STRUMENTI CIVILISTICI E TESORI DISVELATI di Francesco Saverio Sesti – Numero 15 – Ottobre 2019

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strumenti civilistici e tesori disvelati

 

del Peloritano il pittore contemporaneo “mediterraneo” per antonomasia, Salvatore Fiume, stupisce innanzi alle vestigia antiche di un borgo a strapiombo sulla costa, illuminato dalla luce dell’occaso sul mare e dal nome che gli evoca reminiscenze della aretusea natia: Fiumefreddo, Fiumefreddo Bruzio.

Vuol fermarvisi, vederlo, viverlo. E quivi un sindaco, il Sindaco, avvocato, umanista, anfitrione ineguagliato, lo accoglie e trattiene, facendogli profferta del paese intiero come di una tela a cielo aperto; pure sfidando i rigori normativi già rigidi, e di poi vieppiù pervasivi, di un malinteso tuziorismo, vincolistico e burocratico, della proprietà pubblica e della proprietà privata.

E l’artista, ispirato da quella luce dell’occaso, dalla bellezza 

delle sue muse, modelle somale, colte tra i vicoli, 

dalla balugine di Saraceni arrembanti dal mare, 

dipinge, scolpisce.


“dona”, fa “donazione” di affreschi conturbanti, di statue dinamiche che rivitalizzano ruderi di un antico maniero, volte di chiese, slarghi anonimi, e le genti, le genti del paese.  

Ed il Sindaco e l’Artista, e l’atmosfera fervida ed autentica di calabresità ospitale che inducono, attraggono intellettuali, professionisti, imprenditori, romani, milanesi, la borghesia professionale e delle magistrature del vicino capoluogo, che edificano alla Marina belle ville di stile moresco; e progetti imprenditoriali, e di sviluppo turistico, financo americani (di poi taluni cennati, di poi taluni impediti dal vincolismo montante ed ottuso, e fors’anco dalla improvvisa scomparsa del Sindaco).

 

Ed è così che principia a reviviscenza Fiumefreddo, Fiumefreddo Bruzio, 

uno dei “Borghi più belli d’Italia”. 


1960. Sila. Lago Arvo. Un sindaco comunista, un sindaco democristiano, un sindaco donna, comunista, l’uno di seguito all’altro, l’una congiunta all’altro, danno attuazione ad un vetusto, ambizioso piano di lottizzazione del 1951, auspicato per la nascita su quelle rive di un villaggio turistico, anzi pure di una stazione sciistica. E dei lotti fanno profferta – rectius, legittimisticamente, “assegnazione” – non a quisque de populo bensì ad esponenti della borghesia possidente, avvocati, notai, medici, magistrati, politici, del cosentino e del crotonese

E “vendono”“cedono” pur a prezzo “politico” i lotti, sotto condizione 

che vi edifichino rifugi consoni all’estetica rurale di montagna, 

utilizzando materiali e maestranze locali, e con l’obbligo 

di conservare gli alberi d’alto fusto.


Ed i borghesi vi costruiscono belle villette-chalet, di estetica alpina a latitudini africane. Ed un imprenditore-anfitrione ha l’ardimento, in un luogo ancora desueto, di voler ubicare un Grand Hotel, ove di poi scendono, ospiti dei contigui possidenti ed esponenti politici, epigoni molti della intellighentia politica e culturale, della élite imprenditoriale e professionale, meridionale ed italiana. Nasce così – e forse per troppo rimane immota – sulle rive di un sin lì anonimo invaso artificiale al servizio di una chiusa per la produzione di energia elettrica e pur dalla bellezza paesaggistica e naturalistica prepotenti, Lorica, la perla della Sila, ove si respira l’aria migliore d’Europa, candidata permanente, assieme all’Altopiano tutto, ad essere patrimonio dell’UNESCO per simbiosi paesaggistiche, naturalistiche ed ambientali.  

 

2002, o giù di lì. Cosenza. Centro cittadino, centro della Città “nuova”. Un imprenditore-mecenate newyorchese, di origini cosentine, collezionista sapiente d’arte moderna e contemporanea vuol lasciar traccia di sé – e della propria famiglia – ai posteri, vieppiù nel luogo natio.

E vuol far “donazione”, donazione “modale” di tante, molte opere, famose, 

soprattutto scultoree, alla Città, sol che si intitoli a sé, ed alla figlia 

prematuramente scomparsa, via o piazza del centro cittadino; 


e vi si dia adeguata collocazione, sì come già fatto dall’Urbe per altre donate, che vi destina ospitalità, all’Aranciera di Villa Borghese, intitolandola museo.  

 

Un Sindaco donna, giovane, di aneliti e sensibilità intellettuali formate e coltivate oltralpe, a Parigi, e memore della traccia ispiratrice del suo mentore politico, un grande, vecchio Leone socialista, subito coglie i desiderata e non esita a fronteggiare lo scandalo polemico dello stravolgimento della toponomastica del centro “nuovo” cittadino.

Anzi, si concepisce di accogliere quell’arte piuttosto che al chiuso museale, 

all’aperto, di “democratizzarla” lungo il corso principale, 

bensì ancora amorfo, cittadino.


Nasce così il MAB, il Museo all’aperto Bilotti, “germe” inoculato, embrione fervido di una “rigenerazione urbana” che un Sindaco, architetto, d’ispirazione politica affatto diversa, continua ed impronta, e rende diffusiva, con apporti inusitati d’arte e di architettura che indubitabilmente segnano un ambito urbano, quello della città nuova, altrimenti anonimo, e che assieme al fascinoso, vetusto centro storico ambisce, pur senza tradizione, ad attrarre flussi turistici.

Storie. Suggestioni, forse. Di uomini. Di luoghi. Di anelito a bellezza e sviluppo, 

magari incompiuti, magari imperfetti, magari opinabili, magari interrotti. Ma vividi!  


E che alla prospettiva, fors’anco un po’ “ristretta”, del civilista colpiscono e si stigmatizzano per la forma giuridico-economica in cui si è sostanziata la scaturigine di reviviscenza, addirittura di sorgiva, di paesi intieri, di paesaggi urbani e naturali, antropici e non, a me sì cari: Contratti.  

 

Contratti privatistici, civilistici comuni, donazioni, vendite condizionate, donazioni modali.  

 

Negotia, simulacri tipici di formalizzazione e composizione nei rapporti giuridici “privatistici” e tra privati di interessi distonici, che vi trovano contemperamento. Vieppiù quivi, ove gli interessi giustapposti erano, sono, spesso, pur in potenza, confliggenti.  

 

L’interesse privato, interesse egotistico per definizione, anche quando si estrinsechi in liberalità.  

 

E l’interesse pubblico, collettivo delle comunità rappresentate. Epperò “incarnato” nelle mozioni, sensibilità, intuiti di amministratori “ispirati” che, onde promuoverlo, non hanno esitato ad usare, funditus, lo spazio, vieppiù sempre più compulsato, di discrezionalità concessa alla funzione. E perseguito con metodo e nell’alveo “privatistici”.

Gli esiti? Parziali, imperfetti, magari opinabili; ma almeno dinamici, 

a fronte dell’immobilismo asfittico in cui spesso gli eccessi legittimistici 

e tuzioristici di procedimentalizzazione e vincolo, costringono 

(ed hanno costretto) l’azione amministrativa.


Esiti a mio giudizio efficaci, proficui, per l’induzione allo sviluppo, alla reviviscenza di luoghi e comunità.  

 

Esiti che interrogano il civilista, forse inconsapevole, forse ingenuo viandante dei sentieri stretti e labirintiaci del diritto pubblico, se non si sia forse troppo relegata a residualità, tra i tradizionali stigmi dell’azione amministrativa – buon andamento, imparzialità, legalità e financo nelle procedure di scelta del contraente – la favilla dinamica che sola può muovere quell’azione a risolutezza, efficacia e fors’anco ad economicità: la discrezionalità.

Discrezionalità,


nell’accezione tecnico-amministrativistica del termine.  

 

E che forse, se rettamente ispirata da un’idea politica, programmatoria, precisa e nitida, vieppiù se permeata da sensibilità culturale, e che metabolizzi ab imis la necessità di disporre le ovvie convenienze per auspicarsi l’apporto privato, sia strumento foriero di migliore efficacia e congruità e fors’anco garanzia, per l’induzione allo sviluppo di luoghi, di comunità.  

 

Discrezionalità: sol che si correli a Responsabilità; responsabilità soggettiva, responsabilità politica anzitutto, ergo giuridica, aquiliana, civile e penale.

Discrezionalità, Responsabilità del Pubblico, dal Pubblico. 


E che “incarnato” da chi ne curi, pro tempore od incidentalmente, funzione, tutela e promozione, nei rapporti giuridici di foro interno e, di più, nei rapporti giuridici di foro esterno, con i privati, sia “privato” innanzi ad altro “privato”. “Privato” magari poziore, dacché dotato di potestà extra ordinem, ma “buon padre di famiglia”, e “responsabile” per gli atti, per le mozioni. Sì che si persegua, nel metodo e nelle forme, l’interesse metaindividuale della collettività, della comunità che si rappresenti o per cui si agisca, come fosse interesse “proprio”, interesse “privato” del “Pubblico”.

Orbene, è vero: accanto agli esempi mentovati come per me proficui, 

positivi, quanti se ne potrebbero contrapporre di deteriori. 


Ma, di grazia, è forse men vero che brutture, abusi, abusivismi, dissimulati dal velo ipocrita della formale legittimità e della inidentificabilità ed irresponsbilità soggettive, abbiano proliferato parallelamente all’incedere progressivo nella normazione, ed in sua costanza, verso eccessi di procedimentalizzazione e vincolismo, vieppiù pervasivi siccome disposti per cautele ambientali, piuttosto che in funzione anticriminale (epperò, e magari, deprivati di efficace possibilità di controllo)? 

Arduo giudizio.

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GRAGNANO CITTÀ DELLA PASTA di Stafania Conti – Numero 14 – Maggio 2019

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GRAGNANO CITTÀ DELLA PASTA 

 

Ma la pasta ci identifica di più. Basta pensare agli “spaghetti western” o – in senso negativo – alla pistola posata su un piatto di spaghetti nella copertina di Der Spiegel. Senza citare il “macaroni” dispregiativo con cui venivano chiamati gli emigranti italiani. Ma, bisogna dirlo, almeno in questo siamo stati bravi e abbiamo capovolto quel disprezzo in una eccellenza e se oggi si dice pasta si pensa, sì, agli italiani, ma con l’acquolina in bocca e la certezza che, se è tricolore, vale di più. Grande merito di questo successo è dovuto alla pasta artigianale, quella prodotta col grano duro. Sul mercato nazionale registra un costante aumento dei volumi di vendita, ma non da meno è il trend delle esportazioni. 

 

Secondo i dati Istat, tra il 2017 e i primi mesi del 2018 l’export è cresciuto di quasi 18.000 tonnellate. Andiamo alla grande in Europa – più di 103.000 tonnellate –  e cresce di quasi 8.000 persino nei paesi terzi.

C’è un piccolo distretto, in Campania, quello di Gragnano, 

dedicato da oltre 500 anni alla produzione del maccherone.


Qui se ne fabbrica uno speciale, di grano duro, essiccato lentamente a bassa temperatura. Grazie a questa sua leggendaria tradizione, è diventato la patria della pasta celebrata da scrittori, storici e poeti. Talmente tanto dedicato alla pasta, che nel XIX secolo l’architettura del paese venne riprogettata in modo tale che la luce del sole giungesse a ogni ora sugli spaghetti messi a essiccare.

La zona fa parte del distretto agroalimentare più ampio, 

quello di Nocera-Gragnano.


Si tratta di un’area, compresa tra il cono vulcanico del Vesuvio e le montagne di Sarno a Nord ed i Monti Lattari a Sud, composta da 20 comuni. Molte sono le produzioni di eccellenza. Dalla trasformazione del pomodoro – sposo ideale di ogni spaghetto – alla realizzazione di conserve, alla pasta (Gragnano), al vino DOC (Lettere e Gragnano), al cipollotto Nocerino (DOP), all’olio (DOP), alla melannurca (IGP). Il prodotto più noto ai consumatori è il pomodoro di San Marzano, l’“oro rosso” che ha ricevuto la Denominazione di Origine Protetta.

Inoltre, i pastifici, qui, hanno creato un discreto indotto: la manodopera 

è quasi tutta locale, altrimenti gli operai arrivano da una raggio 

che non supera i 30 chilometri.


Insomma, una realtà economicamente vivace, che – come si diceva – molto deve all’esportazione. Nella città della pasta, per esempio c’è una azienda che esporta perfino in Mongolia. È un’impresa familiare che si tramanda di generazione in generazione, perché – spiega Ciro Moccia, imprenditore – “la pasta ci è entrata nel sangue”. E per quasi tutte le altre è così: di padre in figlio, da anni e anni. Del resto, il secolo d’oro per la pasta, nel regno delle Due Sicilie, è stato l’Ottocento, quando con le carestie divenne un alimento fondamentale grazie alle sue qualità nutritive. Tanto che,

nel 1845, Ferdinando II di Borbone concesse ai gragnanesi il privilegio 

di fornire la corte e così, per tutti, Gragnano diventò la città della pasta.


