LA GAIOLA, AMATA DAL VENTO E DA NORMAN DOUGLAS di Aurora Adorno – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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LA GAIOLA, AMATA DAL VENTO E DA NORMAN DOUGLAS 

 

 Stelle al Sud

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Il celebre romanziere inglese l’aveva trovata la sua casa, in quel della Gaiola, una piccola isola che chiamò “Nepente”, come il succo di quella pianta che se estratto e bevuto fa scordare ogni umano dolore e tormento. Un anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, egli scelse di chiudere il cerchio della sua vita nella piccola cava della costa di Posillipo,

 

ammaliato dal vento meridionale chiamato “scirocco” che, 

come lui stesso scrive in Vento del Sud


(celebre romanzo pubblicato a Londra nel 1917), modifica il comportamento degli uomini, in particolare degli anglosassoni, orientandoli verso una sorta di follia. 

 

“Era un posto aereo, sospeso fra terra e cielo. Qui, si può trovare ancora la pace lontano dal mondo, qui si possono raccogliere le cose che ci sono rimaste e passare le ore sognando, ispirando l’inebriante profumo dei pini e ascoltando quella loro melodia teocritea, che non è propriamente un sussurro, ma un quasi impercettibile respiro: musica d’estate”, scrive.

 

L’isola sorge nel Parco sommerso della Gaiola, area protetta che dal borgo 

di Marechiaro si estende fino alla Baia di Trentaremi.  


Egli preferì l’abbraccio del sole, il profumo dei fiori ed il colore dei frutti alla sua patria Inghilterra, trovando rifugio sull’isola detta un tempo Euplea, protettrice dei navigatori.  

 

Il nome Caiòla o Gaiòla, deriva dal modo in cui i ruderi di origine romana sono posizionati, ovvero a forma di gabbia, in napoletano cajòla. Gli antichi resti appartenevano ad una villa costruita nel 1874 da Luigi de Negri e che poi nel 1910 divenne del senatore Paratore. Nel cuore della Gaiola si trova la villa detta “maledetta”, composta da roccia, pietra e tufo sormontati da una costruzione che si rispecchia, come una dea vanitosa, nel mare cristallino.

 

Meta turistica incantevole e misteriosa, l’area marina protetta 

ospita nel suo fondale reperti archeologici, 

animali e vegetali colorati,

 

che aprono al visitatore le vie del mare in itinerari snorkeling e diving, un paradiso sommerso in cui la natura appare all’uomo rivelata nella sua bellezza.  

 

Dall’ingresso della Grotta di Seiano in via Coroglio si accede al Parco Archeologico del Pausilypon, dal quale è possibile ammirare i resti della fastosa villa di Pollione, sul promontorio che domina la baia di Trentaremi, per giungere infine alla Gaiola. 

Luoghi questi che furono apprezzati già al tempo dei Romani, dai senatori e da ricchi cavalieri che dal I sec. a.C. vi costruirono le loro eleganti residenze. Discendendo un’area rocciosa, una lunga rampa di scale si apre ad una bella spiaggia libera in cui il mare trasparente infrange le sue onde accarezzato dal quel vento di scirocco tanto amato da Norman Douglas.

 

Lo scrittore non fu l’unico a subire il fascino della Gaiola: 

 

negli anni Venti venne acquistata dal celebre medico Hans Braun, in seguito fu del commerciante di profumi Otto Grunback, poi del barone tedesco Karl Langheim, di Gianni Agnelli e del magnate americano Paul Getty, adesso di proprietà della Regione Campania.  

 

Luogo di culti e leggende: tra lo scoglio di Trentaremi e gli isolotti pare che Virgilio abbia tenuto una scuola di magia, tanto che i ruderi posti alla punta estrema del promontorio vengono chiamati “Scuola di Virgilio” o “Casa del mago”.

Si dice che durante le notti di plenilunio la Carrozza Anfibia di un mago, 

l’illuminista Raimondo di Sangro Principe di Sansevero, 

appare all’orizzonte stregando le onde del mare. 


La leggenda narra anche che nel 1600 essa fosse abitata da un eremita soprannominato Lo Stregone, che viveva delle offerte dei pescatori. Un’alchimia di elementi ispirò la fantasia dello scrittore a creare l’isola Nepente appunto, situata in un luogo immaginario tra la Sicilia e l’Africa, in cui personaggi della 
Belle Époque vissuti nella Capri dei tempi si intrecciano in uno scambio di dialoghi e storie.

 

“L’isola sembrava galleggiare sulle onde come un candido uccello marino, 

un uccello marino o una nuvola”.  

 

La frase tratta da Vento del Sud è stata incisa su una piccola mattonella di ceramica e posta sulla facciata del Bar Funicolare di Capri per rendere omaggio a quell’inglese che all’isola aveva portato fama e fortuna. Gaiola isola d’incanto, mistero e magia, che con i suoi colori e le sue storie incanta la bella Napoli e la Costa di Posillipo, meta incontaminata, lontana dal frastuono della nostra civiltà.  

 

Citando Henry David Thoreau: “Ai nostri giorni quasi ogni cosiddetto miglioramento a cui l’uomo possa por mano, come la costruzione di case e l’abbattimento di foreste e alberi secolari, perverte in modo irrimediabile il paesaggio e lo rende sempre più domestico e banale”. 

E alla Gaiola non vi è niente di domestico, né di banale… 

 

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LE SALINE DI MARSALA – Gemme del Sud – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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LE SALINE di MARSALA

 

Gemme del Sud

Marsala

 

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La Riserva della Laguna dello Stagnone di Marsala è un’area naturale protetta che si estende nel tratto di mare compreso tra capo San Teodoro e capo Boeo o Lilibeo, comprendendo le quattro isole di Mozia (San Pantaleo), Isola Grande, Schola e Santa Maria, e le saline costiere San Teodoro, Genna e Ettore Infersa.

Lo “Stagnone” è la laguna più grande della Sicilia, caratterizzata 

da acque molto basse e una temperatura più alta del normale.


Per questo motivo oggi è diventata il paradiso del kitesurfing: l’acqua bassa e completamente priva di onde ha fatto dello Stagnone la meta ideale sia per i principianti, che per i kiters esperti che vengono qui ad allenarsi nel freestyle. 

All’interno della riserva sono presenti le vasche delle saline con i famosi mulini a vento.  

 

Questo luogo unico, fuori dal tempo, si è classificato al primo posto nella classifica Fai “luogo del cuore”, speciale Expo di Milano 2015.

