LA PIAZZA DEI GAGA’ di Fernando Popoli Speciale Napoli aprile maggio 2022 Ed. Maurizio Conte

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la piazza dei gagà

 

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ciao Cocò, ciao Fefè, tanti cari saluti a mammà…”, 

così recitava una canzone alla moda nella Napoli degli anni Cinquanta, quando Graziella Buontempo, non ancora romana, passeggiava nella piazza col marito sfoggiando il suo stile di icona napoletana del buon gusto, fermandosi per l’aperitivo al bar Cristallo. 

 

Erano gli anni in cui la città risorgeva completamente dalle brutture della guerra e la moda ritornava come esperienza essenziale di vita e di classe sociale per nobili, nuovi ricchi e borghesi emergenti, arrampicatori sociali e gigolò, un mondo variopinto che si ricomponeva come un mosaico all’insegna del buon gusto e dello stile.

Nell’adiacente Riviera di Chiaia, in un piccolo negozio di 20 metri quadri, 

c’era, e c’è ancora con il nipote, un signore ossequioso, 

gentile, affabile, con abito rigato e panciotto,


che dal cassetto del suo mobile in mogano tirava fuori gli “Square”, i tagli con i quali faceva scegliere le cravatte da confezionare su misura ai suoi clienti. Il negozio, Eugenio Marinella, era anche salotto ed occasione di piacevole passatempo per scegliere impermeabili Burberry, cappelli Lock, pullover Coxmoore e profumi Floris, tutti articoli inglesi che il figlio Gino, allora ragazzo di bottega, andava a scegliere personalmente a Londra. 

 

Nella vicina Via Filangieri imperava Bebè Rubinacci, con la sua London House, un negozio di raffinata eleganza col parquet di legno e le vetrine incorniciate di nero, dov’era possibile acquistare altri prodotti inglesi, articoli di Hermès, cravatte regimental, farsi confezionare abiti dal mitico Vincenzo Attolini e camicie rifinite a mano dalla signora Buonamassa.

Tutti capi che Bebè misurava, plasmava, aggiustava con la sua supervisione 

stilistica, per poi farli confezionare a questi artigiani a suo nome 

per clienti come Giovanni Ansaldo, Vittorio De Sica, 

Curzio Malaparte, Eduardo de Filippo 

o il principe Umberto di Savoia.

Attolini lavorava anche in proprio nella sartoria adiacente al Cinema Delle Palme e cuciva vestiti per nobili e meno nobili. Una volta fu chiamato dall’industriale tedesco Sachs von Opel, proprietario dell’omonima fabbrica di automobili, che l’ospitò nella sua villa in Costa Azzurra con tutta la sua équipe per 30 giorni, per farsi confezionare 40 vestiti, mentre un noto aristocratico si faceva cucire in continuazione nuovi capi affermando che una volta morto Attolini non sarebbe rimasto nessuno in grado di fargli quegli abiti così eleganti. 

 

La signora Buonamassa riceveva nel suo atelier in un palazzo tra Via Vittoria Colonna e Parco Margherita, a ridosso delle scale, rigorosamente per appuntamento, e l’attesa per le camicie era di qualche mese, se tutto andava bene, ma i clienti aspettavano pazienti per avere quelle camicie con i giri delle maniche ribattuti a mano ed i bottoni alti di madreperla.

I luoghi deputati per lo show e gli incontri sociali, oltre a Piazza dei Martiri, 

erano Via dei Mille, Piazza Santa Caterina da Siena, Via Carducci 

e Piazza Amedeo. Lì sfoggiavano eleganza e stile 

i rampolli delle buone famiglie e gli stessi genitori.


Per le donne c’erano l’atelier della De Finizio al numero 40 di Via dei Mille, nel palazzo con la palma al centro del cortile, e la modista Ninetta la Magna con i suoi favolosi cappelli su misura, che primeggiavano tra le tante sartorie che vestivano, in tempi precedenti al prêt-à-porter, le signore della “Napoli bene”. 

 

Nel corso degli anni l’antica tradizione del buon gusto continua, la maison Eugenio Marinella ha ampliato il negozio della Riviera di Chiaia con un appartamento nello stesso palazzo, ha poi aperto sedi a Londra, Roma, Milano e Tokyo e distribuisce le sue cravatte insieme a tanti altri articoli originali in tutto il mondo. Sono passati dalla sua sede il presidente Clinton, Enrico de Nicola, Francesco Cossiga, Pietro Barilla, il principe Carlo d’Inghilterra e tanti altri personaggi famosi.

Ai suoi tempi Gino, il figlio di Eugenio, si recava qualche giorno prima di Natale 

a Milano con un campionario di cravatte e lì, in un albergo del centro, 

incontrava Barilla ed altri facoltosi compratori che gli ordinavano 

centinaia di cravatte da regalare ad amici e clienti 

per l’imminente festività.


Il nipote Maurizio, ora alle redini dell’impresa, disegna una vasta serie di prodotti: foulards, borse, pochettes, tutti rigorosamente all’insegna dello stile e del buon gusto.

Anche Rubinacci ha messo piede a Londra:


Mariano, che ha ereditato la London House del padre, ha trasferito la sua eleganza di moda inglese nella capitale britannica e gestisce il negozio insieme al figlio Luca. Lui, napoletano, veste gli inglesi alla moda napoletana. 

 

Ed il mitico sarto Attolini ha lasciato una forte eredità: 

i nipoti, figli di Cesare Attolini, gestiscono un’importante 

fabbrica di abiti sartoriali che vendono in tutto il mondo, 

nelle boutiques raffinate di Miami, Mosca, New York, esportando la raffinatezza di un abito su taglia o su misura rifinito del tutto artigianalmente secondo l’antica tradizione sartoriale napoletana.

A Napoli, l’eleganza si perpetua e fa scuola il “Made in Naples” 

e non il Made in England in un mondo esclusivo 

che chiede sempre più raffinatezza,


dove l’eleganza, lo stile, la manualità artigianale è considerata un’autentica opera d’arte, a testimonianza di quella creatività unica che contraddistingue la città in tutti i campi.

 

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Conoscenza, Innovazione e Impresa: una prospettiva per Napoli di Antonio Lopes – Speciale Napoli – Aprile maggio 2022 Ed. Maurizio Conte

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CONOSCENZA, INNOVAZIONE E IMPRESA: UNA PROSPETTIVA PER NAPOLI 

 

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è stata interessata dal declino di interi comparti produttivi (soprattutto nei settori di base quali siderurgia, chimica, ecc.) che ha inaugurato la stagione della dismissione e, conseguentemente, della formazione di quelli che i geografi chiamano “vuoti urbani”. Infatti, il ridimensionamento delle attività produttive e le politiche di delocalizzazione e decentramento produttivo hanno stravolto gli assetti territoriali, per l’abbandono di molte aree un tempo occupate da imprese che, in molti casi, sono rimasti inutilizzate.

Tuttavia, questo processo non ha interessato solo le strutture industriali, 

ma anche numerosi complessi del terziario che hanno visto perdere 

progressivamente la propria funzionalità per la ridistribuzione 

nello spazio urbano di molte attività economiche.


Tutto ciò è avvenuto in contesto di un’economia di per sé debole; in particolare, ad essere interessate da questi fenomeni, sono state soprattutto le periferie orientale e occidentale di Napoli le quali, sin dall’età borbonica, per le favorevoli condizioni territoriali – morfologiche e di accessibilità – hanno rappresentato le aree preferenziali per la localizzazione di impianti industriali che, nei decenni successivi, sono state affiancate da molti altri stabilimenti di diversi comparti produttivi progressivamente dismessi. In assenza di una pianificazione illuminata ed innovativa, queste aree hanno finito col trasformarsi in spazi degradati, avulsi dai loro contesti territoriali, abbandonati e motivo di rischio per l’uomo e per l’ambiente

Al vuoto ed al degrado occorre reagire e, sebbene in modo stentato e talvolta contraddittorio, si sta faticosamente facendo strada la tendenza a considerare strategico, per il recupero di queste aree, puntare su settori produttivi 

caratterizzati da un maggiore contenuto di conoscenza. 

 

In altri termini, l’innovazione scientifica e tecnologica assume rilievo cruciale, così come la capacità delle imprese più dinamiche ed innovative di inserirsi in un contesto territoriale favorevole, caratterizzato dalla presenza di centri di ricerca ed università. 

 

In questa dimensione si rivalutano anche le città nelle scelte di insediamento delle imprese e si accentuano i processi di concentrazione dell’attività economica anche all’interno delle stesse regioni. Nel 2025, secondo una ricerca McKinsey, in 600 città globali il 66% della popolazione del mondo produrrà due terzi del Pil mondiale e la competizione vedrà sempre più coinvolte le grandi aree metropolitane ricche di connessioni.

Una certa narrazione vede in Napoli la città del Teatro, della Musica e delle bellezze naturali, si dimentica però che il capoluogo campano è sede della più antica università pubblica d’Europa istituita dall’Imperatore Federico II nel 1224 e che vanta una prestigiosissima tradizione nel campo della ricerca scientifica, si pensi soltanto all’istituzione della prima cattedra di genetica in Italia.


