LI GALLI, l’ISOLA A FORMA DI DELFINO di Aurora Adorno – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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LI GALLI, l’ISOLA a forma di delfino

 

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Sorvolando dall’alto tra Amalfi e Capri, un delfino sorridente appare adagiato sulle onde blu del mare che si increspano all’orizzonte: è Li Galli; così questo arcipelago ci appare, salutando il sole che lo benedice. 

Tre minuscole isole si affacciano sulla bella Positano e sulla rinomata Capri: Gallo Lungo è la più piccola delle tre, l’unica ad essere stata abitata fin dai tempi dei Romani, a ovest si trova la Rotonda, mentre l’Isola Dei Briganti si estende a nord, anticamente chiamata Castelluccio o la Castelluccia.   

 

Verso il 1131 l’arcipelago era detto Guallo e nel 1225 Federico II di Svevia lo donò al monastero di Positano riferendosi ai tre isolotti come alle tre Sirenas quae dicitur Gallus, probabilmente alludendo alle sirene, le donne-uccello cantate da Omero.

 

Questo piccolo paradiso ha attratto con il suo affascinante richiamo 

due delle stelle più luminose del firmamento della danza mondiale: 

prima il coreografo Lèonide Massine, poi 

il famoso ballerino Rudolf Nureyev.

 

Massine desiderava fare di Li Galli un luogo di culto, tempio della danza e delle arti. 

Nella sua autobiografia My Life in Ballet, egli descrisse il momento in cui vide l’arcipelago per la prima volta: “fui sopraffatto dalla bellezza della vista sul mare, col Golfo di Salerno che si estendeva in lontananza. Con Paestum a sud e i tre faraglioni di Capri all’estremità settentrionale del Golfo, essa possedeva tutta la potenza drammatica di un dipinto di Salvator Rosa. 

Il silenzio era infranto solo dal mormorio del mare e da qualche grido di gabbiano.

 

Sapevo che in quel luogo avrei trovato la solitudine che cercavo, un rifugio 

dalle pressioni estenuanti della carriera che avevo intrapreso.

 

Decisi dunque, proprio lì e in quel momento, che un giorno avrei acquistato l’isola e ne avrei fatto la mia casa”. 

Come nelle più belle fiabe, nel 1924 Massine avverò il suo sogno, nonostante il dissenso di amici e conoscenti: per trecento mila lire acquistò l’isola deserta, contornata da steppa e rocce. 

Lottando contro la natura e le furie del mare riuscì a scolpire delle terrazze e a interrare alberi di vite oltre ad edificare una villa che divenne la sua dimora: 

 

la celebre Villa Massine, progettata dall’architetto Le Corbusier,

suo rifugio dai problemi e i rumori del mondo, ormai lontano.   Non di rado egli si allontanava a piedi sull’isola per raccogliersi in meditazione davanti al tramonto, sognando ad occhi aperti di trasformare Li Galli in un centro d’arte che sposasse insieme la danza, la musica e la pittura. 

 

Tra quelle rocce, sotto il sole, egli creò tante delle sue più belle coreografie.

 

Tra quelle rocce, sotto il sole, egli creò tante delle sue più belle coreografie. La forza della natura nel 1964 demolì l’anfiteatro che Massine stava facendo costruire, in quel periodo egli scrive: “ero sull’isola a quel tempo e, precipitandomi fuori, vidi enormi pezzi di calcestruzzo frantumarsi in mare. Ma non sono scoraggiato e ho in programma di continuare con l’anfiteatro che ho disegnato secondo i modelli che ho visto a Siracusa, con l’aggiunta di una diga marittima per proteggerlo dalle tempeste. Quando tutto il lavoro sarà completato, intendo stabilirvi una fondazione che manterrà l’isola come un centro artistico (…)”.

Nel 1979 dopo la sua morte il figlio vendette Li Galli 

al grande ballerino Rudolf Nureyev

 

giunto un giorno a Positano per l’appunto a ritirare il Premio “Léonide Massine” per l’arte della danza.  

 

Nureyev si recava a villa Massine durante il mese d’agosto, egli personalizzò l’arredamento della casa donandole uno stile da Mille e una notte: drappeggi, cuscini e statue adornavano l’ambiente conferendole un fascino ricercato ed orientaleggiante.

Egli fece anche ricoprire le camere con sontuosi mosaici turchi e andalusi, 

vestito di stoffe preziose e dal suo tipico basco, animava l’ambiente 

con il suo spirito inquieto, sempre pronto ad ospitare 

amici e talentuosi ballerini.

Quanta bellezza in quell’isola che lo aveva accolto e che aveva nutrito e stimolato a lungo la sua arte e il suo spirito, quella terra che egli si inchinò  a baciare con gli occhi colmi di lacrime e il cuore gonfio di gratitudine, prima di salutarla per l’ultima volta e di non farvi più ritorno.   

 

Il suo genio aveva trovato ispirazione e pace in quel di Li Galli, regalando al mondo un artista completo, esibizionista e stravagante, che un giorno aveva confidato ad un amico: “tutto quello che si fa col corpo: la danza, l’amore, è armonia e bellezza”.

E forse da lontano, magari da sopra ad una barca o a un piccolo scafo, 

osservando quel piccolo arcipelago a forma di delfino


che ad oggi appartiene ad un privato, lasciandoci andare alla musica del vento e al canto dei gabbiani, potremo osservare lo spirito di quel grande ballerino che come un uccello volteggia su quella terra baciata dal sole, circondata dalle acque profonde del mare.

Ecco in lontananza Massine e Nureyev, intenti a danzare e a contemplare la natura, 

a creare le loro coreografie in comunione con quella vocazione artistica 

che ne diviene espressione,

essi ci ricordano di trovare rifugio in seno alla natura grezza, viva, irruenta, liberi di manifestare quel talento che brilla in ogni uomo come la piccola miccia di un grande fuoco. Angoli di paradiso sono disseminati nella nostra bella terra, luoghi che possiamo scoprire di volta in volta, rispecchiando il nostro sguardo curioso in località sconosciute ai molti, luoghi incantevoli amati da grandi artisti e personaggi e Li Galli è una di queste.   

 

Chissà che un giorno il richiamo delle Sirene si farà più forte e un nuovo talento abiterà l’isola ridando vita al sogno di Massine

 

 

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 Stelle al Sud

 

LE GOLE DI LARDERIA – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-ottobre 2020

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LE GOLE    di            larderia

 

 Gemme del Sud

Motta Camastra

gemme

 (Conosciute come le gole dell’Alcantara) 

Ci troviamo nel Parco Fluviale dell’Alcantara (si pronuncia Alcàntara, derivando dall’arabo Al Qantarah), nel tratto tra Messina e Catania e in particolare nel territorio compreso tra Motta Camastra e Castiglione di Sicilia. Il fiume nasce da alcune piccole sorgenti nei Monti Nebrodi, durante il suo percorso attraversa i campi coltivati alle pendici del Monte Mojo (il cono vulcanico più distante dalla sommità dell’Etna, con cui condivide il bacino magmatico), arrivando più avanti in località Fondaco Motta dove si trovano le gole dell’Alcantara. Le gole formano un canyon naturale con pareti alte fino a 30 metri e larghe dai due ai cinque metri ed è frutto di un processo lungo e complesso, in cui sono intervenuti dei movimenti tettonici, l’erosione del fiume e tre colate laviche importanti. Le pareti sono state formate da queste colate di lava basaltica che, raffreddandosi, hanno creato queste strutture dalle

forme prismatiche, che lasciano i visitatori senza fiato. Tra queste pareti ci sono 

le gole, il cui primo tratto è oggi accessibile e da dove è possibile ammirare 

tutto lo splendido scenario.


Questa è la storia della formazione di questo luogo unico, anche se molto più suggestiva è la leggenda che vi è dietro: vi erano due fratelli contadini di cui uno buono ma cieco, e uno avido. Al momento di dividere il raccolto di grano il contadino disonesto, approfittando della cecità del fratello, riempì tutto il proprio moggio dalla parte più profonda, mentre rivoltò quello del fratello in modo da contenere pochissimo grano. Gli dei se ne accorsero e in preda all’ira scagliarono un fulmine che uccise il contadino avido, trasformò il cumulo di grano nel cono di Monte Mojo e spaccò la terrà creando le gole di Alcantara. Il fiume, le gole e il territorio circostante sono oggi tutelate dall’Ente Parco Fluviale dell’Alcantara, impegnato della tutela e promozione del territorio naturale.

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 Foto di cristinamandarini da Pixabay

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FURORE E IL FIORDO di Aurora Adorno – Speciale aglie fravaglie – Maggio-luglio 2020

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FURORE    E IL FIORDO

 

CASE

così come sopra le nostre teste” (Henry David Thoreau).

Esistono dei luoghi suggestivi, siti naturali sconosciuti ai molti, che hanno attratto raffinate celebrità di un passato non lontano e fatto la storia della musica, della danza, della pittura, del cinema e delle arti tutte.   

 

Non lontano dalla celebre Capri, l’isola che ha fatto da sfondo alle più belle storie all’italiana degli anni’50 con film come L’imperatore di Capri di Comencini, che vide il genio indiscusso di Totò girare tra i vicoli dell’isola o La baia di Napoli con Sophia Loren e Clark Gable già immortalati come star internazionali di altissimo livello,

angoli di paradiso sono stati apprezzati da raffinati estimatori. 

 Località come Furore appunto, il piccolo borgo marinaro, 

che ispirò uno dei più grandi o forse il più grande 

dei registi italiani: Roberto Rossellini,


padre del neorealismo, colui che più di molti ha reso celebre la nostra bella Italia immortalandone gli usi e le abitudini, e rendendo celebri luoghi dalla bellezza mozzafiato, senza tempo. 

Il regista si innamorò del magico Fiordo tanto da girare uno dei suoi lungometraggi intitolato appunto L’amore nel 1948. Pare che la storia sia stata ispirata al regista dalla compagna che visse con lui in quel di Furore e che

prese parte alle riprese: l’insuperabile Anna Magnani,

 

che proprio con questo film vinse il premio come migliore attrice protagonista.   

