IL MEDITERRANEO AFFASCINA E CORROMPE di Gaia Bay Rossi – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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IL MEDITERRANEO AFFASCINA E CORROMPE

 

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che affascina e che corrompe”. 

Ad affermarlo è stato Sebastiano Tusa, prima della tragedia aerea che lo ha portato via nel 2019, in Etiopia. Palermitano, archeologo, docente di archeologia subacquea all’Università tedesca di Marburg e di Paleontologia alla Scuola Suor Orsola Benincasa di Napoli, Tusa è stato, in primis, lo straordinario Soprintendente del Mare della Regione siciliana.

 

La Soprintendenza del Mare venne istituita nel 2004

 

con il fine di tutelare e valorizzare i beni culturali, ambientali e le risorse archeologiche sottomarine, con compiti di ricerca, censimento, tutela, vigilanza, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico subacqueo, storico, naturalistico e demo-antropologico dei mari siciliani e delle sue isole minori.   

 

Ma torniamo a Tusa ed al suo Mediterraneo “che corrompe”.

 

Corrompe perché impone a chi abita le sue coste una notevole capacità 

di adattamento alle diverse morfologie esistenti; e perché la facilità 

con cui permette gli scambi e le relazioni provoca contaminazioni, 

“corruzioni” in senso positivo e talvolta anche negativo.

Tra le scoperte più importanti di Sebastiano Tusa, l’esatta localizzazione della battaglia delle Egadi, lo scontro navale con i Cartaginesi che concluse la prima guerra punica a favore dei Romani, il 10 marzo del 241 a.C.. Per una sorta di strano scherzo del destino, proprio il 10 marzo l’incidente mortale ci ha privati per sempre del nostro archeologo del Mediterraneo,

 

un mare “esso stesso un museo, il Mare Nostrum”, come usava dire.

 

Già. Il Mare Nostrum, come lo chiamavano i Romani, è da sempre “culla di civiltà”, sin dalle prime forme di sedentarietà nelle culture pre-neolitiche (come quella natufita in Palestina) e poi con i progressi successivi verso società più evolute.   

 

Oggi come allora il Mediterraneo, “mare tra le terre”, crogiuolo di colori e di costumi, è il punto d’incontro di Europa, Asia e Africa. Sulle sue coste si possono trovare oltre venti fra Paesi e territori, che parlano più di venti lingue e credono nelle tre grandi religioni monoteiste (cristianesimo, ebraismo ed islamismo).

 

Queste civiltà che si sono succedute nel Mediterraneo hanno lasciato vestigia 

che fanno parte del patrimonio culturale mondiale e vanno assolutamente preservate, nella consapevolezza del fondamentale valore della varietà e molteplicità culturale.


Pensiamo alla Libia, dove si trova uno dei più grandi centri romani del Mediterraneo, Leptis Magna, o al suo corrispondente greco, a Cirene. Ma anche alla Turchia, al Marocco, passando per Siria, Giordania, Israele, Libano, Egitto, Tunisia ed Algeria. I Paesi della sponda Sud-orientale del Mediterraneo sono custodi di testimonianze uniche di millenni di storia che, insieme a quelle inestimabili nei Paesi della sponda Nord, formano il maggior giacimento culturale del mondo.

 

Non a caso, i Paesi mediterranei raccolgono oltre la metà 

dei siti dichiarati“patrimonio dell’umanità” dall’Unesco.

 

Un capitale artistico, storico e culturale che, oltre a costituire idealmente un’identità comune, può diventare anche un fattore aggregante e determinante per lo sviluppo, in un prossimo futuro, di tutta l’area.

La protezione del passato, oltre al valore “archivistico” e conservativo, 

diventa quindi la premessa per costruire un futuro migliore. 


È questo uno degli aspetti della cooperazione internazionale che l’UNESCO ha promosso in tutto il mondo, con l’aiuto di organizzazioni intergovernative tra cui spicca l’ICCROM (Centro internazionale di studi per la conservazione ed il restauro dei beni culturali), organismo per la conservazione e la protezione del patrimonio culturale mondiale. L’ICCROM è stato creato dopo la Seconda Guerra Mondiale, a seguito dei bombardamenti che avevano distrutto un’impressionante quantità di beni culturali. I suoi obiettivi principali erano quindi rappresentati dalla conservazione, dalla salvaguardia e dal restauro di quanto la tragedia bellica aveva distrutto.

 

Oggi lo sguardo dell’ICCROM sul futuro è simbolizzato anche 

da un programma che riguarda le fondamentali questioni 

di conservazione preventiva e gestione del rischio.

 

Un tema, questo, particolarmente sentito poiché le guerre purtroppo non accennano a fermarsi e le stesse calamità naturali tendono ad aumentare. Pensiamo al terremoto che ha sconvolto L’Aquila, città d’arte per eccellenza, o al bombardamento di una città patrimonio culturale del mondo come Dubrovnik, o ancora al traffico illegale di reperti e beni artistici dell’isola divisa di Cipro. Esiste una lista di patrimoni dell’umanità in pericolo, compilata dall’UNESCO, per instabilità politica, guerre o calamità naturali, che lo scorso anno vedeva Stati come la Libia, la Siria, l’Egitto e la Palestina (considerando solo quelli dell’area mediterranea) con molti dei loro siti sotto minaccia.   

 

Diventano dunque  

  

sempre più attuali i temi trattati sin dal Forum sulla “Protezione e conservazione 

del patrimonio culturale nel Mediterraneo”, promosso nel 2012 

dall’Ordine di Malta, dall’isola di Cipro, dall’UNESCO 

e dalla Commissione Europea,


che hanno dedicato una riflessione importante proprio all’impatto delle catastrofi naturali e dei conflitti sul patrimonio culturale. Il Mediterraneo, quindi, non solo quale giacimento di ricordi carichi di valore, ma anche luogo da progettare per il futuro, per tutelare un patrimonio culturale che è anche risorsa economica da preservare e valorizzare: un “Mediterraneo culturale” davvero idem sentire

In un’epoca in cui deboli sono le economie dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, solo un fronte unico, con consapevolezza e valori comuni, può rendere

 

il Mediterraneo àncora come nel mondo antico, vero baricentro 

dello sviluppo culturale internazionale.

 

Al tempo stesso, come richiesto dall’Ordine di Malta, occorre comprendere in questo programma comune anche il rispetto per la dignità umana, la democrazia, il ruolo del diritto, la solidarietà, la giustizia e la tolleranza. E la libertà religiosa, una delle chiavi principali per consentire a tutte le altre libertà di esistere.   

 

È in questi valori che si deve cercare una nuova coesione. L’uomo mediterraneo, cui dobbiamo l’ineguagliata scuola universale della Grecia antica o dell’Italia rinascimentale, con il suo individualismo non è riuscito finora a unificare l’impegno verso una prospettiva comune, ma ha anzi portato un fattore di debolezza. Si deve invece ripartire da un Mediterraneo comune, per costruire una base del nostro futuro e non solo rimpiangere il nostro passato.   

