilatato, adatto ad immergersi nel luogo in cui stanno vivendo. Non a caso i marettimari sono soliti ripetere: “Trovata Marettimo, ritrovi te stesso”. Infatti poter godere della natura, del mare, dei boschi e del buon cibo, con poco o nessuno spazio alla mondanità e all’intrattenimento, permette di modificare la propria convinzione sulle priorità della vita, rendendo inutili gran parte degli orpelli che ci portiamo dietro. 

 

La nostra Hierà Nésos, antico nome greco di Marettimo che significa “Isola Sacra”, ha tanto da offrire e da scoprire, e quando si giunge qui, anche se per la prima volta, è un po’ come tornare a casa. Non è un caso che la più esterna e occidentale delle isole Egadi,

secondo le supposizioni dello scrittore inglese Samuel Butler 

nel suo libro “The Authores of Odyssey”, coincida 

dal punto di vista geografico con Itaca, 

la patria di Ulisse,

 

che non avrebbe viaggiato in acque greche ma ben più a ovest, nel Canale di Sicilia, tra Italia e Tunisia, giungendo sin qui. 

 

Soltanto 12,3 km, incontaminati e selvaggi, che mostrano prepotenti una flora e una fauna unica in tutta la Sicilia. Oltre 500 specie botaniche presenti, molte delle quali si possono facilmente osservare passeggiando per l’isola, come il timo di Marettimo, il rosmarinus officinalis, la finocchiella di Boccone, il garofano rupicolo e l’erica multifiore, mentre sulla zona montuosa i pini di Aleppo offrono rifugio a numerose specie di uccelli, tra cui l’aquila del Bonelli, il martin pescatore e vari tipi di corvi. Ma ancora è possibile avvistare aironi, barbagianni, falchi, nibbi e gabbiani reali. Passando dalla montagna al mare, fra gli alberi e lungo i sentieri, oltre a saltellanti conigli selvatici così come cinghiali e mufloni, è possibile incontrare Nino “l’indiano”, che organizza gite in montagna con i suoi asinelli. Certo, non sono asinelli selvatici, ma accarezzarli, passeggiare su di loro, abbracciarli e fotografarli, indubbiamente rallegra la giornata di chi, stanco di passeggiare, vuole continuare a godersi i paesaggi della natura.

 

Una volta giunti al mare, molti scrutano gli scogli e le insenature alla ricerca 

di strani personaggi che fino a cinquant’anni fa erano ben presenti sull’isola, 

non famigerati mostri di Loch Ness, ma deliziose foche monache 

che, sembra, siano state avvistate anche negli ultimi dieci anni 

da turisti increduli e dai mezzi meccanici di ricercatori. La costa 

regala l’emozione di oltre 400 tra grotte e insenature, 

molte delle quali raggiungibili solo via mare. 

 

Lì incontriamo Pietro Torrente, comandante in capo di un diving dell’isola, che prosegue la strada tracciata da papà Franco, e gli domandiamo di raccontarci qualcosa su queste pittoresche grotte e sui fondali della nostra Itaca. Pietro, con la luce negli occhi, ci racconta che il mare e i fondali di quest’isola sono il suo vanto e la sua ricchezza, che “alcune grotte sono visitabili solo con la barca e tra le più spettacolari fra quelle emerse ci sono: la Grotta del Cammello, che deve il nome allo scoglio che ha la forma dell’animale, dove l’acqua è turchese e cristallina, e un tempo era il rifugio delle foche monache [cit. aut. Nel 2011 l’AMP Isole Egadi in collaborazione con l’ISPRA ha avviato un programma di monitoraggio con foto-trappole che hanno immortalato l’animale nella stagione invernale]; la suggestiva Grotta Perciata, ricca di stalattiti e stalagmiti; la Grotta della Pipa, che all’estremità interna ha una saletta con una vasca naturale. La pavimentazione dimostra che era stata anticamente utilizzata dall’uomo, infatti inglobati in essa vi sono antichi cocci, otri, lucerne ad olio e una fibula in bronzo. Tra quelle subacquee, impossibile non citare la Cattedrale, una spettacolare grotta unica nel suo genere, con l’ingresso posto a 29 metri di profondità, ricca di vita e piena di stalattiti e stalagmiti, a confermarne una sua precedente e remota collocazione di superficie. Ma per noi del diving le grotte sono solo una parte delle meraviglie osservabili, infatti poter ammirare gorgonie, dentici, cernie, barracuda, saraghi e corvine è un’emozione altrettanto potente. Provate ad immergervi nelle nostre coste e, se volete stupirvi, fatelo alla Punta Libeccio dove, ad appena 15 metri di profondità, vi accoglierà il relitto di un antico mercantile risalente al Seicento, oppure alla secca di Cala Bianca, estremo confine ovest d’Italia, ove è usuale sentirsi immersi in un acquario”.

Sulla scogliera di Punta Libeccio, ove gli isolani collocano l’anima di Marettimo, 

si trova un importante faro costruito nel 1860 in pietra con una forma ottagonale. 

La sua luce arriva quasi a salutarsi con quella del faro di Capo Bon in Tunisia 

che è posto di fronte a lui.

 

Sembra che durante lo sbarco degli americani in Sicilia, durante la Seconda Guerra Mondiale, il guardiano di allora finse di obbedire all’ordine dei militari di distruggere quel faro e lo salvò, facendo detonare una carica poco distante. 

 

Per dare un tocco di dolcezza, non possiamo non ricordare che Marettimo è l’isola del miele. Qui è antichissima la tradizione dell’apicoltura. L’azienda locale è composta da persone colte che non solo conoscono perfettamente i metodi di produzione del miele, ma anche la storia di questa attività, che a Marettimo ha origini remote. È stato sviluppato un programma di salvaguardia e selezione dell’Ape Mellifica Sicula, la stessa che produce il miele locale, fatto soprattutto di Cardo, Erica, Rosmarino e Timo, mentre quello di Arancio e Sulla viene prodotto nella provincia di Trapani. 

 

La sera a Marettimo, come si è già detto povera di mondanità, si conclude la stancante giornata di mare o montagna, in uno dei ristoranti che cucinano in modo sapiente e tradizionale il pescato della giornata, rendendo il soggiorno su questa magica isola un appuntamento, forse sarebbe più corretto dire una esperienza, da ripetere.

 

 

 

 

 

 

 

trattandosi di un microcosmo d’altri tempi.

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IL VOLO DELL’ANGELO di Lorenzo Salazar – Numero 12 – Ottobre 2018

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IL VOLO DELL’ANGELO

 

Esiste però un percorso alternativo, che richiede meno di due minuti, ma anche una certa dose di sangue freddo. 

 

Accanto alla naturale e selvaggia bellezza dei luoghi, da circa un decennio il Volo dell’Angelo costituisce uno dei principali fattori di richiamo delle Piccole Dolomiti Lucane (ci troviamo una trentina di chilometri a sud-est di Potenza) le cui cime, pur in scala ridotta, ricordano da vicino talune vette delle più blasonate cugine trivenete. Robusti cavi di acciaio hanno così riunito i due paesi, da sempre così vicini e così lontani, consentendo di “volare” dall’uno all’altro in ambo i sensi.

Si “decolla” da siti diversi e diversamente impervi, da raggiungere 

prevalentemente a piedi.


Il volo da Castelmezzano a Pietrapertosa (sicuramente il più eccitante e spettacolare dei due con la sua lunghezza di 1415 metri ed il suo dislivello di 130), si spicca da una cresta raggiungibile dopo una ascensione (definirla passeggiata è sicuramente riduttivo) di circa mezz’ora dal punto dove il minibus abbandona gli aspiranti emuli di Icaro raccolti al punto di ritrovo in paese od a quello di arrivo del rientro. Da essa, in attesa del proprio turno, si ha il tempo di scoprire gli incantevoli scorci offerti dalle Piccole Dolomiti e dal circostante Parco Regionale Gallipoli Cognato che si estende su una superficie di oltre 4000 ettari, equamente divisi tra la provincia di Potenza e quella di Matera.

 

La partenza del volo da Pietrapertosa si trova invece quasi in cima al paese. Una volta raggiunto l’ingresso di quest’ultimo, sempre grazie ad un minibus che muove dal sottostante arrivo della fune, potremo così scoprirne le strette viuzze e le botteghe che offrono prodotti tipici lucani.

La laboriosa cerimonia di vestizione prevede una imbracatura, un casco 

di protezione e l’affidamento, sino al vicino punto di partenza, 

della pesante carrucola che costituirà il nostro solo appiglio 

al cavo per tutta la durata del salto da un paese all’altro. 


