NORD-SUD: MOBILITA’ E SVILUPPO UNA NUOVA OCCASIONE PER IL MEZZOGIORNO di Agostino Picicco – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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NORD-SUD: MOBILITÀ E SVILUPPO UNA NUOVA OCCASIONE PER IL MEZZOGIORNO

 

si potrebbe sintetizzare così il dibattito sul mondo del lavoro, che spesso porta alla ribalta della cronaca il nostro Sud, sintetizzabile nello slogan: “il problema in Italia non è quello di portare i lavoratori al Nord, ma il lavoro al Sud”.

A questo proposito varie sono state le chiavi di lettura offerte sulla mobilità geografica dei lavoratori in Italia. Per certi versi

 

è auspicabile una maggiore mobilità al fine di mitigare 

gli impatti della mancanza di occupazione,

 

azzerando i precari lavori in nero, e di accrescere la professionalità e la competenza tecnica e tecnologica. In questo senso gli strumenti della flessibilità contrattuale (al primo posto il lavoro interinale) stanno svolgendo un ruolo promozionale non indifferente. Pur se il Nord è avvantaggiato nell’impiegare tale manodopera per la vicinanza ai grandi mercati europei e per le maggiori infrastrutture di cui è dotato, non si può sottacere che a lungo andare massicce e persistenti migrazioni interne indebolirebbero le regioni povere, contrastandone le dinamiche di sviluppo. Infatti si priverebbe il Sud di capitale umano qualificato composto da tecnici e possibili imprenditori.

Ritornano con profetica drammaticità le parole del meridionalista molfettese 

Gaetano Salvemini, secondo cui “la ricchezza del Nord 

è sostanzialmente prodotta dalla miseria del Sud”.


Occorre tener presente anche lo scenario delle soluzioni alternative costituite dall’impiego – per le lavorazioni meno qualificate – di una manodopera d’immigrazione con miti pretese in termini di salari e di diritti, e dal trasferimento di attività produttive nei paesi dell’Est. A questo proposito sembra doveroso far riferimento alle indicazioni e alle politiche dell’Unione Europea. Proprio qui è stato delineato – e ratificato anche in documenti ufficiali – un interesse collettivo ad un assetto economico-territoriale più bilanciato. Infatti

 

la questione territoriale viene indicata come la questione chiave 

dello sviluppo economico italiano.

 

Il forte squilibrio infatti non giova alle aree deboli, ma può diventare costoso e pericoloso per le aree forti, accrescendo i costi di congestione, aumentando squilibri interni, impoverendo la qualità della vita.
Per affrontare la questione territoriale dello sviluppo italiano occorre considerare uno sviluppo territorialmente più equilibrato e un interesse collettivo dell’intero Paese.
Non si tratta di rimettere in moto un’ondata migratoria come quella degli anni Cinquanta ingigantita dal passaggio dell’Italia da un’economia agricola a quella industriale. Del resto 

 

non esistono i presupposti perché si verifichi un tale fenomeno 

di spostamento di massa dal Sud al Nord.


Infatti non si può non tacere una certa renitenza dei disoccupati meridionali a lasciare i propri paesi a causa di convenienze consolidate. Il Mezzogiorno oggi non è più costituito da persone disposte a far fagotto per terre lontane con l’unica pretesa di sfamarsi. Oggi, in un’economia familiare di sussistenza, i giovani disoccupati sono spesso in grado di studiare e di sopravvivere.

 

Il Nord non appare più un miraggio seducente, ma realisticamente è considerato 

un luogo che, se da un lato offre lavoro, dall’altro si riprende 

quanto ha dato con canoni d’affitto e costi di vita elevati.


Risolvere questo problema è arduo. I buoni per la casa o le defiscalizzazioni mirate sono incentivi positivi per tradurre l’attuale fabbisogno di manodopera del Nord in un’opportunità per l’intero Paese. 

Occorre che, soprattutto i giovani, non perdano questa occasione, oltre all’opportunità di dimostrare quanto siano seri e volenterosi, tanto da far venire voglia a qualche imprenditore del Nord di intraprendere nuove attività nel Mezzogiorno. Del resto sono proprio le esperienze lavorative che accrescono il peso contrattuale verso le imprese nonché la futura “occupabilità” sul mercato del lavoro. Forse proprio nella terra d’origine, per un’emigrazione di ritorno che sia produttiva per tutti. 

 

 

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MATERA DALLA GROTTA AL BED AND BREAKFAST di Pietro Dell’Aquila – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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con la fine del 2019 e appena in tempo prima dello slittamento nell’annus horribilis della pandemia da Covid-19, l’ex borgo rurale trasformatosi in primo polo del terziario meridionale, più o meno avanzato, a trazione turistica si trova a fare i conti con un incerto avvenire. 

Dal rapporto della Banca d’Italia n.17 del giugno 2019 sull’economia regionale lucana risulta che

 

per l’evento le presenze nazionali e internazionali nella città si sono quintuplicate:

 

attestandosi a oltre 124.000 unità provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Francia e più di 320.000 dalle altre regioni italiane come la Lombardia, il Piemonte e il Lazio. Senza contare quelle arrivate dalle zone limitrofe come la Puglia, la Campania e l’interland regionale che, non avvalendosi di pernottamenti, sono di più difficile apprezzamento. Si calcola che le presenze negli esercizi alberghieri si sono triplicate e nelle strutture extra alberghiere sono aumentate a dismisura. L’incremento dei posti letto è salito del 90%. Per non dire del volume d’affari di ristoranti, trattorie e degli altri locali di ristorazione. Ovviamente il mercato edilizio, l’andamento dei prezzi al consumo e in generale il costo della vita hanno avuto una forte impennata.  

 

Rifuggendo il ruolo di succursali dell’Ente Turismo, non vale la pena soffermarsi sulle qualità attrattive del sito, peraltro ampiamente promosse dalla televisione con feste di Capodanno, sceneggiati e documentari, nonché da riviste patinate e ogni genere di altri mezzi pubblicitari, ma piuttosto

 

pare opportuno avviare una riflessione sugli esiti 

di quest’operazione di marketing territoriale 

 

ripercorrendo, sia pure sinteticamente, le tappe della trasformazione del sito materano.  

 

É appena il caso di ricordare che quest’abitato affonda le proprie radici, al pari di Petra, nel lontano Paleolitico, come risulta dalle emergenze archeologiche ritrovate, raccolte e conservate da uomini illustri come Domenico Ridola, cui è intitolato il Museo cittadino.

Per secoli un popolo di pastori e di agricoltori ha vissuto in grotte traforate, 

scolpite e scavate nel tufo di entrambi i lati dei declivi della Gravina 

e realizzato cunicoli, cisterne, chiese, ambienti ed elaborati 

complessi sotterranei, convivendo in simbiosi 

con gli animali domestici, silenti supporti 

della loro fatica.

 

Così il borgo risulta un aggregato di grotte, con andamento verticale, risalente lungo gironi degradanti sui bordi scoscesi del canion del torrente dove la comunità si ritrovava in “vicinati”; un modello esemplare di organizzazione sociale con rapporti a volte aspri e, forse, più spesso solidali per far fronte alle difficoltà dell’esistenza.   

 

Come scrive l’architetto e urbanista Americo Restucci nel suo libro “Matera, i Sassi”,

 

la Cattedrale dovette essere la prima costruzione in stile romanico pugliese 

eretta sullo sperone più alto del sito che divide il Sasso Caveoso da quello Barisano. Solamente più tardi, agli inizi del ‘500, il Conte Giovan Carlo Tramontano, sulla collina di Lapillo al confine della Civita che si andava formando lungo il bordo 

del promontorio e sulle rovine di una precedente struttura normanna, avviò la costruzione di un Castello con due torri che ancora porta il suo nome.


Il feudatario era stato fatto Conte di Matera da Ferdinando II nel 1496, nonostante la promessa fatta da quest’ultimo al popolo di lasciarlo libero avendone ricevuto la somma del riscatto. Il Tramontano si rese inviso ai materani per le imposte che pretendeva di riscuotere, per i suoi debiti e per i lavori della costruzione, tanto da indurli a una cospirazione che sfociò nel suo omicidio il 29 dicembre 1514 all’uscita dalla Cattedrale e in una viuzza adiacente che da allora prese il significativo nome di Via del Riscatto. Un altro episodio di sangue si consumò a Matera l’8 agosto del 1860, tra i primi della reazione antiunitaria sfociata nel brigantaggio lucano, quando una folla inferocita uccise il patrizio Conte Gattini a colpi di falce, insieme al suo segretario Francesco Laurent, ritenuto usurpatore dei demani.