Ormai è famosa in tutto il mondo e ha ottenuto il riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta. Il segreto dei 20 pastifici locali è che utilizzano solo grano di alta qualità e trafile di bronzo, come una volta. Il resto lo fa la natura. L’acqua che sgorga dai monti lattari, la fertile terra vulcanica, il microclima umido, ideale per l’asciugatura lenta. E poi c’è l’enorme varietà dei formati creati nei secoli: spaghetti, farfalle, maccheroni, penne, bucatini, torciglioni, fusilli, paccheri e chi più ne ha più ne metta. 

 

Certo, non sempre la Campania riesce a custodire la sua miniera d’oro. Alcuni marchi storici della pasta, nel tempo, sono stati inglobati da multinazionali. E poi – come per moltissimi altri settori dell’industria alimentare italiana – c’è il problema delle imitazioni. Ci sono spaghetti stranieri con nomi italianeggianti o con il Colosseo sulla confezione. Per questo si è costituito un consorzio per difendere l’antica produzione. Tutte le aziende che ne fanno parte devono rispettare un rigido disciplinare Igp del 2010, che detta non solo come deve essere fatta la pasta, ma anche altri particolari: un particolare profumo di grano maturo e un sapore sapido, dal gusto deciso. Deve avere un aspetto rugoso, tipico della trafilatura a bronzo e la cottura deve avere un’ottima tenuta.    Perché solo l’alta qualità può salvarci.

 

 

 

 

 

 

 

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SALE, SALINE, MULINI A VENTO A TRAPANI di Gaia Bay Rossi – Numero 14 – Maggio 2019

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SALE, SALINE, MULINI A VENTO A TRAPANI

 

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scriveva Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia (XXXI, 102) osservando la pelle sana e resistente dei marinai.

Il sale è sempre stato considerato un bene preziosissimo, basti pensare che in epoca romana veniva dato, insieme a olio e grano, come parte dello stipendio (il salario) ai soldati romani e a coloro che viaggiavano per affari pubblici, e giungeva a Roma dal mare Adriatico attraverso la Via Salaria che porta il suo nome; era inoltre utilizzato nelle offerte votive agli dei e offerto agli ospiti in segno di amicizia.

Cicerone stesso nel suo trattato De Amicitia (XIX, 67) scriveva: “Bisogna mangiare insieme molti moggi di sale perché il dono dell’amicizia sia completo”. 


Sempre sotto il segno del sale sono sorte importanti città come Salisburgo, si sono scatenate guerre, come la cosiddetta “Guerra del sale” (diversi eventi bellici che hanno riguardato vari Stati nella penisola italiana lungo i secoli) e la famosa “Marcia del sale” con cui Gandhi condusse nel 1930 il popolo indiano verso l’indipendenza dalla Gran Bretagna, ribellandosi in maniera non violenta contro l’imposta vessatoria sul sale voluta dal governo britannico e gravante su tutti i sudditi dell’India. 

 

Molti secoli prima, Dante fece riferimento al sale nel canto XVII del Paradiso: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui”, laddove il trisavolo Cacciaguida gli profetizzava l’esilio con tutte le sue pesanti conseguenze.

Senza dimenticare che il sale è stato per secoli uno dei pochi metodi 

di conservazione degli alimenti


(fino al 1700 la salagione è stato il metodo principale per conservare carne e pesce) e che, grazie alla sua composizione, veniva utilizzato anche come integratore di magnesio e potassio. 

 

Quindi, data la sua grande importanza bisognava averne cura e non andava sprecato. Da qui è nata la superstizione che rovesciare il sale a tavola sia di cattivo auspicio. Il sale, secondo la stessa superstizione, non va passato ma va appoggiato sul tavolo, dove ognuno poi lo prende con la propria mano per evitare che nel passaggio possa rovesciarsi. Questa superstizione deve essere piuttosto antica se persino

Leonardo da Vinci ne “L’ultima cena” dipinge del sale rovesciato sulla tovaglia 

davanti alla figura di Giuda, quando il giorno dopo Gesù 

proprio da costui viene tradito.


Oltre a rappresentare cattiva sorte, si ritiene che Leonardo faccia anche riferimento al Discorso della Montagna (Mt 5,13), dove Gesù definisce i propri discepoli “sale della terra”, per l’importanza della loro missione come suoi messaggeri, cosa che non era evidentemente Giuda. 

 

Il sale non è solo proverbio e superstizione ma è soprattutto storia, se è vero che Omero lo chiamava la sostanza divina, mentre i romani lo definivano oro bianco, e se è vero che l’origine delle saline di Trapani risale addirittura ai Fenici, oltre tremila anni fa; ed è anche geografia, se è vero che la sua storia ha superato fiumi e deserti, facendo da collante ad interi continenti.

Le saline della “Riserva naturale orientata di Trapani e Paceco” 

sono tra le più antiche, importanti e ammirate della Sicilia


così come, secondo la rubrica “In viaggio nel mondo” dell’Ansa, i mulini a vento a sei pale che circondano queste saline sono considerati tra i dieci più belli d’Europa. 

 

La storia della Sicilia ha cadenzato le varie vicissitudini del sale e delle saline: dal “monopolio di Stato” della produzione del sale che si aveva sotto il regno di Federico II di Svevia e anche sotto la successiva occupazione angioina, si è arrivati alla “proprietà privata” con la Corona d’Aragona. Il massimo splendore della produzione salina si è avuto sotto la reggenza spagnola, tanto che il porto di Trapani era divenuto il centro più importante in Europa per il commercio dell’oro bianco. 

 

L’Unità d’Italia non diminuì il lavoro nelle saline e i veri problemi iniziarono nel Novecento, per più ordini di motivi: le due guerre mondiali, la concorrenza delle saline industrializzate di Cagliari e quella del salgemma, nonché a causa dei costi elevati del trasporto del sale e dell’alluvione del 1965 a Trapani, che riempì di detriti le vasche rovinando impianti e macchinari. Tutto questo portò alla dismissione e all’abbandono di molte saline.

 

Nel 1995 è stata ufficialmente istituita la Riserva, affidata dalla Regione siciliana 

alla gestione del WWF Italia, e si è dato un nuovo impulso alla produzione 

e alla commercializzazione del sale, recuperando 

i vecchi impianti dismessi.


Oggi “Sale marino di Trapani” è la denominazione di un prodotto IGP, riconosciuto nel 2011, ed è inserito nell’elenco dei “Prodotti agroalimentari tradizionali siciliani” riconosciuti dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali. Oltretutto è anche un Presidio Slow Food, grazie alle sue proprietà dovute al differente metodo di coltivazione e di lavorazione rispetto al sale industriale, che fanno sì che questo sale sia un prodotto integrale, quindi più umido e grigiastro, senza aggiunta di altri elementi nella fase di lavorazione, e sia più ricco di potassio, magnesio e meno di cloruro di sodio. Sempre nel 2011 la “zona umida” delle saline di Trapani e Paceco ha ottenuto il riconoscimento di “sito di importanza internazionale” dal Ministero dell’Ambiente ai sensi della Convenzione di Ramsar.

Ma l’espressione più bella e romantica delle saline è riservata agli occhi 

e all’osservazione: immense vasche artificiali che riflettono 

il colore del cielo e del sole,


e ci permettono di ammirare decine di fenicotteri rosa, aironi, spatole, avocette, garzette, falchi, martin pescatori, cavalieri d’Italia e tanti altri uccelli in tutto il loro splendore (208 le specie finora censite). Fra questi, gli uccelli che migrano verso l’Africa sono visibili in autunno e in primavera quando, stanchi e spossati, trovano nelle saline un ambiente sicuro e ricco di nutrimento dove poter ricostituire il grasso consumato durante la migrazione. Ma la vita nelle saline non finisce qui: a costoro fanno compagnia anche numerosi insetti, alcuni dei quali piuttosto rari, e un piccolo e rarissimo crostaceo chiamato Artemia salina, oggi al centro di numerose ricerche scientifiche. 

 

Per ultimo, ma non ultimo, c’è un elemento particolare e pittoresco che cattura lo sguardo e gli obiettivi delle macchine fotografiche: i mulini a vento delle saline trapanesi.

Fino agli anni Sessanta erano decine e decine i mulini a vento utilizzati 

dai salinai per sfruttare la forza del vento.


I mulini avevano due funzioni: da un lato facevano salire l’acqua tramite la spirale d’Archimede dalla cosiddetta vasca “fridda” a quelle di acqua “cruda” per catturare il sale, dall’altro muovevano le ruote di pietra che macinavano il sale riducendolo in polvere. Il mulino classico era di tipo olandese, aveva sei pale di circa quattro metri che mettevano in funzione la pompa a vite di Archimede. Poi negli anni Cinquanta venne introdotto il mulino “all’americana” con ventiquattro piccole pale metalliche di un metro e venti, più facile da gestire perché si autoregolava con il vento. 

 

Oggi rimangono pochissimi mulini a vento integri nella provincia di Trapani: i due mulini della Salina S. Cusumano (ora Baia dei Mulini sul litorale Nord), il mulino Maria Stella sulla Via del Sale di Trapani, i due mulini della Salina Calcara, il mulino del Museo del Sale di Nubia, il mulino Uccello Pio a Salinagrande. A questi si aggiungono i tre mulini della salina Ettore a Marsala e il Mulino della Salina Infersa sempre a Marsala.

 

 

 

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Nihil esse utilius sale et sole
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MUSEO NAZIONALE FERROVIARIO DI PIETRARSA di Stefano Benazzo – Numero 14 – Maggio 2019

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MUSEO NAZIONALE FERROVIARIO DI PIETRARSA 

 

luogo fondante della storia ferroviaria italiana, le officine di Pietrarsa – costruite nel 1853 – custodiscono più di 50 locomotive, numerosi vagoni e innumerevoli reperti.

Il Museo ferroviario nazionale di Pietrarsa – affidato dal 2013 a Fondazione FS Italiane – sorge nel punto di arrivo della prima strada ferrata costruita in Italia nell’ottobre 1839, lunga 7.411 metri, fra Napoli e Portici. Le antiche officine borboniche, risalenti al 1840, sono una vera gloria del Regno delle Due Sicilie, ma costituiscono anche un esempio di edilizia industriale.

 

Le 25 locomotive a vapore – la più antica delle quali risalente al 1882 – sono una completa rappresentazione delle motrici in servizio per decenni in tutta Italia. Con esse, e con la serie di locomotive diesel e elettriche, le automotrici leggere, e numerose carrozze,

rivive l’era in cui la ferrovia era IL mezzo di trasporto terrestre. 

La fantasia ci fa tornare senza esitazioni ai rumori, agli odori 

e ai ritmi del vapore, delle sue stazioni, delle officine.


Il Museo è destinato a tutti: profani ed esperti, giovani e anziani, ma uno dei godimenti maggiori per il visitatore adulto consiste nel vedere i giovanissimi – ben condotti da guide appositamente addestrate – scoprire un mondo sconosciuto e mai visto se non nei film; salire su una locomotiva o un vagone Centoporte o ammirare il gigantesco plastico funzionante permette loro di rendersi conto della vita di generazioni dei loro antenati, a tutte le latitudini. Increduli, ammirano la riproduzione della locomotiva Bayard, gemella di quella che nel 1839 trainò il convoglio inaugurale della Napoli-Portici: le sue parti dipinte in colori diversi consentono ai giovani di capire senza difficoltà la complessa meccanica del vapore.

 

Gli appassionati di storia ferroviaria provano l’emozione di sostare ai piedi di macchine gigantesche, perfettamente lucidate e oliate, nonché il piacere di leggere didascalie plurilingue che descrivono le caratteristiche tecniche, la storia e le curiosità relative ad ogni singolo pezzo esposto.

Difficile non immedesimarsi negli accudienti, nei fuochisti, negli operai 

che riparavano le macchine. Molti visitatori rimangono stupefatti 

scoprendo quanto l’industria ferroviaria italiana ha saputo creare, 

e quando ciò è iniziato.


La particolarità che rende Pietrarsa unica nel mondo consiste nel fatto che il Museo sorge lì dove le macchine venivano costruite e sottoposte alla manutenzione. Questi elementi rappresentano altrettante tessere di un luogo d’eccellenza, dove le FS hanno saputo coniugare in maniera superba la storia industriale e i ricordi, restaurare gli edifici e i mezzi esposti, curare la presentazione al pubblico con sopraffina arte museale, e perfino facilitarne l’accesso. La stazione ferroviaria di Pietrarsa (sulla linea Napoli-Salerno) è infatti situata dentro il Museo e ne rende facilissimo l’accesso, evitando l’accesso via strada e la ricerca del parcheggio: un piacere ormai rarissimo, per non dire inesistente in Italia e all’estero. 