 

Un mare, eccezionalmente raccontato da Fernand Braudel nella sua opera fondamentale La Méditerranée, mentre era prigioniero in un campo di detenzione durante la Seconda Guerra Mondiale: “Che cosa è il Mediterraneo? Mille cose insieme.

Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi 

di mari. Non una civiltà, ma molte civiltà, disseminate le une sulle altre… 

un crocevia antichissimo.

 

Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: bestie da soma, vetture, merci, navi, idee, religioni, modi di vivere. E piante.” E oltre a questo, è il più ricco, di storia, cultura, dinamismo e fascino, di tutti i mari della terra.   

 

È da qui che tutti Paesi del Mediterraneo debbono ripartire per tornare a casa, tra mythos e logos, come novelli Ulisse che cercano la via del ritorno, del nostos. Anche se stanno affrontando continue tragedie, solo Paesi uniti saranno in grado di superare le Scilla e Cariddi del nostro tempo, per ritrovare alla fine il loro mitico, antico mare. Perché, citando nuovamente Braudel: “Essere stati è una condizione per essere”.

 

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MATERA DALLA GROTTA AL BED AND BREAKFAST di Pietro Dell’Aquila – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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con la fine del 2019 e appena in tempo prima dello slittamento nell’annus horribilis della pandemia da Covid-19, l’ex borgo rurale trasformatosi in primo polo del terziario meridionale, più o meno avanzato, a trazione turistica si trova a fare i conti con un incerto avvenire. 

Dal rapporto della Banca d’Italia n.17 del giugno 2019 sull’economia regionale lucana risulta che

 

per l’evento le presenze nazionali e internazionali nella città si sono quintuplicate:

 

attestandosi a oltre 124.000 unità provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Francia e più di 320.000 dalle altre regioni italiane come la Lombardia, il Piemonte e il Lazio. Senza contare quelle arrivate dalle zone limitrofe come la Puglia, la Campania e l’interland regionale che, non avvalendosi di pernottamenti, sono di più difficile apprezzamento. Si calcola che le presenze negli esercizi alberghieri si sono triplicate e nelle strutture extra alberghiere sono aumentate a dismisura. L’incremento dei posti letto è salito del 90%. Per non dire del volume d’affari di ristoranti, trattorie e degli altri locali di ristorazione. Ovviamente il mercato edilizio, l’andamento dei prezzi al consumo e in generale il costo della vita hanno avuto una forte impennata.  

 

Rifuggendo il ruolo di succursali dell’Ente Turismo, non vale la pena soffermarsi sulle qualità attrattive del sito, peraltro ampiamente promosse dalla televisione con feste di Capodanno, sceneggiati e documentari, nonché da riviste patinate e ogni genere di altri mezzi pubblicitari, ma piuttosto

 

pare opportuno avviare una riflessione sugli esiti 

di quest’operazione di marketing territoriale 

 

ripercorrendo, sia pure sinteticamente, le tappe della trasformazione del sito materano.  

 

É appena il caso di ricordare che quest’abitato affonda le proprie radici, al pari di Petra, nel lontano Paleolitico, come risulta dalle emergenze archeologiche ritrovate, raccolte e conservate da uomini illustri come Domenico Ridola, cui è intitolato il Museo cittadino.

Per secoli un popolo di pastori e di agricoltori ha vissuto in grotte traforate, 

scolpite e scavate nel tufo di entrambi i lati dei declivi della Gravina 

e realizzato cunicoli, cisterne, chiese, ambienti ed elaborati 

complessi sotterranei, convivendo in simbiosi 

con gli animali domestici, silenti supporti 

della loro fatica.

 

Così il borgo risulta un aggregato di grotte, con andamento verticale, risalente lungo gironi degradanti sui bordi scoscesi del canion del torrente dove la comunità si ritrovava in “vicinati”; un modello esemplare di organizzazione sociale con rapporti a volte aspri e, forse, più spesso solidali per far fronte alle difficoltà dell’esistenza.   

 

Come scrive l’architetto e urbanista Americo Restucci nel suo libro “Matera, i Sassi”,

 

la Cattedrale dovette essere la prima costruzione in stile romanico pugliese 

eretta sullo sperone più alto del sito che divide il Sasso Caveoso da quello Barisano. Solamente più tardi, agli inizi del ‘500, il Conte Giovan Carlo Tramontano, sulla collina di Lapillo al confine della Civita che si andava formando lungo il bordo 

del promontorio e sulle rovine di una precedente struttura normanna, avviò la costruzione di un Castello con due torri che ancora porta il suo nome.


Il feudatario era stato fatto Conte di Matera da Ferdinando II nel 1496, nonostante la promessa fatta da quest’ultimo al popolo di lasciarlo libero avendone ricevuto la somma del riscatto. Il Tramontano si rese inviso ai materani per le imposte che pretendeva di riscuotere, per i suoi debiti e per i lavori della costruzione, tanto da indurli a una cospirazione che sfociò nel suo omicidio il 29 dicembre 1514 all’uscita dalla Cattedrale e in una viuzza adiacente che da allora prese il significativo nome di Via del Riscatto. Un altro episodio di sangue si consumò a Matera l’8 agosto del 1860, tra i primi della reazione antiunitaria sfociata nel brigantaggio lucano, quando una folla inferocita uccise il patrizio Conte Gattini a colpi di falce, insieme al suo segretario Francesco Laurent, ritenuto usurpatore dei demani.

 

Nel 1700 erano stati i fratelli Duni – il padre Francesco era stato Direttore 

della Cappella Musicale della Madonna della Bruna per oltre 

un quarantennio – ad illustrare coi loro talenti,

 

di giurista Emanuele e di musicista Egidio Romualdo, la cittadina. In particolare, come hanno messo in luce Giovanni Caserta che ne ha ricostruito la biografia e Luigi Pentasuglia che ha ritrovato, pubblicato e musicato sonetti e sinfonie, Egidio Romualdo Duni riportò prima in Francia e poi in Inghilterra i frutti della sua geniale capacità artistica. 

Ed è in questo periodo, tra il XVII e il XVIII secolo, che con il declino economico del modello agro-pastorale si va strutturando l’attuale Centro Storico con le espansioni sul piano a ridosso dei Sassi. Le costruzioni amplieranno il confine dell’abitato tra il XIX e il XX secolo.  

 

Il Fascismo lasciò la propria magniloquente impronta architettonica sui palazzi del Corso e nei casermoni delle case popolari. Nel 1926, con un semplice telegramma, il Duce elevò la cittadina al rango di Provincia ma il regime dovette rimanere sostanzialmente estraneo al mondo contadino mentre coinvolse più da vicino le classi impiegatizie. Fatto sta che il 21 settembre 1943, in seguito ad un alterco tra militari italiani e tedeschi, a Matera, prima città in Italia, si ebbe l’avvio degli scontri per la cacciata dei nazifascisti con un eccidio di 26 persone di cui 18 civili.