Un paesaggio naturale mozzafiato, per i suoi colori, i suoi profumi, 

i suoi tramonti, le bianche saline con i mulini a vento,


i fenicotteri e gli altri uccelli migratori, lo sguardo sull’arcipelago delle Egadi e la vegetazione sviluppatasi per sopravvivere all’alto grado di salinità dei luoghi, come la Posidonia e la Calendula marina.  

 

In epoca fenicia lo Stagnone era un luogo strategicamente importante per la presenza dell’isola di Mozia, un’influente stazione commerciale fenicia per gli scambi tra Oriente e Occidente, data la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo.

Proprio grazie alla sua posizione, Mozia catturò l’interesse di diversi popoli come Greci e Cartaginesi in lotta per il predominio della Sicilia.


Oggi sull’isola è presente un museo ed è una piacevole meta di turismo. 

 

Altro punto di interesse lo si ha all’imboccatura sud dello Stagnone, dove durante la Seconda guerra mondiale venne costruito per la Regia Aeronautica un importante idroscalo militare, le cui aviorimesse in cemento armato furono progettate dal noto ingegnere Pier Luigi Nervi. Lo Stagnone è stato anche teatro del film “Briciole sul mare” (2016) e della fiction “Il commissario Maltese” (2017). 

 

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COMPENDIO GARIBALDI LA MADDALENA – Gemme del Sud – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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Gemme del Sud

Caprera

 

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Quale miglior modo di distrarsi dal mare che visitare il Compendio Garibaldino, raggiungibile percorrendo la strada comunale da La Maddalena a Caprera? Il nostro eroe acquistò il primo compendio nel 1854 dai fratelli Ferracciolo per 36 lire e il secondo nel 1855, grazie all’eredità del fratello Felice, per 32.250 lire.

Garibaldi, dopo aver ripristinato ad abitazione il preesistente ovile, costruito 

la casa di legno e recintato il terreno, si diede alla realizzazione 

della sua dimora definitiva,


la c.d. Casa Bianca, aiutato da quattro o cinque amici tra il cui il maggiore Basso e il figlio Menotti. Quest’ultimo, ancora ragazzo, collaborò come manovale. Secondo Dumas, il fautore dell’Unità d’Italia si ispirò a una casa vista in Sud America, con il tetto piano dalle orlature alte in modo da facilitare la raccolta delle acque. L’esiguità degli spazi della prima abitazione costrinse Garibaldi a pensare ad un ampliamento, e poichè i tempi stringevano, dovendo ospitare i tre figli Menotti, Teresita e Ricciotti, decise di costruire una casa in legno con del tavolame importato da Nizza (probabilmente fece arrivare l’intera casetta prefabbricata), di facile e rapida costruzione, su di un alto basamento in muratura. La casetta venne ultimata nel 1856, ed i figli vi abitarono durante la loro prima visita, per circa un anno.

Sul lato nord del cortile venne poi eretta una casa di ferro. Sulla base di alcuni documenti rinvenuti presso il Museo del Risorgimento Italiano di Milano, 

si può ipotizzare che si tratti di un manufatto inglese omaggio 

del varesino Felice Orrigoni, compagno d’armi di Garibaldi.


Si tratta di un prefabbricato in legno rivestito esternamente di lamiera ondulata di ferro (oggi di rame) che giunse a Caprera dentro 38 casse. Il fabbricato non venne mai abitato personalmente da Garibaldi, ma destinato a diversi usi: alloggio per gli ospiti, segreteria, officina del “legnaiuolo”, “magazzino delle derrate”. Tra gli ospiti che vi soggiornarono: Basso, Stagneti, Carpeneti, Guerzoni, Fruscianti, Gusmaroli. I lavori per il secondo ampliamento della casa bianca avvennero nel 1880. Occorreva, infatti, una stanza di rappresentanza più ampia e dignitosa per accogliere gli ormai numerosissimi ospiti (Garibaldi, infatti, era all’epoca costretto a trascorre la sue giornate a letto o in carrozzella).

Venne quindi costruito il nuovo salotto nel settore nord-occidentale della casa, modificati i prospetti, e costruito un ponticello che permettesse 

al generale di raggiungere la terrazza.


Quest’ultima stanza venne trasformata da Garibaldi, nell’ultimo periodo della sua vita, nella propria stanza, in modo che, ormai immobilizzato a letto, potesse mirare dalla finestra le coste della Corsica. Alle 18,20 del 2 giugno 1882 (come attestano il calendario e l’orologio rimasti immutati da quel giorno), proprio in quel letto morì. Anziché essere bruciato (o cremato) come era sua volontà, egli venne imbalsamato e sepolto a Caprera vicino alle tombe dei suoi familiari. Enrico Costa, corrispondente da Caprera del giornale “la Sardegna” fornisce un’attenta descrizione del funerale. Più tardi, il 9 giugno, viene pubblicata sulla “cronaca bizantina”, una lettera di Giosuè Carducci, furibondo con i parenti e gli italiani per non aver rispettato le ultime volontà dell’eroe.

 

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IL MEDITERRANEO AFFASCINA E CORROMPE di Gaia Bay Rossi – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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IL MEDITERRANEO AFFASCINA E CORROMPE

 

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che affascina e che corrompe”. 

Ad affermarlo è stato Sebastiano Tusa, prima della tragedia aerea che lo ha portato via nel 2019, in Etiopia. Palermitano, archeologo, docente di archeologia subacquea all’Università tedesca di Marburg e di Paleontologia alla Scuola Suor Orsola Benincasa di Napoli, Tusa è stato, in primis, lo straordinario Soprintendente del Mare della Regione siciliana.

 

La Soprintendenza del Mare venne istituita nel 2004

 

con il fine di tutelare e valorizzare i beni culturali, ambientali e le risorse archeologiche sottomarine, con compiti di ricerca, censimento, tutela, vigilanza, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico subacqueo, storico, naturalistico e demo-antropologico dei mari siciliani e delle sue isole minori.   

 

Ma torniamo a Tusa ed al suo Mediterraneo “che corrompe”.

 

Corrompe perché impone a chi abita le sue coste una notevole capacità 

di adattamento alle diverse morfologie esistenti; e perché la facilità 

con cui permette gli scambi e le relazioni provoca contaminazioni, 

“corruzioni” in senso positivo e talvolta anche negativo.

