LA PIAZZA DEI GAGA’ di Fernando Popoli Speciale Napoli aprile maggio 2022 Ed. Maurizio Conte

cat-stile
cat-economia
cat-arte

la piazza dei gagà

 

fernando_popoli_stile

ciao Cocò, ciao Fefè, tanti cari saluti a mammà…”, 

così recitava una canzone alla moda nella Napoli degli anni Cinquanta, quando Graziella Buontempo, non ancora romana, passeggiava nella piazza col marito sfoggiando il suo stile di icona napoletana del buon gusto, fermandosi per l’aperitivo al bar Cristallo. 

 

Erano gli anni in cui la città risorgeva completamente dalle brutture della guerra e la moda ritornava come esperienza essenziale di vita e di classe sociale per nobili, nuovi ricchi e borghesi emergenti, arrampicatori sociali e gigolò, un mondo variopinto che si ricomponeva come un mosaico all’insegna del buon gusto e dello stile.

Nell’adiacente Riviera di Chiaia, in un piccolo negozio di 20 metri quadri, 

c’era, e c’è ancora con il nipote, un signore ossequioso, 

gentile, affabile, con abito rigato e panciotto,


che dal cassetto del suo mobile in mogano tirava fuori gli “Square”, i tagli con i quali faceva scegliere le cravatte da confezionare su misura ai suoi clienti. Il negozio, Eugenio Marinella, era anche salotto ed occasione di piacevole passatempo per scegliere impermeabili Burberry, cappelli Lock, pullover Coxmoore e profumi Floris, tutti articoli inglesi che il figlio Gino, allora ragazzo di bottega, andava a scegliere personalmente a Londra. 

 

Nella vicina Via Filangieri imperava Bebè Rubinacci, con la sua London House, un negozio di raffinata eleganza col parquet di legno e le vetrine incorniciate di nero, dov’era possibile acquistare altri prodotti inglesi, articoli di Hermès, cravatte regimental, farsi confezionare abiti dal mitico Vincenzo Attolini e camicie rifinite a mano dalla signora Buonamassa.

Tutti capi che Bebè misurava, plasmava, aggiustava con la sua supervisione 

stilistica, per poi farli confezionare a questi artigiani a suo nome 

per clienti come Giovanni Ansaldo, Vittorio De Sica, 

Curzio Malaparte, Eduardo de Filippo 

o il principe Umberto di Savoia.

Attolini lavorava anche in proprio nella sartoria adiacente al Cinema Delle Palme e cuciva vestiti per nobili e meno nobili. Una volta fu chiamato dall’industriale tedesco Sachs von Opel, proprietario dell’omonima fabbrica di automobili, che l’ospitò nella sua villa in Costa Azzurra con tutta la sua équipe per 30 giorni, per farsi confezionare 40 vestiti, mentre un noto aristocratico si faceva cucire in continuazione nuovi capi affermando che una volta morto Attolini non sarebbe rimasto nessuno in grado di fargli quegli abiti così eleganti. 

 

La signora Buonamassa riceveva nel suo atelier in un palazzo tra Via Vittoria Colonna e Parco Margherita, a ridosso delle scale, rigorosamente per appuntamento, e l’attesa per le camicie era di qualche mese, se tutto andava bene, ma i clienti aspettavano pazienti per avere quelle camicie con i giri delle maniche ribattuti a mano ed i bottoni alti di madreperla.

I luoghi deputati per lo show e gli incontri sociali, oltre a Piazza dei Martiri, 

erano Via dei Mille, Piazza Santa Caterina da Siena, Via Carducci 

e Piazza Amedeo. Lì sfoggiavano eleganza e stile 

i rampolli delle buone famiglie e gli stessi genitori.


Per le donne c’erano l’atelier della De Finizio al numero 40 di Via dei Mille, nel palazzo con la palma al centro del cortile, e la modista Ninetta la Magna con i suoi favolosi cappelli su misura, che primeggiavano tra le tante sartorie che vestivano, in tempi precedenti al prêt-à-porter, le signore della “Napoli bene”. 

 

Nel corso degli anni l’antica tradizione del buon gusto continua, la maison Eugenio Marinella ha ampliato il negozio della Riviera di Chiaia con un appartamento nello stesso palazzo, ha poi aperto sedi a Londra, Roma, Milano e Tokyo e distribuisce le sue cravatte insieme a tanti altri articoli originali in tutto il mondo. Sono passati dalla sua sede il presidente Clinton, Enrico de Nicola, Francesco Cossiga, Pietro Barilla, il principe Carlo d’Inghilterra e tanti altri personaggi famosi.

Ai suoi tempi Gino, il figlio di Eugenio, si recava qualche giorno prima di Natale 

a Milano con un campionario di cravatte e lì, in un albergo del centro, 

incontrava Barilla ed altri facoltosi compratori che gli ordinavano 

centinaia di cravatte da regalare ad amici e clienti 

per l’imminente festività.


Il nipote Maurizio, ora alle redini dell’impresa, disegna una vasta serie di prodotti: foulards, borse, pochettes, tutti rigorosamente all’insegna dello stile e del buon gusto.

Anche Rubinacci ha messo piede a Londra:


Mariano, che ha ereditato la London House del padre, ha trasferito la sua eleganza di moda inglese nella capitale britannica e gestisce il negozio insieme al figlio Luca. Lui, napoletano, veste gli inglesi alla moda napoletana. 

 

Ed il mitico sarto Attolini ha lasciato una forte eredità: 

i nipoti, figli di Cesare Attolini, gestiscono un’importante 

fabbrica di abiti sartoriali che vendono in tutto il mondo, 

nelle boutiques raffinate di Miami, Mosca, New York, esportando la raffinatezza di un abito su taglia o su misura rifinito del tutto artigianalmente secondo l’antica tradizione sartoriale napoletana.

A Napoli, l’eleganza si perpetua e fa scuola il “Made in Naples” 

e non il Made in England in un mondo esclusivo 

che chiede sempre più raffinatezza,


dove l’eleganza, lo stile, la manualità artigianale è considerata un’autentica opera d’arte, a testimonianza di quella creatività unica che contraddistingue la città in tutti i campi.

 

sci_sci_piazza deimartiri
martirinmahjjaiao
ghirigo_stile

 

DOMENICO STARNONE. IN VIA GEMITO FINISCE IL NOVECENTO di Giuditta Casale Speciale Napoli aprile maggio 2022 ed maurizio conte

cat-cultura
cat-arte
cat-sud

DOMENICO STARNONE. IN VIA GEMITO FINISCE IL NOVECENTO

 

giuditta_casale_cultura

Un fiume in piena e vigoroso, che conserva sempre fresca, genuina e chiara la sorgente.

Nel suo corso ha portato a compimento un’idea novecentesca di Letteratura, culminata in Via Gemito, pubblicato per la prima volta nel 2000 da Feltrinelli, che gli valse

Premio Strega nel 2001,


e ristampato da Einaudi nel 2020, nella collana Supercoralli, riportando in copertina il quadro paterno dei Bevitori, perduto, invano cercato e finalmente ritrovato, di grande rilevanza, nel corso della narrazione, per la relazione complicata e conflittuale tra padre e figlio, che è il fulcro centrale del romanzo: Federico, il padre, considerava il quadro l’apoteosi del suo successo, millantato e inseguito spasmodicamente, in campo pittorico; il figlio, Mimì, voce narrante del romanzo, si era prestato per ore interminabili a fargli da modello, con l’illusione che la fama del padre si sarebbe riverberata su di lui e avrebbe mutato l’indifferenza paterna nei suoi confronti, come per il resto della famiglia.

Nella mia soggettiva percezione di lettrice, Via Gemito chiude 

il Novecento letterario italiano con un significativo sbatter di porta, 

come avveniva spesso nella casa napoletana di Via Gemito

in una delle tante furiose litigate con le quali 

il padre dava sfogo alla sua irruenza.


Domenico Starnone è un fiume a delta. Il suo sfociare nel mare del nuovo Millennio è un’apertura ampia e fluida in nuove prospettive letterarie, che investono non tanto il contenuto, quanto la forma. Continuando nella metafora del fiume, se le acque delle opere più recenti conservano la stessa composizione per quello che riguarda i temi rispetto a Via Gemito – le relazioni familiari, il peso della memoria, la forza metamorfica del tempo -, pur essendo mosse e agitate da declinazioni e sfumature diverse, è nel vigore e nella capacità dello scorrere, nel fluire delle parole sulla pagina, nello stile che lo scrittore,

nato a Napoli nel 1943, riapre la porta chiusa in faccia al Novecento 

con Via Gemito su un nuovo, intenso, esaltante paesaggio letterario 

che guarda diritto negli occhi il nuovo Millennio, e scopre 

una diversa, turbolenta, cangiante dinamica relazionale.


