MUSICHE E STORIA DI AUTORI LUCANI di Pietro Dell’Aquila – Numero 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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MUSICHE E STORIA DI AUTORI LUCANI

 

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Così, per quanto riguarda la Basilicata, possiamo ricordare i rilievi di Diego Carpitella che, al seguito della spedizione di Ernesto De Martino, registra dalla viva voce degli ultimi cantori le testimonianze sonore di una cultura popolare ricca ed antica.

L’attività musicale lucana affonda le sue radici in un imprecisato passato 

di cui resta il segno nelle melodie delle arpi viggianesi risalenti agli inizi 

del Settecento. E dobbiamo agli artisti di strada, emigrati che portarono 

in giro prima per l’Europa e poi negli USA un repertorio di novene 

e canti natalizi originali, la diffusione della nostra musica popolare.

A questi ignoti musicanti e ai loro compagni suonatori d’organetto ha ridato vita in tempi recenti Ambrogio Sparagna, autore di numerose pubblicazioni relative alla tradizione musicale. Non meno importante l’esperienza di Antonio Infantino (1944-2018) che dal 1966 ha recuperato canzoni e musiche popolari riproducendole in versioni attualizzate dal suo notevole estro artistico. La sua scomparsa ha comunque lasciato una scia di allievi che va dai “Tarantolati di Tricarico” a Pietro Cirillo.

 

La posizione geografica del territorio lucano, posta a metà strada 

tra le capitali meridionali, Napoli e Bari, ne ha da sempre condizionato 

i gusti e le ricadute culturali.

 

Pertanto nell’ambito della tradizione musicale classica, fino agli inizi degli anni Novanta, se si esclude l’esperienza del venosino principe Carlo Gesualdo (1560-1614), famoso in ambito internazionale per la sua intensa attività di madrigalista, che interpretò con audacia stilistica utilizzando nuovi cromatismi e modulazioni sonore, i musicisti lucani erano di fatto rimasti nell’ombra. Si deve al maestro Luigi Pentasuglia, docente di musicologia del Conservatorio di Matera la riscoperta e la riproposizione di spartiti e musiche degli autori lucani dal Cinquecento al Novecento.

 

Nel travagliato passaggio dai canoni della musica strumentale polifonica 

di stile franco-fiammingo del ‘500 alle nuove sonorità barocche partecipano 

gli autori lucani: Gregorio Strozzi, Marc’Antonio Mazzone e Giovanni Trabaci.

Le forme poetico-musicali del madrigale trovano variegate assimilazioni nelle canzoni a quattro voci, dette “madrigaletti”, del Mazzone che da Miglionico raggiunse prima Napoli e poi Venezia dove pubblicò gli spartiti delle sue composizioni dedicate al Cavaliero Napolitano Antonio Grisano, nel 1568 e al Duca di Mantova, nel 1570. 

All’affinamento delle tecniche espressive sugli organi, sui cembali e sui clavicembali si dedicò Gregorio Strozzi, nativo di San Severino Lucano, in provincia di Potenza, che fu organista della Chiesa dell’Annunziata di Napoli e insegnante di canto.

 

Più affine all’estetica gesualdina, si rivela Giovanni Maria Trabaci (1575-1647 circa) nato a Irsina e morto a Napoli. Fu celebre organista e direttore della cappella reale di Napoli. Pubblicò raccolte di mottetti, messe e musiche profane. La sua produzione più significativa, tuttavia, resta la musica per organo e cembalo raccolta nei volumi “Ricercate, canzone francese, capricci a quattro voci” del 1603 e il “Secondo libro de ricercate et altri vari capricci” del 1615 di notevole complessità contrappuntistica.   

 

La maggiore produzione musicale, ritrovata e pubblicata in due supplementi al Bollettino della Biblioteca Provinciale di Matera nel 1993, riguarda le “Sei Sonate a Tre op.1” a cura di Angelo Pompilio e i “Minuetti e Contradanze” a cura di Luigi Pentasuglia del musicista materano Egidio Romualdo Duni (1708-1775).   

 

L’edizione, che si avvale di una preziosa presentazione di Giovanni Caserta che

 

inserisce l’attività della famiglia Duni nel complesso quadro della società materana dell’epoca, al bivio tra i resti di una cultura clerico-nobiliare 

e le insorgenti pulsioni illuministiche,

propone gli spartiti di un fine artista che nelle sue peregrinazioni francesi e inglesi è costretto, per motivi di sopravvivenza, a impartire lezioni di musica alle nuove leve di studenti borghesi (presumibilmente giovani gentildonne) alle prime armi nell’approccio agli strumenti musicali.   

 

Di origine familiare piuttosto modesta, Egidio Romualdo Duni fu avviato agli studi ecclesiastici insieme ai suoi fratelli. Naturalmente non gli mancò una robusta istruzione musicale. Tra i suoi fratelli, sacerdoti e musicisti, si distinsero prima Giacinto e poi Saverio ed Emanuele per la loro attitudine filosofica e giuridica sebbene d’impianto e stampo naturalistico.

 

Egidio, a soli nove anni, fu mandato a Napoli per studiare musica,

 

prima al Conservatorio di Santa Maria di Loreto e poi a quello della Pietà dei Turchini e, quindi, a quello dei Poveri di Gesù Cristo, da dove uscì Maestro di Cappella dopo aver avuto maestri del calibro di Pergolesi e Traetta. A solo ventiquattro anni musicò la sua prima opera (Artaserse) cui seguirono diverse altre (Baiarte, Nerone, Adriano in Siria, Demofoonte, Catone in Utica) con i versi di Pietro Metastasio. Seguirono numerosi spostamenti che lo portarono a Roma, Milano, Londra, Leida, Vienna e Firenze, componendo opere di musica sacra e alcuni oratori.

 

Intorno al 1789 approda a Parma, alla corte di Filippo di Borbone, dove s’imbatte 

con l’opera tragica e comica francese rappresentata da Carlo Simone Favart 

e Luigi Anseaume e soprattutto fa la conoscenza di Carlo Goldoni che avrà 

profonda influenza sulla sua successiva produzione artistica.  

A registrare l’incontro a Colorno, dove si erano recati entrambi per motivi di salute, è lo stesso commediografo veneziano nelle sue “Memorie” ritraendo Duni oltre che come musicista anche come uomo d’ingegno, di brio e di conoscenze letterarie.

 

Tra il 1756 e il 1757 Egidio Duni arriva a Parigi, patria e magnete degli artisti 

e degli intellettuali dell’epoca, dove sarà raggiunto da Goldoni e conoscerà 

Diderot e Gian Giacomo Rousseau.

 

In Francia il musicista materano rimarrà fino alla sua morte. Quivi musicherà numerosi testi tra i quali “La figlia malvista”, “La campanella”, “L’isola dei pazzi” e “Gli zoccoli” che furono molto apprezzati dal pubblico e dalla critica francese.   

 

In tempi più recenti hanno operato: Michele Carafa principe di Colobraro (Napoli 1787-Parigi 1872), Francesco Stabile (Miglionico 1801-Potenza 1860), Vincenzo Ferroni (Tramutola 1858 – Milano 1934), il tursitano Carmelo Antonio Bruno (1938-2016), Otello Calbi (San Mauro Forte 1917- Roma 1994) e l’irsinese Giuseppe Mascolo (1927-1974).

 

Del principe Carafa si sono occupati Luigi Pentasuglia ed Ernesto Pulignano pubblicando gli spartiti della “Collezione di Cavatine Italiane per canto e pianoforte” nel 1996 nel Supplemento al Bollettino della Biblioteca Provinciale di Matera.


L’alto lignaggio consentì al Carafa di muoversi con disinvoltura nell’ambiente parigino entrando nell’orbita di Cherubini e Rossini con canti e melodie originali ed eleganti, orchestrate con cura, e destinate più che ai teatri ai salotti della buona società parigina.   

 

Francesco Stabile, figlio di un latifondista potentino, dopo gli studi giovanili napoletani presso la prestigiosa scuola dello Zingarelli e nonostante il successo della sua prima composizione operistica (Palmira), preferì ritirarsi a Potenza sia per curare gli affari di famiglia dopo la morte dei genitori che per sfuggire alle contrapposizioni feroci coi colleghi del capoluogo campano tra cui, forse, anche il Bellini.

Le composizioni musicali del Carafa e dello Stabile, comunque, non si discostano dalla tipica tecnica costruttiva delle musiche in esecuzione presso il Conservatorio 

di Musica napoletano, caratterizzate da una limpida e ripetitiva grazia armonica.


