GIUSEPPE MASELLA LA FONDAZIONE DELLA BANCA DI LUCANIA numero 34 dicembre 2025 ed. maurizio conte

 

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GIUSEPPE MASELLA LA FONDAZIONE DELLA BANCA DI LUCANIA

 

Il giornale socialista La Squilla lucana apriva il numero del 20 aprile 1902 titolando: Il processo della banca di Avigliano. In cronaca veniva riportata la sentenza di fallimento dell’istituto aviglianese. Ai primi del ‘900 quasi tutto il sistema creditizio lucano rovinò bruciando i depositi di migliaia di risparmiatori. Numerosi di quegli improvvisati banchieri (rentiers, membri del ceto civile) invece cedettero parte del loro asse patrimoniale al Banco di Napoli a saldo dei loro debiti ipotecari.

 

Quella crisi rivelò dinamiche di modernità e cambiamenti: lento rinnovo del ceto politico che aveva gestito i decenni postunitari; apertura dello spazio regionale ad una presenza più matura del capitalismo bancario.

 

Di alcuni di quei mutamenti Giuseppe Masella (1888-1988) fu pioniere ed animatore instancabile. Figlio di un dinamico imprenditore edile frequentò l’istituto tecnico di Melfi. Qui entrò in contatto con la sez. socialista diretta dagli Intransigenti. Conseguito il diploma di geometra vinse il concorso al Banco di Napoli. Trasferito a Potenza frequentò gli ambienti del socialismo riformista. Con i fratelli fondò il giornale Il popolo lucano che schierò su posizioni riformiste facendolo diventare ponte tra socialisti, radicali massoni, liberali, i quali nel 1912 dettero vita alla prima e unica Giunta comunale bloccarda a Potenza.

Con un occhio al trinomio denaro-merce-denaro e con l’altro al cooperativismo di Camillo Prampolini creò una significativa rete di coopertive di consumo, ben presto trasformata in Federazione di cui assunse la presidenza.

 

Nel primo dopoguerra le coop collocarono nell’asfittico mercato lucano generi alimentari a prezzi calmierati sostituendosi alle inefficienti istituzioni locali. In simili circostanze Masella rivelò indubbie doti manageriali. 

 

D’intesa con i più influenti Fratelli della R.L. Mario Pagano, nella quale era iscritto anche lui, Masella negoziò e sottoscrisse un accordo per la fondazione di un nuovo istituto bancario. Nasceva così il 7 giugno 1924 la Banca di Lucania. 

 

Grazie all’apprendistato nella Federazione delle Coop, all’esperienza maturata nel Banco di Napoli come impiegato, gli venne affidata la DG del neonato istituto di credito. Dopo qualche anno dal suo avvio la BDL acquisì la SEM dal fallimento del gruppo nazionale Scaramella Manetti & C inserendosi così nel ricco settore delle esattorie. In dote la BDL ricevette 22 uffici esattoriali presenti in altrettanti Comuni e che si trasformarono in sportelli bancari. Ciò consentì alla BDL una lenta ma sicura espansione sul territorio.

Qualche anno dopo l’operazione SEM la BDL rilevò la SALA sull’orlo del tracollo. Questa industria di laterizi accompagnò con i suoi mattoni e le sue tegole fin quasi agli anni ’70 del ‘900 il selvaggio sviluppo edilizio di Potenza.

 

Nel corso dei decenni Masella e il board della BDL dettero vita a iniziative di microcredito rivolte alla piccola e media borghesia urbana per venire incontro a necessità familiari e ad esigenze domestiche. 

 

L’apertura di linee di credito verso imprese edilizie, artigiane, commerciali e agricole si fondò su una sorta di “etica” fra prestiti e loro restituzione.
L’auspicato e raggiunto equilibrio tra policy aziendale e manageriale da un lato e la natura fiduciaria della “banca vicino a te” nella seconda metà del ‘900 ha posizionato la BDL al secondo posto dopo il Banco di Napoli nella trama regionale.
Oggi essa fa parte del gruppo Banca Intesa.

 

 

 

 

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Tommaso Russo

 

Il contributo dei lucani per la nascita delle regioni. numero34 dicembre 2025 editore maurizio conte

 

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IL CONTRIBUTO DEI LUCANI PER LA NASCITA DELLE REGIONI.

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Giovanbattista Colangelo

Nelle elezioni del 2 e 3 giugno 1946 in Basilicata la monarchia conseguì il 59,39% dei voti, la repubblica il 40,61 %.Alla Costituente risultarono eletti Emilio Colombo, Mario Zotta (DC), Francesco Saverio Nitti, a cui subentrò Vito Reale (UDN), Aldo Enzo Pignatari (PSIUP) e Fausto Gullo, a cui subentrò Luigi De Filpo (PCI). L’Assemblea si insediò il 25 giugno 1946 e poco dopo iniziò la discussione sugli aspetti relativi alle autonomie locali.

 

Anche la stampa lucana si interessò della questione regionale e a settembre il settimanale Il Gazzettino riportò un’intervista al nittiano Reale, il quale alla domanda specifica: «crede lei On. alla necessità della regione lucana?» rispose che avrebbe sempre sostenuto l’autonomia per la Lucania.Nel frattempo, su Ricostruzione, quotidiano del Partito democratico del lavoro, Giovanni Persico propose la creazione di 16 regioni, immaginando di accorpare la provincia di Potenza alla Calabria e quella di Matera alla Puglia. Sia in Campania, sia in Puglia prendevano forma iniziative tendenti all’accorpamento di parte del territorio lucano. Il 20 ottobre il sindaco di Colobraro informò di aver ricevuto un telegramma dalla Provincia di Taranto per conoscere le intenzioni dell’ente ai fini dell’aggregazione alla regione ionica, ma il Comune si espresse per la Basilicata come regione integra.Anche a Salerno si pensò alla creazione di una nuova regione e furono fatti voti alla Costituente per l’istituzione della Regione Salernitana-Irpina-Lucana. 

 

A Potenza, nel corso del Consiglio comunale del 2 dicembre 1946,

Pignatari illustrò criticamente le iniziative messe in campo a Salerno e Taranto e dichiarò che come deputato si sarebbe impegnato contro ogni azione

 disgregatrice sollecitando il Consiglio ad approvare un ordine del giorno per riaffermare l’integrità territoriale lucana.

 

A seguire, il 18 dicembre, da Roma, Colombo invitò i Comuni ad approvare un ordine del giorno diretto al Capo dello Stato ed al Presidente dell’Assemblea costituente affinché «la Lucania venga riconosciuta come regione autonoma entro quei confini che la storia e le sue tradizioni le assegnano». Anche il Comune di Lagonegro (a guida Dc) intraprese una propria iniziativa per fare in modo che la Lucania fosse riconosciuta come regione e, con la delibera n. 9/1947,

 

il Consiglio fece appello «alla sana e forte popolazione della Lucania con la certezza di interpretarne le aspirazioni e i propositi».

 

Nelle settimane successive, la sollecitazione fu accolta dai Comuni di Carbone, Pescopagano, Rivello (a maggioranza Dc), ma anche a Viggianello, retta dai demolaburisti (realiani e ceraboniani), mentre ad Avigliano l’amministrazione guidata dal sindaco Pci Boemondo Colangelo si associò con la delibera di Giunta n. 33/1947. La formula proposta da Colombo fu accolta dai Comuni di Marsicovetere, Moliterno, Picerno (a guida demolaburista), Brienza, Castelluccio Superiore, Genzano di Lucania, (formazioni di sinistra), Pietrapertosa, Viggiano (Dc), Baragiano, Corleto Perticara, Grumento Nova, Palazzo San Gervasio e Rotonda. Altri deliberarono per la regione lucana adducendo motivazioni proprie: Oppido Lucano, Pietragalla (Dc), San Costantino Albanese, Venosa (a guida socialcomunista), invece Sant’Arcangelo (indipendente) si pronunciò per la Lucania e, in subordine, si espresse per la regione campano-lucana con capoluogo Napoli. Accanto all’attività dei deputati

 

si verificò un protagonismo delle municipalità che dal punto di vista politico, in maniera trasversale, palesò un’azione differente della “periferia” rispetto alle posizioni assunte da alcune forze politiche in ambito nazionale

 

ad esempio, i nittiani che erano contrari alle regioni.

