SANTA MARIA IN FORO CLAUDIO Gemme del Sud numero 26 ottobre novembre 2022 ed. Maurizio Conte

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SANTA MARIA IN FORO CLAUDIO

 

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            Ventaroli (CE)

 

La riserva naturale del lago di Falciano, sito alle pendici del Monte Massico, in provincia di Caserta, è un luogo ameno dalla variegata flora e fauna che vale una visita, nella quale va assolutamente inclusa una sosta a Ventaroli per vedere un vero gioiello poco conosciuto: la Basilica di Santa Maria in Foro Claudio.

 

Ventaroli è una piccola frazione con meno di 200 abitanti nel comune di Carinola, conosciuta proprio per tale chiesa che fu prima episcopio, poi sede vescovile 

dal VI all’XI secolo. In epoca romana questo sito era chiamato 

Forum Claudii e vi sorgeva un tempio pagano.

 

La Basilica di Santa Maria in Foro è una piccola “perla” di età alto-medievale, molto semplice nell’impianto: tre navate divise da colonne di reimpiego. 

All’interno sono custoditi i resti di affreschi, tutti di epoche diverse, databili tra il X ed il XVI secolo. Preziosi e di influenza bizantina sono quelli dell’abside del XII secolo a tema mariano, ma 

 

in una delle navate si nasconde la parte più interessante, quella con gli affreschi raffiguranti antichi Mestieri: il calzolaio, il fabbro, il farmacista, il macellaio ed altri, 

tutti rappresentati intenti a svolgere la propria attività, designata dall’iscrizione 

che campeggia sulla parete. 

Artigiani, mercanti, professionisti si riunivano all’epoca in corporazioni, o “gilde”, associazioni il cui scopo era aiutarsi, difendersi reciprocamente e regolamentarsi. Le gilde erano chiuse ed ereditarie. Di solito ogni corporazione era posta sotto la protezione di un santo e l’autorità cittadina o la chiesa garantivano loro la necessaria tutela: nessuno poteva avviare un’attività senza essere iscritto all’ “arte”, alla corporazione. Non si conosce il motivo per cui proprio qui vennero rappresentati tali mestieri, ma senz’altro 

 

questi affreschi, databili al XV secolo, costituiscono 

un importantissimo documento storico.

 

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L’ANTICO BORGO DI CRACO Gemme del Sud numero 26 ottobre novembre 2022 ed. maurizio conte

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L’ANTICO BORGO DI CRACO

 

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               Craco (MT)

 

 

 

A circa 60 chilometri da Matera si trova l’antico borgo medievale di Craco, un paese fantasma immerso nel suggestivo territorio lucano dei calanchi, formazioni collinari di rocce argillose. Abitato probabilmente fin dall’XI secolo d.C., su presenze umane più antiche, la sua storia attraversa i secoli fino a giungere nel Novecento.

 

Sorto sia su base rocciosa che su terreno soggetto ad erosione, agli inizi 

degli anni Sessanta del secolo scorso questo paese fu colpito 

da un evento naturale che ne decretò la sorte:  

 

Luna disastrosa frana costrinse gli abitanti ad abbandonare le proprie case ed attività per trasferirsi più a valle, a Craco Peschiera, lasciando il posto al silenzio e alla natura che si è riappropriata del proprio spazio. 

Aggirandosi per i vicoli del borgo, accompagnati da guide autorizzate poiché per motivi di sicurezza è vietato l’accesso libero, si possono ammirare la torre normanna, i palazzi nobiliari, le chiese, gli scorci dei vicoli con le case addossate le une alle altre e gli affacci mozzafiato sul paesaggio dei calanchi.

 

Grazie all’impegno di cittadini e Comune, l’antico abitato è tornato a vivere, 

diventando mèta turistica, set scelto da importanti marchi pubblicitari, 

location cinematografica di registi famosi 

e luogo di manifestazioni culturali.

 

La volontà di conservare la memoria del proprio passato si esprime nel MEC, il Museo Emozionale di Craco, che ha sede nell’antico monastero di San Pietro dei Frati Minori fondato agli inizi del XVII secolo e posto ai piedi del borgo. Qui, attraverso l’impiego di tecnologie multimediali ed interattive, il visitatore può immergersi nella storia dell’insediamento e conoscerne i protagonisti, scoprendo un territorio ricco di tradizioni, arti e mestieri e al tempo stesso godere di un’oasi di tranquillità.

 

Panoramic view of Craco. Basilicata. Italy.
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 Foto da DEPOSITPHOTOS

 

LA RIVIERA DEL CORALLO Gemme del Sud mumero 26 ottobre novembre 2022 ed. maurizio conte

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LA RIVIERA DEL CORALLO

 

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               Alghero

 

La Riviera del Corallo, si estende lungo i 90 chilometri della costa di Alghero, con una grande varietà di paesaggi tutti da scoprire: lunghe spiagge di sabbia bianca, piccole calette e meravigliose formazioni rocciose verso il promontorio di Capo Caccia, circondate dalla vegetazione della macchia mediterranea. Il nome deriva dalla cospicua presenza nei fondali di corallo rosso, che costituisce una delle principali risorse del territorio.