 

Al centro del Reale Opificio meccanico, pirotecnico e per le locomotive, all’estremità del Giardino Mediterraneo, si staglia la statua in ghisa – a suo tempo fusa nell’Opificio medesimo – di Ferdinando II di Borbone, l’ideatore della struttura, deciso ad affrancare il suo regno dalla supremazia tecnologica di Francia e Inghilterra nel campo meccanico, navale e ferroviario.

Al momento del suo completamento nel 1853, la struttura di Pietrarsa 

era il primo complesso industriale italiano, precedente di 44 anni 

la fondazione della Breda e di 57 quella della Fiat.


Vi lavoravano quasi 700 addetti. Centinaia di locomotive costruite a Pietrarsa viaggiarono per decenni su tutte le linee italiane, così come innumerevoli carri e vetture ferroviarie. Numerose “grandi riparazioni” di materiale rotabile vennero compiute a Pietrarsa. Le officine furono attive fino al 1975, mentre il Museo fu inaugurato nel 1989, nel 150° anniversario della Napoli-Portici. L’Opificio è stato anche un esempio: lo Zar Nicola I decise infatti nel 1845 di riprodurlo identico nel nuovo complesso industriale di Kronstadt. 

 

Lo spazio manca per descrivere compiutamente il contenuto dei sei padiglioni – ben divisi e superbamente illustrati – che compongono il complesso. Gli esperti di architettura possono ammirare la loro struttura in muratura o in carpenteria metallica.

In particolare, il padiglione dei macchinari d’officina restituisce perfettamente 

la maestria degli uomini che vi operavano, e la difficoltà, il pericolo di lavorare 

accanto a torni, presse, alesatrici, calandre e magli giganteschi


Quanto alle motrici a vapore, diesel o elettriche, chi scrive commetterebbe un’ingiustizia se volesse dedicarsi ad una piuttosto che all’altra. E che dire delle mitiche Littorine e della carrozza Salone del Treno reale? In realtà, almeno per chi scrive (Fotografo di Relitti navali spiaggiati), il piacere profondo della visita a Pietrarsa non è solo nell’ammirazione delle strutture e dei manufatti, ma nella consapevolezza che questi ultimi – come le navi ora diventate Relitti – erano parte integrante della vita degli uomini. Gli architetti, gli ingegneri, le maestranze, gli operai, gli addetti alla conduzione delle macchine: centinaia di migliaia di uomini che hanno dedicato la loro vita (spesso senza avere facoltà di scelta) ad un lavoro pesante, stancante, pericoloso, e comunque poco apprezzato. Come in molti paesi, il mestiere di Operaio o di Ferroviere non costituiva la massima aspirazione per un giovane. Ecco perché – come per i Relitti – è essenziale il concetto del Dovere di Memoria nei confronti di quegli uomini.

Tutto ciò è offerto al visitatore nello scenario incantato – il termine 

non è di maniera: si tratta realmente di un incanto – del Golfo di Napoli, 

con Capri, Ischia e Procida all’orizzonte, la penisola sorrentina a sinistra, 

il Vesuvio che incombe.


Chi volesse sostare e godersi il paesaggio può usufruire di un’antica pensilina ferroviaria (proveniente da Fiorenzuola d’Arda), in sintonia con il luogo e che non può non suscitare memorie di antichi viaggi in treno. Esiste la possibilità di effettuare visite private nei giorni di chiusura del Museo, ed affittare spazi per eventi privati. 

 

Visitate il Museo di Pietrarsa: l’emozione è garantita, anche per chi non avesse la passione che spinge verso locomotive a vapore e Relitti spiaggiati. 

 

L’Autore ringrazia Ferrovie dello Stato Italiane SpA, Fondazione FS Italiane, Edizioni La Freccia, Museo Nazionale ferroviario di Pietrarsa per le informazioni fornite e per l’autorizzazione alle riprese.

 

 

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Credit photo © Stefano Benazzo

 

ADRIANO OLIVETTI A MATERA di Tommaso Russo – Numero 14 – Maggio 2019

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ADRIANO OLIVETTI a MATERA

 

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Preceduta da un glamour costruito intorno a lei e diffuso dalle riviste “Life”, “Fortune”, “Time” di proprietà del marito, l’editore Henry Robinson Luce, Claire Booth (1903-1987) giunse in Italia alla vigilia delle elezioni del 1953 che segnarono la fine del centrismo DC con la sconfitta della legge truffa.

8 - Adriano Olivetti 1925

Aveva 50 anni quando arrivò come ambasciatrice USA per restare fino al 1956. Nel triennio romano si circondò di personaggi come Vittorio Cini, Dino Grandi, Leo Longanesi, Indro Montanelli, Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno che, pronti a tutto, facevano da sponda al suo viscerale anticomunismo e integralismo cattolico. Narrano, in proposito, le cronache diplomatiche che al termine di una udienza in Vaticano durante la quale aveva tenuto un discorso di fuoco sull’obbligo di essere cattolici, cristiani e credenti, Pio XII la congedasse dicendo “Signora cara, si ricordi che anche io sono cattolico e non ho bisogno di essere convertito”. 

 

Altri desideri quali mettere fuorilegge il PCI, organizzare con Montanelli strutture paramilitari, bloccare le commesse a quelle aziende in cui era forte la CGIL, rivelano il suo piano per condizionare la vita politica italiana. Anche Adriano Olivetti, ritenuto a torto un comunista, ne pagò le conseguenze. Su pressioni della signora, Angelo Costa, allora capo di Confindustria, inviò una lettera a tutti gli associati in cui consigliava di non acquistare macchine da scrivere Olivetti. Un nome fra quanti ubbidirono: Montecatini.

Da quel delicato microcosmo degli affetti che è Lessico famigliare di Natalia Ginsburg, affiora un giovanile ritratto di Olivetti. Aveva “una barba incolta e ricciuta, di colore fulvo; aveva lunghi capelli biondo-fulvi”. Giuseppe Levi, docente universitario, padre di Natalia e Camillo, padre di Adriano, a loro volta, 

“Avevano in comune il socialismo, e l’amicizia con Turati”, 

di qui la simpatia di entrambi per quel particolare 

riformismo meneghino pragmatico e razionale.


Camillo, di origini ebraiche, e la moglie Luisa Revel, figlia di un itinerante pastore valdese, erano orgogliosi di appartenere a due minoranze religiose. Di questa condizione ne fecero una ragione esistenziale, un costume civile, educando i loro figli al senso di responsabilità, al rispetto quasi religioso per i diritti e i doveri di sé e degli altri, al gusto per il rischio. In Adriano la saldatura tra etica protestante e spirito del capitalismo fu un tratto distintivo ma non unico. 

 

Poco più che quarantenne, con alle spalle il suo antifascismo, è membro dell’UNRRA (United Nation Relief Rehabilitation Administration); magna pars nel CASAS (Centro Autonomo di Soccorso ai Senza Tetto); membro autorevole della Commissione economica per la Costituente. A coronamento del suo impegno per il Movimento di Comunità diventa deputato nella III legislatura repubblicana. Nei due anni di attività parlamentare, prima che la morte lo cogliesse, nel febbraio 1960, a soli 59 anni, firmò con altri colleghi un progetto di legge abrogativo delle norme che consentivano il tiro al piccione ma anche al passero, allo storno, alla tortora. Era il 31 luglio1958. 

 

Nella relazione al progetto si sottolineava come quella pratica non fosse “popolare e sportiva” ma un’attività ristretta a pochi che “traggono divertimento in un ambiente di lusso e di mondanità (…). Lo sterminio di questi animali per lo spasso di pochi facoltosi è veramente ingente”. Solo molto dopo le Olimpiadi romane del 1960 il piattello sostituì i volatili nei club e nei circoli esclusivi. 

 

Un anno dopo presentò da solo la sua seconda proposta di legge. Si trattava di abolire l’art. 12 della LUN (Legge urbanistica Nazionale) del 1942. Quell’articolo consentiva ai Comuni consorziati di approvare un PRG intercomunale. Bastava però il veto di un solo sindaco per bloccare tutto.

Olivetti ebbe sempre a cuore le questioni legate allo sviluppo urbano, all’edilizia e non solo perché Presidente dell’INU. Era convinto che sul regime dei suoli e sulla loro destinazione che si risolveva il conflitto tra interessi della rendita speculativa, bisogni collettivi, razionalità e ordine dello sviluppo edilizio di una città.

 

Il 5 aprile 1960 Franco Ferrarotti “deputato del Movimento di Comunità”, padre nobile della sociologia italiana, nella sua appassionata commemorazione di Olivetti alla Camera ne evidenzia alcuni tratti. Dice come l’industriale eporediese si collocasse molto al di sopra della “miserabile prospettiva del paternalismo padronale corrente”; come fosse convinto della necessità di introdurre novità, ricerca e sperimentazione nel ciclo produttivo. E proseguendo ricorda lo sguardo particolare di Olivetti per il Mezzogiorno che gli appariva “il banco di prova della democrazia italiana” e per il quale “aveva elaborato un piano organico di sviluppo industriale”. Ne costituivano l’essenza più intima: il rispetto per il territorio comunitario, la partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni più importanti che li riguardavano, la programmazione. Pozzuoli e Matera che alludevano rispettivamente all’industria e all’agricoltura ne erano la filigrana. 

 

Nel suo “Viaggio in Italia”, effettuato per conto della RAI tra il 1953 e il 1956, Guido Piovene giunge anche a Matera. Ne tratteggia lo sviluppo urbano tra il moderno e i Sassi e scrive che lì, insieme con altri abitanti, vivono “oltre 1200 protestanti (…) che appartengono alle sette più popolari e visionarie quali i battisti e soprattutto i pentecostali”. Lo scrittore vicentino si sofferma sul clima culturale in città nel quale scorge un certo “radicalismo politico negli ambienti cattolici”, anche se in misura maggiore “La funzione critica è esercitata soprattutto da un gruppetto di giovani legati al Movimento di Comunità (…). Le loro idee compaiono in un settimanale, “Basilicata” ”.

Si può scorgere in questo accenno l’esistenza di un rapporto tra Olivetti e Matera che nel corso degli anni ’50 diventerà sempre più stretto e fecondo.

 

Se oggi quel nesso è riemerso, nel dibattito storiografico, non è certo per l’evento Matera 2019 frutto, come sostengono giustamente taluni, di una potente negoziazione tra potere politico e risorse naturali del territorio regionale. Ripensare quel legame e la stagione a cui dette vita torna utile per uno sguardo sulle miserie del presente appena velato dalla spettacolarizzazione mediatica dei Sassi; e per misurare l’incidenza che quel torno di anni ebbe nell’introdurre elementi di cambiamento e di modernità nel tessuto cittadino. 

 

Leonardo Sacco, uno dei giovani critici intravisti da Piovene, in un commosso ricordo in morte di Olivetti, apparso su “Basilicata” 3/1960, racconta che nel marzo 1946 acquistò in un’edicola a Matera un “giornale di tipo insolito”. Era “Comunità”. Dalla lettura di quella rivista ne ricavò la convinzione che per uscire “dal caos” di allora occorresse “veder chiaro e veder nuovo”. Vale a dire guardare alle novità e non alle permanenze, alle fratture e non alle continuità del ‘900 italiano.

La presenza degli olivettiani è segnalata da una lunga relazione
del prefetto 
di Matera del 25 maggio 1957 al Ministero degli Interni 

dove da poco si era insediato Fernando Tambroni.

 

Scrive che i Circoli di Comunità erano nati prima del 1954 quando invece era comparso il Movimento di Comunità. Presenti “con finalità esclusivamente culturali”, in breve tempo erano riusciti ad animare un dibattito su quali mezzi fossero necessari “per la risoluzione dei problemi sociali, riguardanti in particolare il basso tenore di vita delle popolazioni del Mezzogiorno d’Italia rispetto a quelle del Nord”. Molto attivi nel Circolo materano erano alcuni giovani. Pietro Ricciardi insegnante “distaccato presso il Provveditorato agli studi” è descritto “elemento piuttosto fazioso” nella preoccupata nota prefettizia. Ricciardi girava nei Comuni del materano col suo Bibliobus per avvicinare adulti, vecchi, bambini alla lettura convinto che la cultura fosse un forte strumento di emancipazione. Attivi erano anche Francesco P. Nitti e Nicola Strammiello, entrambi docenti. E Sacco, naturalmente, che in una riunione a Milano del Movimento era stato eletto “membro della direzione politica centrale del detto Partito”. 

 

Da altra fonte archivistica si apprende che nel 1958 in Basilicata esistevano 56 Circoli (23 nel materano, 33 nel potentino); in quell’anno essi costavano a Olivetti 1.107.000 lire. Saranno ridotti a 14: 2 nel potentino, 2 nel materano, quasi a segnare una migliore efficienza culturale e operativa di questi ultimi. Le cause del ridimensionamento vanno ricercate nella crisi del Movimento e nelle decisioni del gruppo aziendale di operare tagli e finanziamenti.