La presenza di un forte polo universitario – ben cinque atenei – in campo scientifico è condizione necessaria per consentire anche la nascita ed il rafforzamento di imprese ad alta tecnologia.

 

In questi ultimi anni si possono segnalare varie iniziative

che vedono il coinvolgimento – faticoso – di soggetti pubblici e privati che si muovono in questa direzione tanto nella periferia ovest che in quella ad est della città partenopea. Sul versante occidentale, nel quartiere di Bagnoli, ai margini dell’area ex-industriale dell’Italsider, due consorzi di imprese sono impegnati nella realizzazione di un Polo Tecnologico per ospitare uffici e laboratori di ricerca e sviluppo, sia per le proprie aziende, sia per le altre che gradualmente vorranno insediarsi in un comprensorio con grandi potenzialità.

 

Si prevede di costruire Laboratori ed uffici per ospitare fino a 3000 tecnici e ricercatori. Oltre ad uffici e laboratori sono previsti parcheggi interrati ed esterni, ampi spazi verdi ed aree per ospitare eventi, show-room, sale riunioni, servizi di ristorazione, commerciali, ricettivi e per la logistica.

 

La realizzazione di un luogo fisico per aggregare le competenze risulta strategico e consentirà di sviluppare collaborazioni tra le imprese e con enti di ricerca. La condivisione delle conoscenze e delle esperienze realizzative sarà caratterizzata da un elevato livello di innovazione già con gli impianti previsti con la costruzione del Polo Tecnologico. 

 

Con più di 30 imprese ed enti di ricerca, il progetto si presenta con un rilevante programma di investimenti che si svilupperà costituendo un aggregato di personale con alta qualificazione professionale. Il Polo accoglierà centinaia di persone anche dall’estero, che troveranno a Bagnoli uno spazio dove lavorare, soggiornare e trascorrere il tempo libero tra le tante attività ricreative disponibili. Verrà a crearsi così un indotto economico e sociale con ricadute positive sull’intero territorio circostante.

Nel Polo Tecnologico saranno applicate le migliori tecnologie e realizzati servizi innovativi, alcuni in forma sperimentale ed altri già industrializzati,


che potranno essere mostrati e valutati fisicamente, come una grande show-area con possibili ed auspicate estensioni nella circostante e riqualificata area ex-industriale di Bagnoli. 

 

L’intero progetto, come si diceva, nasce dalla collaborazione di due consorzi di aziende, chiamati rispettivamente Polo Tecnologico Ambiente (PTA) e Polo Tecnologico di Bagnoli (PTBagnoli). Questi consorzi riuniscono numerose aziende attive nel campo dell’innovazione, decise a valorizzare insieme il territorio locale attraverso l’eccellenza che dimostrano nelle più avanzate tecnologie. Tra queste Bit4id, Gematica, Graded, IBI, IDI, IPmotive, Itatech, Protom, Sea Costruzioni, e molte altre.

 

Le competenze delle imprese del Polo Tecnologico sono 

di assoluto valore anche a livello internazionale

 

ed includono, tra l’altro: Valutazione e riduzione dell’impatto dei rischi ambientali da cause naturali e antropiche, Sistemi e servizi di sicurezza informatica, Smart-City: gestione ambiente e infrastrutture, Bonifica di siti contaminati, Tecnologie e materiali ecocompatibili, Energie alternative e gestione integrata dei rifiuti. 

 

Ogni azienda darà vita ad un centro di eccellenza tecnologica, detto anche “TEC – Tecnology Excellence Center”, in cui portare avanti le proprie attività di ricerca applicata e sviluppo. La presenza di tante diverse realtà all’interno del Polo Tecnologico porterà ad un fruttuoso scambio di competenze e know-how. 

 

Il Polo Tecnologico avrà un ruolo fondamentale nei processi di sviluppo economico e sociale del territorio.

 

Per raggiungere questo importante obiettivo si ispira all’eccellenza già raggiunta 

a livello locale in tre diversi ambiti, dove tutti i fattori cooperano, 

si influenzano e si arricchiscono vicendevolmente.


A Napoli Est si annovera già la presenza di importanti multinazionali quali la Apple, Cisco, Deloitte, Merck, Accenture, IBM, NTT Data, che operano in collaborazione con le università Federico II e Parthenope in percorsi di formazione ed Academy per giovani e laureati. In particolare, il Digital Innovation Hub promosso da Confindustria opera per facilitare le relazioni tra Industrie, Centri di Ricerca ed altri attori istituzionali. Il Polo Tecnologico di Bagnoli offrirà nuovi spazi per ampliare le presenze qualificate nell’area di Napoli con nuovi centri di eccellenza tecnologica.

 

Tutto questo si inserisce in un territorio rinomato in tutto il mondo per la sua varietà 

e per la sua ricchezza, ed il patrimonio ambientale, culturale e monumentale 

di Napoli e dell’intera regione non smette mai di stupire.

Oltre ad essere una continua fonte di ispirazione, la bellezza del territorio è un solido pilastro dell’economia locale che può fungere anche da attrattore turistico. 

 

Spostiamoci ora verso la periferia orientale, dove è stato inaugurato, nel Polo Tecnologico Aerospaziale di via Gianturco a Napoli, il laboratorio “Fabbrica dell’Innovazione” per le attività di ricerca in condizioni di microgravità: una struttura di oltre 1000 mq. E’ stato sottoscritto il contratto tra l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e la società Ali (Aerospace Laboratory for Innovative Components) per la realizzazione di due Space Box contenenti altrettanti esperimenti di life science che saranno inviati sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Gli Space Box sono laboratori miniaturizzati realizzati dalla società Ali e già qualificati per le attività nello Spazio lo scorso agosto 2021 che consentiranno la totale automatizzazione degli esperimenti.

 

All’interno del Polo tecnologico Aerospaziale è stato sviluppato 

il progetto READI-FP, finanziato dalla Regione Campania,

 

che nell’ultimo anno ha conseguito risultati davvero significativi con la certificazione del Mini Lab, strumento innovativo per “incubare” esperimenti al servizio della ricerca aerospaziale. 

 

Una fabbrica dell’innovazione in una struttura che in passato ha ospitato una grande fabbrica metalmeccanica, la Mecfond, segna una continuità che è paradigmatica delle potenzialità che questa storica area della città può ancora esprimere al servizio della rinascita di Napoli.

 

Va anche detto che l’apertura dei nuovi spazi della Fabbrica dell’Innovazione costituiscono un ulteriore elemento di rafforzamento 

del Distretto Aerospaziale della Campania.

Quest’ultimo rappresenta ormai una realtà consolidata che si occupa della cura e gestione delle collaborazioni e dello scambio di know-how in ambito internazionale, nonché della promozione di partnership tra mondo imprenditoriale, istituzioni, università e centri di ricerca che favoriscano processi di cross-fertilization a supporto della creazione di nuove tecnologie, della loro diffusione e del loro trasferimento nel settore aerospaziale.

 

Il modello del distretto si è rivelato a 10 anni dalla sua costituzione una struttura efficiente poiché supera la logica della relazione occasionale tra il mondo della ricerca ed il mondo delle imprese e favorisce una relazione costante fatta di sinergie per condividere le visioni di medio e lungo termine. In Campania siamo forti più nel settore della ricerca che in quello industriale.

 

Tra i nuovi progetti vanno segnalati la Urban Air Mobility, cioè la possibilità 

di alleggerire il traffico e contrastare l’inquinamento

 

mettendo a disposizione degli aerotaxi che si muoveranno ad esempio tra gli aeroporti principali della Campania, come Capodichino e Pontecagnano, raggiungendo le mete senza intasare il traffico della città. Vi è poi il forte contributo alla svolta green nella ricerca della limitazione dell’inquinamento, soprattutto quello acustico, non solo le emissioni di carbonio, utilizzando materiali e processi di lavorazione riciclabili che richiedano poca energia. 

 

In Campania la Tecnam ha avanzato un progetto di un aereo a propulsione elettrica, ma c’è anche grande interesse per il volo ipersonico, che coprirebbe la tratta Napoli – New York in un’ora e mezza.

 

Il distretto costituisce un luogo di discussione e di condivisione 

che produce conoscenza di elevato impatto.


Purtroppo una parte troppo piccola di questa conoscenza si trasforma in innovazione a favore delle imprese e genera lavoro in maniera ampia a causa della ridotta dimensione delle imprese potenziali destinatarie. Si ritorna così al punto da cui si era partiti: la conoscenza è condizione necessaria per la crescita aziendale, ma non è sufficiente se non è integrata da un intervento pubblico efficiente e da una politica industriale attenta alle ragioni dello sviluppo di un territorio dalle notevoli potenzialità.

 

 

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NORD-SUD: MOBILITA’ E SVILUPPO UNA NUOVA OCCASIONE PER IL MEZZOGIORNO di Agostino Picicco – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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NORD-SUD: MOBILITÀ E SVILUPPO UNA NUOVA OCCASIONE PER IL MEZZOGIORNO

 

si potrebbe sintetizzare così il dibattito sul mondo del lavoro, che spesso porta alla ribalta della cronaca il nostro Sud, sintetizzabile nello slogan: “il problema in Italia non è quello di portare i lavoratori al Nord, ma il lavoro al Sud”.