 

Nel 1700 erano stati i fratelli Duni – il padre Francesco era stato Direttore 

della Cappella Musicale della Madonna della Bruna per oltre 

un quarantennio – ad illustrare coi loro talenti,

 

di giurista Emanuele e di musicista Egidio Romualdo, la cittadina. In particolare, come hanno messo in luce Giovanni Caserta che ne ha ricostruito la biografia e Luigi Pentasuglia che ha ritrovato, pubblicato e musicato sonetti e sinfonie, Egidio Romualdo Duni riportò prima in Francia e poi in Inghilterra i frutti della sua geniale capacità artistica. 

Ed è in questo periodo, tra il XVII e il XVIII secolo, che con il declino economico del modello agro-pastorale si va strutturando l’attuale Centro Storico con le espansioni sul piano a ridosso dei Sassi. Le costruzioni amplieranno il confine dell’abitato tra il XIX e il XX secolo.  

 

Il Fascismo lasciò la propria magniloquente impronta architettonica sui palazzi del Corso e nei casermoni delle case popolari. Nel 1926, con un semplice telegramma, il Duce elevò la cittadina al rango di Provincia ma il regime dovette rimanere sostanzialmente estraneo al mondo contadino mentre coinvolse più da vicino le classi impiegatizie. Fatto sta che il 21 settembre 1943, in seguito ad un alterco tra militari italiani e tedeschi, a Matera, prima città in Italia, si ebbe l’avvio degli scontri per la cacciata dei nazifascisti con un eccidio di 26 persone di cui 18 civili.

Com’è noto il primo scopritore della particolare identità di Matera, 

nella sua dolente bellezza, fu Carlo Levi 


che la visitò durante il suo periodo di confino nel 1936 e che la fece conoscere al mondo nelle pagine del 
Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945: 

“Arrivai ad una strada che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… Di faccia c’era un monte pelato e brullo, di un brutto color grigiastro, senza segno di coltivazioni né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo… un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca ed impaludata tra i sassi del greto…

 

La forma di quel burrone era strana: come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso da un apice comune, 

dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca: S.Maria de Idris, 

che pareva ficcata nella terra. 

 

Questi coni rovesciati, questi imbuti si chiamano Sassi, Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola immaginavo l’inferno di Dante… La stradetta strettissima passava sui tetti delle case, se quelle così si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone… Le strade sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelli di sotto… Le porte erano aperte per il caldo, Io guardavo passando: e vedevo l’interno delle grottesche non prendono altra luce ed aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall’alto, attraverso botole e scalette.”

 

Fu, forse, per questo che Togliatti volle andarvi nel 1948 e, preso atto delle condizioni di estrema miseria in cui versavano gli abitanti di quelle grotte, ne parlò come di una “vergogna nazionale” cui occorreva porre rimedio 

nel più breve tempo possibile.


Due anni dopo, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi arrivò a Matera, accompagnato dal giovane sottosegretario Emilio Colombo, il 23 luglio 1950. Altrettanto colpito dal disagio degli abitanti dei Sassi incaricò Colombo di approntare una Legge per risolvere il problema. Sarebbe poi tornato nel 1953, dopo il varo della Legge n.619 del 1952, per inaugurare il Borgo La Martella e consegnare le prime case agli sfrattati de Sassi, assicurando che “Lo Stato assume a suo carico la spesa per il risanamento dei quartieri Sasso Caveoso e Sasso Barisano dell’abitato di Matera e per la costruzione di case popolari particolarmente adatte per contadini, operai ed artigiani, in sostituzione di quelle attualmente esistenti in detti quartieri che saranno dichiarate inabitabili ed abbattute”.  

 

La presenza delle autorità sarà immortalata da Domenico Notarangelo in una sequenza d’immagini di grande impatto emotivo. È in questo momento che la grave questione sociale a Matera si tramuta da problema delle campagne in questione urbana e che,

per la strana e inspiegabile determinazione del caso, incontra da una parte 

il tentativo olivettiano di verificare in un contesto agricolo il modello  urbanistico sperimentato a Ivrea in ambito industriale e dall’altra 

la politica di sviluppo edilizio propugnata da Fanfani col Piano Casa 

(Legge del 29 febbraio 1949) utilizzando i fondi del Piano Marshall.


Di Olivetti a Matera e della costruzione del villaggio La Martella ha già detto Tommaso Russo nel n.14 di questa Rivista, per cui qui vale di più ricordare lo studio promosso dall’UNRRA – Casas che si protrasse dal 1951 al 1955, impegnando un qualificato gruppo di specialisti (Musatti, Friedmann, Isnardi, Nitti, Tentori, Gorio, Quaroni, Mazzarone, Orlando, De Rita, Marselli e Bracco) coadiuvati da valenti studiosi locali che daranno poi vita al Circolo “La Scaletta” e alla battagliera Rivista “Basilicata”. Le risultanze del lavoro, ora raccolte nel volume Matera 55, portarono all’ipotesi di distinguere l’agglomerato dei Sassi in una triplice categoria: una da sfollare per l’impossibilità d’interventi migliorativi, una recuperabile e una di qualità a ridosso della Città Nuova.

 

La proposta, che tendeva a un recupero graduale della zona evitando 

lo svuotamento, presentata a Emilio Colombo, non fu presa in considerazione 

per la volontà politica di procedere allo sfollamento totale, che fu attuato 

con lo spostamento di oltre 17.000 persone, per venire incontro 

ai drammatici bisogni occupazionali di quegli anni. 

 

C’è da aggiungere che nello stesso periodo era stato chiamato a redigere il Piano Regolatore della città Luigi Piccinato, che operò per la sistemazione delle abitazioni e dei servizi del Borgo Venusio e del Quartiere Serra Venerdì tra il 1951 e il 1954. Lo svuotamento dei Sassi che ne seguì ebbe però come risvolto l’abbandono al degrado di tutto l’agglomerato, attivando il dibattito culturale e l’azione amministrativa del successivo ventennio.  

 

A riaccendere l’interesse per la questione, nel 1970, la Giunta DC-PSI affidò incarico al Gruppo “Il Politecnico” diretto dal sociologo Aldo Musacchio di redigere un “Rapporto socio economico” connesso alla variante generale del piano regolatore che fu adottato nel corso del mandato amministrativo anche in relazione alla Legge 1043 del 15.12.1971 che, di fatto, superava i limiti della precedente L.126 del 1967. Per Musacchio, reduce dall’elaborazione del Piano Regolatore di Tricarico, in netta contrapposizione con le valutazioni estetizzanti della borghesia materana post-sessantottina che tentava di rivalutare l’agglomerato come reperto di una più recente archeologia urbana esaltandone “il fascino del degrado”,

 

i Sassi erano “la testimonianza del dolore del mondo” e il più grande 

monumento che la cultura contadina aveva saputo realizzare 

per raccontare la propria condizione.


Da ciò la necessità di un loro recupero in funzione produttiva riattandoli e riutilizzandoli come laboratori artigianali, locali commerciali e sedi di funzioni pubbliche. Nonostante la dichiarata e sostanziale impostazione di sinistra, il Rapporto incontrò forti ostilità fino all’accusa di “colonizzazione” dell’impianto e della proposta. Va da se che l’immeritata accoglienza del documento, unitamente alla contrapposizione col governo regionale, che gli aveva affidato il compito di redigere il Piano di Sviluppo nascondendogli le trattative in corso per l’insediamento della Liquichimica nel metapontino, amareggiò profondamente Musacchio che abbandonò la Basilicata per non farvi più ritorno.     

 

Nonostante il Concorso Internazionale del 1976, cinque piani di recupero approvati dal Comune agli inizi degli anni ottanta, cinque leggi speciali, tra cui la 771 del 1986 per la conservazione e il recupero dei Sassi di Matera,

 

la “questione Sassi” era destinata a durare nel tempo accentuando 

il degrado delle parti più antiche e più a rischio. 

