EDINA ALTARA. “LA PITTRICE CANTASTORIE” di Stefania Conti – Numero 13 – Gennaio 2019

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EDINA ALTARA. “LA PITTRICE CANTASTORIE” 

 

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Edina Altara

Ma Edina Altara era tutt’altro. O meglio, era bellissima, certo, ma soprattutto era pittrice, illustratrice, ceramista, decoratrice e – a un certo punto della sua vita – anche creatrice di moda. 

 

Poliedrica e raffinata, ribelle e borghese. Ma soprattutto testarda come poche, convinta della sua vocazione e capace di emergere in un mondo maschile – di quegli anni, poi, quando una donna artista era considerata una poco di buono o giù di lì. 

 

Nata a Sassari nel 1898 da una famiglia facoltosa, terza di quattro figlie, riceve un’educazione normale. Fin da bambina però preferisce matite e forbici alle bambole. <Non ho mai avuto bambole costruite da altri>, racconterà quando era già famosa. Col passare degli anni comincia a confezionare collage di un certo pregio. Una tecnica, tra l’altro, che lei, così attenta alle novità e così piena di entusiasmo, conosceva perché era stata già adottata dagli inizi del ‘900 da esponenti del Cubismo come Braque e Picasso. 

 

Nel 1916 partecipa alla Mostra della Mobilitazione Civile a Sassari, con un suo collage in carta, tela e filo. Due mesi dopo è a Milano, alla Mostra campionaria del giocattolo italiano, dove ottiene la medaglia d’argento con dei giocattoli in cartone colorato. Ha solo 18 anni.

 

Il suo lavoro viene segnalato da critici come Margherita Sarfatti, 

Vittorio Pica e Ugo Ojetti.

 

Raffaello Giolli (tra i maggiori critici e studiosi d’arte del periodo) è entusiasta al punto di usare uno dei suoi collage per la copertina della sua rivista “Pagine d’arte”. L’anno dopo, durante la mostra della Società degli Amici dell’Arte di Torino, il re Vittorio Emanuele III acquista il collage “Nella terra degli intrepidi sardi” (noto anche con il titolo “Jesus salvadelu”), ora esposto al Quirinale. E’ la consacrazione dell’artista. Il suo nome oltrepassa l’isola. 

 

Lei non si ferma e continua a sperimentare nuove tecniche. Costruisce giocattoli di carta colorata e si dedica alla ceramica, disegna piatti, piattini, mattonelle che saranno prodotti da una ditta sassarese. Ma quando la collaborazione finisce, insieme alle sorelle Iride e Lavinia dà vita ad una piccola azienda al femminile, che nella Sardegna di quegli anni, era quasi un miracolo. 

 

Sposa un illustratore e sceneggiatore noto, Vittorio Accornero (suo è l’iconico foulard Flora di Gucci creato per Grace Kelly e ancora oggi apprezzato dalle signore) e con lui si trasferisce a Milano. Sono una coppia che oggi diremmo glamour,

frequentano il bel mondo, Edina diventa una icona di stile. Ma il matrimonio 

non dura e nel 1934 si concentra nella moda, 


lavora con filati e broccati, apre un atelier, disegna per riviste come “Grazia” e “Rakam”. 

 

Negli anni ‘40, una svolta. All’ombra di Giò Ponti, architetto e designer già famosissimo, acquista maggior peso il ruolo di pittrice e decoratrice. Orna, tra l’altro, numerosi arredi firmati dal designer (è pur sempre una donna). Disegna e decora arredi e mobili di cinque transatlantici (tra cui l’Andrea Doria). La collaborazione, che dura fino agli anni ‘60, esalta la sua creatività e i suoi lavori vengono pubblicati su autorevoli riviste, come “Stile” e “Domus”.

Giò Ponti la definisce “la pittrice cantastorie”, perché in tutti i suoi lavori 

c’è un filo rosso: la Sardegna.


Tutta la sua voglia di cambiare, tutta l’attenzione allo stile futurista, il suo essere ribelle e moderna non spezzerà mai l’amore per la sua isola.  

 

 

 

Capelli corvini lunghi e morbidi. Occhi neri penetranti, con un trucco intenso e ammaliante. Un vestito da sera elegantissimo. Una femme fatale, di quelle che tanto piacevano a Gabriele D’annunzio.

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SILVIO SPAVENTA. IL NOVECENTO, SECOLO DEL LAVORO di Raffaele Colapietra – Numero 13 – Gennaio 2019

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       SILVIO SPAVENTA.           IL NOVECENTO,     SECOLO DEL LAVORO

 

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A questa linea egli si serbava fermamente fedele, dopo qualche sbandamento durante il rigidissimo ergastolo di Santo Stefano: Italia e Vittorio Emanuele, nel 1860, persecuzione implacabile e indifferenziata di borbonici, camorristi e garibaldini, fino alla sanguinosa repressione dei moti torinesi di fine 1864 per il trasferimento della capitale a Firenze.

 

Spaventa lasciava il potere per poco meno di un decennio, entrando a consumare un’esperienza nel Consiglio di Stato che si dovrebbe conoscere meglio per intendere il suo pensiero in proposito, nessuna reazione immediata, ad esempio, all’abolizione del contenzioso amministrativo nel 1865 ad opera del guardasigilli Pisanelli, uomo di Destra e meridionale come lui, e suo amicissimo personale.

Spaventa è ministro dei lavori pubblici nel dicembre del 1873 

in un gabinetto Minghetti tutt’altro che “piemontese”


e la novità d’ambiente che subito lo colpisce sono le società più o meno anonime fiorite nel frattempo, un’escrescenza capitalistica internazionale che egli non comprende, denunziandone subito, ed esclusivamente, l’egoismo e le immoralità spicciole nella gestione ferocemente privatistica delle ferrovie italiane, donde la “gioia segreta” di poter eliminare tale gestione ad opera di stranieri “i più audaci avventurieri e speculatori che si siano mai visti” ed in favore di uno Stato da “adorare” in quanto “dirige un popolo verso la civiltà” intesa quest’ultima “quale unità della coltura e del benessere” ed identificandosi esso Stato con “un’assoluta necessità sociale” (marzo e giugno 1876).

Spaventa non avrebbe visto questo Stato trionfare contro “la frode, 

il raggiro, l’aggiotaggio e tutti gli altri vizi” delle società anonime, 

i suoi stessi elettori abruzzesi lo avrebbero escluso e costretto 

a rifugiarsi nella Bergamo “capitale dei Mille”


ma altresì roccaforte del cattolicesimo sociale dei Radini Tedeschi, Rezzara, Agliardi, Suardo, il mondo da cui sarebbe venuto fuori il futuro Giovanni XXIII e che condizionava Spaventa nella sua requisitoria dell’aprile 1877 contro gli estremismi laicisti del guardasigilli Mancini che lo aveva escluso dal Consiglio di Stato (avrebbe riparato ben presto Zanardelli, l’uomo delle aborrite società anonime) anche nelle sue novità più indiscutibilmente liberali, l’abolizione del carcere per debiti, le modifiche alla condizionale e alla libertà provvisoria, il voto amministrativo alle donne (era stato Spaventa ad ammetterle come telegrafiste, esempio immediato ed illustre Matilde Serao, ma ciò alla luce del puro e semplice “tornaconto finanziario”, marzo 1875, cioè perché pagate di meno).

“Nessun pubblico impiegato possa, una volta investito del suo ufficio legittimamente, esserne arbitrariamente privato” ecco la parola d’ordine che Spaventa innalzava 

alla Camera nel novembre 1877 ed avrebbe mantenuto per un decennio 

con i suoi corollari:


l’auspicata esclusione degli impiegati dalla lotta dei partiti politici, “il bisogno di vivificarne l’ambiente” attraverso organi speciali concordati tra il potere esecutivo e quello legislativo, grazie ai quali “la libertà costituzionale diventa concreta, diventa quello che deve essere, non semplice partecipazione alla formazione delle leggi ma partecipazione alla loro esecuzione” donde “l’uomo veramente libero, che fa a sé la propria legge e l’esegue da sé” (giugno 1878). Cose del genere avrebbe ripetuto Giovanni Gentile tra il delitto Matteotti ed il 3 gennaio, allorché si parlò correntemente di uno Spaventa in camicia nera e di una tessera fascista a Spaventa.

Croce aveva posto da un pezzo lo zio al vertice del proprio personale pantheon risorgimentale, accanto a De Sanctis e Carducci: ma Gentile non va dimenticato, 

né con lui Salandra, che di Spaventa era stato allievo


e che, tanto a Chieti nel giugno 1922 per il centenario della nascita, quanto nel 1928, in merito alla crisi di fine secolo, aveva obiettato più o meno direttamente a Croce in termini da ripensare con attenzione.

Un ripensamento sistematico dell’esperienza risorgimentale era intanto 

quello che il Nostro veniva svolgendo nei suoi ultimi anni, 


i pieni poteri del 1859 soffocatori di ogni autonomia provinciale alla luce di una indipendenza che era arrivata a subordinare la libertà (marzo 1879) ed a consentire un’ingerenza dello Stato obiettivamente inevitabile alla quale si reagisce privilegiando l’amministrazione sulla politica sotto l’egida suprema della monarchia “che in questa missione ha la sua nuova ragion d’essere” (maggio 1880, in evidente chiaroscuro con ciò che parecchi anni prima aveva sostenuto Angelo Camillo De Meis e ben al di là dell’auspicata elettività del Sindaco, che monopolizzava l’attenzione nell’atmosfera pre-elettorale dell’epoca). 

