GENNARO SERRA DI CASSANO MARTIRE E PATRIOTA di Fernando Popoli – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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GENNARO SERRA DI CASSANO MARTIRE E PATRIOTA

 

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figlio del duca Luigi e di Giulia Carafa di Roccella, di nobilissima origine, che ai privilegi, ai lussi ed alla vita comoda della nobiltà preferì la lotta per l’affermazione dei principi democratici e dell’eguaglianza dei popoli, pagando con il sangue la sua scelta.

 

Studiò insieme al fratello Giuseppe in Francia, nel collegio di Sorèze, 

durante gli avvenimenti rivoluzionari e ne acquisì lo spirito repubblicano 

condividendo il motto “Liberté, Égalité, Fraternité”, che influenzò 

tutta la sua breve vita sino alla morte.

 

Aderì sul nascere alla “Società Patriottica” insieme ai primi giacobini napoletani, alcuni di origine massonica: Eleonora Fonseca Pimentel, insigne letterata e giornalista, la nobile Luisa Sanfelice, il duca Ettore Carafa, l’avvocato Nicola Fasulo, l’imprenditore della seta Domenico Piatti, l’ufficiale di Marina Giambattista de Simone, il dottor Pasquale Baffi e Filippo de Marini, marchese di Genzano. All’inizio la loro attività libertaria fu quasi tollerata dalla regina Maria Carolina, moglie del re Borbone Ferdinando IV, che vedeva nel loro agire la meta di una monarchia costituzionale, ma poi, in seguito agli avvenimenti di Francia, la sovrana mutò radicalmente il suo atteggiamento, scatenando una feroce e viscerale repressione.

 

A Parigi regnava il terrore e iniziò a lavorare alacremente la ghigliottina. 

Il 21 gennaio fu mozzata la testa del re Luigi XVI 

 

davanti ad una folla festante. Il boia Charles Henry Sanson vendette poi all’asta il suo copricapo, ciocche di capelli e frammenti del cappotto. La folla ne godette. Il 16 ottobre toccò a Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina, prematuramente invecchiata dalla paura, con il viso pieno di rughe e i capelli imbiancati. Il suo carnefice, Henry Sanson junior, mostrò la testa mozzata in segno di trionfo, col sangue che gocciolava sul tavolato della forca. La folla fu entusiasta.

La morte violenta della sorella terrorizzò Maria Carolina che vedeva nemici dappertutto, non dormiva più nello stesso letto 

e faceva assaggiare il cibo ai servitori.

 

Scrisse su una stampa dell’esecuzione pervenuta da Parigi: “Perseguirò la mia vendetta sino alla morte”. Perquisizioni, pedinamenti, retate. I servizi segreti lavoravano quotidianamente e riferivano ai sovrani di cene patriottiche, di cospirazioni misteriose, di piani eversivi tra i cosiddetti “idealisti”, che si battevano in nome della “filosofia” e della “virtù”. La reazione dei Borboni diventò atroce, selvaggia, spietata. Il 18 ottobre del 1794, a mo’ di esempio, salirono sul patibolo al Largo Castello tre ragazzi meridionali: Emmanuele de Deo, Vincenzo Galiani e Vincenzo Vitaliani, primi martiri innocenti della libertà.

 

La frattura tra il re, la regina e i libertari napoletani si allargò a dismisura 

e i giacobini Francesco e Gennaro Serra di Cassano, sentitisi in pericolo, 

agivano in segreto, preparando l’arrivo dei francesi.

 

I genitori, il duca Luigi e sua moglie Giulia Carafa di Roccella, condividevano le loro scelte, ma temevano per la sorte dei figli. Giuseppe Serra di Cassano venne arrestato e condotto in carcere, con lui anche Eleonora Fonseca Pimentel. Gennaro si salvò miracolosamente. 

 

Intanto i fatti precipitarono, Il generale francese Jean Étienne Championnet avanzava con le sue truppe verso la capitale, al suo seguito molti giacobini, Ettore Carafa, Carlo Lauberg, Vincenzo Russo e altri che erano esuli. L’ammiraglio Orazio Nelson era alla rada con la sua flotta. L’esercito borbonico marciò verso Roma. All’inizio sembrò una guerra facile, poi scattò la controffensiva dei francesi e Championnet li travolse sbaragliandoli. Il re, attraverso percorsi segreti, lasciò la Reggia, s’imbarcò sulla nave ammiraglia di Nelson e puntò su Palermo.   

 

Nel Regno, due delegati cercarono di controllare la piazza inutilmente. Da un lato i Lazzari che erano filo monarchici, dall’altro i giacobini che lavoravano per favorire la vittoria dei francesi. L’anarchia era al massimo, 

 

i Lazzari presero il sopravvento, ma si sentirono traditi dalla fuga del Re. 

Bruciarono le forche fatte issare dal Borbone e liberarono i prigionieri. 

Giuseppe Serra di Cassano ed Eleonora Pimentel tornarono liberi.

I Lazzari non parteggiavano per i francesi che si preparavano a combattere, ma non obbedivano ai delegati del re. Gennaro lavorava assiduamente con tutti gli altri giacobini per la battaglia decisiva, l’armata di Championnet era vicina. Si impadronirono di Forte Sant’Elmo; un gruppo di donne vestite da uomo, capeggiate da donna Eleonora Pimentel, si unirono a loro e nel cortile del Forte fu piantato l’Albero della Libertà e proclamata la Repubblica Napoletana.   

 

Championnet invase Napoli, sbaragliando i Lazzari che finirono per unirsi a lui. Fu insediato il primo governo provvisorio e Giuseppe Serra di Cassano fu tra i rappresentanti comunali, al posto del padre. Furono nominati vari ministri tra i giacobini, ma l’ultima parola spettava ai francesi.

 

Gennaro Serra di Cassano ebbe il grado di comandante in seconda 

della Guardia nazionale, con il compito di organizzare la cavalleria.

 

Per ordine del Direttorio di Parigi iniziarono le riscossioni dei tributi, le confische, nuove e vecchie gabelle, il passaggio alla Francia di tutti i beni della Corona, le banche, la Zecca, i possedimenti nelle provincie. Il popolo era scontento, i Lazzari ripresero l’offensiva lanciando pietre e vasi dai balconi, Championnet fu sostituito e al suo posto arrivò il cinico generale McDonald che mise in vendita anche gli arredi reali.

 

Intanto, con la benedizione del Papa, il cardinale Ruffo avanzava

per riconquistare il Regno con l’esercito della Santa Sede,

uccidendo, saccheggiando, stuprando, violentando, lasciando dietro di sé una scia di terrore, di sangue, di morte, di cadaveri. Un’incredibile ecatombe. Nel Regno, i governanti rivoluzionari vararono leggi giuste. Abolirono la gabella sulla farina, avviarono la stesura di una nuova Costituzione, si organizzarono per resistere all’avanzata del cardinale Ruffo. La Pimentel pubblicava il Monitore dando informazioni democratiche ai cittadini.