 

La pesca del corallo in Sardegna ha origini antichissime: da sempre usato per scopi 

di culto, nel corso dei secoli è diventata un’importante risorsa economica, 

 

oggi preservata e tutelata anche in siti speciali all’interno dell’Area Marina Protetta di Capo Caccia e del Parco Regionale di Porto Conte. In particolare il Corallium Rubrum è definito “l’oro rosso di Alghero”, a sottolineare il forte legame tra la città e la sua più preziosa risorsa, sancito già nel 1355, quando il re d’Aragona Pietro IV il Cerimonioso concede ad Alghero lo stemma rappresentante un ramo di corallo in mezzo alle onde del mare, sormontato da quattro pali rossi in campo oro, insegna reale nota come “Pali di Aragona”. 

 

E proprio ad Alghero sorge 

 

il MACOR, un museo interamente dedicato al corallo, che offre un percorso 

alla scoperta della tradizione, della cultura e dell’identità 

di questa parte di Sardegna

 

attraverso aspetti storici, scientifici, economici e curiosità attorno al pregiato materiale, oltre alle opere d’arte che gli artigiani algheresi hanno creato e creano ancora oggi col corallo. Il museo, inoltre, è ospitato all’interno dell’elegante villa Costantino, unico edificio liberty visitabile in città, che conserva ancora la divisione interna degli ambienti come residenza familiare e gli elementi decorativi originali, motivo in più per andare a visitarlo.

 

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L’INCENDIO DEL CASTELLO SVEVO DI TERMOLI Gemme del Sud numro 26 ottobre novembre 2022 ed. Maurizio Conte

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L’INCENDIO DEL CASTELLO SVEVO DI TERMOLI

 

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                    Termoli (CB)

 

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Il Castello Svevo di Termoli, situato nel Borgo Antico, è il simbolo di questa bella cittadina molisana in provincia di Campobasso affacciata sul mare. Costruito probabilmente in epoca normanna, ristrutturato nel 1247 da Federico II (da qui l’appellativo di “Svevo”),

 

ogni anno, la notte del 15 di agosto, diventa il protagonista di una manifestazione davvero unica e suggestiva: l’Incendio del Castello 

 

Si tratta di una rappresentazione storico-popolare che rievoca l’assalto da parte delle truppe di Pialj Pascià: sbarcati con circa 200 galee, il 2 agosto 1566, gli Ottomani strinsero d’assedio il vecchio borgo marinaro distruggendo abitazioni e appiccando incendi. Ma un’eroica resistenza fu opposta dalla popolazione nelle campagne tra Termoli e Guglionesi dove, grazie alla tenacia ed al coraggio, si riuscì ad arrestare l’invasione nemica. E proprio da quelle parti, già dal 1545, sorgeva un santuario dedicato alla Madonna della Vittoria, oggi nota come Madonna a Lungo. Qui per anni fu ricordato l’episodio con rappresentazioni popolari eseguite dalla gente comune che orgogliosa tramandava la vittoria storica dei propri avi.
Dal 2001 la decisione di rievocare l’avvenimento storico attraverso una grande manifestazione che negli anni è diventata, insieme alla festa del patrono San Basso, l’evento più atteso della città. Si comincia già dal pomeriggio con una sfilata di giovani del posto travestiti da saraceni. In serata,

 

alcune Paranze si avvicinano in mare verso le mura del Borgo Antico 

rievocando l’ingresso degli invasori e con suggestivi combattimenti 

danno inizio all’Incendio del Castello, uno spettacolo mozzafiato,

 

una vera e propria esplosione di luci e fuochi pirotecnici che infiamma i cieli di Termoli e lascia a bocca aperta i tantissimi visitatori che ogni anno si recano nella cittadina per partecipare a questo emozionante evento.

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UN INCONTRO di GUSTO. Parte prima di Vincenzo Cardellicchio numero 26 ottobre novembre 2022 ed. maurizioconte

 

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UN INCONTRO di gusto

 

 Parte prima

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Anche la cronaca di un evento, nel caso di specie la presentazione di un gran bel libro, già di per sé un momento di particolare interesse, può ancor più arricchirsi fino a trasformarsi in un’occasione per una riflessione sul meridione d’Italia, sul nostro SUD, sui suoi valori, sulle sue tante storie e sulla ricchezza emotiva che da sempre ha espresso, esprime ed in prospettiva potrà ancora garantire al nostro Paese rendendolo così unico e straordinario   

 

“Campagna letteraria” è un’iniziativa cui il Pastificio La Molisana ha dato avvio da qualche storico tempo a favore della Città di Campobasso che ospita l’azienda che con il suo marchio è da anni presente sulle tavole degli Italiani, famoso nel mondo e leader della buona cucina.