La vicenda artistica di Vincenzo Ferroni si svolge prima a Parigi, dove completa gli studi con Massenet, e poi a Milano tra composizioni prima di stile wagneriano e poi di tipo nazionalistico. La sua composizione più celebre resta la “Fantasia Eolica” del 1916 che sembra preludere alle arie espressionistiche. 

Docente di armonia complementare presso il Conservatorio materano, Carmelo Antonio Bruno, allievo del maestro Nino Rota, nei suoi “Tre movimenti per pianoforte a quattro mani” del 1991 ripropone con originalità ritmi melodici minimalisti di straordinaria forza espressiva. Il compositore e critico musicale Otello Calbi, maestro presso il Conservatorio di Napoli, ha dedicato prevalentemente il proprio impegno alla produzione musicale per chitarra. Vanno ricordate le sue composizioni “C’era una volta” del 1976 e il “Canone per due chitarre” del 1881 che superano le classiche tipologie “segoviane” per iscriversi in una nuova letteratura chitarristica. 

Quasi a omaggiare un genere di musica che da sempre cerca di coniugare il genere classico con il gusto folclorico e popolare ricordiamo, in chiusura, il maestro Giuseppe Mascolo che ha composto meritoriamente arie per Bande da Giro tra cui il “Fascino esotico” del 1954.

 

Gran parte dei brani citati sono stati registrati e pubblicati in tre Compact Disk 

dal Gruppo Musicale “Ensemble Gabrieli”, purtroppo in edizione limitata 

e ormai di difficile reperimento.

 

Concerti si sono tenuti, oltre che presso il Conservatorio di Matera, al Ramapo College e all’Indian Trail Club nel New Jersey (USA) nonché nella prestigiosa sede dell’”Église de Saint Eustache” a Parigi rispettivamente nell’ottobre e dicembre 1997.

 

All’interno dei processi di omologazione e globalizzazione in atto, le identità culturali si vanno progressivamente sgretolando nonostante la sete di passato che ormai, paradossalmente, ci appare come l’unico futuro possibile. Pertanto sono significative tutte le ricerche e i tentativi di recupero e valorizzazione dei tratti distintivi delle tradizioni regionali che pure hanno trovato spazio a partire dagli anni Cinquanta.

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GENNARO RIGHELLI DIEDE VOCE AGLI ATTORI di Fernando Popoli – Numero 20 – Marzo-aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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GENNARO RIGHELLI DIEDE VOCE AGLI ATTORI

 

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nato a Salerno nel 1886 e figlio di un napoletano. Il padre era un attore dialettale e da lui fu influenzato per la sua scelta di vita, così, a sedici anni, cominciò a recitare nella sua compagnia facendosi le ossa sul palcoscenico. 

Affascinato dalla nuova arte, il cinema, si trasferì a Roma ed iniziò a lavorare per la Cines, per la quale riuscì ad ottenere l’incarico di regista del film La fidanzata di Messina, che ebbe un buon riscontro al botteghino ed inaugurò la sua carriera cinematografica. A questo film seguirono Giovanna la pallida e Povera Dora!. Passò poi alla Vesuvio Films, per la quale diresse altre pellicole, lavorando anche come attore.

 

Agli inizi degli anni Venti, a seguito della crisi del cinema in Italia, 

Righelli si trasferì in Germania insieme all’attrice Maria Jacobini, 

molto affermata in quegli anni, che diventò poi sua moglie.

 

Righelli, bell’uomo, elegante, era sensibile al fascino femminile e piaceva alle donne. In Germania fondò la casa cinematografica Maria Jacobini-Film GmbH e diresse alcuni dei suoi migliori film. Tra questi, ricordiamo Le rouge et le noir ed Il presidente di Costa Nueva, che ebbero un gran successo in tutta Europa, interpretati dal grande attore russo naturalizzato francese Ivan Mozžuchin.   

 

Tornato in Italia, riprese a lavorare nel periodo fascista, ma non fu mai influenzato dall’ideologia corrente, conservando completa autonomia di pensiero.

Poi la Cines di Stefano Pittaluga lo chiamò e gli dette l’incarico di girare 

il primo film sonoro della storia del cinema italiano,

 

in grave crisi da quando gli americani avevano cominciato a produrre film parlati dopo il grande successo de Il cantante di jazz di Alan Crosland. Il film fu La canzone dell’amore, tratto da un’opera di Luigi Pirandello, In silenzio, con Dria Paola, Isa Pola ed Elio Steiner, attori molto popolari, conosciuti ed apprezzati dal pubblico.   

 

Era il 1930, si apriva la strada del cinema sonoro in Italia e Righelli fu il primo ad affrontare questa meravigliosa avventura cinematografica. In concomitanza con la commissione di tale film, la Cines ne aveva affidato uno anche ad Alessandro Blasetti, le cui riprese furono terminate contemporaneamente, ma quello di Righelli fu fatto uscire prima nelle sale per la maggiore stima che si aveva in lui. 

La canzone dell’amore, com’era prevedibile, incantò il pubblico, la storia abbastanza melodrammatica commosse e meravigliò per l’innovazione tecnica. Il brano musicale Solo per te Lucia, di Cesare Andrea Bixio, era il leitmotiv del film che fu cantato da tutti.

Negli anni successivi si consolidò il successo di Righelli, 

che diresse il grande attore siciliano Angelo Musco


in
Pensaci Giacomino!, Lo smemorato e Gatta ci cova. Nell’immediato dopoguerra continuò il suo lavoro altamente professionale e girò Abbasso la miseria!, con la grande Anna Magnani, Abbasso la ricchezza!, ancora con Anna Magnani e Vittorio De Sica, e Quei due, con Eduardo e Peppino De Filippo.

 

La sua fama di professionista scrupoloso, narratore attento ai modelli sociali 

della piccola e media borghesia, era ormai consolidata

 

e ci ha lasciato a conferma del suo talento una filmografia interessante, specchio di un’epoca e testimonianza del cinema italiano. 

I suoi nipoti Luciano e Sergio Martino, figli di Lea Righelli, l’uno produttore e regista, l’altro regista, hanno continuato la tradizione di famiglia con grande professionalità. Luciano, scomparso da otto anni, ha prodotto oltre cento film ed è stato il pigmalione dell’attrice Edwige Fenech. Sergio ha diretto circa settanta film, passando con maestria dalla commedia al giallo, dal comico al drammatico, dimostrando indiscutibili capacità narrative.

 

La città di Roma ha omaggiato la figura di questo regista dedicandogli una strada, 

Via Gennaro Righelli, ubicata nel III Municipio. A fianco a lui, in buona compagnia, 

si trovano Via Roberto Rossellini, Via Luigi Pirandello, Via Ave Ninchi, 

Via Giovanni Verga ed altri illustri rappresentanti 

della cultura e del cinema italiano.

 

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LA SICILIA ROMANA di Gaia Bay Rossi – Numero 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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LA Sicilia romana

 

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rostro

di circa 170 chili, più larghi anteriormente e posteriormente, e con i fendenti a formare la sagoma di un tridente. Insieme alla struttura lignea della prua delle imbarcazioni, questi rostri erano micidiali armi d’attacco.

E proprio dei rostri, sia romani che cartaginesi, sono stati ritrovati a nord-ovest di Levanzo, nelle isole Egadi, tra il 2005 e il 2015. Un successo archeologico della Soprintendenza del Mare di Sebastiano Tusa, che ha permesso di localizzare l’esatta posizione della battaglia finale della Prima guerra punica, conflitto di fondamentale importanza per i destini di Roma e della Sicilia.

 

Con la battaglia delle Egadi, avvenuta il 10 marzo del 241 a.C., iniziava infatti l’inarrestabile ascesa che avrebbe portato Roma a diventare potenza egemone 

nel Mediterraneo: lo storico Polibio ci ricorda come il sentimento che muoveva 

la società romana fosse la “brama di dominio universale”, 

su ogni persona e su ogni territorio.

 

Lo scontro finale, come rilevato, avvenne a nord-ovest di Levanzo. Roma stravinse, mentre i Cartaginesi subirono una disfatta di navi e di uomini. Le prime erano appesantite dai carichi ed i secondi inadeguati nel combattimento ravvicinato, oltre che inferiori nell’esperienza e nella capacità strategica in battaglia. Alla fine di quella memorabile giornata, i Romani avevano affondato cinquanta navi, catturandone altre settanta complete di equipaggio.