Tra le scoperte più importanti di Sebastiano Tusa, l’esatta localizzazione della battaglia delle Egadi, lo scontro navale con i Cartaginesi che concluse la prima guerra punica a favore dei Romani, il 10 marzo del 241 a.C.. Per una sorta di strano scherzo del destino, proprio il 10 marzo l’incidente mortale ci ha privati per sempre del nostro archeologo del Mediterraneo,

 

un mare “esso stesso un museo, il Mare Nostrum”, come usava dire.

 

Già. Il Mare Nostrum, come lo chiamavano i Romani, è da sempre “culla di civiltà”, sin dalle prime forme di sedentarietà nelle culture pre-neolitiche (come quella natufita in Palestina) e poi con i progressi successivi verso società più evolute.   

 

Oggi come allora il Mediterraneo, “mare tra le terre”, crogiuolo di colori e di costumi, è il punto d’incontro di Europa, Asia e Africa. Sulle sue coste si possono trovare oltre venti fra Paesi e territori, che parlano più di venti lingue e credono nelle tre grandi religioni monoteiste (cristianesimo, ebraismo ed islamismo).

 

Queste civiltà che si sono succedute nel Mediterraneo hanno lasciato vestigia 

che fanno parte del patrimonio culturale mondiale e vanno assolutamente preservate, nella consapevolezza del fondamentale valore della varietà e molteplicità culturale.


Pensiamo alla Libia, dove si trova uno dei più grandi centri romani del Mediterraneo, Leptis Magna, o al suo corrispondente greco, a Cirene. Ma anche alla Turchia, al Marocco, passando per Siria, Giordania, Israele, Libano, Egitto, Tunisia ed Algeria. I Paesi della sponda Sud-orientale del Mediterraneo sono custodi di testimonianze uniche di millenni di storia che, insieme a quelle inestimabili nei Paesi della sponda Nord, formano il maggior giacimento culturale del mondo.

 

Non a caso, i Paesi mediterranei raccolgono oltre la metà 

dei siti dichiarati“patrimonio dell’umanità” dall’Unesco.

 

Un capitale artistico, storico e culturale che, oltre a costituire idealmente un’identità comune, può diventare anche un fattore aggregante e determinante per lo sviluppo, in un prossimo futuro, di tutta l’area.

La protezione del passato, oltre al valore “archivistico” e conservativo, 

diventa quindi la premessa per costruire un futuro migliore. 


È questo uno degli aspetti della cooperazione internazionale che l’UNESCO ha promosso in tutto il mondo, con l’aiuto di organizzazioni intergovernative tra cui spicca l’ICCROM (Centro internazionale di studi per la conservazione ed il restauro dei beni culturali), organismo per la conservazione e la protezione del patrimonio culturale mondiale. L’ICCROM è stato creato dopo la Seconda Guerra Mondiale, a seguito dei bombardamenti che avevano distrutto un’impressionante quantità di beni culturali. I suoi obiettivi principali erano quindi rappresentati dalla conservazione, dalla salvaguardia e dal restauro di quanto la tragedia bellica aveva distrutto.

 

Oggi lo sguardo dell’ICCROM sul futuro è simbolizzato anche 

da un programma che riguarda le fondamentali questioni 

di conservazione preventiva e gestione del rischio.

 

Un tema, questo, particolarmente sentito poiché le guerre purtroppo non accennano a fermarsi e le stesse calamità naturali tendono ad aumentare. Pensiamo al terremoto che ha sconvolto L’Aquila, città d’arte per eccellenza, o al bombardamento di una città patrimonio culturale del mondo come Dubrovnik, o ancora al traffico illegale di reperti e beni artistici dell’isola divisa di Cipro. Esiste una lista di patrimoni dell’umanità in pericolo, compilata dall’UNESCO, per instabilità politica, guerre o calamità naturali, che lo scorso anno vedeva Stati come la Libia, la Siria, l’Egitto e la Palestina (considerando solo quelli dell’area mediterranea) con molti dei loro siti sotto minaccia.   

 

Diventano dunque  

  

sempre più attuali i temi trattati sin dal Forum sulla “Protezione e conservazione 

del patrimonio culturale nel Mediterraneo”, promosso nel 2012 

dall’Ordine di Malta, dall’isola di Cipro, dall’UNESCO 

e dalla Commissione Europea,


che hanno dedicato una riflessione importante proprio all’impatto delle catastrofi naturali e dei conflitti sul patrimonio culturale. Il Mediterraneo, quindi, non solo quale giacimento di ricordi carichi di valore, ma anche luogo da progettare per il futuro, per tutelare un patrimonio culturale che è anche risorsa economica da preservare e valorizzare: un “Mediterraneo culturale” davvero idem sentire

In un’epoca in cui deboli sono le economie dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, solo un fronte unico, con consapevolezza e valori comuni, può rendere

 

il Mediterraneo àncora come nel mondo antico, vero baricentro 

dello sviluppo culturale internazionale.

 

Al tempo stesso, come richiesto dall’Ordine di Malta, occorre comprendere in questo programma comune anche il rispetto per la dignità umana, la democrazia, il ruolo del diritto, la solidarietà, la giustizia e la tolleranza. E la libertà religiosa, una delle chiavi principali per consentire a tutte le altre libertà di esistere.   

 

È in questi valori che si deve cercare una nuova coesione. L’uomo mediterraneo, cui dobbiamo l’ineguagliata scuola universale della Grecia antica o dell’Italia rinascimentale, con il suo individualismo non è riuscito finora a unificare l’impegno verso una prospettiva comune, ma ha anzi portato un fattore di debolezza. Si deve invece ripartire da un Mediterraneo comune, per costruire una base del nostro futuro e non solo rimpiangere il nostro passato.   

 

Un mare, eccezionalmente raccontato da Fernand Braudel nella sua opera fondamentale La Méditerranée, mentre era prigioniero in un campo di detenzione durante la Seconda Guerra Mondiale: “Che cosa è il Mediterraneo? Mille cose insieme.

Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi 

di mari. Non una civiltà, ma molte civiltà, disseminate le une sulle altre… 

un crocevia antichissimo.

 

Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere. E piante.” E oltre a questo, è il più ricco, di storia, cultura, dinamismo e fascino, di tutti i mari della terra.   

 

È da qui che tutti Paesi del Mediterraneo debbono ripartire per tornare a casa, tra mythos e logos, come novelli Ulisse che cercano la via del ritorno, del nostos. Anche se stanno affrontando continue tragedie, solo Paesi uniti saranno in grado di superare le Scilla e Cariddi del nostro tempo, per ritrovare alla fine il loro mitico, antico mare. Perché, citando nuovamente Braudel: “Essere stati è una condizione per essere”.