 

Appunto l’allargamento del suffragio avrebbe richiamato il Nostro a Chieti nel dicembre 1882 ma egli si sarebbe mantenuto fedele a Bergamo in nome di un organicismo conservatore tutt’altro che alieno dal cattolicesimo del Zentrum tedesco, il diritto elettorale “non individuale ma pubblico per operare il bene altrui e adempiere un dovere” donde la speranza che

“facendo partecipe del governo dello Stato altri ceti che abbiano intenti ed ideali diversi dalla borghesia si produca quella differenziazione di partiti che oggi manca” 

e che è dovuta al “principio essenzialmente radicale” (e borghese) 

del protagonismo del pensiero a fini di governo,


protagonismo che “si è provato inefficace ed inetto a riedificare ciò che deve continuare ad esistere”, scopo a cui debbono adempiere, in funzione essenzialmente conservatrice (e perciò latamente cattolica), gli “altri ceti” chiamati sul proscenio dalla riforma elettorale (e perciò tutt’altro che sovversivi). 

 

Sbarazzatosi di fatto delle novità di tipo tedesco che Guido Baccelli pretende di introdurre nelle strutture universitarie “istituzioni sociali indipendenti dallo Stato” con la loro nebulosa “libertà d’imparare” (gennaio 1884), ribadito il carattere letterario e retorico del patriottismo quarantottesco che aveva indotto ad un’assurda azione puramente rivoluzionaria una Destra “parte media che doveva fare ad un tempo da propulsione e moderatrice dello Stato” (settembre 1885), il canto del cigno parlamentare del Nostro, marzo 1886, prima delle novità crispine del Senato e della nuova specifica sezione del Consiglio di Stato, prende atto dell’esaurimento del ciclo trasformistico, il principio nazionale che degenera in nazionalistico con le sue vocazione imperialistiche, bellicose e protezioniste, il principio democratico pacifista volto essenzialmente a sollevare le sorti delle classi inferiori.

Questo “sollevamento”, lo ripetiamo, non ha nulla di sovversivo 

e molto di paternalistico,


contribuisce essenzialmente alla definizione dei partiti politici (lo avrebbe ben inteso Giolitti nel 1892), si sarebbe identificato (settembre 1886) con “una classe che non ha altra base che il suo lavoro e diventa sempre più numerosa, ed aspira naturalmente a venir su ed a migliorare il suo stato”: ma poiché “la libertà stessa è spesso contraria agli sforzi che le classi operaie fanno per riuscirvi” la grande novità del Nostro, schiettamente democratica di fatto anche al di là dell’intenzione, è la scoperta e la valorizzazione della scuola popolare “l’officina in cui devono farsi i nuovi italiani… nella quale il sapere diventa carattere e le cognizioni opere”:

in altre parole, dall’Ottocento secolo della storia di De Meis al Novecento 

secolo del lavoro di Spaventa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

aveva dato la misura della levatura politica e dell’orientamento strategico del venticinquenne Silvio Spaventa, unità italiana monarchica sotto l’egida di Carlo Alberto Re di Sardegna.

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L’ANTICA BOTTEGA DEL LEGNO CHE SUONA di Michele Minisci – Numero 13-Gennaio 2019

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       L’ANTICA BOTTEGA        DEL LEGNO CHE SUONA

 

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Parliamo di Rosalba De Bonis, l’ultima di una dinastia di liutai, famosi in tutto il mondo, che da 500 anni costruiscono strumenti musicali a corda, tra i quali va segnalata la chitarra battente, la cui particolarità consiste nella sua sonorità. E’ chiamata così anche perché le corde debbono essere percosse e non pizzicate e la quinta corda, o scuordo, dà una nota cupa. 

 

Nell’Italienische Geigenbauber, l’almanacco del gotha dei liutai, si parla dei De Bonis come di una dinastia. C’è un Francesco I, Francesco II, un terzo, un quarto, come ci sono i Giacinto, i Michele, i Nicola, i Vincenzo, i Rosario, e infine Rosalba, l’ultima della dinastia, variamente alternati come i rami di un albero genealogico imperiale.

L’abilità, il gusto raffinato della linea e tutti i segreti per ottenere dagli strumenti 

un suono armonioso che i grandi musicisti conoscono bene, 

vengono custoditi gelosamente e tramandati di padre in figlio.


La bottega d’arte, posta al centro dell’antico Rione della Giudecca, nel comune di Bisignano, in provincia di Cosenza, dove ormai Rosalba De Bonis, l’ultima della dinastia, lavora da sola, è un ambiente luminoso, inconfondibile; le forme-modello dei vari strumenti musicali sono appese alle pareti, i molti attrezzi antichi da lavoro, ben ordinati, sembrano tanti elementi decorativi dell’ambiente. Le linee degli strumenti sono l’una diversa dall’altra, i legni rari sapientemente invecchiati e trattati con vernici speciali; i vari intarsi, le decorazioni, sono veri capolavori di sapienza, di calcolata straordinaria sapienza, perché ogni elemento, anche quello decorativo, contribuisce alla più pura musicalità degli strumenti.   

Sono secoli di storia, la storia di una Calabria segreta e inattesa, 

quella della musica. Le vicende di una bottega dove con gli stessi scalpelli, 

le stesse forme, gli stessi legni, soprattutto con lo stesso amore, 

qualcuno ripete ogni giorno il miracolo di creare uno strumento vivo.

Violini, chitarre, mandolini, ukulele, tutto nasce in questa bottega in modelli identici da secoli. I nipoti diventano padri, poi nonni, poi se ne vanno vedendo che gli ultimi nati sono già pronti a prendere il posto lasciato vuoto, per continuare quel lavoro che non deve finire mai. Rosalba mi dà appuntamento davanti alla sua bottega e subito mi rapisce: parla metà in italiano e metà calabrese-cosentino; occhi neri come la pece, sguardo limpido, sincero, ma quasi inquisitore, come a voler proteggere, davanti ad un estraneo, i suoi lavori, la sua arte, la sua genialità, nonostante la cordialità con cui mi concede questa intervista. 

 

Mentre mi mostra i modelli da cui ricava poi le sue chitarre, Rosalba mi racconta la storia del legno da cui sono state ricavate le sue ultime chitarre, legno di palissandro brasiliano, una partita del 1957, arrivata a Battipaglia dal porto di Napoli, che ora non si trova più in commercio, lasciata ad invecchiare per decenni. E poi tira fuori da un cassetto ciotoli di colla risalenti al 1915, uguale a quella che si usava nel ‘700; e poi mi porta nello stanzino dove c’è una piccola officina, con al centro una base in muratura, di lato un mantice, della cenere forse ancora calda, e

mi spiega come lavora col fuoco per addomesticare, piegare il palissandro 

alla sua volontà, alla sua idea di chitarra,


all’anima che vuole infondere ad un semplice pezzo di legno. 

 

E la tecnica di Rosalba è la stessa che si usava nel 1500, uguale alla tecnica utilizzata per modellare le gondole di Venezia, le chitarre spagnole. E’ qui che Rosalba ha un moto di orgoglio spontaneo e sincero, quando mi dice che non le piace la chitarra spagnola, la chitarra classica è quella italiana. 

 

Punto. Ricorda poi quando ai primi del ‘900 i suoi lontani parenti andavano in giro, con in spalla la viertula, insomma la bisaccia, piena di chitarrine, per venderle nei mercatini di tutta la Calabria. Poi sono arrivate le prime mostre, i primi concorsi e i riconoscimenti in tutto il mondo.

“Un vero liutaio inizia questo lavoro a sette anni, per essere considerato 

un liutaio perfetto. Io ho iniziato che avevo vent’ anni 

e ci lavoro solo da altrettanti anni


– mi dice Rosalba – e non faccio ancora la chitarra perfetta, come timbrica, forse come estetica ci sono vicino… e poi sono l’unica donna della dinastia a lavorare con le chitarre – e sottolinea questo aspetto con determinazione, forse per ribadire un suo orgoglio femminista, ricordando la contrarietà in famiglia per questa sua decisione di impegnarsi in questo lavoro – …e poi è mancina… dicevano per dissuadermi… 

 

Ricordo che zio Vincenzo e anche mio padre, Costantino, solo dopo la mia cinquantesima chitarra battente hanno detto …ci siamo…. Ho deciso di impegnarmi nella costruzione della chitarra classica solo dal 2013, e ne ho fatte già una decina e penso che quando ne costruirò altre dieci forse raggiungerò la perfezione. Farò la chitarra classica perfetta del 2000 – mi dice con un largo sorriso e un’impennata di orgoglio -. Pensa che ci vogliono dai 40 ai 50 giorni per costruirne una”.

A questo punto Rosalba mi racconta delle tante visite ricevute 

nella sua bottega dai tanti chitarristi-cantanti italiani,


di diversa estrazione musicale, come Roberto Murolo, Pino Daniele, Celentano, però in incognito, Fred Bongusto, e poi Eugenio Bennato, della Compagnia di Canto Popolare, che da quando scoprì la chitarra battente, nel 1976, contribuì a renderla molto popolare. “Per non parlare di Modugno, che incontra mio zio Nicola sul treno e gli compra una de Bonis seduta stante: pensa un po’! Ma ho saputo che anche Fabrizio De Andrè ha suonato una De Bonis”. 

 

Ma l’episodio che Rosalba ricorda di più e con infinito orgoglio è quello riguardante

la prima visita in Italia di Segovia, il grande chitarrista spagnolo, 

invitato in una trasmissione per la Rai, con la fila dei liutai italiani 

che gli presentavano le proprie chitarre da utilizzare 

per il concerto italiano e lui scelse la De Bonis.


Ma chi prenderà il posto di Rosalba de Bonis, fra cent’anni? 