 

Giulia Carafa di Roccella, la madre di Gennaro, e sua sorella Maria Antonia, 

duchessa di Popoli, considerate le donne più belle di Napoli, delicate e colte, trasportavano intrepide sul molo pietre e calce per rafforzarne la difesa 

e proteggere la fragile conquista democratica, 

fianco a fianco con il popolo,

 

gomito a gomito con gli uomini, instancabili, indomite, combattive. Bussarono alle case dei ricchi per chiedere offerte per la difesa, vestiti e viveri per i più bisognosi, solidarietà per i poveri. Aiuti, donazioni, sostegni. Tutto serviva per la causa. Furono chiamate “madri della Patria” per la loro azione nobile, generosa, altruista, solidale, spinta da un ideale repubblicano che permeava il loro animo femminile. 

La regina Maria Carolina manifestò il suo sdegno per le due nobildonne che tra l’altro, scandaloso per lei, non portavano più il busto e la parrucca, ma sostenevano la rivolta.   

 

McDonald, incapace di fronteggiare Ruffo, si trasferì presso Caserta e da lì a poco si avviò verso il nord, lasciando campo libero. Il re Ferdinando ordinò a Ruffo di fare molti casicavalli, di impiccare molti nemici come i caciocavalli che vengono appesi col cappio sino alla maturazione. Il forte di Vigliena fu uno degli ultimi baluardi contro i sanfedisti. Erano duecento, comandati da Antonio Toscano, contro i mille nemici. Alzarono una bandiera con su la scritta “Vincere, vendicare, morire” e, di lì a poco, chiusi nel magazzino delle munizioni, saltarono in aria disintegrati in un botto infernale insieme a molti dei loro nemici. 

A Napoli, Gennaro Serra di Cassano difendeva con la sua colonna Capodimonte, il capitano Campana, Ponticelli. Il generale francese Basset, Foria. Furono ben presto travolti e si rifugiarono nel Maschio Angioino e in Castel dell’Ovo, in un ultimo tentativo di sottrarsi alla furia devastatrice sanfedista.

 

Nelle strade si susseguirono scene di ferocia, di violenza, di terrore. Massacri, saccheggi, incendi, stupri, scene di follia inusitata. La gente fuggiva 

inorridita, terrorizzata, sgomenta. Si era creato l’inferno.

Si scatenò una caccia all’uomo, al democratico, all’oppositore. Giulia e Maria Antonia Carafa di Roccella furono spogliate, denudate, si dice violentate. Coperte da un lenzuolo, con le carni nude, sottoposte al pubblico ludibrio, offese, vilipese, derise. Trattate come bestie, sputate in faccia. Gli Alberi della Libertà furono abbattuti e trasformati in latrine puzzolenti. I giacobini venivano trucidati sommariamente, senza alcun processo, senza possibilità di difesa. I sanfedisti si sedevano sui loro cadaveri sbudellati, sui loro corpi martoriati, con le viscere di fuori, per mangiare, bere, gozzovigliare. Alcuni abbrustolirono le loro carni e le trangugiarono avidi in un macabro banchetto. 

Altri prigionieri furono portati al Ponte della Maddalena e donne monarchiche imbestialite sputavano loro addosso, lanciavano scorze di cibo, li deridevano. In breve, anche le ultime sacche di resistenti furono spezzate via e il cardinale Ruffo prese pieno possesso di Napoli e di tutto il Regno. La Repubblica Napoletana era sconfitta. 

Memore di essere uomo di chiesa, il cardinale trattò con i capi repubblicani superstiti asserragliati nel castello e raggiunse con loro il “patto di capitolazione”. 

 

I giacobini ebbero l’onore delle armi e la possibilità di andare in esilio. 

Al suono cadenzato dei tamburi dei soldati vincitori, vinti ma a testa alta, 

lasciarono il Forte per prendere posto sulle navi in partenza per Tolone.

 

Il 24 giugno del 1799 arrivò a comando della sua poderosa flotta l’ammiraglio Orazio Nelson e affermò che il “patto” era carta straccia; il re delle Due Sicilie, il Borbone, non avrebbe mai trattato con i ribelli che non meritavano indulgenza, e così fu. 

Vecchie navi da trasporto funsero da prigione. I prigionieri furono legati ai ferri, esposti al sole, con poca acqua e con poco cibo disgustoso, dormivano su un giaciglio di sabbia ed evacuavano a turno su pochi buglioli schifosi e maleodoranti. La loro vita si era trasformata in un inferno. 

Le ultime sacche di resistenza furono travolte. Un pescivendolo, si dice, tagliò, come se fossero pesci da pulire, molte teste di giacobini superstiti e i sanfedisti le fecero rotolare lungo la strada, giocandoci come se fossero palloni.

 

Gennaro Serra di Cassano si rifiutò di chiedere clemenza al cardinale Ruffo, 

per orgoglio e per diffidenza. Secondo la leggenda, travestito da marinaio, 

tentò di riparare nel suo palazzo al Monte di Dio, 

ma fu visto da un libraio che lo tradì.

Condotto nelle carceri comuni, da dove forse non si era mai mosso, aspettò con dignità che si compisse il suo destino di uomo libero. La Giunta di Stato, implacabile, emise la sentenza di condanna alla ghigliottina. Sarebbe stato giustiziato insieme ad altri sette cospiratori.   

 

Il 20 agosto del 1799, la Piazza Mercato, palcoscenico storico delle esecuzioni, fu invasa da una folla di tutti i ceti sociali, assettata di sangue e di violenza. Sadicamente eccitata per lo spettacolo che si stava per rappresentare, si agitava come un branco di lupi famelici, vogliosa di scene raccapriccianti, di morte, di terrore. Intorno, imponenti misure di sicurezza, soldati armati, cannoni puntati, armigeri pronti. Gennaro aprì la macabra danza della morte. Aveva chiesto di avere l’oppio per placare l’angoscia dell’attesa, ma gli fu negato. Per il suo titolo doveva essere accompagnato da servitori, ma gli fu proibito. Doveva avere un palco addobbato di drappi neri, ma non gli fu concesso.

 

Salito sul patibolo, guardò davanti a sé quel mare di facce in attesa, 

quella moltitudine di uomini e donne compiacenti, quegli sguardi sadici, 

e disse al frate che gli era accanto: “Ho sempre lottato per il loro bene 

e ora li vedo festeggiare per la mia morte”.