 

Con la resa dei Cartaginesi, la Sicilia occidentale e gran parte di quella centrale divenivano province romane: restava invece indipendente Siracusa, 

ma sotto protettorato romano, con un territorio che comprendeva 

buona parte della zona orientale. Gaio Lutazio Catulo, console 

e comandante navale romano,

«pose fine alla contesa, dopo che furono redatti i seguenti patti: “Ci sia amicizia fra Cartaginesi e Romani a queste condizioni, se anche il popolo dei Romani dà il suo consenso. I Cartaginesi si ritirino da tutta la Sicilia e non facciano la guerra a Gerone né impugnino le armi contro i Siracusani né contro gli alleati dei Siracusani. I Cartaginesi restituiscano ai Romani senza riscatto i prigionieri. I Cartaginesi versino ai Romani in vent’anni duemiladuecento talenti euboici d’argento”». (Polibio, Storie, I, 61, 4)

 

Mentre una buona parte dell’isola si dedicava quindi alla ricostruzione delle città devastate dalla guerra

 

il regno indipendente di Siracusa, sotto Gerone II, aveva firmato con Roma 

un trattato che garantiva al regno pace ed indipendenza per un lungo periodo.

 

In realtà, la stessa Siracusa, dopo la morte di Gerone, cadde sotto i Romani nel 211. a.C., al culmine della Seconda guerra punica, divenendo poi la sede amministrativa principale della provincia.   

 

Della guerra cadde vittima anche il grande matematico Archimede, come ci racconta Livio:

«Manifestandosi molti casi di furore e molti casi di ripugnante cupidigia, si tramanda che un soldato abbia ucciso Archimede, mentre in mezzo a quella grande confusione, era intento a tracciare nella polvere alcune figure geometriche […]». (Livio, Storia di Roma, XXV, 31.9.)   

 

Marcello fu desolato per l’uccisione del matematico, fece costruire una tomba in suo onore e pose i suoi congiunti sotto protezione. La sua uccisione fu un incidente dovuto ad un maldestro legionario romano e Plutarco ci riferisce che proprio Marcello deplorò l’assassino: «Distolse lo sguardo dall’uccisore di Archimede come da un sacrilego». Se l’assedio era durato ben due anni, dal 214 al 212 a.C., fu proprio per

 

il genio eccezionale di Archimede, ideatore e costruttore di avveniristiche macchine da guerra: enormi catapulte, artigli giganteschi e micidiali specchi ustori, 

di cui oggi ancora sappiamo poco.

È rimasta celebre nei secoli l’esclamazione “èureka” (εὕρηκα – ho trovato) attribuita al matematico dopo la scoperta (Plutarco racconta che avvenne mentre si immergeva in una vasca alle terme) del principio che porta il suo nome: “Ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del fluido spostato”. Quando Marcello espugnò Siracusa dopo la lunga resistenza della città, nel 212 a.C., il console romano scoprì un vero patrimonio di splendori artistici, tra cui il famoso planetario di Archimede (di cui in seguito si persero le tracce), che portò in trionfo a Roma, facendo conoscere ai romani meravigliosi esemplari d’arte greca.   

 

A Siracusa vennero quindi edificate opere di notevole importanza, come l’Anfiteatro romano per le lotte dei gladiatori ed i giochi d’acqua, il Ginnasio romano e l’intricata rete di catacombe (la più estesa dopo quella di Roma) ed altri monumenti.

 

Importantissima per la Sicilia, come per le altre parti dell’Impero, fu l’età di Augusto, 

il primo imperatore romano: la romanizzazione culturale della Sicilia 

cominciava in maniera metodica.

 

Il sistema di governo romano sottopose la maggior parte delle città siciliane a pesanti tributi, con la “decima” dei raccolti di grano e di orzo. Per l’abbondante produzione, la Sicilia venne definita da Catone il Censore “il granaio della repubblica”. L’isola si trasformò in un enorme campo coltivato con viti, ulivi, orzo e soprattutto frumento per il mercato esterno. Il grano era sicuramente la materia prima più importante per la capitale dell’impero, che ogni anno ne importava dalla Sicilia più di 3 milioni di quintali da destinare ai suoi cittadini.   

 

Dopo la morte di Augusto la decima fu abolita ed il sistema tributario radicalmente riformato. D’altra parte, l’annessione dell’Egitto forniva una nuova fonte di approvvigionamento di grano e quello siciliano non era più indispensabile.

La civiltà romana, diversamente da quella greca, non ebbe invece un peso incisivo nella cultura siciliana e non riuscì (né tentò) di sconfiggere la “grecità” dei siciliani. Nonostante ciò, importanti testimonianze del dominio romano restano 

le costruzioni architettoniche: teatri, ginnasi, terme, anfiteatri 

ed opere idrauliche, il tutto soprattutto nella Sicilia orientale 

e nella punta occidentale.


A partire dalla fine del III secolo sembra diffondersi l’uso delle statue marmoree, specialmente nei santuari e negli altri edifici pubblici. Al periodo tardo-repubblicano appartengono poi esempi di mosaici e pitture parietali. L’esemplare più notevole è stato scoperto a Palermo: un emblema con “caccia al leone”, appartenente ad una casa ellenistica, di cui si presuppone però l’intervento di maestranze dall’Oriente ellenistico. Importante in questo periodo è anche la produzione di ceramiche, in particolar modo in due città, Siracusa ed Agrigento


I primi secoli dell’Impero rappresentarono, invece, il periodo meno luminoso 

per la civiltà urbana della Sicilia,

 

con la sparizione in quegli anni di numerosi centri abitati. La marginalità culturale dell’isola si accentuò nel I e soprattutto nel II secolo d.C., evidenziata dall’assenza di ville e di monumenti funerari di alto livello, chiaro indizio dell’assenza di “classi medie” municipali e della predominanza assoluta del latifondo.

 

Nella fase tardoantica si ebbe, invece, un’inversione di tendenza

 

rispetto al periodo precedente, con il ripopolamento delle campagne e dei vecchi centri abbandonati. Primo indizio fu l’apparizione di ville di lusso, anche in zone che fino ad allora erano riservate alla sola produzione agricola.

L’eccellenza è rappresentata dalla Villa del Casale di Piazza Armerina 

(dal 1997 Patrimonio Unesco), dove si trova uno degli esempi più belli 

di architettura residenziale romana.

La villa si sviluppa in 60 ambienti, dei quali 42 pavimentati con mosaici policromi, un unicum per contenuto e rarissimi per lo stato di conservazione. È senz’altro il più importante complesso di mosaici finora trovato in una singola abitazione: nel vestibolo vi sono animali incorniciati da corone d’alloro, nella palestra le corse del circo Massimo, poi la sala del ratto delle Sabine, il corridoio della Grande Caccia, le scene allegoriche di Eracle e la distruzione dei Ciclopi, la raffigurazione dell’Oriente, la lotta tra Eros e Pan. E anche una curiosità, ormai famosa: in un ambiente interno un mosaico raffigura dieci fanciulle impegnate in esercizi atletici, che indossano come costume un “bikini”, molti secoli prima che, in epoca contemporanea, fosse… reinventato!

 

Tutti questi soggetti sembrano voluti non tanto per darne un’interpretazione 

“imperiale”, quanto in funzione di un proprietario la cui qualità di “intellettuale”

 

poteva essere suggerita dal nome stesso della pars dominica (la parte abitata dal proprietario), evidentemente connessa con la statio (la stazione di sosta per i viaggiatori che percorrevano la via Catania-Agrigento): “Philosophiana”.   

 

La Sicilia rimase provincia romana molto a lungo, per 637 anni, finché non venne conquistata dal vandalo Genserico nel 440 d.C. Non dimentichiamo che i siciliani nei secoli furono greci, romani, arabi, normanni (e molto altro ancora), ma sempre parzialmente, perché in primis restarono siciliani e gli invasori contribuirono in un certo senso a migliorare la loro… sicilianità, come segnalava Ermocrate già nel 424 a.C.:

 

«Noi non siamo né Joni, né Dori, ma Siculi».

 

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UN ESPERIMENTO REPUBBLICANO NEL MEZZOGIORNO: IL 1799 di Tommaso Russo – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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UN ESPERIMENTO REPUBBLICANO NEL MEZZOGIORNO: IL 1799

 

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ricostruirne le tappe, onorare i protagonisti caduti tragicamente. Vincenzo Cuoco ricordò che Eleonora de Fonseca Pimentel prima di salire sul patibolo bevve un caffè e poi pronunciò un verso virgiliano divenuto famoso: Forsan et haec olim meminisse iuvabit (Forse un giorno converrà ricordare tutto ciò).

 

Quel desiderio è giunto fino a noi (Gerardo Marotta diceva di portare ancora il lutto 

per quella tragedia), ha dato vita ad una messe di iniziative editoriali, convegni 

e pubblicazioni ed è entrato nell’odonomastica comunale 

(molti paesi hanno una loro via o piazza 10 Maggio).