 

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L’ISOLOTTO ASINELLI NELL’ENEIDE – Gemme del Sud – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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L’ISOLOTTO ASINELLI NELL’ENEIDE

 

Gemme del Sud

Asinelli

 

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Di fronte alla frazione di Pizzolungo, alle porte di Trapani si trova il piccolo isolotto Asinelli. Il suo nome si deve alle sue rocce appuntite che sembravano le “lesine” dei calzolai. Da lì isola “Lesinelle”, trasformata poi nell’attuale isola Asinelli. 

Immersa in un mare cristallino, è stata nel passato base di appoggio delle reti della tonnara di Bonagia, oggi accoglie un fanale e un traliccio segnalatore per i naviganti alimentato a pannelli solari, nonché è meta di numerosi sub alla ricerca delle meraviglie marine circostanti.

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale l’isolotto veniva spesso bombardato 

perché scambiato per un sommergibile dall’aviazione alleata. 

Infatti il suo soprannome è “isola sommergibile”.


Nel V libro dell’Eneide, Virgilio ha così descritto Asinelli: “V’è lontano nel mare uno scoglio di fronte alle rive schiumose, che spesso sommerso i gonfi flutti percuotono, quando il maestrale d’inverno nasconde le stelle; nella bonaccia tace, e si erge sull’onda immota, superficie e dimora gratissima agli smerghi amanti del sole”.   

 

Le numerose descrizioni virgiliane hanno dato vita a varie ipotesi sulla morte e tumulazione di Anchise, padre di Enea.

Secondo la storiografia, fu proprio a Pizzolungo, solo 1 miglio marino dall’isolotto, 

che approdò Enea dopo la morte di Anchise.


Lo storico siciliano Giuseppe Castronovo, riprende la tradizione virgiliana della morte di Anchise sulle spiagge ericine: «In queste spiagge perdea [Enea] il suo padre Anchise, in queste spiagge gli ergeva il tumulo, in queste spiagge l’onorava di giuochi funebri…» (Memorie storiche di Erice, p. 11). Alle porte della frazione, è presente la famosa “stele di Anchise” eretta nel 1930. 

 

Dall’isolotto Asinelli si vedono, partendo da sinistra, lo splendido monte Cofano, un gioiello di rara bellezza a picco sul mare, la tonnara e il golfo di Bonagia e, di fronte, la frazione marittima di Pizzolungo sovrastata dal monte Erice. 

 

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IL PULO DI MOLFETTA – Gemme del Sud – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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IL PULO  DI MOLFETTA

 

Gemme del Sud

Molfetta

 

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Uno dei più rilevanti monumenti naturali che si trovano nell’area costiera a nord di Bari è il Pulo di Molfetta, situato a circa due chilometri dalla città da cui prende il nome. 

“Pulo” è il termine che nell’area murgiana si utilizza per indicare la dolina, cioè 

 

una cavità formatasi per la dissoluzione della roccia calcarea 

ad opera dello scorrere di acque superficiali,


esempio tipico del fenomeno del carsismo, che interessa tutta la Puglia.  

Il Pulo di Molfetta è una vasta voragine di forma ovoidale e profonda 30 metri, creatasi in seguito al crollo della volta di numerose cavità sotterranee, con pareti a strapiombo, 

all’interno delle quali si aprono molteplici grotte su differenti altezze 

e comunicanti tra loro.


La più spettacolare fra tali grotte è quella, con sviluppo su tre livelli, detta “del Pilastro”, dal pilastro calcareo presente sull’ultimo livello. 

Il cedimento della volta sembrerebbe risali+re all’epoca del Neolitico, come si deduce dagli importanti reperti archeologici ritrovati nella zona, che testimoniano anche la presenza di comunità che vivevano nei pressi della dolina. All’epoca in quell’area scorreva copiosamente l’acqua, responsabile dell’erosione della roccia e del conseguente crollo. 

Sul lato occidentale della voragine, in una posizione elevata dalla quale la si osserva molto bene, è di notevole interesse l’ex monastero dei Cappuccini, oggi di proprietà privata, costruito nel 1536 e attivo fino al 1574, successivamente convertito in Lazzaretto.

Verso la fine del Settecento, sul fondo del Pulo, grazie al fatto che le sue grotte 

erano ricche di nitrati, componenti naturali della polvere da sparo, 

i Borboni autorizzarono la realizzazione di una nitriera,


cioè una vera e propria fabbrica per l’estrazione e la lavorazione di tali minerali. Il Pulo è dunque anche un prezioso esempio di archeologia industriale. 

Estremamente importante è inoltre la biodiversità faunistica e botanica, per la presenza di piante sia autoctone, sia introdotte dall’azione umana. 

 

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ERBE SELVATICHE TRADIZIONE ALIMENTARE IN PUGLIA di Nello Biscotti – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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ERBE SELVATICHE TRADIZIONE ALIMENTARE          IN PUGLIA

 

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Esplorare il mondo dei saperi in cui occupano un ruolo alimentare foglie, steli, fiori di piante selvatiche è quasi un viaggio tra memorie e esperienze dirette.  

Un ruolo che ha origine nello stretto rapporto con la terra, gli ambienti, la Natura, per cui con questa tradizione che ha coinvolto le comunità umane a scala di Pianeta, si entra in una conoscenza che abbraccia più ambiti disciplinari (botanica, sociologia, ecologia, storia del territorio, antropologia culturale). 

 

In questi ultimi cinquant’anni, però, ovunque questa tradizione è stata abbandonata (benessere, cambiamenti stili di vita);

in gran parte dell’Europa settentrionale e orientale queste pratiche si limitano oggi 

a frutti e funghi; ancora forte è soltanto la tradizione di raccolta di piante medicinali. Essa sopravvive, invece, in molti paesi del Mediterraneo


e in alcuni paesi dell’est (Croazia, Estonia, Bielorussia); per ciò che riguarda in generale l’Europa si possono documentare oggi utilizzi alimentari di piante spontanee in Polonia, Francia, Austria, Spagna, Portogallo, Grecia, Bosnia-Erzegovina, Slovacchia, ed ovviamente in Italia e nell’intera area mediterranea. La raccolta di vegetali spontanei, pertanto, è stata praticata da sempre, ha costituito l’attività quotidiana delle comunità umane, anche se dalla repertazione preistorica (Paleolitica e Neolitica) sembra prevalere (raffigurazioni, materiali litici) l’immagine dell’uomo cacciatore. 