L’esperienza è mozzafiato. L’augurio di “buon volo” ne segna l’inizio; subito dopo, annunziato dallo scatto metallico del moschettone, ci si stacca repentinamente dalla base di partenza. Si guadagna velocità in pochi secondi, trattenendo il respiro e giungendo rapidamente a toccare i 120 km/h. 

Riavutisi dallo shock iniziale si può godere un panorama superbo, col terreno 

sotto di noi che si allontana sempre più rapidamente. Appena il tempo 

di ammirare l’abisso, ascoltando il vento che riempie le orecchie, 

ed ecco che il fondo valle comincia a riavvicinarsi 

e la velocità a decrescere.


A quel punto, se avremo il coraggio di volgere nuovamente lo sguardo in avanti, potremo cominciare a scorgere il punto di arrivo che si avvicina ad una velocità che apparirà sempre e comunque eccessiva; il fiato è tagliato di nuovo, sino all’impatto… 

 

Chi invece proprio non se la senta di tentare l’esperienza di volo, potrà egualmente assaporare il gusto dell’avventura affrontando un percorso di trekking di circa 2 km. (detto “delle sette pietre”) che, recuperando l’antico sentiero contadino che collegava i due Comuni, scende dai 920 metri di Pietrapertosa ai 660 della sottostante valle del torrente Caperrino per risalire quindi ai quasi 800 di Castelmezzano. Per compiere l’intero circuito del volo di andata e ritorno occorrono non meno di 3 ore, ma non vi è ragione di perseguire inutili performances agonistiche che non lascerebbero il tempo di godere dei colori e sapori locali. Meglio, molto meglio, concedersi l’intera giornata e, 

ancora inebriati dall’esperienza del volo della mattina, perdersi tra le stradine 

del paese di “atterraggio” ammirandone gli scorci, sempre contornati 

dalle straordinarie cime delle Piccole Dolomiti.


Ci si potrà quindi rifugiare presso uno dei numerosi ristoranti locali che, nonostante il crescente afflusso turistico, mantengono elevato il livello della cucina locale ed un ottimo rapporto prezzo-qualità, come del resto quasi ovunque in Basilicata. 

 

Le numerose specialità lucane placano piacevolmente gli appetiti accesi dal cammino verso le basi di partenza. Su tutte troneggia il “crusco” – un tipo di peperone dolce e saporito che viene seccato sui balconi delle case di paese annodato in fotogeniche trecce – che viene qui declinato in tutti i suoi diversi abbinamenti, da originale succedaneo delle chips in aperitivo, ad accompagnamento delle “strascinate” fatte in casa od ideale coronamento purpureo del candido e saporoso baccalà che anche in questa parte del meridione costituisce insostituibile elemento della cucina delle regioni meno favorite dalla vicinanza al mare. 

 

Evitando le ore più calde per intraprendere il volo di ritorno, coltivando al contempo l’illusione di ridurre il pesante debito calorico ereditato dal pranzo, si potrà passeggiare alla ricerca di un caffè, continuando a godere del panorama rupestre.

Se a Pietrapertosa il contatto con le cime è immediato, scendendo le stesse 

sin dentro il paese che ad esse sembra armoniosamente aderire, 

Castelmezzano è stato recentemente inseritoda un giornale britannico 

tra i 19 borghi più belli d’Italia


(“…progettato non da un urbanista, I presume, ma da un gigante che ha preso un mucchio di graziose case e le ha spalmate tra le rocce”, così Lee Marshall sul Daily Telegraph). 

 

Le iniziative di taglio sportivo-avventuroso sembrano proliferare in tutta la Regione. A quello dell’Angelo si è di recente aggiunto il Volo dell’Aquila, con quattro persone alla volta che planano da San Paolo Albanese a San Costantino Albanese, nel Parco Nazionale del Pollino. A Sasso di Castalda invece – non lontano dalla statale che congiunge il Vallo di Diano, ancora nel Salernitano, con la costa ionica – due ponti tibetani, con gradini trasparenti stesi al di sopra del dirupo che costeggia il paese, hanno dato vita alla passeggiata del Ponte alla Luna, richiamando nuove frotte di ardimentosi del fine settimana.

La Basilicata (o per me la Lucania, come sempre si è detto in famiglia) 

è una delle regioni meno conosciute d’Italia. Proprio al rientro da un “Volo”, 

non molto tempo fa percorrevo una sperduta stradina di montagna in direzione 

di San Chirico Raparo, paese della nonna paterna; all’uscita di una curva, 

come nella scena di un film di James Bond, mi si spalancò improvviso 

di fronte l’immenso sito del giacimento “Tempa rossa”,


con decine di bulldozer intenti a spianare il terreno e drappelli di operai e tecnici in divisa azzurra disciplinatamente intenti ai propri compiti. Lo sfruttamento intensivo del più grande giacimento petrolifero su terraferma del continente, pur conosciuto dalla prima metà del ‘900, è iniziato solo in tempi relativamente recenti e ha indubbiamente costituito un fattore di relativo dinamismo economico che non ha mancato di scuotere gli apparentemente immobili equilibri locali.

Gli enormi investimenti hanno prodotto un effetto di ricaduta sull’economia, 

pagato però con la creazione di non sempre trasparenti 

appetiti di varia natura


ed un crescente impatto ambientale i cui effetti, nonostante le inchieste avviate dalla magistratura, non appaiono ancora pienamente misurabili; ad esso vengono ad esempio da taluno imputate le misteriose ed ormai ricorrenti morie di pesci del lago del Pertusillo, nella Val d’Agri. 

 

La capacità di attrazione esercitata da queste nuove attività che aggiungono un pizzico di avventura soft a portata di tutti al richiamo turistico delle tradizionali mete culturali – alcune delle quali, come Matera, oramai di rinomanza mondiale –  

può contribuire a bilanciare la progressiva affermazione nella Regione 

di una monocultura legata al petrolio (ed alle generose royalties 

dallo stesso generate) ed a prevenire l’abbandono di località 

ricche di fascino preservando le tradizioni locali.


Permane, come troppo spesso nel nostro Meridione, il problema delle infrastrutture; l’automobile o la corriera rimangono infatti quasi sempre gli unici o comunque i più rapidi mezzi a disposizione per raggiungere tanto la Capitale Europea della Cultura 2019 come gran parte delle principali località di interesse della Regione, con l’eccezione dell’incantevole Maratea che ha la fortuna di incontrare la linea ferroviaria tirrenica.

Inseguire l’utopia di un nuovo Texas, al quale prevedibilmente contrapporre 

un modello di sviluppo fondato su di una sorta di Disneyland diffusa, 

o confidare invece in una convivenza reciprocamente sostenibile –


sognando tute azzurre che attraversano il cielo delle piccole Dolomiti – nelle dimenticate terre che si stendono a sud dell’invisibile frontiera di Eboli? 

 

Intanto, “buon Volo”…!

 

 

 

separate in linea d’aria da meno di 1500 metri e da un orrido profondo centinaia di metri, occorre affrontare oltre mezz’ora d’automobile ed una serie interminabile di tornanti.

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IL GIARDINO ALPINO SUL GRAN SASSO di Loretta Giuseppina Pace – Numero 11 – Luglio 2018

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IL GIARDINO ALPINO SUL GRAN SASSO

 

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In una piovosa giornata di fine estate del 1952, a 2117 m di altitudine alle pendici del Monte Aquila, Vincenzo Rivera, primo rettore dell’Università degli Studi dell’Aquila, poneva la prima pietra del “laboratorio giardino” che avrebbe poi ospitato studiosi da tutto il mondo con lo scopo di svelare “i più affascinati interrogativi sul vivo” della ricerca botanica.

1_Il Giardino Alpino di Campo Imperatore sullo sfondo il Corno Grande

Iniziò così l’avvincente avventura di un Giardino Alpino che segue i ritmi propri della montagna, passi lenti e corti per arrivare alla meta.

 

Furono allestite alcune aiuole che ospitavano le specie più significative della flora appenninica d’alta quota, i primi studi riguardarono le piante foraggere dei pascoli montani che rappresentavano una indispensabile risorsa per l’allevamento del bestiame. Il completamento della foresteria e la collaborazione di un giardiniere per l’intero periodo primaverile-estivo permise, negli anni seguenti, l’impianto di circa 300 entità vegetali, tra le quali relitti glaciali, endemismi, piante rare e/o di particolare interesse fitoterapico.

 

Cominciò dunque l’iter burocratico, che nel 1993 assegnò
definitivamente all’Ateneo aquilano la proprietà del Giardino Alpino
ed all’allora Istituto di Botanica le responsabilità scientifiche.

