LA MECCATRONICA PUGLIESE di Stefania Conti – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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LA MECCATRONICA PUGLIESE 

 

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nel firmamento dell’industria meridionale, una stella lucente che per anni è stata in testa a tutte le classifiche delle esportazioni, che ha resistito alla crisi e sta resistendo al Covid.   

 

 

È il settore della meccatronica pugliese. Quello della meccatronica è un comparto relativamente recente (a livello nazionale una trentina di anni) che unisce la meccanica all’elettronica e opera quasi esclusivamente per l’auto o comunque per i veicoli a motore. Automotive in inglese e per gli addetti ai lavori. Ovvero il ramo dell’industria manifatturiera che li progetta, li costruisce, fa marketing e li vende. Grossa parte è costituita dalla componentistica, cioè quell’insieme di attività, di lavorazioni e dispositivi elettronici che messi insieme (e venduti a terzi) servono per realizzare una apparecchiatura più complessa, in questo caso i veicoli. 

Ebbene la Puglia ha creato un insieme di aziende che non hanno bisogno 

di invidiare il triangolo industriale del Nord Italia quanto 

ad export, innovazione e occupazione.


Non lo diciamo noi, ma il report annuale di Intesa San Paolo, in cui vengono analizzati i dati sulle esportazioni dei distretti industriali italiani e che, nel 2019, ha riconosciuto alla meccatronica pugliese il maggior incremento di 
export in valore assoluto.  

 

Il segreto del successo sta tutto nella perfetta sinergia tra l’Università di Bari, una delle prime ad avere la facoltà di informatica che fornisce tecnici altamente specializzati (l’80% trova lavoro subito); il progetto Puglia Sviluppo – che utilizza i fondi europei destinati alle imprese – e la regione Puglia; il grande spazio e le grandi risorse destinate alla ricerca. E poi l’apporto delle grandi multinazionali dell’auto, da anni ormai presenti nella filiera sul territorio, filiera che ebbe il suo battesimo con le Partecipazioni Statali ed ha resistito molto bene alla loro fine.  

 

Esempi? A Valenzano (BA) e a Foggia c’è il centro ricerche FCA che studia i motori di prossima generazione. A Lecce, la Elasis lavora nel settore delle macchine per il movimento terra. A Modugno, la Bosch produce pompe ad alta pressione per i motori diesel e la GETRAG fabbrica trasmissioni manuali di auto. Sempre a Modugno, la Magneti Marelli Powertrain produce componenti elettronici per motori ibridi. A Monopoli, la MERMEC progetta e sviluppa veicoli ferroviari e sistemi avanzatissimi per il segnalamento ferroviario. Potremmo continuare, perché

 

uno studio dell’Unioncamere barese ci informa che nel 2019 

c’erano oltre 2.200 imprese con oltre 18 mila dipendenti.


Ma adesso c’è il Covid e l’economia italiana ha già subito una bella mazzata e trattiene il fiato per vedere cosa succederà ora con la seconda ondata. In Puglia però si sono rimboccati le maniche e le imprese hanno mostrato una notevole capacità di diversificazione e di flessibilità nella produzione. 20 aziende del distretto della meccatronica si sono alleate e si sono accordate con una impresa del Friuli Venezia Giulia per produrre mascherine chirurgiche e FFP2. L’azienda friulana – specializzata nell’elettrotermia – produce macchinari per sterilizzare a secco le mascherine (quindi senza agenti chimici) prima che vengano assemblate. I 20 pugliesi hanno fatto l’impianto vero e proprio, capace di produrne 144 mila al giorno. La MBL Solutions di Corato (BA) lo ha progettato in maniera del tutto robottizzata. Gli altri 19 produttori di macchine ed impianti automatizzati, di impianti elettrici, officine meccaniche di precisione, aziende di carpenteria meccanica, distributori e rivenditori di componentistica industriale di automazione, si sono subito attivati per reperire componenti nel minor tempo possibile e realizzare il macchinario chiamato “Cento.1”.  

 

Ancora, la Masmec di Bari – 30 anni di vita, 35 milioni di fatturato -, proprio a causa della pandemia, ha affiancato alla sua attività principale, cioè l’assemblaggio e il test di componenti per i veicoli a motore, quella del biomedicale, grazie alla piattaforma di liquid handling, cioè la manipolazione automatizzata dei liquidi. Si chiama sistema Omnia ed ha già 10 anni.

 

Con l’insorgere della pandemia, la Masmec si è subito messa in moto 

per l’assemblaggio delle mascherine, seguendo le indicazioni 

del Politecnico di Bari sulle caratteristiche 

che queste devono avere.


Non solo. Ha creato – attraverso la tecnologia Omnia e con l’ausilio di un nucleo di esperti – un sistema per realizzare una piattaforma che acceleri l’estrazione della molecola dai tamponi Covid, passando più rapidamente alla successiva fase di diagnosi di tale patologia. In questo modo, possono essere analizzati 24 tamponi impiegando lo stesso tempo in cui un operatore riuscirebbe ad analizzarne uno solo. Dando così una notevole mano ai laboratori diagnostici, oggi oberati fino al collo. Se la Masmec di Bari ha potuto fare tutto questo, è perché investe tra il 15 e il 20 per cento del suo fatturato nella ricerca.

E questa è un’altra caratteristica della meccatronica in Puglia. Dove la grande industria lavora insieme alle piccole e medie imprese del territorio 

e ha il suo punto di forza nella integrazione tra pubblico e privato 

per fare ricerca avanzata.


Nella programmazione 2007-2013 la Regione ha destinato 478,6 milioni di euro per ricerca e innovazione, ha chiuso 34 contratti di programma (la metà attivata con imprese multinazionali straniere) per progetti da realizzare sul territorio ed ha dato vita ad un sistema innovativo rientrante in quell’insieme di metodi e tecnologie – comunemente noto come 
Infomation Technology (IT) – che in ambito pubblico, privato o aziendale, consente di archiviare, elaborare e trasmettere dati e informazioni, utilizzando i più attuali sistemi informatici e di telecomunicazioni. Sempre la Regione Puglia ha avviato un programma di pre-appalti pubblici per mettere in atto una serie di attività di ricerca e sviluppo per prototipi di prodotti non ancora idonei all’utilizzo commerciale ma che potrebbero presto affacciarsi sul mercato una volta perfezionati e industrializzati.

 

Insomma, una vitalità e una duttilità, una voglia di fare e di riuscire che spesso 

nel racconto del Mezzogiorno non viene neanche citata.

 

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FIORELLO LA GUARDIA: INCORRUTTIBILE COME IL SOLE di Gaia Bay Rossi – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2018

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fiorello LA.guardia: incorruttibile come il sole

 

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ci troviamo già in pieno fascismo e la Germania si sta avviando al regime nazista con l’ascesa di Hitler a Cancelliere tedesco.

 

 

Negli Stati Uniti, il Presidente Roosevelt inaugura la politica del New Deal per tentare di contrastare la Grande Depressione dovuta al crollo di Wall Street del 1929. Viene inaugurato l’Empire State Building che diventa il grattacielo più alto del mondo, viene prodotta la prima pellicola in Technicolor, appaiono sulle rispettive scene Frank Sinatra e “Via col vento”, divenendo dei cult, mentre Superman e Batman fanno il loro ingresso nel mondo dei fumetti.

 

Proprio in quegli anni un terzo supereroe appare sulla scena, 

è Fiorello La Guardia,

che nel 1933 diventa sindaco di New York e, in poco tempo, il più amato sindaco della storia degli Stati Uniti, una vera leggenda. Truman alla sua morte lo definirà “un uomo incorruttibile come il sole” e De Gasperi “il più grande italiano d’America, colui che ci ha salvato dalla fame nei giorni più drammatici della nostra storia”1.  

Figlio di Achille La Guardia, maestro di corno e compositore, proveniente 

da Cerignola (Foggia)2 e Irene Coen Luzzatto, discendente 

di una autorevole famiglia ebraica italiana di Trieste


(allora Impero austro-ungarico), è il secondo di tre figli. Fiorello ha un’infanzia e un’adolescenza vissute seguendo il lavoro del padre, direttore della banda dell’11th U.S. Infantry Regiment, tra North Dakota, Stato di New York e Arizona. Fin da giovane sente parlare di malcostume pubblico, scommesse e gangster, leggendo l’edizione domenicale del
“New York World”, che rivelava costantemente episodi di corruzione del sistema Tammany Hall (Tammany Hall era la macchina politica del Partito Democratico a New York, accusata anche di commistione con malavita e mafia)3.

 

Quella dei La Guardia è una famiglia povera ma colta che permette a Fiorello 

di imparare, grazie al padre, a suonare il banjo e il corno, mentre 

grazie alla cultura della madre apprende alcune lingue


(parlerà negli anni, oltre all’inglese e all’italiano, anche il tedesco, il francese, l’ebraico, il croato, l’ungherese e l’yiddish), ricevendo l’educazione poliglotta che caratterizzava la tradizione mitteleuropea
4. Nonostante ciò, Fiorello agli occhi della gente rimaneva sempre un italiano meridionale, figlio di immigrati, mezzo ebreo e americano, molto lontano dai WASP dell’upper class statunitense. Questo significava, per lui, essere deriso e bullizzato, ma soprattutto sentire la difficoltà di essere una parte debole. Non lo aiuta neanche il fisico, essendo basso e tarchiato (1 metro e 58 per 56 chili). Anche per questo motivo, così come per il suo nome, Fiorello, più avanti sarà soprannominato dagli americani “The Little Flower”. Ma è proprio dalle sofferenze di questi anni che nascono la sua forza e la determinazione di volersi occupare delle fasce più deboli della popolazione e la sua rabbia contro la corruzione e l’illegalità.   

 

La Guardia, dall’età di 16 anni, quando diventa reporter per il “St. Louis Post-Dispatch”, non smette più di lavorare e crescere umanamente e professionalmente: 

 

alla morte del padre, diventa addetto consolare a Belgrado e poi a Fiume. 

Tornato a NYC nel 1906, lavora come interprete nel centro accoglienza 

immigrazione di Ellis Island. Di notte studia legge ai corsi serali 

della New York University, dove si laurea nel 1910.

 

L’ultimo anno capisce come tutta la situazione degli immigrati sia in realtà un ennesimo giro d’affari per oliare determinati ingranaggi che girano intorno a polizia, avvocati e giudici, tutti al servizio dei politici corrotti della Tammany Hall5

 

Fiorello La Guardia è già deputato al Congresso per il Partito Repubblicano, quando gli Stati Uniti entrano nella Grande Guerra nel 1917. Lui, per limiti di altezza, decide di presentarsi volontario come aviatore. In brevissimo tempo diventa comandante dei piloti statunitensi a Foggia, terra paterna, dove si reca per l’addestramento dei suoi uomini sugli aerei Caproni.

 

Con Pietro Negrotto attraversa il cielo straniero, colpendo 

le linee nemiche austriache. Questa impresa finisce sulla stampa 

e il nostro diventa famoso in tutta Italia.

 

Il Re d’Italia lo invita a un ricevimento dove incontra anche Gabriele D’Annunzio6Vittorio Emanuele III si sente chiamare Manny (diminutivo di Emanuel) da Fiorello e ascolta anche affermare che “la monarchia aveva i giorni contati”7.    

