GIUSEPPE MASELLA LA FONDAZIONE DELLA BANCA DI LUCANIA numero 34 dicembre 2025 ed. maurizio conte

 

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GIUSEPPE MASELLA LA FONDAZIONE DELLA BANCA DI LUCANIA

 

Il giornale socialista La Squilla lucana apriva il numero del 20 aprile 1902 titolando: Il processo della banca di Avigliano. In cronaca veniva riportata la sentenza di fallimento dell’istituto aviglianese. Ai primi del ‘900 quasi tutto il sistema creditizio lucano rovinò bruciando i depositi di migliaia di risparmiatori. Numerosi di quegli improvvisati banchieri (rentiers, membri del ceto civile) invece cedettero parte del loro asse patrimoniale al Banco di Napoli a saldo dei loro debiti ipotecari.

 

Quella crisi rivelò dinamiche di modernità e cambiamenti: lento rinnovo del ceto politico che aveva gestito i decenni postunitari; apertura dello spazio regionale ad una presenza più matura del capitalismo bancario.

 

Di alcuni di quei mutamenti Giuseppe Masella (1888-1988) fu pioniere ed animatore instancabile. Figlio di un dinamico imprenditore edile frequentò l’istituto tecnico di Melfi. Qui entrò in contatto con la sez. socialista diretta dagli Intransigenti. Conseguito il diploma di geometra vinse il concorso al Banco di Napoli. Trasferito a Potenza frequentò gli ambienti del socialismo riformista. Con i fratelli fondò il giornale Il popolo lucano che schierò su posizioni riformiste facendolo diventare ponte tra socialisti, radicali massoni, liberali, i quali nel 1912 dettero vita alla prima e unica Giunta comunale bloccarda a Potenza.

Con un occhio al trinomio denaro-merce-denaro e con l’altro al cooperativismo di Camillo Prampolini creò una significativa rete di coopertive di consumo, ben presto trasformata in Federazione di cui assunse la presidenza.

 

Nel primo dopoguerra le coop collocarono nell’asfittico mercato lucano generi alimentari a prezzi calmierati sostituendosi alle inefficienti istituzioni locali. In simili circostanze Masella rivelò indubbie doti manageriali. 

 

D’intesa con i più influenti Fratelli della R.L. Mario Pagano, nella quale era iscritto anche lui, Masella negoziò e sottoscrisse un accordo per la fondazione di un nuovo istituto bancario. Nasceva così il 7 giugno 1924 la Banca di Lucania. 

 

Grazie all’apprendistato nella Federazione delle Coop, all’esperienza maturata nel Banco di Napoli come impiegato, gli venne affidata la DG del neonato istituto di credito. Dopo qualche anno dal suo avvio la BDL acquisì la SEM dal fallimento del gruppo nazionale Scaramella Manetti & C inserendosi così nel ricco settore delle esattorie. In dote la BDL ricevette 22 uffici esattoriali presenti in altrettanti Comuni e che si trasformarono in sportelli bancari. Ciò consentì alla BDL una lenta ma sicura espansione sul territorio.

Qualche anno dopo l’operazione SEM la BDL rilevò la SALA sull’orlo del tracollo. Questa industria di laterizi accompagnò con i suoi mattoni e le sue tegole fin quasi agli anni ’70 del ‘900 il selvaggio sviluppo edilizio di Potenza.

 

Nel corso dei decenni Masella e il board della BDL dettero vita a iniziative di microcredito rivolte alla piccola e media borghesia urbana per venire incontro a necessità familiari e ad esigenze domestiche. 

 

L’apertura di linee di credito verso imprese edilizie, artigiane, commerciali e agricole si fondò su una sorta di “etica” fra prestiti e loro restituzione.
L’auspicato e raggiunto equilibrio tra policy aziendale e manageriale da un lato e la natura fiduciaria della “banca vicino a te” nella seconda metà del ‘900 ha posizionato la BDL al secondo posto dopo il Banco di Napoli nella trama regionale.
Oggi essa fa parte del gruppo Banca Intesa.

 

 

 

 

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Tommaso Russo

 

IL CERVO SARDO. UN’ECCELLENZA ITALIANA (seconda parte) di Giuliano Milana numero 34 dicembre 2025 editore maurizio conte

 

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IL CERVO SARDO. UN’ECCELLENZA ITALIANA Parte II

 

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Gli aspetti relativi alla conservazione ed alla gestione, in chiave conservazionistica, di questa specie (ved. Myrrha N.33 Il cervo sardo (parte 1) sembrano destare poco interesse ma sarebbe doveroso porvi la giusta attenzione.  

L’aumento dei cervi è motivo di preoccupazione per il settore agricolo, che risente dei danni operati dagli ungulati selvatici, ma anche per il suo possibile impatto sulla vegetazione spontanea

 

quella sì autoctona (con ben 186 endemismi) che fa della Sardegna un sub-hotspot di biodiversità nell’hotspot Mediterraneo.   La conoscenza dettagliata delle strategie di foraggiamento della specie e della diversità floristica dell’ambiente naturale dovrebbe essere presa in considerazione quando vengono istituiti piani di conservazione, per gestire il rischio di conflitto spaziale tra terreni coltivati e l’habitat naturale (Aboling et al. 2024).  Senza dimenticare poi che, fondamentalmente, ci troviamo in contesti privi di predatori naturali.  L’incremento ed il consolidamento delle popolazioni di Cervo sardo è certamente un fattore positivo non si può però sottovalutare che questa specie non sia originaria della Sardegna (e della Corsica).   Per tali ragioni sarebbe sicuramente necessaria una gestione che presti attenzione allo status della fauna “artificiale” sarda, in chiave sostenibile, ed alle particolari e peculiari dinamiche faunistiche dell’isola, senza sconvolgere gli equilibri ecologici e sociali.

 

Attualmente, la protezione a cui è sottoposta la specie esclude 

qualsiasi tipo di prelievo; 

 

la caccia non è consentita e, per dirla tutta, vi è una forte opposizione pubblica a questa opzione gestionale (finalizzata non solo al controllo). Andrebbe sicuramente incoraggiata e sostenuta l’idea del possibile sfruttamento della “risorsa” cervo mediante la caccia di selezione definizione, quest’ultima, poco felice. Tale pratica venatoria, come asseriva l’amico e Maestro Franco Perco, si fonda su una scelta molto accurata del soggetto da prelevare, senza la pretesa – oggi almeno – di un miglioramento della specie cacciata

 

ma, a dire il vero, si può sostenere che la selezione migliori comunque una specie di Mammifero. Precisamente il cacciatore che la esercita!  