Il libro “Vie erbose. Le erbe selvatiche nelle bioculture alimentari mediterranee” affronta su basi scientifiche la tradizione, quella su cibi selvatici,

 

partendo da ricerche etnobotaniche condotte in Puglia, contestualizzate nel panorama della letteratura italiana ed europea. 

 

Ovunque con le erbe selvatiche la povera gente, e non solo, ha fronteggiato carestie, periodi di guerre sempre più devastanti. Le erbe selvatiche hanno rappresentato cibo prezioso durante le guerre mondiali, anche in quelle che abbiamo imparato a vedere in diretta in televisione (Bosnia-Erzegovina, 1992-1995). Erbe selvatiche hanno mangiato in Siria gli abitanti di Aleppo assediati per oltre un anno, come si è potuto ascoltare nei servizi televisivi di qualche anno fa.

Si tratta di una tradizione mai scritta perché da sempre trasmessa per via orale, 

di qui la crescente attività di ricerca che in Italia, ha portato a documentare 

fino ad oggi circa 800 specie;

 

ne risultano coinvolte tutte le regioni, ognuna con proprie caratterizzazioni in termini di specie e preparazioni culinarie. Ma è questa solo una rappresentazione parziale di questa tradizione, il dato, infatti, viene da indagini frammentate, condotte in tempi diversi oltre che con logiche diverse. Mancano dati soprattutto a scala di regioni

La ricerca in Puglia, oltre a darci un quadro più aggiornato 

(604 specie escludendo frutti e aromatiche) fornisce per la prima volta in Italia 

dati etnobotanici per una intera regione, ancora più preziosi per il contesto mediterraneo ove la raccolta delle erbe selvatiche 

conserva una evidente importanza.

 

Proprio nella mediterranea Puglia emerge con più forza che nell’uso popolare di cibi selvatici non vi è un confine netto tra cibo e medicina, la tossicità è un concetto del tutto relativo come quello della stessa edibilità. Evidentemente la tematica è realmente complessa e non è una questione solo biologica, o chimica. Vi è un’altra biodiversità che le stesse esprimono nel loro uso, da conoscere, salvare, ed è quella bioculturale (fattori biologici e culturali che influenzano il comportamento umano), altrettanto importante perché interconnessa con quella naturale. 

Le bioculture sono tante, diversissime, poiché si sono sviluppate in luoghi 

e in condizioni diverse, per cui salvando le bioculture salveremo forse 

anche la Natura e viceversa.


La diversità di conoscenze può essere una chiave per la sostenibilità e la resilienza dell’umanità. Le continue perdite di biodiversità con cui ci misuriamo sono anche il vero problema per la conservazione della natura, che è stata sempre perseguita separatamente dal patrimonio culturale che include anche le tradizioni orali ereditate dai nostri antenati. Nell’uso popolare di queste piante in Puglia sono emerse, inoltre, consapevolezze di alimenti che “fanno bene” al corpo, alla salute.

Cibo o medicina allora? Altra questione complessa che l’etnobotanica configura

 

in “cibi-medicina” e che trovano conferme scientifiche per la presenza di importanti di principi nutraceutici (polifenoli, antiossidanti e vitamine) alla ricerca dei quali siamo ormai tutti coinvolti. 

 

Ma questi cibi possono raccontarci altro: l’uso crudo di apici e germogli di piante diverse, che ancora oggi caratterizza la tradizione pugliese, può essere visto come un’importante traccia dell’antica e prolungata attività pastorale che ha contraddistinto questa regione o l’Italia meridionale in generale.

Con questa tradizione pertanto si possono ripercorrere le fasi ancestrali 

del rapporto dell’uomo con il cibo, a partire dalle difficoltà nello scegliere 

le piante, alle prime elaborazioni “culturali” su come e dove trovarle; 

e poi il modo di utilizzarle,

 

dalle forme crude (germogli, frutti, steli) agli arrosti (bulbi, steli) che in tutte le società sono state le prime forme di cottura, quelle più vicine all’ordine naturale ma che si sono mantenute nel tempo. 

 

La cultura sul cibo selvatico era molto diffusa nel basso Medioevo ed era frutto di esperienze legate alla conoscenza del territorio e agli insegnamenti che potevano venire solo da pastori, cacciatori e boscaioli, le uniche figure che vivevano intimamente il territorio. Parliamo di un tempo in cui il confine tra selvatico e domestico è molto labile. 

Le piante cibo erano tali, al di là se crescevano allo stato spontaneo o coltivato, una visione di cibo ancora diffusa tra i raccoglitori di erbe della Puglia oggi, quando attribuiscono ad un’erba selvatica il valore di verdura.

 

È solo nel XI secolo che in Italia le cose si fanno più chiare, perché è già avviata una massiccia colonizzazione fondiaria e agraria a spese di pascoli e boschi: in Puglia continua a dominare il pascolo e la maggior parte della gente non ha niente, perché privata di praticare l’attività fondamentale di coltivare la terra, che invece deve servire agli allevamenti bradi, per i quali servono superfici ampie, prive di alberi (gli stessi boschi si trasformano in pascoli) e incolte, per riuscire a foraggiare gli animali di erbaggi spontanei. 

In questo scenario nasce il Terrazzano (in altre terre di Puglia 

assumerà nomi diversi) capace di costruirsi la propria esistenza 

sulla raccolta dei prodotti spontanei,

 

ma obbligandolo a vagare quotidianamente “per le immense pianure pascolative – scrive Lo Re in “Capitanata triste (1902) – aiutato in ciò dalle donne…; vendendo il supero su la piazza o per le vie”. Ciò li pone in una condizione di assoluta autonomia di sostentamento, e non saranno mai loro a “domandar il pane” o “assaltare forni e panetterie” nelle ripetute carestie che attanagliano il Tavoliere delle Puglie. 

Cosa può trovare in una immensa pianura di terre incolte delle quali gli è impedito l’uso? Sterpi, spini, rami e frutti di perastri, ferule, asfodeli, funghi, cicoriette, 

cardi, nocchi, asparagi selvatici, lumache, rane.