 

Nata in sordina, con quella discrezione un po’ ritrosa che è una cifra connotativa 

del carattere di questa popolazione, l’idea ha ben presto preso corpo e vigore

 

di vero progetto per l’attenzione che ad essa ha dedicato l’Azienda e per il successo che i fruitori le hanno da subito tributato.   

 

Uno spazio culturale elegante e raffinato, che, ben contestualizzato in ambientazioni tipiche dell’architettura industriale, ha saputo valorizzare le opere che sempre più incisivamente andavano ad essere scelte e lì presentate.   

 

La sistematica, preziosa e accogliente presenza della proprietà è stata rappresentata in questa occasione dal capostipite della famiglia Vincenzo Ferro che ha assunto il ruolo di conduttore dialogante, competente ed appassionato e da sua figlia Rossella, direttamente impegnata nella conduzione aziendale e protagonista in questa magnifica iniziativa, affiancata come spesso è accaduto anche dal fratello Giuseppe anch’egli primario artefice del successo di questa bella azienda del nostro meridione.    

Un’occasione che ha confermato come l’indissolubile miscela di successo, cultura e sentimento partecipativo riesca nel nostro Paese a produrre esempi di qualità straordinaria.

 

Le poche righe che mi accingo a scrivere, lungi da voler sfiorare l’idea di una critica letteraria, vuole essere soltanto la cronaca di un evento nel quale riconoscere 

il perché di una comunità, la qualità di uno stare insieme 

e l’affetto per la propria Terra e le proprie origini. 


“Vae victis” con questa locuzione latina, che tradotta letteralmente significa “guai ai vinti” lo scrittore Gianfranco De Benedittis ha iniziato a raccontare il suo libro.   

 

Quell’incipit, ha proseguito l’autore, è una espressione proverbiale usata come sorta di sopraffazione nei confronti di un avversario che non è più in grado di difendersi e nello stesso tempo esaltare il potere e la forza dei vincitori, relegando così gli sconfitti ad un ruolo marginale, sminuendone le capacità e l’intelligenza e la stessa legittimazione storica.   

 

Ed in questo pomeriggio l’autore ci vuole condurre, con il suo libro frutto di una sua decennale ricerca documentale, in una archeologia del pensiero storico ricostruttivo, in una indagine socio economica di un passato sepolto dalla polvere del tempo ma non così nei cuori di quanti, seppur eredi di una terribile sconfitta, non hanno mai rinnegato le loro origini anzi ne menano ancora vanto ed oggi, in questa sala, il nostro autore ne diventa nuovo condottiero.

 

La storia è, infatti, sempre raccontata dai vincitori ma non sempre la ricostruzione 

è stata obiettiva e assolutamente veritiera almeno in ogni suo capitolo.

 

E’il caso del popolo Sannita primo grande oppositore all’espansione e allo strapotere romano, che già lo storico Tito Livio definì “rozzi montanari”.       

 

Lo disse lui, lo ripeterono in tanti e per tanto tempo, tutto senza uno straccio di riprova o una ricerca del contrario; insomma senza difesa alcuna per i vinti.   

 

Un popolo, quello Sannita, che ebbe la “colpa” di aver umiliato la grandezza di Roma. Un affronto che tutti i narratori del I secolo hanno volutamente veicolato nell’oblio, tant’è che nella storia della letteratura romana, cioè tutta, dei Sanniti non è sopravvissuto quasi nulla.   

 

Ma oggi, in virtù di questa poderosa ricerca e dell’opera letteraria che ne è il frutto, si è voluto cercare di restituire al popolo Sannita quel ruolo fondamentale che competeva loro e che la “storia romana”, qui si sostiene, a torto aveva cancellato.

 

Quella operata dal professore De Benedittis è, infatti, una sistematica e documentata rilettura delle fonti e delle testimonianze che ha così dipanato 

i tanti dubbi e le contraddizioni


che lo storico ha fatto emergere nel suo incessante lavoro di scavo archeologico nel sito di Monte Vairano alle porte della città di Campobasso ed in altri numerosissimi insediamenti sparsi in tutto il Molise.   

 

Un territorio, quello molisano, falcidiato da un’emigrazione secolare, mai interrotta ed ancora feroce, isolato da una viabilità che ancora oggi lo vede incredibilmente e deliberatamente escluso dai pur modesti progetti di sviluppo ferroviario e marginalizzato anche da quelli autostradali, che resta comunque non lontano dai grandi centri attrattivi di Roma, Napoli e Bari; ed è così che gli eredi dei Sanniti, nonostante tutto appena possono tornano a casa per partecipare a ricorrenze e manifestazioni che tra sentimenti religiosi e riti pagani rievocano ancestrali usanze.   

