SU ANTICHE ROTAIE: VIAGGIO AL SUD di Alberto Sgarbi – Numero 8 – Luglio 2017

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SU ANTICHE ROTAIE: VIAGGIO   AL SUD

 

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Salire su questi treni fa un po’ lo stesso effetto di prendere un aereo: alla stazione di partenza il mezzo ingloba il viaggiatore come in un guscio e lo restituisce, fresco e riposato, a quella di arrivo,
quando il viaggio è concluso.


Si è guadagnato moltissimo in termini di comfort e tempi di percorrenza, ma si è persa quasi del tutto la dimensione del viaggio come esperienza di attraversamento, lettura dei “paesaggi” e dei territori, intesi sia nella loro dimensione naturale che in quella antropica. Anziché guardare fuori dal finestrino, gran parte dei passeggeri delle “frecce” ha lo sguardo rivolto a portatili, tablet e smartphone, perdendo così quella capacità di osservare i contesti attraversati che ha contraddistinto per secoli l’uomo “viaggiatore”. Anche se è assodato che ormai la tecnologia domina le nostre vite, rimane in tutti noi una componente “umana” che cerca sempre di riemergere.

 

Ecco allora che tante persone cercano di uscire, in senso metaforico, dalle strade già tracciate, andando alla ricerca di qualcosa che permetta loro di riappropriarsi di ciò che si ritiene perduto, dimenticato o sepolto, di quella parte più vicina all’essenza della vita. 


Si cercano allora i paesaggi dove ancora la presenza umana e la natura riescono a fondersi armoniosamente: cittadine e piccoli borghi dove la vita sembra essere maggiormente a misura d’uomo, dove gustare cibi con i sapori genuini delle tradizioni e condividere momenti di socialità. Tutto questo trova una sua declinazione anche nel mondo dei trasporti su rotaia che, proprio nell’era dell’alta velocità, va riscoprendo antichi tracciati in alcune zone particolarmente caratteristiche del nostro paese, soprattutto concentrati nel Centro e Sud Italia. Si tratta di antiche linee ferroviarie che hanno perso, o sensibilmente ridimensionato l’originario ruolo di vie di comunicazione per il quale esse erano nate, tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900. Questo fatto è comune a tutti i paesi maggiormente sviluppati d’Europa e del mondo e, in quasi tutti,

 

si è sviluppato – a partire dagli anni ’50 e ’60 – un movimento di gruppi, associazioni e cittadini che hanno avviato azioni per impedire 

la distruzione di molte ferrovie minori, riadattandole 

ad un nuovo ruolo: la ferrovia turistica. 


Giusto per dare conto di cosa significhino le ferrovie turistiche in Europa, è bene sapere che i numeri sono di tutto rispetto: i passeggeri trasportati sono 20 milioni, il giro d’affari è di circa 500 milioni di euro, i km di linee turistiche sono oltre 5.000 e i dipendenti di tali ferrovie sono circa 3.700 (col supporto di migliaia di volontari), dimostrando che si tratta di un’attività che può creare lavoro e ricchezza. Ma non basta: quasi sempre la ferrovia turistica vede un esercizio svolto con materiale rotabile storico, ossia treni formati da antiche carrozze con sedili in legno (o con i velluti rossi se di prima classe…), spesso trainate da locomotive a vapore, ma anche elettriche o diesel, la cui costruzione va dai primi del ‘900, fino al 1970 circa, rappresentando molti decenni di storia industriale.

 

Il salire su questi antichi convogli è, già di per sé, un’esperienza che ha un fascino particolare, alla quale si aggiunge quella di godere

la visione di incantevoli paesaggi, ancor più apprezzabili
per la bassa velocità del treno e per il fatto che si può stare
affacciati al finestrino, assaporando profumi e odori
di brezze che sanno di bosco, di prato e di mare.


In Italia, a causa del basso livello di cultura scientifico/tecnologica e, più in generale, di condizioni socio-economiche diverse, il fenomeno delle ferrovie turistiche è arrivato con circa trent’anni di ritardo rispetto al resto d’Europa. Ci sono però dei segnali estremamente positivi e incoraggianti, che fanno sperare che il nostro paese possa rapidamente colmare il suo ritardo e valorizzare, come meritano, ferrovie storiche e relativi territori. In generale, si può notare un salto di consapevolezza inimmaginabile solo una decina di anni or sono: dal 1995, esiste la Federazione Italiana delle Ferrovie Turistiche e Museali; un organismo che raccoglie le associazioni di appassionati ed amatori di treni e ferrovie, che per anni non arrivava alle 10 unità federate, mentre ora ha raggiunto il ragguardevole numero di 24 associazioni rappresentate. Ma la cosa più rilevante l’ha realizzata il gruppo FS, creando, nel 2013, un organismo espressamente dedicato alla conservazione della cultura storica aziendale (che, a dirla tutta, è un patrimonio di tutta la nazione): si tratta della Fondazione delle Ferrovie dello Stato Italiane che, fra le altre cose, si occupa dello sviluppo delle ferrovie turistiche.

 

La Fondazione FS è diretta da un giovane e dinamico ingegnere, Luigi Cantamessa, che ha messo a frutto un patrimonio creato nei decenni scorsi dai rapporti, quasi sempre informali, che il mondo associativo teneva con alcuni funzionari “illuminati” delle Ferrovie dello Stato, facendo segnalazioni e sollecitando coloro che potevano intervenire, per non disperdere testimonianze storiche che oggi si rivelano fondamentali per lo sviluppo del turismo ferroviario.

 

In questo quadro, il Sud gioca un ruolo di primo piano, ancora più significativo perché, storicamente, la passione per i treni e le ferrovie è molto più “giovane” rispetto al Nord, dove già negli anni ’70 vi erano gruppi di appassionati forti e strutturati. Si è sempre pensato che la cultura legata alla tecnologia fosse carente al Sud, mentre ora assistiamo ad una rimonta che nessuno si sarebbe aspettato. I soci delle Associazioni di amici delle ferrovie del Sud, sono quasi tutti giovani, fortemente motivati e animati da una grandissima passione, sia per i treni sia per le loro bellissime terre: un mix vincente che sta portando a risultati estremamente fruttuosi. Fra le tante realtà associative ne vogliamo citare tre, i cui progetti sono di sicuro rilievo: l’Associazione Le Rotaie-Molise, l’Associazione Ionico Salentina Amici delle Ferrovie, col suo ramo “operativo” Rotaie di Puglia e l’Associazione Ferrovie in Calabria.

 

L’Associazione Le Rotaie-Molise è operativa dal 2002 e ha realizzato uno dei più spettacolari progetti: quello dalla salvaguardia della ferrovia Sulmona-Carpinone, denominata “Transiberiana d’Italia”, per le bellezze e varietà dei paesaggi tra i parchid’Abruzzo e della Maiella.


Un capolavoro di ingegneria, per una linea inaugurata nel 1892, il cui culmine è la stazione di Rivisondoli-Pescocostanzo, a 1268 metri sul livello del mare. Dopo una prima fase embrionale, lo sviluppo di questo progetto è avvenuto quando vi è stato l’interessamento della Fondazione FS, che ha fatto sì che la linea fosse mantenuta percorribile dai treni anche dopo la sua chiusura al traffico ordinario e mettendo a disposizione uno splendido treno storico, che percorre la linea, partendo da località diverse, con un programma di ben 28 viaggi per il 2017. Per dare un’idea dei numeri, sulla Transiberiana d’Italia hanno viaggiato circa 9.000 passeggeri nel 2015, balzati a 14.000 nel 2016!

 

Rimarchevole anche il grande lavoro dell’Associazione Ionico Salentina Amici delle Ferrovie, che ha dato un contributo determinante per la costituzione del Museo Ferroviario di Lecce 

e del treno storico Salento Express,


gestito per diversi anni assieme all’amministrazione delle Ferrovie del Sud-Est, ora purtroppo fermo, a causa dei noti eventi negativi, che hanno visto il fallimento della precedente gestione e l’acquisizione del gruppo da parte di Ferrovie delle Stato Italiane. In ogni caso il treno storico Salento Express è conservato in buono stato e si spera che possa ripartire presto per solcare gli incredibili paesaggi pugliesi, fra cui il particolarissimo raccordo ferroviario che giunge alla fermata di Gallipoli Porto, collegando l’isola della città vecchia con la terraferma, proprio come a Venezia!

 

La sezione “turistica” di AISAF, denominata Rotaie di Puglia,

è impegnata nello sviluppo di altri itinerari regionali, col treno storico Murgia Express, dell’amministrazione delle Ferrovie Appulo Lucane,
le cui linee collegano le città di Bari, Altamura, Matera e Potenza.


Infine la giovanissima (in tutti i sensi: dalla data di costituzione all’età media dei membri) Associazione Ferrovie in Calabria, che ha lavorato duramente per convincere gli Enti Locali e l’amministrazione delle Ferrovie della Calabria a ripristinare una tratta della bellissima ferrovia “Silana” con il treno storico a vapore, che ha ottenuto un successo superiore a ogni aspettativa.

 

La ferrovia che da Cosenza porta a San Giovanni in Fiore, attraversa l’altopiano della Sila ed è, anch’essa, un capolavoro di ingegneria 

che nulla ha da invidiare alle famose ferrovie svizzere.


Si pensi che, in 67 km, passa dai 202 metri sul livello del mare di Cosenza ai 1404 metri della stazione di San Nicola – Silvana Mansio, stazione ferroviaria più alta d’Italia! Ora la ferrovia è agibile solo parzialmente, ma, essendo il tracciato ancora sostanzialmente integro, si auspica che venga reso percorribile nella sua interezza in tempi ragionevoli.

 

Il Sud non si limita però ai soli casi illustrati, perché altre realtà sono operative o stanno emergendo, come la ferrovia dei “Templi”

da Agrigento a Porto Empedocle, o la ferrovia dell’Irpinia,
da Avellino a Rocchetta S. Antonio, entrambe gestite
con i treni della Fondazione FS.
 


Concludo con l’auspicio che tutto questo possa trovare una stabilità e un assetto definitivi anche grazie ad una proposta di legge la cui prima firmataria è la deputata siciliana Maria Iacono, a dimostrazione della voglia di riscatto e della progettualità che vengono dal Sud. Il nome della proposta di legge è: “Disposizioni per l’istituzione di ferrovie turistiche mediante il reimpiego di linee in disuso o in corso di dismissione situate in aree di particolare pregio naturalistico o archeologico” ed è stata approvata lo scorso 24 gennaio alla Camera con una votazione all’unanimità. Come Federazione delle Ferrovie Turistiche e Museali abbiamo dato il nostro contributo in termini di proposte e sensibilizzando diversi parlamentari sul tema a noi caro, confidando in una rapida approvazione anche al Senato, per aprire una nuova stagione che dia all’Italia, e al Sud in particolare, il rilievo che essi meritano nel panorama del turismo ferroviario mondiale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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BIOECONOMIA: UNA SFIDA PER IL MEZZOGIORNO di Piergiuseppe Morone e Francesca Govoni – Numero 8 – Luglio 2017

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Come converrebbe la maggior parte degli storici, la prima fondamentale transizione si è verificata più di 10 mila anni fa quando l’Homo sapiens si è trasformato da cacciatore-raccoglitore in agricoltore e il genere umano ha imparato a coltivare e ad addomesticare gli animali. Questo è stato lo sviluppo più significativo nella storia dell’umanità, sviluppo che ha rappresentato uno spartiacque tra il Paleolitico e il Neolitico – spianando la strada ad una nuova era, a partire dalla quale la relazione umana con le risorse naturali sarebbe cambiata per sempre.

 

Da allora, molte altre rivoluzioni si sono verificate nella storia dell’umanità
e le grandi innovazioni, spesso insieme a nuovi modi di sfruttare
le risorse naturali, hanno indirizzato il cambiamento.