 

Aspetto di grande interesse antropologico è che i Terrazzani in Puglia non si sono estinti, continuano a trovare occasioni di reddito dalla raccolta di erbe selvatiche (oltre a lumache, origano, funghi) e a suscitare interesse per le loro competenze di esperti conoscitori di questo mondo; in molti continuano a vendere le loro erbe spontanee nei mercati, ai margini di strada su bancarelle improvvisate in quasi tutti i comuni pugliesi; sono cercati dall’impiegato al notabile, nella consapevolezza di cibo “naturale”, garanzia di genuinità, sicurezza alimentare e soprattutto certezza di sapori. 

Ancora oggi almeno 34 specie sono stagionalmente vendute come comuni 

verdure e dunque una tradizione capace anche di produrre reddito,

 

non poca cosa nella prospettiva di salvaguardare culture e economie locali e non con le note rappresentazioni o spettacolarizzazioni delle tradizioni a fini turistici. 

 

Le piante selvatiche che si raccolgono ancora oggi sono strettamente imparentate (progenitrici) con le verdure coltivate, di qui probabilmente anche la ragione di fondo che fa della Puglia la prima regione italiana per la produzione di verdure e ortaggi. 

 

Le erbe selvatiche hanno in questa regione una stretta relazione con il cibo convenzionale (carne, pesce, pasta). In generale lo sostituiscono ma spesso sono complementari o costituiscono un elemento di diversificazione, sul piano gustativo (cibo sfizioso), del pasto quotidiano che si esalta nel piatto con la pasta, o con i legumi (fave). 

In queste logiche l’erba selvatica entra a pieno titolo nel costume 

alimentare della Puglia, arricchendolo e rafforzandolo 

nel suo impianto vegetariano di dieta mediterranea.

 

Nella piramide alimentare che può̀ rappresentarla trovano ancora posto i blocchi classici (cibo vegetale, ridotto consumi di carni e dolci), ma alla base sempre meno vi sono le attività̀ fisiche (quello che una volta era il lavoro nei campi), il riposo adeguato, la convivialità̀ e la stessa attività̀ culinaria, che impegnava non poco, dalla raccolta alla produzione e alla preparazione del cibo. 

 

Le indagini dimostrano il peso rilevante che ha ancora oggi il verdume selvatico nella dieta mediterranea pugliese, ovviamente nella sua formula di gastronomia tradizionale contribuendo, senza ombra di dubbio, ai benefici salutistici di questa dieta. 

Tra gli stili di vita della dieta mediterranea rimane oggi in Puglia la raccolta 

e la preparazione culinaria delle erbe selvatiche, pratica che ha “resistito” come condizione di vita del “fare” intorno al cibo (raccogliere, pulire, preparare) 

che è un fondamento di base di questa dieta.

 

E il fare è tanto, poiché bisogna uscire, andar per campi, e soprattutto scegliere quale pianta raccogliere e come prepararla. Nel libro, sono raccolte in un repertorio le specie documentate (206), un numero che pone la Puglia tra le regioni italiane a più alta diversità di specie utilizzate. Di ogni specie si forniscono i dati etnobotanici fondamentali che vanno dall’inquadramento botanico, ai nomi dialettali, alle parti utilizzate, e alle modalità di preparazione culinaria che si può spendere oggi anche sul piano dell’offerta gastronomica. Questo quadro descrittivo “olistico” conferisce all’opera una caratura particolare che arricchisce ulteriormente il valore didattico e divulgativo del saggio. 

 

È nella diversità culturale che si struttura questa tradizione in Puglia, nelle specie e nelle parti utilizzate, nelle preparazioni culinarie. 

A dare forza a queste identità culturali vi sono poi gli aspetti etnolinguistici; 

con i “Marasciuoli” siamo in Capitanata, con “Cristalli e “Sivoni” 

nella Terra di Bari, “Cecoria restu” e “Paparine” 

ci proiettano nel Salento.

 

Non si tratta solo di suoni o di cadenze dialettali, ma di strutture lessicali, etniche, tipiche di una lingua, che proprio i fitonimi popolari, forse più di altri, riescono a esprimere quanto resta di bioculture oggi. 

 

Salvare queste bioculture è strategico per difendere la sovranità alimentare delle comunità locali, innescare dinamiche di recupero delle economie locali, fondamenti teorici ma anche pratici, di sviluppi sostenibili di cui da anni si sente parlare. Nelle bioculture si gioca il futuro dell’Italia dei paesi e dei borghi. 

 

Ma le narrazioni sulle erbe selvatiche sono altre nelle tendenze “green”: mercati delle erbe, cucinare con i fiori, simboli di “mangiar selvatico”, “mangiare spontaneo”. Nuove bioculture? O semplicemente mode? Il libro nato nel solco della ricerca etnobotanica vuole essere un contributo divulgativo di approcci scientifici su quanto abbiamo banalizzato come tradizione.

 

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Campagna con anziana
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Il libro

 

 “Vie erbose. Le erbe selvatiche nelle bioculture alimentari mediterranee” di Nello Biscotti e Daniele Bonsanto Ed. Centro Grafico Foggia 560 pagine che strutturano: introduzione, 

13 capitoli, integrati di 58 foto (contesti, piante, personaggi), grafici, 25 figure.

 

LI GALLI, l’ISOLA A FORMA DI DELFINO di Aurora Adorno – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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LI GALLI, l’ISOLA a forma di delfino

 

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Sorvolando dall’alto tra Amalfi e Capri, un delfino sorridente appare adagiato sulle onde blu del mare che si increspano all’orizzonte: è Li Galli; così questo arcipelago ci appare, salutando il sole che lo benedice. 

Tre minuscole isole si affacciano sulla bella Positano e sulla rinomata Capri: Gallo Lungo è la più piccola delle tre, l’unica ad essere stata abitata fin dai tempi dei Romani, a ovest si trova la Rotonda, mentre l’Isola Dei Briganti si estende a nord, anticamente chiamata Castelluccio o la Castelluccia.   

 

Verso il 1131 l’arcipelago era detto Guallo e nel 1225 Federico II di Svevia lo donò al monastero di Positano riferendosi ai tre isolotti come alle tre Sirenas quae dicitur Gallus, probabilmente alludendo alle sirene, le donne-uccello cantate da Omero.

 

Questo piccolo paradiso ha attratto con il suo affascinante richiamo 

due delle stelle più luminose del firmamento della danza mondiale: 

prima il coreografo Lèonide Massine, poi 

il famoso ballerino Rudolf Nureyev.

 

Massine desiderava fare di Li Galli un luogo di culto, tempio della danza e delle arti. 