 

tutto ciò è potuto accadere per due ragioni: perché la memoria culturale e l’immaginario collettivo hanno adottato quella data come un evento spartiacque, come un’identità profonda della cultura e della civiltà meridionali; perché la sua eredità riguarda l’elaborazione di un pensiero alto (la separazione tra Stato e Chiesa, assente per esempio nell’Illuminismo lombardo, la riflessione giuridica, la nascita della politica) divenuto patrimonio europeo ed italiano che fa ancora discutere.   

 

Geografie e Protagonisti

Benedetto Croce, nella sua Storia del Regno di Napoli, così descrive quel tornante cronologico: “In questo corso non pigro ma placido di discussioni, 

di proposte, di parziali riforme […] irruppe l’impetuosa corrente 

della Rivoluzione francese”. 


Nonostante la sua cautela, quegli eventi ebbero il carattere di una vera e propria diaclasi. In verità l’Illuminismo, uno dei capisaldi del 1789, era già presente nel
milieu culturale meridionale, dove si era manifestato con originalità sotto il profilo politico, filosofico, giuridico e scientifico. A Napoli da tempo erano stati sloggiati l’aristotelismo e la filosofia di “Renato Delle Carte”. In fase calante pure il platonismo di Paolo Mattia Doria, mentre Niccolò Fraggianni e Celestino Galiani presidiavano il regalismo di Pietro Giannone.

 

Chimica e medicina furono due importanti settori disciplinari 

e della seconda Domenico Cirillo era un faro.

 

La prima cattedra di economia politica in Italia fu istituita a Napoli ed affidata ad Antonio Genovesi. Fra i suoi allievi conviene ricordare quel Ferdinando Galiani che nel 1751 pubblicò il trattato Della Moneta in cui sostenne il concetto della moneta-merce (Karl Marx lo svilupperà nella formula D-M-D ossia Denaro-Merce-Denaro). 

Molti ecclesiastici fecondarono il clima culturale del secondo Settecento, un nome per tutti: Andrea Serrao, gran figura di vescovo regalista.

Dell’ala più vivace della nobiltà vanno tenuti a mente, fra gli altri, Giovanni Carafa duca di Noja e Raimondo di Sangro principe di Sansevero (sua la Cappella-Museo col Cristo velato), organizzatore delle Logge napoletane all’obbedienza della National Grand Lodge.
 

Sempre sul terreno latomistico va ricordato pure il calabrese Antonio Jerocades, 

“abate bizzarro e gran disseminatore di logge”. Nella seconda metà del 1785 

giunse a Napoli il pensoso teologo protestante Friederich Münter.

 

Apparteneva all’ordine massonico degli Illuminati di Baviera e raccolse intorno a sé tanti bei nomi, fra cui Filangieri e Pagano. Troppo egualitaria e razionalista era la sua Loggia della Philantropia, che ebbe infatti vita breve. Le Logge, oltre ad essere luogo della sociabilità cetuale e primo embrione di partito, furono altresì sede dove la politica venne tenuta a battesimo. Ne è prova il biennio delle congiure:1794-96.   

 

Nella primavera del 1800 Jacques-Louis David completa il quadro di Napoleone che valica le Alpi. Questa immagine imperiale racchiude l’intero cammino dell’età napoleonica (1796-1815), con dentro il triennio giacobino (1796-99), di cui la Repubblica napoletana fu magna pars.

Quando, il 23 gennaio 1799, le truppe francesi del generale Championnet entrarono 

in Napoli, vincendo una dura resistenza del proletariato urbano, la notizia della proclamazione della Repubblica si diffuse in tutte le province.

 

Così, da Crotone ad Altamura, da Rosarno ad Avigliano, dagli Abruzzi al Molise, a Tito e Picerno, alle province pugliesi vi fu una generale adesione al nuovo ordine delle cose. I comportamenti erano simili. Aveva luogo la piantagione dell’albero della libertà di solito vicino ad altri simboli di potere (ad Altamura venne piantato vicino alla Cattedrale federiciana, a Cosenza vicino alla sede della Regia Udienza). Intorno ad esso si liberò la fantasia popolare.

Le donne dettero vita a balli, canti, giochi e carri di carnevale, 

a scenografie con cui sovvertire le gerarchie sociali:


le popolane diventavano regine, gli uomini principi consorti. Le altre due scelte erano la costituzione della Municipalità e la formazione della Guardia Civica: tutte di grande valore simbolico. In quel torno di mesi si assistette alla nascita della Repubblica nel villaggio: tante repubbliche per quanti erano i paesi che vi aderirono (per parafrasare Maurice Agulhon).   

 

Gli entusiasmi, però, furono di breve durata. Ben presto si mosse dalla Calabria il Cardinale Fabrizio Ruffo. Finanziatori della sua Armata Cristiana e Reale (l’esercito della Santa Fede) agli inizi furono i vescovi di Melito, Policastro e Capaccio, i monaci della Certosa di Santo Stefano del Bosco e i domenicani del Convento di Soriano. Oltre ai fondi borbonici, via via si aggiunsero i finanziamenti di quelle fazioni di borghesie locali contrarie alla Repubblica ed al suo programma, in primis la redistribuzione dei demani. I più noti capibanda al servizio di Ruffo furono Nicolò Tomasi, che agì nella zona di Sant’Angelo a Fasanella, Rocco Stoduti a Policastro, Antonio Guariglia nel Cilento, Gerardo Curcio, detto “Sciarpa”, tra il Vallo del Diano e il Marmo Platano (in provincia di Salerno e Potenza).

 

Avevano dato ed avuto ordini precisi di saccheggiare e fare terra bruciata. 

La ferocia con cui l’esercito della Santa Fede si accanì 

contro i Comuni “democratizzati” è inimmaginabile.

 

Ciò rese più eroica la resistenza delle Municipalità ed il protagonismo femminile. Le donne dei nuclei subalterni ebbero un ruolo importante nell’organizzare la difesa dei propri paesi, nel parteciparvi armate, nel fare da staffetta da un quartiere all’altro e pagarono un prezzo altissimo, torturate, stuprate ed uccise. Nel massacro di Picerno operato da Sciarpa, 19 furono le donne uccise contemporaneamente a 59 uomini. Sempre Sciarpa, a Tito, fece torturare in modo inenarrabile le “cameriere” di casa Cafarelli per indurle a confessare dove si fossero rifugiati il loro padrone Scipione e sua moglie Francesca de Carolis, entrambi leader di quella Municipalità. Non tradirono.   

 

Francesco Lomonaco, nel suo pamphlet Rapporto al cittadino Carnot (1800) è il primo cronista di quella tragedia e nelle pagine sfilano i nomi degli afforcati a Piazza Mercato. Forse la figura più toccante è quella del “Notar Libero Serafini sindaco di Agnone nel Molise” che Giustino Fortunato tratteggia in maniera struggente nel suo I giustiziati di Napoli. Quest’uomo “d’avanzata età”, prigioniero di un “picchetto di Calabresi”, alla domanda sulla sua identità con fierezza rispose: “Io sono il Presidente della Municipalità d’Agnone […] Viva la Repubblica Francese e Napoletana”.   

 

Epilogo   

 

In quei mesi fece la sua comparsa la funzione sociale del mito e dei simboli come strumento di lotta politica: l’albero della libertà, le coccarde, le bandiere, i canti, il senso di appartenenza. 

La formazione di un gruppo di uomini nuovi che volle proporsi quale classe dirigente troverà nel Decennio francese una sua occasione per sperimentarsi. L’esigenza di una più equa distribuzione dei demani, croce e delizia per i repubblicani, venne affrontata in ritardo, ossia ad aprile. Il 10 Maggio cadevano le ultime roccaforti giacobine.

 

Il semestre repubblicano rappresenta per il Mezzogiorno il passaggio politicamente 

più ardito da una società di antico regime alla modernità.

 

 Prologo

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LA GAIOLA, AMATA DAL VENTO E DA NORMAN DOUGLAS di Aurora Adorno – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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LA GAIOLA, AMATA DAL VENTO E DA NORMAN DOUGLAS 

 

 Stelle al Sud

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Il celebre romanziere inglese l’aveva trovata la sua casa, in quel della Gaiola, una piccola isola che chiamò “Nepente”, come il succo di quella pianta che se estratto e bevuto fa scordare ogni umano dolore e tormento. Un anno dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, egli scelse di chiudere il cerchio della sua vita nella piccola cava della costa di Posillipo,

 

ammaliato dal vento meridionale chiamato “scirocco” che, 

come lui stesso scrive in Vento del Sud


(celebre romanzo pubblicato a Londra nel 1917), modifica il comportamento degli uomini, in particolare degli anglosassoni, orientandoli verso una sorta di follia. 