Il 13 maggio 1947 le delibere di tutti i Comuni furono trasmesse all’Assemblea costituente, accompagnate da una lettera del Prefetto di Potenza Giuseppe Viriglio con la richiesta di «mantenere l’unità della Lucania con la costituzione della Regione Lucana». La discussione generale sulle regioni riprese a maggio 1947 e Zotta fu tra i primi ad intervenire. Egli si disse favorevole ai nuovi enti perché avrebbero rappresentato «centri vivi e fecondi di libertà, di attività, di propulsione».

Nei giorni seguenti,

 

Pignatari dichiarò di non essere aprioristicamente contrario all’ordinamento regionale, tuttavia, si domandò, «per noi del Mezzogiorno d’Italia il nuovo ordinamento regionale è un bene o un male?».

 

«Non credo possa essere un bene» – aggiunse – in quanto le problematiche erano tali da rendere necessaria una concezione unitaria, sia pur con un profondo decentramento amministrativo, e rimarcò la necessità di una perequazione dei bilanci delle future amministrazioni regionali in modo da metterle concretamente nelle condizioni di espletare le proprie funzioni.

 Il confronto proseguì e Nitti, fermamente contrario, dichiarò che avrebbe fatto ogni sforzo «contro questo fatale errore delle Regioni».

Nel corso della discussione sul potere legislativo da riconoscere ai nuovi enti, Zotta presentò un emendamento in cui propose che oltre ai limiti dei principi generali stabiliti con legge statale, la potestà legislativa fosse esercitata in armonia con gli interessi delle altre regioni. L’emendamento Zotta fu ritirato, ma il 3 luglio il Presidente della Commissione Meuccio Ruini dichiarò che «l’intendimento potrà essere soddisfatto» ed in effetti nella stesura definitiva dell’art. 117, primo comma Cost. (nel testo precedente alla riforma del 2001), fu previsto che “la Regione emana per le seguenti materie norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, sempreché le norme stesse non siano in contrasto con l’interesse nazionale e con quello di altre Regioni”. Zotta propose anche di assegnare alle regioni tributi propri e quote di tributi erariali prevedendo di ripartire l’introito complessivo in modo che le regioni meno fornite di mezzi potessero provvedere alle loro funzioni. Anche Pignatari fu primo firmatario di un altro emendamento in cui ipotizzò che lo Stato integrasse i bilanci delle regioni per le spese straordinarie dirette a favorire lo sviluppo ed eliminare lo stato di inferiorità nel quale si trovavano le regioni del Mezzogiorno.

 

Egli chiese, in particolare, che l’Assemblea costituente assumesse l’impegno solenne a venire incontro ai bisogni delle regioni del Sud, sottolineando che nel progetto della nuova Carta costituzionale non vi fosse una sola parola che impegnasse il legislatore ad affrontare il problema meridionale.

 

In sede di replica, Ruini osservò che rispetto alla questione sollevata da Pignatari, Zotta ed altri vi erano opinioni differenti; infatti, secondo alcuni sarebbe bastato un mero ordine del giorno, altri invece ritenevano doverosa l’aggiunta di un comma nell’articolo in discussione.

Ne seguì una proposta rispetto alla quale Pignatari, Zotta e gli altri rinunciarono ai propri emendamenti. Essa fu poi approvata e dette vita all’art. 119, terzo comma, Cost. (nella versione precedente alla riforma del 2001), secondo cui “Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali”.

 

L’apporto dei lucani alla redazione della Carta costituzionale proseguì

 

e il 17 luglio 1947 Nitti ipotizzò che per la formazione degli uffici regionali si facesse ricorso al personale dell’amministrazione statale nonché a quello degli altri enti locali e questo suo intendimento fu accolto nella formulazione dell’ultimo periodo dell’VIII disposizione transitoria e finale della Costituzione.

IL CORSARO GENTILUOMO CHE SALVO’ NAPOLI numero 34 dicembre 2025 ed. maurizio conte

 

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IL CORSARO GENTILUOMO CHE SALVO’ NAPOLI

 

 

Miguel Vaaz, Conte di Mola:
il corsaro gentiluomo che salvò Napoli dalla fame.Tra gli uomini che hanno fatto la Storia di Napoli, il più eclettico e sconosciuto è sicuramente Miguel Vaaz1.

Miguel era portoghese, nacque a Oporto nel 1553 da una famiglia di mercantimercanti ebrei convertiti al Cristianesimo da poche generazioni; suo zio paterno Benedetto era uno dei più importanti, ricchi e influenti operatori economici dell’Impero colonialedel Portogallo, ma era tenuto in somma stima anche dal Re di Spagna, tanto che quest’ultimo lo nominò suo consigliere durante la crisi dinastica portoghese, e prestò la sua opera presso la Corte di Madrid, dove morì nel 15802.
 

 

Miguel, come mercante e uomo di fiducia delle Istituzioni, seguì le orme dello zio, ma fu costretto a trasferirsi a Napoli per sfuggire all’Inquisizione spagnola.Proprio a Napoli cominciò la grande avventura di Miguel Vaaz,
 
che nel giro di pochi anni, grazie al suo fiuto per gli affari, alla sua intelligenza e ai suoi strettissimi legami con la Corte, riuscì a creare un impero commerciale, con numerose navi che solcavano il Mediterraneo portando ogni genere di merce di porto in porto, e sfidavano i nemici della Corona spagnola (specialmente Veneziani e Genovesi); ma soprattutto non di rado egli stesso equipaggiò le proprie galee per la corsareria, cosicché con cannoni e uomini armati predavano porti islamici, imprigionavano gli infedeli e facevano bottino di navi, merci e oro dei nemici, per conto del Re di Spagna.Miguel Vaaz non fu solo un abilissimo mercante, ma anche un grande uomo di Stato: dapprima incaricato di vari “servicios” direttamente dal Re che lo remunerava adeguatamente, fu successivamente Consigliere del Consiglio Collaterale, fino ad essere considerato dal Viceré Conte di Lemos come “il principale strumento” delle sue azioni politiche,

 

Si pensi solo che Miguel risanò le finanze del Regno ristrutturandone il debito, ed andandoci personalmente a perdere 3000 ducati direndita l’anno,.

 

dal momento che egli stesso deteneva parte del debito pubblico del Regno di Napoli, attirandosi così l’inimicizia se non l’odio di altri potenti creditori pubblici, ma guadagnandosi la riconoscenza del Re.
In Economia fu un antesignano: anticipando il concetto di bilancia commerciale, aveva intuito l’importanza delle esportazioni per far affluire oro nelle casse dello Stato, svalutando al contempo la reale utilità dell’abusato divieto di esportazione clandestina di metalli preziosi dal territorio del Regno, divieto che si rivelava sistematicamente violabile e violato.