Nel 1990 fu stipulata una Convenzione tra l’Università degli Studi dell’Aquila e l’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali secondo la quale quest’ultima avrebbe provveduto agli interventi di manutenzione e di miglioramento del Giardino, mentre il responsabile universitario avrebbe programmato e guidato gli aspetti scientifici. Tale proficua collaborazione è stata svolta con i finanziamenti ottenuti dalla L.R. 9 aprile 1997, n. 35 “Tutela della biodiversità vegetale e la gestione dei giardini ed orti botanici”, fondi erogati fino al 2009.

 

La posizione strategica del Giardino Alpino, situato in prossimità della stazione 

della funivia, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, costituisce un importante richiamo per gli escursionisti attratti 

dalle sorprendenti ed inaspettate fioriture.

La bellezza e la complessità della flora e della vegetazione del Gran Sasso sono il risultato di eventi di varia origine che si sono succeduti e intersecati tra loro nel corso dei millenni. Il Massiccio del Gran Sasso, per la sua posizione geografica, ha rappresentato un antichissimo crocevia di entità mediterranee nella risalita verso il nord (interglaciale), di entità alpine nella colonizzazione dei versanti meridionali (nel glaciale), di entità orientali ancora più antiche e lontane che nel terziario, attraverso i collegamenti di terre emerse, ampliavano il loro areale verso occidente (Leontopodium nivale, Gentiana dinarica, Aster alpinus, ecc.). Le imponenti glaciazioni del quaternario, alternate da lunghi periodi interglaciali, sono testimoniate dai numerosi relitti glaciali, ora fortemente minacciate dal cambiamento climatico, che si sono rifugiate nei settori più elevati del Gran Sasso (Dryas octopetala, Gentiana nivalis, Vaccinium myrtillus, Artemisia umbelliformis ssp eriantha). Le entità più importanti della flora del Gran Sasso sono rappresentate da endemismi, tra i quali si ricordano: Androsace mathildae, Adonis distorta, Festuca imperatrix, Minuartia glomerata ssp. trichocalycina, Saxifraga italica.

 

La gestione del Giardino Alpino è oggi affidata alla sezione di Scienze Ambientali 

del Dipartimento di Medicina clinica, sanità pubblica, scienze della vita 

e dell’ambiente (MESVA) che promuove la ricerca scientifica 

con particolare riguardo alle specie ed alle comunità vegetali 

dei settori altitudinali.


Studi applicativi sono rivolti alla micropropagazione di piante rare e/o in pericolo di estinzione ed al monitoraggio delle particelle aerodisperse (pollini e spore fungine) in alta quota. Purtroppo, la mancata erogazione di fondi specifici e la carenza di personale dedicato, non permettono attualmente al Giardino di programmare anticipatamente le attività turistico-divulgative, tanto apprezzate dai numerosi visitatori. 

 

D’altronde, le rigide condizioni climatiche consentono la fruizione del Giardino solo per il breve periodo estivo. Tuttavia le attività di ricerca continuano per tutto l’arco dell’anno presso i laboratori dell’Università dell’Aquila, nella sede di Coppito 1, dove è stato organizzato anche un percorso espositivo dedicato agli aspetti botanici, zoologici, geologici ed ecologici dell’ambiente appenninico, con particolare riguardo al settore centrale.

 

Il futuro del Giardino Alpino è al momento incerto, in quanto non potendo contare 

su un finanziamento erogato in modo regolare dagli enti preposti, 

non è possibile programmare in modo adeguato 

la sua gestione ordinaria,


indispensabile per una efficace fruizione estiva per i tanti visitatori che frequentano Campo Imperatore e spesso rimangono delusi dall’impossibilità di accedervi, davanti al suo cancello chiuso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la tenacia che resiste

Bibliografia: 

 

AAVV. (a cura di): PACE L. & FASCIANI P., Fioriture in alta quota: il Giardino Alpino di Campo Imperatore, Edizioni L’Una, 2014, p. 63-68, ISBN: 978-88-96319-31-4. 

 

PACE L., PACIONI G, PIRONE G., RANIERI L., Il Giardino Alpino di Campo Imperatore (Gran Sasso d’Italia, L’Aquila), Informatore Botanico, 37 (2), 2005, p. 1211-1214, Atti “I Giardini della Sapienza”. 

 

PACE L., A Campo Imperatore una preziosa eredità da custodire: il Giardino Alpino, CARSA Edizione, 2002, p. 72 -75. CATONICA C., 

 

PACE L., – Il Giardino Alpino di Campo Imperatore: una vetrina sul Gran Sasso. Il Limite Meridionale del Mondo Artico. Boll. C.A.I., G.T.E. L’Aquila, n.167, 2000, p. 25-36

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LA BARCA DI ISIDE IL PAPIRO E LA SCRITTURA di Gaia Bay Rossi – Numero 10 – Marzo 2018

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LA BARCA
DI ISIDE 

IL PAPIRO E 

LA SCRITTURA 

Cosa non può l’ingegno? 

Ecco che il palustre papiro, 

ridotto dalla lama in strisce larghe e sottili, 

dà ai mortali lo strumento della carta. 

Allora per la prima volta gli amici lontani 

poterono mandare e ricevere dolci messaggi. 

Vennero poi i codici in onore: 

allora tutti ad esercitare l’animo con gli studi, 

a dirozzare le menti incolte: 

il papiro raffinò il cuore dell’uomo 

e tanta scienza si dispiegò in tanti libri”. 

(Jean Imberdis, 1693)

Quest’antica scritta accoglie i visitatori del Museo del Papiro di Ortigia (Siracusa), un piccolo gioiello incastonato nell’ex convento di Sant’Agostino fondato dai professori Corrado Basile e Anna Di Natale nel 1987, unico museo esistente interamente dedicato al papiro e ai suoi usi, che nel 1995 per la sua importanza scientifica e didattica, è stato inserito nell’elenco finale dei musei selezionati per il prestigioso premio European Museum of the Year. L’ignaro visitatore che si appresta ad attraversare il portone dell’ex convento non può minimamente immaginare quale universo gli si stia per aprire davanti,

 

un mondo incantato di reperti in papiro che riportano 

agli albori della civiltà.

 

Sì, perché il papiro Cyperuspapyrus L. non è solo la pianta da cui si traeva il materiale per gli antichi fogli ad uso scrittorio ma è una specie erbacea perenne che consente la produzione – e così è stato in Egitto sin dal 3.000 a.C. e poi in Palestina e in tutto il mondo greco-romano – di particolari corde, vesti, calzature, recipienti e anche piccole imbarcazioni. Sono proprio tre leggere barche in papiro uno dei fiori all’occhiello del Museo del Papiro.

 

Nei suoi viaggi di ricerca in Africa, il professor Basile si recò prima 

in Etiopia, dove recuperò due delle tre barche presenti al museo costruite nei laghi Tana e Zwai, 

 

e dopo nel lago Ciad, dove andò sia per studiare l’origine della pianta e i tassi di crescita nelle diverse condizioni ambientali, sia per documentare i processi di costruzione delle barche con la tecnica usata dai pescatori Buduma, e dove riuscì ad ottenere una delle ultime “kedeje” con la poppa tronca e la prua rialzata. Le tre barche gli furono anche richieste da un importante museo all’estero, ma lui le ha sempre custodite, rendendole parte integrante dei beni stabili del suo Museo del Papiro. D’altra parte, oltre ad essere degli esemplari rarissimi, rappresentano secoli di storia, tradizioni e leggende. Le barche in papiro, infatti, hanno una storia antichissima, basti pensare che ne abbiamo testimonianze da autori antichi e anche nei passi biblici. Come ci ricorda il prof. Basile, Isaia descrive i viaggi degli ambasciatori etiopi dall’Egitto alla Palestina su barche di papiro, e nell’Esodo è scritto che la madre di Mosè mise il figlio in un cestello di papiro. 

 

Altre testimonianze antiche narrano la leggenda secondo cui 

in nessun caso un coccodrillo avrebbe attaccato chi navigava 

su un’imbarcazione in papiro per rispetto alla dea Iside 

che ne aveva utilizzata una lungo il Nilo alla ricerca 

del corpo straziato del marito Osiride.

 

Ma questo è solo un tassello della ricca collezione del Museo. Oltre alle imbarcazioni,

 

il museo espone la collezione di papiri faraonici del XV sec. a.C., 

ieratici, demotici, greci, copti e arabi, poi alcuni manufatti in papiro, 

come corde, che fabbricate nell’antico Egitto venivano esportate 

in tutto il Mediterraneo,

 

sandali, fabbricati sin dall’epoca faraonica, e recipienti utilizzati per conservare cibo o altri materiali; infine anche i papiri prodotti a Siracusa dal XIX secolo, con la manifattura della carta di papiro e i materiali e strumenti scrittori, come pigmenti di alcuni colori, penne e palette. Il ruolo svolto dal Museo del Papiro non è solo quello riguardante la parte museale vera e propria, ma è anche tutto ciò che concerne la ricerca scientifica e storica, gli studi sulla pianta, sul trattamento della carta papiracea e sulla conservazione dei papiri antichi. Non meno importanti gli studi sull’origine del papiro in Sicilia e l’uso della pianta nelle varie culture.  