 

Offrì la sua testa al boia e la lama gliela recise di netto, un colpo solo e rotolò in terra. Aveva ventisei anni, era giovane, ricco, nobile di animo e di censo. Morì per perseguire i suoi ideali sotto gli occhi festanti del suo popolo, ingrato e inconsapevole.   

 

Seguirono le altre esecuzioni: Domenico Piatti, Vincenzo Lupo, Nicola Pacifico, Michele Natale, Antonio Piatti e, ultima, la passionaria della rivoluzione, Eleonora Fonseca Pimentel. A lei le guardie strapparono le mutande in segno di disprezzo. Lei disse in latino: “Un giorno sarà utile ricordare tutto questo”. 

Il suo corpo penzoloni, con il cappio al collo, oscillò sul patibolo spinto dal vento. La folla soddisfatta se ne compiacque: la signora aveva smesso di fare l’eroina.

 

Il duca Luigi Serra di Cassano, addolorato, chiuse il portone del suo palazzo 

di fronte alla Reggia e per due secoli questo ingresso 

è rimasto sbarrato in segno di lutto e di protesta.

 

Maria Antonia Carafa si suicidò dopo qualche anno gettandosi in un pozzo. Giulia Carafa visse a lungo tormentandosi nei ricordi e finì per impazzire. La morte di Gennaro Serra di Cassano non fu inutile, il suo sacrificio resterà per sempre a testimonianza di una vita “illuminata”.

 

 

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PER SCOPELLITI GRANDE MAGISTRATO DEL SUD di Francesco Antonio Genovese – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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per scopelliti grande magistrato del sud

 

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In fondo, il libro di Clara Mazzanti [Venga con noi. Dagli attentati del ’69 a Piazza Fontana, con prefazione di Paolo Morando (pp. 9-11), Ed. Colibrì, Milano, 2019, pp. 317, con il pregio di possedere – oltre ad un interessante corredo fotografico – anche un indice analitico, alle pp. 311-313], partito con un durissimo (ma non del tutto ingiustificato) attacco agli apparati investigativi milanesi [assai severa la stroncatura anche di Luigi Calabresi, alle pp. 28-30, 219-220 e passim; del tutto irrecuperabile il giudizio su Antonio Amati (1912), il giudice istruttore del processo agli anarchici nel quale rimase coinvolta, come imputata dei reati di concorso in alcuni attentati con uso di esplosivi, registrati nella prima parte del 1969, anche la Mazzanti: si vedano, in particolare, le pp. 149-151, ma anche passim],

 

costruisce un vero e proprio monumento celebrativo di un altro 

magistrato, addirittura (incredibile auditu) di un pubblico ministero: 

AntoninoScopelliti (19351991), destinato a entrare nel Pantheon

della Magistratura italiana per il suo tragico omicidio ad opera 

delle mafie più potenti di questo Paese.


Il PM di quel processo, nella fase istruttoria, era stato invero Roberto Petrosino (1924), il quale aveva chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati, ma non per questo è su di lui che s’appuntano gli strali dell’A. (quasi come se l’A. desse per scontato che il PM inquirente possa avanzare ogni sorta di richiesta), quanto sul Giudice della fase istruttoria (che, invece, avrebbe avuto l’obbligo di approfondire e di verificare ogni sorta di elemento senza procedere  oltre, sic et simpliciter, sulla base di idee già confezionate, in massima parte dagli investigatori), dopo un’analisi attenta anche degli atti processuali (ben 12 faldoni ora consultabili liberamente: v. p. 284), rivisitati e consultati dalla vittima di quelle indagini in sede archivistica, con il rovello e il dolore di chi ha trascorso circa un anno e mezzo in detenzione preventiva, durissima, nel carcere di San Vittore (sulle cui sofferenze, espedienti di vita e umanità il libro costituisce un resoconto non comune e che varrebbe la pena di leggere anche se solo per questa ragione). 

 

Ma è il PM della fase dibattimentale che emerge imponente, non certo per una sorta di trombonesca apparizione, di fronte alla Corte d’assise di Milano, presieduta da Paolo Curatolo (1914) e composta dal giudice a latere, Roberto Danzi (1929) oltre che dai giudici popolari; e si tratta di Antonino Scopelliti,

 

«Me lo ero immaginato di aspetto truce. Pronto a darci guerra, a distruggerci, 

a coprirci di fango. Invece, quando alzò gli occhi dalle sue carte e guardò dritto 

verso di me, vidi un volto dall’espressione straordinariamente umana e mite, 

che fece con la testa un impercettibile movimento, quasi un saluto» (p. 180).

 

Scopelliti ha di fronte un gruppo di avvocati di grande levatura, alcuni dei quali – se già non lo sono – diventeranno presto assai celebri: Giuliano Spazzali (per Pulsinelli), Sandro Canestrini e Vittorio D’Aiello (per Giangiacomo Feltrinelli e Sibilla Melega), Francesco Piscopo, Luca Boneschi e Alberto Malagugini (per Braschi): l’ultimo di lì a poco eletto giudice costituzionale, nel 1977. Ma Egli, il nostro PM, è del tutto a suo agio di fronte a quelle eccellenze forensi e, finanche, non pregiudizialmente contrario alle richieste che quelli avanzeranno, ma anzi appare disposto all’esame ragionato di quelle istanze. 

 

All’imputata, il PM di udienza appare avvinto da «una irriducibile ed evidente volontà di ricercare il vero» (p. 197), perciò non ostile alla verificazione dibattimentale dell’ipotesi accusatoria, alla cui formulazione – come si è detto – Egli, in verità, non aveva neppure partecipato (essendo di altri l’ipotesi di accusa formulata contro quegli arrestati).

 

Di più. In Lui emergeva una caratteristica davvero insolita: «non urlava. Mai. 

Calmo e gentile, dava l’impressione di essere alla ricerca dei fatti che potessero 

non accusare, ma scagionare l’imputato, come e più di un difensore» (p. 197).

Non usava artifici o stereotipi, come le compagne di detenzione avevano detto all’A. a proposito dei PM incontrati sul loro cammino sventurato; magistrati che avevano usato anche «cattiveria… ferocia… sarcasmo … in presenza di figli e genitori, di parenti e conoscenti. A Scopelliti non piaceva giocare con il fango. Era di un rango moralmente superiore, lui» (p. 197). 

 

Si tratta di parole importanti, meditate, uscite come un distillato da tutto il (sicuramente doloroso) riesame (scavato nei ricordi, certo; ma anche nelle carte processuali) di quel processo che Altri (Paolo Morando, Prima di Piazza Fontana. La prova generale, Laterza, Bari-Roma, 2019, pp. 368: un vero e proprio tomo scritto sulle carte, puntuale e implacabile nel racconto), con metodo storico, ha ricostruito (e smontato nella sua impostazione panaccusatoria) con risultati apprezzati dalla critica storiografica.