 

Alla fine della guerra, rientra a New York e viene rieletto al Congresso per altri cinque mandati. Tra le altre cose, si oppone in maniera decisa al Volstead Act del 1919 con cui si era aperto il Proibizionismo. Si vietavano la fabbricazione, la vendita e l’importazione di prodotti alcolici, con il risultato di far prosperare e crescere i capi clan mafiosi che vivevano di contrabbando, come Al Capone e molti altri gangster. 

 

Nel 1926, per dimostrare l’inutilità della legge, Fiorello invita i giornalisti 

all’interno degli uffici della Camera perché fossero testimoni di come 

miscelava e poi beveva un drink illegale, combinando due liquidi legali 

e aggiungendo estratto di malto e birra analcolica.

 

Il risultato di questo intruglio aveva una gradazione alcolica illegale. Nessuno pensa di arrestarlo e lui dichiara che “la gente si sta avvelenando, i distillatori clandestini si arricchiscono e i funzionari del governo si fanno corrompere”.

 

Nel 1933 diventa sindaco di New York. In quel ruolo La Guardia 

rimarrà sino al 1945, divenendo una vera icona della città.

 

Si era presentato alle elezioni a capo di una lista di coalizione in aperta opposizione a Tammany Hall per “una limpida, onesta, efficiente amministrazione municipale”. Con la sua vittoria, finiscono la corruzione, i favoritismi, il clientelismo e finisce tutto ciò che lui aveva sempre combattuto: ai suoi sostenitori egli dice di non aspettarsi un lavoro, perché “avrebbe assunto soltanto il migliore in assoluto per ogni incarico, anche se quella persona non avesse votato per lui”8.

 

Fiorello La Guardia governa con estremo vigore, licenziando dirigenti e impiegati inutili e incapaci di ogni schieramento,

 

riuscendo inoltre a far arrestare Lucky Luciano che, in una autobiografia 

scrive: “Io semplicemente non riesco a capirlo. Gli abbiamo offerto 

di diventare ricco, ma non ha neanche voluto ascoltarci”. 

 

La Guardia mette poi al bando le slot machine, il principale business della malavita, ma da personaggio istrionico e colorito qual era, e avendo capito perfettamente l’importanza dell’uso dei media, si fa fotografare in piazza mentre prende a martellate decine di macchinette.   

 

Fiorello, in quegli anni di Grande Depressione, promuove la ripresa economica, collaborando con il Presidente Roosevelt. Nel frattempo si occupa di politica sociale e di servizi ai cittadini: crea strade, parchi, ponti, case popolari, trasformando New York in una metropoli moderna ed efficiente. 

 

Una volta eliminata la corruzione e la malavita, passa al sistema sanitario, 

alla pubblica istruzione e alla polizia, riorganizzando 

completamente le rispettive strutture.

 

Organizza una fiera mondiale, dedicata al futuro: “Building the World of Tomorrow”, che viene visitata da 44 milioni di persone in due anni9; crea un Centro per la musica, il balletto e il teatro che sia alla pari delle altre capitali europee, che sia accessibile anche alla working class10. Pensa a scuole speciali adatte ai ragazzi di talento e riesce con molti sforzi a far sì che New York abbia due aeroporti internazionali (il secondo di questi, pochi mesi prima della sua morte gli sarà intitolato, non solo per il suo eccellente ruolo di sindaco ma anche per il suo valore come aviatore).

 

Riesce infine anche a contenere i dissidi razziali ed etnici in tutta la città.

 

“The Little Flower” i suoi concittadini se lo ritrovano un po’ ovunque: mentre dirige un’orchestra al Metropolitan, mentre gioca a baseball o a bowling per beneficenza, mentre guida aerei, treni o metropolitane; lo sentono alla radio che legge Dick Tracy ai bambini durante lo sciopero dei giornali. Ama mangiare pizza o spaghetti in mezzo agli italiani, ma la sua passione più grande sono i Vigili del fuoco: fa installare sulla sua macchina la radio a onde corte sintonizzata sulla banda dei pompieri per poterli raggiungere quando avesse voluto. E spesso lo vuole, accorrendo per ogni tipo di emergenza, dagli incendi al crollo di edifici ai guasti degli impianti idrici. Sembra che, in quei frangenti, una battuta molto diffusa fosse: “Qualcuno vuole tirare il sindaco fuori da lì?” 

 

Questi sono gli anni che precedono e che attraversano la Seconda Guerra Mondiale. 

Il suo rapporto con il nazi-fascismo è molto critico, e quando i nazisti parlano 

di lui come “il sindaco ebreo di New York”, lui risponde candidamente: 

“Non avevo mai creduto di avere abbastanza sangue ebraico 

nelle vene da giustificare il fatto di potermene vantare”. 

 

La Guardia detesta i nazisti tedeschi ed è molto preoccupato per il proliferare dei simpatizzanti americani. Così non può non apprezzare la copertina di Captain America che da un pugno dritto in faccia a Hitler, pubblicato prima che gli Stati Uniti entrino nella Seconda Guerra Mondiale e ritenuto inaccettabile dai simpatizzanti nazisti americani11. Alcuni di questi sono molto arrabbiati con gli autori dell’immagine e inviano loro lettere minatorie. I due ricevono ben presto una telefonata del sindaco: “Voi ragazzi laggiù state facendo un buon lavoro,” dice la sua caratteristica voce. “La città di New York farà in modo che non vi venga fatto alcun male.”   

 

Durante la Seconda Guerra mondiale, a partire dal 18 gennaio 1942, mentre i newyorkesi possono sintonizzare la radio sulla WNYC e ascoltare “Talks to the people”, gli italiani, sulle onde corte, potevano ascoltare settimanalmente “Sindaco La Guardia chiama Roma”. Il programma inizia sempre con: “È il vostro amico La Guardia che vi parla”, e racconta loro la storia di Roma sin dall’Impero Romano, esortando gli ascoltatori ad opporsi a Hitler e a battersi per la loro dignità.   Alla fine della guerra l’Italia è allo stremo delle forze, mancano i viveri a partire dal pane.

 

Alcide De Gasperi si rivolge a Fiorello La Guardia, in quel momento 

direttore generale dell’UNRRA, per chiedere aiuti.


E questi arrivano velocemente perché, diceva Fiorello: “I popoli hanno fame, al diavolo i protocolli”
12: 60mila tonnellate di cereali e 450 milioni di dollari in altre derrate alimentari che sbarcheranno da quattro navi ogni mese fino al 194713.   

 

Fiorello La Guardia muore di tumore al pancreas alle 8.06 di sabato 20 settembre 1947. La campana del dipartimento antincendio di New York batte i tradizionali quattro rintocchi, cui straordinariamente seguono le sirene dei Vigili del fuoco e poi quelle delle ambulanze, dei taxi e di tantissime auto di New York, creando un concerto assordante e lamentoso:

 

gli abitanti della città intera partecipano in massa al saluto all’uomo che, 

come ha scritto la Yale University motivando la sua laurea honoris causa, 

“ha strappato la democrazia ai politici e l’ha ridata al popolo”14.

 

 

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[1] Cfr. Luca Martera, Si può essere italiani, politici e onesti? Sì, se il tuo nome è Fiorello La Guardia, lucamarterablogspot.com, 31 gennaio 2013 

[2] Alcuni sostengono che fosse proprio di Foggia, cfr. Maurizio De Tullio, Il padre di Fiorello La Guardia era foggiano. Ed ecco perché, letteremeridiane.org, 1 novembre 2015. 

[3] Cfr. Ronald H. Bayor, Fiorello La Guardia Ethnicity, Reform, and Urban Developement, John Wiley & Son, 2017, p.6 

[4] Ronald H. Bayor, cit., p.

[5] Cfr. H. Paul Jeffers, Fiorello La Guardia. Un imperatore a New York, cit. pp.36 e ss. 

[6] Cfr. Cfr. Gigi Speroni, Fiorello La Guardia, Il più grande italiano d’America, Rusconi 1993, p.103; cfr. anche Piotr Podemski, Un D’Annunzio italoamericano in guerra. Mito bellico e success story nell’autobiografia di Fiorello La Guardia, in “In guerra con le parole. Il primo conflitto mondiale dalle testimonianze scritte alla memoria multimediale”, Fondazione Museo Storico del Trentino, 2018, p.581 

[7] Cfr. H. Paul Jeffers, Fiorello La Guardia. Un imperatore a New York, cit. p.97; cfr. anche Gigi Speroni, Fiorello La Guardia, cit. p. 104

[8] H. Paul Jeffers, Fiorello La Guardia. Un imperatore a New York, cit. p.174 

[9] AA.VV., Viaggi fantasmagorici: l’odeporica delle esposizioni universali (1851-1940), Franco Angeli 2019, p. 140 

[10] Jennifer Homans, Apollo’s Angels: A History of Ballet, Random House Publishing, 2010, cap.11

[11] New York City Mayor Fiorello La Guardia Loved Comics So Much, in gizmodo.com 

[12] Cfr. Servizio TG1 Impariamo l’italiano youtu.be/YWUUhNmXUxrU 

[13] Cfr. Giuseppe Audisio, Alberto Chiara, I fondatori dell’Europa unita secondo il progetto di Jean Monnet: Robert Schuman, Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Effatà Editrice 1999, p.71 

[14] Cfr. Gigi Speroni, Fiorello La Guardia, cit., Rusconi 1993 p.236-237

 

 

1656. LA PESTE CHE «DESOLÒ» NAPOLI di Tommaso Russo – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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1656. LA PESTE che «DESOLÒ» NAPOLI

 

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Breve nota introduttiva   

 

Il libro di Salvatore De Renzi – “Napoli nell’anno 1656” – è un importante crocevia in cui confluiscono vicende legate a un momento particolare della storia del Mezzogiorno vicereale: la peste del 1656. Il volume contiene le risposte della comunità napoletana aggredita da una destrutturante pandemia nei suoi legami più profondi e nelle dinamiche demografiche.   

 

Nel ricostruirne l’andamento e nel documentare le decisioni prese dalle autorità politiche e religiose, l’autore sembra invitare i lettori di tutti i tempi a tentare un confronto. Per quanto possa sembrare assurdo e inverosimile questo suggerimento del grande patologo napoletano, esso ha dalla sua il fascino della lunga durata con l’obbligo della cautela e della prudenza per non creare un artificioso clima di similitudini, di differenze e tener conto delle novità.

 

Napoli e il Mezzogiorno vicereale

 

La pace di Cateau-Cambresis (1559) tra Francia e Spagna consacrò il dominio di questa in Italia. Los Rejnos: ducato di Milano, Genova, Sicilia, Sardegna, Stato dei Presìdi (Talamone, Orbetello…) e il Mezzogiorno entrarono a far parte del multietnico e sovranazionale impero spagnolo come sentinelle nel Mediterraneo.

 

Al Sud venne affidato anche il compito di fare da polmone finanziario 

nei conflitti in cui era impegnata la Spagna.

 

Ne è prova la decisione, presa nell’ultimo decennio della guerra dei Trent’anni, di raccogliere 8.075.965 ducati per “la difesa et conservatione dell’Istato di Milano”.   

 

In politica interna vennero aggrumandosi nodi ancora oggi oggetto di querelles storiografiche. Si tratta del significato da attribuire alla nascita della Nazione e dello Stato napoletani, al rapporto tra questo e il baronaggio e tra entrambi con la montante borghesia, al peso di Napoli rispetto alle province, al ruolo degli intellettuali, del ceto dei togati, dei forensi e delle gerarchie ecclesiastiche. A tal proposito 

nessuno studioso crede che i decreti applicativi del Concilio di Trento trovassero 

nel Mezzogiorno l’identica accettazione avuta nel Centro-Nord.