 

“E chi lo sa… – mi risponde Rosalba allargando le braccia – Mio figlio ha dodici anni e ho anche diversi nipoti, ma nessuno di loro, per ora, ha mostrato interesse per le nostre chitarre. Vedremo…. mai dire mai”. 

 

Finisce qui il mio incontro con Rosalba de Bonis, una liutaia calabrese, un mito nel mondo della liuteria internazionale, e mentre ci salutiamo mi dice ancora, con malcelato orgoglio: “Io voglio proteggere la mia tradizione, la mia particolarità, e non voglio che finisca”. 

 

Che gli dei ti siano propizi, Rosalba.

 

 

Lavora con le sue mani per carpire al legno un segreto. Legno di palissandro, di abete, di ebano, di acero, di mogano. Tante parti che, assemblate poi insieme, daranno vita, dopo settimane, mesi, di intenso lavoro, alle sue chitarre.

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GENTE MOLTO PER BENE. JOHN FANTE E L’ABRUZZO di Alessio Romano – Numero 13 – Gennaio 2019

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GENTE MOLTO PER BENE. JOHN FANTE E L’ABRUZZO

 

Per John Fante, italoamericano di seconda generazione, nato in America e che non sapeva parlare italiano, conoscendo solo qualche parola di dialetto ascoltata in casa, l’Abruzzo è puro mito. La terra primitiva dove è nato il padre, Nicola Fante, muratore che per sfuggire al freddo e alla miseria della sua terra, ha attraversato l’oceano, migrante economico, per lasciare le montagne appenniniche e raggiungere quelle così simili del Colorado.

È da qui, da questo padre e da questi ricordi, che tutto il lavoro letterario

di John Fante prende le prime mosse. 


Già nell’incipit del suo primo romanzo pubblicato (Aspetta primavera, Bandini), prima ancora di Arturo Bandini, suo alter ego e ritratto dell’artista da giovane, compare il personaggio di Svevo Bandini, padre di Arturo: 

 

“Avanzava, scalciando la neve profonda. Era un uomo disgustoso. Si chiamava Svevo Bandini (…). Detestava la neve. Faceva il muratore e la neve gelava la calce tra i mattoni che posava (…). Anche da ragazzo, in Italia, in Abruzzo, detestava la neve. Niente sole, niente lavoro. Adesso viveva in America, nella città di Rocklin, Colorado. (…). Le montagne c’erano anche in Italia, simili a bianchi monti a pochi chilometri di distanza verso occidente. Le montagne erano un gigantesco abito bianco caduto come piombo sulla terra.”1 

 

E ancora più avanti, nello stesso romanzo, l’Abruzzo diventa l’argomento di un divertente e divertito dialogo tra Svevo e una ricca e colta vedova americana: 

 

“E così lui era italiano. Splendido. (…). Doveva sentirsi orgoglioso delle sue origini. Non sapeva anche lui che la culla della civiltà occidentale era proprio l’Italia? Aveva mai visto la cattedrale di San Pietro, gli affreschi di Michelangelo, l’azzurro del Mediterraneo. E la Riviera? No, non li aveva mai visti. Le disse con parole semplici che era abruzzese, e non si era mai spinto a nord, nemmeno a Roma. Aveva lavorato duro, fin da ragazzo. Non aveva avuto tempo per nient’altro. L’Abruzzo! La vedova sapeva tutto. Ma allora aveva sicuramente letto le opere di d’Annunzio, era abruzzese anche lui. No, non l’aveva letto, quel d’Annunzio. Ne aveva sentito parlare, ma non l’aveva mai letto. Sì, sapeva che quell’uomo importante era della sua provincia. La cosa gli faceva piacere, sentiva gratitudine per d’Annunzio. Finalmente aveva trovato un terreno comune, ma con suo grande sconforto s’accorse di non avere nient’altro da dire sull’argomento.”

Ma l’Abruzzo di John Fante è soprattutto un piccolo paese, 

Torricella Peligna, quel paese che, ci ha insegnato Cesare Pavese, 

“ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”. 


Un paese che, per quanto lontano e mai visitato realmente, per John Fante è la garanzia di radici, di gente che a prescindere dal tuo ritorno, è rimasta ad aspettarti, come effettivamente è stato. Torricella Peligna è un luogo primordiale, l’Eden della sua mitologia familiare. Un mondo-paese popolato da personaggi leggendari come il suo antenato brigante Mingo di cui proprio il padre lo esorta a scriverne la storia nel romanzo Full of Life

 

“Un uomo coraggioso, mio zio Mingo. Era un Andrilli, fratello di tua nonna. L’hanno appeso proprio là, in Abruzzo. I Carabinieri… Due proiettili nella spalla. Ma l’hanno appeso lo stesso. E sua moglie lì, che piangeva. Sessantuno anni fa. L’ho visto con i miei occhi. Coletta Andrilli, bella donna.”2

Ma l’Abruzzo è anche un ingombro di cui sbarazzarsi. Su John Fante infatti 

c’è tutto il peso del pregiudizio razziale nei confronti degli italiani. 


I dago, mangia-spaghetti, selvaggi ubriaconi, violentatori e assassini, mafiosi, sporchi come maiali. È un tema caro a Fante soprattutto trattato nella sua raccolta di racconti Dogo red. Il successo letterario vagheggiato da Arturo Bandini serve anche a questo: è la chiave di quel riscatto sociale per sconfiggere il pregiudizio che su di lui incombe in quanto italiano.

Per l’Abruzzo, John Fante è un nipote smarrito, un figliol prodigo letterario 

mai tornato, ma che ha reso immortale e conosciuta in tutto il mondo 

la piccola comunità di Torricella Peligna (nel Sangro Aventino, 

in provincia di Chieti) che ormai da più di dieci anni 

lo celebra in un festival3 a lui dedicato.


John Fante non è mai tornato nel paese del padre, proprio per paura di infrangere la sua natura mitologica. Ma sono tornati lì i suoi figli, soprattutto il poeta e scrittore Dan Fante, venuto a mancare da qualche anno, proprio per essere protagonisti di questa celebrazione annuale che ha portato lì scrittori, registi e musicisti di fama mondiale (Sandro Veronesi, Romana Petri, Ryan Gattis, Paolo Virzì, Frank Spotnitz, Vinicio Capossela, Nada, Enrico Rava, Gianni Vattimo solo per citarne qualcuno), tutti complici di questo rito collettivo: il chiudersi di un cerchio, il ritorno a casa dell’eroe dopo la sua odissea. 

 

John Fante è però stato in Italia per il suo lavoro di sceneggiatore. Nelle lettere che scrive da Roma ha un giudizio molto negativo del suo popolo di origine, una preoccupazione che condivide proprio con il figlio Dan: 

 

“Gli italiani sono farabutti, ladri, malversatori, bugiardi, truffatori. Mi danno la nausea. Sii contento del tuo lato tedesco e inglese4. E soprattutto sii contento di essere americano. Per quanto riguarda me, vorrei essere un Ubangi con un osso nel naso.”5 Ma subito dopo Fante sembra quasi pentirsi delle sue parole, deve tornare in lui quel “ricordo di vecchie camere da letto, e il ciabattare di mia madre verso la cucina”6. Aggiunge infatti:

“Ma credo sia così per Roma, città di ladri, e che in provincia sia diverso. 

Mi dicono che gli abruzzesi sono gente molto per bene.”  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una storia di amore e odio dal passato utile a comprendere le difficoltà del nostro presente. 

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1.Traduzione di Caro Corsi, Aspetta Primavera, Bandini, Einaudi, 2005.

2.Traduzione di Alessandra Osti, Full of life, Einaudi, 2009.

3.John Fante festival “Il Dio di mio padre” direzione artistica di Giovanna Di Lello organizzato dal Comune di Torricella Peligna dal 2006.

4.Da parte della madre Joyce Smart, sposata da Fante nel 1937.

5.Da Tesoro, qui è tutto una follia, a cura di Francesco Durante, traduzione di Alessandra Osti, Fazi editore, Roma.

6.Dalla nuova prefazione di Fante a Aspetta primavera, Bandini.

 

PER UN RITRATTO DI GIANNI GASPARI di Simone Gambacorta – Numero 13 – Gennaio 2019

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PER UN RITRATTO DI GIANNI GASPARI

 

Dico Baggio perché ho iniziato a seguire il calcio con i mondiali di Italia 90 (avevo 12 anni) e da allora per me (che di calcio nulla so) dire Baggio significa dire che qualcuno riesce a fare benissimo e con uno stile suo qualcosa di difficile.

 

C’è chi parla di classe. La parola è abusatissima e però funziona: 

si dice un giocatore di classe, per esempio, e Baggio lo è. 


Lo associo alla grazia, alla morbidezza di movimento, all’armonia: nessun altro calciatore, nemmeno Maradona (che a Baggio sarà stato senz’altro superiore), mi ha dato un’idea così nitida di eleganza. Baggio per me significa vedere la bravura che accade, vederla succedere. Ma quando ho visto Baggio, Baggio non c’era. A dire il vero, Baggio non l’ho mai visto di persona e quel giorno ero a Teramo in una libreria e secondo me Baggio a Teramo nemmeno c’è mai stato. Non ho verificato, manco saprei a chi domandare, ma mi sa che la città in cui vivo neppure l’ha sfiorata. 

 

Quel giorno mi pare fosse un sabato del 2017. Si era lì a parlare di un libro ed ero fra coloro che lo presentavano. Quando si arrivò alla fine si chiese al pubblico se ci fossero domande. Ce ne furono. Una, un’altra, un’altra ancora: e l’una, l’altra e l’altra ancora ebbero risposte. Poi una mano si tirò su in un cenno rapido e duplice, un po’ qua e un po’ là, tac-tac tac-tac, sembrava un “ciao” e invece era un “posso?”. Era Gianni Gaspari.