A questo proposito varie sono state le chiavi di lettura offerte sulla mobilità geografica dei lavoratori in Italia. Per certi versi

 

è auspicabile una maggiore mobilità al fine di mitigare 

gli impatti della mancanza di occupazione,

 

azzerando i precari lavori in nero, e di accrescere la professionalità e la competenza tecnica e tecnologica. In questo senso gli strumenti della flessibilità contrattuale (al primo posto il lavoro interinale) stanno svolgendo un ruolo promozionale non indifferente. Pur se il Nord è avvantaggiato nell’impiegare tale manodopera per la vicinanza ai grandi mercati europei e per le maggiori infrastrutture di cui è dotato, non si può sottacere che a lungo andare massicce e persistenti migrazioni interne indebolirebbero le regioni povere, contrastandone le dinamiche di sviluppo. Infatti si priverebbe il Sud di capitale umano qualificato composto da tecnici e possibili imprenditori.

Ritornano con profetica drammaticità le parole del meridionalista molfettese 

Gaetano Salvemini, secondo cui “la ricchezza del Nord 

è sostanzialmente prodotta dalla miseria del Sud”.


Occorre tener presente anche lo scenario delle soluzioni alternative costituite dall’impiego – per le lavorazioni meno qualificate – di una manodopera d’immigrazione con miti pretese in termini di salari e di diritti, e dal trasferimento di attività produttive nei paesi dell’Est. A questo proposito sembra doveroso far riferimento alle indicazioni e alle politiche dell’Unione Europea. Proprio qui è stato delineato – e ratificato anche in documenti ufficiali – un interesse collettivo ad un assetto economico-territoriale più bilanciato. Infatti

 

la questione territoriale viene indicata come la questione chiave 

dello sviluppo economico italiano.

 

Il forte squilibrio infatti non giova alle aree deboli, ma può diventare costoso e pericoloso per le aree forti, accrescendo i costi di congestione, aumentando squilibri interni, impoverendo la qualità della vita.
Per affrontare la questione territoriale dello sviluppo italiano occorre considerare uno sviluppo territorialmente più equilibrato e un interesse collettivo dell’intero Paese.
Non si tratta di rimettere in moto un’ondata migratoria come quella degli anni Cinquanta ingigantita dal passaggio dell’Italia da un’economia agricola a quella industriale. Del resto 

 

non esistono i presupposti perché si verifichi un tale fenomeno 

di spostamento di massa dal Sud al Nord.


Infatti non si può non tacere una certa renitenza dei disoccupati meridionali a lasciare i propri paesi a causa di convenienze consolidate. Il Mezzogiorno oggi non è più costituito da persone disposte a far fagotto per terre lontane con l’unica pretesa di sfamarsi. Oggi, in un’economia familiare di sussistenza, i giovani disoccupati sono spesso in grado di studiare e di sopravvivere.

 

Il Nord non appare più un miraggio seducente, ma realisticamente è considerato 

un luogo che, se da un lato offre lavoro, dall’altro si riprende 

quanto ha dato con canoni d’affitto e costi di vita elevati.


Risolvere questo problema è arduo. I buoni per la casa o le defiscalizzazioni mirate sono incentivi positivi per tradurre l’attuale fabbisogno di manodopera del Nord in un’opportunità per l’intero Paese. 

Occorre che, soprattutto i giovani, non perdano questa occasione, oltre all’opportunità di dimostrare quanto siano seri e volenterosi, tanto da far venire voglia a qualche imprenditore del Nord di intraprendere nuove attività nel Mezzogiorno. Del resto sono proprio le esperienze lavorative che accrescono il peso contrattuale verso le imprese nonché la futura “occupabilità” sul mercato del lavoro. Forse proprio nella terra d’origine, per un’emigrazione di ritorno che sia produttiva per tutti. 

 

 

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MATERA DALLA GROTTA AL BED AND BREAKFAST di Pietro Dell’Aquila – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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con la fine del 2019 e appena in tempo prima dello slittamento nell’annus horribilis della pandemia da Covid-19, l’ex borgo rurale trasformatosi in primo polo del terziario meridionale, più o meno avanzato, a trazione turistica si trova a fare i conti con un incerto avvenire. 

Dal rapporto della Banca d’Italia n.17 del giugno 2019 sull’economia regionale lucana risulta che

 

per l’evento le presenze nazionali e internazionali nella città si sono quintuplicate:

 

attestandosi a oltre 124.000 unità provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Francia e più di 320.000 dalle altre regioni italiane come la Lombardia, il Piemonte e il Lazio. Senza contare quelle arrivate dalle zone limitrofe come la Puglia, la Campania e l’interland regionale che, non avvalendosi di pernottamenti, sono di più difficile apprezzamento. Si calcola che le presenze negli esercizi alberghieri si sono triplicate e nelle strutture extra alberghiere sono aumentate a dismisura. L’incremento dei posti letto è salito del 90%. Per non dire del volume d’affari di ristoranti, trattorie e degli altri locali di ristorazione. Ovviamente il mercato edilizio, l’andamento dei prezzi al consumo e in generale il costo della vita hanno avuto una forte impennata.  

 

Rifuggendo il ruolo di succursali dell’Ente Turismo, non vale la pena soffermarsi sulle qualità attrattive del sito, peraltro ampiamente promosse dalla televisione con feste di Capodanno, sceneggiati e documentari, nonché da riviste patinate e ogni genere di altri mezzi pubblicitari, ma piuttosto

 

pare opportuno avviare una riflessione sugli esiti 

di quest’operazione di marketing territoriale 

 

ripercorrendo, sia pure sinteticamente, le tappe della trasformazione del sito materano.  

 

É appena il caso di ricordare che quest’abitato affonda le proprie radici, al pari di Petra, nel lontano Paleolitico, come risulta dalle emergenze archeologiche ritrovate, raccolte e conservate da uomini illustri come Domenico Ridola, cui è intitolato il Museo cittadino.

Per secoli un popolo di pastori e di agricoltori ha vissuto in grotte traforate, 

scolpite e scavate nel tufo di entrambi i lati dei declivi della Gravina 

e realizzato cunicoli, cisterne, chiese, ambienti ed elaborati 

complessi sotterranei, convivendo in simbiosi 

con gli animali domestici, silenti supporti 

della loro fatica.

 

Così il borgo risulta un aggregato di grotte, con andamento verticale, risalente lungo gironi degradanti sui bordi scoscesi del canion del torrente dove la comunità si ritrovava in “vicinati”; un modello esemplare di organizzazione sociale con rapporti a volte aspri e, forse, più spesso solidali per far fronte alle difficoltà dell’esistenza.   

 

Come scrive l’architetto e urbanista Americo Restucci nel suo libro “Matera, i Sassi”,

 

la Cattedrale dovette essere la prima costruzione in stile romanico pugliese 

eretta sullo sperone più alto del sito che divide il Sasso Caveoso da quello Barisano. Solamente più tardi, agli inizi del ‘500, il Conte Giovan Carlo Tramontano, sulla collina di Lapillo al confine della Civita che si andava formando lungo il bordo 

del promontorio e sulle rovine di una precedente struttura normanna, avviò la costruzione di un Castello con due torri che ancora porta il suo nome.


Il feudatario era stato fatto Conte di Matera da Ferdinando II nel 1496, nonostante la promessa fatta da quest’ultimo al popolo di lasciarlo libero avendone ricevuto la somma del riscatto. Il Tramontano si rese inviso ai materani per le imposte che pretendeva di riscuotere, per i suoi debiti e per i lavori della costruzione, tanto da indurli a una cospirazione che sfociò nel suo omicidio il 29 dicembre 1514 all’uscita dalla Cattedrale e in una viuzza adiacente che da allora prese il significativo nome di Via del Riscatto. Un altro episodio di sangue si consumò a Matera l’8 agosto del 1860, tra i primi della reazione antiunitaria sfociata nel brigantaggio lucano, quando una folla inferocita uccise il patrizio Conte Gattini a colpi di falce, insieme al suo segretario Francesco Laurent, ritenuto usurpatore dei demani.

 

Nel 1700 erano stati i fratelli Duni – il padre Francesco era stato Direttore 

della Cappella Musicale della Madonna della Bruna per oltre 

un quarantennio – ad illustrare coi loro talenti,

 

di giurista Emanuele e di musicista Egidio Romualdo, la cittadina. In particolare, come hanno messo in luce Giovanni Caserta che ne ha ricostruito la biografia e Luigi Pentasuglia che ha ritrovato, pubblicato e musicato sonetti e sinfonie, Egidio Romualdo Duni riportò prima in Francia e poi in Inghilterra i frutti della sua geniale capacità artistica. 

Ed è in questo periodo, tra il XVII e il XVIII secolo, che con il declino economico del modello agro-pastorale si va strutturando l’attuale Centro Storico con le espansioni sul piano a ridosso dei Sassi. Le costruzioni amplieranno il confine dell’abitato tra il XIX e il XX secolo.  