Com’è noto il primo scopritore della particolare identità di Matera, 

nella sua dolente bellezza, fu Carlo Levi 


che la visitò durante il suo periodo di confino nel 1936 e che la fece conoscere al mondo nelle pagine del 
Cristo si è fermato a Eboli, pubblicato da Einaudi nel 1945: 

“Arrivai ad una strada che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio è Matera… Di faccia c’era un monte pelato e brullo, di un brutto color grigiastro, senza segno di coltivazioni né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo… un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca ed impaludata tra i sassi del greto…

 

La forma di quel burrone era strana: come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso da un apice comune, 

dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca: S.Maria de Idris, 

che pareva ficcata nella terra. 

 

Questi coni rovesciati, questi imbuti si chiamano Sassi, Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui a scuola immaginavo l’inferno di Dante… La stradetta strettissima passava sui tetti delle case, se quelle così si possono chiamare. Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone… Le strade sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelli di sotto… Le porte erano aperte per il caldo, Io guardavo passando: e vedevo l’interno delle grottesche non prendono altra luce ed aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall’alto, attraverso botole e scalette.”

 

Fu, forse, per questo che Togliatti volle andarvi nel 1948 e, preso atto delle condizioni di estrema miseria in cui versavano gli abitanti di quelle grotte, ne parlò come di una “vergogna nazionale” cui occorreva porre rimedio 

nel più breve tempo possibile.


Due anni dopo, il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi arrivò a Matera, accompagnato dal giovane sottosegretario Emilio Colombo, il 23 luglio 1950. Altrettanto colpito dal disagio degli abitanti dei Sassi incaricò Colombo di approntare una Legge per risolvere il problema. Sarebbe poi tornato nel 1953, dopo il varo della Legge n.619 del 1952, per inaugurare il Borgo La Martella e consegnare le prime case agli sfrattati de Sassi, assicurando che “Lo Stato assume a suo carico la spesa per il risanamento dei quartieri Sasso Caveoso e Sasso Barisano dell’abitato di Matera e per la costruzione di case popolari particolarmente adatte per contadini, operai ed artigiani, in sostituzione di quelle attualmente esistenti in detti quartieri che saranno dichiarate inabitabili ed abbattute”.  

 

La presenza delle autorità sarà immortalata da Domenico Notarangelo in una sequenza d’immagini di grande impatto emotivo. È in questo momento che la grave questione sociale a Matera si tramuta da problema delle campagne in questione urbana e che,

per la strana e inspiegabile determinazione del caso, incontra da una parte 

il tentativo olivettiano di verificare in un contesto agricolo il modello  urbanistico sperimentato a Ivrea in ambito industriale e dall’altra 

la politica di sviluppo edilizio propugnata da Fanfani col Piano Casa 

(Legge del 29 febbraio 1949) utilizzando i fondi del Piano Marshall.


Di Olivetti a Matera e della costruzione del villaggio La Martella ha già detto Tommaso Russo nel n.14 di questa Rivista, per cui qui vale di più ricordare lo studio promosso dall’UNRRA – Casas che si protrasse dal 1951 al 1955, impegnando un qualificato gruppo di specialisti (Musatti, Friedmann, Isnardi, Nitti, Tentori, Gorio, Quaroni, Mazzarone, Orlando, De Rita, Marselli e Bracco) coadiuvati da valenti studiosi locali che daranno poi vita al Circolo “La Scaletta” e alla battagliera Rivista “Basilicata”. Le risultanze del lavoro, ora raccolte nel volume Matera 55, portarono all’ipotesi di distinguere l’agglomerato dei Sassi in una triplice categoria: una da sfollare per l’impossibilità d’interventi migliorativi, una recuperabile e una di qualità a ridosso della Città Nuova.

 

La proposta, che tendeva a un recupero graduale della zona evitando 

lo svuotamento, presentata a Emilio Colombo, non fu presa in considerazione 

per la volontà politica di procedere allo sfollamento totale, che fu attuato 

con lo spostamento di oltre 17.000 persone, per venire incontro 

ai drammatici bisogni occupazionali di quegli anni. 

 

C’è da aggiungere che nello stesso periodo era stato chiamato a redigere il Piano Regolatore della città Luigi Piccinato, che operò per la sistemazione delle abitazioni e dei servizi del Borgo Venusio e del Quartiere Serra Venerdì tra il 1951 e il 1954. Lo svuotamento dei Sassi che ne seguì ebbe però come risvolto l’abbandono al degrado di tutto l’agglomerato, attivando il dibattito culturale e l’azione amministrativa del successivo ventennio.  

 

A riaccendere l’interesse per la questione, nel 1970, la Giunta DC-PSI affidò incarico al Gruppo “Il Politecnico” diretto dal sociologo Aldo Musacchio di redigere un “Rapporto socio economico” connesso alla variante generale del piano regolatore che fu adottato nel corso del mandato amministrativo anche in relazione alla Legge 1043 del 15.12.1971 che, di fatto, superava i limiti della precedente L.126 del 1967. Per Musacchio, reduce dall’elaborazione del Piano Regolatore di Tricarico, in netta contrapposizione con le valutazioni estetizzanti della borghesia materana post-sessantottina che tentava di rivalutare l’agglomerato come reperto di una più recente archeologia urbana esaltandone “il fascino del degrado”,

 

i Sassi erano “la testimonianza del dolore del mondo” e il più grande 

monumento che la cultura contadina aveva saputo realizzare 

per raccontare la propria condizione.


Da ciò la necessità di un loro recupero in funzione produttiva riattandoli e riutilizzandoli come laboratori artigianali, locali commerciali e sedi di funzioni pubbliche. Nonostante la dichiarata e sostanziale impostazione di sinistra, il Rapporto incontrò forti ostilità fino all’accusa di “colonizzazione” dell’impianto e della proposta. Va da se che l’immeritata accoglienza del documento, unitamente alla contrapposizione col governo regionale, che gli aveva affidato il compito di redigere il Piano di Sviluppo nascondendogli le trattative in corso per l’insediamento della Liquichimica nel metapontino, amareggiò profondamente Musacchio che abbandonò la Basilicata per non farvi più ritorno.     

 

Nonostante il Concorso Internazionale del 1976, cinque piani di recupero approvati dal Comune agli inizi degli anni ottanta, cinque leggi speciali, tra cui la 771 del 1986 per la conservazione e il recupero dei Sassi di Matera,

 

la “questione Sassi” era destinata a durare nel tempo accentuando 

il degrado delle parti più antiche e più a rischio. 

 

Intanto la Città nuova viveva di edilizia e di complessi apparati burocratici che ne legittimavano la nomea di “città assistita”.