Nella sua autobiografia My Life in Ballet, egli descrisse il momento in cui vide l’arcipelago per la prima volta: “fui sopraffatto dalla bellezza della vista sul mare, col Golfo di Salerno che si estendeva in lontananza. Con Paestum a sud e i tre faraglioni di Capri all’estremità settentrionale del Golfo, essa possedeva tutta la potenza drammatica di un dipinto di Salvator Rosa. 

Il silenzio era infranto solo dal mormorio del mare e da qualche grido di gabbiano.

 

Sapevo che in quel luogo avrei trovato la solitudine che cercavo, un rifugio 

dalle pressioni estenuanti della carriera che avevo intrapreso.

 

Decisi dunque, proprio lì e in quel momento, che un giorno avrei acquistato l’isola e ne avrei fatto la mia casa”. 

Come nelle più belle fiabe, nel 1924 Massine avverò il suo sogno, nonostante il dissenso di amici e conoscenti: per trecento mila lire acquistò l’isola deserta, contornata da steppa e rocce. 

Lottando contro la natura e le furie del mare riuscì a scolpire delle terrazze e a interrare alberi di vite oltre ad edificare una villa che divenne la sua dimora: 

 

la celebre Villa Massine, progettata dall’architetto Le Corbusier,

suo rifugio dai problemi e i rumori del mondo, ormai lontano.   Non di rado egli si allontanava a piedi sull’isola per raccogliersi in meditazione davanti al tramonto, sognando ad occhi aperti di trasformare Li Galli in un centro d’arte che sposasse insieme la danza, la musica e la pittura. 

 

Tra quelle rocce, sotto il sole, egli creò tante delle sue più belle coreografie.

 

Tra quelle rocce, sotto il sole, egli creò tante delle sue più belle coreografie. La forza della natura nel 1964 demolì l’anfiteatro che Massine stava facendo costruire, in quel periodo egli scrive: “ero sull’isola a quel tempo e, precipitandomi fuori, vidi enormi pezzi di calcestruzzo frantumarsi in mare. Ma non sono scoraggiato e ho in programma di continuare con l’anfiteatro che ho disegnato secondo i modelli che ho visto a Siracusa, con l’aggiunta di una diga marittima per proteggerlo dalle tempeste. Quando tutto il lavoro sarà completato, intendo stabilirvi una fondazione che manterrà l’isola come un centro artistico (…)”.

Nel 1979 dopo la sua morte il figlio vendette Li Galli 

al grande ballerino Rudolf Nureyev

 

giunto un giorno a Positano per l’appunto a ritirare il Premio “Léonide Massine” per l’arte della danza.  

 

Nureyev si recava a villa Massine durante il mese d’agosto, egli personalizzò l’arredamento della casa donandole uno stile da Mille e una notte: drappeggi, cuscini e statue adornavano l’ambiente conferendole un fascino ricercato ed orientaleggiante.

Egli fece anche ricoprire le camere con sontuosi mosaici turchi e andalusi, 

vestito di stoffe preziose e dal suo tipico basco, animava l’ambiente 

con il suo spirito inquieto, sempre pronto ad ospitare 

amici e talentuosi ballerini.

Quanta bellezza in quell’isola che lo aveva accolto e che aveva nutrito e stimolato a lungo la sua arte e il suo spirito, quella terra che egli si inchinò  a baciare con gli occhi colmi di lacrime e il cuore gonfio di gratitudine, prima di salutarla per l’ultima volta e di non farvi più ritorno.   

 

Il suo genio aveva trovato ispirazione e pace in quel di Li Galli, regalando al mondo un artista completo, esibizionista e stravagante, che un giorno aveva confidato ad un amico: “tutto quello che si fa col corpo: la danza, l’amore, è armonia e bellezza”.

E forse da lontano, magari da sopra ad una barca o a un piccolo scafo, 

osservando quel piccolo arcipelago a forma di delfino


che ad oggi appartiene ad un privato, lasciandoci andare alla musica del vento e al canto dei gabbiani, potremo osservare lo spirito di quel grande ballerino che come un uccello volteggia su quella terra baciata dal sole, circondata dalle acque profonde del mare.

Ecco in lontananza Massine e Nureyev, intenti a danzare e a contemplare la natura, 

a creare le loro coreografie in comunione con quella vocazione artistica 

che ne diviene espressione,

essi ci ricordano di trovare rifugio in seno alla natura grezza, viva, irruenta, liberi di manifestare quel talento che brilla in ogni uomo come la piccola miccia di un grande fuoco. Angoli di paradiso sono disseminati nella nostra bella terra, luoghi che possiamo scoprire di volta in volta, rispecchiando il nostro sguardo curioso in località sconosciute ai molti, luoghi incantevoli amati da grandi artisti e personaggi e Li Galli è una di queste.   

 

Chissà che un giorno il richiamo delle Sirene si farà più forte e un nuovo talento abiterà l’isola ridando vita al sogno di Massine

 

 

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 Stelle al Sud

 

LE GOLE DI LARDERIA – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-ottobre 2020

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LE GOLE    di            larderia

 

 Gemme del Sud

Motta Camastra

gemme

 (Conosciute come le gole dell’Alcantara) 

Ci troviamo nel Parco Fluviale dell’Alcantara (si pronuncia Alcàntara, derivando dall’arabo Al Qantarah), nel tratto tra Messina e Catania e in particolare nel territorio compreso tra Motta Camastra e Castiglione di Sicilia. Il fiume nasce da alcune piccole sorgenti nei Monti Nebrodi, durante il suo percorso attraversa i campi coltivati alle pendici del Monte Mojo (il cono vulcanico più distante dalla sommità dell’Etna, con cui condivide il bacino magmatico), arrivando più avanti in località Fondaco Motta dove si trovano le gole dell’Alcantara. Le gole formano un canyon naturale con pareti alte fino a 30 metri e larghe dai due ai cinque metri ed è frutto di un processo lungo e complesso, in cui sono intervenuti dei movimenti tettonici, l’erosione del fiume e tre colate laviche importanti. Le pareti sono state formate da queste colate di lava basaltica che, raffreddandosi, hanno creato queste strutture dalle

forme prismatiche, che lasciano i visitatori senza fiato. Tra queste pareti ci sono 

le gole, il cui primo tratto è oggi accessibile e da dove è possibile ammirare 

tutto lo splendido scenario.