Sapevo che era lì, ci consociamo da anni, lo considero un maestro, 

ma non pensavo intervenisse.


Intervenne: e io vidi Baggio. 

 

Ma adesso devo spiegare per sommi capi chi è Gaspari: è un giornalista, è stato per anni conduttore del Tg2 (edizione serale) e di quella testata è stato a lungo caporedattore della cultura (Antonio Ghirelli direttore) oltre che critico cinematografico. I suoi servizi da Cannes e da Venezia (eccetera) hanno fatto scuola. Per dire: in un articolo di «Repubblica» del 2002 (si legge pure in rete: Tg2 a sorpresa, c’è il cinecritico che fa sul serio) Sebastiano Messina plaudiva alla sua onestà di recensore e al suo lessico. Morando Morandini fece altrettanto nell’introduzione a un suo dizionario dei film. 

 

Insomma, i meriti riconosciuti al teramano Gaspari (null’altro che omonimo del corregionale pluriministro) sono parecchi e non pochi valgono da blasone.

Varrebbero da blasone, se solo fosse capace non dico d’ostentare alcunché, 

ma almeno di mettere a parte gli amici delle esperienze per lui più gratificanti.


Non avviene. L’aneddotica (sempre garbata) che rende la sua carriera un’antologia capace di racconti gustosissimi e inaspettati (corsi condensati di giornalismo e critica) non contempla lodi a se stesso e resoconti a lui favorevoli: per via di quel suo riserbo tutto meridionale, le cose che lo riguardano le vieni a sapere fortunosamente, per il sovrano capriccio della casualità, praticamente per sbaglio, come inciampandoci; e se non tutte, molte di esse possono essere riassunte in un orientamento che nella sua carriera l’ha sempre guidato: il giornalismo mal s’accorda con ruoli di potere.

 

Si può convenire o meno con una simile visione, ma Gaspari, galantuomo 

come pochi (discretissimo, mai invasivo), sempre l’ha pensata così e tuttora lo fa.


Sicché molte possibilità di ascesa per le quali altri avrebbero fatto (o hanno fatto) carte false, lui le ha scansate. Non le ha cercate, gli sono state proposte, e più volte: e però nulla, è rimasto fedele alla sua idea di fare giornalismo senz’altro per la testa che il giornalismo. E giornalismo tout court. Per capirci: s’incontra in rete un video che risale a metà anni Ottanta e che lo vede in veste di cronista puro: Le 48 ore più lunghe, sull’allarme terremoto in Garfagnana. «A Barga, a Castelnuovo di Garfagnana, a Bagni di Lucca, a Villa Collemandina e in altre località sconvolte dal rischio sismico, l’alba significa praticamente uscire da un incubo». Il tempo di arrivare al punto e il pezzo da antologia lo si tocca con mano sin dall’incipit esemplare. Quel servizio per il Tg2 lo si potrebbe prendere pari pari oggi, proiettarlo in una qualsiasi aula di una qualche più o meno grandeggiante Facoltà di Comunicazione e utilizzarne ogni singola virgola per spiegare com’è che un giornalista dovrebbe raccontare le cose.

Ma perché dico che quel giorno ho visto Baggio? 


Perché Gaspari il suo intervento lo fece come quando ai mondiali del Novanta Baggio prese palla a centrocampo in Italia-Cecoslovacchia. Giannini, Baggio, Giannini, Baggio: dopo la triangolazione il 15 azzurro partì filato dalla trequarti sinistra, saltò un avversario e tagliò il campo in diagonale avanzando verso il centro; poi, non appena in area, scartò un secondo difensore e con un tocco di destro che pareva dipinto mandò la palla alla sinistra del portiere, frattanto graziosamente messo assiso.

Idem Gaspari: non un’esitazione, non un’incertezza.


Presentavamo Tutti i racconti di Andrea Carraro, e lui, con la sua inconfondibile voce, partì dal Branco, il romanzo del 1994 da cui Marco Risi trasse il film omonimo (sceneggiato con lo scrittore). A quell’iniziale scatto dalla trequarti seguì il primo movimento a sorpresa (salto dell’avversario), con un parallelismo che in trenta secondi divenne una recensione doppia che rileggeva allo specchio film e romanzo. Dopo di che centralizzò con un flash sul realismo di Carraro per poi tirare fuori – a limite d’area varcato – un’altra mossa a sorpresa (bye bye al secondo difensore): un excursus sui romanzi dello scrittore, con una compattezza concettuale che rese tutto ancor più simile al gesto di un atleta. Il gol fu una parecchio rapinosa e non meno suadente stoccata: un compendio sui temi cardine della narrativa di Carraro e sui narratori a lui accostabili. 

 

Se ne potrebbero raccontare altri di episodi buoni per testimoniare la maestria di un uomo che, partito dal suo Abruzzo, è diventato un protagonista del giornalismo culturale e un gran nome della critica cinematografica.

Ma questa mezza fantasia con Baggio serve forse per dire che lo stile 

sempre possiede un che d’inesorabile e bello.

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta ho visto Roberto Baggio, solo che eravamo in una libreria e Baggio non c’era.

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“FORTE E GENTILE”. LA TRADIZIONE INVENTATA di Marzio Maria Cimini – Numero 12 – Ottobre 2018

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        “FORTE E GENTILE”.            LA TRADIZIONE INVENTATA

 

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e hanno tremendamente seccato noi e l’universo.

Siamo stanchissimi d’essere fotografati in costume (che non esiste). Siamo stanchissimi d’essere forti e gentili. Noi non vogliamo più essere presi per gentili, cioè per fessi. Più grave è poi prendersi per gentili da se stessi… Siamo stanchissimi di aprilate e maggiolate avendo voglia di cantare quando, dove e come ci pare! Per rifare un’educazione abruzzese è urgentissimo ed indispensabile capire questa semplice verità provvisoria: noi non siamo speciali, noi non abbiamo niente di speciale!” 

 

Con queste parole – riportate in esergo alla splendida Storia di Pescara che il facondo storico aquilano Raffaele Colapietra ha dato alle stampe nel 1980 -, Filandro De Collibus (1889-1975), federale abruzzese e deputato per tre legislature nel Regno d’Italia, affida i suoi pensieri alla rivista L’Adriatico l’11 gennaio 1931.

 

De Collibus era un avvocato, fascista quantum sufficit ma dall’ingegno adamantino, 

e quasi novant’anni fa non si faceva riguardo di contestare un’invenzione propria 

di quel regime di cui peraltro L’Adriatico era chiamata a farsi fanfara: 


l’invenzione della tradizione, che poi è tutt’uno, in questo caso, con una tradizione inventata. 

 

Era stato il Fascismo, raccogliendo un’estrosità postunitaria, fattasi vieppiù tenace con la Grande Guerra, a premiare quel senso d’appartenenza su base diremmo etnica, regionale, provincialissima che chiamava a mettere in risalto i caratteri più identitari, o ritenuti tali, delle comunità;

quei tratti distintivi che, anziché fare l’Italia Unita, la volevano rotta in milioni di rivoli 

di lingue diverse e abiti particolarissimi e usanze mai viste altrove,


carezzando il pelo dell’orgoglio triviale e convincendo così i crocchi – anche i più disparati – della loro unicità, e dunque della loro preziosità. 

 

Ne paghiamo ancora oggi lo scotto più salato; e la perdita del contatto giornaliero con la lingua vernacolare e coi riti che davvero quelle comunità, fino almeno al secondo dopoguerra, coltivavano sinceramente, ha prodotto autentiche mostruosità che sono sotto gli occhi di tutti: abiti “tipici” che sono pastiches esilaranti di generi e tessuti, riti che vivono solo nelle (buone?) intenzioni di quelli che si ostinano a riproporli in feste patronali e sagre estive, canti ritenuti popolari che di popolare non hanno nulla, essendo noti gli autori di testo e musica. E’ esemplare il pur decente “Vola vola vola” che gli abruzzesi son tanto lieti d’intonare, con confusione di strofe e di uccelli che normalmente si esaurisce dopo il secondo ritornello, mentre altri due restano nel segreto della bocca: è in verità canzone recente assai, scritta dall’ortonese Luigi Dommarco e musicata da Guido Albanese appena nel 1922.

De Collibus poi s’indigna davanti a questa formula che più di tutte pesa

sull’identità abruzzese: “forte e gentile”. 


Ma se, come mi capita spesso, io chiedo ai miei conterranei se sanno come mai gli aprutini vengono così definiti e loro son tanto lieti di definirsi, nessuno mai sa dirmelo. E quindi mi pare questa soprattutto l’occasione migliore per fare chiarezza: non in Dante, che ricorda Tagliacozzo e la sua battaglia famosa del 1268 nella Commedia
2, ma in un libello felice del 1883 scritto da Primo Levi compare questa definizione. A rendere ardua e poco maneggevole la spiegazione, ci si mette anche l’omonimia del giornalista ferrarese, ma meneghino per scelta, col chimico torinese autore di celeberrimi libri sull’infinita vergogna della persecuzione degli ebrei in Europa negli anni feroci della Seconda Guerra Mondiale.

 

Anche il Primo Levi autore di Abruzzo forte e gentile era di religione israelita, 

anche lui dotato di una penna felicissima e d’un ingegno grande: 


giornalista fervente, amico di Crispi che gli fece fare una gran carriera al Ministero degli Esteri accanto a quella giornalistica, era anche amico di alcuni tra i maggiori intellettuali della sua epoca, su tutti il grande scrittore lombardo Carlo Dossi -di cui curò la prima pubblicazione delle Note Azzurre dopo la morte avvenuta nel 1910- Luigi Perelli, Gabriele d’Annunzio, e gli artisti Tranquillo Cremona, Teofilo Patini e Francesco Paolo Michetti, quest’ultimo autore della copertina di Abruzzo forte e gentile. Si tratta di un buon esempio di reportage impressionistico destinato, con il binomio del titolo, “a fondare una vulgata di lunga durata, non immune da mistificazioni, dell’immagine regionale”
3 dove peraltro era tipico di una certa cultura il giudizio sul brigantaggio, definito “espressione morbosa di qualità che un popolo libero, uno Stato indipendente, potrebbero senza pena trasformare in virtù”4.