 

Furore si trova incastonata nella variopinta cornice della Costiera Amalfitana, tanto che a guardarla da lontano ci appare come il piccolo pezzo di un puzzle consacrato tra i borghi più belli d’Italia e considerato dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale. 

Ancora d’amore si parla nel piccolo paese arroccato sull’altopiano di Agerola, difatti,

 

giunti nel centro storico si trova il Giardino della Pellerina 

e il viale denominato Cupido,

formato da quaranta pilieri laterali che ne tracciano il percorso, rivestiti di raffinate maioliche adornate da colombe variopinte. 

Il piccolo viale è percorso da panchine sulle cui spalliere sono incisi versi d’amore di D’annunzio, strofe di Vasco Rossi, Tiziano Ferro e di altri artisti internazionali; il percorso finisce nella piazzetta Afrodite in cui l’acqua zampilla nella Fontana dalle sette cannelle.   

 

Tra le casette bianche dai tetti rossi spicca Il muro dipinto, 120 opere tra dipinti e murales realizzati dal 1983 da artisti italiani e stranieri. In questo piccolo paese che conta pochi abitanti, si fa spazio il Fiordo, una profonda insenatura della roccia, sopra il torrente Schiato.

È dalle onde furiose che imperversano sugli scogli che ne deriva appunto 

il nome Furore, titolo di questa bella opera scolpita dalla natura stessa.

 

I vari percorsi di trekking e la vicinanza con Positano ed Amalfi la consacrano a meta ispirata e bella, lontana dal caos e dalle località turistiche chiassose e caotiche. 

Il paese che non c’è, così chiamato a causa della sua forma, come se le case fossero pennellate di colore che ad un certo punto spuntano lateralmente dalla montagna, conserva al suo interno la Chiesa a tre navate di San Giacomo, con i famosi affreschi e dalla quale si può ammirare il panorama mozzafiato.

 

Sembra quasi di vederla la Magnani, disperarsi per il suo amore, 

tra la natura rocciosa del paese, col sole che le illumina il viso 

negli anni che furono. 

Suggestivo l’omaggio che Rossellini fa all’inizio della seconda pellicola in bianco e nero, impreziosita dalle imperfezioni del tempo: questo film è l’omaggio all’arte di Anna Magnani

E quale amore più grande, di quello che apprezza e riconosce nell’altro la propria grandezza, il proprio valore, l’espressione pura dell’anima? 

Come lei stessa disse una volta: “Rossellini aveva capito, io sono fatta così: tutta istinto, nature, come dicono i francesi, nella vita e nel lavoro. Bisogna prendermi così se si vuole che faccia qualcosa di buono”.

In questo film diviso in due episodi: una voce umana, pièce teatrale di Jean Cocteau 

e il miracolo, il cui soggetto vede la firma del grande Federico Fellini, 

è espressa tutta la bellezza di Furore,

 

con la Magnani immensa nella sua semplicità, distesa nell’erba a scrutare il cielo mentre racconta ai santi le sue pene d’amore.   

 

Quanta grandezza in quest’opera, nelle riprese a campo lungo in cui l’obbiettivo mette in risalto, come in una sorta di microscopio, ciò che il personaggio sente e vede e come la natura circostante risponde.

 

Ed è proprio Fellini il San Giuseppe che convince la donna considerata dal paese non normale, che vive all’aperto, nella natura con le capre, 

di trovarsi davanti ad un inaspettato miracolo,

racchiudendo l’opera in una sorta di provocazione. Ecco che ancora una volta i luoghi nascosti del nostro bel paese vengono posti in risalto dall’arte.   

 

In essa artisti e poeti trovano ispirazione e la natura ancora una volta fa da protagonista, in uno scambio continuo che diviene dialogo tra la nostra storia, il presente e il futuro che guardando davanti a noi, con la chiesa di San Giacomo alle spalle, possiamo osservare. 

Ecco riassunta in Furore e nel Fiordo tutta la bellezza delle vecchie pellicole, dei dipinti e delle opere d’arte custodite in questo piccolo borgo pervaso dal profumo del mare che fa capolino sulla celebre e bella Costiera Amalfitana.  

 

Stelle al Sud 

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FAI: I LUOGHI DEL CUORE di Vincenzo Cardellicchio – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio – 2020

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FAI: iiLUOGHI DEL CUORE

 

che il FAI per questa inimmaginabile primavera del 2020 annoveri nella lista dei siti da votare come “luoghi del cuore” anche l’altipiano di Campitello di Sepino. 

Certo, dal primo posto occupato dalla città di Bergamo, in questi giorni tanto martoriata dall’aggressività della incombente pandemia, occorrerà aver pazienza per arrivare al suo posto, inizialmente assegnato al 79° rigo, per trovarlo in un magnifico, straordinario ed ineguagliabile elenco sempre in evoluzione e sempre più ricco di luoghi, castelli e palazzi italiani. 

 

Luoghi tutti effigiati da immagini eloquenti per bellezza, ricchezza, arte e storia.

 

Invece, di questo sito nascosto nel Molise, non c’è alcuna foto.

Tutto quasi regolare; del resto è da un po’ che il Molise stesso – 20^ e più giovane regione d’Italia – è definito “Il luogo che non c’è”.   

 

L’ultimo che in ordine di tempo ha riportato in prima pagina l’inesistenza della realtà molisana è stato il presidente della Liguria, Giovanni Toti, che in una diretta su Rete4 è scivolato sulle parole ingenerando l’equivoco che il territorio molisano non avesse coste e spiagge.

 

Certamente la regione sannita è più nota per le sue montagne 

e per le sue nevicate,

 

per le quali è in perenne competizione per sottrarre alla città di Boston il Guinness World Records per essere il luogo dove si deposita la maggiore quantità di neve nella più breve frazione di tempo.   

 

In verità l’interessato ha precisato, qualche giorno dopo, di aver voluto soltanto trovare un esempio che, per contrapposizione, potesse esaltare la particolare lunghezza della riviera ligure bagnata dal mare. 

 

Già, perché in verità

sono 37 i chilometri di spiagge molisane e su di esse 

si staglia l’antica città di Termoli,


l’unico autentico e perfettamente conservato borgo marinaro riverso sull’Adriatico, stretto da antiche mura, costellato di tradizionali trabucchi ed eretto a Sede vescovile, dopo il ritrovamento delle spoglie di S. Timoteo. Con una Cattedrale sotterranea che sostiene il peso di quella più “moderna”, dal XII secolo dedicata a S. Maria della Purificazione ma da sempre quotidianamente illuminata dai raggi del sole che si insinuano tra le antiche case dei pescatori in un imperdibile scorcio di mare.

 

Sulle orme della scoperta del “Molise che non esiste”

si sono ormai lanciati in molti ed autorevoli soggetti,

 

tra questi la rivista “Cosmopolitan”, che negli USA dal 1973 è riferimento di moda e viaggi per il suo pubblico prevalentemente di natura femminile; e la BBC, che ha aperto un lungo e lusinghiero reportage dedicato alla piccola regione italiana, esclamando “Chi non vorrebbe visitare una regione che non esiste?” 

 

E non minore eco ebbero le elezioni amministrative del 2018 dove il Molise, improvvisamente riscoperto,

 

fu addirittura paragonato allo stato dell’OHIO

 

quanto a capacità previsionale dell’esito delle consultazioni nazionali.  

 

Un brand quello di

“MOLISN’T – io non credo all’esistenza del Molise“

 

che i molisani stessi ormai utilizzano con un marcato senso dell’autoironia per riuscire a non essere più dimenticati nei palcoscenici dei teatri che contano sulla scena nazionale. 

 

Ma ciò che lascia più stupiti per l’inclusione dell’altopiano è l’esser stato privilegiato rispetto al suo Comune di riferimento che, per blasone, è assai più noto a studiosi e cultori delle nostre più antiche origini.

 

Sepino, infatti, è un centro di antichissima origine,


tra i più importanti del Sannio Pentro, posto a due chilometri dalle rovine d’epoca romana della località di Altilia, luogo storico di commercio e di sosta posto all’incrocio di due grandi vie di comunicazione (la più nota è quella del tratturo Pescasseroli-Candela), dal toponimo “luogo fortificato” e di cui si ha certezza documentale circa la sua esistenza già dall’età del Ferro. 

 

Città evoluta ed urbanizzata, Sepino fu flagellata da terribili terremoti che ne segnarono l’inevitabile declino, di cui approfittarono le legioni romane che la espugnarono nel 459° a.C.

 

Saccheggiata e totalmente distrutta dai Romani, vide i suoi abitanti 
doversi rifugiare ad Altilia una piana poco distante da Boiano. 

 

Di lì, a causa delle continue incursioni e devastazioni, i Sepinesi furono costretti a risalire su un’altura, attuale sede del Comune, che tornò ad essere di nuovo un centro di importanti scambi commerciali. Divenne poi Terra Regia e nel 1309 Roberto D’Angiò la concesse a Bartolomeo di Capua; da questa dinastia passò ai Caracciolo ed infine ai Carafa, fino all’abolizione della feudalità.  

 

Una storia davvero ricca e prodiga di testimonianze, segnata dalla presenza di belle e significative croci stazionarie, ma non questo è il luogo del cuore.

 

Torniamo ad Altilia, allora, portata alla luce negli anni ’50; 

 

è una imponente testimonianza di una cittadina romana a pianta quadrangolare con un perimetro di 1250 metri, racchiusa in mura turrite, con quattro porte poste ai limiti dell’incrocio del cardo e del decumano che ne determinano i quattro quartieri e segnatamente impreziosite nella Porta Benevento e nella Porta Bojano da ornati e sculture. 

 

Al centro il Foro e nei fianchi un Tempio, la Curia, le Terme di Silvano che la resero assai famosa, la Basilica di epoca augustea ed ancora i resti di importanti monumenti funerari.