 

“Era un posto aereo, sospeso fra terra e cielo. Qui, si può trovare ancora la pace lontano dal mondo, qui si possono raccogliere le cose che ci sono rimaste e passare le ore sognando, ispirando l’inebriante profumo dei pini e ascoltando quella loro melodia teocritea, che non è propriamente un sussurro, ma un quasi impercettibile respiro: musica d’estate”, scrive.

 

L’isola sorge nel Parco sommerso della Gaiola, area protetta che dal borgo 

di Marechiaro si estende fino alla Baia di Trentaremi.  


Egli preferì l’abbraccio del sole, il profumo dei fiori ed il colore dei frutti alla sua patria Inghilterra, trovando rifugio sull’isola detta un tempo Euplea, protettrice dei navigatori.  

 

Il nome Caiòla o Gaiòla, deriva dal modo in cui i ruderi di origine romana sono posizionati, ovvero a forma di gabbia, in napoletano cajòla. Gli antichi resti appartenevano ad una villa costruita nel 1874 da Luigi de Negri e che poi nel 1910 divenne del senatore Paratore. Nel cuore della Gaiola si trova la villa detta “maledetta”, composta da roccia, pietra e tufo sormontati da una costruzione che si rispecchia, come una dea vanitosa, nel mare cristallino.

 

Meta turistica incantevole e misteriosa, l’area marina protetta 

ospita nel suo fondale reperti archeologici, 

animali e vegetali colorati,

 

che aprono al visitatore le vie del mare in itinerari snorkeling e diving, un paradiso sommerso in cui la natura appare all’uomo rivelata nella sua bellezza.  

 

Dall’ingresso della Grotta di Seiano in via Coroglio si accede al Parco Archeologico del Pausilypon, dal quale è possibile ammirare i resti della fastosa villa di Pollione, sul promontorio che domina la baia di Trentaremi, per giungere infine alla Gaiola. 

Luoghi questi che furono apprezzati già al tempo dei Romani, dai senatori e da ricchi cavalieri che dal I sec. a.C. vi costruirono le loro eleganti residenze. Discendendo un’area rocciosa, una lunga rampa di scale si apre ad una bella spiaggia libera in cui il mare trasparente infrange le sue onde accarezzato dal quel vento di scirocco tanto amato da Norman Douglas.

 

Lo scrittore non fu l’unico a subire il fascino della Gaiola: 

 

negli anni Venti venne acquistata dal celebre medico Hans Braun, in seguito fu del commerciante di profumi Otto Grunback, poi del barone tedesco Karl Langheim, di Gianni Agnelli e del magnate americano Paul Getty, adesso di proprietà della Regione Campania.  

 

Luogo di culti e leggende: tra lo scoglio di Trentaremi e gli isolotti pare che Virgilio abbia tenuto una scuola di magia, tanto che i ruderi posti alla punta estrema del promontorio vengono chiamati “Scuola di Virgilio” o “Casa del mago”.

Si dice che durante le notti di plenilunio la Carrozza Anfibia di un mago, 

l’illuminista Raimondo di Sangro Principe di Sansevero, 

appare all’orizzonte stregando le onde del mare. 


La leggenda narra anche che nel 1600 essa fosse abitata da un eremita soprannominato Lo Stregone, che viveva delle offerte dei pescatori. Un’alchimia di elementi ispirò la fantasia dello scrittore a creare l’isola Nepente appunto, situata in un luogo immaginario tra la Sicilia e l’Africa, in cui personaggi della 
Belle Époque vissuti nella Capri dei tempi si intrecciano in uno scambio di dialoghi e storie.

 

“L’isola sembrava galleggiare sulle onde come un candido uccello marino, 

un uccello marino o una nuvola”.  

 

La frase tratta da Vento del Sud è stata incisa su una piccola mattonella di ceramica e posta sulla facciata del Bar Funicolare di Capri per rendere omaggio a quell’inglese che all’isola aveva portato fama e fortuna. Gaiola isola d’incanto, mistero e magia, che con i suoi colori e le sue storie incanta la bella Napoli e la Costa di Posillipo, meta incontaminata, lontana dal frastuono della nostra civiltà.  

 

Citando Henry David Thoreau: “Ai nostri giorni quasi ogni cosiddetto miglioramento a cui l’uomo possa por mano, come la costruzione di case e l’abbattimento di foreste e alberi secolari, perverte in modo irrimediabile il paesaggio e lo rende sempre più domestico e banale”. 

E alla Gaiola non vi è niente di domestico, né di banale… 

 

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LA SIBILLA CUMANA di Fabio De Paolis – N. 20 – Marzo-Aprile – 2021 – Ed. Maurizio Conte

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LA SIBILLA CUMANA

 

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“La Sibilla con bocca invasata pronunzia cose tristi, senza ornamento né profumi (indice di pessimismo) e attraversa con la sua voce migliaia d’anni (indice di decrepitezza) per opera del nume”. 

 

Non se ne conosce l’etimologia, ma il probabile significato di Sibilla è “Vergine Oscura” proprio perché viveva in luoghi oscuri, luoghi misteriosi e inaccessibili. In ogni caso era una profetessa di sciagure, una misteriosa veggente femminile che svolgeva attività mantica in stato di trance, una figura che incuteva timore e rispetto in tutti.

 

Fu Marco Terenzio Varrone, nel I secolo a.C., ad elencare dieci diverse Sibille 

collocate in regioni geografiche differenti: la Sibilla Persiana, quella Libica, 

la Delfica, la Cimmeria, l’Eritrea, quella Samia, la Sibilla Cumana, 

quella Ellespontica, la Frigia e la Sibilla Tiburtina.

 

Erano donne considerate esseri leggendari, mediatrici tra dio e l’uomo, spesso concepite come figlie di divinità e di ninfe, a volte divinità esse stesse. Non immortali, ma miracolosamente longeve, si diceva potessero profetizzare e vivere anche per un millennio. Una antica leggenda ci racconta che dalla città greca di Eritre in Lidia, la Sibilla Deifobe giunse a Cuma, in Campania. Deifobe era dotata di una bellezza straordinaria, a tal punto che Apollo se ne innamorò follemente. Nonostante la Sibilla fosse la “sposa” del Dio, mai si accoppiava fisicamente con lui: la Sacerdotessa, infatti, conservava intatta la sua verginità, poiché

“l’amore” di Apollo nei suoi confronti era solamente un “soffio” trasfuso in lei, conservandola nello stato di verginità.

 

Ciò nonostante il Dio Febo tentò invano con Deifobe ogni sorta di seduzione, e alla fine pur di averla le promise che, se gli si fosse concessa, le avrebbe esaudito ogni suo desiderio. Deifobe acconsentì, si chinò a raccogliere un pugno di terra, e chiese a Febo di vivere per tanti anni pari ai granelli contenuti nella polvere, che risultarono essere 1.000. Ma si scordò di domandare anche la perpetua giovinezza. Così, con il trascorrere del tempo (complice la promessa non mantenuta di giacere con il dio) divenne sempre più vecchia, raggrinzita, e piccola quanto una cicala, fino a quando di lei ne rimase solo la voce. A chi le chiedeva quale fosse il suo desiderio, da lontano e senza esser vista, rispondeva sconsolata: “La morte!”.

Tra le tante Sibille esistenti, quella Cumana è una delle figure 

più inquietanti della mitologia greco-romana.

 

Il culto di Apollo era allo stesso tempo negromantico e ctonio, aveva a che fare sia coi morti che con il mondo sotterraneo. La Sibilla Cumana fondeva in sé l’elemento iniziatico e negromantico con quello oracolare e furente. La Sacerdotessa (dotata di poteri divinatori concessi da Febo) pronunciava infallibili responsi, e vaticinava in esametri greci scritti su foglie di palma, i quali, mischiati dai venti provenienti dalle 100 aperture del suo Antro, erano resi “Sibillini”. 