 

Scrive Primo Levi “L’Italico”, come usava firmarsi in un eccesso di fervore nazionalista, nella prefazione al libro, che conta 231 pagine e 22 capitoli: 

 

“V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, semplicità ed efficacia, una parola consacrata dalla intenzione degli onesti a designare molte cose buone, molte cose necessarie: è la parola Forza.

 

Epperò, s’è detto e si dice il forte Abruzzo.


V’a nella nostra lingua, tutta, in sé stessa, comprensiva eleganza, una parola che vale a comprendere, definendole, tutte le bellezze, tutte le nobiltà… è la parola Gentilezza.

Epperò, dopo aver visto e conosciuto l’Abruzzo, 

dico io: Abruzzo Forte e Gentile”.


Il libro non è mai più stato ripubblicato – e quindi è introvabile – e si è perso nella notte dei tempi (sarebbe anzi ora che un editore lo ripubblicasse), ma il suo titolo è rimasto ben vivo nell’immaginario collettivo dentro e fuori l’Abruzzo: già nel 1886 Giuseppe Mantica, nel suo Zoologia letteraria contemporanea, per descrivere con delizioso sarcasmo la … specie alla quale appartiene lo scrittore pescarese Gabriele d’Annunzio, scrive: “Echinus adriaticus – Frutto di mare. Nasce sulle coste dell’Abruzzo forte e gentile. Leccato animale da’ capelli ben ravviati, da le forme femminee, da li canti novi aspiranti alle melodie di Vergilio latino […]”.

Com’è possibile che una formula felice, che data appena centotrentacinque anni, 

e che già era contestata novant’anni fa, possa essere entrata 

così profondamente nell’immaginario 

dell’identità aprutina? 


Perché, tutto sommato, è una formula consolatoria, di cui nessuno, in fondo, può dispiacersi davvero, lusinghiera se la si osserva da lontano e senza troppe questioni: è una pietra tombale, de mortuis nihil nisi bonum, e che però poco s’addice ad un popolo che si consideri, o voglia farsi considerare, ancora vivo e vitale. Naturalmente questo è un problema non solo dell’Abruzzo e non solo del Meridione, ma è un problema d’identità veramente troppo vasto, che interessa tutti quelli che abbiano un sentimento di popolo e di condivisione, e dunque queste riflessioni alla spicciolata si adattano a contesti tra di loro solo apparentemente eterogenei: in effetti, a ben guardare, i rischi di una “tradizione inventata” affliggono chiunque sia portatore di una qualsivoglia forma di tradizione, e l’afflato protezionistico molto spesso danneggia anziché esaltare.

Può esistere una tradizione che non sia espressione vera di un modo di agire, 

di pensare, di mangiare, di vestire? Può esistere, 

e persino trionfare sulla tradizione vera. 


Gli strumenti della modernità, tuttavia, permettono non solo una maggiore cura filologica nella testimonianza delle tradizioni, ma ne consentono anche una più vasta e capillare diffusione: la trasmissione dell’immateriale è sempre problematica, ma ci sono migliaia di persone pronte ad accogliere il vero e il bello, a mettere a frutto un patrimonio vastissimo fatto di condivisione e di saperi trasmessi. 

 

E’ compito di questa epoca promuovere e anzi imporre contenuti che non solo suonano nuovi e inediti alle orecchie più accorte, ma che possono dare nuova energia al recupero e alla trasmissione di storie e di valori che non possono non essere riconosciuti come alti e irripetibili.

Una vera identità abruzzese, una vera identità, passa oggi attraverso il recupero
di consuetudini più antiche e più illustri, meno orecchiate e più precise,
meno consolatorie e più forti, meno gentili ma anche più autentiche. 


Non è un ritorno al passato, non è un vacuo esercizio di nostalgia, ma l’unico mezzo che abbiamo per continuare a far vivere quanto di più onesto e vero resiste ancora nella nostra comunità. 

 

Abbandonare quanto di posticcio, di grottesco, di sedimentato affligge il nostro sentimento dell’appartenenza ad un luogo e ad una storia è l’unica difesa che ancora possiamo esercitare per la resistenza dei nostri luoghi e delle nostre storie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 Nota 1

1. Abruzzo forte e gentile: impressioni d’occhio e di cuore / Primo Levi. Roma: Stabilimento tipografico Italiano, 1982. Abruzzo forte e gentile: Impressioni d’occhio e di cuore / a cura di Virgilio Orsini. Sulmona: Libreria editrice A. Di Cioccio, 1976.

2. Cfr. Inf XXVIII 17-18.

3. Storia d’Italia Einaudi, Le regioni dall’Unità a oggi, L’Abruzzo, a cura di M. Costantini – C. Felice, Torino, 2000, p. 257.

4. Ibi, p. 40. Per un approfondito ritratto biografico di Primo Levi si può vedere: http://www.treccani.it/enciclopedia/primo-levi_res-90eb7b0e-87ee-11dc-8e9d-0016357eee51_(Dizionario-Biografico)/

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IL TRATTURO. “L’ERBAL FIUME SILENTE” di Franca Minnucci – Numero 12 – Ottobre 2018

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           IL TRATTURO.            “L’ERBAL FIUME SILENTE”

 

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è questo il titolo della raccolta, poi confluita in Alcyone, che comprende la lirica più nota di Gabriele d’Annunzio: I Pastori.

Composta fra settembre e ottobre del 1903, la creazione stessa dei Sogni – e in particolare dei Pastori – è da rimandare ad una annotazione sulle carte alcionie del luglio 1902 che recita: “Andiamo? Ormai la terra – questa terra – ha preso la mia sembianza! E’ tempo di partire”. Alle soglie dell’autunno quindi, con una estate che man mano si stempera poeticamente in note soffuse e sfumate, … è la faccia dell’Estate / quella che langue / nell’aria lontana, che muore / nella sua chiaritate / dopo che tanto l’amammo, / dopo che tanto ci piacque…, sembra che il poeta si lasci invadere dal desiderio nostalgico della sua terra, dal suo ricordo più vivo e malinconico.

L’immagine dell’Abruzzo si staglia davanti ai suoi occhi, e si tinge di un velo di tristezza e di rimpianto,


come avviene nelle memorie sfumate del Sogno… Pochi scrittori hanno infatti sentito e nutrito la forza delle proprie origini come d’Annunzio e nessun luogo egli ha portato nel cuore come la sua terra natale. Quel litorale sabbioso incorniciato da pini smilzi, il fiume che mescola l’acqua dolce a quella salsa, la Maiella – terra madre – solenne e austera, saranno per tutta la vita i suoi contorni interiori, i profili della sua anima. Il poeta vagabondo e inquieto, l’unico scrittore italiano che a fine secolo era già proiettato in Europa, mantiene invece forte i legami con la sua cultura d’origine, e il rapporto che d’Annunzio ha con la sua terra è alla base delle pagine più alte della sua prosa e della sua poesia.

Il tema della migrazione stagionale delle greggi, cosi rilevante pel nostro territorio, 

era da lungo tempo sedimentato nella sua anima, elaborato nella sua mente.

 

Già nel 1893 d’Annunzio, sulla Tribuna Illustrata, a commento dei lavori di Michetti, scriveva “Qui è tutta la nostra razza rappresentata, nelle grandi linee della sua struttura fisica e nella sua struttura morale:… Qui passano lungo il mare pacifico nell’alba le vaste greggi condotte da pastori solenni e grandiosi come patriarchi a somiglianza delle migrazioni primordiali”; torna poi ancora sull’immagine nel Trionfo della Morte: “Scendevano, egli e Demetrio, giù per un tratturo verso l’abbazia che ancora gli alberi nascondevano. Una calma infinita era intorno, su i luoghi solitari e grandiosi, su quell’ampia via d’erbe e di pietre deserta, ineguale, come stampata d’orme gigantesche, tacita, la cui origine si perdeva nel mistero delle montagne lontane e sacre.” E ancora nella Laude dell’illaudato, nel Libro ascetico della giovane Italia, compare l’accostamento tratturo-fiume: “quelle vie larghe come fiumane, verdeggianti d’erbe e sparse di macigni, qua e là segnate d’orme gigantesche, che discendono per le nostre alture conducendo ai piani le migrazioni delle greggi”. Così come nelle pagine più malinconiche ed elegiache del Fuoco: anche qui la transumanza è descritta in tutta la sua poetica bellezza: “… le pecore lanose camminando imitavano il movimento delle onde; ma il mare era quasi sempre quieto, quando passavano le greggi con i loro pastori. Tutto era quieto; su le spiagge era disteso un silenzio d’oro…”. Tutto è pronto, dopo una lunga gestazione, e se ne sente già l’eco, per i versi più eleganti e sobri della sua produzione: l’endecasillabo alcionio de I Pastori nella sua nitida purezza e in tutta la malia musicale dei suoi versi. 

 

D’Annunzio racconta liricamente la sua terra attraverso l’evento più rituale e identitario che la caratterizza: la transumanza… ma lo fa

vedendo in quei pastori non dei comuni uomini ma dei solenni sacerdoti, transumanza come trasmigrazione universale di tutti gli uomini.