 

Passando dall’età del legno a quella del carbone, siamo entrati – quasi un secolo fa – nell’età del petrolio. Tale era, caratterizzata da un forte aumento in termini di ricchezza e di opportunità e da modelli di produzione e di consumo di massa, sta probabilmente volgendo al termine: la sostenibilità di questo modello, infatti, risulta fortemente minacciata dalle grandi sfide del nostro secolo.Più nello specifico, la popolazione mondiale, attualmente pari a circa 7,5 miliardi di persone, è destinata ad aumentare di quasi un miliardo entro il prossimo decennio e raggiungere i 9,6 miliardi entro il 2050. Al contempo, le grandi economie in rapida crescita (come Cina e India) diventeranno sempre più ricche e la classe media mondiale arriverà a triplicarsi entro il 2030 (la maggior parte di questa crescita sarà concentrata nei paesi in via di sviluppo). Per mettere questi trend in prospettiva, entro il 2030 i paesi asiatici rappresenteranno oltre il 65% della classe media mondiale, rispetto all’attuale 35%.Un effetto importante che scaturisce da questi trend è

 

l’aumento del consumo e della domanda di generi alimentari, di beni manufatti e delle fonti di energia. Tali circostanze determineranno
un aumento della pressione sul sistema economico e ambientale
mondiale attraverso almeno tre canali:

 

(1) le emissioni di gas a effetto serra (GHG), (2) la sostenibilità degli elementi chimici presenti sul nostro pianeta e (3) la gestione dei rifiuti prodotti dall’uomo.

 

In primo luogo, l’aumento in termini numerici della popolazione condurrà ad una maggiore richiesta di energia

 

(necessaria, tra le altre cose, per sostenere la crescente domanda nei settori dei trasporti, del manifatturiero e del settore agroalimentare), con conseguente incremento delle emissioni prodotte dall’impiego di combustibili fossili. Un ulteriore effetto negativo del trend in esame passa attraverso l’impiego delle aree verdi naturali: l’aumento della domanda di generi alimentari determinerà, infatti, uno sfruttamento sempre maggiore di tali aree, con conseguente intensificazione della deforestazione.

 

L’accelerazione prevista nella crescita della domanda mondiale comporta, inoltre, un’altra necessità: preservare la sostenibilità degli elementi chimici presenti sul nostro pianeta

 

al fine di garantire alle generazioni future le stesse opportunità di sviluppo dell’attuale generazione. Sebbene l’effetto più immediato dell’esaurimento di tali elementi sarebbe quello di una riduzione dei beni potenzialmente producibili, tale fenomeno ha delle rilevanti ricadute anche sul ciclo del carbonio, poiché molte tecnologie verdi (ad esempio le tecnologie legate allo sfruttamento dell’energia solare) utilizzano proprio questi elementi a rischio esaurimento.

 

Infine, l’aumento generalizzato dei consumi è associato ad un forte aumento della produzione di rifiuti.

 

Questa potrebbe raddoppiare entro il 2025 e, nonostante lo sforzo intrapreso dalla maggior parte dei Paesi OCSE, il volume dei rifiuti potrebbe aumentare ancora fino al 2050 a causa del cambiamento nella composizione della popolazione mondiale legato al progressivo fenomeno di urbanizzazione.Va a ciò poi aggiunto come i pur significativi sforzi intrapresi da molti Paesi ad alto reddito, rivolti a ridurre la produzione dei rifiuti, siano spesso in gran parte vanificati dalle tendenze esistenti nell’Asia Orientale (la regione a crescita più rapida del mondo per rifiuti). Basti pensare alla produzione di rifiuti solidi in Cina, destinata a passare da 520/550 tonnellate al giorno nel 2005 a 1,4 milioni di tonnellate al giorno nel 2025.

 

Alla luce di queste considerazioni, appare necessario intraprendere un percorso di cambiamento che si inserisca nel solco di una necessaria quanto opportuna transizione da una società basata sul consumo di massa, sulla produzione incontrollata di rifiuti e sullo sfruttamento dei combustibili fossili, ad una società caratterizzata, invece, dalla riduzione e valorizzazione 

dei rifiuti e da nuovi modelli di produzione e consumo.

 

Questo cambiamento tocca le corde più sensibili del nostro il tessuto sociale ed istituzionale e va oltre il mero cambiamento tecnologico. Di conseguenza, la questione da affrontare è se questa transizione sia realizzabile nel prossimo futuro e quali passi possono essere efficacemente intrapresi per portare tale transizione a compimento.

 

Come evidenziano gli studiosi della transizione, tre condizioni devono essere soddisfatte simultaneamente affinché possano realizzarsi grandi cambiamenti:

 

(1) le nuove tecnologie che sostituiranno le tecnologie preesistenti devono aver raggiunto un adeguato livello di maturazione e devono essere economicamente vantaggiose; (2) un numero significativo di attori (produttori, consumatori, policy makers, opinion leaders, etc.) devono condividere alte aspettative sul futuro della nuova tecnologia e sulla transizione in atto; (3) i principali stakeholders operanti nella società civile devono attivamente esercitare pressioni per il cambiamento. La coesistenza di queste tre condizioni rende possibili i cambiamenti di paradigma. Ma dove si inserisce l’Italia ed il Mezzogiorno in questa traiettoria del cambiamento? Il processo di transizione rappresenta senz’altro una sfida stimolante per l’Italia, dove è stata proprio l’industria, attraverso i suoi principali players (tra i quali Novamont, Mossi Ghisolfi, ENI-Versalis, ed il connesso indotto popolato da imprese di piccola e media dimensione attive nel settore dei biopolimeri e dei chemicals), a guidare il cambiamento portando avanti una tradizione di collaborazione con il mondo della ricerca. Basti pensare al caso di Matrica, una joint venture paritetica costituita proprio da ENI-Versalis e Novamont al fine di 

 

riconvertire lo stabilimento petrolchimico di Porto Torres in una bioraffineria integrata nel territorio per la produzione di prodotti ad alto valore aggiunto utilizzando anche feedstock di seconda generazione.

 

Un progetto, questo, dal grande impatto non solo ambientale, ma anche economico e sociale. La riconversione di siti petrolchimici ormai dismessi in bioraffinerie è la strada che si è seguita anche a Marghera e che si vuole seguire a Gela.

 

In questo contesto il Mezzogiorno può trovare nuovi stimoli alla crescita
che si concilino con la sostenibilità ambientale, economica e sociale. 

 

Proprio a Gela, la crisi del settore della raffineria tradizionale si è riversata sul territorio locale, con conseguenze pesanti a livello di occupazione che hanno accentuato gli effetti della grave recessione economica mondiale. 

 

Ripartire dalla bioeconomia è una concreta possibilità: con il Protocollo d’Intesa siglato nel 2014, Eni ha avviato un processo di trasformazione 

del sito industriale in una green refinery,  

 

dove dovrebbero essere prodotti biocarburanti utilizzando non solo olio di palma grezzo di importazione, ma anche oli esausti di cottura e grassi animali. E’ inoltre auspicabile, nel processo di transizione di cui si tratta, l’annunciata realizzazione di un impianto pilota per la trasformazione della frazione organica dei rifiuti solidi urbani del territorio in bio-olio. In questo modo, non solo si avrà a disposizione una quantità maggiore di feedstock da trasformare in bio-olio, ma si fornirà un supporto concreto alla valorizzazione del food waste locale. Tutti questi virtuosi processi di conversione lasciano presagire un’accelerazione nel settore della bioeconomia, che potrebbe essere ulteriormente facilitata da interventi mirati dei policy makers nella politica industriale, con ricadute positive sulle economie locali e su di un tessuto sociale altrimenti avviato ad una pericolosa disgregazione. 

 

La bioeconomia, dunque, può divenire un nuovo driver di sviluppo 

del Mezzogiorno: un’opportunità, questa, che i policy makers 

non possono sprecare.

 

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BIOECONOMIA: UNA SFIDA PER IL MEZZOGIORNO

 

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LA MANNA DAL SUD di Viviana Meloni – Numero 8 – Luglio 2017

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La manna dunque fece il suo ingresso nella storia come cibo celeste e dono divino, caricandosi da subito di una spiritualità che l’accompagnerà sino ai giorni nostri come simbolo dell’alleanza tra l’uomo in cammino e Dio che si prende cura di lui. Durante l’attraversamento del deserto la manna cadeva abbondante ogni giorno e gli Ebrei, come racconta il sedicesimo libro dell’Esodo, la raccoglievano “ciascuno secondo il suo bisogno”. Al mattino del sesto giorno ne cadeva il doppio, perché il settimo giorno – lo Shabbat, istituito proprio la prima settimana di caduta della manna – gli Ebrei dovevano rispettare il riposo. Tuttora nelle case ebraiche, quando si prepara il cibo per il sabato, si cuociono due pagnotte, chiamate Challot, che vengono riposte fra due panni di cotone uno sopra e l’altro sotto per ricordare lo strato di brina che ricopriva al mattino la manna nel deserto.
 
 Oggi, anche senza levare gli occhi al cielo, è possibile visitare un luogo dove si trova questo alimento preziosissimo. E’ il Parco delle Madonie, in Sicilia, alle spalle di Cefalù e a un golfo di distanza da Palermo: dal tronco dei frassineti che vi crescono si estrae la manna sin dai tempi della dominazione araba, tra il nono e il decimo secolo.
 
Da allora la coltivazione dei frassineti si estese in tutte le regioni del centrosud fino ai monti della Tolfa nel Lazio e alla Maremma, e nel 1500 vi venne imposto un dazio doganale per aumentare le entrate del Regno. Oggi invece la manna si raccoglie solo in Sicilia, tra Pollina e Castelbuono, Cefalù e San Mauro, Geraci e Isnello. Ormai la superficie coltivata è ridotta e in pochi praticano l’antico mestiere dello “Ntaccaluoru”. La manna è dunque la linfa estratta dalla corteccia di una varietà di frassino chiamato Orniello. Il frassinicoltore attende che la pianta entri nel periodo di quiescenza estiva fino a spingerla allo stress idrico quando il terreno completamente asciutto si stacca dalle radici e le foglie verdi cominciano a virare verso il giallo. Quello è il momento per la prima incisione che viene praticata a circa dieci centimetri da terra con un coltello chiamato “mannaruolu”. Dalla metà di luglio alla fine di settembre, ogni mattina, si fanno le “ntacche” a distanza di un paio di centimetri l’una dall’altra: 
 
 dai tagli fuoriesce una melata azzurrina prima amarognola e poi dolce che, a contatto con l’aria e al sole della Sicilia, diventa bianca 
e prende la forma di piccole stalattiti, o cannoli.
 
La manna a cannolo è la più pregiata perché priva di residui. Poi c’è la manna in sorte (o manna di pala) che è quella che si va a depositare sulle pale di ficodindia disposte alla base del tronco. E per finire la manna rottame che scorre lungo la corteccia e viene staccata con la “rasula”. I cannoli di manna vengono messi ad asciugare, prima, all’ombra e, poi, al sole su degli stenditoi per far loro raggiungere il giusto grado di umidità. Infine, viene inscatolata in appositi contenitori di legno riposti in luoghi asciutti e pronti per la vendita.
 
 Le proprietà curative della manna erano conosciute sin dai tempi 
della scuola di medicina di Salerno.
 
Essa è in primo luogo un blando lassativo privo di effetti collaterali e molto indicato in età pediatrica. A differenza della senna (o cassia) contenuta in tutti i lassativi in circolazione – che alla lunga può causare problemi anche seri – la manna agisce contro la stipsi attirando acqua nell’intestino e facilitando dunque lo svuotamento del colon. E’, poi, un regolatore e rinfrescante delle vie intestinali in quanto è in grado di purificare l’apparato digerente da tossine, parassiti intestinali e residui di cattiva alimentazione. E’ un fluidificante emolliente, sedativo della tosse e un dolcificante naturale a basso contenuto di glucosio e fruttosio indicato per i diabetici. La manna si assume a pezzetti, sciogliendoli in bocca oppure diluendoli in una tisana o nel tè.   
 