 

Il processo, in estrema sintesi, ruoterà attorno alla credibilità di una testimone chiave, colei che era stata ospitata per un bel periodo di tempo dalla narrante

 

(allora giovanissima: era nata nel 1947) e dal suo convivente, ma che poi si era rivelata come l’accusatrice, la vera “carta vincente” della pubblica accusa (aveva asserito di aver visto la Mazzanti e il suo compagno di vita, ossia coloro che l’avevano generosamente ospitata, preparare in casa un ordigno servendosi di un tubo metallico; ma l’istruttoria dibattimentale accerterà che in nessuno degli attentati posti sotto il focus dell’investigazione c’erano stati frammenti di metallo).

 

Peccato, che nel corso del dibattimento, dopo un primo round in cui l’accusatrice (un’insegnante, innamorata – senza essere corrisposta – di uno degli accusati, dotata di una apprezzabile parlantina e capace anche di una certa favorevole impressione sul pubblico degli ascoltatori) era sembrata un solido pilastro della pubblica accusa (cfr. p. 207; lo scriverà allora anche il cronista giudiziario de La Nazione di Firenze, quello più apprezzato dalla stessa A.: nientemeno che Enzo Tortora, prima del successo televisivo e della tragedia che di lì a qualche anno l’avrebbe travolto) 

  

ma ben presto si rivelerà una testimone del tutto screditata. La difesa degli imputati, infatti raccoglierà le prove della sua non nuova e né inedita capacità di condurre 

una campagna denigratoria, portata avanti in diversi momenti della sua vita,

 

nel corso della quale aveva diffuso anonimi calunniosi contro una pluralità di destinatari (un prete, i ragazzi di un oratorio, un collega insegnante) e sempre con la fissa dei rapporti sessuali anomali (si era nel 1969!). La teste aveva ricevuto, proprio per questo, alcune denunce per calunnia da parte dei carabinieri, ma nessuno degli inquirenti aveva considerato questo fatto né vi aveva fatto cenno nel corso delle indagini ai (ignari, è da credere) PPMM. Così il processo non tardò molto a registrare alcuni round negativi per la teste, come osservò il sempre attentissimo cronista giudiziario Tortora che, al momento della scarcerazione della Mazzanti, vorrà persino festeggiarla in pizzeria (e così resocontare i suoi lettori di tutto l’accaduto: nel processo e fuori, alla sua conclusione), avendo maturato l’identica conclusione della Corte giudicante.

 

L’imputata (su conforme richiesta del PM) venne, infatti, assolta nel maggio 1971; 

ma solo con la formula dubitativa e, per Lei, fu necessario l’appello per ottenere, 

dopo ancora qualche patimento, la formula piena assolutoria. Ma ciò nonostante, 

la stima per quel PM di udienza non s’incrinò. Anzi.

 

Lo seguirà in TV, qualche anno dopo, nel 1978, in una puntata della fortunata trasmissione di Maurizio Costanzo Bontà Loro (peraltro ancora reperibile on-line con una ricerca mirata), nel corso della quale ascolterà il suo PM in una memorabile lezione sulla figura del magistrato e sulle sue qualità, tratteggiate come in un decalogo che meriterebbe di avere un’illustrazione separata (qui basti solo richiamare, per punti, ciò che l’A. ha riportato delle dichiarazioni dell’illustre magistrato: l’essere disposto ad accettare, nel suo lavoro, anche l’impopolarità; la centralità del compimento del proprio dovere; l’aver coscienza di tale dovere come traguardo massimo della professione; la capacità di cambiare la strada percorsa, ove ci si avveda che essa non è affatto quella giusta; 

 

l’avere umiltà, come dote fondamentale nella professione; l’avere – e non rifiutare – 

un rapporto umano con l’imputato; il vivere senza cercare altre soddisfazioni;

 

la “politicità” del proprio mestiere intesa come consapevolezza del suo esercizio nel tempo proprio; la centralità del dibattimento nel processo, proprio come era accaduto nel processo agli anarchici milanesi: cfr. le pp. 163-4). E Scopelliti risponderà proprio ad una domanda di Costanzo, a proposito del processo agli anarchici, spiegando che il dibattimento aveva fatto emergere fatti che non erano stati raccolti in fase istruttoria (o non potevano esserlo: ma questa era una difesa d’ufficio dei suoi colleghi che forse non lo meritavano) e che gli episodi erano diversi tra loro (e questo era vero, come è stato dimostrato dal lavoro di Paolo Morando, che ho citato sopra). 

 

In verità, l’approdo alle conclusioni assolutorie (ma non verso tutti, perché taluni degli imputati – e cioè tre di loro – vennero condannati in primo grado come responsabili di alcuni degli episodi, tra i tanti loro ascritti: p. 250) trovò, con il tempo, un’ampia conferma. Ad esempio, già agli atti dell’istruttoria di Treviso, condotta da Giancarlo Stiz fin dal gennaio 1971 (cfr. Gianni Barbacetto, Piazza Fontana. Il primo atto dell’ultima guerra italiana, Garzanti, Milano 2019, p. 28 e ss.), era emersa, nell’agosto 1971 – dall’interrogatorio di Ruggero Pan, studente padovano vicino al gruppo di Franco Giorgio Freda –, la responsabilità di quest’ultimo, personalmente, nell’organizzazione e nell’esecuzione dell’attentato alla Fiera di Milano, il 25 aprile 1969, per il quale erano stati condannati invece i tre anarchici anzidetti (Barbacetto, cit., p. 28), dalla Corte d’assise.

 

L’A. rimarrà, perciò, profondamente scossa e commossa il 9 agosto 1991, 

come lo siamo stati tutti noi, e come lo è stata l’Italia intera, alla notizia 

del vile agguato che venne teso al Grande Magistrato su quella strada

 

percorsa chissà quante volte, la provinciale tra Villa San Giovanni e Campo Calabro, il paese del profondo Sud dove Egli era nato. 

 

Un’anarchica, insomma, si era riconciliata con lo Stato, grazie a Lui e ne darà ampio e motivato attestato, anche a tutti noi, che non dovremo dimenticarlo mai, per il sacrificio di sangue a cui è andato incontro per difendere la sua purezza d’investigatore e di parte imparziale (come pochi) del processo penale italiano contemporaneo.