 

Investì la gran parte dei propri guadagni nell’acquisto di feudi coltivati a grano, quasi tutti in Puglia:

 

in poco più di venti anni comprò i paesi di Rutigliano, Sannicandro, Bellosguardo, Mola, San Donato, Casamassima e San Michele, nonché la Portolania di Aversa e quella di Bari, così divenendo uno dei più influenti feudatari del Regno, ed in più nel 1613 ottenne il titolo di primo Conte di Mola, quale supremo coronamento delle proprie imprese.
Fu anche un grande benefattore dei profughi: per una colonia di Slavi in fuga, fondò sulle proprie terre e a proprie spese “Casa Vaaz”, odierna Sammichele di Bari, attribuendo ad ogni nucleo familiare casa, orto e stalla.
Ma l’impresa che gli valse l’immortalità fu quella che egli compì nel 1607: grazie ad una diramatissima rete di informatori sparsi per tutto il Regno, venne a sapere che quell’anno il raccolto avrebbe dato “più paglia che grano”, con la gravissima conseguenza di non poter sfamare la più popolosa città dell’epoca e tutto il Sud Italia per almeno un anno e mezzo, cosa che significava automaticamente disperazione, rivoluzioni e la perdita del Regno di Napoli da parte del Re di Spagna.
Per scongiurare questa débacle del suo Re, della classe dirigente per cui lavorava e di cui faceva parte, e per tutelare i propri interessi economici, c’era una sola cosa da fare: salvare Napoli dalla fame!

 

E fu così che, informato il Viceré del pericolo, costui lo incaricò, e quasi lo implorò,

 di mandare le sue navi in giro per il Mediterraneo, e anche oltre, a fare incetta di grano, assicurandolo contemporaneamente che le casse pubbliche glielo

 avrebbero pagato quanto egli avrebbe desiderato, senza badare a spese.


Era il giorno di San Gennaro del 1607 quando i depositi di grano erano praticamente esauriti, e già si pensava al peggio, allorché all’orizzonte spuntarono finalmente le vele rosse delle 23 navi di Miguel Vaaz, segnale convenuto per comunicare la buona riuscita dell’impresa, e tutti poterono tirare un meritatissimo sospiro di sollievo, mentre Miguel sorrideva soddisfatto.

 

Ora poteva arricchirsi più smisuratamente di prima,


vendendo a caro prezzo quel grano che valeva oro, ma la sua lungimiranza fece sì che egli, invece di specularvi, egli chiese per quel grano, tanto desiderato, poco più del prezzo di mercato dell’anno precedente.
Nel resto d’Italia il grano quell’anno venne venduto alla spropositata cifra di sei ducati il tomolo (circa 300 euro per 50 chili), mentre Miguel si accontentò di appena 22 carlini, e addirittura, “essendone venuti alcuni [grani] malconci, li fece seppellire nelle onde, facendo stima più degli onori e della sua coscienza che di 20.000 ducati” , e meritandosi così la gratitudine di tutti, specialmente del Vicerè.
Nel 1622 la sua vita terrena volgeva alla fine e, dopo aver sofferto terribilmente per la perdita dell’adorata moglie Anna l’anno precedente,

 

egli volle lasciare un profondo segno anche nella vita religiosa e artistica della Città di Napoli che lo aveva reso grande, e alla quale dopotutto si era anche affezionato:


con una spesa di almeno 20.000 ducati per la costruzione, e di almeno 9.000 per l’arredo, e altri di rendita, firmò l’atto di fondazione della nuova chiesa dell’Ascensione a Chiaia, che volle dedicare a San Michele Arcangelo, Sant’Anna e San Pietro Celestino, dove Cosimo Fanzago poté lavorare finalmente dalle fondamenta, e che tutt’oggi conserva due magnifiche tele di Luca Giordano ed altri capolavori.
Miguel Vaaz morì a Napoli, nel Borgo di Chiaia, il 21 settembre 1623, senza lasciare figli,  istituendo eredi della propria fortuna e del proprio Titolo i nipoti Simone Vaaz, secondo Conte di Mola, e Fiorenza Vaaz, prima Duchessa di Bellosguardo.

 

 

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Giovanni Chianese

 

LA FESTA PIU’ FAMOSA DEL XX SECOLO – IL BALLO SERRA DI CASSANO numero 34 luglio agosto 2025 ed. maurizio conte

 

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LA FESTA PIU’ FAMOSA DEL XX SECOLO – IL BALLO SERRA DI CASSANO

Napoli 3 settembre 1960. Sono trascorsi sessantacinque anni dal ballo più celebre del XX secolo: il Ballo Serra di Cassano altrimenti ribattezzato dalla stampa il Ballo dei Re per l’ampia partecipazione di teste coronate da tutt’Europa.

In un’Italia martoriata dalla guerra, con i segni dei bombardamenti ancora cicatrici ben visibili sui volti delle città e, soprattutto, su Napoli, la realizzazione di

un ballo per oltre mille persone scelte tra i principali esponenti dell’aristocrazia e del jet set mondiale mandò in visibilio la stampa e fece sognare un paese intero.

 

 

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L’arrivo nel golfo partenopeo di Re e Regine, Principi e Principesse, Marajah indiani ricoperti di gioielli, milionari americani, qualche lady inglese e il Gotha dell’aristocrazia europea accanto a qualche Granduca russo rappresentò il rilancio su scala mondiale non solo di una città, Napoli, ma di tutta l’Italia, divenuto palcoscenico di un evento mediatico senza precedenti.
Perché sì, il Ballo Serra di Cassano fu, prim’ancora che un’occasione meramente mondana e fine a sé stessa,

 

una mossa altamente mediatica voluta anche dalla politica e dall’organizzazione delle Olimpiadi del ’60, coinvolgendo le due famiglie protagoniste dell’evento: da un lato i nobilissimi Serra di Cassano d’altro i ricchissimi Parodi Delfino.

 

Da un lato, quindi, una delle storiche famiglie aristocratiche napoletane divenuta ‘pop’ dopo la triste esecuzione del suo antenato e la celebre chiusura perpetua del portone principale del palazzo su Via Egiziaca, dall’altro una ricchissima famiglia di industriali milanese.
Ma cosa rese Napoli e il Ballo Serra di Cassano capace di divenire rapidamente il Ballo più famoso del XX secolo, surclassando così il ‘Bal Oriental’ dato a Venezia nel 1951 da Charles de Beistegui e il ‘Balck and White Ball’ di Truman Capote nel 1966 a New York?

 

La risposta non può che essere una sola: la spettacolare lista di invitati!


Tra gli ospiti degni di nota, ricordiamo: Juan Carlos, futuro Re di Spagna, il Re e la Regina di Grecia assieme alle figlie Sofia, futura Regina di Spagna, e Irene, l’Aga Khan, Beatrice d’Olanda, la Principesse di Svezia, la Contessa Jacqueline De Ribes, icona assoluta della moda francese, Aristotele Onassis assieme a Maria Callas, Gianni e Marella Agnelli, il regista Luchino Visconti di Modrone, la giornalista statunitense Elsa Maxwell, la Contessa Consuelo Crespi, gli editori Rizzoli, lo stilista Emilio Pucci di Barsento, il finanziere Paul-Louis Weiller, e membri delle più antiche famiglie italiana.

 

In un unicum senza precedenti a brindare a champagne sotto le volte affrescate di Palazzo Serra si ritrovarono così i rappresentanti della più vecchia aristocrazia italiana come i Colonna, i Barberini, i Pignatelli, i Caracciolo e gli Odescalchi, “shakerati” assieme ad alcuni tra gli uomini più ricchi del paese se non del mondo, come Aristotele Onassis che, pare, sino alla mattina stessa non era stato invitato e cercò in ogni modo di accaparrarsi un invito per lui e la Callas.


Assente giustificata al Ballo S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia che ha rinunciato all’evento mondano per presenziare a un’udienza con S.S. Papa Giovanni XIII e i Principi di Liegi Alberto e Paola del Belgio costretti in patria dalla pressante crisi del Congo. Molto meno giustificata l’assenza del Duca e della Duchessa di Windsor che, invece, avrebbero voluto partecipare ma sono stati trattenuti dal farlo per evitare imbarazzi dopo che anni prima durante una crociera sul “Sylvia”, il panfilo Serra di Cassano, vi era stato qualche atrito tra le due Duchesse.
Assenti anche i Grimaldi di Monaco perché costretti a desistere dalla partecipazione al ballo dopo che alla Principessa Grace sono state riferite alcune parole della Regina Federica di Grecia secondo cui ella non avrebbe avuto piacere a incontrarsi con un’attrice che giocava a interpretare il ruolo della regina e anche per evitare di incontrare Lady Norah Docker l’unica donna nella storia ad essere bandita dal Principato di Monaco per venticinque anni per aver strappato davanti a tutti una bandiera di carta pesta!