 

Quindi, oltre alle chiare opportunità economiche derivanti, lo sfruttamento sostenibile del cervo garantirebbe sicuramente una crescita culturale oltre che della consapevolezza, negli stessi cacciatori, dell’importanza della gestione. Considerata poi l’unicità tassonomica del Cervo sardo e la bellezza paesaggistica della Sardegna, non andrebbe nemmeno escluso un sistema di quote per la caccia al trofeo di alcuni maschi, un’attività ampiamente usata in altri paesi. Questo permetterebbe di utilizzare i guadagni derivanti per finanziare la gestione delle stesse aree che ospitano i cervi e, a cascata, contribuirebbe alla conservazione di interi ecosistemi.

Un altro punto cruciale, che abbiamo affrontato in un articolo scientifico (A roadmap to an evolutionarily significant conservation strategy for Cervus corsicanus, Gippoliti et al. 2020) riguarda un altro aspetto interessante. 

 

Se proviamo a ragionarci ci rendiamo conto che la sopravvivenza di questo cervo è in realtà un caso unico.


La Sardegna può, in effetti, essere considerata come un caso di conservazione “ex situ” in quanto i cervi presenti sono il risultato di un’introduzione protostorica.
In base a queste premesse e a quanto emerso da diversi studi pubblicati le operazioni di reintroduzione e di ripopolamento da effettuare sulla penisola italiana, in particolar modo nel meridione, dovrebbero tenere in considerazione C. e. corsicanus. La popolazione del bacino del Po, del già citato cervo della Mesola C. e. italicus considerata per molto tempo l’unico cervo nativo della penisola italiana, sembra chiaramente diversa dal punto di vista filogenetico dall’antico cervo presente nel centro/sud del Paese. Pertanto risulterebbe inadatto a fornire esemplari per la reintroduzione del mezzogiorno.
In conclusione, nonostante le continue richieste di collaborazione, integrazione ed interazione tra diversi ambiti disciplinari, risulta palese come, nella conservazione, emergano ancora margini di miglioramento. 

La Sardegna, in questo caso, ha fornito un rifugio per una specie non autoctona di provenienza continentale; 


oggi è estremamente necessario porre molta attenzione e cautela per fare in modo che questa popolazione, salvata da un’antica traslocazione prima e da una quasi estinzione poi, possa essere gestita in maniera oculata senza causare problemi, a se stessa e ad altre specie veramente autoctone, anzi contribuendo a finanziare la conservazione della biodiversità della Sardegna.

 

 

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La fauna italiana vanta una biodiversità straordinaria, con specie uniche come il cervo sardo, simbolo di un patrimonio naturale di inestimabile valore. .

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Correlato Parte I 

 

Il contributo dei lucani per la nascita delle regioni. numero34 dicembre 2025 editore maurizio conte

 

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IL CONTRIBUTO DEI LUCANI PER LA NASCITA DELLE REGIONI.

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Giovanbattista Colangelo

Nelle elezioni del 2 e 3 giugno 1946 in Basilicata la monarchia conseguì il 59,39% dei voti, la repubblica il 40,61 %.Alla Costituente risultarono eletti Emilio Colombo, Mario Zotta (DC), Francesco Saverio Nitti, a cui subentrò Vito Reale (UDN), Aldo Enzo Pignatari (PSIUP) e Fausto Gullo, a cui subentrò Luigi De Filpo (PCI). L’Assemblea si insediò il 25 giugno 1946 e poco dopo iniziò la discussione sugli aspetti relativi alle autonomie locali.

 

Anche la stampa lucana si interessò della questione regionale e a settembre il settimanale Il Gazzettino riportò un’intervista al nittiano Reale, il quale alla domanda specifica: «crede lei On. alla necessità della regione lucana?» rispose che avrebbe sempre sostenuto l’autonomia per la Lucania.Nel frattempo, su Ricostruzione, quotidiano del Partito democratico del lavoro, Giovanni Persico propose la creazione di 16 regioni, immaginando di accorpare la provincia di Potenza alla Calabria e quella di Matera alla Puglia. Sia in Campania, sia in Puglia prendevano forma iniziative tendenti all’accorpamento di parte del territorio lucano. Il 20 ottobre il sindaco di Colobraro informò di aver ricevuto un telegramma dalla Provincia di Taranto per conoscere le intenzioni dell’ente ai fini dell’aggregazione alla regione ionica, ma il Comune si espresse per la Basilicata come regione integra.Anche a Salerno si pensò alla creazione di una nuova regione e furono fatti voti alla Costituente per l’istituzione della Regione Salernitana-Irpina-Lucana. 

 

A Potenza, nel corso del Consiglio comunale del 2 dicembre 1946,

Pignatari illustrò criticamente le iniziative messe in campo a Salerno e Taranto e dichiarò che come deputato si sarebbe impegnato contro ogni azione

 disgregatrice sollecitando il Consiglio ad approvare un ordine del giorno per riaffermare l’integrità territoriale lucana.

 

A seguire, il 18 dicembre, da Roma, Colombo invitò i Comuni ad approvare un ordine del giorno diretto al Capo dello Stato ed al Presidente dell’Assemblea costituente affinché «la Lucania venga riconosciuta come regione autonoma entro quei confini che la storia e le sue tradizioni le assegnano». Anche il Comune di Lagonegro (a guida Dc) intraprese una propria iniziativa per fare in modo che la Lucania fosse riconosciuta come regione e, con la delibera n. 9/1947,

 

il Consiglio fece appello «alla sana e forte popolazione della Lucania con la certezza di interpretarne le aspirazioni e i propositi».

 

Nelle settimane successive, la sollecitazione fu accolta dai Comuni di Carbone, Pescopagano, Rivello (a maggioranza Dc), ma anche a Viggianello, retta dai demolaburisti (realiani e ceraboniani), mentre ad Avigliano l’amministrazione guidata dal sindaco Pci Boemondo Colangelo si associò con la delibera di Giunta n. 33/1947. La formula proposta da Colombo fu accolta dai Comuni di Marsicovetere, Moliterno, Picerno (a guida demolaburista), Brienza, Castelluccio Superiore, Genzano di Lucania, (formazioni di sinistra), Pietrapertosa, Viggiano (Dc), Baragiano, Corleto Perticara, Grumento Nova, Palazzo San Gervasio e Rotonda. Altri deliberarono per la regione lucana adducendo motivazioni proprie: Oppido Lucano, Pietragalla (Dc), San Costantino Albanese, Venosa (a guida socialcomunista), invece Sant’Arcangelo (indipendente) si pronunciò per la Lucania e, in subordine, si espresse per la regione campano-lucana con capoluogo Napoli. Accanto all’attività dei deputati

 

si verificò un protagonismo delle municipalità che dal punto di vista politico, in maniera trasversale, palesò un’azione differente della “periferia” rispetto alle posizioni assunte da alcune forze politiche in ambito nazionale

 

ad esempio, i nittiani che erano contrari alle regioni.