 

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LIBERI DI ESSERE LIBERI di Giorgia Ippoliti – Numero 18 – Settembre – Ottobre 2020

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LIBERI DI ESSERE LIBERI 

 

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si spostano da un quartiere all’altro e soprattutto non danno nell’occhio»1

Scriveva così un giovane cronista per descrivere quello che oggi può sembrare riferirsi a qualcosa di invisibile, quasi «non umano». 

E invece no.

È con queste parole che egli descriveva il destino di una gioventù

a cui veniva sottratta la sua gemma più preziosa: il futuro.

 

Per riappropriarsi di questa gemma, il giovane decise di «intraprendere» la sua missione di giornalista.  

Un ragazzo. Poco più che ventenne. Un cronista.  

«Non ha paura di scrivere certe cose?». «A volte sì». «E allora perché lo fa?». «Perché è il mio lavoro, perché l’ho scelto. E non è che mi senta particolarmente coraggioso nel farlo bene (…) Le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti. Allora quello che un giornalista dovrebbe fare è questo: informare»2.

Un amante della Sua terra. Il Sud. Napoli. Quella Napoli 

che voleva libera. In mano, la sua forza più grande: 

l’energia e la spavalderia della gioventù.   

 

Una gioventù spensierata ma cosciente, che decide di dare il suo contributo al mondo, sfidando persino le paure più recondite per raggiungere un obiettivo.  

Dare alle persone la possibilità di conoscere. E quindi di scegliere.  

Un comico, di recente, ha deciso di prendere «in prestito» il suo cognome3 per rendere omaggio al coraggio di un uomo. 

Ma soprattutto per far sì che tutti potessero conoscere la sua storia. La storia di uno come tanti che come tanti non sarà.  

La storia di un ragazzo semplice che decide di compiere qualcosa di straordinario. 

Lui è Giancarlo Siani4, giornalista napoletano ucciso a soli 26 anni.

La sua storia assume ancor più importanza per una recentissima celebrazione: la libertà di stampa, una delle libertà costituzionali più importanti.  

Il 3 maggio, infatti, è stato scelto, ventisette anni fa, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite come Giornata mondiale della libertà di stampa: per non dimenticare tutti coloro che, come Siani, hanno deciso di «sacrificare» ogni cosa per riuscire a dotare le persone di un valido servizio di conoscenza e, quindi, di scelte.  

Egli, infatti, per dare voce al giornalismo – quel giornalismo che mira alla verità sottesa ai singoli fatti, e così fornire agli individui gli strumenti per poter scegliere – sin dagli albori,

fonda, insieme ad altri giovani giornalisti, 

il «Movimento Democratico per il Diritto all’Informazione».

 

Un Movimento di cui si farà portavoce nei convegni nazionali, cercando di restituire al suo Sud quello che andava perdendo: la libertà di informarsi e quindi di scegliere.

 

Lo fa anche per consentire che del Meridione – quel Meridione di cui sempre di più 

si delineava un’idea negativa – si conoscesse anche la parte più limpida, 

più pura: la vera anima incontaminata.

 

Quell’anima produttiva che da sempre aveva costituito il motore dell’Italia. Italia che, sempre più spesso, lo andava dimenticando. 

Proprio per tale ragione, il cronista concentrerà la sua attenzione su importanti poli produttivi del Sud Italia, come Torre Annunziata, cittadina del Vesuvio che lo vedrà impegnato sino alla fine.  

Cittadina della quale tenterà di far conoscere ogni scorcio, ogni vicolo, ogni sfumatura, compresa la sua grande forza produttiva.  

Siani cercherà di restituirle il maltolto, denunciando quei misfatti che, uno a uno, progressivamente e inesorabilmente andavano spegnendo ogni piccola, grande fiamma della città, svuotata sempre più delle sue attività industriali e commerciali.  

Per fare ciò, deciderà di adottare non un punto di vista «esterno» alla città.

Cercherà di «avere occhi ovunque», mostrando il «coraggio di denunciare 

anche quello che non si dovrebbe dalle colonne del “Mattino” in anni in cui 

i cronisti del quotidiano erano sotto scorta armata»5

spingendo per un giornalismo sul campo.   

 

Molti, infatti, lo ricordano proprio accanto ai suoi «concittadini d’adozione» – Torre Annunziata, nel 2019, cercherà di «ricucire» il legame con il suo cronista d’eccezione, conferendogli la cittadinanza ad honorem – nelle lotte per la riaffermazione di quei diritti che, proprio nella culla della civiltà del Sud, si erano affermati, ovvero a bordo della sua autovettura, alla ricerca di quelle bellezze ormai dimenticate di quel Meridione a cui doveva essere restituita la «giusta dignità», eliminando quelle «barriere invisibili» che gli stavano impedendo di fiorire. 

 

Lo farà fino a quando qualcuno tenterà di fermare il coraggio e l’ardore di un giovane che, con la forza dei suoi ideali di giustizia, cercherà di far riaffiorare 

la bellezza della sua terra e della sua gente.  

 

Il 23 settembre 1985 il cuore di Siani cesserà di battere. Colpevole di cosa? Di aver cercato di restituire al Sud il suo giusto valore.  

Ma non cesserà la sua opera. Il valore delle sue idee, l’importanza del lavoro compiuto, rompendo le barriere dello spazio e del tempo, riuscirà a riecheggiare, come una dolce sinfonia dal sapore di libertà, sino ad oggi, restituendo così al Meridione, e alla sua gioventù, il suo tesoro più prezioso: l’orgoglio di riaffermare la libertà dei propri pensieri e la bellezza della propria tradizione e cultura.  

Perché «puoi cadere migliaia di volte nella vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore, e se possiedi l’animo del saggio, potrai cadere anche infinite volte nel percorso della tua vita, ma non lo farai mai in ginocchio, sempre in piedi».

 

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1 «I ragazzi sono agili, si spostano da un quartiere all’altro senza dare nell’occhio» (Giancarlo Siani, articolo pubblicato sul periodico “Il Mattino”, il 22 settembre 1985).  Egli così descriveva i ragazzi che venivano utilizzati dalla criminalità organizzata per lo spaccio di stupefacenti.  

2 Film Fortapasc, diretto da Mario Risi, 2008.  

3 Alessandro Siani, intervista del 24 marzo 2019.  

4 19 settembre 1959 – 23 settembre 1985. 

1 Fondazione Giancarlo Siani, biografia https://www.fondazionegiancarlosiani.it/index.php/bio. 

 

UN PAESE LA SCUOLA LA MERICA di Tommaso Russo – Numero 18 – Settembre – Ottobre 2020

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Da questo ricco giacimento sono emerse fra le tante testimonianze della vita scolastica del tempo anche le tracce di alcuni temi, dettati, problemi.