 

Per il Ballo, che richiese svariati mesi di preparativi, il Duca Francesco e la Duchessa Elena Serra di Cassano non badarono di certo a spese ingaggiando Roland Terenzio, già scenografo caro a Luchino Visconti, per la creazione di tutte le composizioni floreali che ornarono lo scalone monumentale e l’imponente buffet, mentre la scelta musicale dei valzer che avrebbero aperto le danze venne affidata niente poco di meno che a Herbert von Karajan, uno dei direttori d’orchestra più famosi di tutti i tempi!


Sfarzo, lusso e opulenza regnarono sovrani quella notte per i mille fortunatissimi ospiti che, dalle 23 sino all’alba, videro un avvicendarsi continuo di camerieri in polpe servire senza mai fermarsi centinaia di aragoste, di composizioni al caviale, di porchette e di dolci accanto a fiumi inesauribili di Moët&Chandon scatenando così l’indomani la fantasia dei cronisti de ‘Il Mattino’, ‘L’Espresso’, ‘Roma’, ’Lo Specchio’ e, con i loro scritti l’immaginazione dell’Italia intera.

 

“[…] Perché sì, è vero […]” – come ebbe modo di confidarmi una strepitosa Baronessa Afdera Franchetti, già moglie dell’attore di Hollywood Henry Fonda – “[…] l’alta società non sarebbe mai più stata tanto seducente come allora”.

 

 

 

 

Orso bruno marsicano e Parco Nazionale d’Abruzzo di Spartaco Gippoliti numero 33 luglio agosto 2025 editore maurizio conte

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ORSO BRUNO MARSICANO E PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO

 

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Pochi sanno che la prima area protetta inaugurata in Italia, precisamente il 9 settembre 1922, fu un parco appenninico che nacque per iniziativa privata (Parco Nazionale d’Abruzzo) e fu riconosciuto dal Governo con Decreto dell’11 gennaio 1923. 

Pochi sanno che la prima area protetta inaugurata in Italia, precisamente il 9 settembre 1922, fu un parco appenninico che nacque per iniziativa privata (Parco Nazionale d’Abruzzo) e fu riconosciuto dal Governo con Decreto dell’11 gennaio 1923. Dietro questa pionieristica iniziativa troviamo l’ingegnere Erminio Sipari (1879-1968), nipote e cugino di due illustri senatori, il marchese Raffaele Cappelli ed il filosofo Benedetto Croce, ed egli stesso eletto alla Camera tra il 1913 e il 1929. Il provvedimento di tutela si rendeva estremamente urgente soprattutto per la salvezza dell’orso bruno appenninico.   
 
Tra il 1899 ed il 1912 l’area dell’Alta Val di Sangro aveva ricevuto una concreta protezione come riserva di caccia reale, ma decaduta tale tutela per gli alti costi che i Savoia avevano dovuto sostenere, e terminato il Primo Conflitto Mondiale, l’area era divenuta facilmente accessibile a cacciatori di Roma e Napoli. Mentre per l’altra perla zoologica dell’area, il camoscio d’Abruzzo Rupicapra ornata, anche sulla spinta del Senatore e Professore Lorenzo Camerano, il provvedimento di tutela legislativo era arrivato già nel gennaio 1913, per l’orso, potenziale predatore, ciò non era stato possibile.    
 
Lasciatemi introdurre a questo 

punto il ‘papà’ dell’orso marsicano; il medico e naturalista molisano 

Giuseppe Altobello (1869-1931), grande intellettuale 

studioso della natura e della cultura regionale

 
A Campobasso Altobello dà alle stampe il suo Fauna dell’Abruzzo e del Molise dove, nel 1921, descrive l’orso appenninico come una nuova sottospecie: Ursus arctos marsicanus. A questo punto la necessità di misure efficaci di protezione si fanno ancora più pressanti!    
Sipari ha le idee molto chiare. Occorre realizzare un parco nazionale che salvi i due gioielli naturalistici (camoscio e orso), permetta un razionale utilizzo delle risorse naturali (i pascoli ed i boschi) e avvii lo sviluppo turistico della regione

Sipari sta di fatto proponendo un nuovo modello di area protetta 

che gli costerà non poche critiche (per esempio dal Touring Club Italiano), 

ma che lo renderà di fatto un precursore dell’attuale visione 

del tema in Italia e non solo.

 

Non è qui il caso di ripercorrere la secolare e complessa storia del Parco ed il suo ruolo di traino del movimento conservazionistico italiano sotto la direzione di Franco Tassi.   

 

Ma cosa ne è dell’orso marsicano oggi? 

Mentre negli orsi riportati sulle Alpi trentine si assiste ad una spettacolare crescita demografica, fonte anche di non poche problematiche sociali, sugli Appennini il contingente sembra rimanere stabile. Il nuovo secolo ha prodotto nuove evidenze scientifiche a supporto dell’unicità del nostro orso marsicano che si caratterizza, tra l’altro, per l’estrema inoffensività nei confronti dell’uomo. 

È questo un fattore non secondario nella speciale relazione che lega gli abitanti del Parco con l’orso. Già nel 1962 l’allora direttore Francesco Saltarelli scriveva: “Quali dunque, i rapporti fra l’uomo e l’orso nel Parco d’Abruzzo? Non crediamo di essere evasivi se affermiamo che si può parlare di ottimi rapporti di coesistenza (mai l’orso ha assalito l’uomo), se non proprio di convivenza…”. Per questo, 

 

da oltre un decennio, la Società Italiana per la Storia della Fauna 

ha lanciato un appello per moltiplicare gli sforzi di tutela

di questo orso così particolare.

 
Ma cosa ne è dell’orso marsicano oggi?
Oltre che richiamando l’attenzione sulla carenza di risorse alimentari che affligge l’orso dopo l’abbandono di agricoltura e pastorizia, la Società ha proposto la costituzione di una ‘banca del germoplasma’ per la rara sottospecie di cui oggi si pensa non esistano più di 10 femmine adulte e la popolazione totale si aggiri sui 55 individui. Con tali bassi numeri, la perdita di variabilità genetica è altamente probabile e per la futura conservazione dell’orso sarebbe importante potere contare sul materiale genetico di orsi morti magari un decennio fa. Finora troppo poco si è fatto in questa direzione ma, come abbiamo detto, ragioni scientifiche ed economiche coincidono nel richiedere la conservazione di un esperimento evolutivo unico che ha avuto come teatro i nostri Appennini meridionali. 

 

 

 

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Bibliografia

SPARTACO GIPPOLITI

Arnone Sipari L., Guacci C. (a cura) 2019. Origini e primi anni di vita del Parco Nazionale d’Abruzzo nella “Relazione Sipari” del 1926. Palladino Editore, Campobasso.

Gippoliti S., Guacci C. 2017. Il Mammifero italiano più minacciato: l’orso marsicano. Un approccio interdisciplinare per la sua conservazione. Natura e Montagna, 64: 29-35.

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Tex Willer abitava in Sardegna di Gloria Salazar numero 33 luglio agosto 2025 editore maurizio conte

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TEX WILLER ABITAVA IN SARDEGNA

 

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Questo “lontano ovest” è il Sulcis Iglesiente, subregione sarda che è la propaggine occidentale della Nazione più distante dallo Stivale..

È una parte dell’isola non di passaggio, dove non si capita per caso.