 

Il poeta Virgilio ci racconta l’incontro tra Enea e la Sibilla Cumana:

 

“Un tempo Enea con i suoi marinai giunse sulle coste dell’Italia e al sacro tempio di Cuma dove Sibilla col custode e il sacerdote soggiornava. Lì c’è una porta ianua e orrenda. Enea strappò un ramo d’oro dal bosco e sacrificò pecore nere alla dea dei morti; allora Sibilla procedette per le ombre e per i vuoti regni dell’Orco. Innanzi il vestibolo giaceva lutto e preoccupazione della vigilia; in quel luogo tra i mondi dei vivi e dei morti anche bianche malattie, e la morte con altri mali dei vivi, e pensieri di vita e tormenti, guerra e discordia. Nel vestibolo l’olmo ombroso apre vecchi rami; sotto le foglie si fermano le ombre vane dell’olmo che sono considerate illusioni beate e incubi oscuri che spesso fanno visita agli uomini. Inoltre Enea vedeva molti mostri, vari tipi di belve, tra gli altri i Centauri, Scilla, Chimera e Arpia. L’inquieto Enea sguainò la spada contro i mostri poiché li credeva veri mostri. Ma Sibilla ammonì l’uomo con queste parole” deponi la spada Enea, perché i tuoi occhi fissano ombre, non forme vive”.

La Sibilla per vaticinare traeva ispirazione masticando foglie di lauro 

(la pianta sacra ad Apollo) e con libagioni di acqua di Fonte Sacra, 

ma soprattutto attraverso il respiro dei vapori effluvii che uscivano 

da fenditure del terreno nei pressi dell’Antro in cui viveva, a Cuma, 

località posta nella zona vulcanica dei Campi Flegrei.

 

Quando entrava in trance il dio Febo la possedeva completamente, prendendo il sopravvento sulle sue facoltà superiori dello spirito, sulla ragione, sull’intelligenza e sull’animo, sede della passione e dei sentimenti. Il cambiamento del colore del volto, il petto ansante e il cuore selvaggio che si gonfiava di furore, mostravano una ribellione della Sibilla al dio stesso, che cessava solo quando cessava il furore della possessione, e solo allora la rabbiosa bocca rimaneva quieta perché Apollo l’aveva abbandonata.  

 

Nel 1932 a Cuma, durante una campagna di scavo condotta dall’archeologo Amedeo Maiuri, venne scoperta una grotta che lo stesso identificò come il famoso “Antro della Sibilla“.

 

Dopo la sua scoperta il Maiuri affermò: “Il lungo corridoio trapezoidale 

alto e solenne come la navata di un tempio, e la grotta a volta 

e a nicchioni, formano un unico insieme. 

Era la grotta della Sibilla, 

 

l’antro del vaticinio quale ci apparve dalla poetica visione di Virgilio e della prosaica e non meno commossa descrizione dell’Anonimo scrittore cristiano del IV secolo”.  

All’antro si accede tramite una lunga galleria con 12 brevi passaggi laterali che si aprono sul fianco del colle, da cui filtra la luce. La galleria principale termina in un vestibolo contenente un paio di sedili scavati nella roccia e al di là di essi una camera a volta. Facilmente possiamo immaginare come, nell’imminenza della profezia (il responso di Apollo) i postulanti fossero fortemente emozionati. Erano seduti su gelidi sedili di roccia immersi nei vapori sulfurei. Giacevano nella penombra ascoltando la profetessa rabbiosa che vaticinava nascosta dalla porta che separava il vestibolo dal tempio interno. Erano in uno stato di esaltata aspettativa mistica mista a puro terrore.

 

Oltre alle folli grida di una vecchia di cui non se ne conosceva l’aspetto, 

anche l’effetto ottico e la suggestione all’interno della grotta erano tremendi:

 

durante il giorno, l’alternarsi di fasci di luce e oscurità originati dai pozzi lungo la galleria, faceva sì che chiunque provenisse dall’interno per condurre i nuovi arrivati al tempio apparisse e scomparisse. Ancora oggi, senza le suggestioni mistiche di un tempo, l’impatto è fantastico, perché si entra in una lunga galleria rettilinea a sezione trapezoidale dove non si riesce a cogliere la fine del percorso. Ed è per questo motivo che si avverte una sorta di sacralità di fronte a questa struttura misteriosa.   

 

La grotta identificata come l’antro della Sibilla ha subito interventi romani e bizantini, ma per il caratteristico taglio trapezoidale della parete, è databile in età molto arcaica, probabilmente risalente alla seconda metà del IV secolo a.C..

 

Chi oggi visita l’antro percorre un lungo corridoio di 131 mt con nove bracci, 

nella parte occidentale di questi, sei comunicanti con l’esterno e tre chiusi.

Verso la metà del corridoio, sulla sinistra vi è un braccio articolato in tre ambienti rettangolari disposti a croce, usati in età romana come cisterne. Sul fondo delle cisterne alcune fosse in muratura e fosse sepolcrali indicano che questa parte della galleria svolse in età cristiana funzione di catacomba. Poco più avanti lungo il corridoio c’è una sala rettangolare. Da qui un vestibolo a sinistra, anticamente chiuso da un cancello, introduce in un piccolo ambiente che si suddivide in tre celle minori disposte a croce. Questa stanza venne interpretata dal Maiuri come l’Oikos Endotatos, in cui la Sibilla, assisa su un trono avrebbe pronunciato i suoi vaticinii.  

 

Recentemente si è ritenuto che l’antro rinvenuto fosse una struttura difensiva. A sostegno di quest’ultima ipotesi vi sono la posizione della galleria posta sotto la sella che unisce l’acropoli di Cuma con la collina meridionale e l’analogia con altre strutture difensive.

 

Quindi la ricerca dell’antro della Sibilla non è ancora conclusa, ora lo si cerca 

nei pressi del peribolo del tempio di Apollo, dove è situato un ambiente 

quasi completamente sotterraneo, “la cisterna greca”.

 

Ma sono tutte ipotesi astratte, in concreto ci assiste sempre il poeta Virgilio che nel VI libro dell’Eneide così descrive l’Antro della Sibilla: “L’immenso fianco della rupe euboica s’apre in un antro: vi conducono cento passaggi, cento porte; di lì erompono altrettante voci, i responsi della Sibilla”.  

 

 

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NORD-SUD: MOBILITA’ E SVILUPPO UNA NUOVA OCCASIONE PER IL MEZZOGIORNO di Agostino Picicco – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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NORD-SUD: MOBILITÀ E SVILUPPO UNA NUOVA OCCASIONE PER IL MEZZOGIORNO

 

si potrebbe sintetizzare così il dibattito sul mondo del lavoro, che spesso porta alla ribalta della cronaca il nostro Sud, sintetizzabile nello slogan: “il problema in Italia non è quello di portare i lavoratori al Nord, ma il lavoro al Sud”.

A questo proposito varie sono state le chiavi di lettura offerte sulla mobilità geografica dei lavoratori in Italia. Per certi versi

 

è auspicabile una maggiore mobilità al fine di mitigare 

gli impatti della mancanza di occupazione,

 

azzerando i precari lavori in nero, e di accrescere la professionalità e la competenza tecnica e tecnologica. In questo senso gli strumenti della flessibilità contrattuale (al primo posto il lavoro interinale) stanno svolgendo un ruolo promozionale non indifferente. Pur se il Nord è avvantaggiato nell’impiegare tale manodopera per la vicinanza ai grandi mercati europei e per le maggiori infrastrutture di cui è dotato, non si può sottacere che a lungo andare massicce e persistenti migrazioni interne indebolirebbero le regioni povere, contrastandone le dinamiche di sviluppo. Infatti si priverebbe il Sud di capitale umano qualificato composto da tecnici e possibili imprenditori.

Ritornano con profetica drammaticità le parole del meridionalista molfettese 

Gaetano Salvemini, secondo cui “la ricchezza del Nord 

è sostanzialmente prodotta dalla miseria del Sud”.


Occorre tener presente anche lo scenario delle soluzioni alternative costituite dall’impiego – per le lavorazioni meno qualificate – di una manodopera d’immigrazione con miti pretese in termini di salari e di diritti, e dal trasferimento di attività produttive nei paesi dell’Est. A questo proposito sembra doveroso far riferimento alle indicazioni e alle politiche dell’Unione Europea. Proprio qui è stato delineato – e ratificato anche in documenti ufficiali – un interesse collettivo ad un assetto economico-territoriale più bilanciato. Infatti

 

la questione territoriale viene indicata come la questione chiave 

dello sviluppo economico italiano.

 

Il forte squilibrio infatti non giova alle aree deboli, ma può diventare costoso e pericoloso per le aree forti, accrescendo i costi di congestione, aumentando squilibri interni, impoverendo la qualità della vita.
Per affrontare la questione territoriale dello sviluppo italiano occorre considerare uno sviluppo territorialmente più equilibrato e un interesse collettivo dell’intero Paese.
Non si tratta di rimettere in moto un’ondata migratoria come quella degli anni Cinquanta ingigantita dal passaggio dell’Italia da un’economia agricola a quella industriale. Del resto 

 

non esistono i presupposti perché si verifichi un tale fenomeno 

di spostamento di massa dal Sud al Nord.