 

Intanto la Città nuova viveva di edilizia e di complessi apparati burocratici che ne legittimavano la nomea di “città assistita”.

 

Soltanto negli anni novanta, per merito dell’architetto Pietro Laureano, 

la città ottenne l’iscrizione nella lista del “patrimonio dell’Umanità” 

da parte dell’UNESCO e, a seguire, la candidatura e il riconoscimento 

di Capitale della Cultura per l’anno 2019.


E ora quale futuro per questo capoluogo in un mondo senza più contadini, senza industrie dopo il crac della costruzione dei salotti e dei mobili, con strutture turistiche in disarmo o comunque in forte contrazione, esaurito l’exploit dell’afflusso del 2019, e senza più giovani che ormai emigrano per cercare altrove una risposta ai loro problemi?  

 

A volte passeggiando davanti alla sede di Palazzo Lanfranchi mi pare di rivedere la figura dello scomparso pittore Luigi Guerricchio, che più di ogni altro ha saputo comprendere e rappresentare lo spirito della sua città e della sua gente, mentre appoggiato al portone, antistante il suo laboratorio, con il suo sguardo sornione di persona scanzonata e buona, sembra riflettere sui destini di questo luogo di ragionieri che, come usava dire con grazia ironica, compravano i suoi quadri, veri capolavori dell’arte italiana, per nascondere il buco dei contatori nelle loro case. 

 

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 Foto di Giuseppe Soldo 

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matera, dalla grotta al bed and breakfast

 

 

NAPOLI VIA DEI GUANTAI NUOVI di Stefania Conti – Numero 19 – Dicenbre 2020 – Gennaio 2021

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napoli. via dei guantai nuovi

 

arriva a Parigi nel 1625, gli viene sottratta la lettera di presentazione per arruolarsi tra le Guardie del Re da tale con il quale si era battuto a duello.

L’intimazione al duello avveniva sfiorando la guancia dello sfidato con un guanto. 

Quel guanto, con ogni probabilità, era italiano


Anzi, napoletano. In tutta Europa, ma soprattutto in Francia, nel Seicento i guanti erano un accessorio indispensabile per la moda sia per gli uomini che per le donne, e non solo: erano adoperati dalle Guardie del Re, incarico al quale, appunto, d’Artagnan aspirava. 

L’arte della fabbricazione dei guanti a Napoli è antica. Già nel 1600 quelli di pelle arrivavano nelle maggiori corti europee


e così è stato nei secoli successivi, fino agli anni Sessanta del Novecento. Furono i Borbone a voler incentivare la produzione artigianale locale, in particolare quella dell’alta sartoria: dalle raffinatissime sete di San Leucio, la cui fabbrica, voluta da Ferdinando IV, oggi è patrimonio dell’Unesco, per arrivare, con il passare dei secoli, alle pregiatissime cravatte, alle camicie, ai completi da uomo di sapiente taglio. I Borbone fecero diventare la capitale partenopea “capitale della moda”.  E in questo empireo di bellezza c’erano (e ci sono tuttora, anche se in misura estremamente ridotta rispetto al passato) anche i guanti.

Il segreto era nei dettagli, eseguiti con minuziosità e fantasia,


che riuscirono a togliere il primato in tale manifattura alla Francia, fino al 1700 faro cui si guardava per essere à la page.   

 

Le prime botteghe nacquero in una strada che ancora oggi si chiama Via dei Guantai Nuovi (“nuovi” perché ai guantai era già stata intitolata una strada, distrutta però nella Seconda Guerra Mondiale), nel quartiere Sanità, noto per aver dato i natali a Totò.

Nel 1800 vi lavoravano intere famiglie che tagliavano, cucivano, ricamavano la pelle che poi veniva trasformata in guanti ed esportata in tutto il mondo.


A loro volta, queste famiglie davano lavoro anche ad altre persone di quel quartiere o di quelli limitrofi, familiari o conoscenti, e così andava avanti una vera e propria economia di scala. Perché la guanteria aveva anche un ruolo, per così dire, sociale. La miseria era veramente nera e avere un mestiere, anzi, essere abili in un mestiere era una garanzia per tutta la famiglia, anche allargata.  

 

L’arte guantaia riuscì a resistere anche all’arrivo dei Savoia. Le industrie del Regno delle Due Sicilie si trovavano, subito dopo l’Unità d’Italia, in grande difficoltà. L’immediato abbattimento delle barriere doganali messe in atto dal governo borbonico per proteggerle “fu peggiore di un terremoto per quanti erano coinvolti nelle varie attività industriali” (Gustavo Rinaldi, Il Regno delle Due Sicilie: tutta la verità). Ma i guanti no: piacevano anche ai piemontesi. Tanto che

fino al 1930 si contavano ancora ben 25.000 guantai. E negli anni Sessanta 

del secolo scorso un’intera fetta di economia campana viveva della pregiata manifattura: il 90 per cento dell’esportazione italiana dei guanti 

veniva da Napoli. 


Ad abbattere l’attività dei maestri artigiani fu il boom economico. L’Italia si industrializza, le produzioni arrivano in serie, realizzate dalle catene di montaggio, il prezzo si abbassa. Si abbassa ancora di più quando, negli anni Novanta, sul mercato arrivano i cinesi, rendendo praticamente impossibile reggere la concorrenza. E un’arte così pregiata comincia a morire. 

 

Ma non del tutto.

A Napoli ci sono ancora dei guantai.


Non sono molti, ma per resistere alla globalizzazione hanno preso una saggia decisione: specializzarsi nell’altissima gamma della moda, riproponendo lusso, raffinatezza e capacità. Sono napoletani, tanto per fare un esempio, i guanti utilizzati nel famosissimo film Titanic. Sono napoletani molti dei guanti dei più costosi marchi di moda che vediamo nelle vetrine di Parigi o New York.

  

Ancora oggi non c’è nemmeno un passaggio automatizzato


ed il mestiere si tramanda di padre in figlio, perché tutta la famiglia è ancora impegnata in questa preziosa lavorazione. C’è chi pensa al modello, chi lo lavora, chi lo cuce, chi lo rifinisce e chi lo taglia.   

 

Il guanto napoletano nasce dopo ben 25 passaggi, tutti fatti a mano con l’aiuto di macchine da cucire, quasi sempre le vecchie Singer della nonna (c’è una piccola azienda partenopea che è in perenne contatto con una ditta tedesca per la manutenzione della vetusta signora). Le pelli sono scelte con perizia perlopiù dal capofamiglia (o da chi dovrà prenderne le veci) e devono essere pregiatissime e morbidissime. La tintura viene fatta seguendo le regole stabilite dalla normativa internazionale sul controllo della qualità. Il taglio deve essere accuratissimo, perché solo se è ottimo esso garantisce la valorizzazione al meglio del pellame.

Ogni fase richiede controlli di qualità continui, con l’occhio attento 

di chi ha imparato il mestiere da bambino e la capacità 

di sentire al tatto anche la più piccola imperfezione. 


E questa capacità si ottiene solo dopo aver maneggiato pelli per decine di anni.  Anche per tale motivo, oggi non è facile trovare chi possa continuare questa tradizione.   

 

Eppure il distretto dei guanti in Italia fino al 2017 fatturava 50 milioni di euro, l’80 per cento dei quali proveniva da Napoli e dintorni. Sfogliando le Pagine Gialle, infatti, troviamo guantai a Casoria, Arzano, Mugnano, Marano, Calvizzano, San Giorgio a Cremano, Melito. 

Testardi, innamorati del loro mestiere, decisi a continuare un’arte,


proprio come si faceva ai tempi dei Borbone. Forse ha ragione lo scrittore Philip Roth, che in Pastorale americana rende loro omaggio: “Nessuno più taglia i guanti in questo modo… tranne forse in qualche fabbrichetta a gestione familiare di Napoli o Grenoble».

 

 

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ERBE SELVATICHE TRADIZIONE ALIMENTARE IN PUGLIA di Nello Biscotti – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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ERBE SELVATICHE TRADIZIONE ALIMENTARE          IN PUGLIA

 

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Esplorare il mondo dei saperi in cui occupano un ruolo alimentare foglie, steli, fiori di piante selvatiche è quasi un viaggio tra memorie e esperienze dirette.  