Altre cose accaddero. Si pensi solo alle chiese ricettizie. Certo ci furono le folle fanatizzate dal clero contro gli eretici ma si ebbero anche significative manifestazioni di segno diverso. E’ il caso di ricordare il lascito visionario, presso i ceti subalterni, della predicazione di Gioacchino da Fiore o la campanelliana «Città del Sole», cioè “il sogno di una società ordinata su basi comunistico-ascetiche sotto la guida tecnica, religiosa e politica di un sacerdozio iniziatico di sapienti”, come ebbe a scrivere Giorgio Spini.   

 

Profeti solitari, imbonitori, ciurmatori, picari, girarono le contrade meridionali che, in molti casi, si aprirono alla predicazione di movimenti ereticali organizzati come l’Eresia dei Fraticelli che a partire dal XIV sec. si diffuse in Abruzzo, Basilicata e Puglia.   

 

È il caso di ricordare l’insediamento dei calabro-valdesi in Val di Crati e l’esito terribile a cui andarono incontro. Nel 1561 per ordine del Viceré e dell’Arcivescovo di Napoli furono massacrati, squartati, impalati dai soldati del principe Spinelli.   

 

Sorte diversa toccò invece al cenacolo di Juan de Valdés giunto a Napoli nel 1534 e ivi morto nel 1541.Riunì intorno a sé la parte più colta e sensibile della nobiltà napoletana: Galeazzo Caracciolo, emigrato poi nella calvinista Ginevra, Marco Antonio Flaminio, le principesse Isabella Bertagna, Caterina Cybo, Giulia Gonzaga, vera animatrice del salotto, solo per fare dei nomi.

 

Nobiltà, borghesia, plebe urbana insieme respinsero per ben due volte il tentativo 

di introdurre in Napoli la pericolosa Inquisizione sul modello spagnolo.

 

Per le questioni religiose era sufficiente il Tribunale diocesano al cui interno i Domenicani si mostrarono i più spietati, come avvenne per due episodi. Nel 1577 posero fine agli scandali del Monastero di Sant’Arcangelo a Bajano, “abolito per le immoralità che vi si commettevano”. Ai primi del ‘600 soppressero la Congregazione “della carità carnale”, un misto di sensualismo e misticismo, fondata da suor Giulia De Marco e da padre Aniello Arciero.   

 

Tra l’Accademia degli Oziosi e quella di Medinaceli furono gli Investiganti, con Tommaso Cornelio, a battersi per ridimensionare il peso della Scolastica, per sviluppare l’eredità del naturalismo rinascimentale, per difendere la libertas philosophandi.

 

Accanto a questa modernità meridionale occorre aggiungere che il ‘600 europeo 

e italiano fu il secolo delle crisi e delle paure che si manifestarono su piani intrecciati.

Basti ricordare il seguito di violenze di ogni specie che accompagnò il passaggio degli eserciti mercenari impegnati nella guerra dei Trent’anni. Il costo di quell’ennesimo conflitto innescò una profonda crisi sociale, finanziaria, demografica, che si manifestò anche con sollevazioni e rivolte. Se ne ricordano alcune: quella dei contadini e dei mietitori della Catalogna (1640); Masaniello (1647); quella del cosacco Sten’ka Razin contro i boiardi russi (1670).   

 

Diversi furono i piani di proiezione delle paure e differenti le cause. Le guerre viaggiavano allora con le carestie, le pandemie, i saccheggi. La paura in questi casi afferrava i singoli, i villaggi, i paesi, le province in un crescendo di panico collettivo che destabilizzava le comunità colpite. La peste del 1656 fu un evento destrutturante al pari dei “tremuoti” che scuotevano le province meridionali.

   

«Napole scontraffatta dapò la peste»

 

Il libro di De Renzi (1800-1872), costruito con documenti d’epoca, è diviso in tre parti: eziologia del morbo; raccolta delle ordinanze emanate dal Regio Consiglio Collaterale (l’organo politico che governava il Viceregno); quadri di cronache locali. Numerosi sono i temi affrontati: la paura come sentimento diffuso nelle società di antico regime; l’immaginario collettivo, l’ignoranza scientifica sui mezzi per intervenire. De Renzi osserva tutto ciò con l’occhio dello storico della medicina, del patologo laico e deista, dell’indagatore attento al costume sociale e al peso che in esso avevano religione, magia, credenze popolari, superstizione, bisogni elementari di sopravvivenza.

 

«La peste barocca» giunse a Napoli dalla Sardegna nei primi mesi del 1656.


Nell’isola, importante anello di congiunzione militare e commerciale tra Spagna e Napoli, era arrivata con navi provenienti da Valenza dove era giunta da Algeri fin dal 1647 per diffondersi in altre regioni iberiche. Soldati e merci sbarcati a Napoli tra dicembre ’55 e gennaio ’56 furono il veicolo di contagio.

 

Nonostante i sintomi tipici della peste bubbonica, le autorità politiche 

e religiose decisero di non creare allarmismi.

 

Ben presto però si ebbe “gran numero di morte subitanee” nei quartieri popolari e ad alta densità abitativa. Due medici compresero la natura del morbo.  

 

Gerolamo Gatta intuì che si trattava di peste bubbonica,

 

come pure che alle autorità non interessava molto conoscere la verità per non turbare le attività economiche e l’ordine pubblico. Così tacque e se ne tornò al suo paese.

 

Giuseppe Bozzuto “un buon medico di quelli del popolo del Mercato”, 

a chi gli chiedeva della diffusione del morbo ricostruiva la catena del contagio:

“…si muore improvvisamente ma dopo la morte nell’Ospedale dell’Annunziata di una persona venuta di Sardegna” e via esemplificando. A quanti sostenevano la tesi dell’ira di Dio, Bozzuto rispondeva con calma: “…vi vedete la successione, la vicinanza, il contatto?” Il suo comportamento non piacque per cui fu tradotto nelle carceri della Vicaria. A fronte dell’evidenza, però, venne liberato dopo qualche mese. Riprese il suo apostolato tra le plebi urbane e morì di peste. Oltre 40 furono i medici che persero la vita.   

L’invito a ragionare non ebbe proseliti. 

 

La tacita intesa tra Viceré e Chiesa fece del castigo divino 

un potente atto di accusa politica al popolo.

 

La colpa divenne “aver osato commettere l’imperdonabile delitto di rivoltarsi contro il Re cattolico”, nel luglio del 1647, quando Masaniello guidò l’assalto al gabbiotto delle tasse al grido di “leva la gabella”, diffondendo la rivolta nel Mezzogiorno. Dunque, pur a distanza di anni, Dio non aveva dimenticato e la sua punizione arrivò inesorabile. Era questo il messaggio che doveva depositarsi nell’immaginario dei ceti subalterni: alle rivolte sociali non poteva far seguito che una pena divina.

 

L’insistenza sul divino comportò l’intensificarsi di penitenze, messe, processioni 

che “allargano vieppiù il contagio sull’affollata moltitudine”.

 

Si scatenò, altresì, fra i vari ordini religiosi (per es. Teatini contro Gesuiti) una competizione su chi avesse maggior potere di intercessione presso Dio per placare la sua ira, far scomparire il morbo, per presentarsi agli occhi dei fedeli come interlocutore forte e affidabile.

 

Al divino si affiancò la tesi complottista:

 

“Nel qual tempo insorse una voce che alcune persone andavano seminando e spargendo polveri velenose”. In piazza Mercato una vecchia che cercava l’elemosina divenne il capro espiatorio di “dette polvere” e venne uccisa “in detto loco”.   

 

Saracche e baccalà individuate come veicolo di trasmissione furono gettate in mare. Cani e gatti vennero sterminati. Spostati in conventi fuori Napoli si salvarono solo i porcellini di Sant’Antonio.

 

Tra maggio e agosto la peste toccò vette altissime. Solo allora 

il Collaterale ordinò drastiche misure di isolamento:


i contagiati nei quartieri popolari venivano chiusi in casa se non si riusciva a portarli in ospedale. Trasportati su sedie o su carri i cadaveri, raccolti dalle strade, mischiati con gli agonizzanti venivano gettati in fosse comuni e ricoperti di calce viva. Fu Micco Spadaro, più di altri pittori coevi, a restituire quelle scene di orrore urbano nel famoso dipinto: “Piazza Mercatello a Napoli durante la peste del 1656”.   

 

Furono vietati gli spostamenti da Napoli verso tutte le province e gli altri Stati e viceversa. 

 

Potevano circolare solo i pochi forniti di “bolletta della salute”.

 

Il ritardo nel predisporre misure di contenimento è da ascriversi alla paura, al panico in cui caddero le autorità di fronte alla virulenza del morbo. Ci sono anche altre ragioni che spiegano il loro indugio: la necessità di non turbare i traffici per mare e per terra tra Napoli le sue province e gli altri porti del Mediterraneo; la subalternità culturale all’Arcidiocesi che subito si impossessò politicamente della pandemia per farne un cavallo di battaglia del suo piano di disciplinamento sociale e religioso.

 

È il caso di ricordare alcune ordinanze che danno il termometro di quei mesi. 

Il Collaterale ordinò l’impiego di molti rimedi

 

di cui se ne offre un campionario parziale: profumare le case “con fumo di rosmarino, bacche di lauro, di ginepro, incenso e simili”, usare “acqua teriacale”, e “pillole di Rufo contro la peste”; preparare una “mistura di fichi secchi, ruta, noce e sale”, e un intruglio di “aceto (…) con solfo, ruta aglio garofali zafferano e noci, l’uso del quale è bagnarci una fetta di pane”. A tutto ciò venne affidato un compito curativo e preventivo che però dimostra solo quanto fosse lungo il passaggio dall’alchimia alla chimica, dalla magia alla medicina.

 

Si decise della quarantena con ordinanza del 12 giugno 1656, mentre 

la libera circolazione fu autorizzata il 25 febbraio 1657.

L’11 ottobre 1657 venne ordinato “concedersi alle dette Università [così allora si chiamavano i Comuni], che hanno patito il contagio sospensione, per insino ad altro ordine, di quanto per esse si dee così alla Regia Corte, come a’ Consegnatarii”. In altri termini veniva 

 

sospesa la fiscalità

 

dalle province alla capitale.   

 

L’anno successivo il 19 giugno, per il forte aumento dei prezzi, 

 

si vietò la vendita di “dette mentovate robbe a maggior prezzo di quello 

che si vendevano prima del passato contagio”

 

con multe fino a 1000 ducati “et altre pene corporali”. A settembre vennero

 

bloccati i salari

 

di “Potatori, Vendemmiatori Zappatori” a prima del contagio. Pena: tre anni di carcere agli uomini e “frusta alle femine”. Sono, come si vede, provvedimenti antinflazione.   

 

La peste andò scemando a Napoli verso dicembre, focolai restavano in Abruzzo Citra, Basilicata, Capitanata, Calabria Ultra, Terra di Lavoro. Alla paura si sommarono incertezze sociali ed economiche. Nelle province si ebbe una recrudescenza del banditismo sociale e dei rapimenti a scopo di riscatto.

 

La riapertura totale dei traffici e commerci avrebbe dovuto rimettere 

in piedi il precedente circuito. Non fu così.