 

Il poeta aveva già anticipato quello che oggi l’Unesco vuole venga riconosciuto come patrimonio culturale immateriale dell’umanità; e far così conoscere un frammento della nostra identità, che pur avendo profonde radici nella nostra terra è un pezzo di identità nazionale. 

 

Gli itinera callium o percorsi tratturali hanno rappresentato per millenni strutture viarie di essenziale importanza non solo per il passaggio delle greggi e dei pastori ma anche per quello dei mercanti, artigiani, pellegrini che li hanno adottati nei loro collegamenti e nei loro transiti come luoghi sicuri e sperimentati. La transumanza non è però fenomeno esclusivo dei paesi italiani ma si colloca nelle latitudini più diverse, caratterizzando l’economia di diversi paesi europei oltre che di intere zone alpine ed appenniniche del Nord ed ovviamente del Centro e del Sud Italia. 

 

La sua collocazione più autentica è quella che la lega ai verdi pascoli della montagna abruzzese che conducono alle pianure del Tavoliere delle Puglie e che è resa possibile solo da un clima di stabilità e sicurezza sociale e politica.

I percorsi tratturali, apparentemente semplici ed elementari, rappresentano invece 

il risultato di una complessa strategia di analisi del territorio,  

 

di uno studio della morfologia per cui si disegna un percorso che scavalca fiumi, valli, che si inerpica in modo audace e che crea una rete organizzata nei cui punti di intersezione si sono da sempre collocati luoghi di culto, mercati, luoghi di scambio e di smercio, abbazie, chiese, monasteri, castelli, stazioni di posta, locande, trattorie, che sono tutti, a loro modo, realtà che hanno espresso i codici economici, religiosi, antropologici ed artistici dell’economia pastorale.

Il termine tratturo, deformazione del latino tractoria, comparve per la prima volta 

sotto l’Impero Romano e designava il beneficio dell’uso gratuito del suolo 

di proprietà dello stato che venne successivamente esteso 

anche ai pastori della transumanza.

 

Con la romanizzazione delle regioni del centro Italia le attività pastorali vengono regolate giuridicamente in modo preciso e articolato, come si evince dagli scritti di Cicerone e di Varrone, come si legge ancora sulla porta Boiano di Sepino e dai tanti cippi seminati lungo le località del centro Italia. La legislazione romana ci testimonia la grande importanza dell’economia pastorale e di tutte le attività che essa induceva. Conosciamo tutti bene le origini del termine pecunia che proprio da pecus, pecora, bestiame, prende il suo etimo. 

 

Con la caduta dell’impero romano la transumanza vive un inesorabile declino e con l’arrivo dei Longobardi, ma solo dopo la loro conversione al cristianesimo, quei luoghi di culto saranno riutilizzati come tali. Dobbiamo aspettare gli Aragonesi che mutuarono il modello organizzativo della Mesa spagnola adeguandolo, con opportune modifiche, alle tipicità dell’Italia meridionale.

Così, nel 1447, si iniziò a parlare in maniera compiuta della Dogana della Mena 

delle pecore, un’istituzione fiscale, con sede a Foggia, che provvedeva 

ad affidare i pascoli e ad esigere i tributi.  

 

Sempre sotto gli Aragonesi venne fissata in metri la larghezza del tratturo e si consolidarono le tradizioni e i rituali intorno al calendario della transumanza scandito nell’arco di tempo dei due San Michele, il primo dell’8 maggio e il secondo del 29 settembre, arricchiti dai pellegrinaggi alla grotta del Santo al Gargano.Il declino della transumanza inizia con le leggi di Bonaparte, che vanno a vantaggio dell’agricoltura a discapito della pastorizia, e, nonostante gli sforzi dei Borboni, il processo purtroppo diventa irreversibile.

Il territorio abruzzese però porta ancora le stimmate come vestigia degli antichi padri di questa millenaria civiltà perché tutto il nostro paesaggio geografico 

è disegnato e costruito intorno a questo erbal fiume silente.

 

E se è vero come è vero che l’uomo è soprattutto “geografia” cioè il risultato dei suoi fiumi, del suo mare, delle sue colline, gli uomini della nostra terra sono quindi legati indissolubilmente a questa nobile e antica pratica. Raccontano essi con gesti, parole, riti, suoni, profumi, quei camminamenti, quelle lunghe pianure, quelle colline, l’orizzonte di quel mare. Modelli comportamentali, usi, costumi, stili di vita che sono maturati nei secoli dettati dalla pratica della transumanza e che si sono sedimentati nel tessuto della nostra regione, nel vissuto antropologico e in tutte le tradizioni, dimostrando ancora oggi, nel terzo millennio, la forza espressiva e la potenza del loro significato.

Cadenzati dalla melodiosa sequenza di chiese, edifici, luoghi di sosta e di culto 

che si sgranano come rosari lungo le vie dell’erba, i tratturi continuano 

ancora oggi, nascosti dietro o dentro tracciati autostradali, 

a lanciare segnali di vita attraverso suoni, segni e sapori 

e fanno sentire la forza della loro presenza.

 

Perché dentro quella terra, lungo quella via, è imprigionata la nostra identità primigenia ed è per questo che l’affermazione ah perché non son io coi miei pastori è il grido d’amore più vero e lirico che un poeta abbia mai levato per la propria terra. Il poeta che sente la realtà in una fase di disfacimento, di decadenza, avverte l’istinto incontrollabile a riandare con i “suoi” pastori e riattraversare in un percorso rigenerativo i luoghi della sua terra.

E così, in un silenzio a-temporale, accompagnato solo dall’antica musica d’acqua 

che lo sciacquio delle onde produce e da quell’ovattato calpestio degli armenti, d’Annunzio ricrea davanti ai nostri occhi il rito più antico e solenne 

di tutti i tempi: la transumanza!

 

In questo abbraccio lirico il poeta si riappropria delle sue radici e ci chiama a fare lo stesso per tornare ad essere – con orgoglio – uomini d’Abruzzo proprio nelle figure più nobili e sacre che ci rappresentano: I Pastori.

 

 

 

 

 

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LE PAROLE IN TERRA di Pier Franco Brandimarte – Numero 12 – Ottobre 2018

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LE PAROLE IN TERRA

 

quella dell’Abruzzo settentrionale dove il Tronto segna il confine e si sente l’influenza del piceno.

Tra i lemmi con la A c’è un verbo che si trova solo qui, arregnarsi, ed è significativo. Lo usavano un tempo i marchigiani, i papalini che scendevano a sud, che valicavano il fiume Tronto per raggiungere l’Abruzzo, la prima terra del Regno appunto, quello delle Due Sicilie. Un moto a luogo che per l’inimicizia degli schieramenti si trasformava in un principio bellicoso.

Arregnarsi vuol dire ancora adesso fare a botte, e lo usano da entrambe le sponde senza bisogno che nella zuffa siano coinvolti abruzzesi o marchigiani;


è sparita la connotazione geopolitica, resta solo la generica violenza. Io mi arregno, tu ti arregni, egli si arregna, etc, va bene con chiunque. 

 

Altra violenza, a colpi di verbi, senza spiegazioni: abberresà, scunecchijà, accìde. 

 

La scrèlla è un pezzo di legno, la screllata è il colpo dato con quello. Qualsiasi oggetto minimamente contundente, se si aggiunge –ata, si può dare in faccia a fare male.

 

Ricordarsi poi che morire è sempre riflessivo:

 

I’ m’mòre, tu t’muóre, etc: io mi muoro, tu ti muori. Morire in sé. Morire se stessi, spegnersi come averne avuto abbastanza. Togliersi di mezzo. À ssà muort. Si è morto. Chi l’ha ucciso? La morte. Lui stesso in quanto morte. Morire è diventare morte, farsi morte.

Da piccolo mi sembrava che nessuno, dalle mie parti, avesse troppa voglia di parlare, per quello che serviva bastavano quei cozzi circospetti di dialetto.

 

Bastava far rumore. Nonostante questo, nella normalità degli scambi, degli abbai, improvvisamente partivano ircocervi colorati, composti carnosi e filamentosi che solcavano le conversazioni, termini compatti e ramificati di nervi espressivi che non te ne dimenticavi più. Le parole lavorate da catene di bocche nei secoli e scagliate da certi vecchioni davanti al te stesso bambino.

Certi lemmi, come nomi di re babilonesi, dicevano le traiettorie: 

Nnammónde, lassù, verso il monte, Nabbàlle, verso valle.

 

I verbi che s’innestano nei tessuti del significato, che agucchiano e stringono l’uomo alla cosa: ficcare, incantare, ingannare:’ngarrà,’ngandà, ngannà: morsi, risparmio e sfinimento. Le parole andavano in terra, rimbalzavano per aria. 

 

Rivedo le persone pancitare dopo il pranzo, nel sopore digestivo. Il pancito, pangetà, lo sbadiglio inteso come un palpito dello stomaco. E nelle notti una membrana malefica si stendeva sul respiro: sognavi di annegare, di non tornare più alla superficie

Era la sensazione di sprofondare in una melma, il fondale del lago, 

un pantano, la pandàfeca si diceva, ti è venuta la pandàfeca

 

– il dizionario riporta la credenza che la pandàfeca fosse la molestia di uno spettro scontento. La pandàfeca risaliva da secoli di paludi malariche dove sciami di moscerini scurivano le sponde dei fiumi e dei fossi, nei miasmi. La terra è il fantasma che uccide. L’erosione, i disgeli, le piogge abbondanti in primavera, calcando con le suole la terra si strizza e sforma come una spugna, ne vengono riccioli e bollicine tutt’intorno, si fatica a camminare.