 

Insomma, una popolazione sempre fiera del proprio passato nascosto in antichi racconti ed in tradizioni che hanno a che fare con il fuoco ed il ferro e con uno spirito che ancora esalta nei racconti riservati ai bimbi la forza ed il coraggio di chi nei secoli ha dovuto battersi con i lupi e di quelle pelli si copriva in guerra.

 

Una Terra per dirla come scrisse F. Jovine che “è per me un sogno. Un mito tramandatomi dai padri e rimasto nel mio sangue e nella mia fantasia.”

 

Quella Regione che qualche cattivo scolaro ancora stenta geograficamente collocare sulla cartina politica “muta” dell’Italia che pur abbiamo avuto tutti tra le mani nella scuola dell’obbligo e che persino il servizio televisivo delle previsioni del tempo ancor oggi fatica a collocare tra il sud del centro ed il nord del sud.   

 

Ma al di là del gioco sul “Molise che non esiste”, ormai utilizzato proprio per decantarne la straordinaria bellezza naturistica, le incontaminate realtà civiche e le preziosità salutistiche di aria ed acqua, oggi, con questa ricerca scientifica, sono state poste in discussione e persino cassate anche certe finora indiscusse connotazioni sulle sue origini ed in particolare sulla qualità delle società che quei territori avevano abitato nel passato remoto.

 

 

(segue)

 

 

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ENRICO CARUSO UN NAPOLETANO IN AMERICA di Luigi Vignali e Gaia Bay Rossi numero 26 ottobre navembre 2022 Ed. Maurizio Conte

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ENRICO CARUSO UN NAPOLETANO IN AMERICA

 

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Enrico Caruso è stato uno dei più grandi tenori di sempre e ha fatto conoscere e amare in tutto il mondo la lirica e la musica napoletana. La sua vicenda è narrata nel bel documentario “Enrico Caruso, the greatest singer in the world”, girato per i cento anni dalla morte dell’artista e prodotto dalla Direzione Generale per gli italiani all’Estero della Farnesina.

 

Caruso era di umili origini, ma sin da bambino maturò notevoli capacità musicali, tanto da suscitare l’attenzione di alcuni “maestri” dai quali prese lezioni, per quanto ancora di livello amatoriale. La dedizione che mise nello studio gli permise, nel tempo libero dal lavoro alla fonderia in cui il padre era operaio, di esibirsi presto in piccoli teatri e caffè fuori Napoli, cantando canzoni napoletane e arie d’opera. In una di queste occasioni venne notato dal baritono Edoardo Missiano che lo presentò al maestro Guglielmo Vergine, uno dei migliori maestri di canto della città. Quest’ultimo, intuendone il potenziale, accettò di dargli lezioni in cambio del 25% dei proventi che il tenore avrebbe guadagnato nei successivi cinque anni. Per il giovane venne poi la chiamata alle armi, ma la fortuna volle che un suo ufficiale, maggiore Nagliati, lo ascoltasse cantare in caserma. Rimanendo colpito dalla sua voce, non solo gli propose di andare a lezione dal suo amico barone Costa, ma fece anche in modo che il fratello di Enrico, Giovanni, lo sostituisse sotto le armi (la legge allora lo permetteva)!

 

Talento, professionalità e dedizione permisero a Caruso di debuttare nel marzo 

del 1895, di farsi conoscere in Italia e di iniziare ad apparire sui giornali


Riuscì anche ad avere un’esperienza all’estero, percependo 600 lire per un mese di lavoro al Cairo. In quel periodo Caruso ebbe modo di conoscere direttamente il Maestro Puccini, che lo invitò nella sua casa di Torre del Lago. Il compositore stesso accompagnò Caruso al pianoforte e durante la romanza di Rodolfo, esclamò la famosa frase: “Chi t’ha mandato, Dio?”. 

Fu proprio in quegli anni che iniziò una relazione con il soprano fiorentino Ada Botti Giachetti, per quanto già sposata e madre di un bambino, dalla quale ebbe poi due figli, Enrico jr. e Rodolfo. Per lei più avanti comprò Villa Bellosguardo a Lastra a Signa (presso Firenze, tuttora sede di un museo a lui dedicato). La loro unione finì undici anni dopo in tribunale, perché Ada lo lasciò per fuggire con l’autista. La coppia cercò anche di estorcere denaro al tenore.