Nell’anno scolastico 1897-98 nella scuola elementare di Filiano


che allora era una frazione del Comune di Avigliano, a fine anno vennero proposte queste due tracce di temi:  

 

Testo: Che cosa avvenne a Paoluccio che andò a rubare ciliegie. 

Racconto (Svolgimento). Paoluccio fanciullo di anni nove che frequentava la terza classe elementare, era buono, obbidiente, ed un giorno andò a rubare ciliegie, mentre stava per salire sopra l’albero cadde e si fratturò la testa che dovette guardar [rimanere]parecchi giorni il letto. Il fanciullo da quel giorno poi si castigò da quel brutto vizio. Donato Bochicchio.

 

Testo: Scrivete una letterina a un fratello soldato dandogli notizie della famiglia, dello stato della campagna e della raccolta del frumento. 

 

Racconto (Svolgimento). Caro fratello ti voglio far conoscere che il babbo, la mamma, la sorella, il fratello ti aspettiamo noi tutti stiamo bene in salute. Lo stato della campagna è che tutte le frutte e di più il grano turco che vuole la pioggia e i contadini fanno la processione. Il grano è molto squisito per fare il pane. Ti bacio il tuo fratello Nicola Carriero.

 

 Ciò che viene fuori è il mondo delle campagne con i suoi piccoli e grandi drammi cioè il servizio militare, la lontananza, gli affetti familiari; ma anche il tentativo 

di avere una lingua comune, l’insegnante che fa usare al bambino 

il termine italiano babbo al posto del più popolare tata

 

Poi c’è il dolore collettivo vale a dire la siccità. Contro di essa i contadini potevano implorare solo l’intervento della Madonna e lo facevano con una processione tutta particolare cioè a dire quella delle vergini. Dietro la statua si disponevano in fila per due le preadolescenti e le ragazze non ancora sposate tutte rigorosamente vestite in abito bianco simbolo della loro purezza e tutti salmodiando e pregando, al suono della banda dell’Ospizio, si dirigevano al santuario della Madonna del Carmine sperando nel miracolo. 

 

In occasione degli esami di proscioglimento della classe terza elementare maschile nella scuola di Avigliano centro, nell’anno scolastico 1899-1900,


vennero date queste prove di cui però non si è trovato lo svolgimento. 

 

Tema: Lettera al fratello in Napoli per chiedere notizie di sua salute e per mandargli denaro e biancheria. 

 

Dettato: il nido della rondine pare una barchetta per metà incastrata nel muro, e composta al di fuori di creta, presa lungo i rigagnoli, impastata con pagliuzze, vimini ed altro. Questo prezioso animaluccio ama le abitazioni degli uomini e ci libera da una infinità di insetti. Crudeli si addimostrarono quei fanciulli che senza pietà ne rovinarono i nidi. 

 

Problema: Una donna comprò un pezzo di tela di m. 58,9 che pagò L. 0.97 al metro. Con quella tela confezionò 38 camicie. Quanto costa ogni camicia ?  

 

Nella terza elementare femminile, sempre ad Avigliano centro, 

e nel medesimo anno scolastico, vennero date le seguenti prove 

all’esame di proscioglimento. 

Tema: Tuo fratello è soldato; da più settimane non scrive alla famiglia. Il babbo, la mamma sono in pensiero. Lettera di dolce rimprovero procurando a dar subito notizie. 

 

Dettato: Siamo in luglio, si dovrebbe mietere, ma la stagione fredda ha ritardato quest’anno il raccolto del frumento. Guardo nei campi ed osservo un immenso mare di spighe ondeggiare tutte al vento. Esse ci promettono pane per tutto l’anno. Tutto ciò è dono di Dio. Oh grande bontà! Che hai a fare tu per lui ? Ringrazialo e benedicilo e sii buono con lui. 

 

Problema: In una famiglia il padre guadagna annualmente 1000 lire e il primo figlio 260, il secondo 145,20. Quanto guadagnano in tutto ? Quanto possono spendere al giorno ? 

 

Anche in questi compiti ci sono argomenti realistici e comuni

 

come la religiosità, l’incerto andamento dei raccolti stagionali, la partenza per il servizio militare la cui ferma triennale sconvolgeva le famiglie, la permanenza dei giovani a Napoli per perfezionarsi nel mestiere scelto. Il problema dà subito il senso del salario di una famiglia di lavoratori 1405 lire e 20 centesimi l’anno pari a circa tre lire e ottantasei centesimi al giorno. Non è però chiaro quale fosse il costo della vita in paese nell’ultimo decennio dell’800. Nei dettati spesso si nascondevano molta retorica, un po’ di estro poetico degli insegnanti e qualche pia maestra. Se leggiamo con i nostri occhi il dettato sul nido della rondine si possono fare interessanti scoperte. Pe esempio l’attenzione alla natura, agli uccelli e alla necessità di proteggerli nasce dal considerarli agenti di una importante catena biologica. E inoltre quella rondine pone un importante interrogativo. Sappiamo ancora oggi che gli architetti, gli ingegneri i geometri posseggono un sapere scientifico che li accompagna e guida nel progettare i lavori delle costruzioni. Ma la rondine, le api quando costruiscono i loro nidi o i loro alveari sempre uguali, precisi, a cosa ubbidiscono? Quali conoscenze posseggono?

  

Un altro argomento fece compagnia alla attività didattica degli insegnanti, 

alla vita dei bimbi e delle bimbe e in generale del paese. 

Si trattava dell’emigrazione

che in quel decennio ebbe proporzioni grandissime e drammi profondi, in tutto il Mezzogiorno, come l’abbandono della scuola da parte dei piccoli alunni, costretti a partire per la Merica, o la separazione dei genitori o il padre che a un certo punto non dava più notizie di sé. Il suo silenzio non significava solo l’interruzione delle rimesse ma anche la comparsa di un triste fenomeno che riguardò le donne sposate definite vedove bianche. La lontananza del marito toccò la trama degli affetti, investì il loro corpo, la loro sessualità e le obbligò a riposizionarsi nella rete delle relazioni umane e sociali. In proposito la tradizione orale aviglianese è ricca di aneddoti, poesie e canti che riflettono quel dramma.  

 

Ne presentiamo solo due per il tono di ironia, di giocosità, di fantasia 

con cui raccontano quella sciagura. 

 

Si narra che un padrino si recasse tutte le sere a trovare la mamma del bambino che aveva battezzato. Portava loro del cibo, dava qualche piccolo prestito, offriva conforto, speranza e conversazione. Col passar del tempo però finì con l’innamorarsi della donna. Dopo lunga riflessione pensò di dichiararsi in questo modo:  

 

Comare mia se ti dico che ti voglio…anche bene potresti rispondermi che tu non me ne vuoi. Se non ti dico niente potresti pensare che sono uno sciocco (nu’ quazzon’) a non essermi accorto di te.  