Il 13 maggio 1947 le delibere di tutti i Comuni furono trasmesse all’Assemblea costituente, accompagnate da una lettera del Prefetto di Potenza Giuseppe Viriglio con la richiesta di «mantenere l’unità della Lucania con la costituzione della Regione Lucana». La discussione generale sulle regioni riprese a maggio 1947 e Zotta fu tra i primi ad intervenire. Egli si disse favorevole ai nuovi enti perché avrebbero rappresentato «centri vivi e fecondi di libertà, di attività, di propulsione».

Nei giorni seguenti,

 

Pignatari dichiarò di non essere aprioristicamente contrario all’ordinamento regionale, tuttavia, si domandò, «per noi del Mezzogiorno d’Italia il nuovo ordinamento regionale è un bene o un male?».

 

«Non credo possa essere un bene» – aggiunse – in quanto le problematiche erano tali da rendere necessaria una concezione unitaria, sia pur con un profondo decentramento amministrativo, e rimarcò la necessità di una perequazione dei bilanci delle future amministrazioni regionali in modo da metterle concretamente nelle condizioni di espletare le proprie funzioni.

 Il confronto proseguì e Nitti, fermamente contrario, dichiarò che avrebbe fatto ogni sforzo «contro questo fatale errore delle Regioni».

Nel corso della discussione sul potere legislativo da riconoscere ai nuovi enti, Zotta presentò un emendamento in cui propose che oltre ai limiti dei principi generali stabiliti con legge statale, la potestà legislativa fosse esercitata in armonia con gli interessi delle altre regioni. L’emendamento Zotta fu ritirato, ma il 3 luglio il Presidente della Commissione Meuccio Ruini dichiarò che «l’intendimento potrà essere soddisfatto» ed in effetti nella stesura definitiva dell’art. 117, primo comma Cost. (nel testo precedente alla riforma del 2001), fu previsto che “la Regione emana per le seguenti materie norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, sempreché le norme stesse non siano in contrasto con l’interesse nazionale e con quello di altre Regioni”. Zotta propose anche di assegnare alle regioni tributi propri e quote di tributi erariali prevedendo di ripartire l’introito complessivo in modo che le regioni meno fornite di mezzi potessero provvedere alle loro funzioni. Anche Pignatari fu primo firmatario di un altro emendamento in cui ipotizzò che lo Stato integrasse i bilanci delle regioni per le spese straordinarie dirette a favorire lo sviluppo ed eliminare lo stato di inferiorità nel quale si trovavano le regioni del Mezzogiorno.

 

Egli chiese, in particolare, che l’Assemblea costituente assumesse l’impegno solenne a venire incontro ai bisogni delle regioni del Sud, sottolineando che nel progetto della nuova Carta costituzionale non vi fosse una sola parola che impegnasse il legislatore ad affrontare il problema meridionale.

 

In sede di replica, Ruini osservò che rispetto alla questione sollevata da Pignatari, Zotta ed altri vi erano opinioni differenti; infatti, secondo alcuni sarebbe bastato un mero ordine del giorno, altri invece ritenevano doverosa l’aggiunta di un comma nell’articolo in discussione.

Ne seguì una proposta rispetto alla quale Pignatari, Zotta e gli altri rinunciarono ai propri emendamenti. Essa fu poi approvata e dette vita all’art. 119, terzo comma, Cost. (nella versione precedente alla riforma del 2001), secondo cui “Per provvedere a scopi determinati, e particolarmente per valorizzare il Mezzogiorno e le Isole, lo Stato assegna per legge a singole Regioni contributi speciali”.

 

L’apporto dei lucani alla redazione della Carta costituzionale proseguì

 

e il 17 luglio 1947 Nitti ipotizzò che per la formazione degli uffici regionali si facesse ricorso al personale dell’amministrazione statale nonché a quello degli altri enti locali e questo suo intendimento fu accolto nella formulazione dell’ultimo periodo dell’VIII disposizione transitoria e finale della Costituzione.

IL CORSARO GENTILUOMO CHE SALVO’ NAPOLI numero 34 dicembre 2025 ed. maurizio conte

 

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IL CORSARO GENTILUOMO CHE SALVO’ NAPOLI

 

 

Miguel Vaaz, Conte di Mola:
il corsaro gentiluomo che salvò Napoli dalla fame.Tra gli uomini che hanno fatto la Storia di Napoli, il più eclettico e sconosciuto è sicuramente Miguel Vaaz1.

Miguel era portoghese, nacque a Oporto nel 1553 da una famiglia di mercantimercanti ebrei convertiti al Cristianesimo da poche generazioni; suo zio paterno Benedetto era uno dei più importanti, ricchi e influenti operatori economici dell’Impero colonialedel Portogallo, ma era tenuto in somma stima anche dal Re di Spagna, tanto che quest’ultimo lo nominò suo consigliere durante la crisi dinastica portoghese, e prestò la sua opera presso la Corte di Madrid, dove morì nel 15802.
 

 

Miguel, come mercante e uomo di fiducia delle Istituzioni, seguì le orme dello zio, ma fu costretto a trasferirsi a Napoli per sfuggire all’Inquisizione spagnola.Proprio a Napoli cominciò la grande avventura di Miguel Vaaz,
 
che nel giro di pochi anni, grazie al suo fiuto per gli affari, alla sua intelligenza e ai suoi strettissimi legami con la Corte, riuscì a creare un impero commerciale, con numerose navi che solcavano il Mediterraneo portando ogni genere di merce di porto in porto, e sfidavano i nemici della Corona spagnola (specialmente Veneziani e Genovesi); ma soprattutto non di rado egli stesso equipaggiò le proprie galee per la corsareria, cosicché con cannoni e uomini armati predavano porti islamici, imprigionavano gli infedeli e facevano bottino di navi, merci e oro dei nemici, per conto del Re di Spagna.Miguel Vaaz non fu solo un abilissimo mercante, ma anche un grande uomo di Stato: dapprima incaricato di vari “servicios” direttamente dal Re che lo remunerava adeguatamente, fu successivamente Consigliere del Consiglio Collaterale, fino ad essere considerato dal Viceré Conte di Lemos come “il principale strumento” delle sue azioni politiche,

 

Si pensi solo che Miguel risanò le finanze del Regno ristrutturandone il debito, ed andandoci personalmente a perdere 3000 ducati direndita l’anno,.