Dal 2002 la manna è dal un Presidio Slow Food con un proprio disciplinare di produzione che ne garantisce la provenienza e la qualità. 
 
La “Manna eletta delle Madonie” rientra nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali del ministero delle politiche 
agricole e forestali.
 
Il Presidio coinvolge sette produttori che usano il moderno sistema del filo di nylon su cui cola la manna, novità introdotta nella metà degli anni ‘80 che ha rivoluzionato la tecnica di raccolta consentendo di ottenere molto più prodotto puro di quando gran parte del raccolto scendeva lungo la corteccia riempiendosi di numerose impurità. Oltre ai sette produttori del Presidio, ce ne sono altri, qualche decina, fra cui parecchi anziani che lavorano alla vecchia maniera. Il raccolto complessivo è di 300-400 chili all’anno. Il presidio ha aiutato i produttori anche nella vendita diretta che prima non era possibile in quanto l’intero prodotto veniva conferito alla grande industria senza possibilità di contrattare sul prezzo. Per avere un’idea: il costo della manna-cannoli è di 16 euro per 50 grammi e di 8 euro per 20 grammi di prodotto. La manna da drogheria invece ha un prezzo di 18 euro circa per 100 grammi. 
 
 La manna è leggera e se ne produce un chilo con tre o quattro piante a stagione. Profuma di macchia mediterranea, ha un gusto fra il dolce 
e il lievemente amaro con un retrogusto di mandorla o miele 
e un colore tra il bianco e il giallo caramello a seconda 
del cultivar e del terreno.

Con la manna si fanno dolci, liquori e saponi (una importante casa cosmetica francese la impiega come componente della crema per le mani). Interessante è poi il suo impiego in cucina: nei ristoranti di Castelbuono si può gustare il filetto di maialino nero in crosta di manna con mandorle e pistacchi. Il pasticcere siciliano Nicola Fiasconaro, circa 20 anni fa, ha creato il Mannetto, dolce molto particolare ricoperto di una candida glassa di manna. Provare per credere. 

 

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LA MANNA DAL SUD

 

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Ma cos’è la manna? Se lo chiesero – “Man Hu?” letteralmente in ebraico: “cos’è?” – anche gli Israeliti in fuga dall’Egitto verso la Terra Promessa quando videro cadere dal cielo quel cibo sconosciuto che Dio aveva mandato loro per sfamarli e che da allora fu chiamata, appunto, “ManHu”. 

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I CAVALLI SCULTOREI DI PERSANO di Alduino di Ventimiglia di Monteforte – Numero 8 – Luglio 2017

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I CAVALLI SCULTOREI DI PERSANO

 

 

 

    

Sono i Cavalli della Razza di Persano.Testimoni di un lungo periodo della storia italiana turbinoso e importante, ricco di sconvolgimenti che hanno visto i combattenti a cavallo compiere grandi imprese, a subirne le conseguenze, e anche a sognare, hanno rischiato
più di una volta 
di scomparire.

 

Una storia antica che ha visto per secoli l’avvicendarsi di uomini attorno a cavalli leggendari, protagonisti di eventi, a volte importanti, a volte ludici, a volte diplomatici e bellici. Dopo l’età borbonica è nata l’Italia Unita e questi cavalli ne sono stati partecipi, rappresentando, nell’ambito equestre, un’eccellenza, simbolo ed espressione vivente della cultura equestre, della storia, dello stile e dell’eleganza italiana.    

 

Molti degli uomini che hanno vissuto con questi cavalli non si sono rassegnati quando, nel 1972, con una decisione quanto meno inopportuna, i cavalli di Persano sono stati trasferiti al il Centro Militare Allevamento Raggruppamento Quadrupedi di Grosseto che per brevità lo chiameremo d’ora in poi CMARQ: avevano perduto i compagni di viaggio che, con i loro nitriti, avevano riempito e allietato la loro esistenza e dai quali avevano saputo trarre insegnamenti e sapienza. Così i persanesi si sono riuniti e hanno fondato l’associazione “Persano nel Cuore”: per non dimenticare e tenere vive le tradizioni e la grande cultura equestre nata nella Campania Felix. Nello stesso tempo, in Toscana, a loro insaputa, c’era chi cercava di recuperare la Razza dei cavalli.   

 

La nobile razza, fondata da Carlo di Borbone nel 1751, nell’arco della sua storia, fu salvata ben 5 volte: nel 1799 (rivoluzione napoletana) da Ferdinando IV di Borbone; nel 1816 da Ferdinando I delle Due Sicilie; nel 1874 dai Gaetani di Sermoneta e da Vittorio Emanuele II; nel 1900 ricostituita dal Governo del Regno d’Italia; dal 1981 da Alduino di Ventimiglia d Monteforte.

 

La “Razza Governativa di Persano” fu ricomposta nel 1900 a Persano, per D.M. del Regno d’Italia. Ed essa trae origine dalla ancor più antica “Real Razza di Persano”.

 

Quest’ultima fu oggetto di studio e programmazione sin dall’anno 1735 da parte di Carlo di Borbone, sovrano illuminato di due regni: quello di Napoli e quello di Sicilia, ma la sua nascita fu sancita solo più tardi, nel 1751, a Persano, luogo da cui prese il nome.    

 

Presto la Razza assunse una rinomanza internazionale e raggiunse il suo apice tra gli anni 1780-1825, quando fu introdotta, per mezzo di riproduttori maschi (stalloni), in molte razze europee oggi di grande fama. Gli esperimenti per la costituzione dell’embrione, di quella che sarà nominata in seguito Real Razza di Persano, furono condotti nella tenuta di Carditello, affittata a tale scopo dalla corona borbonica già dal 1740. L’intenzione era quella di creare un allevamento e un cavallo di Stato, e così fu fatto.   

 

Attraverso moltissime vicissitudini e momenti critici, la Razza è sopravvissuta fino all’anno 1995, in cui lo Stato italiano decise di interrompere definitivamente la lunga tradizione. 

 

Sotto il regno di Ferdinando IV e, più esattamente, nell’anno 1784, 

 la tenuta di Carditello fu trasformata in funzione dell’eccellenza della 

Real Razza di Persano. Dovendo operare la selezione delle fattrici 

e degli stalloni in base al loro uso per la guerra, fu costruito 

anche un ippodromo.

 

La selezione avveniva attraverso le prove funzionali su cinque parametri importantissimi: la maneggiabilità, l’equilibrio mentale e il coraggio con cacce di vario genere; la resistenza, con il percorso di 200 km Carditello-Persano-Carditello; la velocità, con gare da effettuarsi nell’ippodromo incorporato nella grande struttura architettonica. Fu iniziata a Carditello la costruzione di un complesso di fabbriche, dedicato esclusivamente ai cavalli con scuderie di 1500 cavalcature, di un ippodromo e di un piccolo Palazzo reale dal quale il Re poteva accedere direttamente alle scuderie per controllare i cavalli e emanare gli ordini per l’allevamento. Vi erano anche degli spalti da cui il pubblico poteva assistere alle corse e alle prove di bravura dei cavalli. Inoltre, il complesso di Carditello, non lontano da quello della Reggia di Caserta, si prestava alle visite delle ambascerie e delle delegazioni straniere; era un luogo dove il Re poteva far vedere quell’eccellenza equestre e mostrare, così, le possibilità e la potenza del Regno di Napoli.     

 

Nel 1874, la Real Razza di Persano fu venduta sulla piazza di Eboli con asta pubblica per decreto del Ministro Ricotti. Comprendendo il grande errore commesso, 

 

il Governo, nell’anno 1900, la ricompose nello stesso Deposito di Persano, denominandola non più Real Razza di Persano, come era stata fino al 1874, bensì, più propriamente allora, Razza Governativa di Persano. La Razza Governativa ebbe un nuovo marchio con cui distinguersi.

 

Lo Stato acquistò gli animali, con cui fu ricostruita la razza, dai soggetti privati che li avevano acquistati ad Eboli e salvati. Fu formato il nucleo più importante della nuova razza, in misura del 60% sul totale degli animali costituenti il nucleo delle fattrici e per il 50% su quello degli stalloni.     

 

Dopo due guerre mondiali, delle quali i cavalli della Razza Governativa di Persano furono protagonisti, si arriva al 1981, anno in cui, accertato il poco interesse da parte dello Stato nel mantenere quel patrimonio storico e genetico fortemente legato a una importante biodiversità, fu creato un nucleo parallelo di cavalli prelevandolo dalla mandra di Grosseto della Razza Governativa di Persano. La scelta oculata dei soggetti per tale operazione fu determinata dal loro grado di “purezza” rispetto alla razza di appartenenza: cioè, cavalli con elevato valore biologico, portatori di patrimonio genetico non ancora inquinato da incroci effettuati con cavalli di puro sangue inglese (p.s.i.).   

 

Infatti, già dopo il 1972, quando la mandra fu trasferita da Persano a Grosseto, gli unici accoppiamenti autorizzati furono quelli con stalloni di p.s.i. o con anglo-arabi di dubbia provenienza, e mai con stalloni della razza di appartenenza. Il Generale Francesco Ortu, che aveva firmato nel 1972 l’autorizzazione per il trasferimento dei cavalli da Persano a Grosseto, rendendosi conto dell’errore compiuto, cercò di ricomporre la Razza Governativa di Persano nel periodo del suo ultimo Comando presso il CMARQ (Centro Militare Allevamento Raggruppamento Quadrupedi) di Grosseto, favorendo gli accoppiamenti in razza e richiamando, quando geneticamente valide, le cavalle dai vari enti militari a cui erano state trasferite.   

 

Dopo di lui però, ancora una volta, la razza ritornò in uno stato di abbandono e, se non fosse stato per il nucleo di stalloni e fattrici salvati a Luriano, nel 2003, non si sarebbe potuto procedere al riconoscimento della razza da parte dell’Europa e alla costituzione del Registro Anagrafico di Razza (Libro Genealogico).   

 

Molte delle fattrici trasferite in quegli anni a Luriano, tenuta non distante da Grosseto, dove venne effettuato il salvataggio della razza, furono selezionate tra quelle nate a Persano e non ancora frutto di incroci con p.s.i.. A Grosseto, al CMARQ, non vi erano riproduttori maschi della Razza, se si esclude l’esploratore Picciotto (che non aveva però lo status di stallone). L’unico stallone riconosciuto allora era Pascià, già in forza presso l’I.I.I. di Catania. Pascià era nato a Persano ed era stato dato in comodato all’allora Deposito Stalloni di Catania. Tornando dopo il servizio effettuato all’Ente Militare, che nel frattempo era stato trasferito a Grosseto, mi fu possibile portarlo a Luriano come feci in seguito con Picciotto, ufficialmente diventato stallone all’età di 30 anni, grazie al tempestivo intervento del Generale Francesco Ortu.   

 

Attualmente, la mandria si compone di 70 soggetti, tra fattrici, puledri e stalloni. Un risultato straordinario, frutto di un faticoso e complesso lavoro cominciato anni fa con l’individuazione e il recupero di circa 30 cavalli, sparsi in varie regioni italiane che, senza il mio intervento, sarebbero stati destinati ad una inesorabile scomparsa. Sarebbe stata una perdita irreparabile per la nostra nazione.

 

Oggi, all’Italia e ai suoi governanti si presenta una grande opportunità storica, culturale, turistica, politica ed economica: ricreare un polo attrattivo unico e internazionale in cui fare storia anche attraverso spettacoli di arte equestre, unendo una struttura architettonica 

 originale con i cavalli originali per i quali il complesso 

di Carditello fu edificato.

 

Ciò porterebbe l’Italia, oggi agli ultimi posti in campo equestre, a fare di colpo un grande balzo in avanti, a riappropriarsi del suo patrimonio storico e di una sua eccellenza. Carditello e i cavalli di Persano, con la loro unicità, sarebbero infatti in grado di attrarre una considerevole fetta di turismo nazionale e internazionale sufficiente a cambiare il volto e l’economia dei luoghi in cui sorge il complesso architettonico, tristemente noti come “la terra dei fuochi”. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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e, con l’armonia delle loro forme, rammentano i capolavori scultorei del periodo ellenico classico e di quello rinascimentale. Poi, attraverso i loro elegantissimi movimenti, rinviano alle virtuose arie del periodo barocco. Protagonisti insuperabili delle impetuose cariche della cavalleria napoleonica e delle campagna di Russia dell’ultimo conflitto mondiale.