 

Soltanto negli anni novanta, per merito dell’architetto Pietro Laureano, 

la città ottenne l’iscrizione nella lista del “patrimonio dell’Umanità” 

da parte dell’UNESCO e, a seguire, la candidatura e il riconoscimento 

di Capitale della Cultura per l’anno 2019.


E ora quale futuro per questo capoluogo in un mondo senza più contadini, senza industrie dopo il crac della costruzione dei salotti e dei mobili, con strutture turistiche in disarmo o comunque in forte contrazione, esaurito l’exploit dell’afflusso del 2019, e senza più giovani che ormai emigrano per cercare altrove una risposta ai loro problemi?  

 

A volte passeggiando davanti alla sede di Palazzo Lanfranchi mi pare di rivedere la figura dello scomparso pittore Luigi Guerricchio, che più di ogni altro ha saputo comprendere e rappresentare lo spirito della sua città e della sua gente, mentre appoggiato al portone, antistante il suo laboratorio, con il suo sguardo sornione di persona scanzonata e buona, sembra riflettere sui destini di questo luogo di ragionieri che, come usava dire con grazia ironica, compravano i suoi quadri, veri capolavori dell’arte italiana, per nascondere il buco dei contatori nelle loro case. 

 

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 Foto di Giuseppe Soldo 

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matera, dalla grotta al bed and breakfast

 

 

IL BRIGANTAGGIO MERIDIONALE di Agostino Picicco – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2020

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IL BRIGANTAGGIO MERIDIONALE

 

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Al di là dei favoleggiati tesori nascosti dai briganti in antiche torri, le cui storie avventurose e romantiche si raccontano ancora oggi, magari con meno fascino di un tempo,

il fenomeno del brigantaggio meridionale postunitario è progressivamente 

disvelato nei suoi aspetti più prosaici.


Contribuisce a quest’opera di verità la recente pubblicazione dello studioso Valentino Romano, autore di vari volumi sul tema, con particolare attenzione alle radici sociali del fenomeno. Nel volume “Un popolo alla sbarra” (Secop Edizioni), Romano porta alla luce

gli atti processuali relativi alla lotta al brigantaggio attuata 

dal Generale marchese Emilio Pallavicini, 


inviato a debellare definitivamente il fenomeno, con poteri speciali rispetto alla giustizia e ai compiti di polizia ordinari.  

Il Generale è già noto alla storia perché il 29 agosto 1862 aveva guidato la colonna che all’Aspromonte aveva fermato la spedizione che Garibaldi conduceva dalla Sicilia per la conquista di Roma e aveva ordinato l’attacco durante il quale lo stesso Garibaldi fu ferito. Superata la resistenza opposta dai volontari garibaldini,

Pallavicini ottenne la resa di Garibaldi.


Tra il 1863 ed il 1864, riuscì a sgominare le bande dei briganti, facendo pagare un grande prezzo in vite umane. Pallavicini e la sua “Colonna Mobile”, comprendente vari reparti dell’Esercito,

fu infatti inviato dallo Stato a sedare le rivolte,


settore in cui era militarmente esperto, e lo fece in modo spregiudicato pur di raggiungere gli obiettivi che si era posto, senza tenere conto del valore della vita umana e delle istanze sociali del popolo. E così riuscì a sconfiggere e distruggere nella zona murgiana della Puglia le bande di Ninco Nanco, Carmine Crocco, Ciucciariello (Riccardo Colasuonno). Ecco allora che –

esaminando le carte dell’epoca – emergono i tanti casi di briganti fucilati 

durante i trasferimenti, mentre tentano la fuga 

(così dicono i rapporti della scorta), 

e non si tratta di casi isolati.


É fondato il sospetto che si tratti di un modo per liberarsi di loro evitando pastoie burocratiche e procedure garantiste.  

Il libro di Romano rivela, grazie all’esame dei documenti processuali e di polizia, tutta una casistica, anche umana, con storie di paese, drammatiche e talvolta ironiche, di un mondo di povertà in cui si incontrano soldati, grassatori, manutengoli, pubblici amministratori che facevano a “scaricabarile” delle loro incombenze. 

Il brigantaggio, che è sempre tema attuale di studio, diventa la feritoia per esaminare la storia post unitaria, al di là degli stereotipi e delle posizioni ideologiche.  

L’esame approfondito delle sentenze, proposto dall’autore, denuncia il pressapochismo spesso doloso della giustizia militare, in qualche caso rimediato dalla magistratura ordinaria.

Essere parenti di un brigante era in sé una colpa, lo stesso incrociare per caso

i briganti per strada, portare una pagnotta in più in tasca (fosse anche per i figli) 

voleva dire voler rifornire di viveri i briganti.


Tante ingiustizie furono evitate, a prezzo di discredito e di numerosi mesi in carcere, che non prevedevano risarcimenti di alcun genere. 

Il contesto è quello di una società poverissima, dove non lavorare un giorno voleva dire la fame per la famiglia, e dove il furto in fattoria, da parte dei briganti, di un mulo o di un maiale, il primo come strumento di lavoro e il secondo come mezzo di sostentamento, era un danno gravissimo. Quanto descritto nel libro di Romano ci restituisce

una realtà complessa ancora da studiare e interpretare bene, 


perché non si è ancora trovata la verità. E il contributo dell’autore va proprio in questa direzione

 

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IL FIGLIO DEL SUD E LA CULTURA AL POTERE di Gianluca Anglana – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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IL FIGLIO DEL SUD E LA CULTURA AL POTERE

 

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dell’incoronazione di Federico II di Svevia imperatore: la sua consacrazione avvenne a Roma, per mano di papa Onorio III, il 22 novembre 1220.

Sono passati ottocento anni da allora. Eppure,

il fascino e il carisma di questo monarca sembrano sopravvivere 

allo scorrere del tempo.


L’Italia contemporanea gli è per varie ragioni debitrice. Il patrimonio artistico, moltiplicatosi grazie ai poderosi investimenti di Federico nel settore dell’edilizia regia, è composto di una fitta rete di residenze e fortezze: di esse l’emblema più noto è senza dubbio Castel del Monte, simbolo della maestà che si autoproclama assoluta, gigantesco diadema ottagonale apposto dal sovrano sull’amata Puglia, a ratifica del proprio imperio e sigillo di un’unione quasi sponsale.

Lo sforzo finanziario nell’architettura e l’ideologia ghibellina della Corte sveva 

diedero impulso a un’insigne generazione di artisti


e linfa a una delle due correnti interpretative in cui, nel corso del Duecento, venne a declinarsi la scultura italiana: la riscoperta, tutta meridionale e in chiave filoimperiale, di linguaggi espressivi attinti alla romanità classica, in alternativa al naturalismo di matrice padana. In questo clima culturale eccelse Nichola de Apulia, passato alla storia come Nicola Pisano: acclamato dai contemporanei come le archistar dei giorni nostri, fu autore di capolavori che tuttora impreziosiscono chiese e piazze dell’Italia centrosettentrionale.