 

I Circoli possedevano un patrimonio inestimabile in libri e riviste: sociologia, psicologia motivazionale, management, economia, antropologia;

 

l’abbonamento a tante riviste fra cui “Casabella”, “Comunità”, “Il Ponte”, “Lo Spettatore italiano”, “Nord e Sud”, “Paragone”. Era un universo di saperi nuovi, sperimentali, scientifici, tecnici su cui si esercitava la censura delle culture comunista, cattolica, crociana. Matera fece da cavia per la diffusione di questi contenuti culturali in tutto il Mezzogiorno subendone per prima l’influenza e il lascito successivo.

Ruotavano intorno ai Circoli studenti universitari, insegnanti, avvocati, medici, ingegneri, eruditi locali. Non si creda che quelle figure sociali segnassero il carattere elitario e aristocratico degli olivettiani. Suggeriscono, ancora oggi, l’esistenza 

di processi di mobilità sociale che nel tessuto regionale tendevano a superare 

la bipolarità braccianti-agrari, con cui era rappresentata la regione.

 

Nelle contrade lucane, in specie materane, di quegli anni, la presenza e le attività culturali degli olivettiani fecondarono un processo di educazione alla democrazia, alla cultura politica, alle curiosità culturali che guardava alle nuove generazioni nella convinzione che la modernità avesse bisogno anche di un côté critico, etico e libero nel pensiero. In seguito non si è avuto nulla di simile. 

 

A partire dal 1949 Olivetti fa giungere a Matera un gruppo di scienziati sociali, di tecnici, di urbanisti, di esperti nel management delle risorse e della progettazione. Bastano alcuni nomi per cogliere nel loro profilo un forte èthos pubblico, per misurare competenze specifiche, spessore culturale, qualità intellettuali. Si va da Ludovico Quaroni a Giovan Battista Martoglio, da Guido Mazzucchelli-Nazdo a Riccardo Musatti, a Rigo Innocenti; da Lidia De Rita a Tullio Tentori, a Eleonora Bracco. Saranno essi, con i materani Nitti, Ricciardi, Sacco ed altri, che attraverso la volontaria presenza sul campo, col metodo dell’inchiesta partecipata tenuta a battesimo proprio a Matera, con grandi idealità, tenteranno di dare corpo al sogno olivettiano. Membri della “Commissione di studio sull’agro e la città di Matera”, voluta nel 1951 dall’UNRRA-CASAS Prima Giunta, quindi da Olivetti, essi contribuirono a gettare le basi per la legge sullo sfollamento dei Sassi, a sostenere per Matera la necessità del PRG, a pianificare la costruzione del borgo rurale “La Martella”.

Con le dovute cautele e le differenze di spazio e tempo, i borghi rurali olivettiani rinviano all’esperienza dei villaggi operai.

 

Per questi, per esempio, si pensi ai Crespi di Canonica d’Adda, ai Marzotto di Valdagno, ai Rossi di Schio. Sono tutti industriali tessili, cotonieri, ossia il settore più forte del capitalismo italiano tra fine ‘800 e ‘900 ineunte. Il loro paternalismo, però, s’interrompeva sul tema della libertà individuale. Se un operaio veniva sorpreso fuori dal villaggio a frequentare la sede sindacale della FIOT (Fed. Ind. Operai Tessili) o la sez. socialista veniva subito cacciato. In ossequio a questo stile la FIAT schederà più di 100.000 operai nel secondo dopoguerra. Non così nelle fabbriche Olivetti, dove libertà individuale, dignità del lavoratore, alti salari, investimenti in ricerca, elevato tasso di innovazione, erano a base della produttività e della commercializzazione dei manufatti. 

 

Pur ripetendo alcuni criteri ispiratori del villaggio operaio, “La Martella” aveva fattori di diversità ideale e progettuale. Il borgo doveva avere tutti i servizi, dalla farmacia alla scuola, ospitare non più di 2/300 famiglie per dare l’immagine di una struttura comunitaria e non di un alveare. Doveva essere al centro dei terreni dati in proprietà in modo da ridurre il viaggio da casa al lavoro. Il tempo così liberato era destinato a una sociabilità alta: letture, biblioteca, cinema, viaggi culturali, corsi di formazione per introdurre innovazioni nelle tecniche colturali. Ciò nonostante, il trasferimento di abitanti dai Sassi a “La Martella” andò a rilento e subì forme di ostruzionismo. 

 

I primi a spostarsi, è il caso di ricordarlo, furono molti di quei battisti e pentecostali di cui Piovene aveva segnalato la visionarietà. La loro numerosa presenza a Matera deriva dall’apostolato religioso e laico del Monaco Bianco che agli inizi del ‘900, in concomitanza con la nascita del sindacalismo rivoluzionario nel Mezzogiorno, aveva guidato le lotte bracciantili, contro gli agrari materani, per il diritto di spigolatura, le otto ore, salari più dignitosi.

Interessata da un visibile processo di mobilità sociale, Matera visse in quel decennio uno sviluppo edilizio pubblico e privato all’altezza del mutamento. In mancanza 

di una pianificazione urbanistica il rischio era la costruzione di una città-mostro. Nell’immaginario olivettiano, invece, gli interessi della comunità, i suoi bisogni 

e i desideri dovevano trovare nella pianificazione, nella classificazione 

delle aree e dei suoli una rispettosa e armonica realizzazione 

con l’intero territorio comunitario.

 

Si pensi a Pozzuoli. Nel suo discorso del 1955 ai lavoratori, Olivetti sosteneva come la fabbrica costruita “di fronte al golfo più singolare del mondo (…) si è elevata all’idea dell’architetto, in rispetto alla bellezza dei luoghi e affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno”. Fu Luigi Cosenza l’architetto realizzatore di quell’armonia. 

 

I comunitari materani utilizzarono “Basilicata” come strumento di lotta, di denunzia degli scempi edilizi ottenendo risultati favorevoli più a Matera che a Potenza. Si batterono per anni perché il conflitto tra disordine e irrazionalità della rendita speculativa non travolgesse del tutto l’armonia comunitaria. Gli alterni risultati ottenuti per effetto della potenza delle controparti (in primis Emilio Colombo) non scoraggiarono gli olivettiani. La loro resistenza può considerarsi frutto di una triplice azione: percepirsi portatori di saperi tecnici e scientifici con cui sostenere il conflitto; sentirsi parte di un più ampio disegno modernizzatore; riconoscersi sintesi tra l’alta tradizione di impegno civile propria degli intellettuali meridionali e le novità dei tempi.

Il capitalismo comunitario, ovvero l’idea che “il capitale azionario delle grandi 

e medie imprese deve appartenere in parte alla comunità” locale 

e che alla gestione e proprietà devono partecipare insieme 

“i lavoratori, la Comunità e lo Stato regionale”, fu sconfitta.

 

Concorsero a ciò l’ostilità pregiudiziale e ideologica di Claire Booth Luce e la miopia di Confindustria. L’associazione, infatti, ritenne preferibile la scorciatoia dei finanziamenti pubblici, la distribuzione dei dividendi anziché il loro reimpiego in ricerca, sviluppo, innovazione. Nonostante la politica di alti salari, Olivetti si trovò a fare i conti anche con l’opposizione della CISL, più che della CGIL. 

 

Lo schema teorico del federalismo olivettiano (Comunità e Stato regionale) non incrinava né l’Unità del Paese, né la solidarietà reale. Nel 1952-54 il gruppo aveva deciso “di trasferire al Sud il suo potenziale di incremento produttivo”. A causa di una ennesima crisi che aveva investito il Canavese, la politica di riassorbimento dei disoccupati negli stabilimenti di Ivrea non poteva avvenire come era accaduto in precedenti situazioni. Pur tuttavia, ricorda Olivetti agli operai di Pozzuoli, nessuno “ebbe a lamentarsi (…). Perché nella coscienza dei nostri operai del Canavese è vivo il senso di solidarietà con i fratelli della Campania, della Calabria, della Lucania”. 

 

L’abbandono del Mezzogiorno, le scorribande leghiste e neoborboniche (che lo stanno attraversando), l’autonomia differenziata costituiscono un pericolo per la democrazia italiana. La lotta contro questo scenario è il lascito migliore dello “sguardo” di Olivetti e va mantenuto vivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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NOTA

 

Le fonti archivistiche e bibliografiche sono qui elencate per documentare il virgolettato presente nel testo. 

 

Archivio centrale dello Stato, Roma: Min. Int. Partiti politici 1944-1964 b.113. 

 

Archivio storico Olivetti, Ivrea: Seg. del Movimento di Comunità Lucania, bb.1-9. 

 

Camera dei Deputati Atti Parlamentari. 

 

G. Baglieri, M. Fabbri, L. Sacco, Cronache dei tempi lunghi, Lacaita, 1965. 

 

F. Bilò, E. Vadini, Matera e Adriano Olivetti. Ed. di Comunità, 2013. 

 

R. Giura Longo, Per Matera si cambia, pref. di Angelo R. Bianchi, Ed. Giannatelli, 2018. 

 

R. Musatti et alii, Matera 1955, Ed. Giannatelli, 1996. 

 

A. Olivetti, Ai lavoratori, Ed. di Comunità, 2012. 

 

Id. Città dell’uomo, Ed. di Comunità, 2015.

 

 

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“Courtesy Archivio Fondazione Adriano Olivetti” www.fondazioneadrianolivetti.it

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DEMOGRAFIA IN BASILICATA di Angelo Raffaele Colangelo – Numero 13 – Gennaio 2019

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DEMOGRAFIA IN BASILICATA

 

Molteplici e profondi sono stati i cambiamenti che ha subito la popolazione della Basilicata dall’Unità ad oggi. Alcuni divari insorti dopo l’unità sono stati superati, altri se ne sono aggiunti. Tuttavia in oltre un secolo e mezzo non si è prodotta una vera convergenza della regione lucana, e più in generale del Mezzogiorno, con la parte più dinamica del paese. E forse sta qui la vera debolezza della politica: la mancanza di una strategia coerente e risolutiva della questione lucana e meridionale. Tutto ciò si riflette sulla società locale, sulle persone, sulle famiglie, sospinte a “difendersi” dal cambiamento, rifugiandosi in una concezione familistica priva di sbocco. Va letto in questo contesto, ad esempio, il fenomeno della fecondità delle donne lucane, un tempo portate ad esempio per l’intero paese (1), ed oggi tra i livelli più bassi e involutivi. Come va letto in tale contesto la continua fuga soprattutto di giovani dalla regione. Fenomeni che sono all’origine della “desertificazione demografica” del territorio regionale. Nello spazio limitato di questo articolo è difficile dare conto di tutte le trasformazioni e le emergenze demografiche; cercherò di evidenziarne le principali, a partire dalla consistenza della popolazione residente registrata nei 15 censimenti che si sono succeduti in 150 anni di storia unitaria.(2) Cercherò anche di cogliere sinteticamente i fattori che ne hanno condizionato l’evoluzione (o involuzione), accennando conclusivamente ai processi di spopolamento che stanno interessando larga parte del territorio regionale.

 

La Popolazione Lucana dall’Unità ad oggi.

 

Il dato che immediatamente colpisce è lo scarso sviluppo della popolazione lucana nel secolo e mezzo di storia unitaria: 509.060 sono le unità censite nel 1861, 578.036 quelle censite nel 2011. In 150 anni, insomma, la popolazione regionale è cresciuta di appena 68.976 unità, pari ad un incremento del 13,55%, corrispondente ad un tasso medio annuo di appena lo 0,09%. Tra le regioni italiane soltanto il Molise riesce a fare peggio, registrando addirittura un regresso assoluto della popolazione residente (passando dalle 355.138 unità del 1861 alle 313.660 unità del 2011, con una perdita di 41.478 residenti pari all’11,68%). Nel periodo considerato la popolazione del paese, nel suo complesso, cresce di 37.257.267 pari al 168%, con una variazione media annua pari all’1,12%.

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 (*) L’andamento demografico anomalo del comparto è condizionato dal fatto che Veneto e Friuli Venezia Giulia sono presenti dal censimento del 1871, mentre il Trentino Alto Adige è presente dal 1921(**) Le province di Roma e di Viterbo sono presenti dal censimento del 1871

È il Mezzogiorno continentale a presentare il minore sviluppo della popolazione tra le diverse ripartizioni del territorio nazionale. Ma tra le regioni che compongono il Sud, la Basilicata risulta tra le più fragili. Nei 150 anni considerati, infatti, la popolazione meridionale (escluso la Basilicata) passa da 6.105.376 a 13.399.395 abitanti con un incremento assoluto di 7.294.019 pari al 119,46%; insomma raddoppia la propria consistenza. Inoltre, a fronte di una popolazione sostanzialmente stazionaria in Basilicata, nelle altre regioni meridionali – fatta eccezione per il Molise – la popolazione cresce significativamente: in Abruzzo (+52,29%), in Calabria (+69,64%), in Campania (+140,05%) e in Puglia (+203,65%).