 

dal momento che egli stesso deteneva parte del debito pubblico del Regno di Napoli, attirandosi così l’inimicizia se non l’odio di altri potenti creditori pubblici, ma guadagnandosi la riconoscenza del Re.
In Economia fu un antesignano: anticipando il concetto di bilancia commerciale, aveva intuito l’importanza delle esportazioni per far affluire oro nelle casse dello Stato, svalutando al contempo la reale utilità dell’abusato divieto di esportazione clandestina di metalli preziosi dal territorio del Regno, divieto che si rivelava sistematicamente violabile e violato.

 

Investì la gran parte dei propri guadagni nell’acquisto di feudi coltivati a grano, quasi tutti in Puglia:

 

in poco più di venti anni comprò i paesi di Rutigliano, Sannicandro, Bellosguardo, Mola, San Donato, Casamassima e San Michele, nonché la Portolania di Aversa e quella di Bari, così divenendo uno dei più influenti feudatari del Regno, ed in più nel 1613 ottenne il titolo di primo Conte di Mola, quale supremo coronamento delle proprie imprese.
Fu anche un grande benefattore dei profughi: per una colonia di Slavi in fuga, fondò sulle proprie terre e a proprie spese “Casa Vaaz”, odierna Sammichele di Bari, attribuendo ad ogni nucleo familiare casa, orto e stalla.
Ma l’impresa che gli valse l’immortalità fu quella che egli compì nel 1607: grazie ad una diramatissima rete di informatori sparsi per tutto il Regno, venne a sapere che quell’anno il raccolto avrebbe dato “più paglia che grano”, con la gravissima conseguenza di non poter sfamare la più popolosa città dell’epoca e tutto il Sud Italia per almeno un anno e mezzo, cosa che significava automaticamente disperazione, rivoluzioni e la perdita del Regno di Napoli da parte del Re di Spagna.
Per scongiurare questa débacle del suo Re, della classe dirigente per cui lavorava e di cui faceva parte, e per tutelare i propri interessi economici, c’era una sola cosa da fare: salvare Napoli dalla fame!

 

E fu così che, informato il Viceré del pericolo, costui lo incaricò, e quasi lo implorò,

 di mandare le sue navi in giro per il Mediterraneo, e anche oltre, a fare incetta di grano, assicurandolo contemporaneamente che le casse pubbliche glielo

 avrebbero pagato quanto egli avrebbe desiderato, senza badare a spese.


Era il giorno di San Gennaro del 1607 quando i depositi di grano erano praticamente esauriti, e già si pensava al peggio, allorché all’orizzonte spuntarono finalmente le vele rosse delle 23 navi di Miguel Vaaz, segnale convenuto per comunicare la buona riuscita dell’impresa, e tutti poterono tirare un meritatissimo sospiro di sollievo, mentre Miguel sorrideva soddisfatto.

 

Ora poteva arricchirsi più smisuratamente di prima,


vendendo a caro prezzo quel grano che valeva oro, ma la sua lungimiranza fece sì che egli, invece di specularvi, egli chiese per quel grano, tanto desiderato, poco più del prezzo di mercato dell’anno precedente.
Nel resto d’Italia il grano quell’anno venne venduto alla spropositata cifra di sei ducati il tomolo (circa 300 euro per 50 chili), mentre Miguel si accontentò di appena 22 carlini, e addirittura, “essendone venuti alcuni [grani] malconci, li fece seppellire nelle onde, facendo stima più degli onori e della sua coscienza che di 20.000 ducati” , e meritandosi così la gratitudine di tutti, specialmente del Vicerè.
Nel 1622 la sua vita terrena volgeva alla fine e, dopo aver sofferto terribilmente per la perdita dell’adorata moglie Anna l’anno precedente,

 

egli volle lasciare un profondo segno anche nella vita religiosa e artistica della Città di Napoli che lo aveva reso grande, e alla quale dopotutto si era anche affezionato:


con una spesa di almeno 20.000 ducati per la costruzione, e di almeno 9.000 per l’arredo, e altri di rendita, firmò l’atto di fondazione della nuova chiesa dell’Ascensione a Chiaia, che volle dedicare a San Michele Arcangelo, Sant’Anna e San Pietro Celestino, dove Cosimo Fanzago poté lavorare finalmente dalle fondamenta, e che tutt’oggi conserva due magnifiche tele di Luca Giordano ed altri capolavori.
Miguel Vaaz morì a Napoli, nel Borgo di Chiaia, il 21 settembre 1623, senza lasciare figli,  istituendo eredi della propria fortuna e del proprio Titolo i nipoti Simone Vaaz, secondo Conte di Mola, e Fiorenza Vaaz, prima Duchessa di Bellosguardo.

 

 

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Giovanni Chianese

 

LA FESTA PIU’ FAMOSA DEL XX SECOLO – IL BALLO SERRA DI CASSANO numero 34 luglio agosto 2025 ed. maurizio conte

 

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LA FESTA PIU’ FAMOSA DEL XX SECOLO – IL BALLO SERRA DI CASSANO

Napoli 3 settembre 1960. Sono trascorsi sessantacinque anni dal ballo più celebre del XX secolo: il Ballo Serra di Cassano altrimenti ribattezzato dalla stampa il Ballo dei Re per l’ampia partecipazione di teste coronate da tutt’Europa.

In un’Italia martoriata dalla guerra, con i segni dei bombardamenti ancora cicatrici ben visibili sui volti delle città e, soprattutto, su Napoli, la realizzazione di

un ballo per oltre mille persone scelte tra i principali esponenti dell’aristocrazia e del jet set mondiale mandò in visibilio la stampa e fece sognare un paese intero.