Ci si impantana lavorando sulla M, ‘mbandanà, le aferesi che impastano le parole lavorano di N e di M: ‘mbana, impanare, ‘ndògne, intingere – 

le lettere imbibite nel brodo del complemento.

 

Si veniva a messa dai campi con le scarpe in collo per evitare si sporcassero, alla fontanella della piazza ci si limpiava e calzava. Era tutta terra qua. Una frase nostalgica e pubblicitaria. Ma la pubblicità è sempre pulita mentre il dialetto, in sostanza, è uno sporco che gronda, sono brocche di metallo che cadono nella terra continuamente fangosa e sollevano schizzi e cimurri. E anche le bocche si gettano in terra, e le parole rimbalzano in aria: lu zalluócche, lu ciuótte, lu ciuóppe, lu ciùnghe… 

 

…La ciùta è il sesso della femmina, più conosciuta come fregna, terra madre, regina delle melme, che è come dire un fico maturo spiccato che precipita nel piatto bianco squacquerandosi, sugoso. Mentre da piccoli la si chiamava mozza, paritaria, rispetto al corrispondente membro maschile, nel numero di lettere e nella doppia zeta puntuta, ma la seconda gregaria del primo;

il primo aggressivo con le zeta che tagliano l’aria rapaci; la seconda invece ferita, mancante, mozzata, tranciata del qualcosa originario,

 

come fosse inferiore, come fosse un’invidia del pene. Anche le persone e le cose sono fregne, come nell’italiano vale l’uso di fico e fica, una cosa fica, una persona fica, un fico una fica, un fregno una fregna. La fregnaccia è sempre una cazzata. 

 

E il corpo, altro corpo, sempre caricato, pesante, deforme, animato: la varvaiòzza, ad esempio, è un doppio mento colante, lievito madre di carne, che non finisce mai come fosse l’impasto per un dolce o la massa per gli gnocchi che ognuno, corpulento, si porta addosso.

Terra di morchie, metalli cavi e violenza, terra di allegrie, spiriti e penitenza.

 

(In casa ti possono entrare: streghe, gattimammoni, mazzamarielli, e Sant’Antonio l’eremita.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Torre di Montone

a Vinicio Ciafrè, poeta del Vibrata

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1 – Il dizionario a cui si fa riferimento è l’opera di V. Ciafrè, Dizionario del dialetto neretese, Artemia edizioni, Mosciano S. Angelo, 2010

 

IL MEZZOGIORNO FRA LINGUE E DIALETTI di Francesco Avolio – Numero 12 – Ottobre 2018

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IL MEZZOGIORNO FRA LINGUE        E DIALETTI

 

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In quasi centosessant’anni di vita unitaria del Paese, sui dialetti sono state dette davvero molte cose, qualche volta giuste, non di rado errate, altre volte, inevitabilmente, in contraddizione fra loro.

Qui possiamo ricordarne almeno una: i dialetti non sono lingue “minori”, bensì “piccole lingue”. La differenza è sottile, ma fondamentale: se infatti le lingue “minori” sarebbero varietà linguistiche di prestigio e valore più basso rispetto ad altre (ad esempio nei confronti delle grandi lingue nazionali), le “piccole lingue” sono invece tali semplicemente perché spesso parlate, ancora oggi, da piccole comunità (ma anche in parecchie città importanti come Napoli, Bari, Palermo, Catania, Cagliari, e, fuori del Mezzogiorno, Roma, Venezia, Trieste ecc.).

Lingue sono, però, e non altro, anche se possono sembrare votate 

ad un destino davvero strano:


da un lato sono infatti esaltate, mitizzate e (spesso senza che ve ne siano validi motivi) rimpiante nostalgicamente; dall’altro derise o disprezzate, e lasciate a lungo fuori dalla porta della scuola e perfino dell’università. Inoltre, queste lingue hanno espresso, per un lunghissimo arco di tempo, ed esprimono in parte ancora oggi, il patrimonio culturale, antropologico, delle comunità che le parlano, cioè quel vasto insieme di esperienze e conoscenze che va spesso sotto il nome di “tradizione popolare” o “cultura popolare”. Le radici profonde dei nostri dialetti sono, come per l’italiano e le altre lingue neolatine o romanze, nel latino parlato.

Si tratta, quindi, non di “figli” dell’italiano stesso, cioè di derivazioni, 

magari “scorrette” (come in molti ancora credono), 

della lingua comune, bensì di suoi “fratelli”, meno fortunati:


tutti hanno il medesimo genitore, vale a dire il latino che era in uso, sia prima di Cristo sia in epoche più tarde, fra le classi popolari di Roma e dell’Italia, con diverse innovazioni, ma anche con parecchi tratti arcaici, a volte risalenti alle tante lingue sulle quali il latino stesso, nel corso della sua lunga espansione, si era sovrapposto (osco, greco, etrusco, celtico ecc., dette tecnicamente lingue di sostrato), nonché con prestiti da quelle entrate in Italia dopo la caduta dell’Impero romano (gotico, longobardo, arabo, dette lingue di superstrato) e in epoca medievale e moderna (provenzale, francese antico e moderno, spagnolo ecc.).

Se si vuole, dunque, i nostri dialetti sono, a pieno titolo, lingue “neolatine” 

o “romanze” proprio come il francese, lo spagnolo, il portoghese o il rumeno

 

l’unica, vera differenza sta nel fatto che queste ultime sono diventate, a un certo punto della loro storia, e con motivazioni e dinamiche diverse da caso a caso, delle varietà a diffusione sempre più ampia, fino a caratterizzarsi per una chiara dimensione nazionale, ufficiale e letteraria. Un’immagine molto fortunata, e da attribuire probabilmente al linguista Max Weinreich (1894-1969), è quella secondo cui, a ben guardare, “una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”.

Ma quanti sono i dialetti in Italia? Per strano che possa sembrare, 

è presso che impossibile rispondere a questa domanda:

 

i nostri comuni sono in tutto 8057, ma non è affatto raro il caso in cui il capoluogo comunale possieda una parlata anche molto diversa da quella delle sue frazioni (basti qui ricordare gli esempi di città e cittadine del Centro-Sud come L’Aquila, Pescara, Caserta, Potenza ecc., nonché di moltissimi comuni minori). Ciò fa così innalzare, e di molto, la cifra complessiva, senza nemmeno prendere in considerazione altri fenomeni, antichi e recenti, di variazione interna ai singoli centri abitati (dialetti dei contadini e dialetti dei pastori, dialetti dei pescatori e parlate degli artigiani ecc., che non di rado, infatti, convivevano e convivono in una stessa comunità).

Le “Indie (linguistiche) di quaggiù”?


La nota definizione che dell’Italia meridionale diedero i Gesuiti nel XVI secolo (le “Indie di quaggiù”, appunto), in seguito al rivelarsi di remoti universi contadini nei quali era più che urgente, nella loro prospettiva, l’opera di evangelizzazione – definizione che è stata poi ripresa negli anni Settanta, come titolo di una bella serie documentaristica trasmessa dalla RAI, e, più di recente, con finalità diverse, da alcuni antropologi (Francesco Faeta nel 1996, Gianluca Sciannameo nel 2006) e storici (Giuseppe Maria Viscardi nel 2005) -, sembrerebbe poter essere riutilizzata in riferimento non solo alle tradizioni popolari, e segnatamente a quelle religiose e magico-rituali, ma anche relativamente ai dialetti e alle “tradizioni linguistiche”. Il Sud, cioè, si mostrerebbe a tutta prima – agli occhi del non esperto di cose di lingua – come una sorta di gigantesco serbatoio di arcaismi, a cui attingere in una sorta di affannosa risalita verso le fasi linguistiche più antiche della nostra Penisola. 

 

Non si tratta di un’immagine del tutto falsa, ma è certamente parziale.

Proprio la dialettica conservazione/innovazione o, se si vuole, continuità/mutamento rappresenta infatti una delle prospettive più efficaci e interessanti

nello studio della fisionomia linguistica delle regioni meridionali,


e ciò fondamentalmente perché esse non sono state quasi mai un mondo chiuso, sordo alle innovazioni, isolato dalle principali correnti linguistico-culturali: “uno dei caratteri storico-geografici più salienti del Mezzogiorno è quello di essere, oltre che un paese stretto, un paese aperto, tale sia verso il continente europeo attraverso gli Appennini, sia, soprattutto, verso il Mediterraneo […]. Lungi dall’essere un elemento riduttivo o addirittura negativo, come molto spesso è stato valutato, l’apertura del Mezzogiorno ai più vari apporti esterni ha dato respiro mediterraneo ed europeo alla sua storia e ne ha arricchito culturalmente ed antropologicamente le strutture umane”1.

Non solo quindi, luogo di perturbante arcaicità, in un rapporto 

poco dialettico con il resto dell’Italia, del Mediterraneo e dell’Europa, 

ma soprattutto terra di numerosi e profondi contatti, intrecci 

e anche conflitti linguistico-cultural


(in cui l’arcaismo non è certo assente, ma non è il solo elemento in gioco), che non sono visibili solo nelle pur cospicue tracce lessicali lasciate dalle numerose dominazioni straniere – come si dice e si scrive di solito –, ma riscontrabili un po’ in tutti gli aspetti dell’espressione linguistica, dal lessico alla fonetica, dalla grammatica (morfologia) alla sintassi, e non riguardano unicamente francese, spagnolo, greco o arabo (cioè le lingue più blasonate e, quindi, nobilitanti). 

 

È proprio questo che, in diverse puntate, cercheremo di vedere un po’ più da vicino. 