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In conclusione, la popolazione residente in Basilicata in un secolo e mezzo non è cresciuta. Tuttavia questo sintetico dato è il risultato di un percorso alquanto accidentato e tormentato (non solo demograficamente). Possiamo distinguere diversi periodi nella vicenda della popolazione lucana contemporanea. Un primo periodo, quello del ventennio immediatamente successivo all’unità (1861-1881), nel quale, nonostante la presenza di un profondo disagio sociale, la popolazione cresce, anche se con un ritmo modesto (tasso medio annuo dello 0,29%, contro un tasso medio nazionale dell’1,5% e del resto del Sud dello 0,6%). Un secondo periodo, quello del quarantennio a cavallo del secolo (1881-1921), quando la popolazione lucana decresce fortemente, ad un ritmo medio annuo dello 0,22%. Nel quarantennio considerato l’Italia nel suo insieme cresce ad un ritmo medio annuo dello 0,90%, e la popolazione del resto del Mezzogiorno cresce con un tasso medio annuo dello 0,7%. È il periodo della grande emigrazione transoceanica, che produce fenomeni di spopolamento diffuso sul territorio della regione. (3) Un terzo periodo, il trentennio che va dal primo al secondo dopoguerra (1921-51), quando la popolazione lucana cresce ad un ritmo più elevato della media italiana (tasso medio annuo dell’0,92%, contro una media nazionale dello 0,69%). Anche il resto del Mezzogiorno continentale cresce nel periodo ad un ritmo medio annuo dello 0,92%. È un periodo demograficamente positivo, sotto l’influenza di due fattori determinanti: il persistere di un regime demografico condizionato ancora dall’alta fecondità delle donne lucane e dalle difficoltà ad emigrare, per le restrizioni operate dagli Stati Uniti d’America. Un quarto periodo, dal 1951 in poi, quando la regione sperimenta un nuovo periodo di flessione demografica, soprattutto nel ventennio 1951-71 e dal 2001 in poi. Nell’intero sessantennio la popolazione regionale diminuisce con un ritmo medio annuo dello 0,13%, mentre il paese cresce con un tasso annuo dello 0,42% e il resto del Sud dello 0,31% annuo. Ed è soprattutto nell’ultimo ventennio che la perdita di popolazione diventa drammatica: contro un paese che comunque cresce al un ritmo dello 0,23% annuo ed il resto del Sud sostanzialmente stazionario (tasso medio annuo dello 0,03%), la popolazione lucana decresce con un tasso medio annuo dello 0,27%.

 

Fattori naturali e migratori nella dinamica della popolazione.

 

Al momento dell’Unità il modello demografico lucano – ma anche quello dell’intero paese – rifletteva le condizioni di antico regime. La fecondità era ancora di tipo naturale, nel senso che il comportamento riproduttivo non mutava in funzione dei figli avuti. La nascita, insomma, era un evento al quale non si sapeva come far fronte (si pensi ai neonati abbandonati, ai cosiddetti “esposti”). E la morte era ancora profondamente “ingiusta”, nel senso che recideva la vita nel fiore degli anni, e particolarmente in età infantile. La transizione ad un regime demografico moderno, caratterizzato da bassa natalità e bassa mortalità, in Italia è avvenuta tardi, e in modo particolare nel Mezzogiorno e in Basilicata. Il processo si avvia a cavallo tra XIX e XX secolo, e il regime demografico moderno si afferma soltanto nel secondo dopoguerra. Con riferimento al territorio regionale, il quoziente di natalità per 1000 abitanti passa da 42,1 nel triennio 1862-64 a 35,9 nel triennio 1900-02, riducendosi di 6,2 punti, contestualmente il quoziente di mortalità passa da 39,3 a 28,3, riducendosi di 11 punti, per cui in quasi quarant’anni il tasso di incremento naturale lucano diventa più che doppio (dal 2,9 per mille al 7,6 per mille). La tendenza alla discesa dei tassi prosegue nel tempo, e nel triennio 1961-63 si attesta al 23,6 per mille per la natalità ed all’8,7 per mille per la mortalità: in sessant’anni il primo quoziente si riduce di 12,3 punti ed il secondo di 19,6 punti. Di conseguenza il tasso di incremento naturale sale al 14,9 per mille, quasi doppio rispetto all’inizio del secolo. Negli ultimi cinquant’anni, invece, si verifica un vero e proprio tracollo nelle condizioni demografiche della regione, con un tasso di natalità che sprofonda al 7,65 per mille nel triennio 2010-12 ed un tasso di mortalità che, per effetto dell’invecchiamento della popolazione, subisce un lieve rialzo, collocandosi al 9,7 per mille, e ne consegue un tasso di decremento naturale di circa il 2 per mille.

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Il processo di invecchiamento della popolazione lucana è evidente, se si considera che la quota degli anziani (quelli in età da 65 anni in poi) passa dal 6,6% del 1951 al 20,5% del 2011; nello stesso periodo la quota dei giovanissimi (in età fino a 14 anni) passa dal 29% al 13,3%. Di conseguenza l’indice di vecchiaia (rapporto tra anziani e giovanissimi) passa dal 344,4% al 752,6% (insomma, se vi erano circa 3,5 anziani ogni giovanissimo nel 1951, ve ne sono ben 7,5 nel 2011), e l’indice di dipendenza (rapporto tra anziani e classi centrali di età 14-64 anni) passa dal 10,3% al 30,9% (insomma, se prima vi era un anziano ogni 10 persone in età lavorativa, ora ve n’è 1 ogni 4). L’altro grande fattore di trasformazione demografico e sociale è stato il fenomeno emigratorio. A causa, certo, della pressione demografica sul territorio, ma anche per l’arretratezza dei rapporti produttivi nelle campagne. È la combinazione dei due fattori (demografico e socio-produttivo) a generare una spinta espulsiva così importante, che assume i connotati dell’esodo nel momento in cui i luoghi di attrazione si rendono disponibili e i sistemi di comunicazione rendono più agevolato il movimento. Il flusso di espatrio, infatti, si mostra presto potente: nel periodo 1876-1913 emigrano 376.627 persone, la gran parte (354.110) verso i paesi oltre oceanici, e solo poco più di 20 mila verso i paesi europei. La meta principale sono gli Stati Uniti (199.475 unità, il 53% dell’intero contingente), seguiti dall’Argentina (77.649, il 22%) e dal Brasile (50.484, il 13%); la meta europea più ambita è la Francia (11.132, il 3% del contingente migratorio). La media annua di espatrio ammonta a 9.911 unità, su una popolazione media del periodo che non supera le 550 mila unità. Dopo il periodo bellico, nel quale partono soltanto 13.159 unità, per lo più ricongiungimenti familiari, il flusso riprende subito con vigore, ma dura solo pochi anni a causa del contingentamento all’ingresso deciso dagli Stati Uniti d’America e alla successiva crisi economica mondiale. In tutto il periodo 1919-1925 emigrano 41.228 lucani, con una media annua pari a 5.890. Dopo il 1925 l’esodo dei lucani via via si spegne. In tutto il cinquantennio 1876-1925 sono espatriati dalla regione 431.014 lucani, dei quali 228.260 hanno raggiunto gli Stati Uniti, 92.563 si sono diretti verso le terre argentine, 55.683 sono approdati in Brasile e 13.165 nella vicina Francia, per citare solo le mete più frequentate. La media annua di espatrio in tutto il cinquantennio è di 8.620 unità. Ad emigrare è soprattutto il maschio (303.627 unità, pari al 70,4% del contingente) che parte da solo (270.239 unità pari al 62,7% del contingente); tuttavia, rispetto al complesso dell’emigrazione italiana del periodo, la presenza delle donne (127.387 pari al 29,6%) e soprattutto dei minori (160.775 unità pari al 37,3%) si mostra significativa nel contingente lucano, a segnalare che gli emigranti lucani esprimono più degli altri l’intenzione di partire per non ritornare. La figura professionale più presente nel contingente emigratorio è l’addetto ai lavori campestri (63,8%), seguito a distanza dagli addetti ai lavori di sterro (10,9%), ma anche la presenza di figure artigianali e professionali è significativa (13,3%), a testimonianza che il progetto emigratorio, in realtà, interessa tutta la società lucana. Non tutto il contingente che espatria, ovviamente, diventa perdita demografica definitiva per la regione: c’è chi parte e non ritorna, e c’è chi dopo essere tornato riparte nuovamente (il cosiddetto flusso circolare), ma c’è anche chi dopo un po’ di tempo ritorna definitivamente. Le statistiche ufficiali non registrano le ripartenze né, fino al 1905, i rientri; è quindi complicato avere cifre esatte su quella che viene definita “emigrazione netta”, ossia la perdita netta di lucani che si sono spostati definitivamente all’estero. Le statistiche ufficiali (4) registrano che, nel periodo 1906-25, sono 58.302 emigrati di ritorno, meno del 30% del flusso in uscita. Anche assumendo tale percentuale come valida per tutto il periodo 1876-1925, avremmo comunque una perdita di popolazione per emigrazione superiore alle 300 mila unità (oltre la metà dei residenti in regione al 1881), con un tasso di emigrazione netta pari all’1,16% sulla media della popolazione dal 1881 al 1921, ben più alto del tasso di crescita naturale della popolazione lucana nel periodo. Al termine del secondo conflitto mondiale la pressione demografica sul territorio torna ad essere notevole, ma non si trasforma immediatamente in flusso emigratorio, per il persistere del contingentamento degli sbarchi negli USA e per le condizioni non più favorevoli nelle tradizionali destinazioni latino-americane (Argentina, Brasile), mentre le nuove destinazioni – come l’Australia – non corrispondono pienamente alle aspirazioni dei potenziali emigrati e lo sbocco europeo è ancora molto limitato (quelli svizzero e tedesco si apriranno solo dalla seconda metà degli anni cinquanta). Nel decennio 1946-55 emigrano dalla regione 43.728 unità (10.163 sono i rimpatri, pari al 23,2% degli espatri), ma già nel ventennio successivo il flusso in uscita sale a 194.776 emigranti (76.190 sono i rimpatri, pari al 39,1% degli espatri). La crescita del flusso di ritorno è dovuto al fatto che l’emigrante lucano predilige ormai la destinazione continentale, e diversi paesi europei praticano politiche di scoraggiamento all’insediamento definitivo sul proprio territorio. La vicinanza tra luogo di provenienza e quello di destinazione, e i relativamente bassi costo di trasferimento, inoltre, consentono all’emigrante di partecipare ad un mercato del lavoro allargato, capace di fargli cogliere ogni opportunità di lavoro temporaneo che si crea nei paesi esteri, nel nord d’Italia o nella stessa regione. In sostanza il progetto emigratorio lucano diventa sempre meno un progetto di vita, da condividere con la propria famiglia. L’emigrante è un lavoratore che si muove prevalentemente da solo, pronto a cogliere le opportunità di una domanda di lavoro che nel continente europeo tende ad unificarsi. La partecipazione femminile è scarsa nel movimento emigratorio continentale (solo del 10%, nel quadriennio 1959-63), mentre permane elevata (50% nel contingente) nel movimento transoceanico. Il 43% dell’emigrazione continentale lucana si dirige verso la Svizzera e il 32% verso la Germania Federale, nazioni che forniscono anche alte percentuali di rimpatrio (rispettivamente 29% e 13%).

 

Espatri e rimpatri 1876-2014 : Basilicata, Italia e Sud

 

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Nel secondo dopoguerra parte anche un intenso movimento migratorio interno, con destinazione le regioni del cosiddetto triangolo industriale (Liguria-Lombardia-Piemonte), la cui entità è stimata attraverso il trasferimento di residenza (iscrizioni e cancellazioni anagrafiche). La registrazione anagrafica coglie, tuttavia, solo approssimativamente il movimento reale, perché non sempre chi si muove trasferisce la propria residenza, e comunque non lo fa con contemporaneità; tuttavia questa rimane l’unica fonte statistica per rilevare il movimento migratorio interno. Il fenomeno assume ritmi elevati nel triennio 1961-63 (71.887 cancellazioni a fronte di 34.019 iscrizioni, con una perdita netta di 37.868 unità, corrispondente ad una media annua di 12.623 residenti) e nel triennio 1968-71 (67.216 cancellazioni a fronte di 34.611 iscrizioni, con una perdita netta di 32.605 unità, corrispondente ad una media annua di 10.868 residenti). Dal 1972 in poi il flusso netto si ridimensiona, ma non si esaurisce. Fino al 1981 le destinazioni prevalenti sono le regioni del Nord Ovest, ed in particolare la Lombardia (con unità nette trasferite) ed il Piemonte (con 49.085). Dopo il 1981 il flusso si riduce nelle dimensioni e si distribuisce nelle principali regioni sia del Nord che del Centro Italia; in particolare, perde importanza il Piemonte, mentre emerge il polo attrattivo dell’Emilia Romagna.

 

Saldi dei movimenti anagrafici tra comuni della Basilicata e comuni del

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Muta anche la qualità delle risorse umane che abbandonano la regione: sempre più giovanile e scolarizzata, anche femminile; spesso ci si sposta per proseguire gli studi e non si fa più ritorno.