 

 

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L’arrivo nel golfo partenopeo di Re e Regine, Principi e Principesse, Marajah indiani ricoperti di gioielli, milionari americani, qualche lady inglese e il Gotha dell’aristocrazia europea accanto a qualche Granduca russo rappresentò il rilancio su scala mondiale non solo di una città, Napoli, ma di tutta l’Italia, divenuto palcoscenico di un evento mediatico senza precedenti.
Perché sì, il Ballo Serra di Cassano fu, prim’ancora che un’occasione meramente mondana e fine a sé stessa,

 

una mossa altamente mediatica voluta anche dalla politica e dall’organizzazione delle Olimpiadi del ’60, coinvolgendo le due famiglie protagoniste dell’evento: da un lato i nobilissimi Serra di Cassano d’altro i ricchissimi Parodi Delfino.

 

Da un lato, quindi, una delle storiche famiglie aristocratiche napoletane divenuta ‘pop’ dopo la triste esecuzione del suo antenato e la celebre chiusura perpetua del portone principale del palazzo su Via Egiziaca, dall’altro una ricchissima famiglia di industriali milanese.
Ma cosa rese Napoli e il Ballo Serra di Cassano capace di divenire rapidamente il Ballo più famoso del XX secolo, surclassando così il ‘Bal Oriental’ dato a Venezia nel 1951 da Charles de Beistegui e il ‘Balck and White Ball’ di Truman Capote nel 1966 a New York?

 

La risposta non può che essere una sola: la spettacolare lista di invitati!


Tra gli ospiti degni di nota, ricordiamo: Juan Carlos, futuro Re di Spagna, il Re e la Regina di Grecia assieme alle figlie Sofia, futura Regina di Spagna, e Irene, l’Aga Khan, Beatrice d’Olanda, la Principesse di Svezia, la Contessa Jacqueline De Ribes, icona assoluta della moda francese, Aristotele Onassis assieme a Maria Callas, Gianni e Marella Agnelli, il regista Luchino Visconti di Modrone, la giornalista statunitense Elsa Maxwell, la Contessa Consuelo Crespi, gli editori Rizzoli, lo stilista Emilio Pucci di Barsento, il finanziere Paul-Louis Weiller, e membri delle più antiche famiglie italiana.

 

In un unicum senza precedenti a brindare a champagne sotto le volte affrescate di Palazzo Serra si ritrovarono così i rappresentanti della più vecchia aristocrazia italiana come i Colonna, i Barberini, i Pignatelli, i Caracciolo e gli Odescalchi, “shakerati” assieme ad alcuni tra gli uomini più ricchi del paese se non del mondo, come Aristotele Onassis che, pare, sino alla mattina stessa non era stato invitato e cercò in ogni modo di accaparrarsi un invito per lui e la Callas.


Assente giustificata al Ballo S.A.R. la Principessa Maria Gabriella di Savoia che ha rinunciato all’evento mondano per presenziare a un’udienza con S.S. Papa Giovanni XIII e i Principi di Liegi Alberto e Paola del Belgio costretti in patria dalla pressante crisi del Congo. Molto meno giustificata l’assenza del Duca e della Duchessa di Windsor che, invece, avrebbero voluto partecipare ma sono stati trattenuti dal farlo per evitare imbarazzi dopo che anni prima durante una crociera sul “Sylvia”, il panfilo Serra di Cassano, vi era stato qualche atrito tra le due Duchesse.
Assenti anche i Grimaldi di Monaco perché costretti a desistere dalla partecipazione al ballo dopo che alla Principessa Grace sono state riferite alcune parole della Regina Federica di Grecia secondo cui ella non avrebbe avuto piacere a incontrarsi con un’attrice che giocava a interpretare il ruolo della regina e anche per evitare di incontrare Lady Norah Docker l’unica donna nella storia ad essere bandita dal Principato di Monaco per venticinque anni per aver strappato davanti a tutti una bandiera di carta pesta!

 

Per il Ballo, che richiese svariati mesi di preparativi, il Duca Francesco e la Duchessa Elena Serra di Cassano non badarono di certo a spese ingaggiando Roland Terenzio, già scenografo caro a Luchino Visconti, per la creazione di tutte le composizioni floreali che ornarono lo scalone monumentale e l’imponente buffet, mentre la scelta musicale dei valzer che avrebbero aperto le danze venne affidata niente poco di meno che a Herbert von Karajan, uno dei direttori d’orchestra più famosi di tutti i tempi!


Sfarzo, lusso e opulenza regnarono sovrani quella notte per i mille fortunatissimi ospiti che, dalle 23 sino all’alba, videro un avvicendarsi continuo di camerieri in polpe servire senza mai fermarsi centinaia di aragoste, di composizioni al caviale, di porchette e di dolci accanto a fiumi inesauribili di Moët&Chandon scatenando così l’indomani la fantasia dei cronisti de ‘Il Mattino’, ‘L’Espresso’, ‘Roma’, ’Lo Specchio’ e, con i loro scritti l’immaginazione dell’Italia intera.

 

“[…] Perché sì, è vero […]” – come ebbe modo di confidarmi una strepitosa Baronessa Afdera Franchetti, già moglie dell’attore di Hollywood Henry Fonda – “[…] l’alta società non sarebbe mai più stata tanto seducente come allora”.

 

 

 

 

LE MADONNE LIGNEE DEL MUSEO NAZIONALE D’ABRUZZO gemme del sud numero 33 luglio agosto 2025

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LE MADONNE LIGNEE  DEL MUSEO NAZIONALE D’ABRUZZO

 

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L’Aquila

 

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Il MUnDA de L’Aquila conserva una ricca e preziosa collezione di sculture lignee e tavole dipinte di soggetto mariano che testimoniano la presenza in terra abruzzese, durante il Medioevo, di una vivace produzione iconografica della Vergine rappresentata in trono con Gesù Bambino benedicente, sedes sapientiae, come regina coronata e lactans.

Queste opere furono eseguite da abili intagliatori e pittori che diedero vita 

ad una peculiare creazione artistica, che mescolava tradizioni locali 

ad influenze provenienti dall’esterno.


Solenni e sacrali le sculture dalle influenze romanico-bizantine, come la Madonna di Lettopalena e la Madonna delle Concanelle, slanciate ed aggraziate quelle trecentesche espressione della nuova arte gotica, come la Madonna di Fossa e la Madonna di San Silvestro. Tra le icone si possono ammirare la Madonna “de Ambro”, la Madonna di Sivignano e la Madonna del latte di Montereale. 

 

Vestite con abiti e mantelli dipinti dai colori vivaci, riproducenti minute decorazioni e raffinati broccati, con il capo ornato da corone di gemme, con o senza attributi iconografici, nei casi più fortunati recano iscrizioni con la data di produzione e la firma dei loro esecutori.    