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TRAPANI E LA PESCA IN TONNARA di Lorena Coluccia – Numero 8 – Luglio 2017

Ci sono storie che sembrano leggende e uomini che incarnano figure epiche. Quella della pesca con il sistema delle tonnare fisse è una tradizione che profuma di mito, un rito sempre uguale a sè stesso, dove esperienza e superstizione, sudore e spiritualità, convivono miracolosamente. 

 

La Sicilia è stata terra di tonnare per secoli e Trapani contava più di 20 impianti. Tonnara è parola dalla semantica ricca e articolata, così come lo sono le attività e le emozioni a essa correlate: tonnara è il termine usato per indicare il complesso sistema di reti che intercettano i tonni rossi del Mediterraneo; ma – per estensione – tonnara è anche il luogo in cui quelle reti si calano e, ancora, il nucleo di edifici di appoggio all’attività e alla lavorazione del pescato.

 

Al di là delle definizioni, la tonnara, per Trapani, rappresentava un microcosmo fatto di uomini – il rais, i tonnaroti, ma anche i mastri d’ascia, i sommozzatori, gli artigiani – e di azioni che, insieme, determinavano la fisionomia di un territorio, la sua economia, il suo sapere, i suoi costumi.

 

La tonnara è un’elaborata architettura subacquea composta da un lungo braccio di rete, il pedale, steso perpendicolarmente alla costa, che termina su un grande rettangolo chiamato isola, dentro cui i tonni si indirizzano quando trovano il cammino sbarrato dal pedale. L’isola è composta a sua volta da più camere, l’ultima delle quali, la camera della morte, è quella in cui avveniva il rito della mattanza.Tutte le azioni legate a questa antica tradizione – la preparazione di reti e imbarcazioni, il calato, il controllo, la pesca, il salpato – sono accompagnate da preghiere, azioni scaramantiche, riti propiziatori, canti (le emozionanti cialome) che, in equilibrio tra sacro e profano, definiscono un patrimonio antropologico non riproducibile. Oggi a Trapani non si calano più tonnare e anche gli edifici che, un tempo, supportavano questa attività sono diventati altro: nei casi più fortunati, sono esempi straordinari di architettura industriale (è il caso dell’ex Stabilimento Florio di Favignana, la cui visita vale un viaggio) o di strutture ricettive e d’accoglienza (come Scopello o Bonagia); nei casi peggiori, sono costruzioni in disarmo, edifici abbandonati a sè stessi e al tempo.

 

In tutta la Sicilia vi è un’unica realtà, proprio a Trapani, che ha conservato la sua originale funzione, quella di lavorazione e inscatolamento del tonno 

in scatola. Si tratta della tonnara di San Cusumano, oggi azienda 

Nino Castiglione, sulla cui torre si scorge ancora l’originale tonno 

di metallo che, in cima a un’asta, indica la direzione del vento.

 

Dal suo movimento dipendevano le speranze dell’omonimo fondatore di poter contare su un maestrale favorevole o le paure di dover temere il vento di scirocco che allontanava i tonni dalla costa. Oggi questa azienda, nata dall’amore di don Nino per la tonnara, è il primo produttore in Italia di tonno in scatola a marchio delle maggiori insegne della grande distribuzione e occupa 230 persone; numero che, in un angolo del sud così periferico, significa molto più che in qualunque altra parte del paese.

 

Ma, sebbene l’azienda rappresenti un’avanguardia in termini di automazione 

e tecnologia, sicurezza alimentare e innovazione, continua ad ambire al recupero della tradizione della pesca con la tonnara fissa.

 

Sistema che ha volontariamente interrotto nel 2003, a differenza di altri soggetti economici, con l’obiettivo di restare al 100% sostenibile e nel rispetto delle misure dell’Unione Europea per la salvaguardia del tonno rosso del Mediterraneo, definito specie a rischio. Fortunatamente tali misure (l’assegnazione all’Italia di quote tonno ridotte a poche tonnellate) ha funzionato così bene che in meno di un ventennio vi è stato un significativo ripopolamento della specie, tanto da indurre l’Europa ad aumentare le quantità di tonno rosso pescabile. Si riaccende, quindi, la speranza per l’azienda Nino Castiglione e per il territorio tutto di recuperare un patrimonio di conoscenze e tradizioni che altrimenti rischia di essere perduto per sempre.

 

Sia chiaro: la tonnara non contemplerà mai più il rito della mattanza, considerato troppo sanguinolento da chi non ne conosce i metodi e lo giudica solo sulla base dell’apparenza; ma il sistema di pesca ha invece qualche possibilità di essere recuperato.

 

Tutte le principali istituzioni nazionali ed europee, e le più importanti associazioni ambientaliste, hanno, infatti, finalmente convenuto che tale tecnica è la più ecosostenibile al mondo. Le maglie larghe delle reti che trattengono solo pesci di grossa taglia; lo sbarramento costituito dal pedale che interrompe il cammino dei tonni solo per un breve tratto; l’impossibilità di inseguire la preda (come avviene con le tonnare volanti); l’ancoraggio al fondale tramite pietre che non lo danneggiano (come invece fanno le reti a strascico); la continuazione del processo di riproduzione anche all’interno delle reti, garantiscono il rispetto del sistema marino e della specie, scongiurandone il depauperamento.

 

Attività sostenibile anche rispetto alle produzioni tipiche: è associata alla pesca con tonnara, infatti, anche la creazione di prodotti di nicchia come tunninamosciameficazzabottargalattume; nomi che rievocano una tradizione gastronomica antica, un tempo in cui il tonno era un dono del mare che non andava sprecato e di cui si lavorava ogni parte.

 

Nella primavera del 2016 la Nino Castiglione, come partner tecnico del comune di Favignana e dell’Area Marina Protetta delle Isole Egadi, ha calato la tonnara sullo specchio acqueo davanti a Favignana, proprio nel luogo da sempre deputato a questa attività. È stata una tonnara a scopo scientifico e di monitoraggio – indispensabile a scongiurare la cancellazione definitiva di Favignana dalla lista dei siti vocati a questo sistema di pesca – senza l’assegnazione di quote e, quindi, senza possibilità di commercializzare il pescato.

 

Ora, ciò che bisogna augurarsi è che l’isola ottenga le quote tonno, così da rendere l’operazione economicamente sostenibile e, in questo modo, garantire la sopravvivenza di un patrimonio che Trapani, la Sicilia, l’Italia tutta 

non possono permettersi di perdere.

 

 

 

 

 

 

FOTO di Stefano Benazzo_79
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TRAPANI         E LA PESCA IN TONNARA

 

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“I pescatori, che hanno la faccia solcata da rughe che sembrano sorrisi e, qualsiasi cosa tu gli confidi, l’hanno già saputa dal mare”
(Fabrizio De André)

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TARTUFI E RICERCA ALL’UNIVERSITÀ DELL’AQUILA Di Giovanni Pacioni – Anna Maria Ragnelli – Numero 7 – Aprile 2017

Confezioni di tartufo bianco trattato con film edibile

Tartufi
e ricerca
all’università
dell’aquila

 

 

Tomografia del suolo effettuata con uno speciale georadar.
Tartufi bianchetti, Tuber borchii, nel loro habitat naturale
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giovannipacioni
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I tartufi sono i corpi fruttiferi sotterranei di alcune specie di funghi appartenenti al genere Tuber (Ascomiceti) che vivono in simbiosi con gli apparati radicali di piante ospiti, principalmente alberi quali noccioli, querce, carpini. Tale simbiosi è detta “micorriza” (dal greco mico= fungo e riza= radice) ed è fondamentale per la sopravvivenza della quasi totalità delle piante. Dal punto di vista biologico, i corpi fruttiferi dei funghi sono strutture deputate ad assicurare la sopravvivenza e la diffusione della specie tramite la produzione di spore, un po’ come i semi per le piante 

 Sviluppandosi tuttavia in maniera sotterranea, i tartufi sono impossibilitati a disperdere nell’aria le loro spore, 

come fanno la maggior parte dei funghi. 

Nel corso della loro evoluzione – che dovrebbe 

esser durata oltre cento milioni di anni – hanno però sviluppato complessi meccanismi per relazionarsi con l’ambiente 

ed anche risolvere il problema della dispersione 

delle spore.

I tartufi, infatti, producono moltissime sostanze volatili (VOCs, Volatile Organic Compounds) che regolano la loro vita sociale nei confronti dei microrganismi del suolo e delle piante, ed alcune di queste sostanze, che noi percepiamo come odore, svolgono il compito di attirare animali (insetti e mammiferi) per farsi mangiare e, in questa maniera, poter disperdere le spore. Esse, infatti, sono estremamente resistenti e possono attraversare indenni gli apparati digerenti degli animali, che in questa operazione vengono ricompensati, oltre che da cibo, da uno stato di grande benessere dovuto a sostanze, biologicamente attive, prodotte dai tartufi stessi: questi, dunque, sono nati per essere mangiati e perciò non ne esistono, di per sé, di velenosi. La raccolta del prodotto naturale è affiancata dalla coltivazione di piante arboree con gli apparati radicali opportunamente infettati dal tartufo. Diverse specie, infatti, sono coltivabili e ciò ha esteso la produzione delle specie europee in altri continenti nelle aree con clima mediterraneo, ovvero con inverni miti e primavera ed autunni piovosi. Non a caso, oggi, accanto a Italia, Francia e Spagna, abbiamo l’Australia come quarto produttore mondiale.

È noto che alcuni tartufi, come il bianco Tuber magnatum 

od il nero pregiato Tuber melanosporum, sono tra gli alimenti più costosi al mondo.

Le loro qualità risiedono nella emissione, a piena maturità, di un complesso di sostanze volatili che vengono prodotte in condizioni di microaerobiosi, ovvero di scarsa presenza di ossigeno data la crescita sotterranea, ed alla loro produzione partecipa anche la microflora (batteri e funghi lievitiformi e filamentosi), estremamente ricca ed abbondante, che vive in maniera asintomatica al loro interno. La cultura gastronomica del tartufo ha una storia millenaria ed è strettamente legata all’Italia, dalla quale è passata in Francia per diffondersi a livello planetario.

Per molti secoli, fino al Novecento, L’Aquila, insieme a Norcia, è stata la capitale del tartufo nero, il centro di raccolta e di una rete commerciale che nel Rinascimento arrivava sino in Germania. 

Oggi, la sua Università ospita uno dei gruppi di ricerca sulla biologia del tartufo maggiormente apprezzati a livello internazionale. Attivo dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso, ha iniziato ad occuparsi della biologia dei tartufi in maniera totale, dalla ecologia, biochimica, fisiologia fino alle attuali scienze “omiche”, una neonascente classe di discipline legate alla biologia molecolare e alla genetica, nell’ambito delle quali a L’Aquila si studiano la genomica, la trascrittomica ed a breve la metabolomica. 

È stato il primo laboratorio nel mondo, a studiare: 

– la composizione dell’odore di diverse specie dei tartufi neri e la composizione dei prodotti aromatizzati al tartufo; –  gli effetti delle sostanze volatili sulla flora microbica del suolo, sulla germinazione dei semi delle piante erbacee e sulla attrazione degli animali deputati alla dispersione delle spore; 

 –  il processo di melanizzazione e di morte cellulare programmata durante lo sviluppo dei corpi fruttiferi; 

 – a seguire le fasi di sviluppo dei tartufi nel suolo attraverso uno speciale georadar; 

 – ad evidenziare la presenza di una ricca microflora batterica e fungina (microbioma) all’interno dei tartufi sani; 

 – ad ottenere la prima fase embrionale della formazione del tartufo; 

 – a scoprire che i tartufi maturi contengono cannabinoidi, tra i quali l’anandamide, il cosiddetto “ormone della felicità”. Ha, inoltre, fatto parte del consorzio internazionale che ha sequenziato il genoma di Tuber melanosporum, pubblicato nel 2010 su Nature, ed ha organizzato nel 1992 un Congresso Internazionale sul Tartufo, presso il Forte spagnolo della città, che ha visto la presenza di oltre 650 partecipanti provenienti da tutti i continenti.