 

Nel 2017 il Museo del Papiro, attraverso i due soci fondatori, è stato premiato dal Museo Egizio del Cairo per essere stato promotore 

sin dal 1998 del “Progetto di restauro dei papiri in Egitto” 

 

in collaborazione con istituzioni culturali e scientifiche egiziane, con lo scopo di favorire l’attività di ricerca e di studio nel campo del restauro dei papiri antichi, nonché per la creazione del più grande “Laboratorio di restauro dei papiri” all’interno del Museo Egizio del Cairo, che è operante dal 2005. Il Museo del Papiro di Siracusa è l’unica istituzione ad aver ricevuto dal Museo Egizio del Cairo un così importante riconoscimento, cui si aggiunge il decreto governativo che nomina Corrado Basile consulente per tutti i progetti di restauro dei papiri in Egitto.

 

Poiché le radici ci riportano spesso a casa, tra i vari rami di studio, 

il professor Basile si dedica anche all’indagine storica del papiro 

in Sicilia e alla tutela della pianta nell’ambiente fluviale 

del fiume Ciane e dei papiri della Fonte Aretusa di Siracusa. 

 

Il papiro è presente lungo le sponde del Ciane, il fiume di mitologica e storica fama che scorre a pochi chilometri da Siracusa. La caratteristica che rende unica quest’area protetta è che, se si esclude la piccola colonia di Fiumefreddo di Sicilia (Catania), il papiro del fiume Ciane è considerato l’ultimo superstite di una maggiore presenza in Sicilia nel versante orientale e in quello meridionale, ed è in assoluto la più grande colonia europea di Cyperuspapyrus L. Ma i papiri sono presenti fino nel cuore di Siracusa, a Ortigia, all’interno della Fonte Aretusa, uno dei monumenti più importanti e visitati della città, le cui piante sono state affidate alla cura e al mantenimento del Museo del Papiro, che peraltro possiede un’ampia documentazione archivistica delle piante della Fonte. Di questa fonte con i suoi papiri rimase affascinato anche Orazio Nelson che, quando sostò a Siracusa nel 1798, prima di affrontare Napoleone ad Abukir scrisse: “Grazie ai vostri sforzi noi ci siamo riforniti di viveri ed acqua, e sicuramente avendo attinto alla Fonte Aretusa, la vittoria non ci può mancare”. Nei secoli il papiro è stato utilizzato dai pescatori siracusani per intrecciare corde o dai contadini per legare covoni,

 

mentre le ampie chiome verdi erano impiegate come decorazione 

per ricoprire pavimenti di strade e chiese durante le festività.

 

Inoltre grazie alla vasta presenza della pianta, Siracusa sviluppò la produzione di carta di papiro sin dall’antichità per arrivare ai giorni nostri con alcune piccole eccellenze. Il prof. Basile ha iniziato a occuparsi negli anni Sessanta delle antiche tecniche di fabbricazione della carta di papiro e del restauro conservativo dei documenti papiracei antichi e oggi, all’interno del suo museo, spiega ai visitatori e agli studenti la manifattura della carta papiracea. Per riassumere in poche parole 

 

come sia possibile da una pianta arrivare a un foglio ad uso scrittorio,

 

si utilizza la porzione mediana del fusto raccolto nel momento di più idonea maturazione. Il fusto è liberato dalla scorza e tagliato in strisce (lunghe anche 40 cm). Dopo il pretrattamento con particolari soluzioni, le strisce vengono appoggiate su un panno e sovrapposte di qualche millimetro, formando un unico strato. Si procede poi con un secondo strato disposto perpendicolarmente al primo. Il tutto viene poi pressato con un torchio o un rullo. Traslando un nostro modo di dire molto conosciuto, possiamo in conclusione affermare che “del papiro non si butta via niente”. Abbiamo visto la vasta quantità di oggetti che venivano prodotti con questa pianta, ma non è finito: le ombrelle infatti erano usate anche nelle feste e nei riti funebri, i germogli più teneri venivano mangiati, lessi, arrosto o crudi, succhiando la parte più liquida e gettando la polpa, i rizomi erano utilizzati come ottima legna da ardere.

 

Così lo studio, la cura e la conservazione di questa straordinaria pianta hanno trasformato un piccolo museo di una città del sud 

in un’eccellenza internazionale,

 

con i suoi fondatori chiamati a partecipare a campagne di scavo in Egitto, convegni internazionali, inaugurazioni di biblioteche e musei in Egitto, pubblicazioni su riviste scientifiche, cattedre universitarie e riconoscimenti pubblici.

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I GIARDINI DEI POMI CITRINI di Giorgio Salvatori – Numero 10 – Marzo 2018

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 I GIARDINI DEI POMI
CITRINI

 

 

È “giardino” la parola più usata per descrivere gli agrumeti
di cui si ammantano, in un tripudio di sfumature dorate,
gli assolati declivi del Meridione.

 

Forse un legame inconsapevole con la leggenda o, secondo alcuni, la memoria degli anni in cui gli aranceti erano architetture arboree ornamentali, in Europa, poiché solo la varietà non edule del frutto, l’arancia amara, era conosciuta e coltivata in Occidente dopo la sua introduzione dall’Oriente. Quando e come questo avvenne, però, è storia ingarbugliata. Si sa soltanto che padre di ogni agrume è il cedro e che l’Asia è la sua patria d’origine. I romani lo conobbero ben presto, anche se ne facevano un uso officinale. Ogni altro agrume, secondo i botanici, deriverebbe da lui. Arance e limoni, però, trionfo di odori e di colori mediterranei, arriveranno più tardi. Prima come abbellimento di ville padronali, infine, ma è questa è storia relativamente recente, come frutti da gustare non soltanto con gli occhi, ma anche con il palato. Un amore non a prima vista, ma solido, quello del nostro Paese con i giardini delle Esperidi.

 

Strano, però, che le vicende legate alla introduzione e alla coltivazione degli agrumi in Italia siano state narrate da pochi e pazienti cultori 

della storia degli agrumi. Una lacuna colmata da una splendida pubblicazione delle Edizioni del Rosone 

e firmata da Nello Biscotti, 

 

pugliese, botanico, con al suo attivo già numerosi saggi sulla flora e la natura della sua regione. Il titolo è Storie di agrumi e paesaggi. I pomi citrini del Gargano. Se l’attenzione e la ricerca sono soprattutto focalizzati sui “giardini” del Gargano, appunto, terra di cui si sono nutriti il corpo e lo spirito dell’autore, la ricostruzione della penetrazione nel bacino del Mediterraneo dei leggendari pomi delle Esperidi è dettagliata e accurata. Biscotti non si limita a definire l’anno o il periodo in cui sulle tavole dei popoli del Mediterraneo si consumano le prime arance dolci (fine del diciottesimo secolo); narra la complessa genesi attraverso cui si giunge alla domesticazione dei pomi selvatici, all’acquisizione di questi frutti esotici nell’alimentazione quasi quotidiana delle nostre famiglie e alla scoperta delle loro proprietà di contrasto per numerose malattie umane.

 

Un lungo viaggio che comincia in Cina, in India, nell’odierno Bhutan, 

in remote regioni del Sudest Asiatico, e che si conclude
nell’esaltazione trionfale che, dei pomi citrini,
sanno celebrare 
i Paesi del Mediterraneo 

e l’Italia in particolare.

 

Non mancano le curiosità. Prima tra tutte la spiegazione del nome “portogallo” che, ancora oggi in alcune regioni, viene usato per riferirsi all’arancia dolce. Una traccia lessicale del periodo in cui si riteneva che questi pomi agrodolci provenissero dal Portogallo, Paese tra i primi a trarre profitto del loro commercio. Fin qui, però, il lavoro di Biscotti si inserisce nel novero delle ricerche dotte mettendo pazientemente insieme i tasselli di un mosaico fatto di richiami storici, citazioni di studi pregressi, elaborazione di dati desunti da fonti specialistiche. Il grande merito della sua opera risiede soprattutto altrove. Ed è duplice. Il primo merito risiede nella fresca lettura mnemonica che l’autore svolge tra i suoi vividi ricordi d’infanzia sul Gargano, l’affresco di un’Italia rurale identica ovunque. Val la pena di trascriverne alcuni: “Il giorno più bello (d’estate, n. d. r.) era quello in cui dicevamo: – Domani ci trasferiamo al giardino – (in corsivo). Si era a luglio e l’idea di poter vedere il mare era fortissima, ma vi era dell’altro e ancora oggi non riesco a decifrarlo fino in fondo.