 

Rappresentate in posizioni ieratiche e stereotipate, con volti dai tratti gentili, enigmatici ed assorti, queste Madonne restano la testimonianza di un’arte abruzzese autonoma e di un radicato culto popolare verso la Madre di Dio.

 

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 Foto di Paola Ceretta

 

CASERTAVECCHIA Gemme del Sud numero 33 luglio agosto 2025 Editore Maurizio Conte

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CASERTAVECCHIA

 

Gemme del Sud

Caserta

 

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Il borgo medievale di Casertavecchia, il cui toponimo deriva dal latino Casa Hirta, sorge sulla sommità del monte Virgo – nella catena dei monti Tifatini – a circa 400 metri di altezza, ha probabili origini longobarde ed una storia secolare. Considerato come il vero centro storico di Caserta da cui dista circa 10 chilometri, conserva importanti monumenti civili e religiosi, a partire dal castello costruito nella seconda metà del IX secolo come residenza privata fortificata che divenne, sotto i Normanni e gli Svevi, una vera e propria struttura difensiva circondata da un fossato. La fortezza continuò ad essere abitata in età angioina, fu dominio aragonese e successivamente borbonico. Oltre alla seicentesca Cappella di San Rocco e alla piccola chiesa gotica dell’Annunziata, datata alla fine del XIII secolo, 

vi è il Duomo dedicato a San Michele Arcangelo risalente al XII secolo, 

significativo esempio, nel meridione d’Italia, di un’arte romanica 

caratterizzata da soluzioni architettoniche e stilistiche 

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eSede vescovile fino alla prima metà dell’800, al suo interno, tra tombe monumentali ed il bel pulpito degli inizi del Seicento, restano tracce degli affreschi che originariamente decorava­­no le pareti, come quello di scuola senese del 1300 raffigurante la Vergine col Bambino. La lenta decadenza di questo centro, con il progressivo spostamento della popolazione in pianura a partire dal XVI secolo, a vantaggio della città nuova,­­ non ha impedito a Casertavecchia di mantenersi viva grazie alla presenza di un costante turismo culturale. Qui Pasolini ambientò alcune scene del suo film Decameron del 1971, tratto dalla omonima opera di Giovanni Boccaccio.

 

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 Foto da DEPOSITPHOTOS

 

IL CERVO SARDO. UN’ECCELLENZA ITALIANA di Giuliano Milana numero 33 luglio agosto 2025 editore maurizio conte

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IL CERVO SARDO. UN’ECCELLENZA ITALIANA

 

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Questo animale, con la sua eleganza e maestosità, rappresenta un’eccellenza italiana, testimonianza di una natura selvaggia e incontaminata che merita di essere conservata e valorizzata.

Nel suo libro L’ultimo cervo, Augusto Murgia scriveva:

 

«[…] l’ultimo l’abbiamo ucciso nel ‘38, Congera Piga ed io; esattamente quel giovedì…».[…] «Turchineddu» nel suo inconfondibile latrato, annuncia che la bestia c’è. Non si tratta di cinghiale, che il suo abbaiare sarebbe ben più rabbioso; e neppure di muflone, perché i suoi guaiti sarebbero molto più staccati, in quanto la velocità delle bestie lo impegnerebbe troppo. Evidentemente il cagnetto abbaia ad un animale fermo e col quale deve avere poca familiarità, a giudicare dai suoi ululati sordi e nervosi. 

[…] Ed ecco che un secco «colpo» di polvere «bianca» rintrona nell’aria, diffondendo nel bosco una sinistra eco di morte e nel cuore dei battitori la speranza di un buon bottino. 

Ma Turchineddu, dopo aver taciuto per un po’, si riode dalla svolta di una collina e pare che la sua voce venga da una zona fuori battuta. […] Ma un boato cupo e prolungato di polvere «nera» si ode in quel mentre a ridare a tutti la fiducia perduta. Non v’era dubbio: zio Loriga aveva chiuso la partita!

 

Così il Cervo sardo scompariva dai monti della Barbagia e, probabilmente, da molte altre aree della Sardegna. Negli anni ’50 e ’60 del ‘900 infatti, sull’isola, la popolazione di questo ungulato toccò i minimi storici, ne sopravvivevano circa 200, mentre in Corsica, nel 1969, la specie veniva dichiarata definitivamente estinta.   

 

Ma qual è la storia di questa specie (o sottospecie) e quali sono le sue vere origini? Descritto originariamente come un endemita sardo/corso (Cervus corsicanus) successivamente viene “declassato” a sottospecie del cervo europeo (C. e. corsicanus). 

Da allora il Cervo sardo è stato quindi considerato come un taxon introdotto in “tempi storici” (parautoctono), sia in Sardegna che in Corsica, presumibilmente già dall’inizio del Neolitico circa 8000 anni fa.

 

Il suo arrivo sulle due isole verrebbe giustificato dall’interesse che, da sempre, 

questa specie carismatica ed iconica ha suscitato nell’uomo, 

sia dal punto di vista strettamente utilitaristico, 

sia dal punto di vista sacro-rituale.


Va anche sottolineato come non sia l’unica specie ad aver vissuto queste vicissitudini. Di fatto tutta la mammalofauna terrestre attualmente presente in Sardegna è frutto di introduzioni in tempi storici. In merito all’origine dei cervi le teorie, nel corso del tempo, sono state diverse ma, recentemente, grazie a studi di genetica (mtDNA) condotti su campioni di tessuti subfossili comparati con campioni attuali, si è giunti a nuove ed importati conclusioni. I risultati delle indagini molecolari stabiliscono che C. e. corsicanus era, con molta probabilità, originariamente presente nella penisola italiana. Questo dimostra quindi che esistevano due popolazioni di cervi autoctone e geneticamente distinte nell’Italia continentale: una che abitava la regione settentrionale, il cervo della Mesola (C. e. italicus), l’altra la regione centro-meridionale, per l’appunto C. e.
corsicanus

Cervo di taglia più piccola rispetto ai “continentali”, con un’altezza alla spalla di 75–90 cm per le femmine e 80-110 cm per maschi; di aspetto robusto e con gambe più corte; mediamente la lunghezza è di 175-185 cm per i maschi e 160 cm per le femmine, mentre il peso degli adulti va dai 70/80 kg nelle femmine ai 105-120 kg nei maschi.

Sebbene i cervidi possano cambiare le loro dimensioni corporee rapidamente 

come risposta all’insularità, confrontando le antiche rappresentazioni 

dell’arte sarda si intuisce che tali caratteristiche morfologiche 

erano già presenti durante l’età del bronzo.