Infatti non si può non tacere una certa renitenza dei disoccupati meridionali a lasciare i propri paesi a causa di convenienze consolidate. Il Mezzogiorno oggi non è più costituito da persone disposte a far fagotto per terre lontane con l’unica pretesa di sfamarsi. Oggi, in un’economia familiare di sussistenza, i giovani disoccupati sono spesso in grado di studiare e di sopravvivere.

 

Il Nord non appare più un miraggio seducente, ma realisticamente è considerato 

un luogo che, se da un lato offre lavoro, dall’altro si riprende 

quanto ha dato con canoni d’affitto e costi di vita elevati.


Risolvere questo problema è arduo. I buoni per la casa o le defiscalizzazioni mirate sono incentivi positivi per tradurre l’attuale fabbisogno di manodopera del Nord in un’opportunità per l’intero Paese. 

Occorre che, soprattutto i giovani, non perdano questa occasione, oltre all’opportunità di dimostrare quanto siano seri e volenterosi, tanto da far venire voglia a qualche imprenditore del Nord di intraprendere nuove attività nel Mezzogiorno. Del resto sono proprio le esperienze lavorative che accrescono il peso contrattuale verso le imprese nonché la futura “occupabilità” sul mercato del lavoro. Forse proprio nella terra d’origine, per un’emigrazione di ritorno che sia produttiva per tutti. 

 

 

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L’ARBËRESHË IN CALABRIA UN PATRIMONIO DA TUTELARE di Michele Minisci – N.20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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L’ARBËRESHË IN CALABRIA UN PATRIMONIO DA TUTELARE

 

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ma la più folta è sicuramente l’Arbëreshë, gli albanesi d’Italia, con le prime pattuglie arrivate attorno al XV secolo per sfuggire all’avanzata turco-ottomana in tutti i Balcani, insediandosi specialmente nel nostro Sud ed in maniera più massiccia in Calabria, dove tutt’ora abitano circa 100.000 persone

Ma gli anziani se ne vanno e si portano via i proverbi, le canzoni, i pezzi di un mondo e così tutte le comunità minoritarie d’Italia, anche se in modi ed a livelli diversi, stanno affrontando la sfida del declino. A meno che non ci sia qualcuno che, realizzato il valore di ciò che si sta perdendo, incoraggi la collettività alla riscoperta delle proprie radici.  

 

E’ quello che sta facendo il Comune di Vaccarizzo Albanese – piccolo centro collinare di poco più di mille abitanti ai piedi della Sila Greca, di fronte alla pianura di Sibari, ricca di secolari uliveti e dorati aranceti, ed al mare Jonio – con il suo Museo del Costume Arbëreshë, cui è collegata una suggestiva Sagra annuale del costume, con delegazioni da moltissimi paesi. 

Il Museo, situato nel Palazzo Cumano (uno dei più antichi del paese), istituito dall’Amministrazione Comunale e da Papàs Giuseppe Faraco nel 1984, e faticosamente ma appassionatamente diretto da Silvia Tocci, custodisce vestiti originali – alcuni con più di 100 anni di vita – provenienti da molti paesi albanesi della Calabria.

Oggi, nell’Arberia – quel nucleo formato da un pugno di questi paesini 

che si affacciano sulla costa jonica così chiamato in omaggio 

alla madre patria – ci saranno appena 2-3 donne 

che portano ancora il costume tradizionale,


benché. stia prendendo piede, per volontà delle giovani ragazze, di sposarsi col costume di gala Arbëreshë.   

Ma vediamo più da vicino queste meraviglie, aiutati dalle precise e dettagliate note che si trovano nel sito del Comune

 

Il nostro costume, gelosamente custodito di generazione in generazione, 

rappresenta ancora oggi un forte simbolo d’identità 

e di appartenenza etnica


Esso è legato allo sviluppo dei tempi, nel senso che non si può non tenere conto dei rapporti intercorsi tra la nostra cultura e quella ufficiale, ma ciò nonostante, pur differenziandosi per fogge e colori, ha mantenuto intatta la nomenclatura originaria delle aree di provenienza albanese e la composizione di alcuni elementi: il diadema nuziale, il velo, la camicia con merletto, la lunga gonna a fitte pieghe, la cintura.

 

Il costume, indossato oggi solo da qualche anziana donna, in passato 

faceva parte della dote di ogni ragazza, che lo avrebbe portato 

nelle più importanti circostanze della sua vita.

 

Il vestito di gala si indossava infatti il giorno delle nozze, con una vestizione che era un vero e proprio rito, e poi in occasione di ricorrenze liete legate all’ambito familiare e sociale, o in quelle più importanti del ciclo dell’anno. La consuetudine di indossare il costume tradizionale si ritrovava poi in occasione di un lutto e, fino a non molto tempo fa, era anche uso vestire la salma con il proprio vestito nuziale. La sposa, in aggiunta alla dote normale, riceveva dei costumi da indossare oltre che nei giorni festivi, anche nei giorni feriali. Il costume Arbëreshë presenta, pertanto, diverse tipologie: il costume di gala, il costume di mezza festa ed ancora il costume giornaliero e quello di lutto.

 

Il materiale utilizzato per realizzare questi costumi era la lana per i contadini, 

mentre per il ceto più elevato il cotone, il lino e la seta, stoffe spesso prodotte 

nella chiusa economia domestica, così come i costumi 

che con esse venivano confezionati. 


Dal Settecento in poi, le diverse condizioni economiche e sociali permisero agli Arbëreshë d’Italia di affidare la cucitura delle varie fogge a maestri artigiani locali che iniziarono ad arricchire i costumi secondo il grado di ricchezza di chi lo richiedeva, variando la qualità, la fattura e la quantità degli ornamenti. Tutto ciò determinò l’adozione di tessuti più preziosi (laminati in oro, velluto, ecc.) che giungevano soprattutto da Napoli, centro di irradiazione culturale per le comunità Arbëreshë e, come per tutto il Mezzogiorno.

 

Il giorno delle nozze la sposa indossava lo splendido costume di gala.


La lunga camicia di lino o cotone bianco, con collo ornato da preziosi merletti lavorati all’uncinetto o in tulle, aveva una profonda scollatura chiusa da un piccolo copripetto di cotone bianco e ricami a vista. Sulla camicia vi era un corpetto corto, aperto sul davanti, in tessuto laminato in oro, color amaranto come la sopragonna. Il corpetto aveva, inoltre, polsi, lembi e la parte delle spalle ornati da preziosi galloni in oro. Particolarmente belle ed elaborate erano la gonna e la sopragonna a fitte pieghe ottenute con la tecnica del vapore, la prima in raso di seta laminato in oro nelle tonalità del rosso e ampio gallone in oro, la seconda sovrapposta a questa, in seta pura laminata in oro e con gallone in oro di colore solitamente rosa. La sopragonna veniva sollevata sul davanti e fissata dietro, in modo da consentire alla sposa di mostrare anche la gonna. Attorno alla vita la sposa indossava una sottile cintura in fili d’oro o argento con chiusura a rettangolo posta all’altezza del ventre e ricamata con gli stessi motivi ornamentali del diadema nuziale. Questi due elementi erano il simbolo distintivo della donna coniugata. 

I capelli venivano raccolti sulla nuca in trecce e annodati con fettucce bianche a cui si univano due piccole trecce laterali tramite un nastro nero, in modo da formare un unico chignon sul quale era posto il diadema nuziale. 

Il costume era completato da una stola di raso color amaranto bordata da gallone in oro e portata sulle spalle, da un velo in fili d’oro, o in tulle rosso con ricami in oro che ricopriva il volto ed il capo della sposa, da calze di cotone bianco lavorate ai ferri e scarpe rivestite dello stesso tessuto della sopragonna. 

Il vestito di gala era, infine, reso più prezioso dagli ornamenti in oro indossati: la collana d’oro rosso e doppio pendente a fiocco, con ciondolo decorato da smalti colorati, all’anulare della mano destra l’anello della fede, sul merletto una spilla, alle orecchie splendidi orecchini con frangia che riprendevano i motivi ornamentali della collana e della spilla. 