Un ruolo che ha origine nello stretto rapporto con la terra, gli ambienti, la Natura, per cui con questa tradizione che ha coinvolto le comunità umane a scala di Pianeta, si entra in una conoscenza che abbraccia più ambiti disciplinari (botanica, sociologia, ecologia, storia del territorio, antropologia culturale). 

 

In questi ultimi cinquant’anni, però, ovunque questa tradizione è stata abbandonata (benessere, cambiamenti stili di vita);

in gran parte dell’Europa settentrionale e orientale queste pratiche si limitano oggi 

a frutti e funghi; ancora forte è soltanto la tradizione di raccolta di piante medicinali. Essa sopravvive, invece, in molti paesi del Mediterraneo


e in alcuni paesi dell’est (Croazia, Estonia, Bielorussia); per ciò che riguarda in generale l’Europa si possono documentare oggi utilizzi alimentari di piante spontanee in Polonia, Francia, Austria, Spagna, Portogallo, Grecia, Bosnia-Erzegovina, Slovacchia, ed ovviamente in Italia e nell’intera area mediterranea. La raccolta di vegetali spontanei, pertanto, è stata praticata da sempre, ha costituito l’attività quotidiana delle comunità umane, anche se dalla repertazione preistorica (Paleolitica e Neolitica) sembra prevalere (raffigurazioni, materiali litici) l’immagine dell’uomo cacciatore. 

Il libro “Vie erbose. Le erbe selvatiche nelle bioculture alimentari mediterranee” affronta su basi scientifiche la tradizione, quella su cibi selvatici,

 

partendo da ricerche etnobotaniche condotte in Puglia, contestualizzate nel panorama della letteratura italiana ed europea. 

 

Ovunque con le erbe selvatiche la povera gente, e non solo, ha fronteggiato carestie, periodi di guerre sempre più devastanti. Le erbe selvatiche hanno rappresentato cibo prezioso durante le guerre mondiali, anche in quelle che abbiamo imparato a vedere in diretta in televisione (Bosnia-Erzegovina, 1992-1995). Erbe selvatiche hanno mangiato in Siria gli abitanti di Aleppo assediati per oltre un anno, come si è potuto ascoltare nei servizi televisivi di qualche anno fa.

Si tratta di una tradizione mai scritta perché da sempre trasmessa per via orale, 

di qui la crescente attività di ricerca che in Italia, ha portato a documentare 

fino ad oggi circa 800 specie;

 

ne risultano coinvolte tutte le regioni, ognuna con proprie caratterizzazioni in termini di specie e preparazioni culinarie. Ma è questa solo una rappresentazione parziale di questa tradizione, il dato, infatti, viene da indagini frammentate, condotte in tempi diversi oltre che con logiche diverse. Mancano dati soprattutto a scala di regioni

La ricerca in Puglia, oltre a darci un quadro più aggiornato 

(604 specie escludendo frutti e aromatiche) fornisce per la prima volta in Italia 

dati etnobotanici per una intera regione, ancora più preziosi per il contesto mediterraneo ove la raccolta delle erbe selvatiche 

conserva una evidente importanza.

 

Proprio nella mediterranea Puglia emerge con più forza che nell’uso popolare di cibi selvatici non vi è un confine netto tra cibo e medicina, la tossicità è un concetto del tutto relativo come quello della stessa edibilità. Evidentemente la tematica è realmente complessa e non è una questione solo biologica, o chimica. Vi è un’altra biodiversità che le stesse esprimono nel loro uso, da conoscere, salvare, ed è quella bioculturale (fattori biologici e culturali che influenzano il comportamento umano), altrettanto importante perché interconnessa con quella naturale. 

Le bioculture sono tante, diversissime, poiché si sono sviluppate in luoghi 

e in condizioni diverse, per cui salvando le bioculture salveremo forse 

anche la Natura e viceversa.


La diversità di conoscenze può essere una chiave per la sostenibilità e la resilienza dell’umanità. Le continue perdite di biodiversità con cui ci misuriamo sono anche il vero problema per la conservazione della natura, che è stata sempre perseguita separatamente dal patrimonio culturale che include anche le tradizioni orali ereditate dai nostri antenati. Nell’uso popolare di queste piante in Puglia sono emerse, inoltre, consapevolezze di alimenti che “fanno bene” al corpo, alla salute.

Cibo o medicina allora? Altra questione complessa che l’etnobotanica configura

 

in “cibi-medicina” e che trovano conferme scientifiche per la presenza di importanti di principi nutraceutici (polifenoli, antiossidanti e vitamine) alla ricerca dei quali siamo ormai tutti coinvolti. 

 

Ma questi cibi possono raccontarci altro: l’uso crudo di apici e germogli di piante diverse, che ancora oggi caratterizza la tradizione pugliese, può essere visto come un’importante traccia dell’antica e prolungata attività pastorale che ha contraddistinto questa regione o l’Italia meridionale in generale.

Con questa tradizione pertanto si possono ripercorrere le fasi ancestrali 

del rapporto dell’uomo con il cibo, a partire dalle difficoltà nello scegliere 

le piante, alle prime elaborazioni “culturali” su come e dove trovarle; 

e poi il modo di utilizzarle,

 

dalle forme crude (germogli, frutti, steli) agli arrosti (bulbi, steli) che in tutte le società sono state le prime forme di cottura, quelle più vicine all’ordine naturale ma che si sono mantenute nel tempo. 

 

La cultura sul cibo selvatico era molto diffusa nel basso Medioevo ed era frutto di esperienze legate alla conoscenza del territorio e agli insegnamenti che potevano venire solo da pastori, cacciatori e boscaioli, le uniche figure che vivevano intimamente il territorio. Parliamo di un tempo in cui il confine tra selvatico e domestico è molto labile. 

Le piante cibo erano tali, al di là se crescevano allo stato spontaneo o coltivato, una visione di cibo ancora diffusa tra i raccoglitori di erbe della Puglia oggi, quando attribuiscono ad un’erba selvatica il valore di verdura.

 

È solo nel XI secolo che in Italia le cose si fanno più chiare, perché è già avviata una massiccia colonizzazione fondiaria e agraria a spese di pascoli e boschi: in Puglia continua a dominare il pascolo e la maggior parte della gente non ha niente, perché privata di praticare l’attività fondamentale di coltivare la terra, che invece deve servire agli allevamenti bradi, per i quali servono superfici ampie, prive di alberi (gli stessi boschi si trasformano in pascoli) e incolte, per riuscire a foraggiare gli animali di erbaggi spontanei. 

In questo scenario nasce il Terrazzano (in altre terre di Puglia 

assumerà nomi diversi) capace di costruirsi la propria esistenza 

sulla raccolta dei prodotti spontanei,

 

ma obbligandolo a vagare quotidianamente “per le immense pianure pascolative – scrive Lo Re in “Capitanata triste (1902) – aiutato in ciò dalle donne…; vendendo il supero su la piazza o per le vie”. Ciò li pone in una condizione di assoluta autonomia di sostentamento, e non saranno mai loro a “domandar il pane” o “assaltare forni e panetterie” nelle ripetute carestie che attanagliano il Tavoliere delle Puglie. 

Cosa può trovare in una immensa pianura di terre incolte delle quali gli è impedito l’uso? Sterpi, spini, rami e frutti di perastri, ferule, asfodeli, funghi, cicoriette, 

cardi, nocchi, asparagi selvatici, lumache, rane.

 

Aspetto di grande interesse antropologico è che i Terrazzani in Puglia non si sono estinti, continuano a trovare occasioni di reddito dalla raccolta di erbe selvatiche (oltre a lumache, origano, funghi) e a suscitare interesse per le loro competenze di esperti conoscitori di questo mondo; in molti continuano a vendere le loro erbe spontanee nei mercati, ai margini di strada su bancarelle improvvisate in quasi tutti i comuni pugliesi; sono cercati dall’impiegato al notabile, nella consapevolezza di cibo “naturale”, garanzia di genuinità, sicurezza alimentare e soprattutto certezza di sapori. 

Ancora oggi almeno 34 specie sono stagionalmente vendute come comuni 

verdure e dunque una tradizione capace anche di produrre reddito,

 

non poca cosa nella prospettiva di salvaguardare culture e economie locali e non con le note rappresentazioni o spettacolarizzazioni delle tradizioni a fini turistici. 