 

I palchi sono più piccoli rispetto a Cervus elaphus, sono lunghi mediamente 65 cm e pesano circa 550 g nei maschi adulti. Le stanghe hanno in genere solo 3 punte, sebbene siano noti palchi con 12 punte, lunghi fino a 77 cm e con un peso di 1,1 Kg; le ramificazioni risultano più semplici, si hanno generalmente 4 o 6 punte contro le 16 – 24 del cervo europeo. L’ago e la corona sono generalmente assenti, mentre la parte terminale della stanga presenta una formazione allargata e tendente ad appiattirsi, fino a conferire una forma finale a forcella. Altra peculiarità che caratterizza la specie è il manto scuro, soprattutto durante l’inverno. Il Cervo sardo è dai più considerato una sottospecie del cervo nobile, ma diversi tassonomi seguono la revisione di Groves e Grubb del 2011 che ritiene più idoneo considerarlo una specie a se stante.   

 

Quali sono state le cause che hanno portato alla rarefazione della specie sulle due isole? 

I motivi del declino sono da ricondursi principalmente alla drastica diminuzione delle aree forestali, alla frammentazione del territorio, all’aumento del numero degli incendi, ad una caccia non pianificata ed alla competizione nell’utilizzo delle risorse naturali con l’agricoltura e l’allevamento. Alla fine degli anni Sessanta fu quindi inserito nella Lista rossa IUCN

 

L’estinzione della specie dalla Corsica risvegliò le coscienze e, per merito 

di campagne di conservazione portate avanti dall’Ente Foreste Sardegna 

(oggi Forestas) e dal WWF, la popolazione isolana 

tornò a crescere costantemente


Nel 2015 venivano stimati oltre 8000 individui, saliti nel 2018 (ultimo dato attualmente disponibile) ad un numero compreso tra i 10.000 e gli 11.000 individui. Successivamente, grazie ad individui provenienti dalla Sardegna, i cervi sono tornati anche in Corsica. Attualmente, proprio in virtù degli sforzi fatti e del nuovo contesto ambientale, favorevole agli ungulati, venutosi a creare, le popolazioni presenti sulle due isole sono in costante crescita ma, nei fatti, non è stato stabilito o teorizzato alcun limite massimo a tale crescita. 

 

(Continua)

 

 

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La fauna italiana vanta una biodiversità straordinaria, con specie uniche come il cervo sardo, simbolo di un patrimonio naturale di inestimabile valore. .

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Orso bruno marsicano e Parco Nazionale d’Abruzzo di Spartaco Gippoliti numero 33 luglio agosto 2025 editore maurizio conte

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ORSO BRUNO MARSICANO E PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO

 

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Pochi sanno che la prima area protetta inaugurata in Italia, precisamente il 9 settembre 1922, fu un parco appenninico che nacque per iniziativa privata (Parco Nazionale d’Abruzzo) e fu riconosciuto dal Governo con Decreto dell’11 gennaio 1923. 

Pochi sanno che la prima area protetta inaugurata in Italia, precisamente il 9 settembre 1922, fu un parco appenninico che nacque per iniziativa privata (Parco Nazionale d’Abruzzo) e fu riconosciuto dal Governo con Decreto dell’11 gennaio 1923. Dietro questa pionieristica iniziativa troviamo l’ingegnere Erminio Sipari (1879-1968), nipote e cugino di due illustri senatori, il marchese Raffaele Cappelli ed il filosofo Benedetto Croce, ed egli stesso eletto alla Camera tra il 1913 e il 1929. Il provvedimento di tutela si rendeva estremamente urgente soprattutto per la salvezza dell’orso bruno appenninico.   
 
Tra il 1899 ed il 1912 l’area dell’Alta Val di Sangro aveva ricevuto una concreta protezione come riserva di caccia reale, ma decaduta tale tutela per gli alti costi che i Savoia avevano dovuto sostenere, e terminato il Primo Conflitto Mondiale, l’area era divenuta facilmente accessibile a cacciatori di Roma e Napoli. Mentre per l’altra perla zoologica dell’area, il camoscio d’Abruzzo Rupicapra ornata, anche sulla spinta del Senatore e Professore Lorenzo Camerano, il provvedimento di tutela legislativo era arrivato già nel gennaio 1913, per l’orso, potenziale predatore, ciò non era stato possibile.    
 
Lasciatemi introdurre a questo 

punto il ‘papà’ dell’orso marsicano; il medico e naturalista molisano 

Giuseppe Altobello (1869-1931), grande intellettuale 

studioso della natura e della cultura regionale

 
A Campobasso Altobello dà alle stampe il suo Fauna dell’Abruzzo e del Molise dove, nel 1921, descrive l’orso appenninico come una nuova sottospecie: Ursus arctos marsicanus. A questo punto la necessità di misure efficaci di protezione si fanno ancora più pressanti!    
Sipari ha le idee molto chiare. Occorre realizzare un parco nazionale che salvi i due gioielli naturalistici (camoscio e orso), permetta un razionale utilizzo delle risorse naturali (i pascoli ed i boschi) e avvii lo sviluppo turistico della regione

Sipari sta di fatto proponendo un nuovo modello di area protetta 

che gli costerà non poche critiche (per esempio dal Touring Club Italiano), 

ma che lo renderà di fatto un precursore dell’attuale visione 

del tema in Italia e non solo.

 

Non è qui il caso di ripercorrere la secolare e complessa storia del Parco ed il suo ruolo di traino del movimento conservazionistico italiano sotto la direzione di Franco Tassi.   

 

Ma cosa ne è dell’orso marsicano oggi? 

Mentre negli orsi riportati sulle Alpi trentine si assiste ad una spettacolare crescita demografica, fonte anche di non poche problematiche sociali, sugli Appennini il contingente sembra rimanere stabile. Il nuovo secolo ha prodotto nuove evidenze scientifiche a supporto dell’unicità del nostro orso marsicano che si caratterizza, tra l’altro, per l’estrema inoffensività nei confronti dell’uomo. 

È questo un fattore non secondario nella speciale relazione che lega gli abitanti del Parco con l’orso. Già nel 1962 l’allora direttore Francesco Saltarelli scriveva: “Quali dunque, i rapporti fra l’uomo e l’orso nel Parco d’Abruzzo? Non crediamo di essere evasivi se affermiamo che si può parlare di ottimi rapporti di coesistenza (mai l’orso ha assalito l’uomo), se non proprio di convivenza…”. Per questo, 

 

da oltre un decennio, la Società Italiana per la Storia della Fauna 

ha lanciato un appello per moltiplicare gli sforzi di tutela

di questo orso così particolare.