Tutta questa meraviglia è impreziosita da una realtà irripetibile.

 

Questo luogo, infatti, non è stato mai completamente abbandonato ma è sopravvissuto ai secoli intatto, riutilizzato da contadini e pastori che lì hanno continuato a passare con carretti e greggi sopra le rovine romane, costruendo un paesaggio agrario che ha conservato le emergenze dell’edilizia rurale del Sei-Settecento intatte sino ai giorni nostri.  

 

Una macchina del tempo senza motore.

Ma non è Altilia il sito che il FAI segnala tra i luoghi del cuore. 


Ed allora dobbiamo salire su per Sepino ed incamminarci lungo un pianoro in continua ma morbida salita, sempre più verde, con una vegetazione sempre più alta, sempre più folta sino ad uno slargo naturale, enorme, che non ti aspetti, e dove il respiro reso ormai affannoso fa sì che i polmoni si possano riempire d’un botto di tanta aria pulita sino all’inverosimile, sino all’ubriacatura. 

 

Di questo luogo, nella mia memoria di prefetto, è ben lucido il ricordo e le relative conseguenti preoccupazioni.

Sconosciuto ai più nei giorni di lavoro, è invece una meta irresistibile

per i molisani amanti dell’aria aperta nei fine settimana. 

 

Ogni giorno di festa d’estate il pianoro si riempie di gioia di vivere, grida festose, bimbi che giocano, profumi di cibo ma anche pericolosi fuochi in prossimità dei boschi e qualche residuo di troppo per tanta allegria.  

 

A rimettere tutto a posto ci pensa da sempre l’alternanza delle amministrazioni civiche e l’amore dei concittadini che nelle forme più varie portano, loro sì, nel cuore quel luogo. 

 

Il giorno di Ferragosto il delirio! Un brulicare di auto, moto, bici ed appiedati vari che si inerpicano nei sentieri e lo invadono in ogni dove. E tra loro Polizia, Forestali, Vigili del Fuoco e Volontari di ogni genere tutti mobilitati per “salvare” il luogo del cuore dal troppo affetto. 

 

Pianificazioni d’ordine pubblico, disciplinari d’esodo, stazioni di controllo, presidi sanitari d’emergenza, punti di osservazione ne garantiscono la serena fruizione, il decoro ed il rispetto

 

 Ogni anno così, sempre senza troppi danni all’ambiente, con un garbato assalto 

che si auspica sempre più “tenero” e consapevole per quella meraviglia


a disposizione di tutti e che vale sempre la pena di ricordare non è un’eredità dei nostri padri ma un prestito dei nostri figli.  

 

Il vero ‘padrone di casa’ il figlio. 

 

Nei miei studi universitari ebbi la fortuna di laurearmi alla cattedra di Massimo Severo Giannini con una tesi sulla formazione normativa urbanistica della Toscana incentrata sulle tutele e l’utilizzo dell’area del Parco dell’Uccellina. 

 

Tra le categorie distintive delle Aree destinate a tutela non v’era annoverata quella dei luoghi del cuore, ma avendo rivisitato anni addietro l’area del Parco toscano reputo certamente meglio conservata questa matesina. 

 

Il mai troppo letto e mai troppo poco ascoltato prof. Sabino Cassese ha osservato nella materia che il percorso previsto dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, che ha dato attuazione alla legge 15 marzo 1997 n. 59, per quanto attiene a musei ed a beni culturali ed ambientali prefigurava certamente nuovi conflitti istituzionali.  

 

A questa osservazione, Cassese ne univa un’altra non meno convincente, del tutto ragionevole e a posteriori risultata inequivocabilmente azzeccata: “… non va sottovalutato il problema che deriva dall’asimmetria tra un corpo di tecnici della tutela non affiancato da un corpo di tecnici della valorizzazione. In futuro, gli addetti alla tutela rimarranno isolati, rispetto a coloro che si interessano della valorizzazione? Oppure si aprirà la prospettiva opposta, secondo la quale gli esperti della tutela ridiventeranno la forza trainante del settore?”.

Bene, qui sull’Altopiano di Campitello di Sepino questa sintesi l’hanno trovata.  

 

Cultori dell’ambiente, amministratori, appassionati, amatori e spensierati gitanti hanno tutelato, rispettato ed in una parola amato il loro luogo del cuore consentendo a chi avrà

la fortuna di trovare la bussola per andare o tornare nella Terra che non c’è


di poter ancora godere dei suoni, dei colori e dei sapori della Natura così com’è, immutata da secoli. 

 

Tanta caparbia, disperata volontà di amare e rimanere legati ai luoghi del cuore non è servita a portare ricchezza economica, se non in minima parte, ma è valsa a tesaurizzare il più prezioso dei beni, l’unico che porta in equilibrio il Prodotto Interno Lordo ed il Benessere Equo Sostenibile del nostro povero mondo, l’ambiente in cui viviamo. 

 

 

 

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AGRICOLTURA IN ROSA UN PRIMATO DEL SUD di Stefania Conti – Numero 16 – Febbario 2020

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AGRICOLTURA IN ROSA UN PRIMATO DEL SUD

 

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Secondo una ricerca della Coldiretti su dati dell’Unioncamere, Sicilia, Campania, Puglia sono in testa alla classifica delle imprese guidate da una donna.

 

A dire il vero, è un fenomeno che si registra in tutto il Sud. L’Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare – ISMEA – rileva che

 

a fine 2018 la quota era superiore al 50 per cento, con 109 mila imprese


(su 214 mila iscritte al registro delle imprese). Dato confermato nel 2019 dalla Coldiretti, grazie ad una ricerca dell’osservatorio dell’imprenditoria femminile dell’Unioncamere-Infocamere. Al primo posto, la Sicilia con oltre 25 mila aziende, seguita dalla Puglia con quasi 24 mila e dalla Campania con più di 22 mila. Coldiretti ci segnala anche che nel Mezzogiorno il rapporto tra uomini e donne è di 1 a 2, mentre al Nord è 1 a 4. Non è finita, perché nel meridione (nel 2018) si è registrata la maggior nascita di nuove iniziative femminili. Ben 5 mila e spiccioli, il che ha riequilibrato il rapporto generale tra nuove iscrizioni e cessazioni di impresa.  

 

Leggendo tra le righe delle fredde cifre, si osservano fenomeni sociali interessanti.

Intanto, queste imprenditrici rurali sono donne che hanno scelto di esserlo.

 

Sono poche quelle che hanno ereditato il campicello dal padre, o vivono la campagna come un ripiego alla mancanza di un altro tipo di lavoro. Addirittura ci sono casi di fior di professioniste che lasciano le comodità dell’ufficio per la vita all’aria aperta.

 

E questo è un cambiamento sociale e di costume non da poco.

 

Fino agli anni 70 del ‘900 (o forse anche più in là) “mogli, figlie e nuore lavoravano nei poderi per i maschi, le mondine per il mediatore, le braccianti per un caporale” (Marta Boneschi, Santa pazienza, Mondadori 1998). Mondine a parte, il resto era quanto mai vero in un Sud patriarcale quale era; e per quelle che lavoravano in famiglia, non c’era neanche la paga. 

Adesso a comandare sono loro.  

 

Il pianeta rosa si è dimostrato il più preparato a recepire i cambiamenti.

 

Fantasia e innovazione, differenziazione dei prodotti e dei servizi 

sono state le armi vincenti.

 

In Puglia per esempio, le imprese femminili rappresentano il 23 per cento del totale delle nuove iscrizioni al registro delle imprese e secondo la Coldiretti Puglia – Donne Impresa, è “perché risultano capaci di adeguarsi alla richieste del mercato e dei consumatori, cambiando, se necessario, addirittura attività produttiva”. Stesso discorso per la Sicilia e per la Campania, dove solo nella provincia di Benevento – tanto per fare un esempio – le imprese “rosa” lo scorso anno rappresentavano il 19% del totale regionale.

Infatti il boom dell’agriturismo, soprattutto al Sud, è dovuto proprio a loro,

 

che ne gestiscono il 62 per cento contro il 38 degli uomini. Ed è un fenomeno in continuo aumento: ad oggi la crescita – in Puglia – è del 39 per cento contro il 35 del 2009, secondo i dati Istat. Ce lo dice una indagine condotta da Agriturismo.it, il sito leader del settore, fatta con la collaborazione dei Coldiretti-Donne Impresa.

 

Il fatto è che l’universo femminile ha rivoluzionato quello agricolo.

 

Dagli agriturismi siamo passati agli agriasili, alle fattorie didattiche, dove i bambini di città vanno a vedere dal vivo animali che hanno visto solo alla televisione o sul web. Agli orti didattici, dove le signore della terra insegnano a quelle dell’ufficio come nasce una patata. Ai percorsi rurali di pet-therapy, dove si possono esprimere i bambini meno fortunati.

Coldiretti ci fa notare che le donne sono anche leader nell’agricoltura 

a basso impatto ambientale, nel recupero delle piante 

e degli animali in via di estinzione.

 

Nell’attività imprenditoriale agricola le donne – evidenzia la Coldiretti – hanno dimostrato capacità di coniugare le sfide del mercato con il rispetto dell’ambiente, la tutela della qualità della vita, l’attenzione al sociale, a contatto con la natura, assieme alla valorizzazione dei prodotti tipici locali e della biodiversità.  

 

C’è da tener presente che la gestione dei campi e degli agriturismi consente ad una donna di badare ai figli più agevolmente. E che tradizionalmente, la donna cucina.

 

L’imprenditrice agricola ha imparato dalla mamma e dalla nonna a fare arancini e orecchiette. E la buona cucina, si sa, è uno degli atout negli agriturismi.