Una Sardegna “segreta” che, sebbene sia dotata di immense e magnifiche spiagge sabbiose, è rimasta fuori dalle rotte balneari sarde e quindi al riparo dal turismo di massa. 

 

Fulco Pratesi molti anni fa nella sua Guida alla natura della Sardegna definì la costa iglesiente “forse la più bella delle seppur bellissime coste italiane”. 

 

Fortunatamente questa considerazione, malgrado sia passato mezzo secolo, può essere valida, ed a maggior ragione, ancora ai giorni nostri. 

 

L’isolamento ha fatto sì, infatti, che al contrario di molte altre splendide aree costiere, sia sarde che peninsulari, questo tratto di territorio sia stato totalmente preservato dalla speculazione edilizia e sia tuttora 

 

uno dei luoghi naturalisticamente intatti, più estesi e spettacolari del nostro Paese. 

Un “paradiso terrestre”, come lo videro e descrissero alla fine del XIX secolo 

D’Annunzio e Scarfoglio

 

in un articolo a doppia firma apparso sulla rivista Cronaca bizantina.  

 

È stato l’illustratore Aurelio Galleppini (in arte Galep) a creare un legame ideale tra il Sud Ovest degli Stati Uniti ed il Sud Ovest della Sardegna.  

 

Galleppini, che apparteneva ad una famiglia originaria della zona e quindi la conosceva bene, se ne avvalse, e non a caso, come fonte di ispirazione per creare l’ambientazione texana di uno dei fumetti italiani più famosi e longevi: Tex Willer. 

 

L’inviolato paesaggio iglesiente con la varietà dei suoi panorami infatti ben si presta: addentrandosi nell’interno lo sguardo vaga a perdita d’occhio su distese disabitate ed incontaminate.

 

Praterie e montagne, guglie rocciose, profondi canyon, brulli altipiani colonizzati dalla macchia mediterranea, strade sterrate, piccoli deserti e altissime dune sabbiose 

che appaiono all’improvviso in mezzo a foreste di sughere e pinete. 


Un continuo e mutevole susseguirsi di vedute da Old Wild West, e non mancano i fichi d’india. 

 

D’altronde anche il paese di San Salvatore di Sinis, più a nord, nell’oristanese, fu scelto negli anni ‘60 come set di uno “spaghetti western” – Giarrettiera Colt – amato perfino da Quentin Tarantino. 

 

Oggi questi contesti ricordano ancor più ciò che nell’immaginario collettivo è il “West” cinematografico, per i resti dei siti minerari di quello che fino a pochi anni fa fu uno dei poli estrattivi più vasti ed importanti d’Italia. Un’altra analogia con l’America Nord-occidentale, che negli stessi anni del XIX secolo visse l’epopea della “corsa all’oro”. 

 

Le miniere del Sulcis Iglesiente attualmente fruibili, e spesso trasformate in complessi museali, sono innumerevoli ed assicurano scorci sempre diversi e sorprendenti; come lo scenografico Porto Flavia, un approdo minerario “sospeso nel vuoto”, a metà di un costone strapiombante sul mare. Località che fanno parte del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, di grande interesse per gli appassionati di archeologia industriale, speleologia (nell’area mineraria di San Giovanni si trova la grotta di Santa Barbara, la più antica d’Italia) e non solo; con scenari che evocano, appunto, atmosfere pionieristiche.  

 

Lungo la statale 130 che da Iglesias porta al mare, una montagna di terra rossa, residuo di una delle tante miniere dismesse del circondario, la miniera di Monteponi, fa pensare all’Arizona. Suggestioni da Mezzogiorno di fuoco sono anche quelle offerte dal villaggio minerario Asproni, un piccolo e sperduto borgo “fantasma”, come se ne incontrano vari nei dintorni. 

 

Sembra un 

 

deserto da film western, poco più a settentrione nel Medio Campidano, 

quello in cui si trovano i ruderi delle suggestive architetture minerarie 

di Ingurtosu e Piscinas, immerse in un silenzio irreale, 


dove ci si imbatte in antichi carrelli ferroviari di carico abbandonati nella sabbia sollevata dal vento. 

 

Visioni, queste, che trasportano il visitatore in una dimensione onirica, ma che invece è reale, e senza bisogno di andare oltreoceano. È il nostro Far West. Ed in più sullo sfondo c’è il mare.

 

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e precisamente in Sardegna, che è geograficamente, ma non solo, il nostro “Far West”. 

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 Foto di Gloria Salazar

 

GOFFREDO LOMBARDO NAPOLETANO CHE CONQUISTÒ IL CINEMA di FERNANDO POPOLI numero 33 luglio agosto 2025 ed. maurizio conte

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GOFFREDO LOMBARDO NAPOLETANO CHE CONQUISTÒ IL CINEMA

 

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sono alcuni dei film più famosi prodotti da Goffredo Lombardo, il produttore che dalla natia Napoli, insieme al padre Gustavo, venne a Roma e dominò con il suo acume e il suo intuito l’industria cinematografica italiana, al pari di giganti quali Dino de Laurentiis, Carlo Ponti e Franco Cristaldi.

Nella sua lunga carriera produsse e distribuì duemila film,


affrontando tutti i generi, finanziando e valorizzando registi come Luchino Visconti, Valerio Zurlini, Giuseppe Tornatore, Francesco Rosi, Renzo Arbore, Dino Risi e tanti altri. Il padre Gustavo aveva fondato la casa cinematografica Titanus che ancora oggi è attiva sul mercato e produce, attraverso il nipote Guido, serie televisive.   La straordinaria avventura di vita e di lavoro di Lombardo inizia a diciotto anni con una tesi di laurea sul diritto d’autore cinematografico

 

assume la guida della Titanus nel 1961 e si muove subito su due binari, 

le commedie rosa come Pane, amore e fantasia e Pane, amore e gelosia, 

di Comencini, e Pane, amore e… di Dino Risi, con una verace 

Gina Lollobrigida e una provocante Sophia Loren;

 

Poveri ma belli e Belli ma poveri con Maurizio Arena, Alessandra Panaro, Lorella de Luca e il cinema di autore con Luchino Visconti: Il gattopardo e Rocco e i suoi fratelli, Michelangelo Antonioni: Le amiche, Elio Petri: L’assassino, Francesco Rosi: Le quattro giornate di Napoli. Questi sono alcuni titoli della enorme produzione che Lombardo sostenne e finanziò. 

Per svolgere il suo lavoro si avvalse di una efficientissima segretaria che manteneva tutti i rapporti con registi, produttori, attori i quali, dopo aver stabilito il loro ruolo, non parlavano più con lui ma con la fedele collaboratrice.

 

Tenne a battesimo anche Pasquale Squitieri che in un primo momento

doveva girare un piccolo western: “La vendetta è un piatto che si serve freddo”.


Lombardo si tirò indietro e Pasquale riuscì comunque a girare il film che ebbe un buon successo. Sulla scia di questo risultato Goffredo gli finanziò: “Camorra” e “I guappi” che ottennero ottimi risultati.   Ricordo la prima di Camorra che si tenne al cinema Metropolitan in Via del Corso, oggi scomparso. C’era nel foyer Pasquale che assisteva al flusso degli spettatori che entravano. Mi salutò e mi ringraziò di essere venuto, la mia visita gli aveva fatto molto piacere.

 

La maggiore avventura cinematografica di Lombardo, 

che purtroppo lo portò al disastro finanziario, fu la produzione 

di due film: “Il gattopardo”, di Visconti e “Sodoma e Gomorra”, di Robert Aldrich.