Per Federico, la cultura era un tramite con cui esercitare la propria autorità: 


il recupero della classicità era funzionale alla propaganda imperiale, l’istituzione a Napoli, nel 1224, della prima università statale d’Europa era finalizzata alla formazione e all’impiego di giuristi al servizio della Corona. Ma la cultura era anche uno spazio di dignità affiancato al potere: Federico implementò l’autorevolezza della scienza, potenziando la scuola di medicina di Salerno, e incoraggiò la produzione lirica della poesia volgare di cui Palermo divenne centro propulsore. 

Lui stesso compose versi. 

Il suo celeberrimo trattato, De arte venandi cum avibus, dedicato alla caccia praticata con l’utilizzo di rapaci, è tanto una delle maggiori testimonianze scientifiche del Medioevo quanto la spia della vivida curiosità dell’autore per le scienze naturali.

Il sapere, da cui Federico fu forgiato, era per definizione privo di confini; 

la sua Sicilia un microcosmo fertile di contaminazioni, un luogo insolito 

in cui convivevano greci, ebrei, musulmani e cristiani.


Egli crebbe all’insegna delle diversità: se dai cinque ai sette anni ebbe come tutore il frate Guglielmo Francesco che lo avviò all’apprendimento del latino e all’educazione cristiana, dai sette ai dodici anni fu affidato alla guida di un imam musulmano, venendo così in contatto con riti, costumi e religione islamici. Federico parlava arabo, greco, provenzale, siciliano e latino, tutti idiomi di latitudine meridionale: das Kind aus Apulien, il fanciullo di Puglia, seppur di stirpe autenticamente germanica, necessitava di un interprete per il tedesco[1].

Affascinato dall’Oriente, fece di Lucera una medina araba adorna di moschee 

ed echeggiante delle voci dei muezzin, 


concentrandovi i saraceni prelevati dalla Sicilia (costoro sarebbero divenuti un corpo scelto della guardia dell’imperatore, garantendogli una fedeltà incondizionata). 

Fu grazie alla sua formazione poliedrica e alla sua tolleranza che, in età matura, Federico poté intessere

 

scambi epistolari con dotti islamici


e che, in occasione della sesta crociata,

riuscì a riconquistare la Terrasanta con il solo ricorso alla diplomazia,


quando altri avrebbero di gran lunga preferito uno spargimento di sangue come si deve e lo sterminio degli infedeli.

Il sovrano svevo amò circondarsi di intellettuali, che ospitò a corte


(come nel caso di Michele Scoto, Teodoro di Antiochia, Ibn Sab’in, Jakob Ben Abamari) o da cui si recò in visita (come nel caso del matematico toscano Leonardo Fibonacci, che incontrò a Pisa nel 1226).

I giureconsulti furono spesso precettati


sia nella progettazione di riforme di rilevanza capitale (come le Costituzioni di Melfi del 1231) sia nella gestione sul territorio delle concessioni imperiali (se è vero che Federico fu incapace di comprendere le istanze delle autonomie comunali italiane, è altrettanto vero che, nelle province più settentrionali dell’impero, fece scelte che avrebbero avuto conseguenze a lungo termine: ad esempio, l’elevazione di Lubecca a “città di immediatezza imperiale” avrebbe creato un modello per altri centri urbani e posto le basi per l’affermazione, nei secoli successivi, della Lega Anseatica). Gli intellettuali dovevano essere quanto più possibile prossimi al baricentro del potere, cioè al trono.   

 

Federico fece largo uso della guerra per difendere il prestigio imperiale e si armò anche della cultura, ma

perse nella lotta con i papi che lo scomunicarono per ben tre volte


e gli lanciarono contro interdetti e una battente campagna di discredito, fino al punto di trasformare in Anticristo colui che tempo prima era ribattezzato Filius Ecclesiae o celebrato come Meraviglia del Mondo. 

Egli finì per soccombere, forse anche perché precorse i tempi, non ancora maturi per figure di prìncipi inclini alle arti o bulimici di erudizione.

Federico era persuaso che è sterile la vita di chi resti lontano 

dall’astro della conoscenza. 


Ottocento anni dopo, in un’era in cui le ragioni della cultura sono spesso sacrificate ad altre rivendicazioni, in cui si diffida delle scienze, in cui l’avversione al sapere può persino diventare un vessillo, è forse questo il lascito più significativo dell’imperatore che fu il Figlio del Sud.

 

 

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 [1] Teresa Sardella, Federico II tra impero, papato e aristocrazie, in Federico II e il suo tempo, Edizioni di storia e studi sociali, 2016, p. 16.

 

L’ISOLOTTO ASINELLI NELL’ENEIDE – Gemme del Sud – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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L’ISOLOTTO ASINELLI NELL’ENEIDE

 

Gemme del Sud

Asinelli

 

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Di fronte alla frazione di Pizzolungo, alle porte di Trapani si trova il piccolo isolotto Asinelli. Il suo nome si deve alle sue rocce appuntite che sembravano le “lesine” dei calzolai. Da lì isola “Lesinelle”, trasformata poi nell’attuale isola Asinelli. 

Immersa in un mare cristallino, è stata nel passato base di appoggio delle reti della tonnara di Bonagia, oggi accoglie un fanale e un traliccio segnalatore per i naviganti alimentato a pannelli solari, nonché è meta di numerosi sub alla ricerca delle meraviglie marine circostanti.

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale l’isolotto veniva spesso bombardato 

perché scambiato per un sommergibile dall’aviazione alleata. 

Infatti il suo soprannome è “isola sommergibile”.


Nel V libro dell’Eneide, Virgilio ha così descritto Asinelli: “V’è lontano nel mare uno scoglio di fronte alle rive schiumose, che spesso sommerso i gonfi flutti percuotono, quando il maestrale d’inverno nasconde le stelle; nella bonaccia tace, e si erge sull’onda immota, superficie e dimora gratissima agli smerghi amanti del sole”.   

 

Le numerose descrizioni virgiliane hanno dato vita a varie ipotesi sulla morte e tumulazione di Anchise, padre di Enea.

Secondo la storiografia, fu proprio a Pizzolungo, solo 1 miglio marino dall’isolotto, 

che approdò Enea dopo la morte di Anchise.


Lo storico siciliano Giuseppe Castronovo, riprende la tradizione virgiliana della morte di Anchise sulle spiagge ericine: «In queste spiagge perdea [Enea] il suo padre Anchise, in queste spiagge gli ergeva il tumulo, in queste spiagge l’onorava di giuochi funebri…» (Memorie storiche di Erice, p. 11). Alle porte della frazione, è presente la famosa “stele di Anchise” eretta nel 1930. 

 

Dall’isolotto Asinelli si vedono, partendo da sinistra, lo splendido monte Cofano, un gioiello di rara bellezza a picco sul mare, la tonnara e il golfo di Bonagia e, di fronte, la frazione marittima di Pizzolungo sovrastata dal monte Erice. 