Questa è la storia della formazione di questo luogo unico, anche se molto più suggestiva è la leggenda che vi è dietro: vi erano due fratelli contadini di cui uno buono ma cieco, e uno avido. Al momento di dividere il raccolto di grano il contadino disonesto, approfittando della cecità del fratello, riempì tutto il proprio moggio dalla parte più profonda, mentre rivoltò quello del fratello in modo da contenere pochissimo grano. Gli dei se ne accorsero e in preda all’ira scagliarono un fulmine che uccise il contadino avido, trasformò il cumulo di grano nel cono di Monte Mojo e spaccò la terrà creando le gole di Alcantara. Il fiume, le gole e il territorio circostante sono oggi tutelate dall’Ente Parco Fluviale dell’Alcantara, impegnato della tutela e promozione del territorio naturale.

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 Foto di cristinamandarini da Pixabay

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FURORE E IL FIORDO di Aurora Adorno – Speciale aglie fravaglie – Maggio-luglio 2020

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FURORE    E IL FIORDO

 

CASE

così come sopra le nostre teste” (Henry David Thoreau).

Esistono dei luoghi suggestivi, siti naturali sconosciuti ai molti, che hanno attratto raffinate celebrità di un passato non lontano e fatto la storia della musica, della danza, della pittura, del cinema e delle arti tutte.   

 

Non lontano dalla celebre Capri, l’isola che ha fatto da sfondo alle più belle storie all’italiana degli anni’50 con film come L’imperatore di Capri di Comencini, che vide il genio indiscusso di Totò girare tra i vicoli dell’isola o La baia di Napoli con Sophia Loren e Clark Gable già immortalati come star internazionali di altissimo livello,

angoli di paradiso sono stati apprezzati da raffinati estimatori. 

 Località come Furore appunto, il piccolo borgo marinaro, 

che ispirò uno dei più grandi o forse il più grande 

dei registi italiani: Roberto Rossellini,


padre del neorealismo, colui che più di molti ha reso celebre la nostra bella Italia immortalandone gli usi e le abitudini, e rendendo celebri luoghi dalla bellezza mozzafiato, senza tempo. 

Il regista si innamorò del magico Fiordo tanto da girare uno dei suoi lungometraggi intitolato appunto L’amore nel 1948. Pare che la storia sia stata ispirata al regista dalla compagna che visse con lui in quel di Furore e che

prese parte alle riprese: l’insuperabile Anna Magnani,

 

che proprio con questo film vinse il premio come migliore attrice protagonista.   

 

Furore si trova incastonata nella variopinta cornice della Costiera Amalfitana, tanto che a guardarla da lontano ci appare come il piccolo pezzo di un puzzle consacrato tra i borghi più belli d’Italia e considerato dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale. 

Ancora d’amore si parla nel piccolo paese arroccato sull’altopiano di Agerola, difatti,

 

giunti nel centro storico si trova il Giardino della Pellerina 

e il viale denominato Cupido,

formato da quaranta pilieri laterali che ne tracciano il percorso, rivestiti di raffinate maioliche adornate da colombe variopinte. 

Il piccolo viale è percorso da panchine sulle cui spalliere sono incisi versi d’amore di D’annunzio, strofe di Vasco Rossi, Tiziano Ferro e di altri artisti internazionali; il percorso finisce nella piazzetta Afrodite in cui l’acqua zampilla nella Fontana dalle sette cannelle.   

 

Tra le casette bianche dai tetti rossi spicca Il muro dipinto, 120 opere tra dipinti e murales realizzati dal 1983 da artisti italiani e stranieri. In questo piccolo paese che conta pochi abitanti, si fa spazio il Fiordo, una profonda insenatura della roccia, sopra il torrente Schiato.

È dalle onde furiose che imperversano sugli scogli che ne deriva appunto 

il nome Furore, titolo di questa bella opera scolpita dalla natura stessa.

 

I vari percorsi di trekking e la vicinanza con Positano ed Amalfi la consacrano a meta ispirata e bella, lontana dal caos e dalle località turistiche chiassose e caotiche. 

Il paese che non c’è, così chiamato a causa della sua forma, come se le case fossero pennellate di colore che ad un certo punto spuntano lateralmente dalla montagna, conserva al suo interno la Chiesa a tre navate di San Giacomo, con i famosi affreschi e dalla quale si può ammirare il panorama mozzafiato.

 

Sembra quasi di vederla la Magnani, disperarsi per il suo amore, 

tra la natura rocciosa del paese, col sole che le illumina il viso 

negli anni che furono. 

Suggestivo l’omaggio che Rossellini fa all’inizio della seconda pellicola in bianco e nero, impreziosita dalle imperfezioni del tempo: questo film è l’omaggio all’arte di Anna Magnani

E quale amore più grande, di quello che apprezza e riconosce nell’altro la propria grandezza, il proprio valore, l’espressione pura dell’anima? 

Come lei stessa disse una volta: “Rossellini aveva capito, io sono fatta così: tutta istinto, nature, come dicono i francesi, nella vita e nel lavoro. Bisogna prendermi così se si vuole che faccia qualcosa di buono”.

In questo film diviso in due episodi: una voce umana, pièce teatrale di Jean Cocteau 

e il miracolo, il cui soggetto vede la firma del grande Federico Fellini, 

è espressa tutta la bellezza di Furore,

 

con la Magnani immensa nella sua semplicità, distesa nell’erba a scrutare il cielo mentre racconta ai santi le sue pene d’amore.   

 

Quanta grandezza in quest’opera, nelle riprese a campo lungo in cui l’obbiettivo mette in risalto, come in una sorta di microscopio, ciò che il personaggio sente e vede e come la natura circostante risponde.

 

Ed è proprio Fellini il San Giuseppe che convince la donna considerata dal paese non normale, che vive all’aperto, nella natura con le capre, 

di trovarsi davanti ad un inaspettato miracolo,

racchiudendo l’opera in una sorta di provocazione. Ecco che ancora una volta i luoghi nascosti del nostro bel paese vengono posti in risalto dall’arte.   

 

In essa artisti e poeti trovano ispirazione e la natura ancora una volta fa da protagonista, in uno scambio continuo che diviene dialogo tra la nostra storia, il presente e il futuro che guardando davanti a noi, con la chiesa di San Giacomo alle spalle, possiamo osservare. 

Ecco riassunta in Furore e nel Fiordo tutta la bellezza delle vecchie pellicole, dei dipinti e delle opere d’arte custodite in questo piccolo borgo pervaso dal profumo del mare che fa capolino sulla celebre e bella Costiera Amalfitana.  

 

Stelle al Sud 

FIORDO
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