Queste due produzioni costarono moltissimo e la riposta del pubblico, quantunque buona, non fu sufficiente al botteghino per coprire gli ingenti costi. Lombardo si trovò in grande difficoltà economica ma, da gran signore napoletano, vendette i suoi beni e cominciò a ripagare i creditori, soprattutto le banche. Egli era proprietario di importanti cinema a Napoli, quali il Santa Lucia e l’Augusteo, ubicati in centro e molto frequentati. Con il ricavato di queste vendite riuscì a tamponare i debiti

Ebbe anche l’aiuto di molti attori italiani che si prestarono gratuitamente 

per interpretare: “Il giorno più corto”, una sua ultima produzione, 

ma fu necessario anche l’intervento di una finanziaria, 

L’Acqua Marcia, per rifinanziare la Titanus.


Seguì un periodo di austerità nel quale gli si permise solo di distribuire film e non di produrli. Ma egli agì attraverso una società creata ad hoc, la Mondial Tefi, con la quale produsse alcuni film molto popolari, sebbene a nome di Carbone, l’amministratore della Società, e uscirono fuori i musicarelli con Gianni Morandi, Rita la zanzara con Rita Pavone e subito dopo la serie di Piedone lo sbirro con Bud Spencer, altro napoletano votato al cinema.   

 

Al museo nazionale del cinema di Torino La Titanus ha un’area espositiva dedicata alla produzione dove è stata allestita una grande mostra che ospita preziosi reperti dall’archivio Titanus, donati da Guido Lombardo. Fotografie inedite, materiali promozionali, oggetti appartenuti a Goffredo e alcune sceneggiature provenienti dall’archivio della grande sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico, questi interessanti oggetti e cimeli ripercorrono la storia della più celebre fabbrica dei sogni italiana: la Titanus.

 

Anni dopo Goffredo Lombardo riuscì a ritornare al comando

della società di produzione


ma il mutato gusto del pubblico e il nuovo sistema industriale lo convinsero a cedere il ramo cinematografico per concentrarsi sulle produzioni televisive, l’ultima delle quali è stata la serie televisiva: ”Orgoglio”, trasmessa su Rai 1 con enorme successo.   

 

Vinse nella sua eccezionale attività vari premi cinematografici, tra questi nel 1955 il Leone d’oro alla carriera alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. 

Nel 2010, Giuseppe Tornatore che aveva debuttato con lui con il film: ”Il camorrista”, ha realizzato un documentario dal titolo “Goffredo Lombardo, l’ultimo gattopardo”. Una bella testimonianza della genialità del grande produttore napoletano che conquistò il cinema.

 

 

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Gli abeti bianchi del Pollino tra i riti arborei e il cinema di Saverio De Marco Numero 33 luglio agosto 2025 editore Maurizio Conte

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In località Piano di San Francesco, un tratto di sentiero porta ad un affaccio 

su alcuni abeti monumentali, alti e colossali, tra cui un esemplare 

con una circonferenza di 7 metri a terra e stimato 500 anni di età.

 

Più sotto, davanti ad una fontana è presente una piccola statuina di San Francesco di Paola, santo legato indirettamente a questa specie arborea.

 

Cosa c’entra San Francesco? L’abete bianco è legato anche ad una dimensione sacraleed etno-antropologica. L’abete entra a far parte infatti dei riti arborei del Pollino, tipiche feste pagane di primavera, originariamente volte alla celebrazione della fecondità e della fertilità della terra e legate perciò ad una sorta di simbologia del matrimonio degli alberi, dove l’abete bianco rappresenta l’elemento femminile sempreverde e il faggio l’elemento maschile. Tali rituali pagani sono associati alle feste dei santi.

La Chiesa cattolica, non riuscendo a sradicarli, per controllarli vi sovrapponeva 

la festività cattolica: ne deriva pertanto una festività sincretica, dove tuttavia

 l’elemento pagano precristiano e quello cristiano 

si giustappongono senza fondersi.


Tali rituali comportano un “dramma cerimoniale” in cuitrovano spazio canti, musiche, esultanza, soste dei cortei, accompagnati da “allegri conviti” con abbondanza di cibo e grandi bevute di vino. Con “l’albero della cuccagna” eretto nella piazza e abbellito di doni, subentra una grande festa di popolo, caratterizzata anche da prove di destrezza acrobatica. Lo stesso “viaggio” dei tronchi dalla montagna al paese diventa una sorta di dramma per la difficoltà del trasporto e il rischio di incidenti, a volte accorsi (V. Lanternari 1977).

I riti arborei del Pollino sono momenti fondamentali per l’identità delle comunità locali 

e vi partecipano tutt’oggi anche numerosi giovani.

 

Molti sono gli emigrati che tornano in paeseper partecipare alla festa. Possiamo prendere come esempio la festa di Sant’Antonio diPadova a Rotonda, una delle più rappresentative del territorio del Pollino. In questo ritualelapitaè il faggio e l’abete larocca.Una volta anche il maschio era un abete, di cui vieneconservato il nome (la pita appunto). Il compito di tagliare e trasportare a valle i due alberiè affidato a due squadre diverse. Nella notte dell’8e del 9 giugno, i roccaioli raggiungono i boschi di Terranova di Pollino, tagliando una pianta di modeste dimensioni di abete, che rappresenterà appunto la cima. Nella stessa notte i pitaioli raggiungono la zona di Piano Pedarreto, nel comune di Rotonda, per abbattere un faggio prescelto di grandi dimensioni,che viene poi squadrato e lavorato con l’ascia. L’11giugno la pita viene trainata da una decina di coppie di buoi (paricchi). A Pedarreto, dalla foresta di faggio e abete bianco giunge anche la rocca e insieme, sebbene trasportati da gruppi separati iniziano il breve viaggio che li porterà nella piazza del paese, dove verrà innalzato il grande “albero della cuccagna”, frutto dell’unione “artificiale” tra il faggio e l’abete.

 

A Viggianello la sagra dell’abete è legata a San Francesco di Paola, a Terranova di Pollino a Sant’Antonio. Nel Pollino calabrese va menzionato poi il rito arboreo di Alessandria del Carretto, che il grande regista Vittorio De Seta filmò nel 1959. De Seta ne parla come una”sagra antica e meravigliosa”, con cui il paese celebra l’inizio della bella stagione

 

Nel documentario, all’alba un gruppo di uomini si dirige verso la montagna 

e i “maestri d’ascia” abbattono un alto esemplare di abete, 

che successivamente verrà trascinato a valle 

da alessandrini giovani e meno giovani,


accompagnati dalla musica di zampogne e totarelle.Verso l’entrata del paese le donne portano cesti pieni di prodotti tipici per il pranzo. Sempre nel film, giorni dopo viene così celebrata la festa di Sant’Alessandro, patrono del paese e allestito l'”incanto”, dove prodotti tipici e oggetti vari vengono messi all’asta: il ricavato sarà usato per pagare le spese della festa. L’abete viene poi innalzato nel pomeriggio nella piazza del paese, con la cima addobbata di doni come dolci, collane di fichi secchi ecc. Un atletico giovane riesce ad arrampicarsi fino in alto e si appende con le gambe ai rami della cima, a testa in giù, con le braccia aperte, ondeggiando e senza nessuna paura di cadere.

Dopo la conclusione della festa la gente si appresta a tornare verso casa, 

lasciandosi alle spalle i momenti di spensieratezza e allegria.

 

Lo stesso rito di Alessandria del Carretto, che è rimasto quasi intatto nei secoli, è stato filmato da un altro grande regista, Michelangelo Frammartino nel suo capolavoro “Le quattro volte”, premiato a Cannes nel 2010. Iprotagonisti di questo film non sono solo contadini e pastori, ma anche animali, alberi, natura inanimata, ovvero la terra stessa. Come suggerisce la testimonianza di Pitagora nel film, l’uomo è egli stesso tutte queste cose. La “terza volta” del film è rappresentata proprio dalle vicissitudini di un abete bianco, colto nel mutare delle stagioni, il cui destino è legato alla cultura della civiltà agropastorale. Il “senso del sacro” è espresso in questo film soprattutto nella venerazione della natura che caratterizza gli antichi riti arborei.