All’interno di un’ideale percorso della Letteratura italiana – perché la produzione di Domenico Starnone è pienamente Letteratura -, l’importanza dello scrittore napoletano, che tale resta per ritmo della prosa e orecchiabilità della voce, nella mia prospettiva personale, è quella di portare a valle e di lasciar sedimentare il Novecento letterario in un’opera composita, soprattutto a livello stilistico e linguistico, come Via Gemito, e di proseguire il suo percorso nel mare aperto del XXI secolo, con uno stile che si è fatto essenziale, aforistico, pregnante e a livello strutturale condensato e compatto.

Prova di questo nuovo modo di narrare sono le opere recenti:


Lacci, Scherzetto
e Confidenza, tutti pubblicati da Einaudi a partire dal 2014, legati in una trilogia libera per indagare con acume e introspettiva perspicacia le relazioni sentimentali e familiari, non più sulla base della testimonianza, incerta e traballante, del figlio di Via Gemito, ma dall’interno della relazione stessa come marito e compagno in prevalenza, senza però acquisire una maggiore stabilità, ma conservando quel tratto malfermo e incerto che è una delle caratteristiche più pregnanti della voce del narratore, scelta consapevole e feconda dello scrittore; per poi confluire e trovare una sintesi, che diventa una pietra miliare a segnare non tanto il percorso fatto, quanto quello che può essere ancora percorso, in Vita mortale e immortale della bambina di Milano, edito nel 2021 da Einaudi sempre nella collana Supercoralli, ma nel divertito formato ridotto.

Quello che lega e differenzia i libri più recenti da Via Gemito 

è la domanda “sbagliata” che il lettore si ritrova a porsi nel primo

 e che gli si ripropone nei nuovi:


l’intreccio e la confusione tra narratore o protagonista con lo scrittore, tra vicende narrate e personale biografia. Questo mi appare il patto, o forse il tranello, che Domenico Starnone ha messo in campo, con sorriso sornione e accattivante, da Via Gemito e che ha ribadito con conseguenze importanti e fondative per il nuovo Millennio nella trilogia, per poi esplicare in termini pienamente poetici, nel senso di farsi del suo modo di scrivere e di strutturare il racconto, in Vita mortale e immortale della bambina di Milano, già dal titolo nell’endiadi fortemente ossimorica e nell’errore, perseverante e persistente e così incisivamente letterario, del dato anagrafico.

È questo il filo, o meglio la catena, con la quale Domenico Starnone 

ha imprigionato i suoi lettori, trascinandoli in un percorso letterario 

affabulante e innovativo,


che viene svelato senza più giochi di infingimenti, che pure sono il sale della Letturatura, in Vita mortale e immortale della bambina di Milano, dove la forza delle parole e il vigore dell’immaginazione, la dimensione sfuggente della memoria e la capacità dei ricordi di creare mondi paralleli, la dicotomia, quasi sanata dalla Letteratura quando è vera e mitopoietica, tra vita e morte, tra mortalità e immortalità diventano lampanti, visibili e vissuti, fulcro stesso della narrazione. Tema e struttura, immanenza e trascendenza dell’opera.

Domenico Starnone lo affermava già per Via Gemito in un’intervista: 

 “Non è importante che ciò che raccontiamo sia tutto realmente accaduto. 

L’essenziale è che, di ciò che è accaduto, sia riportata la vita vera, 

la vita intensa delle persone conosciute, che ci hanno amato, 

ma anche ferito, aiutato a crescere, ma anche tormentato 

e che questo miscuglio di odio, amore, 

conflitti alla fine, dalla pagina scritta, 

venga fuori.”


Leggete alla luce di questa riflessione Vita mortale e immortale della bambina di Milano e vi sarà chiaro su quale “fossa dei morti” lo scrittore vi ha condotto come ingresso nel più autentico antro della Letteratura: 

 

“La cosa migliore, mi aveva suggerito, era che restassi vivo sempre, senza distrarmi e finire per sbaglio sottoterra. Fu allora che, allo scopo di farmi capire che sottoterra non si stava bene, mi parlò per la prima volta della fossa dei morti.”

 

 

 

decoro-cultura
domenico_starNOne_e_un_fiume2

Raimondo di Sangro principe di Sansevero di Gaia Bay Rossi Speciale Napoli aprile maggio 2022 Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-arte
cat-scienza

RAIMONDO DI SANGRO PRINCIPE DI SANSEVERO

 

gaia_bay_rossi_storia

La citazione dell’astronomo e direttore dell’Osservatorio di Parigi rispecchia perfettamente la figura del principe di Sansevero: uomo sapiente e versatile, vero genio del suo secolo, grande conoscitore delle lettere, delle arti e del pensiero filosofico, così come valoroso uomo d’armi, primo Gran Maestro della Massoneria napoletana, prolifico inventore e grande mecenate. Tutto questo nell’epoca creativa e feconda del primo Illuminismo europeo.

Un uomo così innovativo ed eclettico non poteva non far scaturire

numerosissime leggende popolari:


«Fiamme vaganti, luci infernali – diceva il popolo – passavano dietro gli enormi finestroni che danno, dal pianterreno, nel vico Sansevero […] Scomparivano le fiamme, si rifaceva il buio, ed ecco, romori sordi e prolungati suonavano là dentro […] Che seguiva, dunque, ne’ sotterranei del palazzo? Era di là che il romore partiva: lì rinserrato co’ suoi aiutanti, il principe componeva meravigliose misture, cuoceva in muffole divampanti…» 

Salvatore Di Giacomo, Un signore originale, da Celebrità napoletane, Trani 1896.   

 

Raimondo nacque nel 1710 da Antonio di Sangro duca di Torremaggiore e dalla nobildonna Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona. La madre morì pochi mesi dopo averlo messo alla luce nel castello di Torremaggiore, paese nella Capitanata, uno dei feudi della famiglia del padre. 

Il ragazzo

fu cresciuto ed educato dai nonni paterni che, dopo un primo periodo a Napoli, 

dove venne avviato allo studio della letteratura, della geografia 

e delle arti cavalleresche, lo mandarono al Seminario romano 

diretto dai padri Gesuiti, in cui rimase per dieci anni.


Lì Raimondo ebbe modo di dimostrare la sua intelligenza ed una grande curiosità, dedicandosi allo studio della filosofia, delle lingue, della storia antica, della chimica; dimostrò anche una buona predisposizione per la meccanica, nonché per la pirotecnica, le scienze naturali, l’idrostatica e l’architettura militare. Di questo periodo è la sua prima invenzione: un palco pieghevole progettato in occasione di una rappresentazione teatrale al Seminario gesuitico, che suscitò lo stupore di Nicola Michetti, architetto di corte dello zar Pietro il Grande, incaricato della costruzione.   

 

Terminati gli studi nel 1730,

visse tra Napoli e Torremaggiore fino al 1737, anno in cui si stabilì definitivamente nel Palazzo Sansevero, nel cuore della Napoli storica.


Qui si sposò nel 1736 con la cugina Carlotta Gaetani dell’Aquila d’Aragona. Per il suo matrimonio Giambattista Vico gli dedicò un sonetto (Alta stirpe d’eroi, onde famoso) e a Giovanni Battista Pergolesi fu commissionata dallo stesso principe la prima parte di un preludio scenico. Negli anni che seguirono, grazie alla stima che di lui aveva Carlo III di Borbone, il principe elevò le sue cariche ufficiali, divenendo prima gentiluomo di camera con esercizio di Sua Maestà e poi Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro. Accrebbe anche il numero delle sue invenzioni, con un’ingegnosa “macchina idraulica”, capace di sospingere l’acqua a qualsiasi altezza ed un innovativo “archibugio” a retrocarica, in grado di sparare sia a polvere, sia ad aria compressa.

Negli anni della maturità Raimondo fu particolarmente prolifico, 

tanto che la sua fama oltrepassò i confini del Regno


realizzò un “cannone leggero” che pesava centonovanta libbre in meno degli altri modelli esistenti, ma con una gittata molto superiore; fu colonnello del Reggimento Capitanata di Carlo III di Borbone, distinguendosi nella vittoriosa battaglia di Velletri contro gli Austriaci del 1744. Da quest’ultima esperienza nacque la pubblicazione Pratica di Esercizj Militari per l’Infanteria, elogiata da Luigi XV di Francia e da Federico II di Prussia, poi adottata dalle truppe spagnole.