 

Le piante selvatiche che si raccolgono ancora oggi sono strettamente imparentate (progenitrici) con le verdure coltivate, di qui probabilmente anche la ragione di fondo che fa della Puglia la prima regione italiana per la produzione di verdure e ortaggi. 

 

Le erbe selvatiche hanno in questa regione una stretta relazione con il cibo convenzionale (carne, pesce, pasta). In generale lo sostituiscono ma spesso sono complementari o costituiscono un elemento di diversificazione, sul piano gustativo (cibo sfizioso), del pasto quotidiano che si esalta nel piatto con la pasta, o con i legumi (fave). 

In queste logiche l’erba selvatica entra a pieno titolo nel costume 

alimentare della Puglia, arricchendolo e rafforzandolo 

nel suo impianto vegetariano di dieta mediterranea.

 

Nella piramide alimentare che può̀ rappresentarla trovano ancora posto i blocchi classici (cibo vegetale, ridotto consumi di carni e dolci), ma alla base sempre meno vi sono le attività̀ fisiche (quello che una volta era il lavoro nei campi), il riposo adeguato, la convivialità̀ e la stessa attività̀ culinaria, che impegnava non poco, dalla raccolta alla produzione e alla preparazione del cibo. 

 

Le indagini dimostrano il peso rilevante che ha ancora oggi il verdume selvatico nella dieta mediterranea pugliese, ovviamente nella sua formula di gastronomia tradizionale contribuendo, senza ombra di dubbio, ai benefici salutistici di questa dieta. 

Tra gli stili di vita della dieta mediterranea rimane oggi in Puglia la raccolta 

e la preparazione culinaria delle erbe selvatiche, pratica che ha “resistito” come condizione di vita del “fare” intorno al cibo (raccogliere, pulire, preparare) 

che è un fondamento di base di questa dieta.

 

E il fare è tanto, poiché bisogna uscire, andar per campi, e soprattutto scegliere quale pianta raccogliere e come prepararla. Nel libro, sono raccolte in un repertorio le specie documentate (206), un numero che pone la Puglia tra le regioni italiane a più alta diversità di specie utilizzate. Di ogni specie si forniscono i dati etnobotanici fondamentali che vanno dall’inquadramento botanico, ai nomi dialettali, alle parti utilizzate, e alle modalità di preparazione culinaria che si può spendere oggi anche sul piano dell’offerta gastronomica. Questo quadro descrittivo “olistico” conferisce all’opera una caratura particolare che arricchisce ulteriormente il valore didattico e divulgativo del saggio. 

 

È nella diversità culturale che si struttura questa tradizione in Puglia, nelle specie e nelle parti utilizzate, nelle preparazioni culinarie. 

A dare forza a queste identità culturali vi sono poi gli aspetti etnolinguistici; 

con i “Marasciuoli” siamo in Capitanata, con “Cristalli e “Sivoni” 

nella Terra di Bari, “Cecoria restu” e “Paparine” 

ci proiettano nel Salento.

 

Non si tratta solo di suoni o di cadenze dialettali, ma di strutture lessicali, etniche, tipiche di una lingua, che proprio i fitonimi popolari, forse più di altri, riescono a esprimere quanto resta di bioculture oggi. 

 

Salvare queste bioculture è strategico per difendere la sovranità alimentare delle comunità locali, innescare dinamiche di recupero delle economie locali, fondamenti teorici ma anche pratici, di sviluppi sostenibili di cui da anni si sente parlare. Nelle bioculture si gioca il futuro dell’Italia dei paesi e dei borghi. 

 

Ma le narrazioni sulle erbe selvatiche sono altre nelle tendenze “green”: mercati delle erbe, cucinare con i fiori, simboli di “mangiar selvatico”, “mangiare spontaneo”. Nuove bioculture? O semplicemente mode? Il libro nato nel solco della ricerca etnobotanica vuole essere un contributo divulgativo di approcci scientifici su quanto abbiamo banalizzato come tradizione.

 

VALENZE_STORICHE_SCIENTIFICHE
Campagna con anziana
ghirigoro_ambiente

Il libro

 

 “Vie erbose. Le erbe selvatiche nelle bioculture alimentari mediterranee” di Nello Biscotti e Daniele Bonsanto Ed. Centro Grafico Foggia 560 pagine che strutturano: introduzione, 

13 capitoli, integrati di 58 foto (contesti, piante, personaggi), grafici, 25 figure.

 

SEGNALI POSITIVI DAL MONDO DEL LAVORO MERIDIONALE di Agostino Picicco – Numero 18 – Ottobre 2020

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SEGNALI POSITIVI DAL MONDO DEL LAVORO MERIDIONALE

 

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in una immutabile summa di disagi sociali. Oggi tutti sono concordi nel dire che è tempo di affrontare il dramma del Mezzogiorno depresso e disoccupato. Ma tanta concordia quanto meno stimola la curiosità di verificare se davvero la disoccupazione meridionale abbia raggiunto punte tanto elevate.   

 

Il Sud si rivela un laboratorio dinamico, produttivo e industrioso di tenacia, invenzione e flessibilità, pronto a percorrere la via dello sviluppo, dimostrando che anche al Sud si possono mietere successi per chi ha voglia di farsi intraprendente.

 

A questo proposito c’è chi ha parlato di utilizzo 

non di “mano d’opera”, ma di “mente d’opera”

 

considerando che il processo di produzione si basa su staff di lavoro che non solo producono, ma inventano tecnologie e realizzano quella cooperazione tra scuola, università e imprenditori vissuta con spirito pionieristico, flessibilità e sinergie, ma anche con buona volontà e sacrificio. L’attendismo meridionale sta diventando un ricordo del passato, poiché sta maturando la coscienza che è proprio degli uomini liberi fabbricarsi il futuro con le loro mani, al contrario dei sudditi che, aspettando interventi dall’alto, atrofizzano le proprie capacità.   

 

Il riscatto del Sud è già iniziato e pare che anche le imprese del Nord ne stiano prendendo atto, come dimostrano i casi dei protocolli di gemellaggio tra le imprese del Nord con quelle del Sud.

Del resto, affrontando il problema della lotta alla disoccupazione, 

il Mezzogiorno è oggi un grande serbatoio di potenzialità di crescita, 

affidato, oltre che all’impegno del governo, anche agli imprenditori del Sud 

e alla valorizzazione dei giovani grazie al loro potenziale imprenditoriale 

e alle loro capacità.

 

Il Sud non deve essere visto solo come mercato o come occasione di contributi o incentivi, ma come elemento attivo di un processo di sviluppo del Paese in quanto “area di crescita accelerata della base produttiva”. In tal senso

si sta sviluppando un incontro di energie ed esperienze 

tra sindacati, imprenditori ed enti locali,

 

per mettere a punto modalità di collaborazione coordinata che regolarizzino il lavoro nero al fine di garantire l’occupazione e le persone, e per favorire la stabilità sociale, dato che gestire attività fuori regole significa esporsi ai condizionamenti della malavita. 

In tal modo, senza fermarsi ai miracoli del sommerso e alle promesse vane, ripensando il lavoro nell’interazione tra soggetti e processi in vista di un miglioramento della società e lavorando con competenza e creatività, mi pare che

si stiano proponendo obiettivi di progresso e di modernizzazione generanti 

una circolarità virtuosa capace di coniugare risanamento, competitività, 

crescita economica e sviluppo dell’occupazione,

 

offrendoci le ragioni per nutrire un moderato ottimismo. Un esempio ne sono le start-up che vedono protagonisti i nostri giovani, attenti ad usufruire di appositi bandi regionali. 

Se per lunghi anni il Mezzogiorno è stato visto come questione essenzialmente criminale alimentando l’opinione che non c’era niente da fare e delegando ogni cosa alla magistratura e alle forze dell’ordine, poi il Sud è diventato soprattutto questione sociale per via dell’elevato tasso di disoccupazione, specie giovanile, e per quelle tensioni che rendevano impossibile ogni strategia di sviluppo, diffondendo il pensiero che il Sud doveva essere abbandonato al suo destino.

Eppure proprio in questo Sud cresce la domanda di speranza, 

non più di “cavarsela” ma di farcela. 