 

Lo spopolamento attuale

 

Questa continua sottrazione di risorse umane, soprattutto giovanili, non solo ha effetti negativi sulla consistenza della popolazione residente in regione, ma altera profondamente la sua struttura per età. In particolare assottiglia le classi di età demograficamente più produttive, con effetti sulla consistenza della quota di popolazione prolifica e quindi sulla fecondità generale. Quest’ultima è depressa, inoltre, dalla carenza di servizi di conciliazione tra famiglia e lavoro e dal carico, sulla componente femminile, dei servizi di assistenza a una popolazione sempre più anziana. Studi demografici sulla fecondità, sia a livello europeo che nazionale, hanno mostrato come le aree con minori servizi di conciliazione subiscono un doppio effetto negativo: l’occupazione femminile stenta a decollare e la fecondità si riduce sempre di più. In questo modo si spiega l’inattesa inversione territoriale nella fecondità in Italia, dove regioni tradizionalmente feconde come la Basilicata fanno sempre meno figli, mentre le regioni settentrionali vedono un incremento relativo delle nascite. E ciò non soltanto per effetto delle immigrate, il cui comportamento riproduttivo sta via via allineandosi a quella delle italiane, ma proprio per la maggiore disponibilità di servizi di conciliazione.

Numero medio di figli per donna ed età media della donna al parto

 

 

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Sono queste le ragioni che portano alla crescita del “malessere demografico” nella regione lucana. Il demografo Antonio Golino, analizzando il fenomeno dello spopolamento nelle regioni italiane, con riferimento al 1991, per la Basilicata parla di “malessere demografico relativamente diffuso e crescente”. (5) I comuni più compromessi (“in grave crisi demografica”) risultavano 11 e quelli comunque in difficoltà (“tasso di incremento naturale medio annuo…sceso al di sotto dello zero”) ben 69. Ricalcolando con i medesimi criteri i valori dei comuni lucani con i dati del censimento 2011 viene fuori che i comuni più compromessi salgono a 67 e quelli comunque in difficoltà a 51. È stato osservato (6) che in presenza di condizioni di arretratezza e di diffuso malessere sociale (oltre che demografico), le aspettative dei cittadini e i meccanismi di consenso finiscono per adattarsi ali livelli più bassi, facendo quindi venir meno la necessaria spinta critica verso i soggetti pubblici, i quali finiscono per non trovare le motivazioni per una politica di cambiamento. Sono convinto che ciò accresce la responsabilità di una classe dirigente che intende prendersi cura dei cittadini che amministra e del territorio che governa, e per costruire risposte adeguate e coerenti a queste condizioni di malessere è opportuno avere piena cognizione delle cause che ancora le determinano.

Note

 

(1) “La Lucania ha un primato che la mette alla testa di tutte le regioni italiane: il primato della fecondità, la quale è la giustificazione demografica e quindi storica dell’impero” (B. Mussolini, comizio a Potenza del 27 agosto 936). Citato in R. Villari “Il sud nella storia d’Italia”, vol. II, Laterza 1974

(2) Nei primi censimenti unitari viene rilevata soltanto la popolazione presente. Tuttavia l’ISTAT ha ricostruito quella residente per tutti i censimenti e per tutti i comuni. Cfr. ISTAT “Popolazione residente dei comuni. Censimenti dal 1861 al 1991”, Roma 1994

(3) Come testimonia Francesco Saverio Nitti nella sua “Inchiesta sulle condizioni dei contadini in Basilicata e in Calabria” del 1910, riportata in “Scritti sulla questione meridionale”, Laterza 1968

(4) Commissariato Generale per l’Emigrazione “Annuario dell’emigrazione italiana dal 1876 al 1925”, Roma 1926

(5) Golino-Mussino-Savioli “Il malessere demografico in Italia”, il Mulino 2000

(6) Casavola-Utili “Il Mezzogiorno: politiche per la crescita e riduzione delle disuguaglianze”, nel volume curato da Guerzoni “La riforma del welfare. Dieci anni dopo la Commissione Onofri”, Il Mulino 2008

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L’ANTICA BOTTEGA DEL LEGNO CHE SUONA di Michele Minisci – Numero 13-Gennaio 2019

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       L’ANTICA BOTTEGA        DEL LEGNO CHE SUONA

 

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Parliamo di Rosalba De Bonis, l’ultima di una dinastia di liutai, famosi in tutto il mondo, che da 500 anni costruiscono strumenti musicali a corda, tra i quali va segnalata la chitarra battente, la cui particolarità consiste nella sua sonorità. E’ chiamata così anche perché le corde debbono essere percosse e non pizzicate e la quinta corda, o scuordo, dà una nota cupa. 

 

Nell’Italienische Geigenbauber, l’almanacco del gotha dei liutai, si parla dei De Bonis come di una dinastia. C’è un Francesco I, Francesco II, un terzo, un quarto, come ci sono i Giacinto, i Michele, i Nicola, i Vincenzo, i Rosario, e infine Rosalba, l’ultima della dinastia, variamente alternati come i rami di un albero genealogico imperiale.

L’abilità, il gusto raffinato della linea e tutti i segreti per ottenere dagli strumenti 

un suono armonioso che i grandi musicisti conoscono bene, 

vengono custoditi gelosamente e tramandati di padre in figlio.


La bottega d’arte, posta al centro dell’antico Rione della Giudecca, nel comune di Bisignano, in provincia di Cosenza, dove ormai Rosalba De Bonis, l’ultima della dinastia, lavora da sola, è un ambiente luminoso, inconfondibile; le forme-modello dei vari strumenti musicali sono appese alle pareti, i molti attrezzi antichi da lavoro, ben ordinati, sembrano tanti elementi decorativi dell’ambiente. Le linee degli strumenti sono l’una diversa dall’altra, i legni rari sapientemente invecchiati e trattati con vernici speciali; i vari intarsi, le decorazioni, sono veri capolavori di sapienza, di calcolata straordinaria sapienza, perché ogni elemento, anche quello decorativo, contribuisce alla più pura musicalità degli strumenti.   

Sono secoli di storia, la storia di una Calabria segreta e inattesa, 

quella della musica. Le vicende di una bottega dove con gli stessi scalpelli, 

le stesse forme, gli stessi legni, soprattutto con lo stesso amore, 

qualcuno ripete ogni giorno il miracolo di creare uno strumento vivo.

Violini, chitarre, mandolini, ukulele, tutto nasce in questa bottega in modelli identici da secoli. I nipoti diventano padri, poi nonni, poi se ne vanno vedendo che gli ultimi nati sono già pronti a prendere il posto lasciato vuoto, per continuare quel lavoro che non deve finire mai. Rosalba mi dà appuntamento davanti alla sua bottega e subito mi rapisce: parla metà in italiano e metà calabrese-cosentino; occhi neri come la pece, sguardo limpido, sincero, ma quasi inquisitore, come a voler proteggere, davanti ad un estraneo, i suoi lavori, la sua arte, la sua genialità, nonostante la cordialità con cui mi concede questa intervista. 

 

Mentre mi mostra i modelli da cui ricava poi le sue chitarre, Rosalba mi racconta la storia del legno da cui sono state ricavate le sue ultime chitarre, legno di palissandro brasiliano, una partita del 1957, arrivata a Battipaglia dal porto di Napoli, che ora non si trova più in commercio, lasciata ad invecchiare per decenni. E poi tira fuori da un cassetto ciotoli di colla risalenti al 1915, uguale a quella che si usava nel ‘700; e poi mi porta nello stanzino dove c’è una piccola officina, con al centro una base in muratura, di lato un mantice, della cenere forse ancora calda, e

mi spiega come lavora col fuoco per addomesticare, piegare il palissandro 

alla sua volontà, alla sua idea di chitarra,


all’anima che vuole infondere ad un semplice pezzo di legno. 

 

E la tecnica di Rosalba è la stessa che si usava nel 1500, uguale alla tecnica utilizzata per modellare le gondole di Venezia, le chitarre spagnole. E’ qui che Rosalba ha un moto di orgoglio spontaneo e sincero, quando mi dice che non le piace la chitarra spagnola, la chitarra classica è quella italiana. 

 

Punto. Ricorda poi quando ai primi del ‘900 i suoi lontani parenti andavano in giro, con in spalla la viertula, insomma la bisaccia, piena di chitarrine, per venderle nei mercatini di tutta la Calabria. Poi sono arrivate le prime mostre, i primi concorsi e i riconoscimenti in tutto il mondo.

“Un vero liutaio inizia questo lavoro a sette anni, per essere considerato 

un liutaio perfetto. Io ho iniziato che avevo vent’ anni 

e ci lavoro solo da altrettanti anni


– mi dice Rosalba – e non faccio ancora la chitarra perfetta, come timbrica, forse come estetica ci sono vicino… e poi sono l’unica donna della dinastia a lavorare con le chitarre – e sottolinea questo aspetto con determinazione, forse per ribadire un suo orgoglio femminista, ricordando la contrarietà in famiglia per questa sua decisione di impegnarsi in questo lavoro – …e poi è mancina… dicevano per dissuadermi… 

 

Ricordo che zio Vincenzo e anche mio padre, Costantino, solo dopo la mia cinquantesima chitarra battente hanno detto …ci siamo…. Ho deciso di impegnarmi nella costruzione della chitarra classica solo dal 2013, e ne ho fatte già una decina e penso che quando ne costruirò altre dieci forse raggiungerò la perfezione. Farò la chitarra classica perfetta del 2000 – mi dice con un largo sorriso e un’impennata di orgoglio -. Pensa che ci vogliono dai 40 ai 50 giorni per costruirne una”.

A questo punto Rosalba mi racconta delle tante visite ricevute 

nella sua bottega dai tanti chitarristi-cantanti italiani,


di diversa estrazione musicale, come Roberto Murolo, Pino Daniele, Celentano, però in incognito, Fred Bongusto, e poi Eugenio Bennato, della Compagnia di Canto Popolare, che da quando scoprì la chitarra battente, nel 1976, contribuì a renderla molto popolare. “Per non parlare di Modugno, che incontra mio zio Nicola sul treno e gli compra una de Bonis seduta stante: pensa un po’! Ma ho saputo che anche Fabrizio De Andrè ha suonato una De Bonis”. 

 

Ma l’episodio che Rosalba ricorda di più e con infinito orgoglio è quello riguardante

la prima visita in Italia di Segovia, il grande chitarrista spagnolo, 

invitato in una trasmissione per la Rai, con la fila dei liutai italiani 

che gli presentavano le proprie chitarre da utilizzare 

per il concerto italiano e lui scelse la De Bonis.


Ma chi prenderà il posto di Rosalba de Bonis, fra cent’anni? 

 

“E chi lo sa… – mi risponde Rosalba allargando le braccia – Mio figlio ha dodici anni e ho anche diversi nipoti, ma nessuno di loro, per ora, ha mostrato interesse per le nostre chitarre. Vedremo…. mai dire mai”. 

 

Finisce qui il mio incontro con Rosalba de Bonis, una liutaia calabrese, un mito nel mondo della liuteria internazionale, e mentre ci salutiamo mi dice ancora, con malcelato orgoglio: “Io voglio proteggere la mia tradizione, la mia particolarità, e non voglio che finisca”. 

 

Che gli dei ti siano propizi, Rosalba.

 

 

Lavora con le sue mani per carpire al legno un segreto. Legno di palissandro, di abete, di ebano, di acero, di mogano. Tante parti che, assemblate poi insieme, daranno vita, dopo settimane, mesi, di intenso lavoro, alle sue chitarre.

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DEL DIVARIO NORD SUD E ALTRO di Tommaso Russo – Numero 12 – Ottobre 2018

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DEL DIVARIO NORD SUD e altro

 

Forse perché sorvegliato dai toni ufficiali di una certa storiografia delle ricorrenze, il dibattito sull’Unificazione, svoltosi nei dintorni del 150°, ha affrontato in modo sommario alcuni capitoli della storia nazionale come le coppie Risorgimento e Mezzogiorno, Stato e Mezzogiorno. Si deve a un gruppo di studiosi se quei nuclei tematici sono stati oggetto di una vivace discussione in casa Clio di cui qui se ne offre una sintesi.

 

Tra storici, economisti storici, storici economici, in molti hanno partecipato. Primo argomento affrontato è stato l’avvio del divario. Giuseppe Galasso colloca la “bipartizione dell’Italia” alla discesa, nel 568, dei Longobardi che si spinsero fino in Campania creando un principato autonomo tra Benevento e Salerno. Per secoli, si seguirono nella Penisola dinastie diverse e solo l’unificazione “porrà termine tredici secoli dopo” a quella divisione. 

 

Infatti è quell’esito con le sue conseguenze a riproporre la domanda sulla genesi del divario e a caratterizzare i contenuti della polemica.

 

In un suo pamphlet ricco di dati, cifre, report e stime, Emanuele Felice 

sente l’esigenza: di fornire una narrazione veritiera sul divario, l’origine, 

le cause; di illustrare le tesi assolutorie e accusatorie per l’agire pubblico 

dei meridionali, in particolare per i gruppi dominanti;

 

di polemizzare con Vittorio Daniele e Paolo Malanima: con i loro scritti hanno fatto da grancassa ai neoborbonici. In altra sede successiva, la risposta non si è fatta attendere. Entrambi, rigettando l’accusa di essere criptoborbonici, hanno sottolineato la conformità dei loro dati a quelli del collega. La differenza è nella data di origine. Per Felice non va ricondotta all’evento unitario, alla politica della Destra, alla presunta inferiorità dei meridionali. Nel crocevia unitario, sostiene, i ceti dominanti indigeni, «una minoranza privilegiata», scelsero la via della rendita. Sembra, però, il caso di aggiungere che all’appuntamento unitario le elites meridionali giunsero prive di un programma politico e, quindi, senza possibilità di negoziare con quelle piemontesi. 