Nel corso della sua attività ha ottenuto tre brevetti, due dei quali sulla produzione vivaistica di piante micorrizate che danno lavoro da più di venti anni ad una cooperativa, ed uno per la conservazione dei tartufi freschi, che è stato oggetto di ripetute presentazioni nel corso dell’EXPO2015 ed ha permesso la nascita di una start-up di successo sul territorio aquilano.

L’interesse suscitato da quest’ultima ricerca risiede nell’aver superato le difficoltà finora incontrate in campo scientifico nel migliorare la qualità e la conservazione del prodotto fresco. Numerosi sono, infatti, i problemi che si rilevano in proposito, ascrivibili a molteplici fattori: brevi periodi di maturazione per le diverse specie commerciali; stagionalità della produzione; limitata possibilità di conservazione; perdita della capacità di produrre gli aromi in conseguenza dei cambiamenti metabolici; perdita di acqua e di peso; controllo della microflora ospite all’interno del tartufo; differenziazione della conservazione a seconda della pezzatura e dell’integrità del corpo fruttifero. 

A L’Aquila, abbiamo sviluppato un sistema di conservazione basato su un film edibile specificatamente realizzato per questi scopi.

“Film edibile” significa che il tartufo viene rivestito con un sottilissimo strato continuo di materiale, composto da sostanze commestibili, e che quindi può essere consumato così com’è. Nel nostro caso, si è ricorsi ad una proteina vegetale purissima, alla quale sono state aggiunte diverse altre sostanze, che hanno permesso di ottenere un prodotto, invisibile e insapore, estremamente efficace per ovviare a tutti i problemi sopra esposti. Una volta estratti dal suolo, infatti, i tartufi subiscono un cambiamento di condizioni (aria ed ossigeno) che porta ad una perdita progressiva della capacità di produrre VOCs e ad un cambiamento della stessa composizione dell’aroma, data la presenza di ossigeno e la diminuzione dell’attività metabolica. Gli aromi dei tartufi vengono infatti prodotti solo da esemplari vivi e mantenuti quanto più possibile nelle condizioni originarie. Le diverse forme di condizionamento (inscatolamento o surgelazione) uccidono il tartufo ed alterano completamente le sue qualità organolettiche. Chiudendoli in contenitori, il loro ricchissimo microbioma non è più sotto controllo ed i batteri e funghi ospiti innescano fenomeni putrefattivi. Accanto ai metodi tradizionali ed empirici per prolungare la vitalità dei tartufi, negli anni più recenti sono stati proposti diversi sistemi innovativi, oggetto anche di alcuni brevetti, come immersione in olio, irradiazione, rivestimenti plastici o atmosfera controllata, ma che non rispondono pienamente agli obiettivi. 

La globalizzazione imperante, che non ha risparmiato neanche la produzione tartuficola, ha imposto una riflessione ancor più attenta sul problema della conservazione del prodotto fresco, quanto mai sentito al giorno d’oggi anche per l’uso del tartufo nella cucina internazionale. Ed il nostro film edibile sembra attualmente rappresentare la soluzione più idonea.

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QUANDO LA TRECCANI NON CONOSCEVA LA MOZZARELLA di Francesco Festuccia – Numero 7 – Aprile 2017

QUANDO LA TRECCANI NON CONOSCEVA LA MOZZARELLA

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Scrivere una possibile o impossibile storia della mozzarella è come addentrarsi in una materia molle che ricorda proprio la consistenza della mozzarella stessa. Pochi i testi certi, come incerta è la “certezza” del nome, anche se “mozza” deriva sicuramente da mozzato, tagliato.

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     e ricerche, sia sui testi che nello sterminato mondo di Internet, danno risultati contraddittori e, a volte, sorprendenti. Basti mettere a confronto due totem del  passato e del presente.

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Andando a sfogliare le polverose pagine della Bibbia delle definizioni, cioè l’enciclopedia Treccani – che ha fatto bella mostra in tante case importanti, nel suo mobile dedicato – nell’edizione del 1934, alla voce Mozzarella, non si trova nulla. Incredibile a pensare: non esiste nella Treccani di quegli anni – summa di tutto lo scibile umano – la voce “mozzarella”. Insomma, la mozzarella proprio non sembrava aver cittadinanza: anzi, solo cercando più a fondo, alla voce “bufalo”si trova: “La femmina produce 1200/2000 litri di latte all’anno che viene trasformato in mozzarella”. Un po’ meglio se si va al dizionario enciclopedico della Treccani del 1958, nel quale testualmente si legge: “voce meridionale diminutivo di mozza, tipo di formaggio, latticino magro tipico della Campania, prodotto con latte di bufala. La cagliata viene cotta nel siero finché diventi filante poi è tirata in cordone e tagliata a pezzi di circa mezzo chilo da consumare fresca e cotta”. E aggiunge, come “figura regionale”: “essere una mozzarella, persona fiacca e lenta”.

Non solo la mozzarella viene citata poco o niente, ma più che altro passa, anche, come termine derisorio. Se ci pensiamo bene non a torto.

Chi non ha avuto un compagno di scuola o, magari, un parente a cui è stato affibbiato il termine “mozzarella”, perché era un tipo moscio, giusto come una mozzarella. Moscio, diremo morbido, che per una mozzarella vera è una bella cosa, perché si taglia facilmente e altrettanto morbidamente si scioglie in bocca; mentre, certo, per una persona, non è un granché di qualità. Così come si usa nello slang della pallavolo, sinonimo di tiro senza energia… e poi quante volte pensando al colorito di una persona in costume sulla spiaggia abbiamo detto: “è una mozzarella”. A dire il vero, questa ultima derisione sta passando di moda, visto che la tintarella ora è un po’ meno trendy, mentre, per la mozzarella stessa, il bianco è un bel complimento dal momento che se vira al giallastro non è un buon segno di conservazione e se vira al blu, addirittura, va a finire sui giornali come emblematico e, forse, fin troppo rumoroso caso di “avvelenamento”.

Secondo l’enciclopedia internettiana, le prime notizie si hanno in un documento longobardo. Secondo queste fonti, già nel XI secolo, la principessa Aloara, vedova del principe di Capua, Pandolfo Testadiferro, distribuiva una “mozza” – un pezzo di pane – ai monaci dell’abbazia di San Lorenzo ad Septimum, alle porte di Aversa. Secondo altri, la mozzarella l’avrebbero inventata i monaci stessi. Mentre le bufale si trovavano nelle vallate acquitrinose, i conventi erano invece sulle alture; per trasportare meno peso, il latte veniva lavorato con un procedimento veloce direttamente sui pascoli, concentrandolo in un latticino che poi veniva portato su in convento. Secondo altri, invece, gli inventori della mozzarella sarebbero stati i Normanni la cui contea-città era Aversa. Dell’uso della lavorazione e del consumo dei prodotti derivati dal latte di bufala (il casicaballus, il butyrus, la recocta, il provaturo) abbiamo attestazioni in documenti del XII secolo conservati presso l’archivio episcopale di Capua.

Ognuno sembra voler prendere una primogenitura e, allora, prima del famoso cuoco della corte papale Scappi, a cui si deve il primo uso ufficiale nel 1570, ecco ritrovata, nel 1481, una denominazione di “mozza” del fiorentino Paolo Rucellai.

E, allora, andiamo per altre doverose citazioni: prima di t
utte, a fare da
contraltare alla Treccani, quella su Internet di wikipedia che,
anche qui, poco ci
aiuta e, per approfondire, ci rimanda alla voce
mozzarella di bufala campana
.
E qualche cenno sulla storia c’è, anche se la certezza manca.

 

Anche se le denominazioni (mozza-provatura) variano a seconda dell’epoca, in tutte le fonti citate, una sola cosa sembra certa: tutte queste denominazioni hanno voluto indicare sempre quella che oggi viene chiamata mozzarella. E allora, vista la varietà e anche la contraddittorietà delle fonti, andiamo a scomodare illustri dizionari. Dagli Accademici della crusca, che parlano di Mozza come “sorta di cacio fatto con il latte”, al vocabolario della lingua italiana di Scarabilli, secondo cui “così chiamavansi certi piccoli caci chiusi in una vescica e legati a mezzo. Usano massimamente nel napoletano dove la chiamano mozzarella”; dal dizionario Palazzi che, alla voce provatura, dà “formaggio molle fresco che si prepara nel napoletano con latte di bufala” al vocabolario Basilio Puoti napoletano-toscano, che la definisce “qualità che si fabbrica col latte di bufala”; al vocabolario napoletano-italiano di R. Andreoli, che dice “latticino che non usa in Toscana ed al quale dovrà mantenersi il nome di mozzarella derivato da mozza”. E qui, in questa complessa e fumosa storia di definizioni e primogeniture, ci vengono in aiuto le parole di un medico senese – autore di una monumentale opera di divulgazione più volte ripubblicata nel XVI secolo – che dice del latte di bufala “di cui si fanno quelle palle legate con giunchi che si chiamano mozze e a Roma provature” per far comprendere il rapporto mozza provola.

In qualsiasi dizionario della lingua italiana – recente o meno – provola viene fatto derivare da provatura, mentre, a definire il legame mozzarella/provatura, c’è un documento del 1873 – ancora un vocabolario napoletano-toscano domestico – che definisce la mozzarella “piccola forma poco più poco meno di un uovo di provatura fresca”.

A questo punto, vale la pena di citare lo storico Migliorini che descriveva cosa succedeva nella Piana del Sele intorno alla metà dell’800: “le mozzarelle non erano destinate al commercio, ma si confezionavano per uso familiare e il latte bufalino serviva per la lavorazione di provole affumicate per salvaguardare la crosta dal deterioramento”. E qui, continuiamo ad attingere ai pochi dati storici arrivati a noi. Se nel mercato di Capua sembra che fin dal 1500 ci siano tracce di mozzarelle accompagnate dalle provole, i dati archivistici sembrano dimostrare come, nella non lontana Castelvolturno, pervenissero solo provature, Le Assise di Napoli, poi, confermano, per quello stesso periodo, la presenza su quel mercato solo di provature affumicate e fresche; invece, la mozzarella, accompagnata da provole, sembra comparire solo dal 1720, per diventare più frequente dal 1780 in poi. Insomma, chi faceva mozzarella lo faceva ad uso e consumo privato: cibo non povero, ma poverissimo, tanto da non poter essere nemmeno commercializzato e che avrà una trasformazione in prelibatezza solo tanti anni dopo.

E, allora, andiamo per altre doverose citazioni: prima di tutte, a fare da contraltare alla Treccani, quella su Internet di wikipedia che, anche qui, poco ci aiuta e, per approfondire, ci rimanda alla voce “mozzarella di bufala campana”. E qualche cenno sulla storia c’è, anche se la certezza manca.

E, allora, andiamo per altre doverose citazioni: prima di t
utte, a fare da
contraltare alla Treccani, quella su Internet di wikipedia che,
anche qui, poco ci
aiuta e, per approfondire, ci rimanda alla voce
mozzarella di bufala campana
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E qualche cenno sulla storia c’è, anche se la certezza manca.