 

Lei lo guardò fisso negli occhi, gli sorrise, gli prese le mani fra le sue e gli rispose così: Compare mio mi hai così ben richiesta che ti dono il mio amore e accetto il tuo. Nasceva così un prototipo di famiglia allargata. Per quei tempi. 

 

Il secondo è un canto che fin dalla prima strofa ne riassume il dramma: 

Mariteme églia a la Merica e nun me scrive (Mio marito è andato in America e non mi scrive). Nelle strofe successive la donna si chiede quale sgarbo (na manganza) possa aver commesso. Riflettendo le viene in mente un unico fatto. Avevano insieme tre figli i quali si sono trovati ad avere un quarto fratello. Anni addietro ricorda di aver partecipato a una sacra funzione nel locale convento dei monaci e di essere rimasta benedetta (ié stata na benerezione a lu cummende). Un fatto simile non poteva scandalizzare la laica opinione pubblica aviglianese che sulla castità dei ministri della Chiesa non faceva molto affidamento. Inoltre per consolazione la moglie invita il marito a non preoccuparsi per quel bambino non suo. Crescerà bene, avrà ciò che desidera e quando diventerà adulto andrà pure a Napoli all’università. 

 

Per un figlio dell’emigrazione era gran vantaggio potersi laureare. 

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UN PAESE, LA SCUOLA, LA MERICA 

ancora oggi si trovano, atti, documenti, registri, relazioni, statistiche, che conservano memoria di quel lontano e faticoso processo di conquista dell’alfabeto da parte dei bambini e delle bambine aviglianesi.

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 Parte II

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PALAZZO DELLE SEZIATE – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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palazzo DELLE seziate

 

Gemme del Sud

Cagliari

 

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Nella importante piazza Indipendenza a Cagliari, si trova il Palazzo detto delle “Seziate”, cioè delle sedute presiedute dal Vicerè che, nella sua qualità di capo supremo della magistratura, ascoltava “paternalisticamente secondo l’uso e la mentalità dei tempi”1 le suppliche dei carcerati che gli pervenivano dall’attigua Torre si San Pancrazio. 

Costruito in un’epoca non precisabile, deve l’attuale struttura architettonica 

e, soprattutto, la facciata a un rifacimento del 1838, 

voluto dall’allora Re Carlo Alberto, come ricorda 

un’iscrizione sul prospetto.

 

 

Con il suo grande arco, chiamato “sortita di San Pancrazio”, separa Piazza Indipendenza da quella dell’Arsenale. 

Quando le carceri vennero trasferite alla fine del XIX secolo, vi si sistemò la pinacoteca insieme con gli uffici del museo e della Soprintendenza per i Beni Archeologici, trasferita poi alla Cittadella dei Musei2

 

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 Fonte: http://sardegnadigitallibrary.it/

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1- Nonnis G.L., Cagliari. Passeggiate semiserie. Castello, Cagliari, 2007, p. 55.  

2 Spano G., Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861

 

ROCCO SCOTELLARO: UNA GLORIA POSTUMA di Pietro Dell’Aquila – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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ROCCO  ScOTELLARO:  UNA GLORIA  POSTUMA 

 

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ROCCO

Le persone che avrebbero dovuto essergli vicine presero le distanze e si defilarono. Più tardi, quando finalmente fu fatta giustizia e il sindaco di Tricarico fu riconosciuto innocente e vittima dell’odio politico, raccolse la sua dolente amarezza per quelle assenze. Certo non gli mancò la vicinanza della sua fidanzata Isabella Santangelo, “la figlia del trainante”, e la solidarietà degli amici veri come Carlo Levi, Manlio Rossi-Doria e lo stesso Mazzarone. Soprattutto non gli mancò la vicinanza dei suoi compagni contadini che contavano sul suo impegno per il miglioramento delle loro condizioni di vita.   

 

Inaspettatamente, nonostante l’asprezza della lotta politica dell’epoca, s’interessò a lui il Vescovo Raffaello delle Nocche al quale si era rivolta Isabella, ex alunna dell’Istituto Magistrale “Gesù Eucaristico” di Tricarico. D’altronde

 

erano tempi in cui ancora vigevano il rispetto e la stima tra uomini che, 

pur avendo opinioni e aspettative diverse, conservavano

il senso dei valori e la lealtà nel confronto delle idee. 

 

Nello stesso tempo circolavano biechi cospiratori e scrittori d’ignobili e menzognere lettere anonime che s’intravedono, caratterizzati dall’aria truce e sfuggente, nel grande telero realizzato da Carlo Levi per “Italia 61” e ora esposto a Matera nel Palazzo Lanfranchi. Sarà forse perché non esistono e non ci sono mai stati tempi migliori nella storia degli uomini. Infatti le cose sono andate su per giù sempre allo stesso modo “sotto il cielo stellato a foglie a foglie”.   

 

Forse per questo ho avuto una certa remora ad accodarmi alla schiera dei glorificatori post-mortem, anche se, più volte, per motivi professionali mi sono dovuto occupare di lui. Se ora lo faccio, è per dar notizia di due avvenimenti importanti che lo riguardano: prima la recente pubblicazione negli Oscar Mondadori della raccolta di Tutte le opere a cura di Franco Vitelli, Giulia Dell’Aquila e Salvatore Martelli e di seguito l’Album di famiglia di Rocco Scotellaro a cura di Carmela Biscaglia, con uno scritto di Francesco Faeta, edito da Grenzi. Si tratta di due volumi che, ciascuno a suo modo, costituiscono un punto fermo nella sterminata bibliografia scotellariana.

Per altri riferimenti fondamentali occorre riandare al Saggio di Fortini del 1974, alla Bibliografia critica su Scotellaro prodotta da Vitelli e edita da Basilicata nel 1977 ed agli atti del Convegno Scotellaro trent’anni dopo che si tenne tra Tricarico e Matera dal 27 al 29 maggio 1984 per iniziativa dell’Amministrazione Comunale. 

Credemmo allora che, a distanza di trenta anni, si potesse finalmente 

fare il punto su quanto ancora fosse attuale e vivo 

il testamento politico e letterario di Scotellaro

 

e finalmente, rasserenati gli animi, ci si potesse avvicinare alle sue opere senza dover fare i conti con il fantasma o lo spettro del suo mito. Dovemmo costatare che ancora resistevano i rancori delle parti, che non si sono ancora sopiti, e chi sa fino a quando continueranno a resistere. Rocco Scotellaro, come racconta la madre Francesca Armento, casalinga e “scrivana del vicinato”, nella sua dolente narrazione

nacque a Tricarico il 19 aprile 1923

 

ancora avvolto nel velo del sacco amniotico; segno di fortuna secondo il padre calzolaio “che misurava il piede destro e vendeva le scarpe fatte da maestro nelle fiere piene di polvere”.