 

Era probabilmente l’idea di una campagna vissuta, abitata
da tanti bambini, uomini, donne, pescatori che vendevano
alici, sarde, telline, tante volte barattate
con un cesto di arance. 

 

La sera si riunivano in tanti a suonare tarantelle e chiacchierare, discutere, raccontare favole ai bambini. La gioia era probabilmente quella di poter stare con zii, cugini, nonne, tutti insieme a condividere 15-20 metri quadri di una casetta che ogni anno si pitturava con la calce all’interno e di rosso pompeiano all’esterno. C’erano ancora le arance ed ogni momento era buono per mangiarne una e, se si aveva molta fame, bastava strusciarla su una grossa fetta di pane, il tutto condito con tanto olio di oliva che non mancava mai”. Suona lontana questa armonia per chi vive oggi un’infanzia o un’età matura immerse nella inconsapevole distopia del caotico universo digitale. Eppure si tratta di memorie degli anni sessanta del secolo scorso, non di protostoria dell’umanità. Il secondo merito è nella descrizione accurata, la prima, nel suo genere, delle tante varietà di pomi citrini coltivati nel Gargano, dalla loro età dell’oro, quando erano considerati i più pregiati e si esportavano agrumi perfino negli Stati Uniti, fino alla loro decadenza, negli anni dello spopolamento delle campagne, quelli in cui il “giardino delle Esperidi” si cercava in città, nelle metropoli del Nord Italia e addirittura nelle miniere del Belgio, dove morirono tanti nostri connazionali.

 

Ecco allora sfilare davanti agli occhi del lettore, attraverso descrizioni accurate o suggestive immagini fotografiche, arance forti, “femminine”, rugose, a spina, “toste”, limoni lustrini, sanguigni, incannellati,
melangoli bizzarri e tanti altri ancora, dai nomi stravaganti 

e misteriosi, che ci attraggono o ci lasciano perplessi. 

 

E oggi? Oggi qualcosa si muove. La richiesta di arance del Gargano è in ripresa. “C’è perfino un’azienda di bevande analcoliche del Nord che reclamizza alcune bibite come aranciate con succo di agrumi del Gargano” -dice con orgoglio Biscotti e racconta di come questa timida ripresa sia frutto di un lungo e paziente lavoro di ricostruzione della rete di coltivazione, raccolta e commercializzazione degli agrumi del Gargano. Una ricostruzione avviata anche con provocatorie esposizioni pubbliche di frutti abbandonati nei giardini negli anni ottanta e novanta, incontri con rappresentanti politici regionali e nazionali, partecipazione ad una edizione del Salone Internazionale del Gusto a Torino, nel 2000, sostenuta dal graduale interesse di testate radiofoniche e televisive.

 

Fino ad arrivare al riconoscimento IGP (indicazione geografica protetta) per due varietà tipiche, il limone femminello, nel 2006, 

e l’arancia bionda nel 2007.

 

Entrambe possono essere considerate eccellenze del Sud non soltanto perché uniche per colore, sapore, consistenza, resistenza alle avversità climatiche, ma perché rappresentano un mondo degno di essere conservato e tramandato per lo straordinario patrimonio di conoscenze che generazioni di agricoltori ci hanno consegnato. Un modello di coltivazione ammirevole, su terreni talmente impervi che sarebbe difficile ipotizzare altre produzioni agricole di eccellenza con le moderne tecniche di coltivazione. Ci sono tutti gli ingredienti perché “i pomi citrini del Gargano tornino ad essere risorse di qualità” -dice Biscotti, e si tratta dell’unica strada percorribile per salvare anche un paesaggio che resta ancora uno dei più belli e più intatti del Sud. Mutatis mutandis, si dovrebbe “tornare indietro per andare avanti’’. Era una frase, quasi un ossimoro che amava ripetere Tatanka Yotanka, alias Toro Seduto, il grande leader dei Lakota Sioux. Un insegnamento che sembra voler far proprio Nello Biscotti a proposito dei suoi pomi citrini dello Sperone d’Italia e che noi, di cuore, condividiamo.

 

 

 

 

 

LIBRO
AGRUMI

Tavola 1. Rappresentazione di un campione significativo della diversità che ha caratterizzato la storica agrumicoltura del Gargano. 1. Limone incannellato; 2. Limone ovale; 3. Limone fusillo lunario; 4. Limone tunno; 5. Limone sanguigno; 6. Limone lustrino; 7. Limone tondo vecchiarino; 8. Cedro liscio oblungo; 9. Limone tondo vecchiarino; 10. Arancia a pera; 11. Arancia scorciuta; 12. Arancia varlotto; 13. Mandarino meditteraneo; 14. Arancia sferica; 15. Arancia sanguigna; 16. Arancia virgata; 17. Arancia tosta depressa;18 Arancia Patrenostro; 19. Arancio forte; 20. Bergamotto.

in origine

sorvegliato da un drago e dalle figlie di Atlante: Egle, Eritea, Esperetusa, le Esperidi. Questa, in estrema sintesi, è la leggenda, anzi, una versione della leggenda. Una storia che nasce dalla mitologia greca, si intreccia con la leggenda dell’albero dell’immortalità e le vicende della guerra di Troia e giunge fino a noi, con i frutti dorati dei “giardini” del Sud. Pochi, infatti, dalla Sicilia alla Calabria, dalla Puglia alla Campania, usano il termine “agrumeto” per riferirsi alle coltivazioni di arance, cedri, limoni.

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UN MERIDIONE MARITTIMO? di Ferdinando Sanfelice di Monteforte – Numero 9 – Dicembre 2017

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UN MERIDIONE MARITTIMO?

 

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convinte che la loro sopravvivenza futura, nonché la speranza di mantenere il livello di benessere finora goduto dalle loro popolazioni, dipendano in parte rilevante sia dallo sfruttamento delle risorse marine, sia da un maggiore coinvolgimento nelle attività del commercio marittimo. 

La maggior parte dei governi, infatti, è giunta alla preoccupante conclusione che quanto è ricavabile dalla terra o dal sottosuolo non basta più a produrre reddito per il proprio Paese, e per questo si rivolgono al mare, come fonte di future ricchezze. Sintomatica è, a tal proposito, la dichiarazione, alcuni anni fa, da parte di un Presidente della Repubblica francese, che si meravigliava del “troppo lungo oblio della Francia sulla sua vocazione marittima”1 e aggiungeva che il Paese “doveva avere una volontà politica permanente per andare verso l’oceano, per proiettarvi un’ambizione”2

Questa corsa al mare, divenuta di recente un approccio comune 
a molti governi, inclusa la Cina, spiega perché si sia verificata un’intensificazione dei contenziosi marittimi e un riarmo navale generalizzato, che ha coinvolto, tra l’altro anche 

molte Nazioni rivierasche del Mediterraneo.

La situazione nel nostro bacino è oggettivamente difficile e, anche se non ha ancora dato luogo a conflitti aperti, non sono mancati momenti di tensione tra i vari Paesi. Basterà citare lo scontro tra un convoglio di navi turche, la Freedom Flotilla, con le forze speciali israeliane, il 31 maggio 2010 e, ancor prima, la dichiarazione del Parlamento turco, che nel 1995 approvò un documento che considerava casus belli ogni espansione delle acque territoriali greche, al di là delle 6 miglia marine.

Un tale crescente livello di contenzioso, frutto di questa maggiore attenzione alle ricchezze del mare comporta, per il nostro Paese, come e più del passato, la necessità di disporre di un “Potere Marittimo” per contenere tale conflittualità e far valere i propri diritti. Ma cosa vuol dire questo concetto? Per chi non lo ricordasse, già nel 1814 un illustre napoletano, Giulio Rocco, ne definì l’essenza, affermando che esso era “nell’ordine politico, una forza somma risultante da quella di una ben ordinata Marina Militare e di una numerosa Marina di Commercio”3.Vista con gli occhi di oggi, tale affermazione del nostro insigne conterraneo non è altro che un’applicazione all’ambiente marittimo del paradigma secondo il quale “la ricchezza è in genere necessaria per sostenere la potenza militare, così come la potenza militare è di solito necessaria per conquistare e proteggere la ricchezza”, ma possedere un “Potere Marittimo” richiede precisi requisiti, sia in campo militare, sia in quello commerciale, che non sono sempre disponibili.4

Il Meridione è la parte della penisola italiana più vicina sia alle linee 
del grande commercio marittimo internazionale, sia ai bacini alturieri 
del Mediterraneo, dove le ricchezze dei fondali marini 
sono più numerose, e pretese da molti.