 

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L’UTOPIA POSSIBILE DI GIBELLINA di Nicolò Stabile – Numero 1 – Luglio 2015

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È un’opera che si sottrae a qualsiasi tentativo di catalogazione. Letteralmente costruita con le pietre e le cose che furono strade, piazze, case, stalle, negozi, laboratori, scuole, chiese, ma anche un teatro all’italiana, un castello chiaramontano del XIV secolo… è il sepolcro e la matrice perduta di un piccolo paese del Sud, ricostruisce percorsi ideali, spaziali e temporali tra la memoria e il presente, tra i vivi e i morti. La sua storia è complessa. Iniziata nel 1979, non è ancora conclusa. Ha avuto un deus ex-machina, Ludovico Corrao, sindaco di Gibellina dal 1970 al 1994, che come Fitzcarraldo sapeva che chi sogna può muovere le montagne. Siamo alla fine degli anni Settanta. Mentre stiamo scontando un surplus di pena che dura da un decennio in baracche gelide d’inverno e roventi d’estate, i nuovi centri urbani (alcuni, come Gibellina, lontani dai vecchi centri) cominciano a prendere forma. Sono stati disegnati a tavolino in un ufficio romano da un manipolo di urbanisti che pensavano (come hanno scritto nella relazione di progetto) di sradicare la mafia costruendo strade larghe per mettere distanza tra gli abitanti. Nessun ascolto delle istanze e delle esigenze delle comunità locali, anzi: per legge i Comuni vengono esautorati da qualsiasi potere decisionale.

Ludovico Corrao, impotente sulle scelte urbanistiche imposte dallo Stato, ma consapevole della loro bruttezza, e convinto che le case da sole non bastino a far rinascere il senso di comunità e di attaccamento, e che alla ricostruzione bisogna dare un senso alto in cui la bellezza sia motore e legante, chiama a raccolta artisti, intellettuali e uomini di cultura, per cercare di renderla più bella di prima.

La mattina del 23 maggio 1987 Burri vede per la prima e ultima volta il suo Cretto: sembra deluso, non dice quasi nulla. Gli manca probabilmente il punto di vista dall’alto a cui l’aveva abituato la maquette. Gli manca, malgrado le dimensioni, quel senso di grandiosità che aveva immaginato. La visita dura meno di un’ora, appena in tempo per immortalare in uno scatto l’incontro tra l’artista e la sua opera. 

Nell’89 si fermano i lavori, all’80% del totale, per mancanza di risorse. Corrao riesce a farsi finanziare dalla Regione il completamento, ancora una volta presentando il progetto non come opera d’arte, ma come sedicente «parco urbano». Ma non fa in tempo a far partire la macchina burocratica. Dopo più di vent’anni, la gente di Gibellina non lo vuole più sindaco, e nel 1994 Corrao non sarà rieletto. Chi verrà dopo di lui, scientemente, riuscirà a far perdere quel finanziamento e da allora per il Cretto inizia un lento abbandono. 

Passano gli anni e il bianco diventa grigio. I ferri sotto la superficie arruginiscono facendo staccare pezzi di cemento. Qualche piccolo crollo, distacchi, crepe. Nessuna manutenzione, a parte qualche pulitura dalla vegetazione che inizia a infestarlo. Ai Ruderi nessuno va quasi più, sempre meno le occasioni di riunirsi lì. Del Cretto quasi ci si dimentica. Anche Burri non ne parla volentieri. Come aveva previsto, morirà (nel 1997) senza averlo visto ultimato. 

Poi sulle corona di colline che lo circondano, laddove fino a qualche anno prima c’erano giovani boschi, appare una batteria di pale eoliche. Il Comune pensa bene ci sia bisogno di un parcheggio, e lo realizza, a ridosso dell’opera, dello stesso cemento bianco: da lontano sembra una metastasi del corpo quadrangolare del Cretto. Con lo stesso materiale si ripavimenta il pezzo di strada provinciale che ne lambisce un lato, slabbrandone la forma. Nessuna levata di scudi contro questi macroscopici interventi pubblici che violentano l’idea di Burri. Vandalismo istituzionale. 

L’idea di lanciare un appello in favore del Cretto, perché “si restaurasse e completasse e se ne assicurasse la conservazione a futura memoria”, mi venne un pomeriggio di inizio estate del 2010 parlando con Ludovico Corrao, già molto malato, ma non per questo rassegnato. Non poter vedere il Cretto finito era per lui motivo di grande tristezza. L’appello viene firmato da un centinaio di personalità dell’arte e della cultura e inviato al Ministro e all’Assessore regionale. Neanche due mesi dopo, in una nota congiunta del Ministero, il sottosegretario e l’assessore dichiarano che l’appello non rimarrà inascoltato. Il Ministero mette subito dopo a disposizione per il restauro 1.100.000 euro dei fondi del lotto. La Regione prende tempo per quanto riguarda il completamento, l’assessore insiste perché si ricorra ai privati. Non riesco a farlo ragionare. Comincio a pensare che bisognerà inventarsi qualcos’altro… 

Poi, il 7 agosto del 2011, Ludovico Corrao muore ucciso dal suo badante con un’esecuzione che sa di tragedia greca. Tre giorni dopo, sul sagrato della Chiesa Madre di Gibellina, mentre stiamo dando l’estremo saluto al Senatore, l’assessore Missineo mi prende sottobraccio e sull’onda dell’emozione mi dice che troverà i fondi necessari per il completamento, che lo deve anche a Corrao (e manterrà la promessa). 

L’ultima montagna il Senatore l’ha spostata con la propria morte. 

I lavori del Cretto sono stati completati qualche settimana fa. La parte nuova, del bianco candido voluto da Burri, evidenzia ancora di più il grigiore della parte vecchia, creando una stridente dissonanza. 

Cosa fare per assicurarne “la conservazione a futura memoria”? Come uniformare la parte vecchia con la nuova?

Della necessità che la manutenzione di quell’opera straordinaria avesse bisogno di un approccio altrettanto straordinario ne avevo parlato con Corrao. Per lui era 

chiaro che

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1 Stefano Zorzi, Parola di Burri, U. Allemandi & Co, 1995; p. 59.
2 idem
3 idem, pag 60

 

L’UTOPIA POSSIBILE DI GIBELLINA

 

Scrive Sciascia nel discorso che pronunciò a Gibellina il 15 gennaio 1988 per il ventennale del terremoto: «Lo Stato italiano – bisogna pur dirlo – non era pronto né incline ad accogliere un’istanza di ricostruzione che non fosse una ricostruzione della miseria: si sperava forse, appunto, nella fuga, nell’abbandono, “nell’aprir bottega altrove”; e ne è dimostrazione il fatto che la cosiddetta legge del due per cento, la legge che devolve il due per cento della spesa per le opere pubbliche agli abbellimenti artistici, sia stata sospesa e invalidata per la ricostruzione di questi paesi. Vietata l’arte, vietata la bellezza: quasi si volesse che tutto fosse più brutto di prima, che la gente non riconoscesse e non si riconoscesse. Intenzione o inconscio desiderio o semplicemente carenza, nella classe di potere, di una sia pur vaga idea di ciò che abbellisce la vita e la fortifica, che più volte, qui intorno, è andata a segno; ma che qui a Gibellina ha trovato un centro di resistenza. [Ludovico Corrao] ha dato insomma il senso che la vita non è altrove, ma che può essere anche qui».

Gli artisti rispondono all’appello di Corrao e la nuova Gibellina, che lo Stato voleva più brutta della vecchia, si anima d’arte. Negli anni Ottanta diventa un laboratorio permanente delle arti, un crocevia di artisti, e un museo a cielo aperto. Corrao riesce a convincere anche il non facile Burri a venire a Gibellina. Succede nell’estate del 1979.

L’idea gli viene la sera stessa: «Io farei così: compattiamo le macerie, che tanto sono un problema anche per voi, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti un perenne ricordo di questo avvenimento»2.

Per poter realizzare i lavori, Burri sogna la partecipazione attiva e fattiva dei gibellinesi (solo molto tempo dopo gli arriverà all’orecchio, e sarà motivo di grande tristezza, che a molti il Cretto non solo non piace, ma da più d’uno è vissuto come una violenza).

Per reperire fondi, materiali, forza lavoro, Corrao s’inventa mille stratagemmi. Coinvolge persino l’esercito che presta cinque ruspe e forza lavoro. Opera una sorta di geniale e benevola concussione ai «danni» dei costruttori che in quegli anni realizzano opere pubbliche a Gibellina Nuova: chiede loro di donare la costruzione di un po’ di Cretto. E accettano, contenti e orgogliosi di farlo. Allo Stato non può chiedere aiuto: e lui dà incarico ai tecnici del Comune di preparare un progetto in cui i lavori per il Cretto siano camuffati da «opere di sistemazione idrogeologica del vecchio sito urbano». Lo Stato ci casca e, raggirato dal genio di Corrao, diventa inconsapevole cofinanziatore del Cretto.

Nel 1985 la cosa inizia a prendere forma, a farsi spazio tra le macerie. Burri segue da lontano, attraverso l’amico Alberto Zanmatti. Zanmatti sarà il legame tra Burri e il Cretto di Gibellina. Ai tecnici e agli operai il compito di inventare soluzioni tecnologiche per tradurre quelle raccomandazioni in forma.

Qualche anno dopo, alla domanda se nel bozzetto fossero riportate anche le ondulazioni che caratterizzano le pareti del Cretto, Burri risponderà «no, quelle devono crearle di volta in volta con le tavole e le lamiere…. ma dico, devo insegnarglielo io il mestiere?»3.

Misura 270 per 310 metri. Ricopre come un sudario di cemento bianco le macerie del paese distrutto dal terremoto del 15 gennaio 1968. Al centro della Sicilia occidentale, in un territorio ad alta stratificazione culturale, sta a metà strada, in un ideale dialogo senza tempo di assoluta bellezza, tra le imponenti colonne della greca Selinunte, e la magnifica solitudine del tempio dell’elima Segesta. 

Burri arriva con tutti i suoi preconcetti sul Sud e i suoi abitanti. La nuova città non lo ispira, e non lo tenta l’idea di lasciare un’opera accanto a quelle di artisti che non ama: «Qui non ci faccio niente di sicuro»1. Ma poi visita i Ruderi – deve aver sentito quel silenzio rotto solo dal gracidare dei corvi, in quel paesaggio di colline che sconfinano fino al mare d’Africa – e quasi si commuove.

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il Cretto di Gibellina non era un’opera d’arte come le altre e che oltre l’idea c’è il dato oggettivo: è il sepolcro del vecchio paese, sotto la sua superficie di cemento realizzate non dalla mano del Maestro ma da muratori e carpentieri, ci sono i ricordi, la storia e le radici di tutta la comunità gibellinese.

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E’ un’opera attraversabile. Più che una scultura è architettura. Ed è stata pensata e voluta da Burri bianca, di un bianco talmente squillante da essere quasi disturbante. 

Burri, come già ricordato, avrebbe voluto che fosse la comunità di Gibellina a realizzarlo. D’altronde, la sua opera è stata donata alla cittadinanza, e la cittadinanza, sebbene espropriata del titolo di proprietà delle proprie case non più esistenti, ne è moralmente proprietaria e quindi custode. Anche su queste basi si ragionava con Corrao, e l’idea che il Cretto andasse ripulito e imbiancato periodicamente dalla comunità (con la calce, materiale povero che disinfetta e disinfesta, facile da usare, e che ci riporta a una tradizione di tutta l’aerea del Mediterraneo) ci sembrava l’unica strada percorribile. L’alternativa sarebbe un restauro conservativo di ispirazione brandiana, un modello giustamente diventato prassi nelle soprintendenze italiane, ma che ha i suoi limiti oggettivi e nessuna ragione valida che impedisca la sua revisione in presenza di opere contemporanee e inclassificabili qual’è il Cretto. Un modello che proprio partendo da una discussione sul caso specifico del Cretto potrebbe trovare validi e utili spunti per fare il punto, rinnovare, superare, anche attingendo da visioni e prassi diverse, prime fra tutte quelle di scuola anglosassone. 