 

Lo  documenta  De  Renzi  che  fra  i  tanti  indicatori  scelti  per  calcolare  il  numero  dei morti a Napoli utilizza quello delle scorte alimentari:  grano,  vino,  olio,  farina, pane, carne salata e fresca. Il consumo urbano  egli dice  “si ridusse  a  proporzioni  infinitesime di quel che era avanti la peste”.  Vale a dire una caduta dei consumi quasi verticale a causa del tracollo demografico. 

 

A Napoli morirono tra 200 e 250mila persone.

 

Considerando un’arcata temporale tra il 1648 e il 1669 la popolazione delle province passò da circa 2.501.015 a 1.973.605 abitanti circa.   Si può infine dire che l’impatto del “pestifero morbo” nella stratigrafia della memoria collettiva fu duraturo e profondo.

 

 

 

 

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GENNARO SERRA DI CASSANO MARTIRE E PATRIOTA di Fernando Popoli – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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GENNARO SERRA DI CASSANO MARTIRE E PATRIOTA

 

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figlio del duca Luigi e di Giulia Carafa di Roccella, di nobilissima origine, che ai privilegi, ai lussi ed alla vita comoda della nobiltà preferì la lotta per l’affermazione dei principi democratici e dell’eguaglianza dei popoli, pagando con il sangue la sua scelta.

 

Studiò insieme al fratello Giuseppe in Francia, nel collegio di Sorèze, 

durante gli avvenimenti rivoluzionari e ne acquisì lo spirito repubblicano 

condividendo il motto “Liberté, Égalité, Fraternité”, che influenzò 

tutta la sua breve vita sino alla morte.

 

Aderì sul nascere alla “Società Patriottica” insieme ai primi giacobini napoletani, alcuni di origine massonica: Eleonora Fonseca Pimentel, insigne letterata e giornalista, la nobile Luisa Sanfelice, il duca Ettore Carafa, l’avvocato Nicola Fasulo, l’imprenditore della seta Domenico Piatti, l’ufficiale di Marina Giambattista de Simone, il dottor Pasquale Baffi e Filippo de Marini, marchese di Genzano. All’inizio la loro attività libertaria fu quasi tollerata dalla regina Maria Carolina, moglie del re Borbone Ferdinando IV, che vedeva nel loro agire la meta di una monarchia costituzionale, ma poi, in seguito agli avvenimenti di Francia, la sovrana mutò radicalmente il suo atteggiamento, scatenando una feroce e viscerale repressione.

 

A Parigi regnava il terrore e iniziò a lavorare alacremente la ghigliottina. 

Il 21 gennaio fu mozzata la testa del re Luigi XVI 

 

davanti ad una folla festante. Il boia Charles Henry Sanson vendette poi all’asta il suo copricapo, ciocche di capelli e frammenti del cappotto. La folla ne godette. Il 16 ottobre toccò a Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina, prematuramente invecchiata dalla paura, con il viso pieno di rughe e i capelli imbiancati. Il suo carnefice, Henry Sanson junior, mostrò la testa mozzata in segno di trionfo, col sangue che gocciolava sul tavolato della forca. La folla fu entusiasta.

La morte violenta della sorella terrorizzò Maria Carolina che vedeva nemici dappertutto, non dormiva più nello stesso letto 

e faceva assaggiare il cibo ai servitori.

 

Scrisse su una stampa dell’esecuzione pervenuta da Parigi: “Perseguirò la mia vendetta sino alla morte”. Perquisizioni, pedinamenti, retate. I servizi segreti lavoravano quotidianamente e riferivano ai sovrani di cene patriottiche, di cospirazioni misteriose, di piani eversivi tra i cosiddetti “idealisti”, che si battevano in nome della “filosofia” e della “virtù”. La reazione dei Borboni diventò atroce, selvaggia, spietata. Il 18 ottobre del 1794, a mo’ di esempio, salirono sul patibolo al Largo Castello tre ragazzi meridionali: Emmanuele de Deo, Vincenzo Galiani e Vincenzo Vitaliani, primi martiri innocenti della libertà.

 

La frattura tra il re, la regina e i libertari napoletani si allargò a dismisura 

e i giacobini Francesco e Gennaro Serra di Cassano, sentitisi in pericolo, 

agivano in segreto, preparando l’arrivo dei francesi.

 

I genitori, il duca Luigi e sua moglie Giulia Carafa di Roccella, condividevano le loro scelte, ma temevano per la sorte dei figli. Giuseppe Serra di Cassano venne arrestato e condotto in carcere, con lui anche Eleonora Fonseca Pimentel. Gennaro si salvò miracolosamente. 

 

Intanto i fatti precipitarono, Il generale francese Jean Étienne Championnet avanzava con le sue truppe verso la capitale, al suo seguito molti giacobini, Ettore Carafa, Carlo Lauberg, Vincenzo Russo e altri che erano esuli. L’ammiraglio Orazio Nelson era alla rada con la sua flotta. L’esercito borbonico marciò verso Roma. All’inizio sembrò una guerra facile, poi scattò la controffensiva dei francesi e Championnet li travolse sbaragliandoli. Il re, attraverso percorsi segreti, lasciò la Reggia, s’imbarcò sulla nave ammiraglia di Nelson e puntò su Palermo.   

 

Nel Regno, due delegati cercarono di controllare la piazza inutilmente. Da un lato i Lazzari che erano filo monarchici, dall’altro i giacobini che lavoravano per favorire la vittoria dei francesi. L’anarchia era al massimo, 

 

i Lazzari presero il sopravvento, ma si sentirono traditi dalla fuga del Re. 

Bruciarono le forche fatte issare dal Borbone e liberarono i prigionieri. 

Giuseppe Serra di Cassano ed Eleonora Pimentel tornarono liberi.

I Lazzari non parteggiavano per i francesi che si preparavano a combattere, ma non obbedivano ai delegati del re. Gennaro lavorava assiduamente con tutti gli altri giacobini per la battaglia decisiva, l’armata di Championnet era vicina. Si impadronirono di Forte Sant’Elmo; un gruppo di donne vestite da uomo, capeggiate da donna Eleonora Pimentel, si unirono a loro e nel cortile del Forte fu piantato l’Albero della Libertà e proclamata la Repubblica Napoletana.   

 

Championnet invase Napoli, sbaragliando i Lazzari che finirono per unirsi a lui. Fu insediato il primo governo provvisorio e Giuseppe Serra di Cassano fu tra i rappresentanti comunali, al posto del padre. Furono nominati vari ministri tra i giacobini, ma l’ultima parola spettava ai francesi.

 

Gennaro Serra di Cassano ebbe il grado di comandante in seconda 

della Guardia nazionale, con il compito di organizzare la cavalleria.

 

Per ordine del Direttorio di Parigi iniziarono le riscossioni dei tributi, le confische, nuove e vecchie gabelle, il passaggio alla Francia di tutti i beni della Corona, le banche, la Zecca, i possedimenti nelle provincie. Il popolo era scontento, i Lazzari ripresero l’offensiva lanciando pietre e vasi dai balconi, Championnet fu sostituito e al suo posto arrivò il cinico generale McDonald che mise in vendita anche gli arredi reali.

 

Intanto, con la benedizione del Papa, il cardinale Ruffo avanzava

per riconquistare il Regno con l’esercito della Santa Sede,

uccidendo, saccheggiando, stuprando, violentando, lasciando dietro di sé una scia di terrore, di sangue, di morte, di cadaveri. Un’incredibile ecatombe. Nel Regno, i governanti rivoluzionari vararono leggi giuste. Abolirono la gabella sulla farina, avviarono la stesura di una nuova Costituzione, si organizzarono per resistere all’avanzata del cardinale Ruffo. La Pimentel pubblicava il Monitore dando informazioni democratiche ai cittadini.

 

Giulia Carafa di Roccella, la madre di Gennaro, e sua sorella Maria Antonia, 

duchessa di Popoli, considerate le donne più belle di Napoli, delicate e colte, trasportavano intrepide sul molo pietre e calce per rafforzarne la difesa 

e proteggere la fragile conquista democratica, 

fianco a fianco con il popolo,

 

gomito a gomito con gli uomini, instancabili, indomite, combattive. Bussarono alle case dei ricchi per chiedere offerte per la difesa, vestiti e viveri per i più bisognosi, solidarietà per i poveri. Aiuti, donazioni, sostegni. Tutto serviva per la causa. Furono chiamate “madri della Patria” per la loro azione nobile, generosa, altruista, solidale, spinta da un ideale repubblicano che permeava il loro animo femminile. 

La regina Maria Carolina manifestò il suo sdegno per le due nobildonne che tra l’altro, scandaloso per lei, non portavano più il busto e la parrucca, ma sostenevano la rivolta.   

 

McDonald, incapace di fronteggiare Ruffo, si trasferì presso Caserta e da lì a poco si avviò verso il nord, lasciando campo libero. Il re Ferdinando ordinò a Ruffo di fare molti casicavalli, di impiccare molti nemici come i caciocavalli che vengono appesi col cappio sino alla maturazione. Il forte di Vigliena fu uno degli ultimi baluardi contro i sanfedisti. Erano duecento, comandati da Antonio Toscano, contro i mille nemici. Alzarono una bandiera con su la scritta “Vincere, vendicare, morire” e, di lì a poco, chiusi nel magazzino delle munizioni, saltarono in aria disintegrati in un botto infernale insieme a molti dei loro nemici. 

A Napoli, Gennaro Serra di Cassano difendeva con la sua colonna Capodimonte, il capitano Campana, Ponticelli. Il generale francese Basset, Foria. Furono ben presto travolti e si rifugiarono nel Maschio Angioino e in Castel dell’Ovo, in un ultimo tentativo di sottrarsi alla furia devastatrice sanfedista.

 

Nelle strade si susseguirono scene di ferocia, di violenza, di terrore. Massacri, saccheggi, incendi, stupri, scene di follia inusitata. La gente fuggiva 

inorridita, terrorizzata, sgomenta. Si era creato l’inferno.

Si scatenò una caccia all’uomo, al democratico, all’oppositore. Giulia e Maria Antonia Carafa di Roccella furono spogliate, denudate, si dice violentate. Coperte da un lenzuolo, con le carni nude, sottoposte al pubblico ludibrio, offese, vilipese, derise. Trattate come bestie, sputate in faccia. Gli Alberi della Libertà furono abbattuti e trasformati in latrine puzzolenti. I giacobini venivano trucidati sommariamente, senza alcun processo, senza possibilità di difesa. I sanfedisti si sedevano sui loro cadaveri sbudellati, sui loro corpi martoriati, con le viscere di fuori, per mangiare, bere, gozzovigliare. Alcuni abbrustolirono le loro carni e le trangugiarono avidi in un macabro banchetto. 

Altri prigionieri furono portati al Ponte della Maddalena e donne monarchiche imbestialite sputavano loro addosso, lanciavano scorze di cibo, li deridevano. In breve, anche le ultime sacche di resistenti furono spezzate via e il cardinale Ruffo prese pieno possesso di Napoli e di tutto il Regno. La Repubblica Napoletana era sconfitta. 

Memore di essere uomo di chiesa, il cardinale trattò con i capi repubblicani superstiti asserragliati nel castello e raggiunse con loro il “patto di capitolazione”. 

 

I giacobini ebbero l’onore delle armi e la possibilità di andare in esilio. 

Al suono cadenzato dei tamburi dei soldati vincitori, vinti ma a testa alta, 

lasciarono il Forte per prendere posto sulle navi in partenza per Tolone.

 

Il 24 giugno del 1799 arrivò a comando della sua poderosa flotta l’ammiraglio Orazio Nelson e affermò che il “patto” era carta straccia; il re delle Due Sicilie, il Borbone, non avrebbe mai trattato con i ribelli che non meritavano indulgenza, e così fu. 