Già iscritto all’Accademia dei Ravvivati di Roma ed alla Sacra Accademia fiorentina, nel 1743 fu ammesso all’Accademia della Crusca con lo pseudonimo di Esercitato; l’anno successivo ottenne da Benedetto XIV il permesso di leggere… i “libri proibiti”, avendo così accesso ai libri dei filosofi francesi e degli illuministi più radicali, nonché ai testi massonici ed alchemici.


Realizzò spettacoli pirotecnici con fuochi d’artificio dai colori sfavillanti e mai visti prima di allora, in cui inserì anche il verde, noto per il suo valore simbolico ed ermetico. 

Creò un tessuto impermeabile con cui fece confezionare due mantelle, con le quali lui ed il sovrano disquisivano, passeggiando sotto la pioggia, sotto gli occhi dei napoletani! 

Preparò alcuni farmaci che guarirono inaspettatamente da malattie gravi. 

Si dedicò ad esperimenti di idraulica e meccanica, mettendo a punto la famosa “carrozza marina” su cui si vedeva avanzare nelle acque del golfo, grazie ad un sistema di pale a forma di ruote, tra lo stupore del popolo. 

Sviluppò un metodo di stampa con caratteri policromi, utilizzando delle macchine tipografiche da lui stesso progettate. 

Creò una sostanza che era l’esatta riproduzione del sangue di San Gennaro contenuto nella Sacra Ampolla, e riusciva nella relativa liquefazione.

In questo periodo iniziò anche i lavori alla Cappella Sansevero, 

che proseguirono poi fino alla sua morte.


Ma tutto il progetto trovò fondamento nella sua appartenenza alla Massoneria, cosa che lo mise al centro di un “intrigo” che parve “il maggior del mondo”. Dopo aver costituito la loggia “Rosa d’Ordine Magno” (anagrammando il suo nome), il principe scalò tutta la gerarchia della Libera Muratoria fino a divenire Gran Maestro di tutta la Massoneria napoletana.

Di lì a poco Benedetto XIV, con la bolla Providas Romanorum Pontificum 

del 18 maggio 1751, condannava la Massoneria, proibendo ad ogni cattolico 

di farne parte. A questa seguì un Editto Regio emanato dal re Carlo III di Borbone, che vietava le attività massoniche. Il principe consegnò al re la lista degli affiliati 

e scrisse una Epistola a Benedetto XIV nella quale difese 

la fedeltà di tutti i massoni, sia al Papa, sia al Re.


Si prestò a fare un passo indietro, anche se continuò, con la dovuta riservatezza, a sovrintendere la sua loggia “Rito Egizio Tradizionale”, portando avanti, però, l’attività più spirituale ed ermetica, molto diversa da quella della Massoneria tradizionale appena abbandonata.   

 

Nonostante l’abiura, i rapporti con la Santa Sede si deteriorarono a causa della pubblicazione della Lettera Apologetica dell’Esercitato Accademico della Crusca contenente la Difesa del libro intitolato Lettere d’una Peruana per rispetto alla supposizione de’ Quipu scritta alla Duchessa di S**** e dalla medesima fatta pubblicare. Il testo verteva formalmente su un antico sistema di nodi (i quipu) degli Incas del Perù, che servivano a conservare e trasmettere informazioni; in realtà, conteneva numerose citazioni di autori eterodossi, princìpi massonici, rimandi alla cabala e – pare – anche messaggi esoterici nascosti da un codice segreto. La Lettera fu considerata “una sentina di tutte l’eresie” dall’Inquisizione romana che, nel 1752, la mise all’Indice dei libri proibiti.

A quel punto Raimondo preferì dedicarsi alle sue invenzioni 

nei sotterranei del proprio palazzo.


Fra queste, quella più nota fu un indecifrabile “lume perpetuo”, «poiché dunque non si può dubitare che esso non sia un vero lume […] e che è durato per tre mesi e qualche giorno senza alcuna diminuzione della materia che gli serviva da alimento, gli si può dare a giusto titolo il nome di perpetuo».

Con due di queste lampade eterne il principe avrebbe voluto illuminare 

il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, una volta posto 

nella Cavea sotterranea:


ma il progetto non venne realizzato e non si parlò più del lume perpetuo. Si continuò invece a parlare del Cristo velato, una delle opere marmoree più straordinarie al mondo, e della Cappella Sansevero, il cui progetto iconografico, esaltazione del casato e tempio alchemico, ermetico e massonico, fu ideato dal principe stesso e ricreato dagli artisti prescelti. Le dieci statue delle Virtù, tra cui la Pudicizia e il Disinganno dedicate alla madre ed al padre di Raimondo, ed il Cristo velato, il cui velo è «fatto con tanta arte da lasciare stupiti i più abili osservatori», sono gli elementi portanti di tutto il percorso simbolico che comprende il pavimento con il motivo a labirinto e, oggi, anche le misteriose “macchine anatomiche”, realizzate con due scheletri di uomo e di donna, con il sistema arterioso e venoso perfettamente integro.

I lavori durarono fino alla fine della sua vita. Come scrisse Gian Luca Bauzano 

sulla morte di Raimondo di Sangro:


«Gli esperimenti alchemici, probabile l’uso di materiali radioattivi lo portarono alla morte. Scompare in una nuvola sulfurea, come Don Giovanni di Mozart. Quando il musicista apprende della sua morte ne resta colpito. Gli dedica una Sonata in memoriam. E forse lo eterna come Tamino nel Flauto. Ma una magia di Sangro l’ha compiuta, come la Fenice si è eternato».

 

«Non era un accademico, ma un’accademia intera».
Jérôme Lalande, Voyage d’un François en Italie, 1769

Raimondo_di_Sangro
SANASECHJDUIDJ
fine-t-storia

Fonti 

 

Museo Cappella Sansevero, museosansevero.it 

Dizionario Biografico degli Italiani, voce Raimondo di Sangro 

Dizionario Biografico degli Italiani, voce Nicola Michetti 

Carteggio con Andrea Alamanni in Archivio Digitale Accademia della Crusca: adcrusca.it 

Gian Luca Bauzano, Raimondo di Sangro, il principe massone che scoprì la radioattività, in Corriere.it 

Rino Di Stefano, Raimondo di Sangro, il principe maledetto, in Il Giornale, 18 ottobre 1996, riportato in rinodistefano.com 

Vittorio Del Tufo, Il Cristo velato e la favola nera del principe, Il Mattino 20 marzo 2016, in ilcartastorie.it

tra_luci-e_ombre

 

Conoscenza, Innovazione e Impresa: una prospettiva per Napoli di Antonio Lopes – Speciale Napoli – Aprile maggio 2022 Ed. Maurizio Conte

cat-economia
cat-ambiente
cat-sud

CONOSCENZA, INNOVAZIONE E IMPRESA: UNA PROSPETTIVA PER NAPOLI 

 

antonio_lopes_economia

è stata interessata dal declino di interi comparti produttivi (soprattutto nei settori di base quali siderurgia, chimica, ecc.) che ha inaugurato la stagione della dismissione e, conseguentemente, della formazione di quelli che i geografi chiamano “vuoti urbani”. Infatti, il ridimensionamento delle attività produttive e le politiche di delocalizzazione e decentramento produttivo hanno stravolto gli assetti territoriali, per l’abbandono di molte aree un tempo occupate da imprese che, in molti casi, sono rimasti inutilizzate.

Tuttavia, questo processo non ha interessato solo le strutture industriali, 

ma anche numerosi complessi del terziario che hanno visto perdere 

progressivamente la propria funzionalità per la ridistribuzione 

nello spazio urbano di molte attività economiche.


Tutto ciò è avvenuto in contesto di un’economia di per sé debole; in particolare, ad essere interessate da questi fenomeni, sono state soprattutto le periferie orientale e occidentale di Napoli le quali, sin dall’età borbonica, per le favorevoli condizioni territoriali – morfologiche e di accessibilità – hanno rappresentato le aree preferenziali per la localizzazione di impianti industriali che, nei decenni successivi, sono state affiancate da molti altri stabilimenti di diversi comparti produttivi progressivamente dismessi. In assenza di una pianificazione illuminata ed innovativa, queste aree hanno finito col trasformarsi in spazi degradati, avulsi dai loro contesti territoriali, abbandonati e motivo di rischio per l’uomo e per l’ambiente

Al vuoto ed al degrado occorre reagire e, sebbene in modo stentato e talvolta contraddittorio, si sta faticosamente facendo strada la tendenza a considerare strategico, per il recupero di queste aree, puntare su settori produttivi 

caratterizzati da un maggiore contenuto di conoscenza. 