È quindi necessario capire come il Meridione si collochi rispetto ai requisiti di marittimità, e cercare di stabilire quale possibilità esso abbia di sviluppare le proprie attività sul mare, che oggi, ancora più rispetto al passato, è diventato la fonte primaria di benessere per un popolo.

I requisiti che definiscono la marittimità furono analizzati, verso la fine 
del XIX secolo, da uno studioso americano, Alfred Thayer Mahan, 
il quale li chiamò “elementi del potere marittimo”. Sarà quindi 
opportuno esaminare, per ognuno di essi, come si colloca 
il nostro Meridione: 
 
Posizione geografica

 

“se una nazione è situata in modo tale da non essere costretta a difendersi sulla terra né indotta a ricercare un aumento del proprio suolo sulla terra, è per la sua stessa unità d’intenti rivolti al mare, avvantaggiata rispetto a un’altra che abbia le sue frontiere sul continente”5. Se poi questa Nazione è posizionata lungo le principali rotte commerciali, lo studioso americano notava che il suo vantaggio geografico è ancora maggiore. A proposito del Mediterraneo, Mahan aggiungeva che “le circostanze hanno fatto sì che il Mare Mediterraneo abbia giocato nella storia del mondo una parte superiore a quella di qualsiasi altra estensione di mare della stessa dimensione”6. La posizione geografica del Meridione, che, con la Sicilia, taglia il bacino in due parti, potendo controllare i transiti tra queste, è quindi particolarmente favorevole, e notevole potrebbe essere di conseguenza la possibilità di sfruttare la posizione geografica per il proprio sviluppo. Basta, inoltre, uno sguardo alla carta geografica per vedere come, dal punto di vista marittimo, il Meridione si affacci su entrambi i bacini, con la costa adriatico-jonica che guarda verso il Levante, fino al Medio Oriente, e un’altra che guarda verso il Ponente, e quindi aperta ai commerci atlantici. Non vi è un’altra regione o Paese, nel Mediterraneo, che goda di tutti questi vantaggi, dal punto di vista geografico; 

Conformazione fisica.


“La linea di costa di un Paese costituisce una delle sue frontiere e più facile è l’accesso alla regione al di là della frontiera, in questo caso il mare, maggiore sarà la tendenza di un popolo ad avere relazioni col resto del mondo per quella via. Se si potesse immaginare un Paese con una estesa linea di costa, ma interamente priva di porti, questo Paese non avrebbe, di per sé, alcun commercio marittimo, né naviglio, né Marina Militare”7. Qui sorgono alcuni problemi: il Meridione, con la sua limitata disponibilità di porti, alcuni dei quali sono ormai inadeguati a favorire il commercio, spesso per mancanza di manutenzione e di ammodernamento, è quindi fortemente svantaggiato sotto questo aspetto. La situazione dei porti turistici, i “Marina”, è in effetti migliore, anche se non ancora adeguata, per numero e capacità ad accogliere tutto il turismo marittimo che le bellezze dei nostri mari potrebbero attirare. Questo è un punto sul quale è necessario impegnarsi, se si vuole che il Meridione esca dal suo presente stato di sottosviluppo;

 

Estensione del territorio.

 

“Non è tanto il numero totale dei chilometri quadrati della superficie del Paese che deve essere considerato, quanto la lunghezza della sua linea di costa e le caratteristiche dei suoi porti. A questo riguardo occorre dire che, a parità di condizioni geografiche e fisiche, la lunghezza della linea di costa è fonte di potenza o di debolezza, a seconda che la popolazione sia più o meno numerosa”8. In teoria, quindi, con la sua costa estesa e piena di piccoli ridossi, il Meridione avrebbe tutte le caratteristiche per costituire un fattore propulsivo per incrementare la potenza economica e commerciale dell’Italia. In pratica, però, ci troviamo di fronte a un grande problema, triste retaggio della Storia, come vedremo tra breve;

 

Entità della popolazione.

 

“Per quanto riguarda la popolazione, non è solo il totale generale che deve essere computato, ma il numero di gente che prende il mare o, per lo meno, che è immediatamente disponibile per l’imbarco e per la costruzione di materiali navali”9. Purtroppo, nel Meridione, la specie umana nota come “homo maritimus” costituisce una netta minoranza, ancorché di rara qualità. Questo è dovuto sia ai secoli di dominazione straniera, sia alle minacce dal mare, che hanno indotto larghe fasce della nostra popolazione a emigrare verso l’interno del Paese: i bellissimi comuni, arroccati sulle montagne, che vediamo attraversando in auto il Meridione, non sono altro che una risposta a queste situazioni ingestibili, da parte di un popolo spesso lasciato indifeso, fino al XVIII secolo. Un altro grave problema, presentatosi negli ultimi decenni, è la progressiva decadenza della cantieristica meridionale, dato che in questo importante settore produttivo i responsabili delle decisioni economiche hanno a suo tempo deciso di spostare il baricentro della cantieristica al nord dell’Italia. Ciò ha reso il Meridione particolarmente debole sotto questo aspetto, facendogli perdere know-how e posti di lavoro;

 

Carattere nazionale.

 

“Se il potere marittimo è basato su un vasto e pacifico commercio, allora l’attitudine all’occupazione commerciale deve essere la caratteristica peculiare delle Nazioni che sono state, prima o poi, grandi sul mare”10. Ma il Mahan osservava anche che “le classi nobili d’Europa ereditarono dal Medioevo un arrogante disprezzo per il pacifico commercio, un disprezzo che ha esercitato un’influenza modificatrice nel progresso di queste, a seconda del carattere nazionale di questi Paesi”11. Questa osservazione si attaglia, in modo particolare, al Meridione: anche dopo la scomparsa della nobiltà come classe dirigente, le attività commerciali vengono sia sistematicamente oppresse dalla criminalità organizzata, sia considerate di livello inferiore rispetto ad altre professioni, specie quelle del terziario. Nel Meridione il senso di legalità è un patrimonio di meno della metà della popolazione e la criminalità organizzata, che prospera solo in ambienti dove l’illegalità è tollerata, può quindi opprimere le attività produttive e commerciali, impedendo lo sviluppo delle nostre terre e incrementando la disoccupazione;

 

Carattere del governo.

 

“La condotta del governo corrisponde all’esercizio di una volontà intelligente che, a seconda che sia saggia, energica e perseverante oppure no, causa successo o fallimento nella vita di un uomo o nella storia di una Nazione. (A tal proposito) i più grandi e brillanti successi si sono avuti quando vi è stato un intelligente indirizzo da parte di un governo interamente impregnato dello spirito del popolo e consapevole delle sue genuine inclinazioni”12. Quanto i governi regionali del Meridione siano determinati a far sì che il nostro Sud possa godere di uno sviluppo duraturo grazie alle attività marittime, è una domanda che è lecito porsi

 

In effetti, qualcosa è stato fatto, ma con una popolazione in gran parte lontana dal mare, com’è stata per secoli quella del Meridione, molto c’è ancora da fare per invertire la tendenza. 

 

Come si può notare dalle considerazioni finora elencate, esistono notevoli impedimenti a uno sviluppo della marittimità del Meridione, malgrado l’enorme potenziale, essenzialmente geografico, che la favorisce.

 

In buona sostanza, le azioni necessarie, per colmare il divario esistente, rispetto alle potenzialità in campo marittimo del Meridione, 

sono, in ordine di importanza: 

 

 Educare e abituare alla vita di mare una maggiore aliquota 

 della nostra popolazione.

 

Molti encomiabili sforzi sono stati fatti da parte di Associazioni, come la Lega Navale, ma è necessario che tali sforzi vengano non solo incoraggiati, ma anche integrati da un’azione ben più energica da parte delle Pubbliche Amministrazioni. Portare una popolazione verso il mare richiede anche una propaganda capillare per convincere l’opinione pubblica del Meridione che il mare non è più un pericolo, ma un’enorme opportunità;

Migliorare i porti.


Questo è un problema generale dei Paesi del Mediterraneo. Osservava, a tal proposito, l’intellettuale francese, Jacques Attali, che “i porti maggiori di questo mare sono al quarantesimo o al cinquantesimo posto nel mondo, (e) scadono annualmente in tale classifica”13. Un’azione decisa in tal senso, quindi, porterebbe al Meridione un benessere notevole, come mostra lo sviluppo di Gioia Tauro, che è diventato –
rara avis – uno dei porti maggiori del bacino;

 

Incentivare la cantieristica meridionale, la cui decadenza 

ha raggiunto un livello preoccupante.