 

Ma la rivoluzione dell’altra metà del cielo non si è fermata qui. Sono nate le associazioni delle signore del vino che hanno giocato la carta della sostenibilità, della tutela ambientale e della bellezza del paesaggio. E pure quella dei prodotti cosmetici a base di uva. Hanno puntato anche sull’estetica della bottiglia. In questo modo, in Campania, tanto per citarne una, in poco tempo le imprese agricole femminili sono passate dal 34,8% al 37,6% (la media nazionale si attesta intorno al 29%). E’ facile capire perché il 94 per cento si ritiene soddisfatta a livello personale e il 44 anche a livello economico. 

 

 

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CASTEL CAPUANO E LA RESPUBLICA DEI TOGATI di Roberto Giovene di Girasole – Numero 16 – Febbraio 2020

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CASTEL CAPUANO E LA RESPUBLICA   DEI TOGATI

 

lo si deve contestualizzare sul piano storico, oltre che su quello sociale, politico e urbanistico di Napoli.

Solo studiando la storia della città ed il ruolo che ebbero il Castello e la zona circostante si possono comprendere appieno le ragioni che spinsero don Pedro de Toledo, nel 1536, a modificarne quella che oggi definiremmo la “destinazione d’uso”, individuandolo come sede dei tribunali, funzione che il Castello ha assolto fino al 2007. Vi ebbero sede la Gran Corte della Vicaria, che era divisa in quattro ruote, due civili e due criminali; il Sacro Regio Consiglio Collaterale di Stato, che giudicava in appello e trattava le cause tra i feudatari; la Regia Camera della Sommaria, che aveva competenza finanziaria e fiscale; il Tribunale della Zecca, che sovraintendeva ai bolli ed alle unità di misura; il Tribunale della Bagliva, che trattava le cause minori.

La città di Neapolis, costruita dai coloni greci che già avevano fondato 

gli insediamenti di Ischia (Phitecusae) e Cuma, ha resistito ad innumerevoli cataclismi, quali terremoti ed eruzioni vulcaniche,


fino ad oggi, quando come è noto è possibile visitarne il centro antico medievale, la cui pianta urbanistica, composta da cardini e decumani, ricalca perfettamente il tracciato greco e poi romano, parzialmente visibile al di sotto dell’attuale piano stradale, per esempio accedendovi dalla chiesa di S. Lorenzo Maggiore. Come ben sanno velisti, pescatori ed appassionati del mare, nonostante la vicinanza della città allo 
sterminator Vesevo, a salvare la città sono stati i venti, che l’hanno preservata sospingendo ceneri e lapilli verso l’entroterra e le costiere sorrentina e amalfitana, come dimostrato dalle rovine della magnifica città commerciale romana di Pompei e di quella di Ercolano. 

 

Alle città di Nola e di Capua conducevano le strade che partivano dalle più importanti porte di accesso alla città, porta Nolana e Porta Capuana, quest’ultima posta al limite est dei due decumani maggiori, che costituivano l’accesso dall’entroterra alla città.

Grande e magnifica Porta Capuana, era stata costruita sul perimetro delle mura aragonesi con alle spalle Castel Capuano, il più antico della città. 


La zona, fortificata fin dall’epoca del ducato bizantino1, quindi prima dell’epoca normanna alla quale tradizionalmente si fa, invece, risalire la fondazione del castello, probabilmente edificato su di una preesistente fortificazione, è stata per secoli il centro politico e culturale di Napoli, che dalla zona greco-romana cominciava ad espandersi verso ovest, fino al punto dove sorse l’altra fortificazione, il Maschio Angioino, che aveva la differente funzione di proteggerla dai pericoli provenienti dal mare.

Non più, quindi, semplice fortezza militare, ma vero e proprio castello,  

nel XII secolo l’edificio assunse la funzione preponderante di residenza reale quando nel 1266 divenne la dimora di Carlo I d’Angiò, 


durante gli anni della costruzione del Maschio Angioino2. Ma fu solo alla fine del 1400 che l’edificio smise di essere anche una fortezza, in conseguenza dell’ampliamento della cinta muraria intrapreso da Ferrante d’Aragona e portato avanti dal figlio Alfonso, che ne determinò l’inglobamento all’interno della cinta muraria.

Erano possenti quanto architettonicamente magnifiche le mura difensive, 


che dall’apice costituito dall’attuale ex Caserma Garibaldi, oggi sede dell’Ufficio del giudice di Pace del Tribunale di Napoli, dove sono ancora visibili le grandi torri cilindriche, scendevano lungo il tracciato di una parte dell’odierna via Rosaroll, in qualche tratto ancora visibili lungo la corte dei palazzi ottocenteschi che le hanno inglobate, per poi piegare fino alla nuova Porta Capuana, anch’essa ricostruita sul finire del ‘400 su progetto di Giuliano da Maiano. Una passeggiata lungo questo tracciato, completamente al di fuori del circuito turistico, pur non essendo lontano dalla celeberrima zona dei decumani, è un’affascinate scoperta di strade oggi popolari, dove si mescolano colori intensi, odori tipici della cucina napoletana e vestigia del passato.

Una delle arterie che maggiormente rispecchia la magnificenza architettonica ed urbanistica raggiunta da questa parte della città nella seconda 

metà del ‘400, è via S. Giovanni a Carbonara 


che, nonostante la presenza di strutture alberghiere e ricettive, non è ancora adeguatamente valorizzata e conosciuta dai visitatori e dai turisti. Come tradizione consolidata in tutte le grandi città del mondo, i nobili ed i ricchi mercanti per secoli hanno costruito i loro palazzi vicino alle residenze reali. Così è accaduto a Napoli, nelle adiacenze di Castel Capuano; in seguito, a via Toledo all’epoca del vicereame spagnolo e alla Sanità, quando dopo la costruzione della Reggia di Capodimonte vennero edificati i palazzi nobiliari tuttora esistenti, lungo il percorso che compivano in carrozza i Sovrani per raggiungere la nuova dimora dal palazzo Reale. Questi edifici vennero realizzati ad una quota rialzata rispetto all’antica sottostante zona, destinata invece alle sepolture fin dall’età ellenistica (i grandi ipogei sono stati parzialmente portati alla luce da recenti attività di scavo). 

 

La chiesa di S. Giovanni a Carbonara, costruita tra la metà del ‘300 ed il primo ventennio del XV secolo, con il monumento funebre di Re Ladislao di Durazzo e la cappella Caracciolo del Sole, edificata nel 1427 dal potente Gran Siniscalco del Regno Sergianni Caracciolo, amante della regina Giovanna II (poi assassinato all’interno di Castel Capuano a seguito di una congiura e quivi sepolto), sono una pregevole testimonianza della prima architettura rinascimentale a Napoli.  

 

Si comprende allora perché, dovendo riunire in un solo edificio le diverse giurisdizioni della città, e dovendo trovare un luogo simbolico, che rispecchiasse la grandiosità del potere regio in nome del quale la giustizia era amministrata, nessun edificio poteva essere più adatto dell’antico castello. Nei sotterranei vi erano le prigioni.

Per l’edificio di Castel Capuano comincia una nuova vita, quella più conosciuta, legata alla amministrazione ininterrotta della Giustizia 

per 470 anni, dal 1536 al 2007,  


anno in cui anche il settore civile, seguendo l’esempio di quello penale che si era trasferito nel nuovo tribunale al Centro Direzionale tra il 1994 ed il 1997, abbandonò definitivamente l’antico maniero. Impossibile nell’ambito di questo breve scritto ripercorrere, anche solo per sommi capi, le innumerevoli storie e cronache legate alla vita dei tribunali e dei  processi.

In esso si svolsero le vicende più importanti di quella che alcuni storici hanno definito la Respublica dei togati, con riferimento al ruolo preminente,

nella vita politica del Regno di Napoli, svolto dal ceto dei togati, 

composto dagli Avvocati e dai Magistrati. 


Anche il Sacro Regio Consiglio Collaterale di Stato, istituito da Alfonso d’Aragona nel 1442, affinché giudicasse in grado di appello sulle più importanti sentenze civili e penali, fu trasferito in Castel Capuano.

In precedenza le sentenze erano inappellabili e solo il Sovrano
poteva riformarle, anche nominando nuovi giudici. 


Venne definito sacro perché presieduto da Re in persona. Poiché il Re non poteva sempre essere presente fu, in seguito, creata la figura del Presidente: “furono in ogni tempo innalzati in tal carica personaggi chiari ed illustri…Il Sacro Collegio non solo rivede i gravami degli altri Tribunali, ma giudica altresì in prima istanza le cause di maggior momento. Esamina le maggiori Cause civili, le cause dè Baroni, e le cause feudali, giudica dello stato delle persone…” 3 

 

In epoca precedente all’800 era spettata al Consiglio collaterale anche “l’appellazione dei decreti dell’Assessore consultore del Protomedico della nostra città, il quale ha giurisdizione civile e criminale sopra le persone che esercitano l’arte medica e altri sudditi che mancano per ragion dell’arte, o esercitano la medicina senza esservi graduati” 4.

Nel 1739 in Castel Capuano fu istituito il Supremo Magistrato di Commercio che riunì le competenza che in precedenza “si agitavano nel Grande Ammirante, nell’Arte della Seta e della Lana; nella delegazione dei cambi…” 5 


Nel castello, che per secoli ospitò la colonna dove per volontà del Vicerè spagnolo il fallito doveva salire a capo scoperto e restarvi per un’ora, esposto al pubblico ludibrio, si svolsero certamente processi sommari e ingiusti, in particolar modo quelli contro gli oppositori politici, ma si sviluppò anche in maniera marcata l’attività di un ceto di Avvocati che non temevano di sfidare il potere costituito, pur di vedere affermati i principi di libertà e di giustizia. Ricordiamo, nel 1850, il processo a carico di Luigi Settembrini, Nicola Nisco, Carlo Poerio, Michele Pironti, Filippo Agresti, tutti componenti della setta “Unità italiana” e imputati per cospirazione contro lo Stato. Il processo si snoda lungo ben 24 udienze e “gli avvocati fanno sentire la loro voce. Si oppongono, protestano contro i testimoni d’accusa Giuseppe Marini Serra, Enrico Cenni, Francesco Bax.” 6.