 

Il Fascismo lasciò la propria magniloquente impronta architettonica sui palazzi del Corso e nei casermoni delle case popolari. Nel 1926, con un semplice telegramma, il Duce elevò la cittadina al rango di Provincia ma il regime dovette rimanere sostanzialmente estraneo al mondo contadino mentre coinvolse più da vicino le classi impiegatizie. Fatto sta che il 21 settembre 1943, in seguito ad un alterco tra militari italiani e tedeschi, a Matera, prima città in Italia, si ebbe l’avvio degli scontri per la cacciata dei nazifascisti con un eccidio di 26 persone di cui 18 civili.

Com’è noto il primo scopritore della particolare identità di Matera, 

nella sua dolente bellezza, fu Carlo Levi 


che la visitò durante il suo periodo di confino nel 1936 e che la fece conoscere al mondo nelle pagine del 
Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945: 

“Arrivai ad una strada che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… Di faccia c’era un monte pelato e brullo, di un brutto color grigiastro, senza segno di coltivazioni né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo… un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca ed impaludata tra i sassi del greto…

 

La forma di quel burrone era strana: come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso da un apice comune, 

dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca: S.Maria de Idris, 

che pareva ficcata nella terra. 

 

Questi coni rovesciati, questi imbuti si chiamano Sassi, Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola immaginavo l’inferno di Dante… La stradetta strettissima passava sui tetti delle case, se quelle così si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone… Le strade sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelli di sotto… Le porte erano aperte per il caldo, Io guardavo passando: e vedevo l’interno delle grottesche non prendono altra luce ed aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall’alto, attraverso botole e scalette.”

 

Fu, forse, per questo che Togliatti volle andarvi nel 1948 e, preso atto delle condizioni di estrema miseria in cui versavano gli abitanti di quelle grotte, ne parlò come di una “vergogna nazionale” cui occorreva porre rimedio 

nel più breve tempo possibile.


Due anni dopo, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi arrivò a Matera, accompagnato dal giovane sottosegretario Emilio Colombo, il 23 luglio 1950. Altrettanto colpito dal disagio degli abitanti dei Sassi incaricò Colombo di approntare una Legge per risolvere il problema. Sarebbe poi tornato nel 1953, dopo il varo della Legge n.619 del 1952, per inaugurare il Borgo La Martella e consegnare le prime case agli sfrattati de Sassi, assicurando che “Lo Stato assume a suo carico la spesa per il risanamento dei quartieri Sasso Caveoso e Sasso Barisano dell’abitato di Matera e per la costruzione di case popolari particolarmente adatte per contadini, operai ed artigiani, in sostituzione di quelle attualmente esistenti in detti quartieri che saranno dichiarate inabitabili ed abbattute”.  

 

La presenza delle autorità sarà immortalata da Domenico Notarangelo in una sequenza d’immagini di grande impatto emotivo. È in questo momento che la grave questione sociale a Matera si tramuta da problema delle campagne in questione urbana e che,

per la strana e inspiegabile determinazione del caso, incontra da una parte 

il tentativo olivettiano di verificare in un contesto agricolo il modello  urbanistico sperimentato a Ivrea in ambito industriale e dall’altra 

la politica di sviluppo edilizio propugnata da Fanfani col Piano Casa 

(Legge del 29 febbraio 1949) utilizzando i fondi del Piano Marshall.


Di Olivetti a Matera e della costruzione del villaggio La Martella ha già detto Tommaso Russo nel n.14 di questa Rivista, per cui qui vale di più ricordare lo studio promosso dall’UNRRA – Casas che si protrasse dal 1951 al 1955, impegnando un qualificato gruppo di specialisti (Musatti, Friedmann, Isnardi, Nitti, Tentori, Gorio, Quaroni, Mazzarone, Orlando, De Rita, Marselli e Bracco) coadiuvati da valenti studiosi locali che daranno poi vita al Circolo “La Scaletta” e alla battagliera Rivista “Basilicata”. Le risultanze del lavoro, ora raccolte nel volume Matera 55, portarono all’ipotesi di distinguere l’agglomerato dei Sassi in una triplice categoria: una da sfollare per l’impossibilità d’interventi migliorativi, una recuperabile e una di qualità a ridosso della Città Nuova.

 

La proposta, che tendeva a un recupero graduale della zona evitando 

lo svuotamento, presentata a Emilio Colombo, non fu presa in considerazione 

per la volontà politica di procedere allo sfollamento totale, che fu attuato 

con lo spostamento di oltre 17.000 persone, per venire incontro 

ai drammatici bisogni occupazionali di quegli anni. 

 

C’è da aggiungere che nello stesso periodo era stato chiamato a redigere il Piano Regolatore della città Luigi Piccinato, che operò per la sistemazione delle abitazioni e dei servizi del Borgo Venusio e del Quartiere Serra Venerdì tra il 1951 e il 1954. Lo svuotamento dei Sassi che ne seguì ebbe però come risvolto l’abbandono al degrado di tutto l’agglomerato, attivando il dibattito culturale e l’azione amministrativa del successivo ventennio.  

 

A riaccendere l’interesse per la questione, nel 1970, la Giunta DC-PSI affidò incarico al Gruppo “Il Politecnico” diretto dal sociologo Aldo Musacchio di redigere un “Rapporto socio economico” connesso alla variante generale del piano regolatore che fu adottato nel corso del mandato amministrativo anche in relazione alla Legge 1043 del 15.12.1971 che, di fatto, superava i limiti della precedente L.126 del 1967. Per Musacchio, reduce dall’elaborazione del Piano Regolatore di Tricarico, in netta contrapposizione con le valutazioni estetizzanti della borghesia materana post-sessantottina che tentava di rivalutare l’agglomerato come reperto di una più recente archeologia urbana esaltandone “il fascino del degrado”,

 

i Sassi erano “la testimonianza del dolore del mondo” e il più grande 

monumento che la cultura contadina aveva saputo realizzare 

per raccontare la propria condizione.


Da ciò la necessità di un loro recupero in funzione produttiva riattandoli e riutilizzandoli come laboratori artigianali, locali commerciali e sedi di funzioni pubbliche. Nonostante la dichiarata e sostanziale impostazione di sinistra, il Rapporto incontrò forti ostilità fino all’accusa di “colonizzazione” dell’impianto e della proposta. Va da se che l’immeritata accoglienza del documento, unitamente alla contrapposizione col governo regionale, che gli aveva affidato il compito di redigere il Piano di Sviluppo nascondendogli le trattative in corso per l’insediamento della Liquichimica nel metapontino, amareggiò profondamente Musacchio che abbandonò la Basilicata per non farvi più ritorno.     

 

Nonostante il Concorso Internazionale del 1976, cinque piani di recupero approvati dal Comune agli inizi degli anni ottanta, cinque leggi speciali, tra cui la 771 del 1986 per la conservazione e il recupero dei Sassi di Matera,

 

la “questione Sassi” era destinata a durare nel tempo accentuando 

il degrado delle parti più antiche e più a rischio. 

 

Intanto la Città nuova viveva di edilizia e di complessi apparati burocratici che ne legittimavano la nomea di “città assistita”.

 

Soltanto negli anni novanta, per merito dell’architetto Pietro Laureano, 

la città ottenne l’iscrizione nella lista del “patrimonio dell’Umanità” 

da parte dell’UNESCO e, a seguire, la candidatura e il riconoscimento 

di Capitale della Cultura per l’anno 2019.


E ora quale futuro per questo capoluogo in un mondo senza più contadini, senza industrie dopo il crac della costruzione dei salotti e dei mobili, con strutture turistiche in disarmo o comunque in forte contrazione, esaurito l’exploit dell’afflusso del 2019, e senza più giovani che ormai emigrano per cercare altrove una risposta ai loro problemi?  

 

A volte passeggiando davanti alla sede di Palazzo Lanfranchi mi pare di rivedere la figura dello scomparso pittore Luigi Guerricchio, che più di ogni altro ha saputo comprendere e rappresentare lo spirito della sua città e della sua gente, mentre appoggiato al portone, antistante il suo laboratorio, con il suo sguardo sornione di persona scanzonata e buona, sembra riflettere sui destini di questo luogo di ragionieri che, come usava dire con grazia ironica, compravano i suoi quadri, veri capolavori dell’arte italiana, per nascondere il buco dei contatori nelle loro case. 

 

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 Foto di Giuseppe Soldo 

ghirigoro economia

matera, dalla grotta al bed and breakfast

 

 

NAPOLI VIA DEI GUANTAI NUOVI di Stefania Conti – Numero 19 – Dicenbre 2020 – Gennaio 2021

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napoli. via dei guantai nuovi

 

arriva a Parigi nel 1625, gli viene sottratta la lettera di presentazione per arruolarsi tra le Guardie del Re da tale con il quale si era battuto a duello.

L’intimazione al duello avveniva sfiorando la guancia dello sfidato con un guanto. 