 

Se è vero che la concorrenza dei Paesi asiatici è forte in questo campo, è altrettanto vero che le costruzioni navali di alta qualità e prestazioni sono un settore strategico, dove ben pochi Paesi possono competere con le qualità di noi meridionali in fatto di ingegno e di progettazione;

Dare un ulteriore impulso alle attività turistiche sul mare.


Chi sia andato sulla Costa Azzurra, da Nizza fino a Tolone, può vedere quanto indietro siamo noi meridionali, in questo campo. Con le coste e isole che abbiamo, potremmo più che raddoppiare le presenze di turisti e appassionati del mare. Servono più porti e più servizi, che generano indotto e occupazione. 

 

A monte di tutto, però, deve esserci una maggiore consapevolezza che non vi è sviluppo senza legalità. Proprio il settore dell’economia marittima è quello che necessita, come e più di altri, di legalità e di trasparenza.

 

Se la maggioranza della nostra popolazione non si convince 

che le attività economiche vanno protette dall’illegalità, dalla 

corruzione e dalla criminalità, nulla potrà consentire 

lo sviluppo di un “meridione Marinaro”.

 

Infatti, non ci vuole molto per perdere questa occasione di sviluppare le attività sul mare e altri Paesi, pur meno dotati del nostro Meridione, sarebbero ben felici di toglierci fette importanti di benessere in questo settore. Il rischio è quello di rassegnarci a vedere gli altri prosperare sul mare e, al massimo, “servire loro il caffè”! 

In definitiva, non ci si può limitare a vedere i futuri perni dell’economia del Meridione né nel turismo in genere né nella manifattura di prodotti di basso valore aggiunto, come si è pensato di fare. Una decisa sterzata verso l’eccellenza in campo marittimo, in tutti i settori di attività, è necessaria se si vuole stimolare uno sviluppo bilanciato e durevole del Meridione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

fine-t-storia
Ferdinando-Sanfelice

1 Discorso del Presidente SARKOZY a Le Havre, 16 luglio 2009.
2 Ibid.
3 G. ROCCO. Riflessioni sul Potere Marittimo. Ed. Lega Navale Italiana, 1911, pag. 1.
4 P. KENNEDY. Ascesa e Declino delle Grandi Potenze. Ed. Garzanti, 1989, pag. 20.
5  A.T.MAHAN. L’influenza del Potere Marittimo sulla Storia. Ed. Ufficio Storico Marina Militare, 1994, pag. 64.
6 Ibid., pag. 68.
7 Ibid., pag. 70.
8 Ibid., pagg. 77-78.
9 Ibid., pag. 79.
10 Ibid., pag. 84.
11 Ibid., pag. 88.
12 Ibid., pag. 92.
13 J. ATTALI. La Méditerranée ou l’ultime utopie, in Défense Nationale et Sécurité collective, numero speciale dedicato all’Unione per il Mediterraneo, 2008.

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1 Campania
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2 Puglia
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3 Sicilia
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4 Puglia
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5 Abruzzo
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6 Basilicata
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LE BUFALE STRALUNATE DI PIOVENE di Francesco Ricciardi – Numero 9 – Dicembre 2017

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LE BUFALE STRALUNATE DI PIOVENE

 

 

Piovene batteva palmo a palmo lo Stivale per conto della Rai quando, giunto nelle campagne di Paestum, prendeva per la prima volta contatto con quello “strano e primitivo animale, dagli occhi spiritati”

e con il delicato rito della mungitura: “La bufala si incontra in tutta la Campania; nella zona di Paestum gli allevamenti sono fitti, ed il caso ha voluto ch’io la conoscessi qui. Vi è certo una specie di affinità poetica tra quel grande animale nero e le antiche rovine. Armato di un bastoncino dalla punta di ferro, il massaio, che regola la vita delle mandrie, mi ha condotto dentro il recinto; le bufale facevano davanti a noi quasi un muro compatto, fissandoci a muso basso con espressione stralunata; se non fosse stata la fiducia nei poteri magici del bastoncello del massaio, avrei apprezzato meno la poesia della visita. Quell’animale primitivo è però strano e intelligente. Rifiuta di lasciarsi mungere se non ha il proprio piccolo attaccato a un capezzolo; soltanto allora, per nutrirlo, rilascia il suo prezioso latte, che altrimenti può trattenere. E infatti, ad ogni mungitura, il piccolo è presentato alla madre; questa cerimonia però richiede una specie di rito.

Al momento del parto, l’unico uomo che la bufala riconosce, il massaio, le grida il suo nome all’orecchio. Il nome non consiste in una parola, bensì in una frase cantata.

 

La bufala non la scorda più; diviene per sempre il suo nome, e insieme l’appello del figlio che chiede d’essere allattato. Anche tra duecento bufale, ognuna nel branco conosce la frase modulata che la distingue”. A questo punto il lettore perdonerà una divagazione personale a chi scrive, che coltiva il vezzo di considerarsi un intenditore della materia… in fondo può vantare un consumo familiare vecchio di alcune generazioni, una sorta di Dna latticino. La famiglia di mia nonna materna, infatti, gli Alfani, nelle sue vaste proprietà, con diverse fattorie attive nella piana del Sele (tutte sulla sponda destra del fiume) tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento allevava circa 8000 bufale (e altrettanti cavalli). Furono tra i primi nel Salernitano, gli Alfani, a produrre in maniera “sistematica” mozzarella di bufala. Era una produzione destinata piuttosto all’uso familiare, per la gioia propria, dei tanti amici e clienti (nel senso latino del termine), dei contadini ecc. Le mozzarelle, infatti, per la loro deperibilità e le caratteristiche di assoluta freschezza che devono avere al momento di essere consumate, mal si prestavano ad un esteso commercio. Che la diffusione della mozzarella fosse limitatissima è provato, peraltro, dalla sua totale assenza nelle figurazioni del Presepe napoletano, dove invece fanno bella mostra di sé provole e caciocavalli appesi alla porta delle case o sulle botteghe dei salumieri.

Alimento di lusso, dunque, la mozzarella… tanto che, in epoca borbonica, la sua produzione e la commercializzazione avvenivano addirittura nella Tenuta reale di Carditello.

 

Da qui ogni giorno venivano inviati latticini freschi per la tavola del re, e il resto della produzione era venduta ai privati, costituendo una delle voci più cospicue delle rendite reali. Siamo verso la fine del Settecento e l’affermarsi del consumo dei latticini di bufala va certamente collegato con l’attività della Tenuta reale, dove venivano anche apportate migliorie agli allevamenti e alla razza mediante incroci indovinati. Re Ferdinando, infatti, se da un lato lasciò assai a desiderare quanto a doti politiche, non era per nulla scarso sul versante del bel vivere. Trascurava, insomma, volentieri i problemi pratici del suo regno ma sapeva come godersi la vita. Era anche buongustaio e i suoi latticini amava consumarli freschi, così come arrivavano sulla sua tavola. E faceva bene. È solo un parere personale ma nessuno mi toglierà mai dalla testa la convinzione che utilizzare la mozzarella di bufala in qualsivoglia preparazione di cucina sia uno spreco: se cucinata, infatti, perde quasi del tutto il suo sapore e quella consistenza inconfondibili… meglio allora usare una qualsiasi mozzarella di latte vaccino. Come si conviene a una regina della tavola meridionale, la mozzarella di bufala va consumata fresca – alcuni, tra cui il sottoscritto, la preferiscono del giorno prima – e gustata da sola.

 

La sua pasta inconfondibile, la forma e la consistenza non hanno riscontro in nessuno dei prodotti simili.

 

Perché – per dirla con Maria Rivieccio Zaniboni (Cucina e vini di Napoli e della Campania – Mursia 1975) – non solo occorre che le bufale pascolino nelle piane di Aversa e di Paestum, ma occorre che pascolino di notte quando la luna batte e illumina d’argento le pianure e gli acquitrini. È questa luna, ci ha raccontato un amico, che ne arricchisce e ne impoverisce il latte per cui, a detta degli esperti, un legame arcano passa tra il sapore della mozzarella e le fasi lunari così come altri orfici legami restano intrecciati con il colore dell’erba dei pascoli o addirittura con i venti che corrono sul litorale sul quale sciaborda quel mare su cui veleggiarono un giorno lontano Ulisse ed Enea”. È un mondo, quello descritto dalla Rivieccio Zaniboni, che purtroppo è finito per sempre, sepolto dai moderni metodi di allevamento che ospitano gli animali in stalle attrezzate e a cicli di produzione programmati che hanno tolto le bestie dagli acquitrini primordiali.