Ma già in epoche precedenti gli Avvocati napoletani si erano distinti 

per la loro azione in difesa dei diritti contro l’assolutismo regio: 


basti pensare alla Prammatica del regno di Napoli elaborata da Berardo Tanucci nel 1774, poi abrogata con legge del 1791, con la quale per la prima volta viene imposto a tutti i giudici della città di Napoli di motivare le sentenze; e il patrocinio dei meno abbienti introdotto a Napoli in epoca sveva, ad opera dell’imperatore Federico II, che istituì un avvocato dei poveri.

A Napoli fu creata anche una confraternita laicale di avvocati, 

quella di S. Ivo (Ivone), protettore degli avvocati, comparsa 

nel XVIII secolo con esclusivi scopi di beneficenza. 


Nella chiesa dei Santi Apostoli vi è la cappella di S. Ivone, “ch’è la seconda a destra entrando nella chiesa vedesi il deposito del presidente del sacro regio consiglio Vincenzo Ippolito, lavorato dal Sammartino. Quivi trovasi eretta una pia congrega laicale di avvocati, riuniti sotto il patrocinio di S. Ivone, che fu pietoso difensore dè poverelli. I governatori di essa, ricevute le suppliche dè poveri, in pubblica ragunanza mettono a disanima le loro ragioni, e trovandola causa regolare, se ne commette la difesa ad uno dè confratelli, a spese della congrega” 7

 

Fu proprio per tramandare ai posteri la storia di quanti, avvocati e patrioti, si erano battuti contro l’assolutismo, nell’anelito di una società più giusta e di un processo più equo, dove l’accusato potesse realmente difendersi dalle accuse, dinanzi a giudici che non fossero ciecamente obbedienti alla volontà del Governo, che

il 5 marzo 1882 furono collocati in Castel Capuano 13 busti, 


degli avvocati Francesco Ricciardi, Gaspare Capone, Davide Winspeare, Felice Parrilli, Giuseppe Raffaelli, Francesco Maria Avellino, Giuseppe Poerio, Pasquale Borrelli, Domenico Capitelli, Mario Pagano, Giuseppe Pisanelli, Nicola Nicolini e Roberto Savarese, in quello che oggi è denominato “Saloncino dei busti” (tranne quello di Savarese). Fu il primo nucleo di quella sorta di Pantheon dell’Avvocatura napoletana, costituitosi nei decenni successivi, con i busti collocati in quella che fu la grande sala della Corte di Appello di Castel Capuano, già sala della Regia Camera della Sommaria, oggi denominato Salone dei Busti, e quelli della Biblioteca De Marsico, che ricorda le figure di più di cinquanta Avvocati.  

 

Senz’altro la funzione di palazzo di Giustizia ebbe l’effetto di sottoporre l’edificio a continui rimaneggiamenti per far fronte alle esigenze di vita pratica dell’amministrazione della giustizia che ne hanno compromesso la preesistente architettura.

Oggi è in corso, finalmente, un importante progetto di restauro dell’edificio, 


all’interno del quale sono stati riscoperti alcuni ambienti, non ancora restaurati ed aperti al pubblico, come del resto l’intero complesso monumentale, eccezion fatta per alcuni uffici e per la prestigiosa e preziosa Biblioteca degli Avvocati, gestita dall’Ente Biblioteca di Castel Capuano Alfredo de Marsico.

La Biblioteca ha più di un secolo di vita. 


Fu, infatti, ufficialmente inaugurata il 19 luglio 1896, per essere in seguito trasferita dove si trova oggi, vale a dire in una delle più grandi sale del Castello, che fu sede della Gran Corte criminale prima e poi della Corte di Assise, nell’ottobre del 1936.

Un brulicare di persone, giudici, avvocati, cancellieri, testimoni, gente comune, 

nel tempo aveva trasformato il Cortile di Castel Capuano in una vera e propria Agorà, nella quale incontrarsi e discutere non solo di processi e condanne 

ma anche di affari e commerci.  


Infatti l’accesso al cortile era aperto al pubblico e privo di controlli, e cosi è stato fino agli anni ’60, poi a seguito di una sparatoria avvenuta all’interno dell’affollato cortile venne limitato l’accesso e predisposto un controllo all’ingresso. 

 

Un’Agorà che assolveva ad un ruolo molto importante poiché consentiva al popolo, in nome del quale, venuto meno l’assolutismo regio, si amministra la Giustizia, di controllare effettivamente, de visu, lo svolgimento dei processi, rendendo effettiva la pubblicità del dibattimento, uno dei principi fondamentali dello stato di diritto.

E quel popolo, composto da individui appartenenti a tutte le classi sociali, assiepandosi nelle sale, sempre non sufficientemente grandi 

per accoglierlo tutto, non si limitava ad assistere 

ma in qualche modo partecipava 

alla vicenda processuale, 


non mancando di esprimere rumorosamente consenso per una convincente arringa difensiva oppure dissenso per una difesa inefficace o per una condanna ritenuta ingiusta. E’ andata avanti così per secoli, con l’interesse anche venale di chi aveva scommesso su una condanna oppure un’assoluzione, e di quanti viaggiatori, uomini di cultura o semplici curiosi assistevano alle udienze, nel tentativo di comprendere la realtà, difficile, complessa, dalle infinite sfaccettature della città partenopea.

 

 

 

 

 

 

 

 

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! – Cfr. A. Aveta, in Castel Capuano, la cittadella della Cultura  e della legalità. Restauro e valorizzazione, Elio de Rosa Editore, p. 17, che sul punto cita lo storico dell’architettura Giancarlo Alisio. 

2 – B. De Divitiis, in Castelcapuano da Reggia a Tribunale, a cura di Fabio Mangone, Massa editore, p. 33.   

3 – Cfr. Notiziario ragionato del Sacro Regio consiglio e della Real camera di S. Chiara, edito a Napoli il 24 marzo 1802.  

4 – Ibidem   

5 – Ibidem  

6 – M. Tita, in Il potere dei conflitti: testimonianze sulla storia della Magistratura italiana, a cura di Orazio Abbamonte, Giappichelli editore. 

7 – G. Ajello, Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze, stabilimento tipografico di Gaetano Nobile, volume 1, p. 265. 

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LA PRIMA CABINA di Francesco Ricciardi – Numero 16 – Febbraio 2020

 

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LA PRIMA CABINA

 

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si andava diffondendo in molte città della nostra costa e Salerno non faceva eccezione.

 

Già sul finire dell’Ottocento i primi stabilimenti, con cabine montate su palafitte piantate direttamente in acqua, avevano fatto la loro comparsa, dapprima proprio di fronte alla città vecchia, sulla storica spiaggia di Santa Teresa, poi più ad occidente sull’arenile contiguo al porto.   

 

Sul versante opposto invece, oltre la foce del fiume Irno ad est dell’abitato, fino a quella del Sele e oltre, a Paestum e ai primi rilievi cilentani, un immenso e lunghissimo litorale sabbioso restava ancora deserto. Come lo era stato al tempo di greci ed etruschi, romani e longobardi, normanni, angioini, aragonesi… e via di seguito fino a 50 anni fa.

 

L’entroterra, d’altronde, allora scarsamente abitato e interamente vocato 

alle tradizionali attività agricole, non giustificava certo 

il sorgere sulla costa di iniziative di tipo turistico.


E a nessuno del luogo, salvo forse casi sporadici, veniva in mente di interrompere le attività agresti per trasformarsi in un bagnante nel senso corrente del termine.  Ma c’era qualche eccezione… tra queste quelle legate alle abitudini estive della famiglia dei conti Carrara e della nostra. Tutti a Salerno conoscono la Villa Carrara, un tempo suburbana, posta lungo la S.S. 18 delle Calabrie a un paio di chilometri dalla città e distante un centinaio di metri dal mare. Siamo nei pressi dell’allora villaggio di Pastena, oggi un popoloso quartiere della città. Poco oltre, superata Pastena e le sue poche case, proseguendo verso oriente, c’era la nostra villa, che sorgeva nel cuore di quello che un tempo, per la fertilità della terra, era chiamato

“il Paradiso di Pastena”; era un complesso di costruzioni di tipo misto, 

agricolo-padronale, la cui presenza aveva sempre rappresentato 

un punto “cospicuo” della zona, spesso riportato 

nelle cartografie d’epoca. 


Alla fine dell’Ottocento la proprietà comprendeva, oltre alle case, poco più di 10 ettari di agrumeto ed era nota come “Ospedale all’Argentera e al Mercatello”, nome dovuto alla posizione isolata (ospedale = ostello), alla vicinanza con il torrente Mercatello e ai riflessi argentei delle foglie delle essenze predominanti – i pioppi – che ne accompagnavano il corso al confine del fondo agricolo. 

Di certo i primi bagnanti regolari sul grande e deserto litorale furono dunque 

i miei nonni che, durante la “villeggiatura”, ogni mattina si muovevano da casa 

per raggiungere in pochi minuti a piedi quella che, allora, consideravano 

una sorta di spiaggia privata.  


Lo facevano percorrendo una stradina interpoderale sulla quale, nel tratto finale che attraversava la proprietà del barone Campolongo, godevano di una servitù di passaggio. La chiamavamo la stradina “del ponticello”, per la presenza di un piccolo ponte gettato su uno dei canali di irrigazione, e per un tratto, all’ombra dei pioppi di cui si è detto, essa costeggiava il corso del torrente.  Fin qui mi si potrebbe obiettare che questa è solo una delle tante storie che ci capita di ascoltare sui “bei tempi andati”; ognuno in fondo potrebbe averne una propria da raccontare (“Il ragazzo della Via Gluck” docet). La differenza sta nel fatto – e questa è la ragione di questo breve scritto – che in questo caso del racconto esiste anche una puntuale documentazione per immagini: mio nonno era un appassionato di fotografia… In una foto scattata verso la metà degli anni Dieci lo si vede, un poco discosto dal proprio capanno, guardare verso il mare. In seguito,

a partire dagli anni Venti, in luogo del capanno veniva allestita una regolare cabina 

in legno: la prima cabina di Mercatello, solitaria sullo sterminato arenile.