 

In altri termini, l’innovazione scientifica e tecnologica assume rilievo cruciale, così come la capacità delle imprese più dinamiche ed innovative di inserirsi in un contesto territoriale favorevole, caratterizzato dalla presenza di centri di ricerca ed università. 

 

In questa dimensione si rivalutano anche le città nelle scelte di insediamento delle imprese e si accentuano i processi di concentrazione dell’attività economica anche all’interno delle stesse regioni. Nel 2025, secondo una ricerca McKinsey, in 600 città globali il 66% della popolazione del mondo produrrà due terzi del Pil mondiale e la competizione vedrà sempre più coinvolte le grandi aree metropolitane ricche di connessioni.

Una certa narrazione vede in Napoli la città del Teatro, della Musica e delle bellezze naturali, si dimentica però che il capoluogo campano è sede della più antica università pubblica d’Europa istituita dall’Imperatore Federico II nel 1224 e che vanta una prestigiosissima tradizione nel campo della ricerca scientifica, si pensi soltanto all’istituzione della prima cattedra di genetica in Italia.


La presenza di un forte polo universitario – ben cinque atenei – in campo scientifico è condizione necessaria per consentire anche la nascita ed il rafforzamento di imprese ad alta tecnologia.

 

In questi ultimi anni si possono segnalare varie iniziative

che vedono il coinvolgimento – faticoso – di soggetti pubblici e privati che si muovono in questa direzione tanto nella periferia ovest che in quella ad est della città partenopea. Sul versante occidentale, nel quartiere di Bagnoli, ai margini dell’area ex-industriale dell’Italsider, due consorzi di imprese sono impegnati nella realizzazione di un Polo Tecnologico per ospitare uffici e laboratori di ricerca e sviluppo, sia per le proprie aziende, sia per le altre che gradualmente vorranno insediarsi in un comprensorio con grandi potenzialità.

 

Si prevede di costruire Laboratori ed uffici per ospitare fino a 3000 tecnici e ricercatori. Oltre ad uffici e laboratori sono previsti parcheggi interrati ed esterni, ampi spazi verdi ed aree per ospitare eventi, show-room, sale riunioni, servizi di ristorazione, commerciali, ricettivi e per la logistica.

 

La realizzazione di un luogo fisico per aggregare le competenze risulta strategico e consentirà di sviluppare collaborazioni tra le imprese e con enti di ricerca. La condivisione delle conoscenze e delle esperienze realizzative sarà caratterizzata da un elevato livello di innovazione già con gli impianti previsti con la costruzione del Polo Tecnologico. 

 

Con più di 30 imprese ed enti di ricerca, il progetto si presenta con un rilevante programma di investimenti che si svilupperà costituendo un aggregato di personale con alta qualificazione professionale. Il Polo accoglierà centinaia di persone anche dall’estero, che troveranno a Bagnoli uno spazio dove lavorare, soggiornare e trascorrere il tempo libero tra le tante attività ricreative disponibili. Verrà a crearsi così un indotto economico e sociale con ricadute positive sull’intero territorio circostante.

Nel Polo Tecnologico saranno applicate le migliori tecnologie e realizzati servizi innovativi, alcuni in forma sperimentale ed altri già industrializzati,


che potranno essere mostrati e valutati fisicamente, come una grande show-area con possibili ed auspicate estensioni nella circostante e riqualificata area ex-industriale di Bagnoli. 

 

L’intero progetto, come si diceva, nasce dalla collaborazione di due consorzi di aziende, chiamati rispettivamente Polo Tecnologico Ambiente (PTA) e Polo Tecnologico di Bagnoli (PTBagnoli). Questi consorzi riuniscono numerose aziende attive nel campo dell’innovazione, decise a valorizzare insieme il territorio locale attraverso l’eccellenza che dimostrano nelle più avanzate tecnologie. Tra queste Bit4id, Gematica, Graded, IBI, IDI, IPmotive, Itatech, Protom, Sea Costruzioni, e molte altre.

 

Le competenze delle imprese del Polo Tecnologico sono 

di assoluto valore anche a livello internazionale

 

ed includono, tra l’altro: Valutazione e riduzione dell’impatto dei rischi ambientali da cause naturali e antropiche, Sistemi e servizi di sicurezza informatica, Smart-City: gestione ambiente e infrastrutture, Bonifica di siti contaminati, Tecnologie e materiali ecocompatibili, Energie alternative e gestione integrata dei rifiuti. 

 

Ogni azienda darà vita ad un centro di eccellenza tecnologica, detto anche “TEC – Tecnology Excellence Center”, in cui portare avanti le proprie attività di ricerca applicata e sviluppo. La presenza di tante diverse realtà all’interno del Polo Tecnologico porterà ad un fruttuoso scambio di competenze e know-how. 

 

Il Polo Tecnologico avrà un ruolo fondamentale nei processi di sviluppo economico e sociale del territorio.

 

Per raggiungere questo importante obiettivo si ispira all’eccellenza già raggiunta 

a livello locale in tre diversi ambiti, dove tutti i fattori cooperano, 

si influenzano e si arricchiscono vicendevolmente.


A Napoli Est si annovera già la presenza di importanti multinazionali quali la Apple, Cisco, Deloitte, Merck, Accenture, IBM, NTT Data, che operano in collaborazione con le università Federico II e Parthenope in percorsi di formazione ed Academy per giovani e laureati. In particolare, il Digital Innovation Hub promosso da Confindustria opera per facilitare le relazioni tra Industrie, Centri di Ricerca ed altri attori istituzionali. Il Polo Tecnologico di Bagnoli offrirà nuovi spazi per ampliare le presenze qualificate nell’area di Napoli con nuovi centri di eccellenza tecnologica.

 

Tutto questo si inserisce in un territorio rinomato in tutto il mondo per la sua varietà 

e per la sua ricchezza, ed il patrimonio ambientale, culturale e monumentale 

di Napoli e dell’intera regione non smette mai di stupire.

Oltre ad essere una continua fonte di ispirazione, la bellezza del territorio è un solido pilastro dell’economia locale che può fungere anche da attrattore turistico. 

 

Spostiamoci ora verso la periferia orientale, dove è stato inaugurato, nel Polo Tecnologico Aerospaziale di via Gianturco a Napoli, il laboratorio “Fabbrica dell’Innovazione” per le attività di ricerca in condizioni di microgravità: una struttura di oltre 1000 mq. E’ stato sottoscritto il contratto tra l’Agenzia Spaziale Italiana (Asi) e la società Ali (Aerospace Laboratory for Innovative Components) per la realizzazione di due Space Box contenenti altrettanti esperimenti di life science che saranno inviati sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Gli Space Box sono laboratori miniaturizzati realizzati dalla società Ali e già qualificati per le attività nello Spazio lo scorso agosto 2021 che consentiranno la totale automatizzazione degli esperimenti.

 

All’interno del Polo tecnologico Aerospaziale è stato sviluppato 

il progetto READI-FP, finanziato dalla Regione Campania,

 

che nell’ultimo anno ha conseguito risultati davvero significativi con la certificazione del Mini Lab, strumento innovativo per “incubare” esperimenti al servizio della ricerca aerospaziale. 

 

Una fabbrica dell’innovazione in una struttura che in passato ha ospitato una grande fabbrica metalmeccanica, la Mecfond, segna una continuità che è paradigmatica delle potenzialità che questa storica area della città può ancora esprimere al servizio della rinascita di Napoli.

 

Va anche detto che l’apertura dei nuovi spazi della Fabbrica dell’Innovazione costituiscono un ulteriore elemento di rafforzamento 

del Distretto Aerospaziale della Campania.

Quest’ultimo rappresenta ormai una realtà consolidata che si occupa della cura e gestione delle collaborazioni e dello scambio di know-how in ambito internazionale, nonché della promozione di partnership tra mondo imprenditoriale, istituzioni, università e centri di ricerca che favoriscano processi di cross-fertilization a supporto della creazione di nuove tecnologie, della loro diffusione e del loro trasferimento nel settore aerospaziale.