 

Oltre all’Italia, Caruso iniziò a esibirsi all’estero con tournée in Russia, 

a Lisbona, a Londra e a Buenos Aires. Aveva preso quota,

 

erano finiti i tempi dei localini di un tempo, ora in Italia cantava alla Scala di Milano, all’Opera di Roma, al Massimo di Palermo e al San Carlo di Napoli. Fu proprio qui, secondo la leggenda, che durante l’interpretazione de L’elisir d’amore nel dicembre 1901 si fosse così emozionato da aver subito delle incertezze canore; la protesta eccessivamente severa dei suoi concittadini e le critiche sui giornali gli fecero giurare di non cantare più nella sua città: sarebbe tornato solo per “vedere la mia cara mamma e mangiare i vermicelli alle vongole”. E così fu: un giuramento che Caruso manterrà per tutta la vita. Era pronto invece a cogliere il grande successo che lo attendeva oltreoceano. 

Nel marzo del 1903, grazie al banchiere italiano residente a New York Claudio Simonelli, Caruso riuscì ad ottenere un eccezionale contratto con il Metropolitan Opera House. Simonelli, dopo lunghe trattative con il nuovo direttore Henrich Conried, era infatti riuscito a fargli accettare tutte le condizioni richieste dal tenore.

 

Il 23 novembre Caruso debuttò in un Metropolitan sfarzoso e brillante di luci. 

In cartellone la sua opera preferita, Rigoletto.

 

Il pubblico era composto da alta società e giornalisti, Caruso era pronto e perfettamente all’altezza, ma la grande emozione lo fece muovere in maniera maldestra, tanto che ruppe il ventaglio del soprano Helen Mapleson. La serata non raggiunse picchi particolari di ammirazione, ma neanche di critica e risultò una serata “media”, come tante altre. La stampa comunque fu benevola, il New York Times mise in rilievo l’espressione e la flessibilità della sua voce, così come l’intelligenza e la passione sia nel canto che nella gestualità, mentre il Sun si rallegrava di come il nuovo tenore non mostrasse traccia del “tipico belato italiano” e faceva notare che Caruso era oltretutto un uomo piacente!

 

Al Rigoletto seguirono AidaToscaBohemePagliacciLuciaTraviataElisir d’amore, per complessive 29 recite in cui Caruso era sempre intento a reggere 

e superare il confronto con Jean de Reszke, il tenore stabile del Metropolitan.


Era oltretutto un uomo affascinante e il pubblico femminile ne rimaneva ammaliato. Queste 29 serate furono le prime delle 607 realizzate per il Metropolitan, in ben diciassette stagioni. 

Le rappresentazioni divennero sempre più veri e propri trionfi, la sua voce era considerata straordinaria. Durante un’esibizione il 5 dicembre lo straordinario successo fu sottolineato anche dall’inusuale gesto del soprano Marcella Sembrich, che raccolse uno dei fiori presenti sul palco e lo porse a Caruso. 

Il tenore fu il primo ad incidere dei dischi sin dal 1902, e fu proprio questo supporto a contribuire alla divulgazione del mito. Oltretutto riuscì a vendere un milione di copie, diffondendo musica napoletana e operistica in tutti i continenti. E questo senza tralasciare l’impulso che le incisioni diedero all’aumento di ingaggi e cachet…

 

Nel 1910, diretto da Arturo Toscanini, Caruso cantò nella prima mondiale della Fanciulla del West di Giacomo Puccini. Era ormai diventato 

il tenore più importante e famoso al mondo.

 

L’organizzazione di stampo mafioso La Mano Nera, con ramificazioni in Sicilia, tentò di estorcergli del denaro, sotto minaccia di morte. Caruso non cedette al ricatto e si affidò al poliziotto Joe Petrosino, che riuscì a far arrestare due dei tre delinquenti (e, grazie alle indagini, qualche anno dopo, anche due importanti capi della mafia newyorkese). Il tenore, alle estorsioni preferiva la beneficenza, soprattutto se riguardava gli immigrati italiani. Diede un concerto di beneficenza anche dopo l’affondamento del Titanic, a metà aprile 1912, e durante la I Guerra mondiale tenne concerti per i soldati.

 

Fino al 1920 la vita di Caruso era organizzata in base alle stagioni al Metropolitan, 

alle incisioni discografiche, e ogni anno dalla primavera all’inizio dell’autunno 

era in Europa (almeno fino allo scoppio della guerra), 

ritagliandosi un mese estivo di vacanza italiana.

 

Durante le prove del Sansone e Dalila al Metropolitan crollò una scenografia in cartapesta, colpendo il tenore ad un fianco e fratturandogli le costole. Rimase sempre il dubbio se fosse un disgraziato evento del destino o un atto criminale. Le conseguenze dell’infortunio gli procurarono poi un’emorragia durante una rappresentazione che venne interrotta. Il 25 dicembre del 1920, mentre si trovava a Sorrento, il cantante lamentò forti dolori, che furono diagnosticati dai medici come pleurite infetta. Fu operato il giorno prima di capodanno.   