Nelle tante foto scattate in quegli anni (per lo più lastre fotografiche conservate nelle loro scatolette originali e fortunosamente giunte fino a noi), sullo sfondo di gruppi e momenti privati, si possono scorgere scorci e paesaggi di quel lembo di terra, testimonianze di un ambiente oggi del tutto cancellato dall’avanzare di ciò che veniva definito progresso. È qui che il racconto si fa immagine e una semplice storia familiare diventa documento.

Il punto del litorale eletto da quei pionieri della balneazione estiva 

sulle spiagge orientali di Salerno era presso la foce del Mercatello, 


più o meno dove la stradina terminava, attraversando un passaggio coperto da una volta a botte incorporato in un bel casale colonico intonacato di bianco di proprietà dei Galdo (altra storica famiglia di proprietari terrieri della zona). Al di là del grande portone ad arco passava la già citata Statale delle Calabrie, ai tempi ancora in terra battuta, lungo la quale il casale sorgeva. La si attraversava e si era in spiaggia.  

Negli anni Sessanta anche il Casale Galdo fu demolito


per fare posto agli anonimi edifici della Salerno moderna, ora affacciati sulla grande stazione di servizio che ancora esiste.

Di quella demolizione o di una analoga – non fa una gran differenza – 

parlò anche lo scrittore ungherese Sandor Màrai, il quale dal 1968 al 1980 

abitò, in solitaria riservatezza, a Mercatello, 

a pochi metri dal luogo descritto


Egli, ben prima dei salernitani, aveva avvertito (e non ci voleva molto…) i danni irreversibili dalla speculazione edilizia e nel 1968, in una sua nota di lacerante dolore, scriveva nel suo diario: 
«Mentre eravamo a Roma, nelle vicinanze del nostro appartamento hanno abbattuto una vecchia masseria campana del secolo scorso, era una casa a due piani con degli archi, i proprietari erano contadini-patrizi benestanti. Al suo posto si costruirà una scatola di cemento a sei piani, un casamento, misurato su utile-cubatura. Quando si abbatte una masseria così vecchia, qualcosa dell’Europa si rovina, più di quando demoliscono un edificio sfarzoso». 

Tornando sulla nostra stradina, mentre l’assalto della città e gli espropri degli anni Settanta andavano mutando radicalmente il volto dei luoghi, veniva cancellato per sempre anche quel piacevole itinerario campestre, rimasto in uso per qualche secolo e percorso innumerevoli volte anche da chi scrive.

Un brandello del passato è in verità sopravvissuto e un tratto
di quella stradina 
è oggi compreso all’interno del grande Parco Mercatello 

(realizzato alla fine degli anni Novanta) e ancora costeggia 

il lato destro del torrente da cui il parco prende il nome. 


La nostra villa, invece, è oggi “annegata” tra gli edifici INA Casa del Rione De Gasperi (anni Sessanta) e a quelli più alti ed invadenti del più recente Quartiere Europa (anni Settanta).  Riprendersi dallo shock fu difficile. Tuttavia, pur vivendo altrove ma intimamente legati a questi luoghi, nel corso degli anni vi siamo tornati regolarmente per trascorrere qualche giorno nella nostra vecchia casa di vacanza.

 

«Succede: andando, si torna – per dirla con Beppe Severgnini 

(“Touring”, febbraio 2003) – […] in luoghi dove siamo già stati, 

e la cosa non ci annoia, anzi: ci piace e ci consola. 

Per questo […] torniamo nella città dove abbiamo vissuto, 

o nel posto dove siamo stati bambini». 


Anche noi abbiamo continuato a farlo e poco alla volta quella ferita, pur così dolorosa e sanguinante, anno dopo anno riuscì in qualche modo a rimarginarsi; e se, in senso metaforico, si era passati da un paradiso all’inferno, per me fu di ideale conforto adattare al nostro particolare, la seguente riflessione di Italo Calvino (“Le città invisibili”): 
«Ci sono due modi per non soffrire nell’inferno. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui:   

cercare e saper riconoscere che cosa, in mezzo all’inferno, 

non è inferno e farlo durare e dargli spazio».


Forse, senza accorgercene, è proprio nello spirito della seconda alternativa offertaci da Calvino che abbiamo continuato ad abitare la nostra vecchia casa. 

 

 

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STRUMENTI CIVILISTICI E TESORI DISVELATI di Francesco Saverio Sesti – Numero 15 – Ottobre 2019

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strumenti civilistici e tesori disvelati

 

del Peloritano il pittore contemporaneo “mediterraneo” per antonomasia, Salvatore Fiume, stupisce innanzi alle vestigia antiche di un borgo a strapiombo sulla costa, illuminato dalla luce dell’occaso sul mare e dal nome che gli evoca reminiscenze della aretusea natia: Fiumefreddo, Fiumefreddo Bruzio.

Vuol fermarvisi, vederlo, viverlo. E quivi un sindaco, il Sindaco, avvocato, umanista, anfitrione ineguagliato, lo accoglie e trattiene, facendogli profferta del paese intiero come di una tela a cielo aperto; pure sfidando i rigori normativi già rigidi, e di poi vieppiù pervasivi, di un malinteso tuziorismo, vincolistico e burocratico, della proprietà pubblica e della proprietà privata.

E l’artista, ispirato da quella luce dell’occaso, dalla bellezza 

delle sue muse, modelle somale, colte tra i vicoli, 

dalla balugine di Saraceni arrembanti dal mare, 

dipinge, scolpisce.


“dona”, fa “donazione” di affreschi conturbanti, di statue dinamiche che rivitalizzano ruderi di un antico maniero, volte di chiese, slarghi anonimi, e le genti, le genti del paese.  

Ed il Sindaco e l’Artista, e l’atmosfera fervida ed autentica di calabresità ospitale che inducono, attraggono intellettuali, professionisti, imprenditori, romani, milanesi, la borghesia professionale e delle magistrature del vicino capoluogo, che edificano alla Marina belle ville di stile moresco; e progetti imprenditoriali, e di sviluppo turistico, financo americani (di poi taluni cennati, di poi taluni impediti dal vincolismo montante ed ottuso, e fors’anco dalla improvvisa scomparsa del Sindaco).

 

Ed è così che principia a reviviscenza Fiumefreddo, Fiumefreddo Bruzio, 

uno dei “Borghi più belli d’Italia”. 


1960. Sila. Lago Arvo. Un sindaco comunista, un sindaco democristiano, un sindaco donna, comunista, l’uno di seguito all’altro, l’una congiunta all’altro, danno attuazione ad un vetusto, ambizioso piano di lottizzazione del 1951, auspicato per la nascita su quelle rive di un villaggio turistico, anzi pure di una stazione sciistica. E dei lotti fanno profferta – rectius, legittimisticamente, “assegnazione” – non a quisque de populo bensì ad esponenti della borghesia possidente, avvocati, notai, medici, magistrati, politici, del cosentino e del crotonese

E “vendono”“cedono” pur a prezzo “politico” i lotti, sotto condizione 

che vi edifichino rifugi consoni all’estetica rurale di montagna, 

utilizzando materiali e maestranze locali, e con l’obbligo 

di conservare gli alberi d’alto fusto.


Ed i borghesi vi costruiscono belle villette-chalet, di estetica alpina a latitudini africane. Ed un imprenditore-anfitrione ha l’ardimento, in un luogo ancora desueto, di voler ubicare un Grand Hotel, ove di poi scendono, ospiti dei contigui possidenti ed esponenti politici, epigoni molti della intellighentia politica e culturale, della élite imprenditoriale e professionale, meridionale ed italiana. Nasce così – e forse per troppo rimane immota – sulle rive di un sin lì anonimo invaso artificiale al servizio di una chiusa per la produzione di energia elettrica e pur dalla bellezza paesaggistica e naturalistica prepotenti, Lorica, la perla della Sila, ove si respira l’aria migliore d’Europa, candidata permanente, assieme all’Altopiano tutto, ad essere patrimonio dell’UNESCO per simbiosi paesaggistiche, naturalistiche ed ambientali.  

 

2002, o giù di lì. Cosenza. Centro cittadino, centro della Città “nuova”. Un imprenditore-mecenate newyorchese, di origini cosentine, collezionista sapiente d’arte moderna e contemporanea vuol lasciar traccia di sé – e della propria famiglia – ai posteri, vieppiù nel luogo natio.

E vuol far “donazione”, donazione “modale” di tante, molte opere, famose, 

soprattutto scultoree, alla Città, sol che si intitoli a sé, ed alla figlia 

prematuramente scomparsa, via o piazza del centro cittadino; 


e vi si dia adeguata collocazione, sì come già fatto dall’Urbe per altre donate, che vi destina ospitalità, all’Aranciera di Villa Borghese, intitolandola museo.  

 

Un Sindaco donna, giovane, di aneliti e sensibilità intellettuali formate e coltivate oltralpe, a Parigi, e memore della traccia ispiratrice del suo mentore politico, un grande, vecchio Leone socialista, subito coglie i desiderata e non esita a fronteggiare lo scandalo polemico dello stravolgimento della toponomastica del centro “nuovo” cittadino.

Anzi, si concepisce di accogliere quell’arte piuttosto che al chiuso museale, 

all’aperto, di “democratizzarla” lungo il corso principale, 

bensì ancora amorfo, cittadino.


Nasce così il MAB, il Museo all’aperto Bilotti, “germe” inoculato, embrione fervido di una “rigenerazione urbana” che un Sindaco, architetto, d’ispirazione politica affatto diversa, continua ed impronta, e rende diffusiva, con apporti inusitati d’arte e di architettura che indubitabilmente segnano un ambito urbano, quello della città nuova, altrimenti anonimo, e che assieme al fascinoso, vetusto centro storico ambisce, pur senza tradizione, ad attrarre flussi turistici.