Quel guanto, con ogni probabilità, era italiano


Anzi, napoletano. In tutta Europa, ma soprattutto in Francia, nel Seicento i guanti erano un accessorio indispensabile per la moda sia per gli uomini che per le donne, e non solo: erano adoperati dalle Guardie del Re, incarico al quale, appunto, d’Artagnan aspirava. 

L’arte della fabbricazione dei guanti a Napoli è antica. Già nel 1600 quelli di pelle arrivavano nelle maggiori corti europee


e così è stato nei secoli successivi, fino agli anni Sessanta del Novecento. Furono i Borbone a voler incentivare la produzione artigianale locale, in particolare quella dell’alta sartoria: dalle raffinatissime sete di San Leucio, la cui fabbrica, voluta da Ferdinando IV, oggi è patrimonio dell’Unesco, per arrivare, con il passare dei secoli, alle pregiatissime cravatte, alle camicie, ai completi da uomo di sapiente taglio. I Borbone fecero diventare la capitale partenopea “capitale della moda”.  E in questo empireo di bellezza c’erano (e ci sono tuttora, anche se in misura estremamente ridotta rispetto al passato) anche i guanti.

Il segreto era nei dettagli, eseguiti con minuziosità e fantasia,


che riuscirono a togliere il primato in tale manifattura alla Francia, fino al 1700 faro cui si guardava per essere à la page.   

 

Le prime botteghe nacquero in una strada che ancora oggi si chiama Via dei Guantai Nuovi (“nuovi” perché ai guantai era già stata intitolata una strada, distrutta però nella Seconda Guerra Mondiale), nel quartiere Sanità, noto per aver dato i natali a Totò.

Nel 1800 vi lavoravano intere famiglie che tagliavano, cucivano, ricamavano la pelle che poi veniva trasformata in guanti ed esportata in tutto il mondo.


A loro volta, queste famiglie davano lavoro anche ad altre persone di quel quartiere o di quelli limitrofi, familiari o conoscenti, e così andava avanti una vera e propria economia di scala. Perché la guanteria aveva anche un ruolo, per così dire, sociale. La miseria era veramente nera e avere un mestiere, anzi, essere abili in un mestiere era una garanzia per tutta la famiglia, anche allargata.  

 

L’arte guantaia riuscì a resistere anche all’arrivo dei Savoia. Le industrie del Regno delle Due Sicilie si trovavano, subito dopo l’Unità d’Italia, in grande difficoltà. L’immediato abbattimento delle barriere doganali messe in atto dal governo borbonico per proteggerle “fu peggiore di un terremoto per quanti erano coinvolti nelle varie attività industriali” (Gustavo Rinaldi, Il Regno delle Due Sicilie: tutta la verità). Ma i guanti no: piacevano anche ai piemontesi. Tanto che

fino al 1930 si contavano ancora ben 25.000 guantai. E negli anni Sessanta 

del secolo scorso un’intera fetta di economia campana viveva della pregiata manifattura: il 90 per cento dell’esportazione italiana dei guanti 

veniva da Napoli. 


Ad abbattere l’attività dei maestri artigiani fu il boom economico. L’Italia si industrializza, le produzioni arrivano in serie, realizzate dalle catene di montaggio, il prezzo si abbassa. Si abbassa ancora di più quando, negli anni Novanta, sul mercato arrivano i cinesi, rendendo praticamente impossibile reggere la concorrenza. E un’arte così pregiata comincia a morire. 

 

Ma non del tutto.

A Napoli ci sono ancora dei guantai.


Non sono molti, ma per resistere alla globalizzazione hanno preso una saggia decisione: specializzarsi nell’altissima gamma della moda, riproponendo lusso, raffinatezza e capacità. Sono napoletani, tanto per fare un esempio, i guanti utilizzati nel famosissimo film Titanic. Sono napoletani molti dei guanti dei più costosi marchi di moda che vediamo nelle vetrine di Parigi o New York.

  

Ancora oggi non c’è nemmeno un passaggio automatizzato


ed il mestiere si tramanda di padre in figlio, perché tutta la famiglia è ancora impegnata in questa preziosa lavorazione. C’è chi pensa al modello, chi lo lavora, chi lo cuce, chi lo rifinisce e chi lo taglia.   

 

Il guanto napoletano nasce dopo ben 25 passaggi, tutti fatti a mano con l’aiuto di macchine da cucire, quasi sempre le vecchie Singer della nonna (c’è una piccola azienda partenopea che è in perenne contatto con una ditta tedesca per la manutenzione della vetusta signora). Le pelli sono scelte con perizia perlopiù dal capofamiglia (o da chi dovrà prenderne le veci) e devono essere pregiatissime e morbidissime. La tintura viene fatta seguendo le regole stabilite dalla normativa internazionale sul controllo della qualità. Il taglio deve essere accuratissimo, perché solo se è ottimo esso garantisce la valorizzazione al meglio del pellame.

Ogni fase richiede controlli di qualità continui, con l’occhio attento 

di chi ha imparato il mestiere da bambino e la capacità 

di sentire al tatto anche la più piccola imperfezione. 


E questa capacità si ottiene solo dopo aver maneggiato pelli per decine di anni.  Anche per tale motivo, oggi non è facile trovare chi possa continuare questa tradizione.   

 

Eppure il distretto dei guanti in Italia fino al 2017 fatturava 50 milioni di euro, l’80 per cento dei quali proveniva da Napoli e dintorni. Sfogliando le Pagine Gialle, infatti, troviamo guantai a Casoria, Arzano, Mugnano, Marano, Calvizzano, San Giorgio a Cremano, Melito. 

Testardi, innamorati del loro mestiere, decisi a continuare un’arte,


proprio come si faceva ai tempi dei Borbone. Forse ha ragione lo scrittore Philip Roth, che in Pastorale americana rende loro omaggio: “Nessuno più taglia i guanti in questo modo… tranne forse in qualche fabbrichetta a gestione familiare di Napoli o Grenoble».

 

 

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ERBE SELVATICHE TRADIZIONE ALIMENTARE IN PUGLIA di Nello Biscotti – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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ERBE SELVATICHE TRADIZIONE ALIMENTARE          IN PUGLIA

 

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Esplorare il mondo dei saperi in cui occupano un ruolo alimentare foglie, steli, fiori di piante selvatiche è quasi un viaggio tra memorie e esperienze dirette.  

Un ruolo che ha origine nello stretto rapporto con la terra, gli ambienti, la Natura, per cui con questa tradizione che ha coinvolto le comunità umane a scala di Pianeta, si entra in una conoscenza che abbraccia più ambiti disciplinari (botanica, sociologia, ecologia, storia del territorio, antropologia culturale). 

 

In questi ultimi cinquant’anni, però, ovunque questa tradizione è stata abbandonata (benessere, cambiamenti stili di vita);

in gran parte dell’Europa settentrionale e orientale queste pratiche si limitano oggi 

a frutti e funghi; ancora forte è soltanto la tradizione di raccolta di piante medicinali. Essa sopravvive, invece, in molti paesi del Mediterraneo


e in alcuni paesi dell’est (Croazia, Estonia, Bielorussia); per ciò che riguarda in generale l’Europa si possono documentare oggi utilizzi alimentari di piante spontanee in Polonia, Francia, Austria, Spagna, Portogallo, Grecia, Bosnia-Erzegovina, Slovacchia, ed ovviamente in Italia e nell’intera area mediterranea. La raccolta di vegetali spontanei, pertanto, è stata praticata da sempre, ha costituito l’attività quotidiana delle comunità umane, anche se dalla repertazione preistorica (Paleolitica e Neolitica) sembra prevalere (raffigurazioni, materiali litici) l’immagine dell’uomo cacciatore. 

Il libro “Vie erbose. Le erbe selvatiche nelle bioculture alimentari mediterranee” affronta su basi scientifiche la tradizione, quella su cibi selvatici,

 

partendo da ricerche etnobotaniche condotte in Puglia, contestualizzate nel panorama della letteratura italiana ed europea. 

 

Ovunque con le erbe selvatiche la povera gente, e non solo, ha fronteggiato carestie, periodi di guerre sempre più devastanti. Le erbe selvatiche hanno rappresentato cibo prezioso durante le guerre mondiali, anche in quelle che abbiamo imparato a vedere in diretta in televisione (Bosnia-Erzegovina, 1992-1995). Erbe selvatiche hanno mangiato in Siria gli abitanti di Aleppo assediati per oltre un anno, come si è potuto ascoltare nei servizi televisivi di qualche anno fa.

Si tratta di una tradizione mai scritta perché da sempre trasmessa per via orale, 

di qui la crescente attività di ricerca che in Italia, ha portato a documentare 

fino ad oggi circa 800 specie;

 

ne risultano coinvolte tutte le regioni, ognuna con proprie caratterizzazioni in termini di specie e preparazioni culinarie. Ma è questa solo una rappresentazione parziale di questa tradizione, il dato, infatti, viene da indagini frammentate, condotte in tempi diversi oltre che con logiche diverse. Mancano dati soprattutto a scala di regioni

La ricerca in Puglia, oltre a darci un quadro più aggiornato 

(604 specie escludendo frutti e aromatiche) fornisce per la prima volta in Italia 

dati etnobotanici per una intera regione, ancora più preziosi per il contesto mediterraneo ove la raccolta delle erbe selvatiche 

conserva una evidente importanza.