 

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IL PULO DI MOLFETTA – Gemme del Sud – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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IL PULO  DI MOLFETTA

 

Gemme del Sud

Molfetta

 

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Uno dei più rilevanti monumenti naturali che si trovano nell’area costiera a nord di Bari è il Pulo di Molfetta, situato a circa due chilometri dalla città da cui prende il nome. 

“Pulo” è il termine che nell’area murgiana si utilizza per indicare la dolina, cioè 

 

una cavità formatasi per la dissoluzione della roccia calcarea 

ad opera dello scorrere di acque superficiali,


esempio tipico del fenomeno del carsismo, che interessa tutta la Puglia.  

Il Pulo di Molfetta è una vasta voragine di forma ovoidale e profonda 30 metri, creatasi in seguito al crollo della volta di numerose cavità sotterranee, con pareti a strapiombo, 

all’interno delle quali si aprono molteplici grotte su differenti altezze 

e comunicanti tra loro.


La più spettacolare fra tali grotte è quella, con sviluppo su tre livelli, detta “del Pilastro”, dal pilastro calcareo presente sull’ultimo livello. 

Il cedimento della volta sembrerebbe risali+re all’epoca del Neolitico, come si deduce dagli importanti reperti archeologici ritrovati nella zona, che testimoniano anche la presenza di comunità che vivevano nei pressi della dolina. All’epoca in quell’area scorreva copiosamente l’acqua, responsabile dell’erosione della roccia e del conseguente crollo. 

Sul lato occidentale della voragine, in una posizione elevata dalla quale la si osserva molto bene, è di notevole interesse l’ex monastero dei Cappuccini, oggi di proprietà privata, costruito nel 1536 e attivo fino al 1574, successivamente convertito in Lazzaretto.

Verso la fine del Settecento, sul fondo del Pulo, grazie al fatto che le sue grotte 

erano ricche di nitrati, componenti naturali della polvere da sparo, 

i Borboni autorizzarono la realizzazione di una nitriera,


cioè una vera e propria fabbrica per l’estrazione e la lavorazione di tali minerali. Il Pulo è dunque anche un prezioso esempio di archeologia industriale. 

Estremamente importante è inoltre la biodiversità faunistica e botanica, per la presenza di piante sia autoctone, sia introdotte dall’azione umana. 

 

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GRUMENTO NOVA – Gemme del Sud – numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 2021

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GRUMENTO NOVA

 

Gemme del Sud

Grumento Nova

 

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Da Grumentum – antica città romana – a Saponaria fino a Grumento Nova (dal1932), il Borgo conserva numerose testimonianze della sua storia più antica

 

Svetta nella piazza principale il castello Sanseverino,


testimonianza del processodi incastellamento successivo all’abbandono dell’insediamento di epoca romana; le scuderie sono i locali meglio conservati.

Di rilievo la Chiesa Collegiata di Saponara, sorta in epoca altomedievale su preesistenti strutture sacre, riferibili ad un “Tempio di Serapide”.
Da rimarcare la presenza della

 

Biblioteca Nazionale “Carlo Danio”, ospitata all’interno di Palazzo Giliberti,


recentemente restaurata ma risalente al XVI secolo. La biblioteca è una delle più ricche in territorio lucano e consta, tra l’altro, di una collezione di

oltre 2000 volumi antichi, con manoscritti, incunaboli, cinquecentine e seicentine. 

Alcuni esemplari sono stati stampati utilizzando la tecnica di Gutemberg


a caratteri mobili appena un decennio dopo questa invenzione. Il paese può contare anche su due belvederi che affacciano verso est e verso ovest, fornendo una panoramica a 360° sull’intera Val d’Agri.

 

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CLEMENTE SUSINI E LE SUE CERE – Gemme del Sud – Numero 19 – Dicembre 2020 gennaio 20121

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CLEMENTE SUSINI E  LE SUE CERE

 

Gemme del Sud

Cagliari

 

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A Cagliari, nella Cittadella dei Musei, non potete perdere le Cere Anatomiche di Clemente Susini (Firenze 1754-Firenze 1814), che le ha personalmente firmate e che

fanno parte del Patrimonio Scientifico e Tecnologico italiano.


Le 78 cere, che troverete in 23 vetrine in legno di noce e vetro, furono modellate a Firenze (Museo La Specola) dal 1803 al 1805. Il Susini, per realizzare le sue cere ha riprodotto delle vere e proprie dissezioni effettuate dall’Anatomista sardo Francesco Antonio Boi (Olzai 1767 – Cagliari 1855).

Non solo i modelli sono originali, ma la collezione è l’unica, tra quelle 

create a Firenze, a portare la firma di Clemente Susini.


Giunse a Cagliari nel 1806 dopo l’acquisto di Carlo Felice di Savoia Viceré di Sardegna; venne donata, nel 1857, all’Università di Cagliari che la pose sotto la tutela del Professore di Anatomia e numerata con criteri anatomici e numeri romani nel 1963 ad opera di Luigi Cattaneo (1925-1992), allora Direttore dell’Istituto Anatomico cagliaritano.

Le potrete vedere, in esposizione permanente, nella sala pentagonale della Cittadella dei Musei di piazza Arsenale. Buona visita!

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 Statua di Gesù morto – Clemente Susini 1798

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NAPOLI VIA DEI GUANTAI NUOVI di Stefania Conti – Numero 19 – Dicenbre 2020 – Gennaio 2021

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napoli. via dei guantai nuovi

 

arriva a Parigi nel 1625, gli viene sottratta la lettera di presentazione per arruolarsi tra le Guardie del Re da tale con il quale si era battuto a duello.

L’intimazione al duello avveniva sfiorando la guancia dello sfidato con un guanto. 

Quel guanto, con ogni probabilità, era italiano


Anzi, napoletano. In tutta Europa, ma soprattutto in Francia, nel Seicento i guanti erano un accessorio indispensabile per la moda sia per gli uomini che per le donne, e non solo: erano adoperati dalle Guardie del Re, incarico al quale, appunto, d’Artagnan aspirava. 

L’arte della fabbricazione dei guanti a Napoli è antica. Già nel 1600 quelli di pelle arrivavano nelle maggiori corti europee


e così è stato nei secoli successivi, fino agli anni Sessanta del Novecento. Furono i Borbone a voler incentivare la produzione artigianale locale, in particolare quella dell’alta sartoria: dalle raffinatissime sete di San Leucio, la cui fabbrica, voluta da Ferdinando IV, oggi è patrimonio dell’Unesco, per arrivare, con il passare dei secoli, alle pregiatissime cravatte, alle camicie, ai completi da uomo di sapiente taglio. I Borbone fecero diventare la capitale partenopea “capitale della moda”.  E in questo empireo di bellezza c’erano (e ci sono tuttora, anche se in misura estremamente ridotta rispetto al passato) anche i guanti.