Storie. Suggestioni, forse. Di uomini. Di luoghi. Di anelito a bellezza e sviluppo, 

magari incompiuti, magari imperfetti, magari opinabili, magari interrotti. Ma vividi!  


E che alla prospettiva, fors’anco un po’ “ristretta”, del civilista colpiscono e si stigmatizzano per la forma giuridico-economica in cui si è sostanziata la scaturigine di reviviscenza, addirittura di sorgiva, di paesi intieri, di paesaggi urbani e naturali, antropici e non, a me sì cari: Contratti.  

 

Contratti privatistici, civilistici comuni, donazioni, vendite condizionate, donazioni modali.  

 

Negotia, simulacri tipici di formalizzazione e composizione nei rapporti giuridici “privatistici” e tra privati di interessi distonici, che vi trovano contemperamento. Vieppiù quivi, ove gli interessi giustapposti erano, sono, spesso, pur in potenza, confliggenti.  

 

L’interesse privato, interesse egotistico per definizione, anche quando si estrinsechi in liberalità.  

 

E l’interesse pubblico, collettivo delle comunità rappresentate. Epperò “incarnato” nelle mozioni, sensibilità, intuiti di amministratori “ispirati” che, onde promuoverlo, non hanno esitato ad usare, funditus, lo spazio, vieppiù sempre più compulsato, di discrezionalità concessa alla funzione. E perseguito con metodo e nell’alveo “privatistici”.

Gli esiti? Parziali, imperfetti, magari opinabili; ma almeno dinamici, 

a fronte dell’immobilismo asfittico in cui spesso gli eccessi legittimistici 

e tuzioristici di procedimentalizzazione e vincolo, costringono 

(ed hanno costretto) l’azione amministrativa.


Esiti a mio giudizio efficaci, proficui, per l’induzione allo sviluppo, alla reviviscenza di luoghi e comunità.  

 

Esiti che interrogano il civilista, forse inconsapevole, forse ingenuo viandante dei sentieri stretti e labirintiaci del diritto pubblico, se non si sia forse troppo relegata a residualità, tra i tradizionali stigmi dell’azione amministrativa – buon andamento, imparzialità, legalità e financo nelle procedure di scelta del contraente – la favilla dinamica che sola può muovere quell’azione a risolutezza, efficacia e fors’anco ad economicità: la discrezionalità.

Discrezionalità,


nell’accezione tecnico-amministrativistica del termine.  

 

E che forse, se rettamente ispirata da un’idea politica, programmatoria, precisa e nitida, vieppiù se permeata da sensibilità culturale, e che metabolizzi ab imis la necessità di disporre le ovvie convenienze per auspicarsi l’apporto privato, sia strumento foriero di migliore efficacia e congruità e fors’anco garanzia, per l’induzione allo sviluppo di luoghi, di comunità.  

 

Discrezionalità: sol che si correli a Responsabilità; responsabilità soggettiva, responsabilità politica anzitutto, ergo giuridica, aquiliana, civile e penale.

Discrezionalità, Responsabilità del Pubblico, dal Pubblico. 


E che “incarnato” da chi ne curi, pro tempore od incidentalmente, funzione, tutela e promozione, nei rapporti giuridici di foro interno e, di più, nei rapporti giuridici di foro esterno, con i privati, sia “privato” innanzi ad altro “privato”. “Privato” magari poziore, dacché dotato di potestà extra ordinem, ma “buon padre di famiglia”, e “responsabile” per gli atti, per le mozioni. Sì che si persegua, nel metodo e nelle forme, l’interesse metaindividuale della collettività, della comunità che si rappresenti o per cui si agisca, come fosse interesse “proprio”, interesse “privato” del “Pubblico”.

Orbene, è vero: accanto agli esempi mentovati come per me proficui, 

positivi, quanti se ne potrebbero contrapporre di deteriori. 


Ma, di grazia, è forse men vero che brutture, abusi, abusivismi, dissimulati dal velo ipocrita della formale legittimità e della inidentificabilità ed irresponsbilità soggettive, abbiano proliferato parallelamente all’incedere progressivo nella normazione, ed in sua costanza, verso eccessi di procedimentalizzazione e vincolismo, vieppiù pervasivi siccome disposti per cautele ambientali, piuttosto che in funzione anticriminale (epperò, e magari, deprivati di efficace possibilità di controllo)? 

Arduo giudizio.

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I PATRIARCHI ARBOREI DELLA CALABRIA di Stefania Conti – Numero 15 – Ottobre 2019

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I PATRIARCHI ARBOREI DELLA CALABRIA

 

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veri e propri monumenti vegetali che, oltre a valorizzare il paesaggio, conservano la memoria di eventi dei secoli passati.

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 Sono i patriarchi arborei. Un’opera d’arte fatta non dall’uomo, ma dalla natura.

Patriarchi generosi, che ci aiutano a vivere nel senso più letterale del termine, nonostante la specie umana – e non da oggi – li maltratti e distrugga. 

L’Italia è nota per i suoi primati nella cultura, storia, arte, enogastronomia. Ma pochi sanno che ha anche quello di essere il paese con la massima biodiversità in Europa, senza dubbio uno dei più utili nei confronti dei cambiamenti climatici. Parte di questo merito è dovuto proprio a loro, i patriarchi arborei, i grandi capostipiti dei nostri boschi e delle nostre coltivazioni.

 

Pensate che un grande e antico albero con circa 700 metri quadri di chioma, 

può assorbire ogni ora circa 2 chili e mezzo di anidride carbonica 

e produrre 1,7 chili di ossigeno.

 

Inoltre, se un “patriarca” ha più di 200 anni, significa che per due secoli ha imprigionato anidride carbonica nel suo legno, senza favorire l’effetto serra.  

 

Questi monumenti vegetali sono diffusi in tutto lo Stivale. Esiste un gruppo di mecenati amanti della natura – l’Associazione Patriarchi della Natura in Italia – che con i loro soldi e il loro tempo hanno studiato da nord a sud tutti questi alberi e li hanno classificati. Dal loro imponente studio scopriamo che il Mezzogiorno ha un ricchissimo patrimonio arboreo.

Per esempio, in Calabria c’è un piccolo distretto di eccellenze. 

A Morano, provincia di Cosenza, nel parco del Pollino, esiste 

un Pino Loricato, tipico anche della confinante Basilicata. 

Ma questo è il più antico: ha più di 1500 anni.

 

Supera di 300 anni quello che era stato il simbolo stesso del Parco del Pollino (lo chiamavano “zio Peppe”), ucciso da un incendio doloso alcuni anni fa. Ah, la terribile mano dell’uomo! ma lui ha resistito, cresciuto sopra una roccia che ormai è inglobata nelle sue possenti radici e sta abbarbicato a quasi 2000 metri di altezza.  

 

Sempre in Calabria, e

sempre nella provincia di Cosenza, troviamo tre monumentali castagni di Grisolia, 

il più grande dei quali ha un tronco talmente ampio 

che lo colloca tra i primi d’Italia.

 

Gli abitanti locali lo chiamano “scilavrune”, che in dialetto significa ramarro per il verde dei muschi che vegetano sul suo tronco e che lo rendono bellissimo. Ancora a Cosenza, in località Curinga, c’è

 

il platano di Sant’Elia, chiamato così perché è nelle adiacenze 

dell’eremo di Sant’Elia Vecchio, di origine bizantina, 

eretto nel 1062.

 

Per cui l’albero potrebbe essere stato piantato dai monaci ed avere quindi quasi mille anni. Ha una elevata tolleranza all’inquinamento e una forte resistenza al calore e all’usura. Forse per questo si è salvato dalla distruzione umana.   

 

Chi invece ne ha sofferto, e parecchio, è la quercia di Brica, nel comune di Bova, in provincia di Reggio Calabria. La sua storia è un piccolo simbolo di come l’unità d’Italia non sia stata esattamente un grande affare per il Sud. La quercia Brica è della specie castagnata – chiamata così perché le sue ghiande sono commestibili e dolci e, cotte alla brace, hanno un vago sapore di caldarroste. Inoltre maturano intorno a dicembre, quando le ghiande delle querce normali non ci sono più e costituiscono un ottimo pasto sia per i maiali che per gli uomini.

Dalla contrada di Brica fino a castello di Amendolea c’era un ricchissimo bosco, probabilmente piantato dagli antichi romani


Era zona demaniale ed è stata quasi completamente devastata dai piemontesi. Avevano deciso di costruire una ferrovia sulla costa ionica della Calabria e il suo legno era perfetto per le traversine dei binari. I contadini si ribellarono e fu deciso di fare un referendum per stabilire se tagliare o meno questo bosco. Vinse alla grande il NO ma i piemontesi se ne infischiarono e tagliarono lo stesso tantissime querce, lasciando il territorio brullo e degradato ed esposto a frane. Questa di Bova è una delle poche rimaste, silente testimone di tanto scempio. 

 

 

 

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 Foto di Francesco Bevilacqua, per gentile concessione

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TRENT’ANNI DI TRATTURO di Pierluigi Giorgio – Numero 14 – Maggio 2019

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TRENT’ANNI DI TRATTURO 

 

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Chi dice loro che stanno arrivando? Chi agli uccelli migratori ricorda il tempo di andare? E chi il percorso da seguire?