 

Proprio nella mediterranea Puglia emerge con più forza che nell’uso popolare di cibi selvatici non vi è un confine netto tra cibo e medicina, la tossicità è un concetto del tutto relativo come quello della stessa edibilità. Evidentemente la tematica è realmente complessa e non è una questione solo biologica, o chimica. Vi è un’altra biodiversità che le stesse esprimono nel loro uso, da conoscere, salvare, ed è quella bioculturale (fattori biologici e culturali che influenzano il comportamento umano), altrettanto importante perché interconnessa con quella naturale. 

Le bioculture sono tante, diversissime, poiché si sono sviluppate in luoghi 

e in condizioni diverse, per cui salvando le bioculture salveremo forse 

anche la Natura e viceversa.


La diversità di conoscenze può essere una chiave per la sostenibilità e la resilienza dell’umanità. Le continue perdite di biodiversità con cui ci misuriamo sono anche il vero problema per la conservazione della natura, che è stata sempre perseguita separatamente dal patrimonio culturale che include anche le tradizioni orali ereditate dai nostri antenati. Nell’uso popolare di queste piante in Puglia sono emerse, inoltre, consapevolezze di alimenti che “fanno bene” al corpo, alla salute.

Cibo o medicina allora? Altra questione complessa che l’etnobotanica configura

 

in “cibi-medicina” e che trovano conferme scientifiche per la presenza di importanti di principi nutraceutici (polifenoli, antiossidanti e vitamine) alla ricerca dei quali siamo ormai tutti coinvolti. 

 

Ma questi cibi possono raccontarci altro: l’uso crudo di apici e germogli di piante diverse, che ancora oggi caratterizza la tradizione pugliese, può essere visto come un’importante traccia dell’antica e prolungata attività pastorale che ha contraddistinto questa regione o l’Italia meridionale in generale.

Con questa tradizione pertanto si possono ripercorrere le fasi ancestrali 

del rapporto dell’uomo con il cibo, a partire dalle difficoltà nello scegliere 

le piante, alle prime elaborazioni “culturali” su come e dove trovarle; 

e poi il modo di utilizzarle,

 

dalle forme crude (germogli, frutti, steli) agli arrosti (bulbi, steli) che in tutte le società sono state le prime forme di cottura, quelle più vicine all’ordine naturale ma che si sono mantenute nel tempo. 

 

La cultura sul cibo selvatico era molto diffusa nel basso Medioevo ed era frutto di esperienze legate alla conoscenza del territorio e agli insegnamenti che potevano venire solo da pastori, cacciatori e boscaioli, le uniche figure che vivevano intimamente il territorio. Parliamo di un tempo in cui il confine tra selvatico e domestico è molto labile. 

Le piante cibo erano tali, al di là se crescevano allo stato spontaneo o coltivato, una visione di cibo ancora diffusa tra i raccoglitori di erbe della Puglia oggi, quando attribuiscono ad un’erba selvatica il valore di verdura.

 

È solo nel XI secolo che in Italia le cose si fanno più chiare, perché è già avviata una massiccia colonizzazione fondiaria e agraria a spese di pascoli e boschi: in Puglia continua a dominare il pascolo e la maggior parte della gente non ha niente, perché privata di praticare l’attività fondamentale di coltivare la terra, che invece deve servire agli allevamenti bradi, per i quali servono superfici ampie, prive di alberi (gli stessi boschi si trasformano in pascoli) e incolte, per riuscire a foraggiare gli animali di erbaggi spontanei. 

In questo scenario nasce il Terrazzano (in altre terre di Puglia 

assumerà nomi diversi) capace di costruirsi la propria esistenza 

sulla raccolta dei prodotti spontanei,

 

ma obbligandolo a vagare quotidianamente “per le immense pianure pascolative – scrive Lo Re in “Capitanata triste (1902) – aiutato in ciò dalle donne…; vendendo il supero su la piazza o per le vie”. Ciò li pone in una condizione di assoluta autonomia di sostentamento, e non saranno mai loro a “domandar il pane” o “assaltare forni e panetterie” nelle ripetute carestie che attanagliano il Tavoliere delle Puglie. 

Cosa può trovare in una immensa pianura di terre incolte delle quali gli è impedito l’uso? Sterpi, spini, rami e frutti di perastri, ferule, asfodeli, funghi, cicoriette, 

cardi, nocchi, asparagi selvatici, lumache, rane.

 

Aspetto di grande interesse antropologico è che i Terrazzani in Puglia non si sono estinti, continuano a trovare occasioni di reddito dalla raccolta di erbe selvatiche (oltre a lumache, origano, funghi) e a suscitare interesse per le loro competenze di esperti conoscitori di questo mondo; in molti continuano a vendere le loro erbe spontanee nei mercati, ai margini di strada su bancarelle improvvisate in quasi tutti i comuni pugliesi; sono cercati dall’impiegato al notabile, nella consapevolezza di cibo “naturale”, garanzia di genuinità, sicurezza alimentare e soprattutto certezza di sapori. 

Ancora oggi almeno 34 specie sono stagionalmente vendute come comuni 

verdure e dunque una tradizione capace anche di produrre reddito,

 

non poca cosa nella prospettiva di salvaguardare culture e economie locali e non con le note rappresentazioni o spettacolarizzazioni delle tradizioni a fini turistici. 

 

Le piante selvatiche che si raccolgono ancora oggi sono strettamente imparentate (progenitrici) con le verdure coltivate, di qui probabilmente anche la ragione di fondo che fa della Puglia la prima regione italiana per la produzione di verdure e ortaggi. 

 

Le erbe selvatiche hanno in questa regione una stretta relazione con il cibo convenzionale (carne, pesce, pasta). In generale lo sostituiscono ma spesso sono complementari o costituiscono un elemento di diversificazione, sul piano gustativo (cibo sfizioso), del pasto quotidiano che si esalta nel piatto con la pasta, o con i legumi (fave). 

In queste logiche l’erba selvatica entra a pieno titolo nel costume 

alimentare della Puglia, arricchendolo e rafforzandolo 

nel suo impianto vegetariano di dieta mediterranea.

 

Nella piramide alimentare che può̀ rappresentarla trovano ancora posto i blocchi classici (cibo vegetale, ridotto consumi di carni e dolci), ma alla base sempre meno vi sono le attività̀ fisiche (quello che una volta era il lavoro nei campi), il riposo adeguato, la convivialità̀ e la stessa attività̀ culinaria, che impegnava non poco, dalla raccolta alla produzione e alla preparazione del cibo. 

 

Le indagini dimostrano il peso rilevante che ha ancora oggi il verdume selvatico nella dieta mediterranea pugliese, ovviamente nella sua formula di gastronomia tradizionale contribuendo, senza ombra di dubbio, ai benefici salutistici di questa dieta. 

Tra gli stili di vita della dieta mediterranea rimane oggi in Puglia la raccolta 

e la preparazione culinaria delle erbe selvatiche, pratica che ha “resistito” come condizione di vita del “fare” intorno al cibo (raccogliere, pulire, preparare) 

che è un fondamento di base di questa dieta.

 

E il fare è tanto, poiché bisogna uscire, andar per campi, e soprattutto scegliere quale pianta raccogliere e come prepararla. Nel libro, sono raccolte in un repertorio le specie documentate (206), un numero che pone la Puglia tra le regioni italiane a più alta diversità di specie utilizzate. Di ogni specie si forniscono i dati etnobotanici fondamentali che vanno dall’inquadramento botanico, ai nomi dialettali, alle parti utilizzate, e alle modalità di preparazione culinaria che si può spendere oggi anche sul piano dell’offerta gastronomica. Questo quadro descrittivo “olistico” conferisce all’opera una caratura particolare che arricchisce ulteriormente il valore didattico e divulgativo del saggio. 

 

È nella diversità culturale che si struttura questa tradizione in Puglia, nelle specie e nelle parti utilizzate, nelle preparazioni culinarie. 

A dare forza a queste identità culturali vi sono poi gli aspetti etnolinguistici; 

con i “Marasciuoli” siamo in Capitanata, con “Cristalli e “Sivoni” 

nella Terra di Bari, “Cecoria restu” e “Paparine” 

ci proiettano nel Salento.

 

Non si tratta solo di suoni o di cadenze dialettali, ma di strutture lessicali, etniche, tipiche di una lingua, che proprio i fitonimi popolari, forse più di altri, riescono a esprimere quanto resta di bioculture oggi. 

 

Salvare queste bioculture è strategico per difendere la sovranità alimentare delle comunità locali, innescare dinamiche di recupero delle economie locali, fondamenti teorici ma anche pratici, di sviluppi sostenibili di cui da anni si sente parlare. Nelle bioculture si gioca il futuro dell’Italia dei paesi e dei borghi. 