 

Invece, Daniele e Malanima spostano agli ultimi decenni dell’800 la genesi del divario, allorquando l’Italia si incammina sulla strada dell’industrializzazione. Qui, par di capire che, in quel torno di anni, si esaurirono gli effetti benefici del corredo portato in dote dal regno delle Due Sicilie allo Stato nascente; che il ceto politico nazionale non fu in grado di elaborare un programma di sviluppo generale del Paese, ma solo un piano di lavori pubblici e di interventi in funzione anticiclica a sostegno dei settori industriali in ascesa. 

 

Studiosi come Stefano Fenoaltea, Giovanni Vecchi et alii, con i loro calcoli, stimano che l’«effetto unificazione» non fu destabilizzante per il Sud. Nei decenni centrali dell’800 partecipò del più generale trend del Paese. Ai loro occhi la questione non è la distanza fra le due parti, ma quella «tra l’Italia e i paesi progrediti dell’Europa». Si può aggiungere che quando l’Italia, alla fine dell’800, comincia a entrare nel novero dei paesi industrializzati, per reggerne l’urto sceglie una doppia velocità, sacrificando quella parte di territorio che nel frattempo si era indebolita. 

 

Salvatore Lupo partecipa al dibattito riprospettando talune riflessioni dell’esperienza della rivista Meridiana. Si tratta di punti chiave: la diversità tra storia del Mezzogiorno e questione meridionale; la differenza tra questione sociale e questione meridionale (gramscianamente intesa); la necessità di «liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi»; infine, la tesi che «il Mezzogiorno tra momenti di divergenza e convergenza col Settentrione», in 150 anni, ha partecipato allo sviluppo italiano «nel suo complesso». Vale a dire una forte attenuazione del dualismo e delle differenze fra le zone del Paese, tanto da far scomparire la questione meridionale. 

 

Ciò, a suo tempo, suscitò l’ira di Galasso e di settori della storiografia gramsciana. 

 

Renata De Lorenzo, recuperando il nocciolo della riflessione di Galasso, ha confermato che tra le due parti del Paese la differenza esisteva già nei decenni preunitari. 

 

Pier Luigi Ciocca ha aperto un nuovo cantiere di scavo. Attiene al binomio agricoltura-grande brigantaggio. Ovvero, ai danni da questo apportati a quel comparto produttivo con le sue azioni: abigeato, incendi di raccolti, di stalle e masserie, distruzione di vigneti e colture arborree (noccioleti, uliveti, agrumeti…). Quanti anni necessitarono, si chiede lo studioso, per ricostituire intero quel patrimonio agro-pastorale? Questa domanda ha senso se si considera anche il suo rovescio. Quale fu il volume del danno procurato dalla legislazione speciale, legge Pica in primis, sul mercato tra città e campagne meridionali? Anche questo è un laboratorio da esplorare. 

 

Altre suggestioni si configurano ma qui possono essere elencate solo come titoli per capitoli di ulteriori indagini. Si tratta, infatti, della nascita del pre-giudizio antimeridionale; della diacronia tra costruzione dello Stato (State building) e formazione della Nazione (Nation building); dell’esigenza di definire il grande brigantaggio come lotta di classe o moto demanialista, scontro legittimista o guerra civile o combinazione di alcune tra queste determinazioni. Di certo, non fu una jacquerie.

Il Pil come indicatore di sviluppo di una comunità non sempre ne misura i contenuti 

in modo reale e veritiero. E se ciò vale per il ‘900, è d’obbligo la prudenza per l’800 meridionale, preunitario, per il quale necessitano altri indici per capire 

il più vasto dei Regni italiani usciti dal congresso di Vienna.


Con la Prammatica De Regimine studiorum (1770) Ferdinando IV, sottraendolo ai Gesuiti, istituisce un nuovo sistema scolastico pubblico, statale e laico. Tra cambiamenti e continuità è durato fino al 1860 in quanto era chiaro il modello di società che rifletteva o che doveva riprodurre. 

 

1811: Murat perfeziona l’impianto ferdinandeo con un Decreto organico. 1816: il restaurato borbone lo assume con qualche modifica negli Statuti per i Reali Collegi e Licei. Viene così a configurarsi un sistema di educazione e istruzione in grado di reggere il confronto con altri apparati istruttivi europei e con quello del Lombardo-veneto, ritenuto il migliore. 

 

Un altro cammeo fu la Reale Scuola per gli ingegneri di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Pesca diretta da Carlo Afan de Rivera. Nacque durante il Decennio francese; quindi, prima della milanese Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri (SIAM) sorta, nel 1838, per volontà di Enrico Mylius.

La Scuola napoletana si distinse in tutta Europa per il suo know-how scientifico 

e tecnologico; per la buona pratica didattica di inviare in Francia, Inghilterra, Germania, Russia propri studenti e docenti a fare esperienze. 

Valeva anche il cammino inverso.


Numerosi furono docenti e studenti europei che vennero nel Regno, per esempio, a studiare il ponte di ferro a catene sospese sul fiume Garigliano e poi quello sul fiume Calore progettati dall’ing. lucano Luigi Giura e ancora funzionanti. 

 

Nel decennio 1830-40, le Società economiche, in specie quelle di Basilicata, Salerno, Terra di Lavoro, svolsero una meritoria azione di: divulgazione di nuovi criteri di coltivazione, diffusione dell’istruzione agraria, inviti all’associazionismo. 

 

Nei decenni preunitari l’istruzione nell’arte del mare, di antica tradizione, pur tra difficoltà finanziarie e organizzative, dette vita a un prestigioso sistema formativo. I due convitti di San Giuseppe a Chiaia e del Carminiello al Mercato, istituiti per ospitare gli orfani dei marinai, affrontando un cammino non semplice, riuscirono, nel 1818, a trasformarsi in collegio dei Pilotini e poi a trasferirsi a Meta di Sorrento. Ciò che ne aveva promosso il successo era una doppia convinzione: la formazione unitaria degli addetti alla marina militare e a quella mercantile; la considerazione del mare, il Mediterraneo, come asse centrale dell’economia del Regno. 

 

Con quanto detto non si intende esaurire il vasto panorama istituzionale del Mezzogiorno preunitario. Tutto ciò non comporta una rappresentazione autoconsolatoria ora per allora; né mette capo a una beatitudo temporum. Al contrario. Quelle istituzioni sono gli indici che invitano a una diversa interpretazione. Sono un universo di saperi. Il loro tratto di modernità consiste nell’essere una risorsa unitaria e immateriale con riflessi sullo sviluppo complessivo. La Scuola di Ponti e Strade aveva una visione olistica della natura. I licei avevano un doppio percorso istruttivo. Gli studenti imparavano le materie comuni e anche quelle di indirizzo: agraria, giurisprudenza, medicina.

La sintesi tra saperi di cui quel sistema era depositario dette vita all’unità tra storia 

e natura, tra civiltà e cultura. Solo una facile propaganda, a la lord Gladestone, 

o una storiografia interessata, hanno potuto svillaneggiare o passare sotto silenzio questo corredo di lunga durata portato in dote alla nuova Italia.


L’andamento del divario non è mai stato lineare. Comincia a crescere negli ultimi decenni tra ‘800 e ‘900. Continua negli anni della grande guerra. Aumenta durante il fascismo con la crisi del ’29 e la politica autarchica. Non accenna a diminuire negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto. La risalita comincerà negli anni della ricostruzione e del boom economico, quando lo Stato col suo intervento avvierà un circolo virtuoso. 

 

Già agli inizi del ‘900, con la legislazione d’emergenza (1904-06), lo Stato intervenne in alcune regioni meridionali. La mancanza però di una idea di pianificazione delle risorse rese quell’intervento parziale.

 

Anche il progetto elettro-irriguo di Nitti affidava allo Stato un ruolo centrale. 

 

Bisognerà attendere il secondo dopo guerra quando un gruppo di tecnocrati di formazione nittiana, passati indenni dal fascismo alla Repubblica, muterà la direzione dell’intervento nel Mezzogiorno. Le risorse saranno finalizzate all’infrastrutturazione come primo passo per l’industrializzazione in una logica di complementarietà e di unificazione del mercato. Le due parti del Paese dovevano unificarsi con un piano di sviluppo generale raccolto in una grande produzione legislativa: il piano INA-CASE, la Cassa per il Mezzogiorno, la riforma stralcio con l’intento di costruire il “sistema Italia”: almeno nelle intenzioni. Lo Stato aveva una funzione regolativa non sostitutiva del mercato. Anche i grandi flussi migratori parteciparono, a loro modo, a questo progetto di unificazione. Questa stagione irripetibile,1947-1952, dispiegherà i suoi effetti positivi fin verso il 1964 dando tangibili segnali di diminuzione del divario.

Gli anni ’50, inoltre, fanno registrare nel Mezzogiorno una interessante fioritura: 

case editrici, giornali, riviste, circoli culturali. In una parola: da un lato gli intellettuali riscoprono la loro funzione civile nel conio di una nuova mediazione fra gruppi sociali e Stato e fra questo e la comunità locali; dall’altro lato la vivacità di quegli anni 

vive senza contributi pubblici ma sull’entusiasmo e sulla passione civile 

che era riuscita a suscitare.


Il decennio 1950-60 costituisce, dunque, un momento alto nella vita del Mezzogiorno durante il quale questa parte del Paese ripropone la sua offerta immateriale alla direzione dello Stato con figure giuridiche, amministrative, direttive come era stato in precedenza. Tutto ciò necessita della riemersione critica di vecchi e nuovi contenuti, noti o meno, e di una diversa interpretazione pena un divario irrecuperabile. Non solo economico.

 

 

 

 

Del divario nord sud
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  Bibliografia 

 

Daniele, V.-Malanima, P. Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011, Rubettino, 2011 

 

De Matteo, L. Una “economia “alle strette” nel Mediterraneo. Modelli di sviluppo, imprese e imprenditori a Napoli e nel Mezzogiorno nell’Ottocento, ESI, 2013 

 

Felice, E. Perché il Sud è rimasto indietro, Il Mulino, 2013 

 

Galasso, G. (a c. di) Alle origini del dualismo italiano. Regno di Sicilia e Italia Centro-Settentrionale dagli Altavilla agli Angiò (1100-1350), Rubettino, 2014 

 

Giannola, A. Mezzogiorno oggi: una sfida italiana, in Cassese, S. (a c.di), Lezioni sul meridionalismo, Il Mulino, 2016.

 

IL VOLO DELL’ANGELO di Lorenzo Salazar – Numero 12 – Ottobre 2018

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IL VOLO DELL’ANGELO

 

Esiste però un percorso alternativo, che richiede meno di due minuti, ma anche una certa dose di sangue freddo. 

 

Accanto alla naturale e selvaggia bellezza dei luoghi, da circa un decennio il Volo dell’Angelo costituisce uno dei principali fattori di richiamo delle Piccole Dolomiti Lucane (ci troviamo una trentina di chilometri a sud-est di Potenza) le cui cime, pur in scala ridotta, ricordano da vicino talune vette delle più blasonate cugine trivenete. Robusti cavi di acciaio hanno così riunito i due paesi, da sempre così vicini e così lontani, consentendo di “volare” dall’uno all’altro in ambo i sensi.

Si “decolla” da siti diversi e diversamente impervi, da raggiungere 

prevalentemente a piedi.


Il volo da Castelmezzano a Pietrapertosa (sicuramente il più eccitante e spettacolare dei due con la sua lunghezza di 1415 metri ed il suo dislivello di 130), si spicca da una cresta raggiungibile dopo una ascensione (definirla passeggiata è sicuramente riduttivo) di circa mezz’ora dal punto dove il minibus abbandona gli aspiranti emuli di Icaro raccolti al punto di ritrovo in paese od a quello di arrivo del rientro. Da essa, in attesa del proprio turno, si ha il tempo di scoprire gli incantevoli scorci offerti dalle Piccole Dolomiti e dal circostante Parco Regionale Gallipoli Cognato che si estende su una superficie di oltre 4000 ettari, equamente divisi tra la provincia di Potenza e quella di Matera.

 

La partenza del volo da Pietrapertosa si trova invece quasi in cima al paese. Una volta raggiunto l’ingresso di quest’ultimo, sempre grazie ad un minibus che muove dal sottostante arrivo della fune, potremo così scoprirne le strette viuzze e le botteghe che offrono prodotti tipici lucani.

La laboriosa cerimonia di vestizione prevede una imbracatura, un casco 

di protezione e l’affidamento, sino al vicino punto di partenza, 

della pesante carrucola che costituirà il nostro solo appiglio 

al cavo per tutta la durata del salto da un paese all’altro. 