Vecchie navi da trasporto funsero da prigione. I prigionieri furono legati ai ferri, esposti al sole, con poca acqua e con poco cibo disgustoso, dormivano su un giaciglio di sabbia ed evacuavano a turno su pochi buglioli schifosi e maleodoranti. La loro vita si era trasformata in un inferno. 

Le ultime sacche di resistenza furono travolte. Un pescivendolo, si dice, tagliò, come se fossero pesci da pulire, molte teste di giacobini superstiti e i sanfedisti le fecero rotolare lungo la strada, giocandoci come se fossero palloni.

 

Gennaro Serra di Cassano si rifiutò di chiedere clemenza al cardinale Ruffo, 

per orgoglio e per diffidenza. Secondo la leggenda, travestito da marinaio, 

tentò di riparare nel suo palazzo al Monte di Dio, 

ma fu visto da un libraio che lo tradì.

Condotto nelle carceri comuni, da dove forse non si era mai mosso, aspettò con dignità che si compisse il suo destino di uomo libero. La Giunta di Stato, implacabile, emise la sentenza di condanna alla ghigliottina. Sarebbe stato giustiziato insieme ad altri sette cospiratori.   

 

Il 20 agosto del 1799, la Piazza Mercato, palcoscenico storico delle esecuzioni, fu invasa da una folla di tutti i ceti sociali, assettata di sangue e di violenza. Sadicamente eccitata per lo spettacolo che si stava per rappresentare, si agitava come un branco di lupi famelici, vogliosa di scene raccapriccianti, di morte, di terrore. Intorno, imponenti misure di sicurezza, soldati armati, cannoni puntati, armigeri pronti. Gennaro aprì la macabra danza della morte. Aveva chiesto di avere l’oppio per placare l’angoscia dell’attesa, ma gli fu negato. Per il suo titolo doveva essere accompagnato da servitori, ma gli fu proibito. Doveva avere un palco addobbato di drappi neri, ma non gli fu concesso.

 

Salito sul patibolo, guardò davanti a sé quel mare di facce in attesa, 

quella moltitudine di uomini e donne compiacenti, quegli sguardi sadici, 

e disse al frate che gli era accanto: “Ho sempre lottato per il loro bene 

e ora li vedo festeggiare per la mia morte”.

 

Offrì la sua testa al boia e la lama gliela recise di netto, un colpo solo e rotolò in terra. Aveva ventisei anni, era giovane, ricco, nobile di animo e di censo. Morì per perseguire i suoi ideali sotto gli occhi festanti del suo popolo, ingrato e inconsapevole.   

 

Seguirono le altre esecuzioni: Domenico Piatti, Vincenzo Lupo, Nicola Pacifico, Michele Natale, Antonio Piatti e, ultima, la passionaria della rivoluzione, Eleonora Fonseca Pimentel. A lei le guardie strapparono le mutande in segno di disprezzo. Lei disse in latino: “Un giorno sarà utile ricordare tutto questo”. 

Il suo corpo penzoloni, con il cappio al collo, oscillò sul patibolo spinto dal vento. La folla soddisfatta se ne compiacque: la signora aveva smesso di fare l’eroina.

 

Il duca Luigi Serra di Cassano, addolorato, chiuse il portone del suo palazzo 

di fronte alla Reggia e per due secoli questo ingresso 

è rimasto sbarrato in segno di lutto e di protesta.

 

Maria Antonia Carafa si suicidò dopo qualche anno gettandosi in un pozzo. Giulia Carafa visse a lungo tormentandosi nei ricordi e finì per impazzire. La morte di Gennaro Serra di Cassano non fu inutile, il suo sacrificio resterà per sempre a testimonianza di una vita “illuminata”.

 

 

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PER SCOPELLITI GRANDE MAGISTRATO DEL SUD di Francesco Antonio Genovese – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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per scopelliti grande magistrato del sud

 

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In fondo, il libro di Clara Mazzanti [Venga con noi. Dagli attentati del ’69 a Piazza Fontana, con prefazione di Paolo Morando (pp. 9-11), Ed. Colibrì, Milano, 2019, pp. 317, con il pregio di possedere – oltre ad un interessante corredo fotografico – anche un indice analitico, alle pp. 311-313], partito con un durissimo (ma non del tutto ingiustificato) attacco agli apparati investigativi milanesi [assai severa la stroncatura anche di Luigi Calabresi, alle pp. 28-30, 219-220 e passim; del tutto irrecuperabile il giudizio su Antonio Amati (1912), il giudice istruttore del processo agli anarchici nel quale rimase coinvolta, come imputata dei reati di concorso in alcuni attentati con uso di esplosivi, registrati nella prima parte del 1969, anche la Mazzanti: si vedano, in particolare, le pp. 149-151, ma anche passim],

 

costruisce un vero e proprio monumento celebrativo di un altro 

magistrato, addirittura (incredibile auditu) di un pubblico ministero: 

AntoninoScopelliti (19351991), destinato a entrare nel Pantheon

della Magistratura italiana per il suo tragico omicidio ad opera 

delle mafie più potenti di questo Paese.


Il PM di quel processo, nella fase istruttoria, era stato invero Roberto Petrosino (1924), il quale aveva chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, ma non per questo è su di lui che s’appuntano gli strali dell’A. (quasi come se l’A. desse per scontato che il PM inquirente possa avanzare ogni sorta di richiesta), quanto sul Giudice della fase istruttoria (che, invece, avrebbe avuto l’obbligo di approfondire e di verificare ogni sorta di elemento senza procedere  oltre, sic et simpliciter, sulla base di idee già confezionate, in massima parte dagli investigatori), dopo un’analisi attenta anche degli atti processuali (ben 12 faldoni ora consultabili liberamente: v. p. 284), rivisitati e consultati dalla vittima di quelle indagini in sede archivistica, con il rovello e il dolore di chi ha trascorso circa un anno e mezzo in detenzione preventiva, durissima, nel carcere di San Vittore (sulle cui sofferenze, espedienti di vita e umanità il libro costituisce un resoconto non comune e che varrebbe la pena di leggere anche se solo per questa ragione). 

 

Ma è il PM della fase dibattimentale che emerge imponente, non certo per una sorta di trombonesca apparizione, di fronte alla Corte d’assise di Milano, presieduta da Paolo Curatolo (1914) e composta dal giudice a latere, Roberto Danzi (1929) oltre che dai giudici popolari; e si tratta di Antonino Scopelliti,

 

«Me lo ero immaginato di aspetto truce. Pronto a darci guerra, a distruggerci, 

a coprirci di fango. Invece, quando alzò gli occhi dalle sue carte e guardò dritto 

verso di me, vidi un volto dall’espressione straordinariamente umana e mite, 

che fece con la testa un impercettibile movimento, quasi un saluto» (p. 180).

 

Scopelliti ha di fronte un gruppo di avvocati di grande levatura, alcuni dei quali – se già non lo sono – diventeranno presto assai celebri: Giuliano Spazzali (per Pulsinelli), Sandro Canestrini e Vittorio D’Aiello (per Giangiacomo Feltrinelli e Sibilla Melega), Francesco Piscopo, Luca Boneschi e Alberto Malagugini (per Braschi): l’ultimo di lì a poco eletto giudice costituzionale, nel 1977. Ma Egli, il nostro PM, è del tutto a suo agio di fronte a quelle eccellenze forensi e, finanche, non pregiudizialmente contrario alle richieste che quelli avanzeranno, ma anzi appare disposto all’esame ragionato di quelle istanze. 

 

All’imputata, il PM di udienza appare avvinto da «una irriducibile ed evidente volontà di ricercare il vero» (p. 197), perciò non ostile alla verificazione dibattimentale dell’ipotesi accusatoria, alla cui formulazione – come si è detto – Egli, in verità, non aveva neppure partecipato (essendo di altri l’ipotesi di accusa formulata contro quegli arrestati).

 

Di più. In Lui emergeva una caratteristica davvero insolita: «non urlava. Mai. 

Calmo e gentile, dava l’impressione di essere alla ricerca dei fatti che potessero 

non accusare, ma scagionare l’imputato, come e più di un difensore» (p. 197).

Non usava artifici o stereotipi, come le compagne di detenzione avevano detto all’A. a proposito dei PM incontrati sul loro cammino sventurato; magistrati che avevano usato anche «cattiveria… ferocia… sarcasmo … in presenza di figli e genitori, di parenti e conoscenti. A Scopelliti non piaceva giocare con il fango. Era di un rango moralmente superiore, lui» (p. 197). 

 

Si tratta di parole importanti, meditate, uscite come un distillato da tutto il (sicuramente doloroso) riesame (scavato nei ricordi, certo; ma anche nelle carte processuali) di quel processo che Altri (Paolo Morando, Prima di Piazza Fontana. La prova generale, Laterza, Bari-Roma, 2019, pp. 368: un vero e proprio tomo scritto sulle carte, puntuale e implacabile nel racconto), con metodo storico, ha ricostruito (e smontato nella sua impostazione panaccusatoria) con risultati apprezzati dalla critica storiografica.

 

Il processo, in estrema sintesi, ruoterà attorno alla credibilità di una testimone chiave, colei che era stata ospitata per un bel periodo di tempo dalla narrante

 

(allora giovanissima: era nata nel 1947) e dal suo convivente, ma che poi si era rivelata come l’accusatrice, la vera “carta vincente” della pubblica accusa (aveva asserito di aver visto la Mazzanti e il suo compagno di vita, ossia coloro che l’avevano generosamente ospitata, preparare in casa un ordigno servendosi di un tubo metallico; ma l’istruttoria dibattimentale accerterà che in nessuno degli attentati posti sotto il focus dell’investigazione c’erano stati frammenti di metallo).

 

Peccato, che nel corso del dibattimento, dopo un primo round in cui l’accusatrice (un’insegnante, innamorata – senza essere corrisposta – di uno degli accusati, dotata di una apprezzabile parlantina e capace anche di una certa favorevole impressione sul pubblico degli ascoltatori) era sembrata un solido pilastro della pubblica accusa (cfr. p. 207; lo scriverà allora anche il cronista giudiziario de La Nazione di Firenze, quello più apprezzato dalla stessa A.: nientemeno che Enzo Tortora, prima del successo televisivo e della tragedia che di lì a qualche anno l’avrebbe travolto) 

  

ma ben presto si rivelerà una testimone del tutto screditata. La difesa degli imputati, infatti raccoglierà le prove della sua non nuova e né inedita capacità di condurre 

una campagna denigratoria, portata avanti in diversi momenti della sua vita,

 

nel corso della quale aveva diffuso anonimi calunniosi contro una pluralità di destinatari (un prete, i ragazzi di un oratorio, un collega insegnante) e sempre con la fissa dei rapporti sessuali anomali (si era nel 1969!). La teste aveva ricevuto, proprio per questo, alcune denunce per calunnia da parte dei carabinieri, ma nessuno degli inquirenti aveva considerato questo fatto né vi aveva fatto cenno nel corso delle indagini ai (ignari, è da credere) PPMM. Così il processo non tardò molto a registrare alcuni round negativi per la teste, come osservò il sempre attentissimo cronista giudiziario Tortora che, al momento della scarcerazione della Mazzanti, vorrà persino festeggiarla in pizzeria (e così resocontare i suoi lettori di tutto l’accaduto: nel processo e fuori, alla sua conclusione), avendo maturato l’identica conclusione della Corte giudicante.