 

Tornato in America, Caruso abbandonò le scene perché le sue condizioni erano particolarmente gravi. Decise poi di voler terminare i propri giorni a Napoli e con la moglie Dorothy (sposata nell’agosto del 1918), la figlioletta Gloria e il fratello Giovanni fece rientro in Italia. 

Morì nella sua città, al Grand Hotel Vesuvio, il 2 agosto 1921.In occasione del centenario della morte, nell’abitazione dove nacque il cantante, è stato inaugurato il Museo Casa Natale Enrico Caruso.

 

Il tenore era estremamente legato a Napoli, la napoletanità rimase impressa 

nella sua indole, nel suo carattere e temperamento fino alla morte.

 

Gli piaceva avere intorno napoletani, sia che fossero amici, collaboratori o colleghi. E questo perché lui stesso si sentì sempre profondamente napoletano, anche se il rapporto con la città fu caratterizzato da un’ambivalenza di struggimento e scetticismo. 

Alcune delle canzoni napoletane incise da Caruso furono ideate e realizzate a New York, all’interno della comunità italiana, non a Napoli, come Core ‘Ngrato (scritta e musicata appositamente per lui), Tarantella sincera, Scordame, Sultanto a te, I’m’ arricordo ‘e Napule, ultima canzone incisa da Caruso nel 1920. Il 20 marzo 1916 aveva invece inciso la canzone Tiempo antico, scritta e musicata da lui stesso, una sorta di sfogo, di liberazione del suo amore per Ada perduto nel tempo. 

Caruso fu in tutto e per tutto un italiano d’America, negli atteggiamenti, nell’allegria, nella passione, che lo portarono ad essere in tutto il mondo un vero, grande mito italiano.

 

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LECCE UNA MATTINA DI AGOSTO di Gianluca Anglana numero 26 ottobre novembre 2022 Ed. Maurizio Conte

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LECCE UNA MATTINA DI AGOSTO

 

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Palazzo Giaconia

 

«Mangiami»: mi implora il pasticciotto dalla teca in cui è imprigionato. Con lui altri galeotti, nell’attesa che qualcuno li scelga e si decida a liberarli. E a divorarli. Il piccolo bar, a pochi passi dalla Chiesa Greca, brilla all’esterno di un bagliore accecante: la sua unica sala interna è fresca e buia, come l’antro di una sibilla. Il cameriere napoletano scivola svelto sulla strada, così scintillante e linda che non lo crederesti.

 

Nel caleidoscopio della vacanza, anche i luoghi familiari si ammantano di novità, si illuminano di un inedito riverbero.

La luce che piove dal cielo blu aragonite accende la pietra leccese: vicoli stretti 

come budelli, in cui sciamano turisti e lavoratori in pause furtive.


In lontananza, un violoncello e un contrabbasso piangono lacrime di musica argentina.
Pouilles, Italie: qualche sedia più in là, alle ultime propaggini del dehors, due francesi consultano la loro Lonely Planet con una pensosità così grave da sembrare assorti nella lettura di un trattato sulla pietra filosofale.   

 

Dal mio tavolino, su cui il pasticciotto evaso e un caffè salentino pazientano come una natura morta, osservo la mia bicicletta appoggiata al muro di fronte. Sarà il mio ronzino, alla scoperta di nuovi quartieri in apparenza trascurabili, sciatti, sopra i quali si distende l’ombra lunga delle sedi del potere: gli uffici giudiziari sono a portata di lancia, mulini a vento da cui guardarsi e tenersi a distanza. Il Comando provinciale della Guardia di Finanza sorveglia la piazzetta dove ho scelto di arrivare: 

 

qui è la chiesa che avrei voluto visitare. E che invece resterà chiusa 

per tutto il mese di agosto,

 

sentenzia uno sbrigativo cartiglio incollato al portale come un qualunque avviso a una bacheca comunale. Disappunto. Un nulla di fatto in cui inciampo dopo avere accolto il suggerimento di

 

una signora gentile, dai capelli rosa e da un altrettanto inatteso accento barese: 

«vada a vedere la chiesa di San Francesco da Paola, 

dentro è bella quanto Santa Croce» mi esorta, 


sorprendendomi nel ventre tortuoso del centro storico, con il naso all’insù a osservare la facciata austera di un antico monastero benedettino, e sfoggiando un sorriso complice. Un incontro casuale, un dialogo cordiale e foriero di buonumore. Dopotutto, cos’altro è la vita se non un dedalo di giravolte di un’antica città dalle radici messapiche, grani di sale che ci nevicano addosso sotto forma di imprevisti?

 

Se le porte della casa del Signore sono sbarrate, 

sono aperte quelle di Palazzo Giaconìa

 

La sua facciata sonnecchia sobria di fronte alla caserma e guarda con noncuranza al viavai dei finanzieri sulla piazza. Ha il nome di Angelo Giaconìa, vescovo di Castro, che nel 1546 iniziò a erigere per sé una dimora signorile approfittando delle nuove possibilità dischiusesi con la revisione urbanistica di Lecce nella prima metà del sedicesimo secolo.