Eppure c’è un fermento da giorni in attesa dell’uomo che apra i cancelli: il segnale è nell’aria e preme sugli zoccoli, stimola i muggiti, morde l’impazienza…

 

Cent’ottanta chilometri da macinare di buona lena, recuperare di notte in quel tempo che resta e ripartire al mattino più baldanzose di prima nonostante la strada alle spalle:

molta strada, poco tratturo purtroppo! Ma a buon conto la meta s’avvicina, 

la si riconosce dai profumi nell’aria, dal clima più temperato, adeguato, 

dal giallo abbagliante e fragrante delle ginestre, dal rosso prorompente 

dei papaveri, dalla grassa verde erba a portata di bocca: ogni giorno 

che passa, la Puglia s’allontana, gli alpeggi della Montagnola 

di Frosolone sono sempre più a vista


Così è per gli uomini – ma quanto dormono in fondo? – Alzarsi più stanchi di prima, riunire la mandria, avviarla, contenerla nel percorso sempre più sminuzzato, proteggerla dalle auto in agguato, raccattarne qualcuna all’indietro quando si perdono, contare i giorni e le ore, i passi dietro passi, buttare giù in fretta un boccone – idea di una cena – crollare a terra ma solo a metà, con un occhio vigile al bestiame, “il capitale”, un fischio ai cani e sognare al ritorno di tuffarsi in quel tenero, agognato conforto di un abbraccio… padri, madri, figli, mogli: lande di terra e terra a dividerli per sei lunghi mesi all’anno, con gli occhi al tratturo, la lunga scia verde da seguire, finché si può, con lo sguardo all’orizzonte sin lì dove scompare, dove smarrisce nel cielo. La lunga via del cuore, simbolico cordone ombelicale da recidere mai, che unisce anime, emozioni, malinconie, desideri. Almeno lo si pensa, lo si deve pensare, per lenire la mancanza. 

 

Una volta scrissi: “Gli uomini dei Colantuono sono gente dura, determinata, forgiata ad ogni sforzo… da quando masticarono pane duro, patimento, sacrificio e un’infinità imprecisata di passi. Hanno nel petto sangue sannita e nel sangue il latte dei pascoli.

Sono avari di parole, parole non dette: contano le bestie, ne conoscono i nomi; contano i secchietti di latte, i formaggi, le albe e i tramonti; contano i passi più lenti 

e malinconici in autunno, più spediti e cadenzati in primavera 

a ritmo allegro come il battito dei loro cuori.


Ascoltano il vento e ne traggono auspici. Guardano le stelle e si perdono negli spazi, in quelle infinite notti d’addiaccio dei bivacchi… Gli occhi dei Colantuono scrutano il tratturo, quel filo infinito che li lega al passato, da sempre. E così si spera possa esser per sempre; anche se poi non sai se più ci credono… Negli spazi coltivati vedono il presente; nei risvolti incatramati dei dossi, nelle scie asfaltate che rubano il tracciato, nelle poste in Puglia svanite, leggono malinconici il futuro. Gli uomini dei Colantuono sono caparbi, testardi, tenaci, un po’ incoscienti e un po’ poeti.

La sanno la storia che le donne raccontano ai bimbi nelle lunghe notti d’autunno, quando i rami scricchiolano al vento e gli esseri migratori s’involano per altri lidi. Storia di Dio che creò i tratturi per far migrare le bestie, che altrimenti 

sarebbero morte di fame, freddo e stenti… 


Le donne…. Sì, le donne dei Colantuono, sono donne forti, da quando i loro uomini, gambe agili su per tratturi e quattro stracci in spalla ai primi freddi autunnali raccolsero la mandria e dal Molise, la guidarono in Puglia a svernare nei fertili pianori del Tavoliere Le donne della famiglia Colantuono sono donne sagge. A loro restò l’organizzazione della casa, la cura dei piccoli, le decisioni da prendere senza il conforto di consultar mariti. Sono pazienti, sanno attendere, centellinare i mesi, giorni, gli attimi che li dividono, che li separano dal ritorno dei cari – padri, sposi, figli, quelli più grandi. Guardano l’antica pista verde, la lunga, larga via del cuore, e sanno che l’altra parte di sé è al di là di quella scia: da sempre.”

Storia del passato. Questa era la transumanza di allora, quella che ebbi il privilegio 

di vivere con la famiglia dei Colantuono nel 1989 e di portarla a conoscenza 

dei più (Maurizio Costanzo compreso) in racconti zeppi 

di cuore e parole, articoli su pagine nazionali,


il primo servizio fotografico completo su di loro e ben quattro documentari: “Mal di Tratturo”, “La Lunga Via Verde”, “Artegiani: con le mani dell’Uomo”, “La Lunga Via del Cuore”. Sino a conferir loro il “Premio Internazionale La Traglia – Etnie e Comunità” nel 2016 a Jelsi. Conoscenza e visibilità che hanno spinto tanta gente da allora – a volte convinti assertori della difesa dei tratturi, stranieri, giornalisti, film-maker da tutto il mondo – ad incontrare i Colantuono, a condividere annualmente, almeno in parte, un’esperienza che almeno una volta nella vita andrebbe fatta – che i politici dovrebbero fare per toccare con mano le miserande condizioni tratturali e le fatiche dei transumanti; e non solo “presenziando agli arrivi” e benedicendo con affettata compiacenza! 

 

Carmelina Colantuono, l’ormai citata e con merito “cowgirl” in Italia, Europa ed oltreoceano, nipote di zì Felice Colantuono, il patriarca, era una giovanissima donna quando la conobbi, ancora con un futuro da decifrare, al pari dei fratelli e cugini allora adolescenti o comunque giovanissimi: continuare o fermarsi per sempre? Forse neppure l’anziano nonno avrebbe mai potuto immaginare che proprio una donna, questa intraprendente nipote – che da ragazza con malinconia e senso d’ingiustizia vedeva partire solo gli uomini della famiglia – si sarebbe un giorno rimboccata le maniche e da lì a poco avrebbe raccolto e tirato le redini di un cotal “carrozzone”.

Oggi la transumanza dei Colantuono non è più quella d’allora, pur sempre faticosa 

e impegnativa nonostante il tragitto non più a piedi ma a cavallo, i supporti logistici,

 i cellulari. Ma che non svanisca la magia, che non muoia mai il sogno! 

La transumanza è un sentimento. La transumanza per me è poesia!


Una volta Vittorio Savini scrisse, in riferimento agli Indiani d’America: “Quando un sogno muore, non è sconfitto chi sognava, ma chi ha ucciso quel sogno: è il sogno di una vita diversa, che non è il rifiuto del frigorifero o della penicillina, ma di quel modo di pensare che non ci fa mai sentire parte di qualcosa, che ci fa agire senza la dignità e l’orgoglio, perché si tratta di due impicci lungo la strada della carriera e del denaro”.

 

In merito all’andamento odierno, va dato inoltre atto a Nicola Di Niro, Direttore dell’Agenzia per lo Sviluppo Rurale e responsabile Moligal del progetto di cooperazione transnazionale, di aver saputo accogliere alla grande il testimone di quel mio inizio, di quell’intuito, con capacità organizzativa e visione ampia e concreta, di proiezione e “gemellaggio” europeo verso altre realtà internazionali consimili,

sino all’auspicabile approvazione iniziata con la candidatura della transumanza 

quale “patrimonio culturale Unesco”.


Un passo importante, un riconoscimento decisivo, che dovrà necessariamente e di conseguenza portare al recupero e riutilizzo di una buona parte dei tratturi molisani (turismo, nuove occasioni d’impegno lavorativo…) dando la sveglia agli Enti locali preposti, in realtà tutt’ora – nonostante i proclami – mellifluamente dormienti. Il tratturo, è un unicum ormai solo molisano! C’è necessità di megafoni e trombe per farlo capire?

Dunque eccomi qui! Trent’anni dopo ho voluto rivivere quell’esperienza 

con i Colantuono, con me sempre affettuosa riconoscente famiglia;


constatare tutta la loro tenacia e pacatezza, l’accoglienza nei riguardi di gente che ti arriva anno per anno sempre più numerosa ma, molto sovente, creando disagio, all’improvviso – a volte maldestramente senza preavviso: centinaia!- e a cui bisogna offrire una branda, fornirla di cibo, dedicar loro del tempo, nonostante la fatica, le preoccupazioni, la concentrazione sui compiti precipui.

 

Ed io? Perché l’ho fatto? Perché continuo ad esserci? Perché a piedi, nonostante non sia affatto facile appaiarsi e sostenere il ritmo dei cavalli e della mandria? E’ forse un omaggio agli avi, una ricerca di simbiosi con la terra, con quelle antiche tracce, con quell’antica storia. E poi è un viaggio dentro di me che porta a comprendere quanto è rimasto nelle pieghe del cuore, quanto è cambiato. Una sorta di appuntamento empatico; un movimento che parte da un’invisibile centro interiore: un pellegrinaggio – al di là dell’accezione religiosa – ove sacralità, devozione e ritualità sussistono all’interno e all’esterno del proprio intimo, segreto scrigno.

Alla fine del quarto giorno, alla fine del viaggio, il contrasto emotivo è palpabile: 

alle spalle il ricordo, felicità dell’arrivo; domani, fra qualche giorno, 

malinconia del termine…


Rammento -trent’anni fa, appena giunti a destinazione – di aver “fotografato”, con parole vergate di getto, l’emozione del vecchio capostipite, zì Felice Colantuono, la cui baldanza verbale si stemperava sempre più in prossimità della meta: “Sarebbe stato l’ultimo tuo tratturo?.. Sì, certo la tua casa era lì nel tuo paese, ma anche lì, sotto le stelle. E’ proprio vero che quando uno ha fatto il tratturo, non sa più camminare su altre strade?” 

 

Nelle frasi dedicatemi dai Colantuono, che mi hanno donato la sorpresa all’arrivo, di una festa con tanto di torta e spumante per i miei trent’anni di frequentazione (1989/2019), come negli sguardi, i sorrisi, i gesti dei componenti della famiglia, ho avvertito tutto l’affetto, la riconoscenza, la gratitudine, la familiarità..

Grazie di cuore. Un cuore verde, come i nostri meravigliosi, unici tratturi!


Ed ora, chiedo a me stesso, di tutto ciò, Pierluigi, che ne farai?… “Ora mi cerco un angolo di cielo, mi siedo e gli racconto tutto…”

 

 

 

 

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