 

Il modello del distretto si è rivelato a 10 anni dalla sua costituzione una struttura efficiente poiché supera la logica della relazione occasionale tra il mondo della ricerca ed il mondo delle imprese e favorisce una relazione costante fatta di sinergie per condividere le visioni di medio e lungo termine. In Campania siamo forti più nel settore della ricerca che in quello industriale.

 

Tra i nuovi progetti vanno segnalati la Urban Air Mobility, cioè la possibilità 

di alleggerire il traffico e contrastare l’inquinamento

 

mettendo a disposizione degli aerotaxi che si muoveranno ad esempio tra gli aeroporti principali della Campania, come Capodichino e Pontecagnano, raggiungendo le mete senza intasare il traffico della città. Vi è poi il forte contributo alla svolta green nella ricerca della limitazione dell’inquinamento, soprattutto quello acustico, non solo le emissioni di carbonio, utilizzando materiali e processi di lavorazione riciclabili che richiedano poca energia. 

 

In Campania la Tecnam ha avanzato un progetto di un aereo a propulsione elettrica, ma c’è anche grande interesse per il volo ipersonico, che coprirebbe la tratta Napoli – New York in un’ora e mezza.

 

Il distretto costituisce un luogo di discussione e di condivisione 

che produce conoscenza di elevato impatto.


Purtroppo una parte troppo piccola di questa conoscenza si trasforma in innovazione a favore delle imprese e genera lavoro in maniera ampia a causa della ridotta dimensione delle imprese potenziali destinatarie. Si ritorna così al punto da cui si era partiti: la conoscenza è condizione necessaria per la crescita aziendale, ma non è sufficiente se non è integrata da un intervento pubblico efficiente e da una politica industriale attenta alle ragioni dello sviluppo di un territorio dalle notevoli potenzialità.

 

 

ghirigoro-economia
METROPOLITANA_DI_NAPOLI

 

IL PRESEPE VIVENTE DI PANETTIERI – Gemme del Sud – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 Ed. Maurizio Conte

cat-cultura
cat-sud

IL PRESEPE VIVENTE DI PANETTIERI

 

Gemme del Sud
Panettieri (CS)

 

gemme

Panettieri, in provincia di Cosenza, è un piccolo borgo di circa 300 abitanti, incastonato nel magnifico scenario della Sila. Nel 2000 un gruppo di giovani amministratori comunali, mossi dal desiderio di un rinnovamento del paese e dall’orgoglio per le proprie radici, decide di trascinare tutti i concittadini in un progetto con cui recuperare, conservare e tramandare le tradizioni del luogo e rivitalizzarne le prospettive di sviluppo. Nasce così il Presepe vivente di Panettieri che, 

grazie al forte senso di comunità ed all’appassionata partecipazione dei suoi abitanti, col trascorrere degli anni è diventato un evento di rilevanza regionale, 

che ormai richiama migliaia di visitatori.


A partire dai primi di novembre fino al 24 dicembre, nel paese di Panettieri fervono i preparativi per questa manifestazione davvero speciale, per la quale, dalla Vigilia all’Epifania, tutto il paese si trasforma in un teatro ed i suoi abitanti diventano teatranti. 

In una scenografia incantata che rievoca la Betlemme della nascita di Gesù, accompagnati dallo scintillio delle fiaccole e dal suono delle zampogne, i visitatori percorrono le stradine del paese in cui sono allineate le varie postazioni che riproducono i luoghi e gli avvenimenti della Natività, dalla casa di Erode, alla Locanda, alla Grotta. 

E poi ci sono gli artigiani all’opera: il panettiere, il lattaio, il fabbro, il cestaio, le filatrici, la saponaia, le ricamatrici, le tessitrici, il liutaio, il maniscalco, i pastori, il calzolaio, i taglialegna, il falegname… insomma, un vero e proprio museo temporaneo degli antichi mestieri del Borgo!   

Con il suo presepe vivente, i suoi profumi, i sapori, le sue tradizioni, Panettieri offre un suggestivo tuffo nel passato, un’esperienza davvero unica per vivere la magica atmosfera del Natale e riscoprirne i suoi valori più veri ed autentici.

 

presepe
decoro-cultura

 

IL RITORNO DEI LUPI IN SUD CHE SI ESTINGUE di Max De Francesco – Numero 23 – Dicembrre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

cat-ambiente
cat-arte

Il ritorno dei lupi in un Sud che si estingue

 

Max-De_francesco_ambiente

Il modo migliore per conoscere il Sud è attraversare il suo dileguarsi, vivere il tempo sospeso delle aree interne, inoltrarsi in quei paesi fuori dalla mappa del clamore e degli affari, dove il silenzio pesa come le anime dei castagni e chi è restato tra quelle pietre esce dalle case, cito il poeta Vittorio Bodini, «come numeri / dalla faccia di un dado». 

Lo scorso giugno, per la realizzazione del documentario “Il sentiero dei lupi”, prodotto dall’Apulia Film Commission e dalla Fondazione con il Sud, mi sono ritrovato nel Cilento più interno e sconosciuto insieme al regista Andrea D’Ambrosio, ad una gagliarda troupe, prevalentemente metropolitana, e a Marco Galaverni, direttore scientifico “Programma & Oasi Wwf Italia” ed esperto internazionale di lupi.

Eravamo partiti per raccontare l’estinzione del mitologico animale, siamo tornati dovendo documentare quella dell’uomo.

 

Sotto un sole narcotico, abbiamo vissuto giorni “senza campo” in una bellezza che all’inizio appariva inaccessibile, per poi sciogliere, mattina dopo mattina, la sua impenetrabilità aprendo anfiteatri di lecci e spalti d’acqua fragorosa, mostrandoci la marcia dei faggi e la fuga degli ulivi, donandoci la rara esperienza di essere raggiunti sul superbo Monte Cervati esclusivamente dalle “notifiche” dei campanacci delle mucche. Valle dell’Angelo, Laurino, Piaggine, Rofrano, la foresta di Pruno, Montano Antilia: 

 

i lupi si sono riavvicinati a questi luoghi, si sono ripresi queste montagne 

che sorvegliano comunità ristrette tra approdi di muschio e ali di croci, 

si sono rimpossessati della sinfonia notturna, col fascino 

ed il presagio del magnetico ululato.

Non li abbiamo incontrati, ma è come se li avessimo visti. Abbiamo avvertito la loro presenza nel percorrere la salita prima di arrivare al rifugio Cervati, scalando all’alba il benedetto Monte Gelbison, o dopo aver superato un ponticello presepiale per raggiungere il sentiero “Cammino di San Nilo” nella frazione di Massicelle, un grappolo di casali anarchicamente immersi nella macchia dove i monaci basiliani insegnarono il valore del Vangelo e della terra. Li abbiamo ammirati a distanza, visionando “fototrappole” sistemate in alcuni punti strategici dei boschi, mentre marcavano il territorio e socializzavano nell’oscurità; li abbiamo sfiorati a Roscigno Vecchia, il borgo fantasma con un solo abitante, Giuseppe Spagnuolo, per tutti “Garibaldi”, che vive in una casa sorretta dal fumo della sua pipa: qui, vicino ad una fontana, Galaverni ha individuato tracce e feci fresche di lupo, preziose per determinare specie, sesso ed abitudini alimentari dell’animale. 

In modalità osteria, dinanzi ad un piatto di “palmarieddi” al ragù – cavatelli casarecci dalla forma allungata, realizzati con quattro dita da un impasto d’acqua e farina – abbiamo ritrovato i lupi nei “cunti” serali dei pastori Zi’ Francesco e cumpa’ Felice, 


emozionati nel ricordarne la magia e la ferocia, nel documentarne il carisma degli occhi e la velocità del passo, nel raccontare il suicidio di ventitré bufali che, scorgendo in lontananza una coppia di lupi, scelsero di gettarsi in un burrone, nel recuperare dagli inverni del dopoguerra l’entrata in paese del “luparo” che, vestito come Ade con la pelle dell’animale, a caccia di minestre calde e ricompense, spingeva e mostrava nella neve un carro di carcasse.   

 

Nell’attesa del prossimo report sulla desertificazione del Mezzogiorno e del consueto registro di dichiarazioni che ne attesterà la gravità, conviene farsi un giro, ogni tanto, nel Sud che svanisce. Immergersi nel suo incanto desolato vale molto di più che scorrere tabelle demografiche. Sentirne le voci e camminarci dentro serve a capire come il ritorno dei lupi e di altre specie, un tempo a rischio estinzione, sia dovuto essenzialmente al ritiro dell’uomo dalle montagne, allo spopolamento dei campi.