Ogni essere è legato all’altro, anzi, ogni essere entra a far parte di un altro 

e della sua rispettiva sfera di vita, per poi ritornare alla sua origine: 

efficace ad esempio la scena dell’albero che entra nel camino 

delle abitazioni e ne esce come fumo, espandendosi nell’aria


Quando, dopo che la festa èfinita, l’abete verrà venduto ai carbonai, essi erigeranno una catasta verticale con i suo iceppi, posta al centro della loro arena circolare di legna accatastata. Al centro del cerchio, nell’interstizio della catasta, verrà appiccato il fuoco, con un gesto augurale che vuole in qualche modo “benedire” il risultato del duro e delicato lavoro dei carbonai e “ringraziare” allo stesso tempo il “tutto cosmico”. E alla fine il fumo della legna ritornerà tra gli alberi,confondendosi con la nebbia che aleggia sulla foresta..

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’abete bianco, Abies alba, è un’eccellenza botanica caratteristica delle foreste del versante nordorientale del Massiccio del Pollino, dove vive associato al faggio. L’areale di questa specie va dai 1400–ai 1850 metri circa di quota, altitudine oltre la quale dominano il faggio e poi il pino loricato (Pinus leucodermis)

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TRAVOLTI DALL’IMMENSITA’ DEL BLU di Giorgia Ippoliti numero32 febbraio marzo 2025 editore maurizio conte

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Travolti dall’immensità del blu

 

 

«è tutto sulle mie spalle». E chissà se, qualche volta, ci siamo chiesti a cosa fosse dovuta tale espressione, e se fosse vero che “tale peso” fosse espressivo solo di un grande sacrificio piuttosto che di una prestigiosa responsabilità. 

 È ancora una volta il Sud a disvelarci uno straordinario scenario,

 

fatto di miti, leggende e allegorie di vita che ci tramandano importanti e intramontabili insegnamenti. Lasciamoci, ancora una volta, guidare da questi insegnamenti. Affidiamoci alla mano sapiente della cultura tradizional-popolare che quest’oggi ci accompagna nella terra ove giunge chi sogna. 

«Salve, o Sicilia! Ogni aura che quo muove, pulsa una cetra od empie una zampogna, e canta e passa … io ero giunto dove giunge chi sogna»[2] 

 

Proviamo a chiudere gli occhi e ad immergerci 

in un mondo fantastico, nell’isola del sole.

 

Immaginiamo di tuffarci da uno scoglio, nell’azzurro mar di Sicilia, e qui incontrare un personaggio dal singolare aspetto. Metà uomo e metà pesce. D’altronde, «le ninfe inseguite qui non si nascosero agli dèi, gli alberi non nutrirono frutti agli eroi. Qui la Sicilia ascolta la sua vita»[3]. Ecco Cola (Nicola) che, quale punto di riferimento di naviganti e pescatori di sogni, ci si palesa innanzi, raccontandoci qualcosa di incredibile. Egli vive in mare, habitat che lo ha sempre affascinato, da quando la mamma, stanca delle sue incessanti giornate in mare, gli ha rivolto quella che, a prima apparenza, poteva sembrar una maledizione, ma che poi si è rivelata essere la “salvezza” della terra siciliana.

 

«Cola, che Tu possa diventar un pesce!». Ed ecco che improvvisamente i polmoni 
di Cola diventano branchie, i suoi arti inferiori amabili pinne.

 

Cola diviene veramente un pesce, pur rimanendo attaccato alle sue origini terrestri. 

Da quel giorno, egli sarà sì uomo, per metà, ma anche pesce, per l’altra metà, divenendo, grazie alla sua esperienza, un punto di riferimento per pescatori, naviganti e qualsiasi altro si affacci in mare. 

E se è vero che, «una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale, ma come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca»[4], la notizia della straordinaria esistenza di Cola arriva sino alle sale del regno. Qui, tra busti di marmo e pareti rivestite d’oro, sullo scranno regale, Re Federico II, preoccupato delle sorti della sua terra e della sua amabile figlia, apprende dell’esistenza di Cola e della sua particolare condizione. Come sia possibile non sa, ma decide di indagare.

 

Cola viene convocato a corte, ove il Re decide di sottoporlo a una serie di prove,

 

per verificare che quanto «piano piano, terra terra, sibilando, va ronzando, nelle orecchie della gente»[5] fosse reale. 

Il Re, davanti a Colapesce, getta in mare una coppa d’oro rivestita di brillanti e fa una promessa solenne: se Cola riuscirà a recuperarla, sarà degno di congiungersi in matrimonio con sua figlia. 

Cola accetta la sfida e, senza pensarci su, si getta in mare, sino ai più profondi abissi, ove fa una scoperta singolare.

 

Esiste un regno parallelo, fatto di caverne, montagne e valli, ove si ergono tre colonne, chiamate a “reggere” la terra di Sicilia: una integra, una scheggiata e una rotta.

 

Cola, dunque, preoccupato delle sorti della sua città, riemerge in superficie e racconta al Re la sua sorprendente, e sconvolgente, scoperta. «Maestà li terri vostri, stannu supra a tri pilastri, e lu fattu assai trimennu, unu già si stà rumpennu»[6]. Il Re, preoccupato di quanto raccontato da Colapesce ma, al contempo, dubbioso della sua fondatezza, lo invita a ritornare negli abissi, per recuperare il sacchetto pieno di monete d’oro, che aveva gettato nel profondo mare, reiterando la sua promessa. «O destinu miu infelici, chi sventura mi predici. Chianci u re, com’haiu a fari, sulu tu mi poi sarvari»[7].

 

Cola, dunque, con estremo coraggio, si rigetta in mare. Ma, al momento di risalire, 

dopo aver recuperato il prezioso tesoro, si trova posto di fronte a un dubbio:

 

riemergere, lasciando la terra di Sicilia in balia del suo destino, e sposare la figlia del Re, o rimanere negli abissi, sacrificandosi pur di consentire alla sua amata terra di sopravvivere. Egli avrebbe, infatti, la potenza di sostituirsi al busto del pilastro e sorreggerne la parte su cui si poggia la terra di Sicilia. Ma, se è vero che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, per Cola non vi sono dubbi: egli sorreggerà il peso della sua amata terra pur di consentirne la sopravvivenza.  

 

Decide, dunque, di rimanere negli abissi, rinunciando alla sua vita: pur di salvare 

la sua amata Sicilia, decide di farsi carico del peso della sua terra. 

Prende, sulle sue spalle, la parte alta della colonna rotta, 

pur di garantire la stabilità della città.

 

«Maestà! ccà sugnu, ccà Maestà ccà sugnu ccà. ’nta lu funnu di lu mari ca non pozzu cchiù turnari vui priati la Madonna ca riggissi stà culonna ca sinnò si spezzerà e la Sicilia sparirà»[8].

 

In un moto di estrema responsabilità, rinuncia all’amor della sua vita e alla sua “tranquilla” esistenza, pur di adempiere a qualcosa di più alto: ancora oggi, si narra si trovi lì, a sorreggere la sua amata terra, tanto che ogni smottamento del terreno vien inteso come “cambio” di spalla da parte di Colapesce. «Su passati tanti anni, Colapisci è sempri ddà. Maestà! Maestà! Colapisci è sempri ddà»[9].

Egli è sempre lì, travolto dall’immensità del blu, a testimonianza ed emblema d

el grande impegno che ognuno di noi porta sulle proprie spalle,


affinché  i  tre pilastri  della  nostra  esistenza,  secondo  le  più  variegate  accezioni,  rimangano  in equilibrio  per  sorreggere  la  nostra  vita,  in  un’ottica  di  continuo interscambio tra il nostro mondo sotterraneo e quello di superficie. 