 

Le bufale che ancora si vedono oggi percorrendo le vie della Piana 

del Sele spesso sono messe lì per bellezza, magari come semplice richiamo per un caseificio che ha il proprio punto vendita 

lungo la strada.


Già dal 1993 il “Consorzio formaggio tipico mozzarella di bufala” ha ottenuto la doc (sicché può fregiarsi di questo nome solo la mozzarella prodotta al 100% con latte bufalino, confezionata in sacchetti adeguati recanti l’apposito contrassegno) ma, come avviene anche per altri prodotti, non è tutto; come le mozzarelle di bufala non sono tutte uguali. Non basta fermare la macchina ad Aversa o Battipaglia, entrare dal primo rivenditore che capita ed essere sicuri di portare a casa una buona mozzarella. Ve ne sono anche di pessime. Se il caseificio non ha un buon “casaro”, personaggio strategico che racchiude in sé esperienza, competenza e tecnica, non produrrà mai una buona mozzarella. E il “napoletano”, che tra i suoi oggetti di culto, cui non può o non vuole rinunciare (la pizza, i maccheroni, il sole, il mare, San Gennaro…), ha anche la mozzarella, sarà in grado di riconoscere al primo boccone se è buona, in barba a qualsiasi normativa.

Il nome delle bufale


Secondo Achille Bruni (Dell’Agricoltura e Pastorizia del Regno di Napoli, 1845) «la bufola figlia una volta l’anno, porta 10 mesi circa, ed ha moltissimo amore per la sua prole. È chiamata con nome e con una certa cantilena, e così essa si muove dal luogo ove pascola, e si avvicina alla persona per farsi mungere». È tutto vero: ama i suoi piccoli e risponde al richiamo. I nomi, quasi delle frasi, devono essere cantati: «È una cantilena orientale – dice Piovene – certo d’origine remota, simile a quella del muezzin dal minareto, e che il massaio invece modula all’alba davanti al branco. Successivamente le bufale escono dalla mandria e si consegnano docili ai mungitori; senza la frase magica non uscirebbero, e si ribellerebbero al tentativo di mungerle con tutta la loro furia selvaggia». Ogni annutolo, dunque, appena il massaro intonava il suo nome – diverso nelle parole e nel ritmo dagli altri – rispondeva al proprio e accorreva, seguito dalla madre che, anch’essa rispondendo al richiamo, lo raggiungeva lasciando il gruppo.

Potevano essere centinaia, le bufale, ognuna aveva il suo versetto inventato apposta per lei dal massaro.

 

Traducendo i nomi citati in italiano da Piovene, questi “in lingua” suonerebbero più o meno così: Chesta se ‘ntrica ‘ e tutto (s’impiccia su di tutto); Tu nun si’ mai cuntenta (non sei mai contenta); ‘A canzona è bella ‘a ssentì (la canzone è bella da sentire); Me piace pecché è bell’ e giovane (mi piace perché è bella e giovane); ‘Onna Rosa cumanna a tutt’ quante (Donna Rosa comanda tutte); Tu me fai ‘a presumente (Tu mi fai la presuntuosa); I’ song’ bella o’ veramente (sono veramente bella). 

Anche il poeta Rocco Scotellaro in ‘Contadini del Sud’ ci riferisce di alcuni di quei nomi magici: «Ogni bufala ha un nome che è un versetto e i nomi di una mandria di bufale sono un poema! ‘Nu turzu… ‘nu turzo t’è lassato ‘n canna (il nocciolo… ti è rimasto in gola); ‘A malatia… tiene sempre ‘sta malatia (la malattia… hai sempre la stessa malattia); ‘E cane… pure ‘e cane stanne amare (anche i cani sono tristi); ‘A cuccagna… sta cuccagna pure fernisce (la cuccagna… anche questa cuccagna finisce); A lu fine… a lu fine se sente l’addore (dal friggere… dal friggere si sente l’odore)». E mia nonna Angelica ce ne ha tramandato alcuni creati dai suoi massari, tra cui ricordo: Vac’ a Ievol’ a fa’ ammore (Ievol’ sta per Eboli), Tavernanova alloggia a tutti (a Tavernanova sorgeva la maggiore tra le aziende agricole di famiglia), ‘O signurino ‘nsisto, dove per signorino prepotente si intendeva Mariantonio, il primogenito della famiglia… Si, perché alcuni nomi potevano essere anche un pretesto, un mezzo indiretto usato dal massaro per dire la sua al padrone, perfino per insultarlo, giacché tra massaro e bufala il padrone non si poteva intromettere.

La parola mozzarella

 

Già alla fine del Seicento Antonio Latini, nella “Breve descrizione del Regno di Napoli in ordine alle cose commestibili”, indicava Acerra come luogo principe per la produzione di provole; e, poco più di un secolo dopo, lo confermava Vincenzo Corrado che nelle “Produzioni del Regno di Napoli” inserisce questi latticini tra i prodotti tipici della città che aveva dato i natali a Pulcinella: “Si fa grande industria e commercio di provole, di mozzarelle, di burrielli, e di altri freschi latticini, giacché vi sono procovj di vacche e di bufale. Parimenti – egli prosegue – per la città di Aversa…”.

Ma la prima citazione sicura del termine mozzarella, diminutivo 

di mozza, risale alla seconda metà del XV secolo quando Pietro Mattioli (“I discorsi”), parlando di latte, citava “quello di bufala di cui si fanno quelle palle legate con giunchi che chiamiamo mozze 

e a Roma provature”. 

 

Mozzarella, provatura, provola… negli antichi ricettari si parla in genere di provatura, termine usato un tempo nelle zone del Lazio meridionale, tuttora zona di bufali, per indicare i formaggi freschi bufalini lavorati come la mozzarella; provola invece era il nome usato in Campania, sostituito poi con la parola mozza e con il diminutivo mozzarella, dal verbo mozzare, chiara allusione ad uno dei momenti significativi della lavorazione. Con l’andar del tempo provatura è finito nel dimenticatoio come termine arcaico, usato solo in qualche ricetta della tradizione romana (crostini di provatura), e provola invece è rimasto ad indicare il formaggio bufalino o vaccino affumicato, un espediente, questo, usato per una migliore conservazione e un più facile trasporto e commercio. Sulla storia delle bufale e della loro presenza in Italia esistono pareri quanto mai controversi. Alcuni, basandosi su un brano di Plinio, affermano che i bufali sarebbero stati presenti già in epoca Romana. C’è poi l’affermazione di Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum, secondo la quale i bufali sarebbero arrivati in Italia al seguito di Agilulfo, re dei Longobardi intorno al 596 d.C.  

Nell’Ottocento, altri autori ipotizzarono che essi fossero stati introdotti 

in Sicilia dagli Arabi e, successivamente, per opera dei Normanni, dall’isola importati nelle regioni meridionali.


Nessuna delle ipotesi può vantare prove inconfutabili, nessuna storia è più vera dell’altra, anzi, è probabile che tutte abbiano un fondo di verità e che le bufale d’oggi siano un misto di tutte le razze del passato. Per la storia della nostra gastronomia la cosa è irrilevante poiché le prime testimonianze di formaggio bufalino si hanno solo molti secoli dopo. Una cosa è certa, però, due sono le localizzazioni originarie (solo in seguito si aggiungeranno il Foggiano e la provincia di Latina): una nei territori di Acerra e Capua, l’altra nella piana del Sele, dove la presenza di questi animali è abbondantemente testimoniata. Tra l’altro il bufalo, sconosciuto nel resto d’Europa, suscitava la curiosità di quei viaggiatori stranieri del Settecento così ardimentosi da spingersi fin qui. Essi, tornati in patria, raccoglievano le loro esperienze nei famosi diari di viaggio, in cui non di rado si parlava dei bufali. Così J. W. Goethe: “… attraversando canali e ruscelli e incontrando bufali dall’aspetto di ippopotami e dagli occhi iniettati di sangue…”; e così C. V. De Salis Marschlins: “… razza di bestiame alla quale si porta da alcun tempo molta attenzione… le mandrie più numerose si ritrovano sulle rive del Garigliano e nelle pianure a settentrione della Terra di Lavoro…”.

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e il suo Viaggio in Italia (1957), libro del quale l’anno appena trascorso ha festeggiato il sessantesimo compleanno, come del suo autore i 110 anni dalla nascita. Fu, quello dello scrittore vicentino, un lavoro speciale, un affresco straordinario del nostro Paese che Eugenio Montale, nel recensirlo, non esitò a definire “un viaggio di ricognizione di una completezza senza precedenti”. A mezzo secolo dalla sua pubblicazione, non è ancora apparso un altro libro di viaggio capace di penetrare così a fondo nella realtà del paese, tanto da poter essere letto con piacere e profitto anche in funzione dell’Italia di oggi.

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