Una volta rientrati nell’inciviltà dei suoni innaturali e della corsa al nulla, 

ti rendi conto quanto sia favoloso il telaio umano del Sud 

che si sta estinguendo.


Apri il diario intimo di quei giorni cilentani e ripassi le vite di quella gens resistente che professa ancora il miracolo della terra, il canto delle radici, il potere della raccolta. A questa civiltà contadina, fatta di riti lenti e desideri di sole, ammalata di malinconia per l’addio dei giovani, così orgogliosa nel praticare antichi mestieri già entrati nell’archivio della sparizione, pronta ad interrompere la solitudine operosa per raccontarsi ed accorgersi viva, appartiene Carmelo Forte, volto alla Fidel e voce burrascosa, cestaio e pastore nella terra interiore di Montano Antilia.   

 

Nell’ultimo giorno di lavorazione per il documentario, dopo averci spiegato come le rondini siano le sue più grandi alleate perché tengono lontani gli insetti dai formaggi sospesi sotto gli archi del suo regno, Carmelo si è allontanato non prima di consegnarci, in quella mattina tolta al paradiso, una morra irresistibile di parole, risalite da una gola d’un torrente: «Noi del Sud dobbiamo essere come i lupi, che non tradiscono, sanno muoversi nel buio e conoscono l’ordine della foresta. Io sono nato tra queste pietre e ci voglio morire. Io sono come un lupo».

 

 

in_un_sud_che_si_estingue
ghirigoro_ambiente
lupoLopLop

 

LA CHIESA DI SAN NICOLA DI MYRA di Paola Ceretta – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 Ed. Maurizio Conte

cat-storia
cat-cultura
cat-arte
nicola

LA CHIESA DI SAN NICOLA DI MYRA

 

 

Quella dedicata a San Nicola di Myra è una piccola chiesa rupestre che si trova nella provincia di Mottola, in territorio tarantino, dove per secoli i devoti hanno pregato davanti alle immagini sacre che custodisce e al santo di origini orientali che ha ispirato la figura di Babbo Natale tanto diffusa nella civiltà occidentale. I miracoli operati in favore dei bambini e l’amore per essi sono alla base della tradizione pugliese di San Nicola che ogni anno torna sulla Terra per lasciare un dono ai bambini. 

 

Posta lungo l’antico cammino dei pellegrini che nel Medioevo si recavano nel Sud Italia percorrendo la via Appia per imbarcarsi nei porti di Taranto e Brindisi e raggiungere la Terra Santa e per gli abitanti del circondario, 

la chiesa di San Nicola, seppure segnata dal trascorrere del tempo, 

è ancora oggi piena di fascino e significati.


Le pitture che conserva – dipinte in un arco di tempo che va dalla fine del X alla prima metà del XIV secolo – rappresentano in territorio pugliese un’arte sacra popolare nata da una commistione di influssi teologici ed artistici dell’Oriente e dell’Occidente cristiano. 

 

Arrivati sul ciglio della gravina di Casalrotto e attraverso una scala tagliata nella pietra – cui la Sovrintendenza ha adattato una struttura in ferro – si giunge all’entrata dell’edificio, ricavata sul lato ovest, dove sono presenti resti di tombe medievali e due nicchie con tracce sbiadite di antichi affreschi.

Varcata la soglia, si entra nella roccia, in una pianta a croce greca inscritta, 

in un mondo lontano e simbolico


e si viene accolti da raffigurazioni come la “Deesis” o la “Vergine con Anapeson” e dalle figure di santi che ci guardano e ci raccontano la loro storia, fatta di scelte di fede, di eventi miracolosi, di martìri, di sangue innocente versato, di corpi frammentati e di reliquie. 

 

La zona di Mottola ricca di gravine – spaccature del terreno di origine carsica – ospita altre chiese rupestri che insieme a quella dedicata al santo di Myra sono conosciute  come “Le mirabili grotte di Dio”, ma questa di San Nicola spicca fra tutte per la bellezza e lo stato di conservazione dei suoi affreschi, sopravvissuti al trascorrere del tempo e agli atti vandalici ed offre al visitatore contemporaneo emozioni e suggestioni uniche, create anche dalla luce che penetra all’interno dell’edificio.

E’ l’unica, infatti, nella quale in alcuni giorni dell’anno si manifestano ierofanie 

sulle immagini di tre santi, è quella dove l’invisibile diviene visibile 

e nella quale antichi e sconosciuti architetti hanno voluto dare 

manifestazione al sacro: hiéros “sacro”, phanein “manifestare”.


Attraverso un foro gnomonico ricavato nella nicchia a destra dell’entrata, accanto a croci dipinte, al tramonto i raggi solari penetrano all’interno degli ambienti sacri e proiettano una piccola ellisse luminosa che appare sui corpi di tre santi che divengono “presenti” e sembrano voler trasmette la loro benedizione ai fedeli: sul cuore e la mano destra benedicente di San Nicola, il 14 marzo e il 30 settembre, date legate alla nascita del santo e alla collocazione delle sue spoglie nella basilica di Bari; sul petto di San Leonardo da Limoges il 6 novembre e sul corpo di San Giovanni Crisostomo il 14 settembre, giorni legati alla loro morte e ricorrenza fissata dal Calendario Romano dei Santi. 

 

La devozione a San Nicola di Myra in Italia ha origini antiche e, seppure la veridicità di alcuni episodi legati alla sua storia sia controversa, il racconto della sua vita è costellato da azioni caritatevoli e memorabili verso poveri e bisognosi e da numerosi miracoli. 

 

Vissuto tra il III e il IV secolo, è un santo legato all’acqua, al mare, protettore di naviganti, mercanti, viaggiatori, ma lo è anche dei bambini e delle fanciulle. E’ un santo miroblita, taumaturgo. Il suo corpo opera miracoli, guarisce. Fonti antiche raccontano che dalle sue spoglie emanava una fragranza e scaturiva un liquido chiamato oleum, unguentum, myro considerato salutare e prodigiosa medicina, quella “manna” che ancora oggi viene raccolta dalla sua sepoltura di Bari e distribuita ai fedeli.

 

Avvicinarsi al culto di San Nicola, così profondamente radicato in territorio pugliese, può diventare oggi l’occasione per riscoprire radici, riti e tradizioni popolari di cui è custode e ricco il Meridione ed addentrarsi in un territorio unico come quello delle Murge tarantine può farci conoscere antichi percorsi, mostrare inaspettati paesaggi e condurci a scoperte sorprendenti come le chiese rupestri di Mottola.

 

 

SANNICOLA
fine-t-storia
dove_invisibile_diventa_visibile
paola_ceretta

 

UN’ACCADEMIA NEL NOME DI FILANGIERI di Amedeo Arena – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

cat-cultura
cat-storia

UN’ACCADEMIA NEL NOME DI FILANGIERI

 

quando delineò il dovere del Filosofo nel secondo libro de La Scienza della Legislazione, che “Se i lumi che egli sparge non sono utili pel suo secolo e per la sua patria, lo saranno sicuramente per un altro secolo e per un altro paese. Cittadino di tutti i luoghi, contemporaneo di tutte l’età, l’universo è la sua patria, la terra è la sua scuola, i suoi contemporanei e i suoi posteri sono i suoi discepoli”.

Non stupisce, pertanto, che nella Napoli del XXI secolo sia sorta 

un’Accademia dedicata al grande Illuminista, 


le cui idee erano avanzatissime per i suoi tempi e risultano, ancora oggi, di stringente attualità. 
La Scienza della Legislazione diviene quindi lo spunto per discutere di temi quali il diritto alla felicità, l’integrazione europea, le relazioni atlantiche, il cosmopolitismo, nonché – tema caro a Myrrha – la valorizzazione della bellezza di Napoli e del Mezzogiorno.

 

“La modernità del pensiero di Filangieri” è stato il tema dell’incontro inaugurale dell’Accademia, ospitato nella splendida cornice del Museo Civico Filangieri.


In tale occasione, si è discusso del progresso civile promosso dall’illuminismo italiano, del fascino dei luoghi frequentati da Filangieri e dei punti di contatto tra il suo pensiero e quello dei padri fondatori del processo d’integrazione europea.   

 

Al primo piano di tale Museo sono conservate alcune delle lettere scambiate, alla fine del ‘700, tra Gaetano Filangieri e lo statista americano Benjamin Franklin. Il secondo incontro promosso dall’Accademia presso 

il Museo Filangieri si è perciò concentrato sul diritto alla felicità, un tema centrale 

tanto nella Dichiarazione di indipendenza americana, 

quanto ne La Scienza della Legislazione. 