Il segreto era nei dettagli, eseguiti con minuziosità e fantasia,


che riuscirono a togliere il primato in tale manifattura alla Francia, fino al 1700 faro cui si guardava per essere à la page.   

 

Le prime botteghe nacquero in una strada che ancora oggi si chiama Via dei Guantai Nuovi (“nuovi” perché ai guantai era già stata intitolata una strada, distrutta però nella Seconda Guerra Mondiale), nel quartiere Sanità, noto per aver dato i natali a Totò.

Nel 1800 vi lavoravano intere famiglie che tagliavano, cucivano, ricamavano la pelle che poi veniva trasformata in guanti ed esportata in tutto il mondo.


A loro volta, queste famiglie davano lavoro anche ad altre persone di quel quartiere o di quelli limitrofi, familiari o conoscenti, e così andava avanti una vera e propria economia di scala. Perché la guanteria aveva anche un ruolo, per così dire, sociale. La miseria era veramente nera e avere un mestiere, anzi, essere abili in un mestiere era una garanzia per tutta la famiglia, anche allargata.  

 

L’arte guantaia riuscì a resistere anche all’arrivo dei Savoia. Le industrie del Regno delle Due Sicilie si trovavano, subito dopo l’Unità d’Italia, in grande difficoltà. L’immediato abbattimento delle barriere doganali messe in atto dal governo borbonico per proteggerle “fu peggiore di un terremoto per quanti erano coinvolti nelle varie attività industriali” (Gustavo Rinaldi, Il Regno delle Due Sicilie: tutta la verità). Ma i guanti no: piacevano anche ai piemontesi. Tanto che

fino al 1930 si contavano ancora ben 25.000 guantai. E negli anni Sessanta 

del secolo scorso un’intera fetta di economia campana viveva della pregiata manifattura: il 90 per cento dell’esportazione italiana dei guanti 

veniva da Napoli. 


Ad abbattere l’attività dei maestri artigiani fu il boom economico. L’Italia si industrializza, le produzioni arrivano in serie, realizzate dalle catene di montaggio, il prezzo si abbassa. Si abbassa ancora di più quando, negli anni Novanta, sul mercato arrivano i cinesi, rendendo praticamente impossibile reggere la concorrenza. E un’arte così pregiata comincia a morire. 

 

Ma non del tutto.

A Napoli ci sono ancora dei guantai.


Non sono molti, ma per resistere alla globalizzazione hanno preso una saggia decisione: specializzarsi nell’altissima gamma della moda, riproponendo lusso, raffinatezza e capacità. Sono napoletani, tanto per fare un esempio, i guanti utilizzati nel famosissimo film Titanic. Sono napoletani molti dei guanti dei più costosi marchi di moda che vediamo nelle vetrine di Parigi o New York.

  

Ancora oggi non c’è nemmeno un passaggio automatizzato


ed il mestiere si tramanda di padre in figlio, perché tutta la famiglia è ancora impegnata in questa preziosa lavorazione. C’è chi pensa al modello, chi lo lavora, chi lo cuce, chi lo rifinisce e chi lo taglia.   

 

Il guanto napoletano nasce dopo ben 25 passaggi, tutti fatti a mano con l’aiuto di macchine da cucire, quasi sempre le vecchie Singer della nonna (c’è una piccola azienda partenopea che è in perenne contatto con una ditta tedesca per la manutenzione della vetusta signora). Le pelli sono scelte con perizia perlopiù dal capofamiglia (o da chi dovrà prenderne le veci) e devono essere pregiatissime e morbidissime. La tintura viene fatta seguendo le regole stabilite dalla normativa internazionale sul controllo della qualità. Il taglio deve essere accuratissimo, perché solo se è ottimo esso garantisce la valorizzazione al meglio del pellame.

Ogni fase richiede controlli di qualità continui, con l’occhio attento 

di chi ha imparato il mestiere da bambino e la capacità 

di sentire al tatto anche la più piccola imperfezione. 


E questa capacità si ottiene solo dopo aver maneggiato pelli per decine di anni.  Anche per tale motivo, oggi non è facile trovare chi possa continuare questa tradizione.   

 

Eppure il distretto dei guanti in Italia fino al 2017 fatturava 50 milioni di euro, l’80 per cento dei quali proveniva da Napoli e dintorni. Sfogliando le Pagine Gialle, infatti, troviamo guantai a Casoria, Arzano, Mugnano, Marano, Calvizzano, San Giorgio a Cremano, Melito. 

Testardi, innamorati del loro mestiere, decisi a continuare un’arte,


proprio come si faceva ai tempi dei Borbone. Forse ha ragione lo scrittore Philip Roth, che in Pastorale americana rende loro omaggio: “Nessuno più taglia i guanti in questo modo… tranne forse in qualche fabbrichetta a gestione familiare di Napoli o Grenoble».

 

 

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NOBILI INTELLETTI PER GLI INTERESSI DEL SUD di Tommaso Russo – Numero 19 – Dicembre 2020 – Gennaio 2021

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NOBILI INTELLETTI PER GLI INTERESSI DEL SUD

  L’ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER gLI INTERESSI DEL MEZZOGIORNO D’ITALIA: ANIMI  

 

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Le origini 

 

 

Nel dicembre 1908 un violento terremoto distrusse Messina e Reggio. Si costituirono subito Comitati di solidarietà in molte città d’Italia per far fronte ai danni. Il vicentino Giovanni Malvezzi (1887-1972), componente del board del Credito italiano, vicedirettore dell’IRI, arrestato per partecipazione alla Resistenza, fu uno dei primi manager-filantropi a concretizzare il suo impegno per il Mezzogiorno. All’indomani del sisma, con Umberto Zanotti Bianco (1889-1963) prese a girare l’Aspromonte occidentale per un’inchiesta sui Comuni disastrati. Al termine del lavoro, mentre facevano rientro a casa, nella stazione di Pizzo i due si imbatterono in Padre Giovanni Semeria. Accusato di modernismo e perciò costretto da Pio X ad andare all’estero, il “prestigioso barnabita” li ascoltò attentamente: “Non esaurite la vostra azione con qualche bel racconto;” – disse – “bisogna agire, seriamente agire se volete ottenere qualcosa in questa disgraziata terra”. 

 

Quell’invito, innestandosi sull’entusiasmo di entrambi, avrebbe dato vita, di lì a poco, all’ “unica forza finora organizzata in Italia per il risveglio delle provincie meridionali”, come disse Giustino Fortunato. 

 

Avevano pensato a lui, o a Leopoldo Franchetti, o a Sidney Sonnino come a padri nobili per il loro progetto di “risveglio”. Dopo una prima riunione a Oria di Valsolda, nella villa di Antonio Fogazzaro, e dopo un secondo incontro a Oreno, nella villa del conte Fulco Tommaso Gallarati Scotti, Malvezzi, Zanotti Bianco, il nobile lombardo e altri partecipanti individuarono in Franchetti la persona adatta per quello scopo. Andarono a trovarlo a Firenze, a Villa Wolkonsky. Dopo un’appassionata discussione, accettò di essere il primo presidente effettivo dell’Associazione.