 

 

 

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MUSEO DELLE CERAMICHE DI CASTELLI – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre

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museo delle ceramiche di castelli

 

Gemme del Sud

Castelli

 

gemme

Istituito nel 1984 ed ospitato nel Chiostro dell’ex Convento dei Francescani, inagibile dopo il sisma del 2009, è attualmente ospitato nel Palazzo Municipale dell’Artigianato. Il museo offre una straordinaria testimonianza della produzione ceramica fiorita nel piccolo centro alle pendici del Monte Camicia, nel gruppo montuoso del Gran Sasso, ripercorrendo la storia della tradizione maiolica castellana, dall’alto medioevo sino ad epoche a noi prossime.

Di particolare interesse l’esposizione di 200 mattoni smaltati 

e decorati con motivi geometrici e naturalistici, oltreché religiosi, 

realizzati nel ‘500 dalle maestranze locali per coprire 

la volta della chiesetta dedicata alla Vergine;


essa lasciò il posto, nel 1615, alla Chiesa di San Donato, i cui soffitti a capriate furono analogamente coperti in maioliche, progetto unico nel panorama ceramico rinascimentale italiano. Oltre ad alcune opere di Orazio Pompeo e della sua bottega nonché alle splendide creazioni realizzate fra il ‘600 e l’800 dalle celebri dinastie di maiolicari quali i Grue, i Gentili, i Fuina e i Cappelletti (piatti, versatoi, vasi, fiaschi, pannelli), nel museo si possono ammirare alcuni esemplari di vasi farmaceutici della produzione cd. Orsini-Colonna, oggetto di ricercato collezionismo delle più importanti raccolte d’arte del mondo, dal Louvre al British al Metropolitan all’Ermitage, il quale ultimo conserva anche 80 manufatti prodotti a Castelli fra il ‘500 e il ‘700, di altissima qualità artistica.

 

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LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO di Agostino Picicco – Speciale Aglie Fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO

 

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Ne sanno qualcosa i forzati dei concorsi con diecimila concorrenti per cento posti e se va bene ne escono con una idoneità che li rende idonei a nessun posto, quelli che affrontano decine di colloqui che terminano con il solito “Le faremo sapere” e poi nulla più, i giovani dei lavoretti in nero, prendere o lasciare, gli illusi dei corsi di formazione che costano ma sono sostanzialmente inutili, quelli che inviano il curriculum a centinaia di ditte, gli “interinali” cronici, che lavorano tre mesi qui, tre là….

Ma se non si può eliminare l’emigrazione causata dalla ricerca di un lavoro altrove, almeno la si può limitare o incanalare secondo criteri mirati e intelligenti.


Per fare ciò occorre che i giovani, maggiormente costretti ad abbandonare la loro terra, si attrezzino di strumenti ritenuti irrinunciabili oggi nel mondo del lavoro: la concezione della flessibilità del mercato del lavoro e la mobilità di persone e investimenti. E’ naturale però che accanto ad una mobilità in direzione Centro-Nord, occorra anche

agevolare quella delle imprese verso il nostro Sud, per alimentare 

un circolo virtuoso di occasioni di sviluppo e di crescita,

 

riscoprendo valori di dignità dell’uomo e di solidarietà attiva, talenti che il Mezzogiorno ha in abbondanza e che è giusto impiegare, insieme ai suoi giovani che da troppo tempo aspettano risposte dalla classe dirigente e dal Paese. 

Cosa significa tutto ciò? In che cosa ci tocca concretamente? 

Fuor di retorica, pensare oggi di dare un lavoro a tutti sotto forma di lavoro salariato, sarebbe una pura utopia o una pericolosa menzogna. In particolare occorre ripensare il mondo dell’economia e dell’occupazione, superando la cultura del “posto fisso”.

Occorre recuperare il valore proprio del lavoro, in contrapposizione 

al valore del “posto”.

 

In tal senso si esige uno sviluppo maggiore dei rapporti di lavoro a tempo parziale, del lavoro interinale, del telelavoro, delle attività non profit, cioè del lavoro che entra nella produzione di servizi sociali, di attività lavorative che la società apprezza e di cui fa crescente domanda, senza che siano sottoposte alle regole impersonali e anonime del mercato del lavoro. 

La vera imprenditorialità, allora, diviene quella legata al territorio e alla cultura locale.

La strada per rilanciare le regioni del Mezzogiorno che sono rimaste indietro 

non è costituita da sussidi o dalla creazione di posti fittizi, 

ma da condizioni favorevoli per le iniziative locali.

In altre parole il Sud ha bisogno di vero aiuto e non di stampelle. Oggi indicare tali condizioni favorevoli nel contesto di un orizzonte di rigore economico e di virtù finanziaria non è più sufficiente. Occorre avere coraggio e assumersi la responsabilità di guardare oltre, per costruire su basi solide un futuro migliore.

E’ necessario rendere competitiva l’economia meridionale

 

e rendere conveniente la localizzazione nel Mezzogiorno di investimenti in attività produttive ad alto valore aggiunto, capaci di competere nel grande mercato europeo e di creare occupazione che non sia né irregolare né effimera, come è attualmente quella dei lavori socialmente utili. 

La nostra terra potrà ridiventare grande quando si creeranno le condizioni per una riproposta di impegno e di messa a disposizione delle capacità professionali. Il giovane meridionale non può più continuare a rifugiarsi nella famiglia, nella precarietà lavorativa, nel clientelismo col potente di turno, nella fuga dalla propria terra. Per questo

è necessario anche un intervento deciso dello Stato perché oggi certi problemi, 

anche se locali, toccano la nazione nella sua globalità

 

– le società moderne non sono più organizzate intorno ad un centro, ma sono a rete. La competizione si sposta dal livello delle imprese a quello delle regioni economiche. Per questo si richiede uno Stato che funzioni efficacemente nei servizi e nelle politiche pubbliche essenziali, che sia imperniato sulla sussidiarietà e non declinato su macroregioni (che sarebbero solo verticismo spostato) ma

 

su livelli regionali sperimentati, dotati di autonomia fiscale 

e capacità decisionali autonome,

 

in grado di valorizzare le capacità locali attraverso un nuovo patto territoriale che accantoni venature arroganti e riconosca che alla crisi dello Stato nazionale non si reagisce con partiti e programmi localistici, ma con impostazioni di ampio respiro, tra le quali la presenza di infrastrutture materiali e immateriali e di servizi finanziari adeguati, la flessibilità nel costo del lavoro con la possibilità di stipulare contratti di area.

Non si dimentichi che si tratta di operare in un contesto internazionale del tutto diverso dal passato, in una economia globalizzata e finanziarizzata nella quale dominano i valori del mercato capitalistico, e logiche che assai poco hanno da spartire con l’intervento pubblico a sostegno delle aree deboli.

Un grande sforzo culturale si impone.

 

Le sfide del futuro possono e devono essere raccolte con lo stesso coraggio e lo stesso orgoglio dei nostri antenati. Per una seria politica di riqualificazione e di rilancio delle nostre città occorre promuovere la capacità di riscoprire pienamente le sue risorse – quelle economiche e ambientali, quelle umane e culturali, quelle storiche ed architettoniche – considerando obiettivo primario il superamento della questione meridionale, cioè del divario Nord-Sud. 

In ogni caso si tenga presente che oggi la questione meridionale va considerata nazionale sia perché il Sud con le sue risorse e i suoi svantaggi è parte integrante del Paese, sia perché i problemi dello sviluppo del Sud hanno una caduta inevitabile sulla crescita dell’Italia intera.

Non si può più pensare che il Paese sia così prospero 

 da potersi permettere un Sud palla al piede,

 

dissimulato tra le pieghe delle medie statistiche che pongono l’Italia nel novero dei Paesi più avanzati dell’Occidente. 

Si tratta di affrontare problemi di disoccupazione di massa e, più in generale, di una autentica modernizzazione, nonché di un decisivo rafforzamento dell’offerta. 

Nonostante tutto, ai giovani che hanno voglia di impegnarsi si prospettano opportunità assai più ampie che nel passato, anche in virtù di un nuovo modello di sviluppo che si sta delineando. Un modello per molti versi inedito che esige, oltre a competenze e saperi di alto profilo, anche molta fantasia.