 

 

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 [1] “Splash”, di Colapesce, Di Martino, 2023. 

 [2] Giovanni Pascoli, “Odi e inni”, Odi – L’isola dei poeti. 

 [3] Leonardo Sciascia, “L’aspra bellezza della Sicilia” in “ La Sicilia e il suo cuore”, 

 [4] Fabrizio De Andrè – Gian Piero Reverberi, “Bocca di Rosa”. 

 [5] Gioacchino Rossini, “La calunnia è un venticello” , cavantina di Don Basilio, in “Il Barbiere di Siviglia”. 

 [6] https://www.sicilias.it/la-leggenda-colapesce-colui-porta-sulle-spalle-la-sicilia/ 

 [7] https://www.sicilias.it/la-leggenda-colapesce-colui-porta-sulle-spalle-la-sicilia/ 

 [8] https://www.sicilias.it/la-leggenda-colapesce-colui-porta-sulle-spalle-la-sicilia/

 [8] https://www.sicilias.it/la-leggenda-colapesce-colui-porta-sulle-spalle-la-sicilia/

Il Pianto Romano di Gaia Bay Rossi numero 32 febbraio marzo 2025 editore maurizio conte

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il pianto romano

 

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Salgo su per la collina senza sapere esattamente cosa mi si presenterà davanti.    I cartelli con scritto “Pianto Romano” mi dicono poco e non so neanche il punto esatto in cui mi trovo, se non che sono nella statale 113 della bella ed assolata campagna della provincia di Trapani.

 

Arrivata in cima alla strada di congiunzione con la statale, vedo un imponente obelisco che scopro essere un monumento garibaldino. Fu costruito nel 1885 da Ernesto Basile sulla sommità della collina che fu teatro della battaglia di Calatafimi 

(a poca distanza dal paese stesso), battaglia decisiva 

per le sorti dell’Unità d’Italia.


Questo combattimento fu il primo, avvenuto nel corso della spedizione dei Mille il 15 maggio 1860, nel luogo individuato nelle carte storiche come Pianto Romano, “Chianti di Rumano” (le piante dei Romano) in siciliano. Il nome si trova in antichi documenti del XVII secolo ed indicava i terreni lavorati a vigneti della famiglia dei Romano, di origine ebraica, proveniente da Salemi.   

 

Dalla cima del colle si può osservare molto bene tutto il campo di battaglia. Le parti erano rappresentate da un lato dai garibaldini, con i volontari arrivati da sud dopo aver lasciato Salemi, dove Garibaldi si era proclamato dittatore della Sicilia, dall’altro dai militari dell’esercito delle Due Sicilie, comandati dal generale Francesco Landi, che arrivavano da Alcamo. Garibaldi aveva bisogno di una vittoria per convincere la popolazione locale ad unirsi alla sua truppa, composta principalmente da bergamaschi e genovesi, ma anche da tanti giovani siciliani, denominati “picciotti”. In quel momento in Sicilia c’era un forte malcontento nei confronti dei Borbone, che infatti presidiavano l’isola con 30000 soldati. Il generale decise di inviare i suoi reparti in perlustrazione del territorio. Un distaccamento si era accampato a Calatafimi, per bloccare la strada a Garibaldi
   

La mattina del 15 maggio l’Ottavo Battaglione Cacciatori del maggiore Michele Sforza, una delle migliori unità dell’esercito borbonico, avanzò verso sud in missione esplorativa. I garibaldini erano circa 1500 comandati dal generale Giuseppe Garibaldi, 

mentre i borbonici circa 2000 con al comando il maggiore Sforza.

 

Alle dodici i borbonici si erano sistemati sulla collina del Pianto Romano. I garibaldini sull’altura di fronte. Li separava una profonda vallata. Il maggiore Sforza osservava i garibaldini e decise di fare la prima mossa. L’Ottavo Cacciatori avanzò nella valle, ma qui intervenne il fuoco inaspettato dei carabinieri genovesi. I Cacciatori vacillarono e poi batterono in ritirata, inseguiti dai garibaldini. A quel punto però erano proprio questi a dover scavallare la collina costantemente bersagliati dai nemici. All’una e trenta i garibaldini erano a metà del colle, il momento era particolarmente difficile, al centro un gruppo di soldati borbonici strappò il tricolore ai soldati garibaldini. Si trattava di una bandiera donata a Garibaldi dalle donne uruguaiane durante la sua campagna in quel Paese e che, nello scontro, fu portata via dai nemici. Garibaldi si mise a discutere con i suoi, il luogotenente Nino Bixio suggerì la ritirata. Ma Garibaldi rispose senza incertezze: “Qui si fa l’Italia o si muore”. La battaglia avrebbe deciso il successo o il fallimento della spedizione. A metà pomeriggio i garibaldini arrivarono in cima alla collina e Garibaldi, per incitare i suoi, si schierò con gli altri in prima linea: i suoi uomini avevano bisogno della sua imponente personalità.

 

I borbonici, dopo ore di battaglia, si diedero alla fuga, dirigendosi 
verso Alcamo, e i Mille entrarono a Calatafimi.

 

I corpi dei caduti, inizialmente lasciati sul campo di battaglia, furono poi seppelliti in una fossa comune. Il 27 maggio successivo Garibaldi si sarebbe recato a Palermo dove, dopo tre giorni, il 30 maggio, avrebbe firmato l’armistizio e allontanato i borbonici dalle fortezze.

 

Allora la Sicilia fu finalmente libera, anche se forse 

non lo sarebbe mai stata veramente.  

 

Ma torniamo al Museo di Pianto Romano. Un comitato di abitanti di Calatafimi il 9 settembre dello stesso anno richiese a gran voce la costruzione di un monumento che contenesse i resti dei caduti e fosse anche in memoria della battaglia. Il Basile lo progettò nel 1885, facendo in modo che la facciata dell’ingresso principale assomigliasse al frontone del tempio di Segesta, che si trova a pochi chilometri di distanza. All’interno appare 

 

appare il primo modello plastico storico in Sicilia che rappresenta la battaglia 

di Calatafimi, realizzato dall’artista Gianvito Gassirà. Costruito seguendo 

la tecnica del modellismo di scenari realistici riprodotti in scala, 

lascia stupefatti ed è straordinario vedere la collina

 e la vallata con il percorso dei soldati in miniatura, 

con le loro divise, gli abiti, le loro bandiere 

e con l’aggiunta di tanti particolari 

come vigneti e campi di grano, 

il tutto in circa 4 metri quadri

 

I materiali utilizzati sono gesso, polistirolo, segatura e materiali comuni, come le setole degli spazzoloni per riprodurre i canneti. Per finire, a dare vita all’intera ambientazione, circa 2800 soldatini dipinti a mano. Oltre all’assemblaggio e alla pittura, è stato molto importante il lavoro di ricerca per rendere storicamente accurata la ricostruzione della battaglia. All’interno del monumento di progettazione neoclassica inaugurato nel 1892 sono anche conservati i corpi di parte dei caduti di entrambi gli schieramenti, gli abiti e numerosi quadri e fotografie attinenti a Garibaldi e al suo periodo.   

 

A lato del mausoleo si trova il Viale delle Rimembranze, fiancheggiato da cipressi. Percorriamo tutto il viale e ci troviamo di fronte al campo di battaglia, dove è stata posta una stele nel 1960, in occasione del centenario della battaglia, sulla quale sono scritte le famose parole dette, secondo quanto riporta Cesare Abba, da Garibaldi a Nino Bixio a Calatafimi: “Qui si fa l’Italia o si muore”. 

 

Ferma accanto alla stele, sento arrivare delle biciclette. Sono tre, si fermano 

e uno di loro legge “Qui si fa l’Italia o si muore” e prosegue sarcastico: 

“Era meglio chi muria” (era meglio se moriva).

 

 

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