Un’altra considerazione credo vada fatta, senza per questo volere piegare la filosofia che sta alla base di un intervento di questo tipo a ragioni puramente economiche. Non possiamo però far finta di non considerare i costi insostenibili di un restauro conservativo, e la necessità che esso venga ripetuto spesso. Chi dovrebbe sostenere tali costi? Il Cretto non deve morire, ma non può neanche trasformarsi in un buco nero di soldi pubblici. Anzi, dovrebbe diventare, grazie ad azioni mirate che ne assicurino la promozione e la visibilità, un bene culturale comune capace di attirare turisti e di conseguenza, se ben gestito, produrre economia. 

Ma il vero nodo da sciogliere per assicurare al Cretto un futuro sta nel rapporto tra il sito dei Ruderi e la sua gente. Il Cretto è stato vissuto all’inizio come un corpo estraneo, una violenza contro quelle macerie che nella loro povera fisicità erano però capaci di alimentare un rapporto fortemente sentimentale. L’iniziale rifiuto di quell’opera ha come aumentato la distanza fisica (18 km) tra la Nuova e la vecchia Gibellina, una distanza poi cresciuta per l’indifferenza verso un’opera lasciata a metà. 

La necessità di un restauro partecipato e attivato dalla Comunità parte prima di tutto come necessità di creare un nuovo rapporto con l’opera di Burri e con l’intero sito dei Ruderi. Ed è partendo da questa necessità che dovrebbe essere progettato e messo in atto. Dovrebbe prima di tutto essere un’opportunità per ritrovarsi in un momento di festa e rituale in cui la popolazione si riappropria del luogo e dei simboli a esso riconducibili. Dovrebbe essere non solo economicamente sostenibile, ma capace di produrre economia e quindi vantaggi diretti. E deve chiaramente servire a mantenere costantemente visibile l’idea di Burri, nella sua originale e fondamentale cromia.

Per la gente di Gibellina sarebbe un modo per rompere l’incantesimo dell’umana nostalgia di un passato mitizzato dall’evento tragico del terremoto e di quello che ne è seguito, per finalmente accettare il presente, e cominciare a investire nel futuro.

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Un restauro fatto in tale modo, coinvolgendo i molti artisti che hanno già dato disponibilità a partecipare, diventerebbe un evento perfetto per la comunicazione, uno strumento straordinario di promozione mediatica, estremamente efficace per attrarre volontari, pubblico, flussi turistici, e sponsor privati. 

Questi ultimi tre anni ho avuto modo di condividere quest’idea con restauratori, esperti di materiali del contemporaneo, storici dell’arte, curatori. Con artisti, musicisti, performer. Con le persone che più di tutte sono state vicine e hanno collaborato con il Maestro negli anni in cui si costruiva il Cretto. Con la gente di Gibellina. E con le istituzioni che devono decidere, Comune di Gibellina e Soprintendenza di Trapani. A parte queste ultime, legate all’idea di restauro conservativo, tutti hanno accolto con entusiamo l’idea e il suo senso profondo. 

Il progetto di Corrao incarnato da Gibellina, esemplarmente sintetizzato dal Cretto di Burri, fondato sull’idea mediterranea che la bellezza rigeneri in un approccio maieutico, sulla necessità di rivivere, riattivandoli, i miti fondanti della nostra civiltà, è stato finora, non a torto, considerato un’utopia.

Il restauro partecipato segnerebbe il passaggio tra l’utopia e il presente, e il Cretto, finalmente, diventerebbe l’opera d’arte totale che Burri sognava di realizzare.

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IL RITORNO DELL’URBANISTICA, LE CITTÀ IDEALI SOSTENIBILI di Giusto Puri Purini – Numero 1 – Luglio 2015

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progettata da Le Corbusier, che ne disegna e costruisce i palazzi governativi in mattoni rossi, il centro universitario in c.a., i grandi viali e le immense strade, dando al tutto un sapore “Ville Radieuse”, suo progetto utopico degli anni 30/40. L.C. è attratto dal socialismo di Nehru, e dalla sua volontà di portare l’India, leader allora dei paesi non impegnati, verso un destino futuro di equità. Tamara d’improvviso mi dice: “per vivere città ideali, ci vogliono esseri ideali…”. Certo, l’idealità è un grande deterrente, per il miglioramento della “specie”, ma poi nella realtà delle cose vi si frappone quel “lato oscuro dell’Urbanistica”, il collante che tiene insieme la base sociale, fattore imprevedibile e non razionale, che non è fatto di numeri e di grafici ma da scenari eticamente non compromessi, sana espressione della qualità della vita.

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IL RITORNO DELL’URBANISTICA, LE CITTÀ IDEALI SOSTENIBILI

 

Principi che purtroppo nel mondo occidentale sono stati disattesi, costruendo solo grandi dormitori senza vita, considerati oggi dei fallimenti urbanistici, come nella sua “Unite d’Habitation” di Marsiglia, ispirata alla casbah, di Algeri, ed in altri casi, come Corviale a Roma, Secondigliano a Napoli, lo Zen a Palermo, solo per citarne alcuni, Senza infrastrutture sociali ed economiche e scelte di fondo coraggiose, proiettate nelle “nuove” utopie della sostenibilità, che ricostruiscono il tessuto sociale, impoverito da molte scelte sbagliate e da una marcata “assenza”, questi grandi mammuth urbanistici implodono.
Non sarà forse in mezzo a queste vie che nasce inevitabile, come gli eventi naturali che ci circondano, la “CITTÀ IDEALE SOSTENIBILE”, regina degli altrimondi e sobriamente felice? E, torno in Italia, dove nella sua storia, tanti architetti-urbanisti hanno profuso nella scienza prima delle città stato e poi delle città aperte, profondi elementi umanistici, estetici, funzionali.
Nelle città stato, il principe, il mercante, il banchiere, l’artista, l’orafo, l’artigiano, il contadino ed altri ancora, formavano un variegato ed attivo mondo operoso, che rendeva la propria città, grande e potente, in un rivaleggiare evolutivo, di cui fruivano tutti.
Oggi non ci sono più alternative e dobbiamo gioco-forza spingerci verso questa terza via senza scordare gli insegnamenti del passato: IDEALITÀ, SOSTENIBILITÀ, COMPETIVITÀ.
Ci troviamo di fronte, per la prima volta, a dover agire in profondità nel nostro pianeta; i cambiamenti climatici, l’inquinamento, prodotto dalle fonti di energia tradizionali, ci spingono verso una grande rivoluzione, fondamentalmente verde…”Going green!” Senza perdere di vista l’occasione creata dall’apertura di enormi mercati, basati sull’anti-inquinamento, ed il risparmio energetico, un’occasione unica per tutti, una nuova globalizzazione del pensiero.
Diventeremo da consumatori, produttori individuali di energia, rimettendo in rete il surplus dei nostri consumi.

L.C., nella casbah di Algeri, un’altra tipologia urbana, ha a lungo studiato interazioni sociali, trovando una profonda armonia tra quel brulicare di popolo, di botteghe artigiane, di mercanti che accrescevano in modo esponenziale un’offerta di beni, che è alla base dello sviluppo di ogni comunità.

Una trasformazione epocale che muterà il globo nei prossimi decenni.

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Tamara, mia moglie, mi ha chiamato l’altro giorno dall’India, stava fotografando Chandigar, capitale dell’Utar Pradesch, voluta dal Pandit Nehru, presidente dell’India negli anni cinquanta e 

Addirittura la Cina, oggi la più grande inquinatrice, sta producendo velocemente nuove tecnologie per ridurre gli effetti negativi del suo sviluppo, in un frenetico gioco del “costruire e distruggere”!Riappropriarci, nel nostro paese, dei “Centri Minori”, per avviare prima che nelle grandi città questa trasformazione, sembrerebbe uno dei primi passi da compiere.
Quindi si prevede che entro il 2040, il 60% della popolazione mondiale graviterà e cozzerà come un asteroide intorno alle grandi megalopoli, e già questo impone una rilettura immediata di tutti i dati urbanistici fino ad ora considerati. Si va inevitabilmente verso una “Urban evolution”.
L’Urbanismo totale coinvolgerà come un gigantesco magnete tutta la nuova ricerca scientifica ed umanista, dall’economia, alla riorganizzazione e distribuzione delle nuove fonti energetiche, al processo dei rifiuti urbani, all’architettura sociale, alla riqualificazione urbana, alla viabilità…campagna che entrerà in città e viceversa, un gigantesco dentro-fuori, che conserverà in parte la cultura contadina, con orti e campi coltivati, con espressioni individuali e collettive della grande capacità di Arte in questo paese.
Alcuni esempi: Daniel Libeskind, parla di “People’s Power”, per sottolineare che non si parla più solo di edifici; gli architetti delle nuove “Green Cities” concentrano le loro attenzioni su 4 punti chiave: energia, acqua, rifiuti e trasporti, “Averting crisis”, di come le città stanno affrontando il problema dei cambiamenti climatici.
(Inserto del Financial Times, “The Future of Cities” del 8/8/2010).
Queste ricerche e questi nuovi parametri, serviranno soprattutto nell’importantissima battaglia da condurre in Italia, alla salvaguardia delle “Città Minori”(15-30mila ab.), serbatoi di vita da non svuotare ma da conservare e fare evolvere come beni preziosi per il nostro futuro. Un’attenzione quindi particolare a questi luoghi, spesso magie urbanistiche, sentinelle del territorio altrimenti esautorato.

Tra le miriadi di queste micro città nel territorio italiano, ne emergono due, in Sicilia, contrapposte storicamente ed esplosivamente, una all’altra: la neo razionalista “Gibellina Nuova”, ad occidente, dove le esperienze moderne italiane, si riallacciano
ad una architettura del mezzogiorno,

 immagine di un Mediterraneo non rovinato da geometri ed architetti analfabeti, ma sulle orme piuttosto di una tradizione già “cantata” ed espressa, nelle città minori della bonifica pontina, nelle architetture del dodecanneso ed in genere nelle colonie italiane…

e la tardo barocca Noto, nella Sicilia orientale, la cui nuova impostazione urbanistica fu affidata, agli inizi del 700, ad un nobile “sapiente”, l’arch. Giuseppe Lanza, duca di Camastra, che
riunì dalle famose scuole di Napoli, pensatori, scienziati,
architetti, ingegneri, artisti,

per disegnare lontano dalla città originale distrutta da un terremoto, un asse viario da est ad ovest che per quasi 2km, allineato sempre sulla stessa quota a metà collina, separa a monte (nord), i maestosi edifici del clero e della nobiltà, ed a valle (sud), l’amministrazione pubblica, il teatro, l’habitat popolare.
La città è circondata da centinaia di ettari di mandorleto, di vigne, vi cresce il carrubo, si vive quel dentro-fuori tanto auspicato dalle filosofie contemporanee. Ma oltre al turismo e all’agricoltura, non c’è niente, la gente vende e fugge.
A Gibellina nuova è l’Arte che fa da traino, attraverso progetti suntuosi di tanti artisti contemporanei, dal cretto di Burri, all’aratro di Pomodoro, al teatro di Consagra, felicemente sposati alle architetture e alle piazze di Samonà, Venezia, Ungers, Purini e tanti altri, ma ora i completamenti si sono tragicamente interrotti.
Rivitalizzare questi centri, e non solo con il turismo usa e getta, ma renderli “desiderabili”, quindi sostenibili e autosufficienti, anche per chi ci vive, attraverso analisi scientifiche precise e rigorose, è il compito delle amministrazioni pubbliche, del settore privato con i loro investimenti, e di questa nuova generazione che incalza irrequieta ma che va dotata di consapevolezza e di nuovo sapere.

Il principio base deve diventare salvare il “Centro Minore”, per creare nei luoghi stessi quelle premesse di stabilità e benefici equamente ripartiti, armonie per fortuna già raggiunte nel nostro paese da tanti insediamenti, e insistere nel mezzogiorno, luogo già così felicemente “speziato” in ogni ordine di sapori che aggiungervi la parola “Urbanistica” non dovrebbe rappresentare
un problema insuperabile.