 

(Segue)

 

 

 

 

 

 

 

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1 – F. Barra, Il Mezzogiorno nelle relazioni internazionali, in G. Galasso, R. Romeo (a cura di), Storia del Mezzogiorno, vol. IX, Aspetti e problemi del Medioevo e dell’età moderna, Tomo 2, Napoli, Edizioni del Sole, 1992, p. 162)

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La copertina del Dizionario Dialettale delle Tre Calabrie di Gerhard Rohlfs, fra le principali opere dialettologiche del Novecento, che mette subito in relazione fatti dialettali e tradizioni popolari (nello specifico, i costumi tradizionali maschili della Calabria ultra, a sin., e della Calabria citra, a destra).

La “lotta” tra forme conservative (derivate dal lat. cras) e forme innovative riguardanti la parola ‘domani’ nei dialetti dell’Italia centro-meridionale (Carta 347 dell’ Atlante linguistico e etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale, in sigla AIS, versione on line predisposta dall’ ing. G. Tisato dell’ISTC di Padova).

 

TOMMASO CESTRONE A CARDITELLO di Alessandro Gaudio – Numero 12 – Ottobre 2018

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TOMMASO CESTRONE A CARDITELLO

 

Bella e perduta (Italia, 2015, 83 min.), un bellissimo film del regista casertano Pietro Marcello1, mette in scena il favoloso incontro tra il genio materno della natura e la ragione umana. 

L’incontro − che, dalla iniziale disposizione documentaria muove, poi, verso il soggetto, dall’indagine sociale alla narrazione finzionale − avviene presso il Real Sito di Carditello, reggia settecentesca ubicata a San Tammaro, vicino a Casal di Principe, nell’agro aversano, nel cuore della Terra dei Fuochi, per intenderci.

La rappresentazione, dai riferimenti e dai toni ortesiani, percorre le vicende 

di Tommaso Cestrone, un pastore che, senza chiedere nulla in cambio, 

si prende cura per anni tanto del palazzo, a lungo sottoposto a depredazioni 

e all’azione dei vandali, quanto della gran corte rettangolare,


in cui l’architetto romano Francesco Collecini, nel 1787, pose una pista ellittica di terra battuta con due fontane, due obelischi e una piccola rotonda, in forma di tempietto; da tempo immemore la Reggia, la corte e i giardini vengono usati a mo’ di discarica. Nella notte di Natale del 2013, durante le riprese, Tommaso, noto nella zona come l’Angelo di Carditello, fatalmente muore. Ci si può chiedere come possa morire di infarto un uomo di neanche cinquant’anni in ottime condizioni fisiche ma, al di là di questo, tali circostanze finiscono per legare indissolubilmente il nome del pastore a quello della Reggia, a quell’altezza ancora lasciata in uno stato di quasi totale abbandono.

Il nome del pastore, così, diventa quello di chi ha cercato con ogni mezzo di opporsi al destino di morte di Carditello, frutto emblematico del disastro economico e politico vissuto dal Meridione italiano dal dopoguerra a oggi.


Costruita per volere di Ferdinando IV di Borbone, dopo l’Unità d’Italia la Reggia passa alla Casa Reale dei Savoia e, nel 1920, viene ceduta all’Opera Nazionale Combattenti. Poi, dal 1948, con il passaggio di proprietà al Consorzio di bonifica del Basso Volturno, il Real Sito è interessato da un tentativo di ripristino che si arresta a causa delle difficoltà economiche in cui versa l’ente. Negli anni, il complesso monumentale è passato attraverso vicende alterne e, dal 2011, viene messo più volte all’asta2. Alle ultime spaventose avventure vissute dalla dimora borbonica a causa dell’incuria di molti abitanti e del malaffare si contrappone la ferma risoluzione di un individuo che non accetta supinamente le sorti imposte da un corso degli eventi che, per quanto inumano, è stato spesso avvertito come necessario. Proprio da questa contrapposizione, Marcello ricava il suo apologo.

Proprio dalla morte di Tommaso prende vita la favola del bufalotto, sottratto 

dalla benevolenza del pastore alla fine miseranda che il fato gli ha destinato:


è noto, infatti, che gli allevatori sopprimano gli esemplari maschi perché non immediatamente produttivi.3 Sarà l’Angelo di Carditello, in punto di morte, ad affidare a Pulcinella, maschera-emissario dell’aldilà, il povero bufalo condannato. Quando, col tempo, la ragione umana tornerà a prevalere sul genio materno della natura − e Pulcinella, innamoratosi di una donna, avrà perso così la sua maschera da intermediario e, con essa, tutti i suoi poteri − nulla potrà più salvare l’animale. Nulla potrà più salvare Carditello. Eppure,

nella sconfitta di Tommaso non c’è solo la fine dell’uomo che ama la natura 

e la sua stessa vita;


c’è, anche, la vittoria di quell’altro ministero spaventoso, anch’esso pienamente umano (ma infinitamente più misero), che fa di tutto affinché lo sviluppo critico di un individuo rimanga ucciso, affinché la realtà sia percepibile da un solo punto di vista, affinché il muro dell’incomprensione sia sempre più alto e difficile da abbattere. Certo,

la Real Dimora ha, da qualche anno, riaperto i battenti ed è stata sottoposta 

a diversi lavori di bonifica, restauro e valorizzazione.


Ciò è avvenuto grazie al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che, nel 2013, ha acquisito il bene; nel febbraio del 2016 il MiBACT, la Regione Campania e il Comune di San Tammaro hanno istituito la Fondazione Real Sito di Carditello che, da allora, ne gestisce le attività. è altrettanto vero, però, che la Reggia non è ancora viva, non nel modo che avrebbe voluto Tommaso. Permane tra le sue mura una sensazione di insoddisfazione e di malinconia che ben si coglie nelle immagini acquerellate di Bella e perduta.4 

 

Non c’è dubbio che l’Angelo di Carditello − prendendosi cura della Reggia, nonostante fosse stato minacciato e avesse subito diverse intimidazioni dalla teppa camorristica − si sia mantenuto all’altezza del pensiero, dell’azione e, dunque, nella sfera della determinazione politica. A quali risultati ha condotto tale determinazione? Oggi sappiamo che il sito aversano è stato risanato, in parte risistemato e addirittura riaperto al pubblico. Sappiamo che il bufalotto, Sarchiapone, è vivo, che si è persino accoppiato. Sappiamo che, con ogni evidenza, un cunicolo sotterraneo collega la Reggia di Caserta alla Real Delizia borbonica, accrescendone un valore turistico e architettonico già immenso.5 Nel film, Marcello fa sì che prevalgano i sentimenti di malinconia e di vana speranza, ma non c’è forse un’altra via? 

 

E’ facile risalire all’origine di questa disillusione ed è fiabesco (ortesiano, si è detto) il modo in cui il regista di Bella e perduta le abbia contrapposto dialetticamente la resistenza di Tommaso, la sua solitudine: quella che gli ha permesso di tener conto del male

− a pochi metri dal Real Sito sorge una delle più grandi discariche d’Europa 

e tutt’intorno a essa continuano a crescere sversamenti 

di rifiuti di ogni genere −,


ma anche di seguitare a sperare nella vita, nella realtà di ciò che è impossibile, nell’evidenza di una scelta che rende, invece, possibile il sorprendente ritorno, al centro della piana aversana, di ciò che è rimasto escluso dalla nostra idea di umanità, dal procedere umano verso la consapevolezza di sé e della natura.

L’intelligenza della favola consente di sottrarre singolarità al caso di Carditello, accordandogli, al contrario, una certa universalità che rende evidente 

che la nostra civiltà, i nostri usi e costumi, 

le cose nel mondo vanno, sì, così.


Tuttavia, per quanto la speranza, alla quale Tommaso resta fedele e che nonostante tutto riesce a nutrire sino al termine dei suoi giorni, si riveli, proprio in virtù di ciò, un inganno, Bella e perduta libera il campo dall’ingombro di un’idea assoluta e spiega, mediante l’esempio di un pastore lasciato solo, quanto sia opportuno non lasciarsi intrappolare dalle inesorabili leggi della verità della storia. La verità della favola, con le sue umane contraddizioni, persino con le sue menzogne, è tutta qui: sarebbe opportuno, perché la natura del mondo non sia mai più così distante dal mondo della natura, non continuare a trascurarla.

 

 

Gaudio_locandina Bella e perduta
tener_conto_del_male

1 – Tutti i mediometraggi di Pietro Marcello, regista nato a Caserta nel 1976, sono stati di recente raccolti in edizione DVD e accompagnati da un booklet, curato da Emiliano Morreale, che include un’intervista inedita al regista e un’antologia critica; cfr. Il cinema di Pietro Marcello. Memoria dell’immagine, Cineteca di Bologna, 2017. 2 – Sulle vicende del Real Sito di Carditello si veda N. Verdile, La Reggia di Carditello, Capodrise (Ce), Ventrella Edizioni, 2014. 

3 – Sulle bufale del casertano cfr. F. Ricciardi, Le bufale stralunate di Piovene, in «Myrrha», n. 9, 2017, disponibile al seguente URL: https://www.myrrha.it/le-bufale-stralunate-piovene-francesco-ricciardi-numero-9/; ultima visita: 25 giugno 2018. 

4 – Il caratteristico effetto è ottenuto grazie all’impiego, da parte della troupe, di una pellicola scaduta che restituiva «delicati verdi e blu simili ad acquerelli» (A.P. Scott, «The New York Times», 8 dicembre 2016, ora ne Il cinema di Pietro Marcello cit., p. 29) 

5 – Si veda l’articolo consultabile al seguente URL: http://www.belvederenews.net/la-rivelazione-del-dott-domenico-bovienzo-fondazione-per-carditello-un-tunnel-sotterraneo-collega-la-reggia-di-caserta-ed-il-real-sito-di-carditello/; ultima visita: 25 giugno 2018.

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