L’esperienza è mozzafiato. L’augurio di “buon volo” ne segna l’inizio; subito dopo, annunziato dallo scatto metallico del moschettone, ci si stacca repentinamente dalla base di partenza. Si guadagna velocità in pochi secondi, trattenendo il respiro e giungendo rapidamente a toccare i 120 km/h. 

Riavutisi dallo shock iniziale si può godere un panorama superbo, col terreno 

sotto di noi che si allontana sempre più rapidamente. Appena il tempo 

di ammirare l’abisso, ascoltando il vento che riempie le orecchie, 

ed ecco che il fondo valle comincia a riavvicinarsi 

e la velocità a decrescere.


A quel punto, se avremo il coraggio di volgere nuovamente lo sguardo in avanti, potremo cominciare a scorgere il punto di arrivo che si avvicina ad una velocità che apparirà sempre e comunque eccessiva; il fiato è tagliato di nuovo, sino all’impatto… 

 

Chi invece proprio non se la senta di tentare l’esperienza di volo, potrà egualmente assaporare il gusto dell’avventura affrontando un percorso di trekking di circa 2 km. (detto “delle sette pietre”) che, recuperando l’antico sentiero contadino che collegava i due Comuni, scende dai 920 metri di Pietrapertosa ai 660 della sottostante valle del torrente Caperrino per risalire quindi ai quasi 800 di Castelmezzano. Per compiere l’intero circuito del volo di andata e ritorno occorrono non meno di 3 ore, ma non vi è ragione di perseguire inutili performances agonistiche che non lascerebbero il tempo di godere dei colori e sapori locali. Meglio, molto meglio, concedersi l’intera giornata e, 

ancora inebriati dall’esperienza del volo della mattina, perdersi tra le stradine 

del paese di “atterraggio” ammirandone gli scorci, sempre contornati 

dalle straordinarie cime delle Piccole Dolomiti.


Ci si potrà quindi rifugiare presso uno dei numerosi ristoranti locali che, nonostante il crescente afflusso turistico, mantengono elevato il livello della cucina locale ed un ottimo rapporto prezzo-qualità, come del resto quasi ovunque in Basilicata. 

 

Le numerose specialità lucane placano piacevolmente gli appetiti accesi dal cammino verso le basi di partenza. Su tutte troneggia il “crusco” – un tipo di peperone dolce e saporito che viene seccato sui balconi delle case di paese annodato in fotogeniche trecce – che viene qui declinato in tutti i suoi diversi abbinamenti, da originale succedaneo delle chips in aperitivo, ad accompagnamento delle “strascinate” fatte in casa od ideale coronamento purpureo del candido e saporoso baccalà che anche in questa parte del meridione costituisce insostituibile elemento della cucina delle regioni meno favorite dalla vicinanza al mare. 

 

Evitando le ore più calde per intraprendere il volo di ritorno, coltivando al contempo l’illusione di ridurre il pesante debito calorico ereditato dal pranzo, si potrà passeggiare alla ricerca di un caffè, continuando a godere del panorama rupestre.

Se a Pietrapertosa il contatto con le cime è immediato, scendendo le stesse 

sin dentro il paese che ad esse sembra armoniosamente aderire, 

Castelmezzano è stato recentemente inseritoda un giornale britannico 

tra i 19 borghi più belli d’Italia


(“…progettato non da un urbanista, I presume, ma da un gigante che ha preso un mucchio di graziose case e le ha spalmate tra le rocce”, così Lee Marshall sul Daily Telegraph). 

 

Le iniziative di taglio sportivo-avventuroso sembrano proliferare in tutta la Regione. A quello dell’Angelo si è di recente aggiunto il Volo dell’Aquila, con quattro persone alla volta che planano da San Paolo Albanese a San Costantino Albanese, nel Parco Nazionale del Pollino. A Sasso di Castalda invece – non lontano dalla statale che congiunge il Vallo di Diano, ancora nel Salernitano, con la costa ionica – due ponti tibetani, con gradini trasparenti stesi al di sopra del dirupo che costeggia il paese, hanno dato vita alla passeggiata del Ponte alla Luna, richiamando nuove frotte di ardimentosi del fine settimana.

La Basilicata (o per me la Lucania, come sempre si è detto in famiglia) 

è una delle regioni meno conosciute d’Italia. Proprio al rientro da un “Volo”, 

non molto tempo fa percorrevo una sperduta stradina di montagna in direzione 

di San Chirico Raparo, paese della nonna paterna; all’uscita di una curva, 

come nella scena di un film di James Bond, mi si spalancò improvviso 

di fronte l’immenso sito del giacimento “Tempa rossa”,


con decine di bulldozer intenti a spianare il terreno e drappelli di operai e tecnici in divisa azzurra disciplinatamente intenti ai propri compiti. Lo sfruttamento intensivo del più grande giacimento petrolifero su terraferma del continente, pur conosciuto dalla prima metà del ‘900, è iniziato solo in tempi relativamente recenti e ha indubbiamente costituito un fattore di relativo dinamismo economico che non ha mancato di scuotere gli apparentemente immobili equilibri locali.

Gli enormi investimenti hanno prodotto un effetto di ricaduta sull’economia, 

pagato però con la creazione di non sempre trasparenti 

appetiti di varia natura


ed un crescente impatto ambientale i cui effetti, nonostante le inchieste avviate dalla magistratura, non appaiono ancora pienamente misurabili; ad esso vengono ad esempio da taluno imputate le misteriose ed ormai ricorrenti morie di pesci del lago del Pertusillo, nella Val d’Agri. 

 

La capacità di attrazione esercitata da queste nuove attività che aggiungono un pizzico di avventura soft a portata di tutti al richiamo turistico delle tradizionali mete culturali – alcune delle quali, come Matera, oramai di rinomanza mondiale –  

può contribuire a bilanciare la progressiva affermazione nella Regione 

di una monocultura legata al petrolio (ed alle generose royalties 

dallo stesso generate) ed a prevenire l’abbandono di località 

ricche di fascino preservando le tradizioni locali.


Permane, come troppo spesso nel nostro Meridione, il problema delle infrastrutture; l’automobile o la corriera rimangono infatti quasi sempre gli unici o comunque i più rapidi mezzi a disposizione per raggiungere tanto la Capitale Europea della Cultura 2019 come gran parte delle principali località di interesse della Regione, con l’eccezione dell’incantevole Maratea che ha la fortuna di incontrare la linea ferroviaria tirrenica.

Inseguire l’utopia di un nuovo Texas, al quale prevedibilmente contrapporre 

un modello di sviluppo fondato su di una sorta di Disneyland diffusa, 

o confidare invece in una convivenza reciprocamente sostenibile –


sognando tute azzurre che attraversano il cielo delle piccole Dolomiti – nelle dimenticate terre che si stendono a sud dell’invisibile frontiera di Eboli? 

 

Intanto, “buon Volo”…!

 

 

 

separate in linea d’aria da meno di 1500 metri e da un orrido profondo centinaia di metri, occorre affrontare oltre mezz’ora d’automobile ed una serie interminabile di tornanti.

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L’ECONOMIA DELLA BELLEZZA di Patrizia Di Dio – Numero 12 – Ottobre 2018

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L’ECONOMIA DELLA BELLEZZA

 

Palermo, la mia città, può essere presa a simbolo di una Italia che investe sulla sua bellezza e sulla sua capacità di meravigliare il mondo intero, nonché quale emblema delle grandi potenzialità del Sud che, tuttavia, non si sono ancora compiutamente espresse a vantaggio di chi ci vive.

Come il Sud, Palermo è metafora di città splendida e nello stesso tempo decadente, dalle enormi potenzialità e grandi stimoli, eppure spesso in indolente inerzia; memoria di ferita e lacerazione, eppure esempio di recupero fascinoso 

e stimolante, antico e moderno insieme.


Città in cui abbiamo il percorso arabo-normanno patrimonio dell’UNESCO da un lato e che ospita, dal 16 giugno al 4 novembre nel 2018, “Manifesta 12”, una delle più importanti iniziative di arte contemporanea al mondo, la biennale itinerante europea. E sempre quest’anno, è capitale italiana della cultura 2018. Insomma, emblema insieme del nostro passato e del nostro futuro, di crisi e di opportunità. Palermo è anche una storia di impegno in campo umanitario, dove Stato, istituzioni, forze dell’ordine fino al più semplice dei cittadini, agiscono senza esitazioni.

Mentre le discussioni in Europa e in Italia si imperniano su cosa e chi deve fare, 

qui si fa senza chiedersi a chi tocca, pensando solo che ci sono cose 

che non posso attendere.


Noi del Sud siamo fatti così ed è in fondo la nostra grandezza. C’è poi la convivenza, l’esempio materiale di interazione e interscambio tra diverse componenti culturali di provenienza storica e geografica eterogenee che, a Palermo, ha generato un originale stile architettonico e artistico, lo stile arabo-normanno. Di eccezionale valore universale, vi sono mirabilmente fusi elementi bizantini, islamici e latini, capace di volta in volta di prodursi in combinazioni uniche e sincretiche.

La nostra storia di accoglienza e integrazione è il nostro paradigma di bellezza.

 

Palermo è la città dove l’Arcivescovo, monsignor Lorefice, per il discorso in occasione del festino, che si celebra ogni anno da oltre 390 anni in onore di Santa Rosalia, la nostra santuzza patrona, ha espresso considerazioni sulla dignità, sul significato di umanità e sul valore di appartenenza a un sistema e a una comunità di “senso”: parole che ci toccano particolarmente, non solo per la forza innovativa e profondamente cristiana ma anche per l’anelito a porre le basi di un rinnovato modo di intendere le prospettive della nostra vita. Perché, come dice l’Arcivescovo, “le relazioni vere nascono e crescono dove c’è sintonia, c’è finezza, c’è rispetto, ascolto”. Insomma dove c’è bellezza!

La città di Palermo, luogo simbolo di incontro di culture, di religioni, della possibilità 

di vivere nel segno della solidarietà e della pace, esempio di riconciliazione 

e rispetto reciproco, muove nella direzione di un’Economia consapevole 

del livello valoriale della società che le dà vita. Valori che rispecchiano

 quella che chiamo Economia della Bellezza. 

 

Il Sud è considerato, appunto, sinonimo di Bellezza, in virtù del suo patrimonio culturale, artistico, monumentale, paesaggistico, ma anche per la sua alimentazione, il gusto, il design e la moda. La ripresa deve partire da questo immenso patrimonio materiale unito a quello immateriale di Benessere, per un nuovo modello economico, di cui imprenditori e imprenditrici illuminate sono interpreti e protagonisti. Ritengo anche che, nella prospettiva di un mondo futuro dominato dalla tecnologia, si debba coltivare il fattore umano, riportando l’individuo al centro delle dinamiche produttive e riservando alle relazioni umane un posto di prim’ordine nelle strategie aziendali. Per noi, dunque, l’Economia della Bellezza si esprime con una cultura d’impresa che sa guardare lontano e che promuove comportamenti virtuosi sempre più attenti all’individuo e alla comunità, permeata delle specificità femminili di cura, visione dell’altro, “ricerca di senso”, coraggio, istinto ecologico, cultura, relazioni, solidarietà.

L’economia della bellezza che desideriamo promuovere, quindi, è anche
Economia del nuovo Umanesimo, che rappresenta la necessità
di favorire, nel concreto, una visione dell’umanità con una
prospettiva 
arricchente, migliorativa, inclusiva,


fatta di amore, cura, passione, sensibilità, ascolto: l’arte, il paesaggio, il cibo, la musica, la lingua coniugati con il saper vivere, con la capacità di entrare in sintonia, di creare relazioni empatiche, di esaltare intuito, creatività e abilità, cioè i talenti che ci contraddistinguono nel mondo. È un immenso patrimonio di ricchezza, un giacimento ancora quasi del tutto da utilizzare in tutte le sue potenzialità.

Una irripetibile pluralità che determina, nel suo insieme, quello “stile di vita” 

che il mondo intero ci invidia e tenta di imitare.

 

Un tesoro unico che ci appartiene e che abbiamo il dovere di proteggere e valorizzare, per vivere meglio il Sud di oggi e per lasciare ai cittadini di domani un Sud migliore; ma soprattutto per costruire subito nuove opportunità che consentano ai nostri “cervelli”, e in generale a giovani e meno giovani, di non essere costretti ad andar via, abbandonando. 

 

Questo Sud non può più attendere. Va riconosciuto, guardato con attenzione, raccontato con passione, per costruire prosperità. E dunque non solo pensando a quelle attrattive evidenti e generalmente riconosciute presenti nelle grandi città, come la mia Palermo, ma anche a tutti gli angoli più nascosti, e tuttavia non meno affascinanti, che costituiscono le caratteristiche riconnesse alle identità culturali e sociali tipiche delle piccole città e dei piccoli borghi.

Credere nell’Economia della Bellezza significa costruire un’identità 

competitiva per il Meridione,


contribuendo al rilancio del Paese e trasformando il suo straordinario potenziale in una risorsa strategica di sviluppo economico e sociale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Patrizia-DI-Dio
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