E sì che il palazzo eredita il suo nome da un presule, ma deve i suoi fastosi giardini 

a un sindaco, Vincenzo Prioli, che lo acquistò alla fine del Cinquecento:


sua l’idea di un parco privato, che volle ingentilire con elementi decorativi, impluvi e reperti strappati alla terra negli scavi aperti a Lecce e Rudiae. Dopo la sua morte, la residenza passò di mano in mano: ai Carignani duchi di Novoli, prima; ai Lopez y Royo duchi di Taurisano, poi. Una catena interrotta solo all’alba del ventesimo secolo, quando un decreto prefettizio assegnò l’edificio a un istituto assistenziale. Della primitiva vastità del giardino, limitato dalle mura urbiche, così come della vegetazione originaria resta poco, ma quanto basta per lasciarsi accarezzare dalla brezza dei sogni.

 

Il profilo alto delle palme, che svettano come comari curiose di vedere cosa accade 

al di là della cinta muraria, dona alla villa un aspetto vagamente moresco, 

un’allure pressoché mediorientale.

 

Pareti inghiottite da rigogliosi rampicanti, cipressi, cespugli, un’antica pianta di alloro: tutti si lasciano ammirare da un camminamento rialzato, abbellito da un pergolato e da colonne seicentesche. Lungo questo breve tragitto sul ciglio delle mura, mi disfaccio della fretta, l’espressione di distaccato sospetto propria delle sentinelle e di chi diffida degli inganni della contemporaneità. Dall’alto si vede la città pulsare: il rumore del traffico si sfarina in un ronzio lontano, gli affanni si stemperano, le accuse al presente di tradimento e al futuro di latitanza precipitano giù, dall’orlo dei bastioni. Nel caleidoscopio della vacanza, quando si è più vicini al cielo di qui, i nodi si allentano, le voci di troppo tacciono.   

 

È ora di andare.

 

Uno sguardo ancora al bassorilievo che è accanto all’ingresso e che si attribuisce 

a Gabriele Riccardi, tra i massimi architetti del rinascimento salentino: 

il Trionfo di David. C’è bisogno di trionfi, dell’alloro che li celebri, 

di palme giganti da scalare per rimpicciolire il mondo, 

di segnali di ottimismo, per lo meno dall’arte, 

in un periodo come il nostro che ne è avaro.

 

Mentre sorrido a una turista americana e alla sua gioia di trovarsi lì, vado a recuperare il mio ronzino. È ora di andare. Alla scoperta di altri luoghi dimenticati, di altre fantasie da nutrire, di altre emozioni da cui lasciarsi cullare

 

 

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VOCI DEL CINEMA TRA LE SPONDE DI LISCA BIANCA di Aurora Adorno numero 26 ottobre novembre 2022 ed.maurizio conte

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VOCI DEL CINEMA 

TRA LE SPONDE 

DI LISCA BIANCA

 

 Stelle al Sud

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Appare in lontananza Lisca Bianca, a pochi chilometri a est di Panarea, come una donna adagiata sul mare che, beandosi dei raggi del sole e benedetta dalle acque galleggia in solitudine; distaccata da Dattilo e Bottare, è ciò che resta di antiche bocche vulcaniche prima unite in un unico scoglio.

 

Sull’isolotto cresce un tappeto grigio – verde di erbe che si estende come un vestito sul corpo di questa bella Riserva naturale; è l’Anthemis aeolica, anche detta Camomilla delle Eolie, un’erba che cresce solamente sull’isola.   

 

Vicino a Lisca Bianca nelle profondità del mare, giace sul fondo il relitto di un cargo inglese affondato nel 1885 di cui la poppa e la prua ancora intatti sono sommersi dalle acque silenziose del Mediterraneo.

 

 Non è possibile sbarcare sull’isola, se non per scopi scientifici o di ricerca, 

ma soltanto ammirarla da lontano, oppure girarci intorno con una barca.   

 

 Un’altra opzione è quella di perlustrare Lisca attraverso lo sguardo inquieto 

della macchina da presa di Antonioni: nel celebre cortometraggio del 1983 

dal titolo “Ritorno a Lisca Bianca” l’isolotto appare 

in tutta la sua selvaggia bellezza.  

 

Nelle urla furiose delle onde che si infrangono contro gli scogli a strapiombo sul mare è nascosto un segreto, forse terribile: «Anna, Anna». Rimbalzano tra le rocce le urla di Monica Vitti nella parte di Claudia e di Gabriele Ferzetti nella parte di Sandro il fidanzato di Anna (Lea Massari), una ragazza fragile che sparisce nel niente durante una gita alle Eolie.