 

Ma le narrazioni sulle erbe selvatiche sono altre nelle tendenze “green”: mercati delle erbe, cucinare con i fiori, simboli di “mangiar selvatico”, “mangiare spontaneo”. Nuove bioculture? O semplicemente mode? Il libro nato nel solco della ricerca etnobotanica vuole essere un contributo divulgativo di approcci scientifici su quanto abbiamo banalizzato come tradizione.

 

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Campagna con anziana
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Il libro

 

 “Vie erbose. Le erbe selvatiche nelle bioculture alimentari mediterranee” di Nello Biscotti e Daniele Bonsanto Ed. Centro Grafico Foggia 560 pagine che strutturano: introduzione, 

13 capitoli, integrati di 58 foto (contesti, piante, personaggi), grafici, 25 figure.

 

SEGNALI POSITIVI DAL MONDO DEL LAVORO MERIDIONALE di Agostino Picicco – Numero 18 – Ottobre 2020

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SEGNALI POSITIVI DAL MONDO DEL LAVORO MERIDIONALE

 

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in una immutabile summa di disagi sociali. Oggi tutti sono concordi nel dire che è tempo di affrontare il dramma del Mezzogiorno depresso e disoccupato. Ma tanta concordia quanto meno stimola la curiosità di verificare se davvero la disoccupazione meridionale abbia raggiunto punte tanto elevate.   

 

Il Sud si rivela un laboratorio dinamico, produttivo e industrioso di tenacia, invenzione e flessibilità, pronto a percorrere la via dello sviluppo, dimostrando che anche al Sud si possono mietere successi per chi ha voglia di farsi intraprendente.

 

A questo proposito c’è chi ha parlato di utilizzo 

non di “mano d’opera”, ma di “mente d’opera”

 

considerando che il processo di produzione si basa su staff di lavoro che non solo producono, ma inventano tecnologie e realizzano quella cooperazione tra scuola, università e imprenditori vissuta con spirito pionieristico, flessibilità e sinergie, ma anche con buona volontà e sacrificio. L’attendismo meridionale sta diventando un ricordo del passato, poiché sta maturando la coscienza che è proprio degli uomini liberi fabbricarsi il futuro con le loro mani, al contrario dei sudditi che, aspettando interventi dall’alto, atrofizzano le proprie capacità.   

 

Il riscatto del Sud è già iniziato e pare che anche le imprese del Nord ne stiano prendendo atto, come dimostrano i casi dei protocolli di gemellaggio tra le imprese del Nord con quelle del Sud.

Del resto, affrontando il problema della lotta alla disoccupazione, 

il Mezzogiorno è oggi un grande serbatoio di potenzialità di crescita, 

affidato, oltre che all’impegno del governo, anche agli imprenditori del Sud 

e alla valorizzazione dei giovani grazie al loro potenziale imprenditoriale 

e alle loro capacità.

 

Il Sud non deve essere visto solo come mercato o come occasione di contributi o incentivi, ma come elemento attivo di un processo di sviluppo del Paese in quanto “area di crescita accelerata della base produttiva”. In tal senso

si sta sviluppando un incontro di energie ed esperienze 

tra sindacati, imprenditori ed enti locali,

 

per mettere a punto modalità di collaborazione coordinata che regolarizzino il lavoro nero al fine di garantire l’occupazione e le persone, e per favorire la stabilità sociale, dato che gestire attività fuori regole significa esporsi ai condizionamenti della malavita. 

In tal modo, senza fermarsi ai miracoli del sommerso e alle promesse vane, ripensando il lavoro nell’interazione tra soggetti e processi in vista di un miglioramento della società e lavorando con competenza e creatività, mi pare che

si stiano proponendo obiettivi di progresso e di modernizzazione generanti 

una circolarità virtuosa capace di coniugare risanamento, competitività, 

crescita economica e sviluppo dell’occupazione,

 

offrendoci le ragioni per nutrire un moderato ottimismo. Un esempio ne sono le start-up che vedono protagonisti i nostri giovani, attenti ad usufruire di appositi bandi regionali. 

Se per lunghi anni il Mezzogiorno è stato visto come questione essenzialmente criminale alimentando l’opinione che non c’era niente da fare e delegando ogni cosa alla magistratura e alle forze dell’ordine, poi il Sud è diventato soprattutto questione sociale per via dell’elevato tasso di disoccupazione, specie giovanile, e per quelle tensioni che rendevano impossibile ogni strategia di sviluppo, diffondendo il pensiero che il Sud doveva essere abbandonato al suo destino.

Eppure proprio in questo Sud cresce la domanda di speranza, 

non più di “cavarsela” ma di farcela. 

 

 

 

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MUSEO DELLE CERAMICHE DI CASTELLI – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre

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museo delle ceramiche di castelli

 

Gemme del Sud

Castelli

 

gemme

Istituito nel 1984 ed ospitato nel Chiostro dell’ex Convento dei Francescani, inagibile dopo il sisma del 2009, è attualmente ospitato nel Palazzo Municipale dell’Artigianato. Il museo offre una straordinaria testimonianza della produzione ceramica fiorita nel piccolo centro alle pendici del Monte Camicia, nel gruppo montuoso del Gran Sasso, ripercorrendo la storia della tradizione maiolica castellana, dall’alto medioevo sino ad epoche a noi prossime.

Di particolare interesse l’esposizione di 200 mattoni smaltati 

e decorati con motivi geometrici e naturalistici, oltreché religiosi, 

realizzati nel ‘500 dalle maestranze locali per coprire 

la volta della chiesetta dedicata alla Vergine;


essa lasciò il posto, nel 1615, alla Chiesa di San Donato, i cui soffitti a capriate furono analogamente coperti in maioliche, progetto unico nel panorama ceramico rinascimentale italiano. Oltre ad alcune opere di Orazio Pompeo e della sua bottega nonché alle splendide creazioni realizzate fra il ‘600 e l’800 dalle celebri dinastie di maiolicari quali i Grue, i Gentili, i Fuina e i Cappelletti (piatti, versatoi, vasi, fiaschi, pannelli), nel museo si possono ammirare alcuni esemplari di vasi farmaceutici della produzione cd. Orsini-Colonna, oggetto di ricercato collezionismo delle più importanti raccolte d’arte del mondo, dal Louvre al British al Metropolitan all’Ermitage, il quale ultimo conserva anche 80 manufatti prodotti a Castelli fra il ‘500 e il ‘700, di altissima qualità artistica.

 

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LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO di Agostino Picicco – Speciale Aglie Fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO

 

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Ne sanno qualcosa i forzati dei concorsi con diecimila concorrenti per cento posti e se va bene ne escono con una idoneità che li rende idonei a nessun posto, quelli che affrontano decine di colloqui che terminano con il solito “Le faremo sapere” e poi nulla più, i giovani dei lavoretti in nero, prendere o lasciare, gli illusi dei corsi di formazione che costano ma sono sostanzialmente inutili, quelli che inviano il curriculum a centinaia di ditte, gli “interinali” cronici, che lavorano tre mesi qui, tre là….

Ma se non si può eliminare l’emigrazione causata dalla ricerca di un lavoro altrove, almeno la si può limitare o incanalare secondo criteri mirati e intelligenti.


Per fare ciò occorre che i giovani, maggiormente costretti ad abbandonare la loro terra, si attrezzino di strumenti ritenuti irrinunciabili oggi nel mondo del lavoro: la concezione della flessibilità del mercato del lavoro e la mobilità di persone e investimenti. E’ naturale però che accanto ad una mobilità in direzione Centro-Nord, occorra anche

agevolare quella delle imprese verso il nostro Sud, per alimentare 

un circolo virtuoso di occasioni di sviluppo e di crescita,

 

riscoprendo valori di dignità dell’uomo e di solidarietà attiva, talenti che il Mezzogiorno ha in abbondanza e che è giusto impiegare, insieme ai suoi giovani che da troppo tempo aspettano risposte dalla classe dirigente e dal Paese. 

Cosa significa tutto ciò? In che cosa ci tocca concretamente? 

Fuor di retorica, pensare oggi di dare un lavoro a tutti sotto forma di lavoro salariato, sarebbe una pura utopia o una pericolosa menzogna. In particolare occorre ripensare il mondo dell’economia e dell’occupazione, superando la cultura del “posto fisso”.

Occorre recuperare il valore proprio del lavoro, in contrapposizione 

al valore del “posto”.

 

In tal senso si esige uno sviluppo maggiore dei rapporti di lavoro a tempo parziale, del lavoro interinale, del telelavoro, delle attività non profit, cioè del lavoro che entra nella produzione di servizi sociali, di attività lavorative che la società apprezza e di cui fa crescente domanda, senza che siano sottoposte alle regole impersonali e anonime del mercato del lavoro. 

La vera imprenditorialità, allora, diviene quella legata al territorio e alla cultura locale.

La strada per rilanciare le regioni del Mezzogiorno che sono rimaste indietro 

non è costituita da sussidi o dalla creazione di posti fittizi, 

ma da condizioni favorevoli per le iniziative locali.