 
Ma cosa ne è dell’orso marsicano oggi?
Oltre che richiamando l’attenzione sulla carenza di risorse alimentari che affligge l’orso dopo l’abbandono di agricoltura e pastorizia, la Società ha proposto la costituzione di una ‘banca del germoplasma’ per la rara sottospecie di cui oggi si pensa non esistano più di 10 femmine adulte e la popolazione totale si aggiri sui 55 individui. Con tali bassi numeri, la perdita di variabilità genetica è altamente probabile e per la futura conservazione dell’orso sarebbe importante potere contare sul materiale genetico di orsi morti magari un decennio fa. Finora troppo poco si è fatto in questa direzione ma, come abbiamo detto, ragioni scientifiche ed economiche coincidono nel richiedere la conservazione di un esperimento evolutivo unico che ha avuto come teatro i nostri Appennini meridionali. 

 

 

 

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Bibliografia

SPARTACO GIPPOLITI

Arnone Sipari L., Guacci C. (a cura) 2019. Origini e primi anni di vita del Parco Nazionale d’Abruzzo nella “Relazione Sipari” del 1926. Palladino Editore, Campobasso.

Gippoliti S., Guacci C. 2017. Il Mammifero italiano più minacciato: l’orso marsicano. Un approccio interdisciplinare per la sua conservazione. Natura e Montagna, 64: 29-35.

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Tex Willer abitava in Sardegna di Gloria Salazar numero 33 luglio agosto 2025 editore maurizio conte

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TEX WILLER ABITAVA IN SARDEGNA

 

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Questo “lontano ovest” è il Sulcis Iglesiente, subregione sarda che è la propaggine occidentale della Nazione più distante dallo Stivale..

È una parte dell’isola non di passaggio, dove non si capita per caso.


Una Sardegna “segreta” che, sebbene sia dotata di immense e magnifiche spiagge sabbiose, è rimasta fuori dalle rotte balneari sarde e quindi al riparo dal turismo di massa. 

 

Fulco Pratesi molti anni fa nella sua Guida alla natura della Sardegna definì la costa iglesiente “forse la più bella delle seppur bellissime coste italiane”. 

 

Fortunatamente questa considerazione, malgrado sia passato mezzo secolo, può essere valida, ed a maggior ragione, ancora ai giorni nostri. 

 

L’isolamento ha fatto sì, infatti, che al contrario di molte altre splendide aree costiere, sia sarde che peninsulari, questo tratto di territorio sia stato totalmente preservato dalla speculazione edilizia e sia tuttora 

 

uno dei luoghi naturalisticamente intatti, più estesi e spettacolari del nostro Paese. 

Un “paradiso terrestre”, come lo videro e descrissero alla fine del XIX secolo 

D’Annunzio e Scarfoglio

 

in un articolo a doppia firma apparso sulla rivista Cronaca bizantina.  

 

È stato l’illustratore Aurelio Galleppini (in arte Galep) a creare un legame ideale tra il Sud Ovest degli Stati Uniti ed il Sud Ovest della Sardegna.  

 

Galleppini, che apparteneva ad una famiglia originaria della zona e quindi la conosceva bene, se ne avvalse, e non a caso, come fonte di ispirazione per creare l’ambientazione texana di uno dei fumetti italiani più famosi e longevi: Tex Willer. 

 

L’inviolato paesaggio iglesiente con la varietà dei suoi panorami infatti ben si presta: addentrandosi nell’interno lo sguardo vaga a perdita d’occhio su distese disabitate ed incontaminate.

 

Praterie e montagne, guglie rocciose, profondi canyon, brulli altipiani colonizzati dalla macchia mediterranea, strade sterrate, piccoli deserti e altissime dune sabbiose 

che appaiono all’improvviso in mezzo a foreste di sughere e pinete. 


Un continuo e mutevole susseguirsi di vedute da Old Wild West, e non mancano i fichi d’india. 

 

D’altronde anche il paese di San Salvatore di Sinis, più a nord, nell’oristanese, fu scelto negli anni ‘60 come set di uno “spaghetti western” – Giarrettiera Colt – amato perfino da Quentin Tarantino. 

 

Oggi questi contesti ricordano ancor più ciò che nell’immaginario collettivo è il “West” cinematografico, per i resti dei siti minerari di quello che fino a pochi anni fa fu uno dei poli estrattivi più vasti ed importanti d’Italia. Un’altra analogia con l’America Nord-occidentale, che negli stessi anni del XIX secolo visse l’epopea della “corsa all’oro”. 

 

Le miniere del Sulcis Iglesiente attualmente fruibili, e spesso trasformate in complessi museali, sono innumerevoli ed assicurano scorci sempre diversi e sorprendenti; come lo scenografico Porto Flavia, un approdo minerario “sospeso nel vuoto”, a metà di un costone strapiombante sul mare. Località che fanno parte del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, di grande interesse per gli appassionati di archeologia industriale, speleologia (nell’area mineraria di San Giovanni si trova la grotta di Santa Barbara, la più antica d’Italia) e non solo; con scenari che evocano, appunto, atmosfere pionieristiche.  

 

Lungo la statale 130 che da Iglesias porta al mare, una montagna di terra rossa, residuo di una delle tante miniere dismesse del circondario, la miniera di Monteponi, fa pensare all’Arizona. Suggestioni da Mezzogiorno di fuoco sono anche quelle offerte dal villaggio minerario Asproni, un piccolo e sperduto borgo “fantasma”, come se ne incontrano vari nei dintorni. 

 

Sembra un 

 

deserto da film western, poco più a settentrione nel Medio Campidano, 

quello in cui si trovano i ruderi delle suggestive architetture minerarie 

di Ingurtosu e Piscinas, immerse in un silenzio irreale, 


dove ci si imbatte in antichi carrelli ferroviari di carico abbandonati nella sabbia sollevata dal vento. 

 

Visioni, queste, che trasportano il visitatore in una dimensione onirica, ma che invece è reale, e senza bisogno di andare oltreoceano. È il nostro Far West. Ed in più sullo sfondo c’è il mare.

 

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e precisamente in Sardegna, che è geograficamente, ma non solo, il nostro “Far West”. 

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 Foto di Gloria Salazar