 

L’imputata (su conforme richiesta del PM) venne, infatti, assolta nel maggio 1971; 

ma solo con la formula dubitativa e, per Lei, fu necessario l’appello per ottenere, 

dopo ancora qualche patimento, la formula piena assolutoria. Ma ciò nonostante, 

la stima per quel PM di udienza non s’incrinò. Anzi.

 

Lo seguirà in TV, qualche anno dopo, nel 1978, in una puntata della fortunata trasmissione di Maurizio Costanzo Bontà Loro (peraltro ancora reperibile on-line con una ricerca mirata), nel corso della quale ascolterà il suo PM in una memorabile lezione sulla figura del magistrato e sulle sue qualità, tratteggiate come in un decalogo che meriterebbe di avere un’illustrazione separata (qui basti solo richiamare, per punti, ciò che l’A. ha riportato delle dichiarazioni dell’illustre magistrato: l’essere disposto ad accettare, nel suo lavoro, anche l’impopolarità; la centralità del compimento del proprio dovere; l’aver coscienza di tale dovere come traguardo massimo della professione; la capacità di cambiare la strada percorsa, ove ci si avveda che essa non è affatto quella giusta; 

 

l’avere umiltà, come dote fondamentale nella professione; l’avere – e non rifiutare – 

un rapporto umano con l’imputato; il vivere senza cercare altre soddisfazioni;

 

la “politicità” del proprio mestiere intesa come consapevolezza del suo esercizio nel tempo proprio; la centralità del dibattimento nel processo, proprio come era accaduto nel processo agli anarchici milanesi: cfr. le pp. 163-4). E Scopelliti risponderà proprio ad una domanda di Costanzo, a proposito del processo agli anarchici, spiegando che il dibattimento aveva fatto emergere fatti che non erano stati raccolti in fase istruttoria (o non potevano esserlo: ma questa era una difesa d’ufficio dei suoi colleghi che forse non lo meritavano) e che gli episodi erano diversi tra loro (e questo era vero, come è stato dimostrato dal lavoro di Paolo Morando, che ho citato sopra). 

 

In verità, l’approdo alle conclusioni assolutorie (ma non verso tutti, perché taluni degli imputati – e cioè tre di loro – vennero condannati in primo grado come responsabili di alcuni degli episodi, tra i tanti loro ascritti: p. 250) trovò, con il tempo, un’ampia conferma. Ad esempio, già agli atti dell’istruttoria di Treviso, condotta da Giancarlo Stiz fin dal gennaio 1971 (cfr. Gianni Barbacetto, Piazza Fontana. Il primo atto dell’ultima guerra italiana, Garzanti, Milano 2019, p. 28 e ss.), era emersa, nell’agosto 1971 – dall’interrogatorio di Ruggero Pan, studente padovano vicino al gruppo di Franco Giorgio Freda –, la responsabilità di quest’ultimo, personalmente, nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’attentato alla Fiera di Milano, il 25 aprile 1969, per il quale erano stati condannati invece i tre anarchici anzidetti (Barbacetto, cit., p. 28), dalla Corte d’assise.

 

L’A. rimarrà, perciò, profondamente scossa e commossa il 9 agosto 1991, 

come lo siamo stati tutti noi, e come lo è stata l’Italia intera, alla notizia 

del vile agguato che venne teso al Grande Magistrato su quella strada

 

percorsa chissà quante volte, la provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro, il paese del profondo Sud dove Egli era nato. 

 

Un’anarchica, insomma, si era riconciliata con lo Stato, grazie a Lui e ne darà ampio e motivato attestato, anche a tutti noi, che non dovremo dimenticarlo mai, per il sacrificio di sangue a cui è andato incontro per difendere la sua purezza d’investigatore e di parte imparziale (come pochi) del processo penale italiano contemporaneo.

 

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LIBERI DI ESSERE LIBERI di Giorgia Ippoliti – Numero 18 – Settembre – Ottobre 2020

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LIBERI DI ESSERE LIBERI 

 

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si spostano da un quartiere all’altro e soprattutto non danno nell’occhio»1

Scriveva così un giovane cronista per descrivere quello che oggi può sembrare riferirsi a qualcosa di invisibile, quasi «non umano». 

E invece no.

È con queste parole che egli descriveva il destino di una gioventù

a cui veniva sottratta la sua gemma più preziosa: il futuro.

 

Per riappropriarsi di questa gemma, il giovane decise di «intraprendere» la sua missione di giornalista.  

Un ragazzo. Poco più che ventenne. Un cronista.  

«Non ha paura di scrivere certe cose?». «A volte sì». «E allora perché lo fa?». «Perché è il mio lavoro, perché l’ho scelto. E non è che mi senta particolarmente coraggioso nel farlo bene (…) Le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti. Allora quello che un giornalista dovrebbe fare è questo: informare»2.

Un amante della Sua terra. Il Sud. Napoli. Quella Napoli 

che voleva libera. In mano, la sua forza più grande: 

l’energia e la spavalderia della gioventù.   

 

Una gioventù spensierata ma cosciente, che decide di dare il suo contributo al mondo, sfidando persino le paure più recondite per raggiungere un obiettivo.  

Dare alle persone la possibilità di conoscere. E quindi di scegliere.  

Un comico, di recente, ha deciso di prendere «in prestito» il suo cognome3 per rendere omaggio al coraggio di un uomo. 

Ma soprattutto per far sì che tutti potessero conoscere la sua storia. La storia di uno come tanti che come tanti non sarà.  

La storia di un ragazzo semplice che decide di compiere qualcosa di straordinario. 

Lui è Giancarlo Siani4, giornalista napoletano ucciso a soli 26 anni.

La sua storia assume ancor più importanza per una recentissima celebrazione: la libertà di stampa, una delle libertà costituzionali più importanti.  

Il 3 maggio, infatti, è stato scelto, ventisette anni fa, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite come Giornata mondiale della libertà di stampa: per non dimenticare tutti coloro che, come Siani, hanno deciso di «sacrificare» ogni cosa per riuscire a dotare le persone di un valido servizio di conoscenza e, quindi, di scelte.  

Egli, infatti, per dare voce al giornalismo – quel giornalismo che mira alla verità sottesa ai singoli fatti, e così fornire agli individui gli strumenti per poter scegliere – sin dagli albori,

fonda, insieme ad altri giovani giornalisti, 

il «Movimento Democratico per il Diritto all’Informazione».

 

Un Movimento di cui si farà portavoce nei convegni nazionali, cercando di restituire al suo Sud quello che andava perdendo: la libertà di informarsi e quindi di scegliere.

 

Lo fa anche per consentire che del Meridione – quel Meridione di cui sempre di più 

si delineava un’idea negativa – si conoscesse anche la parte più limpida, 

più pura: la vera anima incontaminata.

 

Quell’anima produttiva che da sempre aveva costituito il motore dell’Italia. Italia che, sempre più spesso, lo andava dimenticando. 

Proprio per tale ragione, il cronista concentrerà la sua attenzione su importanti poli produttivi del Sud Italia, come Torre Annunziata, cittadina del Vesuvio che lo vedrà impegnato sino alla fine.  

Cittadina della quale tenterà di far conoscere ogni scorcio, ogni vicolo, ogni sfumatura, compresa la sua grande forza produttiva.  

Siani cercherà di restituirle il maltolto, denunciando quei misfatti che, uno a uno, progressivamente e inesorabilmente andavano spegnendo ogni piccola, grande fiamma della città, svuotata sempre più delle sue attività industriali e commerciali.  

Per fare ciò, deciderà di adottare non un punto di vista «esterno» alla città.

Cercherà di «avere occhi ovunque», mostrando il «coraggio di denunciare 

anche quello che non si dovrebbe dalle colonne del “Mattino” in anni in cui 

i cronisti del quotidiano erano sotto scorta armata»5

spingendo per un giornalismo sul campo.   

 

Molti, infatti, lo ricordano proprio accanto ai suoi «concittadini d’adozione» – Torre Annunziata, nel 2019, cercherà di «ricucire» il legame con il suo cronista d’eccezione, conferendogli la cittadinanza ad honorem – nelle lotte per la riaffermazione di quei diritti che, proprio nella culla della civiltà del Sud, si erano affermati, ovvero a bordo della sua autovettura, alla ricerca di quelle bellezze ormai dimenticate di quel Meridione a cui doveva essere restituita la «giusta dignità», eliminando quelle «barriere invisibili» che gli stavano impedendo di fiorire. 

 

Lo farà fino a quando qualcuno tenterà di fermare il coraggio e l’ardore di un giovane che, con la forza dei suoi ideali di giustizia, cercherà di far riaffiorare 

la bellezza della sua terra e della sua gente.  

 

Il 23 settembre 1985 il cuore di Siani cesserà di battere. Colpevole di cosa? Di aver cercato di restituire al Sud il suo giusto valore.  

Ma non cesserà la sua opera. Il valore delle sue idee, l’importanza del lavoro compiuto, rompendo le barriere dello spazio e del tempo, riuscirà a riecheggiare, come una dolce sinfonia dal sapore di libertà, sino ad oggi, restituendo così al Meridione, e alla sua gioventù, il suo tesoro più prezioso: l’orgoglio di riaffermare la libertà dei propri pensieri e la bellezza della propria tradizione e cultura.  

Perché «puoi cadere migliaia di volte nella vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore, e se possiedi l’animo del saggio, potrai cadere anche infinite volte nel percorso della tua vita, ma non lo farai mai in ginocchio, sempre in piedi».

 

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1 «I ragazzi sono agili, si spostano da un quartiere all’altro senza dare nell’occhio» (Giancarlo Siani, articolo pubblicato sul periodico “Il Mattino”, il 22 settembre 1985).  Egli così descriveva i ragazzi che venivano utilizzati dalla criminalità organizzata per lo spaccio di stupefacenti.  

2 Film Fortapasc, diretto da Mario Risi, 2008.  

3 Alessandro Siani, intervista del 24 marzo 2019.  

4 19 settembre 1959 – 23 settembre 1985. 

1 Fondazione Giancarlo Siani, biografia https://www.fondazionegiancarlosiani.it/index.php/bio. 

 

UN PAESE LA SCUOLA LA MERICA di Tommaso Russo – Numero 18 – Settembre – Ottobre 2020

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Da questo ricco giacimento sono emerse fra le tante testimonianze della vita scolastica del tempo anche le tracce di alcuni temi, dettati, problemi.

Nell’anno scolastico 1897-98 nella scuola elementare di Filiano


che allora era una frazione del Comune di Avigliano, a fine anno vennero proposte queste due tracce di temi:  

 

Testo: Che cosa avvenne a Paoluccio che andò a rubare ciliegie. 

Racconto (Svolgimento). Paoluccio fanciullo di anni nove che frequentava la terza classe elementare, era buono, obbidiente, ed un giorno andò a rubare ciliegie, mentre stava per salire sopra l’albero cadde e si fratturò la testa che dovette guardar [rimanere]parecchi giorni il letto. Il fanciullo da quel giorno poi si castigò da quel brutto vizio. Donato Bochicchio.

 

Testo: Scrivete una letterina a un fratello soldato dandogli notizie della famiglia, dello stato della campagna e della raccolta del frumento. 