In altre parole il Sud ha bisogno di vero aiuto e non di stampelle. Oggi indicare tali condizioni favorevoli nel contesto di un orizzonte di rigore economico e di virtù finanziaria non è più sufficiente. Occorre avere coraggio e assumersi la responsabilità di guardare oltre, per costruire su basi solide un futuro migliore.

E’ necessario rendere competitiva l’economia meridionale

 

e rendere conveniente la localizzazione nel Mezzogiorno di investimenti in attività produttive ad alto valore aggiunto, capaci di competere nel grande mercato europeo e di creare occupazione che non sia né irregolare né effimera, come è attualmente quella dei lavori socialmente utili. 

La nostra terra potrà ridiventare grande quando si creeranno le condizioni per una riproposta di impegno e di messa a disposizione delle capacità professionali. Il giovane meridionale non può più continuare a rifugiarsi nella famiglia, nella precarietà lavorativa, nel clientelismo col potente di turno, nella fuga dalla propria terra. Per questo

è necessario anche un intervento deciso dello Stato perché oggi certi problemi, 

anche se locali, toccano la nazione nella sua globalità

 

– le società moderne non sono più organizzate intorno ad un centro, ma sono a rete. La competizione si sposta dal livello delle imprese a quello delle regioni economiche. Per questo si richiede uno Stato che funzioni efficacemente nei servizi e nelle politiche pubbliche essenziali, che sia imperniato sulla sussidiarietà e non declinato su macroregioni (che sarebbero solo verticismo spostato) ma

 

su livelli regionali sperimentati, dotati di autonomia fiscale 

e capacità decisionali autonome,

 

in grado di valorizzare le capacità locali attraverso un nuovo patto territoriale che accantoni venature arroganti e riconosca che alla crisi dello Stato nazionale non si reagisce con partiti e programmi localistici, ma con impostazioni di ampio respiro, tra le quali la presenza di infrastrutture materiali e immateriali e di servizi finanziari adeguati, la flessibilità nel costo del lavoro con la possibilità di stipulare contratti di area.

Non si dimentichi che si tratta di operare in un contesto internazionale del tutto diverso dal passato, in una economia globalizzata e finanziarizzata nella quale dominano i valori del mercato capitalistico, e logiche che assai poco hanno da spartire con l’intervento pubblico a sostegno delle aree deboli.

Un grande sforzo culturale si impone.

 

Le sfide del futuro possono e devono essere raccolte con lo stesso coraggio e lo stesso orgoglio dei nostri antenati. Per una seria politica di riqualificazione e di rilancio delle nostre città occorre promuovere la capacità di riscoprire pienamente le sue risorse – quelle economiche e ambientali, quelle umane e culturali, quelle storiche ed architettoniche – considerando obiettivo primario il superamento della questione meridionale, cioè del divario Nord-Sud. 

In ogni caso si tenga presente che oggi la questione meridionale va considerata nazionale sia perché il Sud con le sue risorse e i suoi svantaggi è parte integrante del Paese, sia perché i problemi dello sviluppo del Sud hanno una caduta inevitabile sulla crescita dell’Italia intera.

Non si può più pensare che il Paese sia così prospero 

 da potersi permettere un Sud palla al piede,

 

dissimulato tra le pieghe delle medie statistiche che pongono l’Italia nel novero dei Paesi più avanzati dell’Occidente. 

Si tratta di affrontare problemi di disoccupazione di massa e, più in generale, di una autentica modernizzazione, nonché di un decisivo rafforzamento dell’offerta. 

Nonostante tutto, ai giovani che hanno voglia di impegnarsi si prospettano opportunità assai più ampie che nel passato, anche in virtù di un nuovo modello di sviluppo che si sta delineando. Un modello per molti versi inedito che esige, oltre a competenze e saperi di alto profilo, anche molta fantasia.

 

 

 

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AGRICOLTURA IN ROSA UN PRIMATO DEL SUD di Stefania Conti – Numero 16 – Febbario 2020

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AGRICOLTURA IN ROSA UN PRIMATO DEL SUD

 

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Secondo una ricerca della Coldiretti su dati dell’Unioncamere, Sicilia, Campania, Puglia sono in testa alla classifica delle imprese guidate da una donna.

 

A dire il vero, è un fenomeno che si registra in tutto il Sud. L’Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare – ISMEA – rileva che

 

a fine 2018 la quota era superiore al 50 per cento, con 109 mila imprese


(su 214 mila iscritte al registro delle imprese). Dato confermato nel 2019 dalla Coldiretti, grazie ad una ricerca dell’osservatorio dell’imprenditoria femminile dell’Unioncamere-Infocamere. Al primo posto, la Sicilia con oltre 25 mila aziende, seguita dalla Puglia con quasi 24 mila e dalla Campania con più di 22 mila. Coldiretti ci segnala anche che nel Mezzogiorno il rapporto tra uomini e donne è di 1 a 2, mentre al Nord è 1 a 4. Non è finita, perché nel meridione (nel 2018) si è registrata la maggior nascita di nuove iniziative femminili. Ben 5 mila e spiccioli, il che ha riequilibrato il rapporto generale tra nuove iscrizioni e cessazioni di impresa.  

 

Leggendo tra le righe delle fredde cifre, si osservano fenomeni sociali interessanti.

Intanto, queste imprenditrici rurali sono donne che hanno scelto di esserlo.

 

Sono poche quelle che hanno ereditato il campicello dal padre, o vivono la campagna come un ripiego alla mancanza di un altro tipo di lavoro. Addirittura ci sono casi di fior di professioniste che lasciano le comodità dell’ufficio per la vita all’aria aperta.

 

E questo è un cambiamento sociale e di costume non da poco.

 

Fino agli anni 70 del ‘900 (o forse anche più in là) “mogli, figlie e nuore lavoravano nei poderi per i maschi, le mondine per il mediatore, le braccianti per un caporale” (Marta Boneschi, Santa pazienza, Mondadori 1998). Mondine a parte, il resto era quanto mai vero in un Sud patriarcale quale era; e per quelle che lavoravano in famiglia, non c’era neanche la paga. 

Adesso a comandare sono loro.  

 

Il pianeta rosa si è dimostrato il più preparato a recepire i cambiamenti.

 

Fantasia e innovazione, differenziazione dei prodotti e dei servizi 

sono state le armi vincenti.

 

In Puglia per esempio, le imprese femminili rappresentano il 23 per cento del totale delle nuove iscrizioni al registro delle imprese e secondo la Coldiretti Puglia – Donne Impresa, è “perché risultano capaci di adeguarsi alla richieste del mercato e dei consumatori, cambiando, se necessario, addirittura attività produttiva”. Stesso discorso per la Sicilia e per la Campania, dove solo nella provincia di Benevento – tanto per fare un esempio – le imprese “rosa” lo scorso anno rappresentavano il 19% del totale regionale.

Infatti il boom dell’agriturismo, soprattutto al Sud, è dovuto proprio a loro,

 

che ne gestiscono il 62 per cento contro il 38 degli uomini. Ed è un fenomeno in continuo aumento: ad oggi la crescita – in Puglia – è del 39 per cento contro il 35 del 2009, secondo i dati Istat. Ce lo dice una indagine condotta da Agriturismo.it, il sito leader del settore, fatta con la collaborazione dei Coldiretti-Donne Impresa.

 

Il fatto è che l’universo femminile ha rivoluzionato quello agricolo.

 

Dagli agriturismi siamo passati agli agriasili, alle fattorie didattiche, dove i bambini di città vanno a vedere dal vivo animali che hanno visto solo alla televisione o sul web. Agli orti didattici, dove le signore della terra insegnano a quelle dell’ufficio come nasce una patata. Ai percorsi rurali di pet-therapy, dove si possono esprimere i bambini meno fortunati.

Coldiretti ci fa notare che le donne sono anche leader nell’agricoltura 

a basso impatto ambientale, nel recupero delle piante 

e degli animali in via di estinzione.

 

Nell’attività imprenditoriale agricola le donne – evidenzia la Coldiretti – hanno dimostrato capacità di coniugare le sfide del mercato con il rispetto dell’ambiente, la tutela della qualità della vita, l’attenzione al sociale, a contatto con la natura, assieme alla valorizzazione dei prodotti tipici locali e della biodiversità.  

 

C’è da tener presente che la gestione dei campi e degli agriturismi consente ad una donna di badare ai figli più agevolmente. E che tradizionalmente, la donna cucina.

 

L’imprenditrice agricola ha imparato dalla mamma e dalla nonna a fare arancini e orecchiette. E la buona cucina, si sa, è uno degli atout negli agriturismi.

 

Ma la rivoluzione dell’altra metà del cielo non si è fermata qui. Sono nate le associazioni delle signore del vino che hanno giocato la carta della sostenibilità, della tutela ambientale e della bellezza del paesaggio. E pure quella dei prodotti cosmetici a base di uva. Hanno puntato anche sull’estetica della bottiglia. In questo modo, in Campania, tanto per citarne una, in poco tempo le imprese agricole femminili sono passate dal 34,8% al 37,6% (la media nazionale si attesta intorno al 29%). E’ facile capire perché il 94 per cento si ritiene soddisfatta a livello personale e il 44 anche a livello economico. 

 

 

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