 

Il 9 marzo 1910, in Senato, presidente onorario Pasquale Villari, Franchetti 

e vice Luigi Bodio (il padre della statistica italiana), si costituiva l’ANIMI. 

 

Nel quinquennio 1910-1915 tra i primi finanziatori si ricordano alcuni ministeri (Interno, Pubblica Istruzione, Grazia e Giustizia, Tesoro) e tre istituti bancari (Bankitalia, Banco di Napoli, Cassa di Risparmio di Torino). Dal 1918 Bonaldo Stringher con l’industriale milanese Ettore Rusconi formerà la coppia di vicepresidenti.   

 

Dopo il 1918 si amplia il fronte dei finanziatori. Accanto a Banca Commerciale 

e Banco Italiano di Sconto si collocano numerose industrie, 

 

fra cui Ansaldo, Breda, Ilva, Ferriere Piemontesi, Pirelli. Nel secondo dopoguerra la platea si allarga ancor più: Banco di Santo Spirito, MPS, Credit e poi tante imprese, fra cui: Chatillon, IBM, Istituto Romano di Beni Stabili, Montecatini.  Il governatore Donato Menichella era il vice di Ivanoe Bonomi. 

 

La costruzione della fitta rete di finanziamenti, di rapporti sociali e istituzionali va attribuita senz’altro a Zanotti Bianco, che la tenne in vita anche in momenti difficili.  

 

In giro con l’ANIMI per il Mezzogiorno 

 

A favorire la realizzazione dei progetti ANIMI, di cui qui se ne offre una sintesi, fu l’idea che solo la divulgazione dei saperi e delle conoscenze applicate alla vita e al lavoro quotidiani potesse sollevare le sorti del Sud.     

 

In mezzo secolo (1910-1960) furono creati asili infantili, scuole diurne, serali 

e festive, biblioteche, ricreatori, cicli di conferenze dalla storia del Risorgimento 

alla necessità dell’igiene individuale e collettiva negli asili e nelle scuole. 

Vennero organizzati a Gerace e a Taranto corsi di formazione per maestri sui temi dell’igiene scolastica e domestica, su tracoma, malaria, Tbc, alcolismo. Nel 1912-1913 a Taranto venne aperta una scuola di disegno per gli operai dell’Arsenale. Visto il successo, se ne aprì a Reggio una di arte applicata all’industria. 

 

Nell’asilo infantile di Melicuccà furono selezionate “le prime maestre laiche con patente per scuole materne” e conoscenza del metodo Montessori. Altri asili, nel 1920, vennero aperti in Calabria, Campania e Puglia. Nel primo anno di vita si aprirono biblioteche a Bernalda, Castrovillari, Lauria, Metaponto, Palmi, Reggio, Roccella, Taranto e Villa San Giovanni.    

 

Furono costituite cooperative di pescatori, istituite “cattedre ambulanti 

per la previdenza e la mutualità”, istituti diagnostici “per le malattie 

del sangue, del petto, dello stomaco, nervose”. 

 

Il terremoto del 1914 nella Sicilia occidentale e quello del 1915 nella Marsica videro l’ANIMI impegnata con tutti i suoi mezzi e risorse.Alla fine del conflitto si costruirono in Calabria laboratori di tessitura e scuole di taglio e cucito per ragazze. 

 

Durante il fascismo la realizzazione dei progetti si fece complicata a causa dell’autonomia che l’ANIMI volle sempre conservare. Tuttavia continuò, per esempio, l’apertura di biblioteche dell’Associazione che via via si fusero con le popolari, dando vita “a biblioteche di cultura con comuni sale di studio”.  

 

Con la Collezione di studi meridionali passata da Vallecchi a Lacaita, con la pubblicazione annuale dell’Archivio storico per la Calabria e Lucania, con la Società Magna Grecia e col suo periodico Atti e Memorie della Magna Grecia, con la Biblioteca Giustino Fortunato, la più specializzata sui temi del meridionalismo con i suoi quarantamila volumi,

 

l’ANIMI oggi può essere considerata un prestigioso centro 

di ricerche e studi sul Mezzogiorno. 

Nota finale 

 

Mette conto sottolineare che l’ANIMI nasce negli anni centrali dell’età liberale, del riformismo giolittiano e si avvale del clima di entusiasmo e ottimismo che pervadeva quel decennio.  

  

Chi furono i protagonisti di quell’avventura e quali 

le ragioni che la resero importante?

 

Agli incontri nelle ville parteciparono esponenti di quel cattolicesimo tormentato ma aperto al nuovo (Fogazzaro), desideroso di misurarsi dal di dentro con l’eresia del Novecento: il modernismo. Infatti Antonio Aiace Alfieri (primo direttore in Calabria seguito da Alessandro Marcucci), Alessandro Casati e Gallarati-Scotti nel 1907 fondarono la rivista Rinnovamento che di quella corrente cattolica per breve tempo fu autorevole espressione. 

 

Quel milieu culturale inoltre era segnato dalla presenza, in parte, di un capitalismo finanziario moderno e razionale; dal costume filantropico di settori della borghesia e della nobiltà lombarde attente nel suscitare e guidare processi di cambiamento; dalle coordinate teoriche del miglior liberalismo del primo Novecento.

 

Infine, la ragione principale per i risultati ottenuti in un ambiente difficile 

è da ricercarsi nella forte carica di eticità presente nell’azione 

di ogni singolo componente di quel gruppo. 

Senza enfasi, si può affermare che quel manipolo di uomini dette vita ad una stagione del meridionalismo mai più veduta in Italia.  

 

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Piccola bibliografia 

 

Alatri Giovanna, Una vita per educare tra arte e socialità: Alessandro Marcucci (1876-1968), Milano, Unicopli, 2006. 

 

L’ANIMI nei suoi primi cinquant’anni di vita, Collezione di studi meridionali, Roma, 1960. 

 

Calbi Mimmo, Un violento companatico. Umberto Zanotti Bianco e la Basilicata, Bari, Palomar, 1992. 

 

La divina droga. Chinino e lotta alla malaria in Italia all’alba del Novecento, Milano, La Vita Felice, 2015. 

 

Galante Garrone Alessandro, Zanotti-Bianco e Salvemini. Carteggio, Napoli, Guida, 1983. 

 

Per una storia dell’ANIMI (1910-2000). I Presidenti, Manduria, Pietro Lacaita, 2000. 

 

Russo Tommaso, Istruzione e sociabilità in Basilicata 1900-1921, Milano, Franco Angeli, 2004. 

 

Semeria Giovanni, Lettere pellegrine, Venosa, Osanna,1991. 

 

Zanotti-Bianco Umberto, La Basilicata. Storia di una regione del Mezzogiorno dal 1861 ai primi decenni del 1900, Venosa, Osanna,1989.