 

Racconto (Svolgimento). Caro fratello ti voglio far conoscere che il babbo, la mamma, la sorella, il fratello ti aspettiamo noi tutti stiamo bene in salute. Lo stato della campagna è che tutte le frutte e di più il grano turco che vuole la pioggia e i contadini fanno la processione. Il grano è molto squisito per fare il pane. Ti bacio il tuo fratello Nicola Carriero.

 

 Ciò che viene fuori è il mondo delle campagne con i suoi piccoli e grandi drammi cioè il servizio militare, la lontananza, gli affetti familiari; ma anche il tentativo 

di avere una lingua comune, l’insegnante che fa usare al bambino 

il termine italiano babbo al posto del più popolare tata

 

Poi c’è il dolore collettivo vale a dire la siccità. Contro di essa i contadini potevano implorare solo l’intervento della Madonna e lo facevano con una processione tutta particolare cioè a dire quella delle vergini. Dietro la statua si disponevano in fila per due le preadolescenti e le ragazze non ancora sposate tutte rigorosamente vestite in abito bianco simbolo della loro purezza e tutti salmodiando e pregando, al suono della banda dell’Ospizio, si dirigevano al santuario della Madonna del Carmine sperando nel miracolo. 

 

In occasione degli esami di proscioglimento della classe terza elementare maschile nella scuola di Avigliano centro, nell’anno scolastico 1899-1900,


vennero date queste prove di cui però non si è trovato lo svolgimento. 

 

Tema: Lettera al fratello in Napoli per chiedere notizie di sua salute e per mandargli denaro e biancheria. 

 

Dettato: il nido della rondine pare una barchetta per metà incastrata nel muro, e composta al di fuori di creta, presa lungo i rigagnoli, impastata con pagliuzze, vimini ed altro. Questo prezioso animaluccio ama le abitazioni degli uomini e ci libera da una infinità di insetti. Crudeli si addimostrarono quei fanciulli che senza pietà ne rovinarono i nidi. 

 

Problema: Una donna comprò un pezzo di tela di m. 58,9 che pagò L. 0.97 al metro. Con quella tela confezionò 38 camicie. Quanto costa ogni camicia ?  

 

Nella terza elementare femminile, sempre ad Avigliano centro, 

e nel medesimo anno scolastico, vennero date le seguenti prove 

all’esame di proscioglimento. 

Tema: Tuo fratello è soldato; da più settimane non scrive alla famiglia. Il babbo, la mamma sono in pensiero. Lettera di dolce rimprovero procurando a dar subito notizie. 

 

Dettato: Siamo in luglio, si dovrebbe mietere, ma la stagione fredda ha ritardato quest’anno il raccolto del frumento. Guardo nei campi ed osservo un immenso mare di spighe ondeggiare tutte al vento. Esse ci promettono pane per tutto l’anno. Tutto ciò è dono di Dio. Oh grande bontà! Che hai a fare tu per lui ? Ringrazialo e benedicilo e sii buono con lui. 

 

Problema: In una famiglia il padre guadagna annualmente 1000 lire e il primo figlio 260, il secondo 145,20. Quanto guadagnano in tutto ? Quanto possono spendere al giorno ? 

 

Anche in questi compiti ci sono argomenti realistici e comuni

 

come la religiosità, l’incerto andamento dei raccolti stagionali, la partenza per il servizio militare la cui ferma triennale sconvolgeva le famiglie, la permanenza dei giovani a Napoli per perfezionarsi nel mestiere scelto. Il problema dà subito il senso del salario di una famiglia di lavoratori 1405 lire e 20 centesimi l’anno pari a circa tre lire e ottantasei centesimi al giorno. Non è però chiaro quale fosse il costo della vita in paese nell’ultimo decennio dell’800. Nei dettati spesso si nascondevano molta retorica, un po’ di estro poetico degli insegnanti e qualche pia maestra. Se leggiamo con i nostri occhi il dettato sul nido della rondine si possono fare interessanti scoperte. Pe esempio l’attenzione alla natura, agli uccelli e alla necessità di proteggerli nasce dal considerarli agenti di una importante catena biologica. E inoltre quella rondine pone un importante interrogativo. Sappiamo ancora oggi che gli architetti, gli ingegneri i geometri posseggono un sapere scientifico che li accompagna e guida nel progettare i lavori delle costruzioni. Ma la rondine, le api quando costruiscono i loro nidi o i loro alveari sempre uguali, precisi, a cosa ubbidiscono? Quali conoscenze posseggono?

  

Un altro argomento fece compagnia alla attività didattica degli insegnanti, 

alla vita dei bimbi e delle bimbe e in generale del paese. 

Si trattava dell’emigrazione

che in quel decennio ebbe proporzioni grandissime e drammi profondi, in tutto il Mezzogiorno, come l’abbandono della scuola da parte dei piccoli alunni, costretti a partire per la Merica, o la separazione dei genitori o il padre che a un certo punto non dava più notizie di sé. Il suo silenzio non significava solo l’interruzione delle rimesse ma anche la comparsa di un triste fenomeno che riguardò le donne sposate definite vedove bianche. La lontananza del marito toccò la trama degli affetti, investì il loro corpo, la loro sessualità e le obbligò a riposizionarsi nella rete delle relazioni umane e sociali. In proposito la tradizione orale aviglianese è ricca di aneddoti, poesie e canti che riflettono quel dramma.  

 

Ne presentiamo solo due per il tono di ironia, di giocosità, di fantasia 

con cui raccontano quella sciagura. 

 

Si narra che un padrino si recasse tutte le sere a trovare la mamma del bambino che aveva battezzato. Portava loro del cibo, dava qualche piccolo prestito, offriva conforto, speranza e conversazione. Col passar del tempo però finì con l’innamorarsi della donna. Dopo lunga riflessione pensò di dichiararsi in questo modo:  

 

Comare mia se ti dico che ti voglio…anche bene potresti rispondermi che tu non me ne vuoi. Se non ti dico niente potresti pensare che sono uno sciocco (nu’ quazzon’) a non essermi accorto di te.  

 

Lei lo guardò fisso negli occhi, gli sorrise, gli prese le mani fra le sue e gli rispose così: Compare mio mi hai così ben richiesta che ti dono il mio amore e accetto il tuo. Nasceva così un prototipo di famiglia allargata. Per quei tempi. 

 

Il secondo è un canto che fin dalla prima strofa ne riassume il dramma: 

Mariteme églia a la Merica e nun me scrive (Mio marito è andato in America e non mi scrive). Nelle strofe successive la donna si chiede quale sgarbo (na manganza) possa aver commesso. Riflettendo le viene in mente un unico fatto. Avevano insieme tre figli i quali si sono trovati ad avere un quarto fratello. Anni addietro ricorda di aver partecipato a una sacra funzione nel locale convento dei monaci e di essere rimasta benedetta (ié stata na benerezione a lu cummende). Un fatto simile non poteva scandalizzare la laica opinione pubblica aviglianese che sulla castità dei ministri della Chiesa non faceva molto affidamento. Inoltre per consolazione la moglie invita il marito a non preoccuparsi per quel bambino non suo. Crescerà bene, avrà ciò che desidera e quando diventerà adulto andrà pure a Napoli all’università. 

 

Per un figlio dell’emigrazione era gran vantaggio potersi laureare. 

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UN PAESE, LA SCUOLA, LA MERICA 

ancora oggi si trovano, atti, documenti, registri, relazioni, statistiche, che conservano memoria di quel lontano e faticoso processo di conquista dell’alfabeto da parte dei bambini e delle bambine aviglianesi.

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 Parte II

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PALAZZO DELLE SEZIATE – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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palazzo DELLE seziate

 

Gemme del Sud

Cagliari

 

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Nella importante piazza Indipendenza a Cagliari, si trova il Palazzo detto delle “Seziate”, cioè delle sedute presiedute dal Vicerè che, nella sua qualità di capo supremo della magistratura, ascoltava “paternalisticamente secondo l’uso e la mentalità dei tempi”1 le suppliche dei carcerati che gli pervenivano dall’attigua Torre si San Pancrazio. 

Costruito in un’epoca non precisabile, deve l’attuale struttura architettonica 

e, soprattutto, la facciata a un rifacimento del 1838, 

voluto dall’allora Re Carlo Alberto, come ricorda 

un’iscrizione sul prospetto.

 

 

Con il suo grande arco, chiamato “sortita di San Pancrazio”, separa Piazza Indipendenza da quella dell’Arsenale. 

Quando le carceri vennero trasferite alla fine del XIX secolo, vi si sistemò la pinacoteca insieme con gli uffici del museo e della Soprintendenza per i Beni Archeologici, trasferita poi alla Cittadella dei Musei2

 

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 Fonte: http://sardegnadigitallibrary.it/

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1- Nonnis G.L., Cagliari. Passeggiate semiserie. Castello, Cagliari, 2007, p. 55.  

2 Spano G., Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861

 

ROCCO SCOTELLARO: UNA GLORIA POSTUMA di Pietro Dell’Aquila – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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ROCCO  ScOTELLARO:  UNA GLORIA  POSTUMA 

 

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ROCCO

Le persone che avrebbero dovuto essergli vicine presero le distanze e si defilarono. Più tardi, quando finalmente fu fatta giustizia e il sindaco di Tricarico fu riconosciuto innocente e vittima dell’odio politico, raccolse la sua dolente amarezza per quelle assenze. Certo non gli mancò la vicinanza della sua fidanzata Isabella Santangelo, “la figlia del trainante”, e la solidarietà degli amici veri come Carlo Levi, Manlio Rossi-Doria e lo stesso Mazzarone. Soprattutto non gli mancò la vicinanza dei suoi compagni contadini che contavano sul suo impegno per il miglioramento delle loro condizioni di vita.   

 

Inaspettatamente, nonostante l’asprezza della lotta politica dell’epoca, s’interessò a lui il Vescovo Raffaello delle Nocche al quale si era rivolta Isabella, ex alunna dell’Istituto Magistrale “Gesù Eucaristico” di Tricarico. D’altronde

 

erano tempi in cui ancora vigevano il rispetto e la stima tra uomini che, 

pur avendo opinioni e aspettative diverse, conservavano

il senso dei valori e la lealtà nel confronto delle idee. 

 

Nello stesso tempo circolavano biechi cospiratori e scrittori d’ignobili e menzognere lettere anonime che s’intravedono, caratterizzati dall’aria truce e sfuggente, nel grande telero realizzato da Carlo Levi per “Italia 61” e ora esposto a Matera nel Palazzo Lanfranchi. Sarà forse perché non esistono e non ci sono mai stati tempi migliori nella storia degli uomini. Infatti le cose sono andate su per giù sempre allo stesso modo “sotto il cielo stellato a foglie a foglie”.   

 

Forse per questo ho avuto una certa remora ad accodarmi alla schiera dei glorificatori post-mortem, anche se, più volte, per motivi professionali mi sono dovuto occupare di lui. Se ora lo faccio, è per dar notizia di due avvenimenti importanti che lo riguardano: prima la recente pubblicazione negli Oscar Mondadori della raccolta di Tutte le opere a cura di Franco Vitelli, Giulia Dell’Aquila e Salvatore Martelli e di seguito l’Album di famiglia di Rocco Scotellaro a cura di Carmela Biscaglia, con uno scritto di Francesco Faeta, edito da Grenzi. Si tratta di due volumi che, ciascuno a suo modo, costituiscono un punto fermo nella sterminata bibliografia scotellariana.

Per altri riferimenti fondamentali occorre riandare al Saggio di Fortini del 1974, alla Bibliografia critica su Scotellaro prodotta da Vitelli e edita da Basilicata nel 1977 ed agli atti del Convegno Scotellaro trent’anni dopo che si tenne tra Tricarico e Matera dal 27 al 29 maggio 1984 per iniziativa dell’Amministrazione Comunale. 