 

 

 

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AGRICOLTURA IN ROSA UN PRIMATO DEL SUD di Stefania Conti – Numero 16 – Febbario 2020

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AGRICOLTURA IN ROSA UN PRIMATO DEL SUD

 

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Secondo una ricerca della Coldiretti su dati dell’Unioncamere, Sicilia, Campania, Puglia sono in testa alla classifica delle imprese guidate da una donna.

 

A dire il vero, è un fenomeno che si registra in tutto il Sud. L’Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare – ISMEA – rileva che

 

a fine 2018 la quota era superiore al 50 per cento, con 109 mila imprese


(su 214 mila iscritte al registro delle imprese). Dato confermato nel 2019 dalla Coldiretti, grazie ad una ricerca dell’osservatorio dell’imprenditoria femminile dell’Unioncamere-Infocamere. Al primo posto, la Sicilia con oltre 25 mila aziende, seguita dalla Puglia con quasi 24 mila e dalla Campania con più di 22 mila. Coldiretti ci segnala anche che nel Mezzogiorno il rapporto tra uomini e donne è di 1 a 2, mentre al Nord è 1 a 4. Non è finita, perché nel meridione (nel 2018) si è registrata la maggior nascita di nuove iniziative femminili. Ben 5 mila e spiccioli, il che ha riequilibrato il rapporto generale tra nuove iscrizioni e cessazioni di impresa.  

 

Leggendo tra le righe delle fredde cifre, si osservano fenomeni sociali interessanti.

Intanto, queste imprenditrici rurali sono donne che hanno scelto di esserlo.

 

Sono poche quelle che hanno ereditato il campicello dal padre, o vivono la campagna come un ripiego alla mancanza di un altro tipo di lavoro. Addirittura ci sono casi di fior di professioniste che lasciano le comodità dell’ufficio per la vita all’aria aperta.

 

E questo è un cambiamento sociale e di costume non da poco.

 

Fino agli anni 70 del ‘900 (o forse anche più in là) “mogli, figlie e nuore lavoravano nei poderi per i maschi, le mondine per il mediatore, le braccianti per un caporale” (Marta Boneschi, Santa pazienza, Mondadori 1998). Mondine a parte, il resto era quanto mai vero in un Sud patriarcale quale era; e per quelle che lavoravano in famiglia, non c’era neanche la paga. 

Adesso a comandare sono loro.  

 

Il pianeta rosa si è dimostrato il più preparato a recepire i cambiamenti.

 

Fantasia e innovazione, differenziazione dei prodotti e dei servizi 

sono state le armi vincenti.

 

In Puglia per esempio, le imprese femminili rappresentano il 23 per cento del totale delle nuove iscrizioni al registro delle imprese e secondo la Coldiretti Puglia – Donne Impresa, è “perché risultano capaci di adeguarsi alla richieste del mercato e dei consumatori, cambiando, se necessario, addirittura attività produttiva”. Stesso discorso per la Sicilia e per la Campania, dove solo nella provincia di Benevento – tanto per fare un esempio – le imprese “rosa” lo scorso anno rappresentavano il 19% del totale regionale.

Infatti il boom dell’agriturismo, soprattutto al Sud, è dovuto proprio a loro,

 

che ne gestiscono il 62 per cento contro il 38 degli uomini. Ed è un fenomeno in continuo aumento: ad oggi la crescita – in Puglia – è del 39 per cento contro il 35 del 2009, secondo i dati Istat. Ce lo dice una indagine condotta da Agriturismo.it, il sito leader del settore, fatta con la collaborazione dei Coldiretti-Donne Impresa.

 

Il fatto è che l’universo femminile ha rivoluzionato quello agricolo.

 

Dagli agriturismi siamo passati agli agriasili, alle fattorie didattiche, dove i bambini di città vanno a vedere dal vivo animali che hanno visto solo alla televisione o sul web. Agli orti didattici, dove le signore della terra insegnano a quelle dell’ufficio come nasce una patata. Ai percorsi rurali di pet-therapy, dove si possono esprimere i bambini meno fortunati.

Coldiretti ci fa notare che le donne sono anche leader nell’agricoltura 

a basso impatto ambientale, nel recupero delle piante 

e degli animali in via di estinzione.

 

Nell’attività imprenditoriale agricola le donne – evidenzia la Coldiretti – hanno dimostrato capacità di coniugare le sfide del mercato con il rispetto dell’ambiente, la tutela della qualità della vita, l’attenzione al sociale, a contatto con la natura, assieme alla valorizzazione dei prodotti tipici locali e della biodiversità.  

 

C’è da tener presente che la gestione dei campi e degli agriturismi consente ad una donna di badare ai figli più agevolmente. E che tradizionalmente, la donna cucina.

 

L’imprenditrice agricola ha imparato dalla mamma e dalla nonna a fare arancini e orecchiette. E la buona cucina, si sa, è uno degli atout negli agriturismi.

 

Ma la rivoluzione dell’altra metà del cielo non si è fermata qui. Sono nate le associazioni delle signore del vino che hanno giocato la carta della sostenibilità, della tutela ambientale e della bellezza del paesaggio. E pure quella dei prodotti cosmetici a base di uva. Hanno puntato anche sull’estetica della bottiglia. In questo modo, in Campania, tanto per citarne una, in poco tempo le imprese agricole femminili sono passate dal 34,8% al 37,6% (la media nazionale si attesta intorno al 29%). E’ facile capire perché il 94 per cento si ritiene soddisfatta a livello personale e il 44 anche a livello economico. 

 

 

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DAI TAPPETI QUASI VOLANTI AL FASHION di Michele Minisci – Numero 16 – Febbraio 2020

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DAI TAPPETI  QUASI VOLANTI AL FASHION 

 

Da piccolo sentivo parlare di un’azienda che fabbricava tappeti e coperte a Longobucco, in provincia di Cosenza, un centro poco lontano dal mio paesino calabrese. E nella mia infinita fantasia ogni tanto immaginavo questi “tappeti volanti” solcare il cielo sopra la piana di Sibari, sfiorando appena le cime degli ulivi centenari o accarezzando le profumate foglie degli aranci…  

 

Sapevo bene come nascevano queste stoffe, questi tappeti, queste tovaglie, queste coperte, perché nel mio paesino c’erano molte donne che avevano un telaio in casa, per i propri bisogni familiari (ma forse lavoravano anche per conto dell’azienda Celestino) e

mi fermavo spesso a guardare, ammirato e stupito, quelle mani velocissime 

e quei gesti quasi magici, come novelle Penelopi, che facevano scivolare 

le spole e i cannelli tra quel labirinto di fili


filati, trame labirintiche che trovavano alla fine sempre la loro via d’uscita per compiere il passo successivo, fino alla fine del percorso a cui dovevano arrivare: la tovaglia da tavola, il lenzuolo, l’asciugamano, le coperte.  

 

E tutto questo nel comune intreccio di trama ed ordito che andavano ad incontrare poi un altro filo, quello del coloratissimo disegno che attraversava orizzontalmente gli altri svariati fili che

davano infine origine, magicamente, al prezioso tessuto.


Ma  questo  l’ho  capito  solo  da grande,  quando ho intervistato per la nostra rivista l’avvocato Caterina Celestino, il deus ex machina dell’omonima azienda che affonda la sua esperienza in secoli di storia.  

 

Come ho immaginato, ancora, ritornando ad interessarmi delle eccellenze calabresi, che

quei timbri e ritmi degli antichi telai che facevano parte dell’antico laboratorio – … tracchete, tricchete, tracchete… – potevano benissimo 

rapportarsi ai ritmi del blues,

 

che io conosco molto bene perché frequentatore di quella musica, quelli che alle origini accompagnavano i canti gospel dei raccoglitori di cotone della Louisiana, con le sue 12 battute, il giro del blues! Come 12 erano le assi che formavano i vecchi telai. Accostamento forse fantasioso e azzardato!  

 

Comunque, con questo particolare background ho avuto il mio primo impatto col mondo dei Celestino. Poi, con la richiesta di una mia intervista, la signora Caterina mi ha preso per mano e nello showroom di Rossano, stupenda città bizantina e rinomata in tutto il mondo per il suo Codice Purpureo, riconosciuto dall’Unesco come bene universale, culla culturale della famiglia Celestino che adotta, anche nel logo, la cicogna, in omaggio al Mito di Antigone, mi ha fatto attraversare tutta la storia della tessitura calabrese e quindi della sua azienda.  