Tale opera fu molto apprezzata da Franklin, che con la sua ultima lettera a Filangieri inviò al filosofo campano una copia della Costituzione degli Stati Uniti d’America, approvata pochi giorni prima dalla Convenzione di Filadelfia (v. G. Sinisi, Da Filangieri alla Costituzione americana, in Myrrha n. 4/2016).

 

“Gaetano Filangieri e l’integrazione europea” è stato il titolo dell’incontro organizzato dall’Accademia, in collaborazione con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e la sezione partenopea della Gioventù federalista europea, presso Palazzo Serra di Cassano. In tale occasione,

 

sono stati posti in evidenza i paralleli tra il secondo libro de La scienza della legislazione, in cui si auspica la liberalizzazione degli scambi commerciali 

per prevenire i conflitti tra le nazioni,


e la dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, in cui si afferma la necessità di una solidarietà economico-produttiva come presupposto di un processo d’integrazione che ha trovato espressione nelle tre Comunità europee e, da ultimo, nell’Unione Europea.   

 

“Filangieri e la Bellezza” è stato, poi, il titolo dell’incontro promosso dall’Accademia presso il Castello Giusso di Vico Equense, ultima dimora di Filangieri. “Il senso interno del bello è nell’uomo”, si legge nel quarto libro de La Scienza della Legislazione

Facciamo che l’orecchio dello scultore, dell’architetto e del pittore si eserciti 

a vedere le più belle produzioni della natura e dell’arte.

“Facciamo che colui che alla musica si destina impieghi [le sue orecchie] nel sentire quelle semplici ma sublimi cantilene, le bellezze delle quali tutti possono sentire e gustare.” In linea con tali insegnamenti, sono stati eseguiti diversi brani di musica napoletana del Settecento e dell’Ottocento e si è parlato della valenza “etica” della bellezza per Teresa Filangieri Fieschi Ravaschieri, nipote del filosofo, filantropa e fondatrice di un ospedale per malattie infantili.

La musica è stata protagonista anche dell’incontro organizzato dall’Accademia 

presso il Museo Principe Diego Aragona Pignatelli Cortés:


“Da Gaetano Filangieri a John Lennon: il sogno cosmopolita nel 50° anniversario di Imagine”. In tale occasione, è stata ricordata l’inaugurazione del mosaico “Imagine”, dedicato al sogno cosmopolita di John Lennon, nell’ambito dello Strawberry Fields Memorial a Central Park. Tale mosaico, che riproduce un esemplare pompeiano custodito presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, fu donato alla città di New York dal Comune di Napoli per volontà della Giunta Valenzi, su iniziativa dell’allora Presidente dell’Azienda autonoma soggiorno e turismo Giuseppe Castaldo.

 

Occorre, infine, ricordare il Premio per giovani giuristi “Gaetano Filangieri”, istituito dall’Accademia a favore dei laureati in giurisprudenza, di età inferiore a 30 anni, che con le loro tesi abbiano saputo “trasporre nella contemporaneità il pensiero cosmopolita di Filangieri”. L’auspicio è che tale Premio esso possa indurre i laureandi ad avvicinarsi all’opera di Filangieri, affinché i suoi ideali possano continuare a vivere nelle menti e nei cuori dei giuristi di domani.      

 

 

ultimo_
decoro-cultura
gaetano_filamgieri_sapeva
amedeo-arena

 

MUSICA STRUMENTALE DI VERDI A NAPOLI di Antonio Lopes – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

cat-arte
cat-stile
cat-cultura

MUSICA STRUMENTALE DI VERDI A NAPOLI

 

Verdi compositore di musica strumentale a Napoli. 

 

Si può certamente affermare senza ombra di dubbio che i tre maggiori operisti italiani che hanno operato nella prima metà dell’800, Rossini, Bellini e Donizetti, hanno avuto con la città di Napoli e con il San Carlo un rapporto speciale in forza del quale hanno raggiunto grandi successi internazionali e confermato ancora in pieno secolo XIX il ruolo di Napoli come capitale europea della Musica e del Melodramma.Diverso è il caso di Giuseppe Verdi.

 

Si annoverano solo due opere del catalogo verdiano che furono tenute a battesimo 

al San Carlo di Napoli: Alzira (1845) e Luisa Miller (1849),

 

va poi ricordato che Un Ballo in Maschera, commissionato dal San Carlo nel 1856 non poté essere rappresentato a causa delle richieste della direzione del Teatro, la quale, temendo i rigori della censura borbonica, impose al compositore tali e tante modifiche al libretto da indurlo a ritirarsi. Il desiderio di mettere in scena la sua opera spinse comunque il Maestro a prendere contatto con l’impresario del teatro Apollo di Roma, Vincenzo Jacovacci, il quale fu ben lieto della notizia, ma preannunciò che l’opera avrebbe dovuto subire qualche cambiamento per la censura pontificia. Il librettista Antonio Somma esortò Verdi a lasciar perdere e a dare il libretto a Milano dove sarebbe passato indenne in teatro, ma per il Maestro bisognava dare uno «schiaffo» al teatro napoletano, mettendo in scena l’opera «quasi sulle porte di Napoli e far vedere che anche la censura di Roma ha permesso questo libretto». 

 

Occorre ricordare che successivamente i rapporti tra il San Carlo e Verdi migliorarono: infatti il Maestro vi mise in scena la ripresa del Simon Boccanegra nel 1858 e vi rappresentò la prima italiana del Don Carlo nel 1872 andato in scena per la prima volta a Parigi nel 1867. In ogni caso a Napoli furono riproposte subito dopo le prime rappresentazioni, quasi tutte le opere del compositore di Busseto e sempre con grande successo, al punto che tuttora questo repertorio è probabilmente quello più amato e apprezzato dal pubblico napoletano. 

 

Fatta questa premessa, può essere interessante rievocare un altro episodio, non molto noto, della biografia del grande musicista che vede coinvolta Napoli e il suo teatro.

Nel 1873 Verdi è di nuovo a Napoli per la messa in scena dell’Aida andata in scena 

al Teatro dell’Opera del Cairo, il 24 dicembre 1871 e poi a Milano 

al Teatro alla Scala l’8 febbraio del 1872.


È l’opera che più ha amareggiato Verdi nel corso della sua intera carriera: «Mi ha procurato noje infinite e disillusioni artistiche grandissime». In effetti, il pubblico non aveva apprezzato granché, pur nel rispetto per quello che già allora era già considerato un “Padre della Patria”, ma soprattutto la critica aveva sollevato obiezioni di “imitazione wagneriana”. Per Verdi questo era troppo: «Finire imitatore alla mia età, dopo 35 anni di carriera!». 

 

Durante le prove dell’opera al San Carlo, il soprano Teresa Stolz (già moglie del direttore d’orchestra Angelo Mariani e poi legata da “affettuosa amicizia” con il compositore), ingaggiata per la parte principale, si era ammalata. La prima era stata posticipata, e così 

Verdi «nei momenti di ozio all’albergo Crocella» aveva scritto il suo unico 

Quartetto per archi, in mi minore, eseguito privatamente in albergo, 

presenti non più di sette-otto ascoltatori.


Fra i presenti c’era il corrispondente della Gazzetta Musicale di Milano, sulla quale, pochi giorni dopo, era uscito un grande articolo intitolato 

“Un quartetto di Verdi!”.


L’esordio fu affidato ad un ensemble formato dalle prime parti dell’Orchestra del San Carlo: dai fratelli Finto ai violini, Salvadore alla viola e Giarritiello al violoncello. 

 

L’atteggiamento di Verdi nei confronti di questa composizione strumentale fu molto ambivalente: da un lato il Maestro tendeva a disconoscere valore alla sua composizione, negando che essa fosse degna di essere conosciuta dal grande pubblico, dall’altro poteva comunque essere la dimostrazione che il grande operista era in grado di dare dei contributi originali anche nell’ambito della musica strumentale che proprio in quegli anni iniziava a diffondersi in Italia, intaccando il monopolio del Melodramma nei gusti del pubblico.