Credemmo allora che, a distanza di trenta anni, si potesse finalmente 

fare il punto su quanto ancora fosse attuale e vivo 

il testamento politico e letterario di Scotellaro

 

e finalmente, rasserenati gli animi, ci si potesse avvicinare alle sue opere senza dover fare i conti con il fantasma o lo spettro del suo mito. Dovemmo costatare che ancora resistevano i rancori delle parti, che non si sono ancora sopiti, e chi sa fino a quando continueranno a resistere. Rocco Scotellaro, come racconta la madre Francesca Armento, casalinga e “scrivana del vicinato”, nella sua dolente narrazione

nacque a Tricarico il 19 aprile 1923

 

ancora avvolto nel velo del sacco amniotico; segno di fortuna secondo il padre calzolaio “che misurava il piede destro e vendeva le scarpe fatte da maestro nelle fiere piene di polvere”.

Studiò, come si poteva a quei tempi, dopo le elementari nel suo paese, 

tra il Convitto dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni e poi a Matera, 

a Potenza e a Trento dove conseguì la maturità classica 

prima di iscriversi a Roma

alla Facoltà di Giurisprudenza nel 1942.   

 

Era giovane, affrontava i problemi dei giovani cercando la sua strada tra teatro (Giovani soli), cinema – collaborazione con Luchino Visconti – i primi tentativi narrativi e le prime liriche, ben sapendo, come fa dire a Ramorra nel suo racconto Uno si distrae al bivio che

“Non sapeva che volere. Quante aspirazioni, quante lenti per l’avvenire! Cose incominciate, poesiole, articoletti, drammi di tre atti e tanti quadri.”

 

Dopo la morte del padre si spostò prima a Napoli e poi a Bari. L’inasprirsi delle condizioni politiche, economiche e sociali, che pesavano particolarmente sulla vita dei poveri contadini lucani, prodotte dalla guerra, lo indussero ad aderire alla fine del 1943 al PSI partecipando attivamente al Comitato di Liberazione di Tricarico e svolgendo un’intensa azione politica a sindacale. Alla caduta del Regime poté pensare che un nuovo ciclo si aprisse e che i suoi cafoni potessero entrare di diritto nella storia nazionale tanto da scrivere:

“siamo entrati in gioco anche noi/ con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.”

 

Nel 1946 fu eletto Sindaco a guida della lista unitaria dell’Aratro. Durante la campagna per le elezioni politiche dello stesso anno conobbe Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria. In quel ruolo s’impegnò con puntiglio democratico ad alleviare le difficili condizioni della sua gente, promuovendo ampiamente la partecipazione all’attività amministrativa dei tanti che avevano subito passivamente la realtà del ventennio fascista.

 

La sua azione si sviluppò, oltre che sul piano locale, 

anche in ambito nazionale e internazionale,

 

cogliendo ogni occasione di presentazione e di affermazione della propria realtà. La dura sconfitta del Fronte Popolare del 1948 gli farà scrivere i versi di “Pozzanghera nera”. 

Tanto impegno politico era destinato a suscitare la dura reazione dei partiti avversi.

 

L’8 febbraio 1950 fu arrestato con l’accusa di concussione per fatti risalenti 

agli anni 1947 e 1948. Il 24 marzo dello stesso anno fu prosciolto 

“per non aver commesso il fatto” e come 

“vittima di vendetta politica”.

 

La detenzione l’aveva comunque segnato al punto da dimettersi e indurlo a continuare il proprio lavoro a Roma e a Portici, occupandosi del Piano Regionale per la Basilicata commissionato dalla SVIMEZ con particolare riguardo ai problemi scolastici e dell’istruzione. Ormai convinto, anche sulla base dell’esperienza amministrativa acquisita, che i problemi del Sud si potevano risolvere solo in un ambito più vasto, poteva dire che

“Io sono un filo d’erba/un filo d’erba che trema/E la mia Patria 

è dove l’erba trema./Un alito può trapiantare/il mio seme lontano.” 

In seguito si occupò, con Carlo Levi, degli esiti della Riforma Agraria e, su proposta di Vito Laterza, cercò di dar voce ai suoi contadini con l’inchiesta sui “Contadini del Sud”.

L’intenso sforzo psichico, emozionale e intellettuale gli dovette produrre l’infarto 

che lo colse a Portici il 15 dicembre 1953 a soli trent’anni.  

 

Ma in vita Scotellaro, come ha documentato Giuseppe Settembrino, aveva già sofferto per il rifiuto della pubblicazione di alcuni suoi scritti e la valutazione non proprio positiva delle sue opere da parte dell’establishment culturale del suo tempo. Non lo risparmiarono nemmeno in morte. Lo dissero anche ubriacone, per la consuetudine di trattenersi coi suoi contadini e perché aveva scritto “Beviamoci insieme una tazza colma di vino! Che all’ilare tempo della sera s’acquieti il nostro vento disperato”, e dissoluto perché attratto dalla bellezza delle donne che lo gratificarono per la sua strana avvenenza di Rosso Malpelo. E la raccolta delle sue poesie vedrà la luce solamente dopo la sua morte su iniziativa di Carlo Levi che ne curò la prima edizione; i giudizi critici permarranno nonostante il Premio Viareggio del 1954 che ne consacrava il valore letterario. 

Così, alla fine, nonostante l’immenso funerale gremito di folla e la tomba a forma di fiamma che ancora guarda la Valle del Basento e su cui

sono incise le parole della sua poesia “Sempre nuova è l’alba”,

 

tra le donne dei suoi contadini, che non vollero credere alla sua morte, si sparse la diceria di un suo rapimento da parte dei Russi che lo vollero con gli altri eroi della rivoluzione a dirigere la battaglia del “sol dell’avvenire”.

 

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JOSEPH TUSIANI UN DONO DEL SUD di Luigi Ianzano – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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JOSEPH TUSIANI UN DONO DEL SUD

 

Nei giorni di Pasqua è scomparso a New York Joseph Tusiani, nome significativo della letteratura internazionale, garganico d’origine, profondamente legato al suolo natìo. Un maestro che ha trasmesso amor patrio e rispetto per quella lingua di terra ampiamente usata per esprimersi, accanto alle lingue nazionali italiana e inglese, e poi allo spagnolo, e a quell’antica madre che tutte le genera: il latino.

 

Poeta, traduttore, saggista e accademico newyorkese 

perennemente sospeso tra due mondi

 

(“Due lingue, due terre, forse due anime”), emigrato negli USA nel 1947 dopo le Lettere classiche a Napoli. Ha accumulato in 96 anni una monumentale bibliografia. Saltano agli occhi le prime traduzioni in inglese delle Rime michelangiolesche, della Gerusalemme Liberata e delle trentamila ottave del Morgante. Prestigiosi riconoscimenti, come la nomina a Professor Emeritus del Lehman College, il Governor’s Award of Excellence dello Stato di New York, la Medal of Merit del Congresso degli Stati Uniti. Sono attivi, fra gli altri, un Fondo presso l’Università del Salento e un Centro Studi nel suo paese natale di San Marco in Lamis, al cui sito rimando per l’esaustiva conoscenza e i molteplici raccordi (qui). Segnalo il docufilm di Sabrina Digregorio, Finding Joseph Tusiani the poet of two lands, prodotto da Atena Films nel 2012 con la partecipazione di Daiana Giorgi e Furio Colombo (anteprima in copia-visione qui) e la rimodulazione della trilogia autobiografica a cura di Raffaele Cera e Cosma Siani, In una casa un’altra casa trovo, edita da Bompiani nel 2016. 

 

Tornano in mente le svariate occasioni di incontro, la corrispondenza epistolare, le esperienze di collaborazione; la premura, l’insegnamento paziente, il misurato accompagnamento.

Un lungo e serio percorso in cui, nel rispetto più ricercato, 

entrambi abbiamo dichiarato, l’uno all’altro, 

anche visioni differenti.


Si dice che i buoni maestri potranno vedersi orgogliosamente superati dagli allievi, che faranno onore a tanta levatura. Ma questo non può valere per Tusiani, primus per mille motivi. Il magister dà un’impronta, una tonalità, ti offre una password e ti manda per la tua strada, che non può essere la sua quando a dividere sono il tempo, lo spazio, l’esperienza formativa, la vita vissuta. Resterà saldo il legame delle radici, di culla e bottega, e rami e foglie avranno l’assemmigghie

 

La lingua materna profuma per entrambi di colostro.

Per lui scrivere in dialetto ha significato sopravvivere in un mondo 

assai diverso dal nido, rimanere ancorato ad una realtà primordiale, 

mitizzata, da cui si è visto sradicato.


È il sospiro del vecchio emigrante, seppur fortunato e gratificato. Il nostos gli ha dittato dentro emozioni così intense da perforare il cuore di ogni conterraneo, che nella parola antica può riassaporare il calore e la sicurezza del seno materno. È il grande ruolo dei poeti, la loro missione comunitaria, profetica, sacerdotale.

Io ho percorso un’altra strada, con la mano nella sua, partendo certo da lì, 

dalla stessa mixtura di sangue e terra argillosa,


riscoprendo subito intorno a me una degna bellezza, come quella espressa da Francesco Paolo Borazio e altri autori di pregio a me più vicini per l’uso del dialetto in poesia: una parola antica che diventa sempre nuova con tutta la potenza e l’eredità dell’antico; un neodialetto capace di parlare a tutti gli uomini indistintamente e non solo a coloro cui certe sonorità suonano familiari; una lingua scelta per essere universalizzata, che non allude a tipicità di un luogo ma a ragioni che stanno a cuore all’uomo in quanto uomo.

Certo, si fa fatica ad entrare in una poesia difficilmente svestibile. 


Ma è fatica che vale, quella dello svelare. Proviamo a rileggere le versioni originali francesi di un Baudelaire, così come i versi inglesi di Tusiani, che vanno assaporati in inglese, e quelli latini in latino, quando il poeta riesce brillantemente ad esaltare tutte le potenzialità espressive del testo con le figure di suono, prima che di significato, quando è il suono – come per la musica – a dare significato immediato.

Privilegiati coloro che hanno potuto assaporare i versi di Tusiani 

dalla sua viva voce, calda e vibrante, 


per fortuna registrata in più occasioni. Segnalo l’ebook curato da Antonio Di Domenico, Joseph Tusiani un italiano di New York (Dbooks 2012): saggi, audioliriche e videointerviste che esplicitano tutta la forza e la complessità dell’umanista (www.youtube.com/watch?v=nPO3rmcTkxs&feature=youtu.be). 

 

Provo quel sano orgoglio che spinge alla gratitudine, con la giusta riconoscenza e umiltà. Sono anche un po’ ingannato dal pensiero che, in fondo, 

Tusiani meriterebbe maggiore risonanza, che si dovrebbe sgomitare 

per assicurargli visibilità.


Ad onor del vero, a tanto pensa – prima o poi, e da solo – il nostro stesso valore; soprattutto poi, perché il tempo sarà impietoso con le inevitabili sbavature e clemente quanto basta con la verità che si impone. Ciò che si disvela già, prepotentemente, agli occhi di chi sa vedere e al fiuto di chi sa intuire, è la radice aromatica di una terra che, nonostante le contraddizioni, dona frutti meravigliosi. E i frutti sanno così bene raccontare.

 

 

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