 

Il costume di mezza festa,

 

indossato dalla sposa per recarsi in chiesa le domeniche dopo le nozze, per visite di cortesia o in occasione di feste, comprendeva la lunga camicia di lino o cotone bianco con collo ornato da merletto, la gonna a fitte pieghe in raso color amaranto ornata sull’orlo da ampio gallone in oro, oppure, se si trattava di occasioni meno importanti, la gonna pieghettata in seta grezza e cotone o in lana pettinata, ornata lungo il bordo inferiore da una striscia di tessuto in raso verde. Il corpetto, confezionato con panno nero o velluto, era ornato alle spalle ed ai polsi da larghe fasce di galloni in oro; le maniche erano rifinite da preziosi ricami, sempre in oro, a motivi floreali. Il vestito di mezza festa era, inoltre, completato da un grembiule di seta color azzurro ricamato con fili d’oro, da un fazzoletto da testa di seta giallo o arancione ed infine da uno scialle verde o marrone di lana pregiata, ornato da frange.      

 

Sono pochissime oggi le donne anziane che indossano

 

il costume giornaliero, semplice all’apparenza sia nella foggia che nei tessuti, 

ma, in realtà, non facile né da indossare, né da portare.


La lunga camicia di lino o cotone bianco è indossata sotto una sorta di gilet in cotone resistente di vari colori, con la funzione di sorreggere il seno. La profonda scollatura della camicia è chiusa da un piccolo copripetto, in modo da coprire meglio il seno e consentire, un tempo, alcuni movimenti compiuti durante il lavoro nei campi. Il corpetto è in raso, lana o velluto nero, ricamato con filo di seta nero. La gonna è in cotone rosso, con il fondo ornato da una balza arricciata. Il capo è coperto da un fazzoletto di cotone o lana legato dietro la nuca, il grembo da un grembiule di cotone.

 

La sagra del Costume Arbëreshë che si tiene ogni anno: 

è un’occasione di promozione, oltre che di valorizzazione 

del nostro patrimonio culturale.


Nei tre giorni di festa si può assistere a convegni, mostre e sfilate dei tradizionali costumi provenienti da numerose comunità Arbëreshëe e, in serata, all’esecuzione di balli e canti tradizionali da parte dei gruppi presenti, il tutto accompagnato dalla degustazione di piatti e dolci tipici.   

 

Ecco, questo è tutto quello che rimane – e meno male – nella nostra memoria di Arbëreshë, ovvero degli albanesi d’Italia, sbarcati attorno alla metà del XV secolo. Ma la cosa ancora più grave – mi sottolinea infine con rammarico Silvia Tocci – è che si sta perdendo anche la lingua. Certo, per molti anni sono stati in vigore finanziamenti statali e regionali a difesa delle minoranze linguistiche con corsi di lingua albanese in alcune classi delle elementari e medie, ma da oltre dieci anni non esistono più (sic!). 

 

 

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LE SALINE DI MARSALA – Gemme del Sud – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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LE SALINE di MARSALA

 

Gemme del Sud

Marsala

 

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La Riserva della Laguna dello Stagnone di Marsala è un’area naturale protetta che si estende nel tratto di mare compreso tra capo San Teodoro e capo Boeo o Lilibeo, comprendendo le quattro isole di Mozia (San Pantaleo), Isola Grande, Schola e Santa Maria, e le saline costiere San Teodoro, Genna e Ettore Infersa.

Lo “Stagnone” è la laguna più grande della Sicilia, caratterizzata 

da acque molto basse e una temperatura più alta del normale.


Per questo motivo oggi è diventata il paradiso del kitesurfing: l’acqua bassa e completamente priva di onde ha fatto dello Stagnone la meta ideale sia per i principianti, che per i kiters esperti che vengono qui ad allenarsi nel freestyle. 

All’interno della riserva sono presenti le vasche delle saline con i famosi mulini a vento.  

 

Questo luogo unico, fuori dal tempo, si è classificato al primo posto nella classifica Fai “luogo del cuore”, speciale Expo di Milano 2015.

Un paesaggio naturale mozzafiato, per i suoi colori, i suoi profumi, 

i suoi tramonti, le bianche saline con i mulini a vento,


i fenicotteri e gli altri uccelli migratori, lo sguardo sull’arcipelago delle Egadi e la vegetazione sviluppatasi per sopravvivere all’alto grado di salinità dei luoghi, come la Posidonia e la Calendula marina.  

 

In epoca fenicia lo Stagnone era un luogo strategicamente importante per la presenza dell’isola di Mozia, un’influente stazione commerciale fenicia per gli scambi tra Oriente e Occidente, data la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo.

Proprio grazie alla sua posizione, Mozia catturò l’interesse di diversi popoli come Greci e Cartaginesi in lotta per il predominio della Sicilia.


Oggi sull’isola è presente un museo ed è una piacevole meta di turismo. 

 

Altro punto di interesse lo si ha all’imboccatura sud dello Stagnone, dove durante la Seconda guerra mondiale venne costruito per la Regia Aeronautica un importante idroscalo militare, le cui aviorimesse in cemento armato furono progettate dal noto ingegnere Pier Luigi Nervi. Lo Stagnone è stato anche teatro del film “Briciole sul mare” (2016) e della fiction “Il commissario Maltese” (2017). 

 

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COMPENDIO GARIBALDI LA MADDALENA – Gemme del Sud – N. 20 – Marzo-Aprile 2021 – Ed. Maurizio Conte

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compendio garibaldi la maddalena

 

Gemme del Sud

Caprera

 

gemme

Quale miglior modo di distrarsi dal mare che visitare il Compendio Garibaldino, raggiungibile percorrendo la strada comunale da La Maddalena a Caprera? Il nostro eroe acquistò il primo compendio nel 1854 dai fratelli Ferracciolo per 36 lire e il secondo nel 1855, grazie all’eredità del fratello Felice, per 32.250 lire.

Garibaldi, dopo aver ripristinato ad abitazione il preesistente ovile, costruito 

la casa di legno e recintato il terreno, si diede alla realizzazione 

della sua dimora definitiva,


la c.d. Casa Bianca, aiutato da quattro o cinque amici tra il cui il maggiore Basso e il figlio Menotti. Quest’ultimo, ancora ragazzo, collaborò come manovale. Secondo Dumas, il fautore dell’Unità d’Italia si ispirò a una casa vista in Sud America, con il tetto piano dalle orlature alte in modo da facilitare la raccolta delle acque. L’esiguità degli spazi della prima abitazione costrinse Garibaldi a pensare ad un ampliamento, e poichè i tempi stringevano, dovendo ospitare i tre figli Menotti, Teresita e Ricciotti, decise di costruire una casa in legno con del tavolame importato da Nizza (probabilmente fece arrivare l’intera casetta prefabbricata), di facile e rapida costruzione, su di un alto basamento in muratura. La casetta venne ultimata nel 1856, ed i figli vi abitarono durante la loro prima visita, per circa un anno.

Sul lato nord del cortile venne poi eretta una casa di ferro. Sulla base di alcuni documenti rinvenuti presso il Museo del Risorgimento Italiano di Milano, 

si può ipotizzare che si tratti di un manufatto inglese omaggio 

del varesino Felice Orrigoni, compagno d’armi di Garibaldi.


Si tratta di un prefabbricato in legno rivestito esternamente di lamiera ondulata di ferro (oggi di rame) che giunse a Caprera dentro 38 casse. Il fabbricato non venne mai abitato personalmente da Garibaldi, ma destinato a diversi usi: alloggio per gli ospiti, segreteria, officina del “legnaiuolo”, “magazzino delle derrate”. Tra gli ospiti che vi soggiornarono: Basso, Stagneti, Carpeneti, Guerzoni, Fruscianti, Gusmaroli. I lavori per il secondo ampliamento della casa bianca avvennero nel 1880. Occorreva, infatti, una stanza di rappresentanza più ampia e dignitosa per accogliere gli ormai numerosissimi ospiti (Garibaldi, infatti, era all’epoca costretto a trascorre la sue giornate a letto o in carrozzella).

Venne quindi costruito il nuovo salotto nel settore nord-occidentale della casa, modificati i prospetti, e costruito un ponticello che permettesse 

al generale di raggiungere la terrazza.


Quest’ultima stanza venne trasformata da Garibaldi, nell’ultimo periodo della sua vita, nella propria stanza, in modo che, ormai immobilizzato a letto, potesse mirare dalla finestra le coste della Corsica. Alle 18,20 del 2 giugno 1882 (come attestano il calendario e l’orologio rimasti immutati da quel giorno), proprio in quel letto morì. Anziché essere bruciato (o cremato) come era sua volontà, egli venne imbalsamato e sepolto a Caprera vicino alle tombe dei suoi familiari. Enrico Costa, corrispondente da Caprera del giornale “la Sardegna” fornisce un’attenta descrizione del funerale. Più tardi, il 9 giugno, viene pubblicata sulla “cronaca bizantina”, una lettera di Giosuè Carducci, furibondo con i parenti e gli italiani per non aver rispettato le ultime volontà dell’eroe.

 

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