Basti pensare che nel 1878 gli era arrivata una richiesta da Parma, 

in fondo la sua “patria” in cui si chiedeva il permesso di concedere 

il Quartetto per l’esecuzione, alla quale egli risponde in modo piccato:


«Sono veramente dolente di non poter aderire a quanto ella domanda. Io non mi sono più curato del Quartetto che scrissi per semplice passatempo alcuni anni or sono a Napoli e che fu eseguito in casa mia alla presenza di poche persone che erano solite venire da me tutte le sere. Questo per dirle che non ho voluto dare nissuna importanza a quel pezzo e che non desidero almeno per il momento renderlo noto in nissuna maniera». Eppure era già stato eseguito a Vienna e a Parigi con successo enorme; stava per essere suonato a Londra, addirittura in una versione adattata per un’orchestra di 80 archi. E l’autore, al quale era stato chiesto l’assenso, lo aveva dato osservando che alcuni temi del primo e del secondo violino sarebbero risultati meglio in versione orchestrale.

Questo atteggiamento così contraddittorio nei confronti dell’unica composizione 

da camera del grande operista si inserisce nel dibattito sulla musica strumentale tedesca, molto vivace in Italia fra gli anni Sessanta e Settanta del XIX secolo.


Nel 1873, mentre componeva il suo unico Quartetto per archi, Verdi si sentiva coinvolto in una sorta di “conflitto musicale” che aveva un fronte interno e uno esterno. Quest’ultimo riguardava ovviamente quanto accadeva fuori dell’Italia nel mondo dell’opera, sotto le insegne del dramma musicale di Wagner e più in generale della cosiddetta “opera d’arte dell’avvenire”, che iniziava a fare breccia anche in Italia. Più singolare, nella prospettiva attuale, il fronte interno. Infatti, dopo il controverso debutto scaligero di Aida, il musicista mostrava spesso di sentirsi “nel mirino”. Non solo e non tanto nell’ambito operistico, nel quale in fondo continuava a non avere rivali, ma in quello della discussione sulla musica strumentale, che stava fiorendo vivacemente in Italia. Carattere forte e ruvido, imperioso e stizzoso, spesso impaziente, Verdi al giro dei suoi 60 anni si sentiva coinvolto al punto da voler condurre una “guerra” in un ambito che non era quello teatrale. E per questo – con intento a suo modo provocatorio e sicuramente polemico – aveva deciso di scrivere un Quartetto.

All’editore Ricordi aveva scritto: «È convenuto che noi italiani non dobbiamo ammirare questo genere di composizione se non porta un nome tedesco. 

Siamo sempre gli istessi, noi italiani».


E aveva aggiunto un’annotazione particolare della quale in realtà non era convinto fino in fondo, visto che attenua in maniera senz’altro insolita il suo parere: «Credevo allora e credo ancora, forse a torto, che il Quartetto in Italia sia pianta fuori di clima». Nella stessa lettera spuntava la polemica “ideologica”: «Io vorrei che le nostre società, licei e conservatori, unitamente ai quartetti a corde, istruissero quartetti a voce per eseguire Palestrina, i suoi contemporanei e Marcello». E così anche la famosa frase verdiana, “Torniamo al passato e sarà un progresso”, riletta sotto questa luce assume una particolare evidenza. Il vero punto di riferimento di Verdi per replicare ai “modernisti” era la grande tradizione polifonica italiana del Cinquecento e i suoi sviluppi nella musica del Settecento. 

 

Subito dopo la prima di Aida a Napoli, Verdi aveva scritto alla fedele amica la contessa Maffei, alla quale aveva raccontato che Aida aveva avuto un grande successo, probabilmente più che altrove in Italia, perché «Qui a Napoli non vi sono i critici che la fanno da “apostoli”». Ovvero, apostoli di una nuova religione musicale, della quale il compositore non aveva certo una grande considerazione. E aveva rincarato la dose: «Non c’è la turba dei maestri che sanno di musica soltanto quello che studiano sulla falsariga di Mendelssohn, Schumann, Vagner (sic!). Non il dilettantismo aristocratico che per moda si trasporta a quello che non capisce».

Molto lucidamente il Quartetto esprime chiaramente l’intenzione verdiana di definire una diversa pratica musicale, che sintetizzi nella forma classica un gusto 

e uno stile tipicamente italiani, alieni da qualsiasi pedissequa “falsariga” 

e imitazione di stilemi ad essi estranei.


Particolarmente significativa, da questo punto di vista, la scelta di concludere la composizione con una Fuga. Che non a caso era la parte cui il compositore teneva di più. 

 

Nel Quartetto, la scrittura della Fuga è stringente, profonda eppure singolarmente lieve. In un primo momento, Verdi aveva pensato di farla precedere da una sorta di recitativo introduttivo. Poi, forse pensando che il tutto sarebbe suonato “sulla falsariga” di Beethoven, vi aveva rinunciato. E l’ultimo movimento era diventato, semplicemente, uno Scherzo-Fuga in tempo “Allegro assai mosso”, con il soggetto affidato al secondo violino chiamato a suonare pianissimo, staccato e leggero. Sorge a questo punto invitabile il paragone con il grandioso Fugato che conclude la sua ultima opera Falstaff (rappresentato nel 1893), quello in cui si dice che “Tutto nel mondo è burla”, lungo un contrappunto di voci e strumenti in 14 parti. 

In modo sorprendente e modernissimo la polifonia si fonde con il gesto ironico dell’estrema maturità verdiana in una sintesi che ancora oggi, 

a distanza di oltre un secolo, ancora ci sorprende.

 

 

UN EPISODIO POCO NOTO DELLA VITA DEL GRANDE MUSICISTA

 

Antonio_Lopes
fine-t-blu

 

I COSTUMI TRADIZIONALI DEL MOLISE – Gemme del Sud – Numero 23 – Dicembre 2021 gennaio 2022 – Ed. Maurizio Conte

cat-stile
cat-cultura

I costumi tradizionali del molise

 

 

Gemme del Sud

                  Molise

 

Nei costumi tradizionali popolari molisani sono racchiuse le radici profonde di un popolo dedito principalmente all’agricoltura e alla pastorizia, dalla storia articolata che ha subìto, nel corso dei secoli, influenze culturali diverse da parte di genti straniere che si sono stanziate nel territorio, tra le quali gli Spagnoli, i Borboni, gli Slavi. 

 

Attraverso numerose fonti come gli acquerelli del XVIII secolo conservati nella Biblioteca Provinciale Pasquale Albino di Campobasso, le fotografie dello Studio Trombetta di Campobasso, scattate tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, le fotografie di fine Ottocento dello Studio fotografico Montabone di Napoli e 

grazie soprattutto alla ricca collezione di abiti ed accessori di Antonio Scasserra, esposta fino a poco tempo fa al MUSEC di Isernia, è possibile seguire 

l’evoluzione dell’abbigliamento maschile e femminile 

dei secoli più recenti,


utilizzato nelle diverse occasioni e fasi della vita nei vari comuni molisani. 

 

Le donne indossavano gonne lunghe, ampie ed arricciate in vita, un grembiule, una camicia bianca in lino o cotone, a volte decorata da merletti, copri braccia in stoffa, uno stretto corpetto rifinito da fettucce colorate che poteva essere impreziosito da ricami e un fazzoletto da spalla. Un copricapo di lana o lino bianco, chiamato mappa, aveva la particolarità di essere ripiegato più volte e in fogge diverse a seconda del paese di appartenenza ed era trattenuto da spilloni – per le maritate uno per ogni anno di matrimonio. 

 

L’abbigliamento maschile era più sobrio rispetto a quello femminile e presentava meno varianti nelle diverse province: pantaloni corti al ginocchio, calze in cotone o lana, una camicia bianca, un gilet, una giacca corta o lunga, un mantello a ruota per coprirsi durante i freddi mesi invernali ed un cappello per lo più a falda larga. 

 

Anche i monili valorizzavano l’abbigliamento ed indicavano l’agiatezza economica di chi li indossava; 

essi erano espressione di una produzione artigianale 

ancora oggi presente nella Regione,


che si esprime anche nelle lavorazioni del tombolo, del rame, della coltelleria e che rappresenta una ricchezza da tramandare alle generazioni future per non dimenticare le proprie radici e tenere vive le proprie tradizioni

 

gemme
costumi_molisani

A sinistra: Costumi tradizionali del Molise, XIX secolo, Fotografia dello Studio Montabone Fonte: Catalogo generale dei Beni Culturali https://catalogo.beniculturali.it/detail/PhotographicHeritage/1500860766)

 

A destra: Costume femminile regionale molisano di Frosolone (IS), dalla Esposizione Internazionale di Roma del 1911 oggi esposto al MuCiv, Museo delle Civiltà, Roma Fonte: Foto di Ceretta Paola

 

 

ghirigo_stile