 

Il documentario fa capo al film “L’avventura”, diretto nel 1960 dallo stesso Antonioni 

e prima parte della trilogia “esistenziale” o “dell’incomunicabilità” 

di cui fanno parte anche il film “La notte” e “Eclisse”.


Ma Anna non si trova, è sparita, e dopo il panico tra Sandro e Claudia scoppia la passione. 

«Pochi giorni fa all’idea che Anna fosse morta, mi sentivo morire anch’io. Adesso non piango nemmeno. Ho paura che sia viva. Tutto sta diventando maledettamente facile, persino privarsi di un dolore» confida Claudia ormai infatuata di Sandro, e nei suoi occhi chiari c’è tutto lo struggimento della Vitti, una donna vulnerabile alle prese con una passione proibita, forte, tanto da toglierle il fiato. Tra Noto e Taormina continua la storia d’amore: 

Sandro: «Claudia, ci sposiamo?» 

Claudia: «Come ci sposiamo?» 

Sandro: «Ci sposiamo io e te. Rispondi!» 

Claudia: «Rispondi. Cosa ti rispondo: no, non ancora, non lo so, non ci penso nemmeno. In un momento come questo, ma perché me lo domandi?» 

Sandro: «Mi guardi come se avessi detto una cosa pazzesca». 

Claudia: «Ma sei sicuro di volermi sposare? Proprio sicuro? Di voler sposare me?» 

Sandro: «Se te lo chiedo?» 

Claudia: «Già, ma perché tutto non è semplice. Dici che voglio vedere tutto chiaro. Io vorrei essere lucida, vorrei avere le idee veramente chiare, e invece».

 

Prosegue il dialogo tra gli amanti, e va a confondersi col vento che, 

come scrisse il drammaturgo francese, in queste isole suona. 

 

Come capita in certi amori, Sandro si concede una storia con un’affascinante scrittrice. Claudia lo perdona, è pronta a tutto, anche ad accettare una relazione tormentata, passionale, come quella che aveva portato Anna a sparire nel niente tra gli scogli di Lisca. 

Il mistero chiude il film come una nuvola che, tra il vulcano e la terra ferma, oscura il cielo senza mai sparire veramente.

 

Le Eolie, quel favoloso arcipelago che Stromboli illumina come un faro, 

scriveva Dumas

 

che, proprio come molti scrittori fecero a cavallo tra l’800 e il 900, ricordò le isole in un lungo diario di viaggio, tingendo le pagine con i colori pastello del nostro Mediterraneo.

 

 

 

 

 

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Stelle al Sud

 

Con la serie “Stelle al Sud” Myrrha va alla ricerca di alcuni tra i tanti personaggi celebri la cui arte si è in qualche modo intrecciata con la natura incontaminata di un Sud selvaggio e incantatore, divenuto per essi fonte di ispirazione, talvolta dimora d’elezione.

 

 

AGNONE E L’ANTICA TRADIZIONE DEI FONDITORI DI CAMPANE – Gemme del Sud – Numero 25 – Luglio agosto 2022 – Ed. Maurizio Conte

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AGNONE E L’ANTICA TRADIZIONE DEI FONDITORI DI CAMPANE

 

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 Gemme del Sud
         Agnone (IS)

 

Ad Agnone, in provincia di Isernia, si tramanda ancora oggi l’antica arte di produrre campane in bronzo, con la tecnica a stampo, che affonda le radici nel Medioevo, quando la metallurgia in questo campo raggiunse alti livelli di esecuzione. 

 

L’utilizzo delle campane a fini funzionali ha una storia millenaria. Già in epoca classico-pagana se ne trovano testimonianze, ma è con il Cristianesimo che questo oggetto assunse una valenza simbolica molto forte, divenendo un elemento sacro destinato ad accompagnare la liturgia e a scandire i momenti di vita di un’intera comunità. 

 

Questa produzione sopravvive ad Agnone nella Pontificia Fonderia Marinelli che rappresenta, in territorio molisano, l’ultima fabbrica a mantenere intatta questa tradizione artigianale con prodotti che, anche nella decorazione, sono unici nel suo genere.

 

Fondata probabilmente intorno all’XI secolo, la Fonderia Marinelli è considerata 

una delle più antiche in Italia e nel mondo e, a conferma del suo valore, 

dal 1924, per volere di Papa Pio XI, può fregiarsi 

dello Stemma Pontificio. 


I Marinelli, mettendo in pratica conoscenze tramandate per generazioni, che escludono l’utilizzo di moderne tecnologie, ancora oggi danno vita ad un prodotto di altissima qualità, richiesto in tutto il mondo. Assistere alla nascita di una nuova campana, dove ogni gesto, scandito da preghiere, deve essere eseguito alla perfezione per non vanificare mesi di lavoro, è tornare indietro nel tempo, rivivere un rituale antico ed immedesimarsi nell’affascinante mestiere di fonditore.

 

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