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Il Belice come narra la storia, una volta era la vita, e come dice Lorenzo Barbera, si chiamava “Il fiume caldo”: era navigabile e vi fiorivano città e villaggi, un ecosistema armonico che i romani furono i primi a distruggere trasformando i delicati equilibri vigenti in monoculture a base di grano.
Nei 2 millenni successivi il Belice s’inaridì seccandosi nel periodo estivo e nacque tra la popolazione il sogno della diga che avrebbe ridato al territorio, con un nuovo regime delle acque, l’antico splendore.
Ma insieme, sempre ai romani, questa volta sotto forma d’invadenza statalista (vedi Ministri ed affini) in Sicilia e nel Belice in particolare, altre forze potenti, portatrici malsane di interessi privati, si erano messe di traverso per bloccare l’evoluzione sociale del popolo, ed il suo ingresso nel mondo contemporaneo.
Quella ricchezza che poteva derivare dalla natura “armonizzata” e che grande il pensatore contemporaneo Paul Hawken ha reso affermando che “Il capitalismo naturale è alquanto differente dal capitalismo tradizionale che ha sempre trascurato il valore monetario delle risorse naturali e dei servizi forniti dagli ecosistemi, senza i quali non sarebbe possibile alcuna attività economica oltre la vita stessa.
Il capitalismo naturale al contrario capitalizza le risorse e punta all’efficienza per riuscire a produrre di più con meno.
Ridisegna le logiche industriali sulla base di un modello che esclude gli sprechi e la produzione di rifiuti; sposta l’economia verso un flusso continuo di valori e di servizi, investe nella protezione ed espansione del capitale naturale esistente”… Era ben lontana da venire. Poi ci fu quell’attimo del 15 gennaio 1968, come racconta Lorenzo Barbera: “…il boato urta contro la crosta della terra e tutti i fili della luce del Belice si spezzano e la luce si spegne, il comò si inginocchia e la casa è una barca in balia delle onde…” Il terremoto del Belice!Tutti i sogni, i pensieri, le lotte, si sbriciolarono in un attimo e per le genti delle valli, che sognavano un mitico ritorno ad un passato felice, il destino cambiò per sempre.
Gibellina verrà ricostruita molti anni dopo (17 anni) tra incongruità, incompetenze, e vere e proprie vessazioni contro la popolazione, ora separandola, ora aggregandola, diversamente spostando i nuovi centri urbani lontani dagli antichi luoghi, quasi tutti.
Vi trionferà la nuova Urbanistica (Samonà, Quaroni, Gregotti e altri), ispirata alle new towns inglesi.
Ma nel Belice avviene qualcosa di sorprendente, soprattutto a Gibellina, dove il Sindaco dell’epoca (Ludovico Corrao), si batte affinché la ricostruzione fosse anche l’occasione per un grande rilancio culturale.

Decine di architetti, urbanisti, artisti, volontari, (Nicolin, Venezia, Ungers, Pomodoro, Consagra, Burri, Paladino, Purini, Attardi, Thermes, Schifano) e tanti altri…, si succedono negli anni dando a Gibellina quella fisionomia attuale

che la rende frammentaria ed incompiuta al suo interno, ma che lascia intravedere nel suo degrado, nel non finito, opere architettoniche ed artistiche straordinarie, che la pongono automaticamente, sulla via della rinascita, tra le eccellenze dell’avanguardia, europea e mondiale. Risorgere dalle ceneri e riscattarsi con l’Arte!
É su questa speranza che le nuove generazioni devono fondare le loro forze, almeno due dal ‘68 ad oggi si sono succedute, nel portare avanti progetti impossibili, contestati e spesso fatti abortire, ora è il momento di ripartire.

Il valore oggettivo di questo Parco Artistico è incalcolabile, vanno riprese le fila dei molti interventi, dalla manutenzione ai completamenti architettonici, dai servizi, alle attività collaterali e alla promozione su scala mondiale. Come spetta ad un luogo che
non è più solo “memoria”, ma incredibile museo-habitat a cielo
aperto.

Guardare nel futuro, come avrebbero desiderato, per l’oggi, i tanti Dolci, Barbera, Corrao per fare pace con il passato e le sue incredibili sofferenze.

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LA LUNGA MARCIA VERSO LA SALVEZZA DEL PICCOLO CAPRIOLO DEL GARGANO di Giorgio Salvatori – Numero 1 – Luglio 2015

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boschi del Gargano, in quelli del Pollino e a

Castelporziano. Stiamo parlando del capriolo italico, un timido abitante dei boschi di latifoglie che si è mantenuto geneticamente integro, identico a se stesso, dai tempi remotissimi della nostra penisola.
Una perla che si aggiunge al grande patrimonio che il nostro Paese conserva grazie alla fortunata convergenza di doni della Provvidenza e di umani ingegni trascorsi.
Gemme naturali, tesori dell’arte, dell’architettura, della cultura, che resistono alla barbarie dell’oggi in virtù di caratteristiche climatiche e geografiche felici e per il tenace lavoro di uomini lungimiranti.

 

LA LUNGA MARCIA VERSO LA SALVEZZA DEL PICCOLO CAPRIOLO DEL GARGANO

 

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Come spiegare altrimenti quella grande emozione, quel tuffo al cuore che si prova, non importa se italiani o stranieri, quando ci troviamo di fronte alle armonie residue del Bel Paese?

Quello straordinario connubio tra uomo e paesaggio naturale che non ha pari nel resto del mondo.
Si pensa subito all’arte dei grandi maestri, ma non si riflette mai abbastanza sulla straordinaria eredità che i nostri antenati ci hanno lasciato non dissipando un patrimonio faunistico e paesaggistico che, seppure insidiato da mille minacce, è altrove ancora impensabile.
E non si tratta solo di vette sublimi, di foreste meravigliose, di superbi animali, come l’orso o il lupo, scomparsi da secoli, per responsabilità umana, in Paesi, come la Gran Bretagna.

In questo nostro trascurato e insidiato scrigno dell’abbondanza trova degnamente posto anche lui, il piccolo capriolo italico.

Sembrava prossimo all’estinzione, in Gargano come nellealtre storiche nicchie di sopravvivenza, perché minacciato da troppi nemici: bracconaggio, randagismo, eccessiva pressione di uomini e di allevamenti zootecnici.
Soprattutto si temeva per le sorti dei pochi individui superstiti nel Meridione dello Stivale: Gargano e Pollino.
La realizzazione dei Parchi Nazionali omonimi, negli anni novanta, insieme con la paziente e capillare opera di sorveglianza svolta dal corpo forestale dello Stato, ha prodotto un’inversione di tendenza.
Troppo presto per cantare vittoria, però i dati in possesso di Myrrha, in particolare per ciò che riguarda la Foresta Umbra, nucleo storicamente protetto del Parco Nazionale del Gargano, lasciano ben sperare.
I piani di censimento e di salvaguardia, finanziati negli ultimi anni dall’Ente Parco, hanno prodotto un primo, significativo risultato. La densità media del capriolo è risultata in sensibile crescita. Si è passati dalle 6-7 unità ogni cento ettari, censite nel 2008 dai ricercatori del dipartimento di scienze ambientali dell’Università di Siena, agli 8, 7 individui registrati, mediamente, in ognuno degli stessi scacchieri monitorati, nel 2013, da ricercatori del dipartimento di biologia dell’Università di Bari; un censimento che ha interessato, complessivamente, quasi tredicimila ettari situati nel cuore del parco. Gli esperti invitano alla cautela.

hanno la bellezza delle forme slanciate, il muso aggraziato, gli occhi grandi e vivaci, le lunghe zampe sottili, l’abilità acrobatica nel saltare gli ostacoli, il forte richiamo sonoro, in questo caso, assai sgraziato, simile al rauco latrare di un cane.

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che vive confinata, ormai, “in purezza”, soltanto nei 

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Gli episodi di bracconaggio non sono cessati, anche se la loro frequenza, recentemente, appare in diminuzione, i cani vaganti sono una piaga insanata e lontana dall’essere estirpata, la presenza, spesso abusiva, di bestiame domestico sui pascoli condivisi con il capriolo è ancora eccessiva, il disturbo provocato dal turismo sporcaccione e selvaggio è arduo da tenere sotto controllo.
Ma più di tutto è difficile vincere la stupita e irritata ironia dei molti che ritengono incomprensibile o irragionevole finanziare progetti di tutela per un animale che, altrove, è in progressivo aumento.
Si tratta però, in QUESTO CASO, del capriolo europeo, presente in varie regioni del vecchio continente e ormai abbondante anche da noi lungo la fascia alpina, nell’Appennino settentrionale e in Toscana.
Più grande e meno elusivo del nostro piccolo capriolo italico, è specie che non solo non rischia l’estinzione ma comincia a provocare anche danni alle coltivazioni e causa perfino problemi alla sicurezza stradale nelle aree di maggiore densità numerica. In comune i nostri due cugini

Non spaventatevi, però, se, camminando nel bosco, vi capiterà di ascoltare un improvviso e ignoto abbaiare nel folto della macchia mediterranea. Non si tratta di un cane randagio, ma del nostro piccolo acrobata che,

se vorrà proprio stupirvi, vi comparirà davanti, quando meno ve l’aspettate, compiendo un volo nel cielo degno di un consumato artista circense o di un campione olimpionico di salto in alto.

Un incontro molto meno improbabile diquanto si possa pensare per chi cominci a frequentare boschi e radure abitate dal nostro timido e capriccioso folletto.
Un dato empirico che spinge all’ottimismo è il moltiplicarsi degli episodi di avvistamento, recentemente segnalati a chi scrive, da parte di agenti forestaIi o semplici escursionisti.
I censimenti compiuti sul Gargano non indicano, con precisione, quale sia l’attuale consistenza numerica complessiva di questo prezioso dono del sud: cento esemplari, più di cento, meno di cento? Noi sappiamo, dagli studi di zoologia, che, per i mammiferi, è proprio cento la soglia minima al di sotto della quale una specie ha maggiori probabilità di estinguersi a causa del sommarsi, improvviso, di cause avverse: bracconaggio persistente, siccità, epidemie e infezioni contratte dal contagio con bestiame brado, inverni troppo rigidi, scarsità di risorse alimentari, abnorme prelievo di piccoli da parte di predatori come il lupo, la volpe, il gatto selvatico, e perfino il cinghiale, questi ultimi tutti presenti, sia in Gargano sia nel Pollino.
Questi pericoli possono ancora rendere difficile la sopravvivenza del nostro capriolo.
Il peggio, però sembra alle spalle. Difficile a credersi, ma la maggiore insidia per questo antichissimo inquilino della Foresta Umbra si profilò negli anni quaranta, durante l’occupazione alleata del promontorio pugliese.
I vecchi montanari raccontano che le esercitazioni di tiro, da parte dei mitraglieri britannici, avvenivano spesso sui velocissimi caprioli, allora numerosi e meno elusivi.
Verità o leggenda? Chissà. Il declino della specie, in ogni caso, cominciò in quegli anni. E senza la creazione del Parco essa sarebbe oggi, probabilmente, un ricordo del passato. Sicuramente la popolazione di capriolo del Gargano è ancora esigua, minacciata e quindi vulnerabile.
Gli sforzi della dirigenza del Parco, in particolare del suo Presidente, Stefano Pecorella, che ha preso particolarmente a cuore le sorti del capreolus italicus, per questo, vanno ancor più incoraggiati e lodati.

La consistenza numerica emersa dai recenti censimenti ci lascia sperare che la fatale soglia dell’estinzione non sia stata varcata in discesa ma, al contrario, superata in ascesa.

Se così fosse si tratterebbe di un successo esemplare, una conquista del Parco che va ben oltre i confini del Gargano, della regione che lo ospita, la Puglia, e perfino del nostro Paese. Un successo che tutti potremmo e dovremmo festeggiare. Basterà, a questo proposito, parafrasare quello che lo scrittore Dino Buzzati amava ripetere a proposito dell’orso bruno marsicano: “Il capriolo è anche avventura, favola e leggenda, la sua scomparsa ci renderebbe tutti più poveri e più tristi”.