 

E mi ha parlato del nonno Eugenio, che all’inizio degli anni ’20 ha impresso una svolta epocale alla tessitura calabrese arricchendo la varietà e la qualità dei singoli manufatti, i cui prodotti sono realizzati con

filati pregiati in lino, cotone, canapa, lana, ginestra, seta altamente selezionati, impreziositi dagli originali disegni riprodotti sui vari tessuti 

che portano nomi che si richiamano alla storia, alla tradizione, 

alla terra, alle leggende arcaiche della Magna Grecia,


a cui questo territorio continua a fare riferimento, come “Toro cozzante”, da un antico reperto archeologico ritrovato nel sito di Sibari, oppure “Krités”, il giudice, suggestivo disegno di ispirazione bizantina, oppure “Ginestra”, “Liquirizia”, “Spiga”. Ancora il territorio, la terra, le radici!  

 

Eccellenze nella tessitura artistica

che sono valse all’azienda calabrese riconoscimenti da parte del mondo 

dello spettacolo e dell’arte e onorificenze istituzionali 

a livello nazionale ed internazionale:


alla Fiera di Parigi, all’Esposizione di Londra, di Chicago, di Milano, di Firenze, senza dimenticare le numerose ed illustri collaborazioni con i grandi ateliers e con le più rinomate Case di Alta Moda Nazionali, tra le quali Gattinoni, le Sorelle Fontana, ecc. Memorabile il grande poster che campeggia nello showroom di Rossano Calabro con la foto di Ava Gardner con un vestito realizzato dalla Bottega d’arte Celestino e una delle sorelle Fontana che dà gli ultimi ritocchi alle pieghe, che mi ha rapito e “costretto” ad ammirarlo per diversi minuti!   

 

Ma Caterina Celestino mi ricorda che i suoi

tessuti, che accuratamente elaborati da abili stilisti dell’Alta Moda Italiana 

hanno dato vita a confezioni destinate alle Case Reali, alla Città del Vaticano 

ed a Musei di tutto il mondo, oggi si incontrano con lo spirito innovativo 

delle nuove generazioni.


Ma il lavoro a cui la signora Caterina tiene di più è sicuramente Katherina, of course, un’originale collezione della Maison Celestino, che è stata presentata negli anni scorsi in svariate location prestigiose, riscuotendo grande successo. Atmosfere d’altri tempi accompagnano lo straordinario omaggio alla donna contemporanea attraverso le creazioni ideate ancora dalla designer Flavia Putignano ed inneggianti alle grandi donne con questo nome, come Caterina d’Aragona, Caterina Cornaro, Caterina de’ Medici, Caterina La Grande, Katharine Jeffert Schori, Caterina Ferrucci, Katherine Hepburn, Catherine Deneuve, Caterina Caselli (con una imperdonabile dimenticanza: Caterina Sforza, la leonessa di Forlì, la città in cui vivo!).

 

Questi i miti ispiratori per la nostra Caterina: indiscusse protagoniste di un omaggio alla donna che la Maison Celestino propone oltre il tempo e la storia.

Oggi l’azienda Celestino coinvolge decine e decine di lavoratrici in conto terzi,  

una folta schiera di sarte, tessitrici, esperte ricamatrici, non solo 

per tutta una serie di prodotti per la casa riferiti ad uso quotidiano (tovaglie, coperte, soprammobili, biancheria varia, ecc.), 

ma anche per l’alta moda,


avendo però di fronte un mercato nazionale con alcune aziende che propongono per alcuni prodotti prezzi altissimi, realizzati però con materiale non eccelso, mentre le produzioni Celestino di alta qualità hanno dei prezzi molto più accessibili. Disfunzioni del mercato, complice una martellante pubblicità con budget stratosferici!  

 

Sarebbe necessario ampliare questo discorso facendo rete, proponendo sinergie, coinvolgendo altre forze, altre associazioni, altre istituzioni. Problematiche che però in Calabria fanno ancora fatica a svilupparsi. Possiamo dire oggi con certezza che Caterina Celestino ha preso in mano la sua Storia e … l’ha gettata oltre l’ostacolo. Ma non è che l’inizio. 

L’arte della tessitura calabrese strizza l’occhio ormai anche all’Alta Moda Italiana e ha un nome ben preciso: Celestino.  

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UNA VIA ORIGINALE ALLO SVILUPPO DEL SUD di Agostino Picicco – Numero 16 – Febbraio 2020

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UNA VIA ORIGINALE   ALLO SVILUPPO DEL SUD 

 

Il binomio lavoro-emigrazione è oggetto di continuo esame da parte di autorità ed esperti. Un dato di fatto ormai certo, comunque, è che la disoccupazione dell’Italia meridionale è quasi tripla rispetto a quella del Centro-Nord. Quali soluzioni allora configurare a questo proposito?

Un punto fermo ormai raggiunto e comunemente condiviso dai più 

è che la rinascita del Mezzogiorno è affidata alla gente del Sud.


I meridionali hanno finalmente capito di dover essere artefici della propria crescita civile: soggetto e non oggetto di sviluppo. Il Sud dice un no secco all’assistenzialismo statale, che ha prodotto guasti non inferiori a quelli causati dalla criminalità organizzata, che ha espropriato i giovani della cultura della imprenditorialità, che ha generato clientelismi e corruzione.

Già don Sturzo parecchi anni fa ribadiva con forza l’esistenza 

di una “originale via meridionale” allo sviluppo.


Come si sostanzia questa via allo sviluppo dell’area meridionale? Innanzitutto, credo che occorra considerare le risorse specifiche esistenti nel Mezzogiorno, valorizzandole anche con l’impiego di tecnologie industriali avanzate. Si tengano presenti, ad esempio, sia le risorse agro-alimentari e dell’industria del mare (dal turismo alla pesca) sia l’artigianato, che costituisce una ricchezza tuttora non ben sfruttata commercialmente, sia le imprese a dimensioni medie e familiari, più rispondenti al costume e alla creatività delle popolazioni del Sud. 

Non deve mancare anche un occhio di riguardo allo stretto legame tra Sud Italia e futuro dell’intera area mediterranea, dove il Sud viene a trovarsi in posizione chiave. Come il Settentrione d’Italia ha allargato la sua zone d’influenza e di comunicazione verso l’Europa centrale, così  

il Mezzogiorno d’Italia – crocevia geografico e storico degli interessi 

e degli scambi economici e culturali tra Europa, Africa e Asia – 

gode come risorsa di una posizione geografica unica.


In tal modo potrebbe aspirare con successo a diventare “il Nord del Sud”.  Parlare di via originale allo sviluppo del Sud significa anche essere coscienti che la crescita civile del Meridione non può ridursi al solo sviluppo economico, per quanto ovviamente utile e necessario.

È necessario anche insistere sulla priorità di una formazione culturale e di un serio sforzo di preparazione professionale.


Lo smarrimento di certi valori ha prodotto la perdita del senso della socialità e della legalità. Una seria formazione morale e culturale contrasta l’atteggiamento di rassegnazione e di passività, quel senso di vittimismo che finisce poi per favorire la tendenza alla devianza. 

Affermare che l’elemento culturale e formativo occupa un posto importante per la crescita civile della nostra terra significa, inoltre, riconoscere che

la nostra gente è fornita di straordinarie doti creative e intellettive,

come di notevoli risorse umane.


Ciò è dimostrato anche dai nostri concittadini emigranti (in Italia e all’estero) che si sono affermati ai livelli più alti quando hanno trovato strutture adeguate. 

La valorizzazione di risorse finanziarie ed umane, insieme a qualche infrastruttura in più, la soluzione del problema della legalità, premessa indispensabile per lo sviluppo, l’esempio di chi scommette sull’idea di impresa, magari nella forma della cooperativa per competere meglio con il mercato, esprimono la speranza che, eliminate le varie fasi di assistenzialismo, di conflittualità tra le parti, di mediazioni politiche non trasparenti, si realizzi un’esperienza di crescita per tutto il Paese, nella convinzione che soprattutto sulle frontiere del lavoro si giocherà la permanenza dell’Italia in Europa. 

 

agostino_picicco
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