Studiò, come si poteva a quei tempi, dopo le elementari nel suo paese, 

tra il Convitto dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni e poi a Matera, 

a Potenza e a Trento dove conseguì la maturità classica 

prima di iscriversi a Roma

alla Facoltà di Giurisprudenza nel 1942.   

 

Era giovane, affrontava i problemi dei giovani cercando la sua strada tra teatro (Giovani soli), cinema – collaborazione con Luchino Visconti – i primi tentativi narrativi e le prime liriche, ben sapendo, come fa dire a Ramorra nel suo racconto Uno si distrae al bivio che

“Non sapeva che volere. Quante aspirazioni, quante lenti per l’avvenire! Cose incominciate, poesiole, articoletti, drammi di tre atti e tanti quadri.”

 

Dopo la morte del padre si spostò prima a Napoli e poi a Bari. L’inasprirsi delle condizioni politiche, economiche e sociali, che pesavano particolarmente sulla vita dei poveri contadini lucani, prodotte dalla guerra, lo indussero ad aderire alla fine del 1943 al PSI partecipando attivamente al Comitato di Liberazione di Tricarico e svolgendo un’intensa azione politica a sindacale. Alla caduta del Regime poté pensare che un nuovo ciclo si aprisse e che i suoi cafoni potessero entrare di diritto nella storia nazionale tanto da scrivere:

“siamo entrati in gioco anche noi/ con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.”

 

Nel 1946 fu eletto Sindaco a guida della lista unitaria dell’Aratro. Durante la campagna per le elezioni politiche dello stesso anno conobbe Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria. In quel ruolo s’impegnò con puntiglio democratico ad alleviare le difficili condizioni della sua gente, promuovendo ampiamente la partecipazione all’attività amministrativa dei tanti che avevano subito passivamente la realtà del ventennio fascista.

 

La sua azione si sviluppò, oltre che sul piano locale, 

anche in ambito nazionale e internazionale,

 

cogliendo ogni occasione di presentazione e di affermazione della propria realtà. La dura sconfitta del Fronte Popolare del 1948 gli farà scrivere i versi di “Pozzanghera nera”. 

Tanto impegno politico era destinato a suscitare la dura reazione dei partiti avversi.

 

L’8 febbraio 1950 fu arrestato con l’accusa di concussione per fatti risalenti 

agli anni 1947 e 1948. Il 24 marzo dello stesso anno fu prosciolto 

“per non aver commesso il fatto” e come 

“vittima di vendetta politica”.

 

La detenzione l’aveva comunque segnato al punto da dimettersi e indurlo a continuare il proprio lavoro a Roma e a Portici, occupandosi del Piano Regionale per la Basilicata commissionato dalla SVIMEZ con particolare riguardo ai problemi scolastici e dell’istruzione. Ormai convinto, anche sulla base dell’esperienza amministrativa acquisita, che i problemi del Sud si potevano risolvere solo in un ambito più vasto, poteva dire che

“Io sono un filo d’erba/un filo d’erba che trema/E la mia Patria 

è dove l’erba trema./Un alito può trapiantare/il mio seme lontano.” 

In seguito si occupò, con Carlo Levi, degli esiti della Riforma Agraria e, su proposta di Vito Laterza, cercò di dar voce ai suoi contadini con l’inchiesta sui “Contadini del Sud”.

L’intenso sforzo psichico, emozionale e intellettuale gli dovette produrre l’infarto 

che lo colse a Portici il 15 dicembre 1953 a soli trent’anni.  

 

Ma in vita Scotellaro, come ha documentato Giuseppe Settembrino, aveva già sofferto per il rifiuto della pubblicazione di alcuni suoi scritti e la valutazione non proprio positiva delle sue opere da parte dell’establishment culturale del suo tempo. Non lo risparmiarono nemmeno in morte. Lo dissero anche ubriacone, per la consuetudine di trattenersi coi suoi contadini e perché aveva scritto “Beviamoci insieme una tazza colma di vino! Che all’ilare tempo della sera s’acquieti il nostro vento disperato”, e dissoluto perché attratto dalla bellezza delle donne che lo gratificarono per la sua strana avvenenza di Rosso Malpelo. E la raccolta delle sue poesie vedrà la luce solamente dopo la sua morte su iniziativa di Carlo Levi che ne curò la prima edizione; i giudizi critici permarranno nonostante il Premio Viareggio del 1954 che ne consacrava il valore letterario. 

Così, alla fine, nonostante l’immenso funerale gremito di folla e la tomba a forma di fiamma che ancora guarda la Valle del Basento e su cui

sono incise le parole della sua poesia “Sempre nuova è l’alba”,

 

tra le donne dei suoi contadini, che non vollero credere alla sua morte, si sparse la diceria di un suo rapimento da parte dei Russi che lo vollero con gli altri eroi della rivoluzione a dirigere la battaglia del “sol dell’avvenire”.

 

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JOSEPH TUSIANI UN DONO DEL SUD di Luigi Ianzano – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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JOSEPH TUSIANI UN DONO DEL SUD

 

Nei giorni di Pasqua è scomparso a New York Joseph Tusiani, nome significativo della letteratura internazionale, garganico d’origine, profondamente legato al suolo natìo. Un maestro che ha trasmesso amor patrio e rispetto per quella lingua di terra ampiamente usata per esprimersi, accanto alle lingue nazionali italiana e inglese, e poi allo spagnolo, e a quell’antica madre che tutte le genera: il latino.

 

Poeta, traduttore, saggista e accademico newyorkese 

perennemente sospeso tra due mondi

 

(“Due lingue, due terre, forse due anime”), emigrato negli USA nel 1947 dopo le Lettere classiche a Napoli. Ha accumulato in 96 anni una monumentale bibliografia. Saltano agli occhi le prime traduzioni in inglese delle Rime michelangiolesche, della Gerusalemme Liberata e delle trentamila ottave del Morgante. Prestigiosi riconoscimenti, come la nomina a Professor Emeritus del Lehman College, il Governor’s Award of Excellence dello Stato di New York, la Medal of Merit del Congresso degli Stati Uniti. Sono attivi, fra gli altri, un Fondo presso l’Università del Salento e un Centro Studi nel suo paese natale di San Marco in Lamis, al cui sito rimando per l’esaustiva conoscenza e i molteplici raccordi (qui). Segnalo il docufilm di Sabrina Digregorio, Finding Joseph Tusiani the poet of two lands, prodotto da Atena Films nel 2012 con la partecipazione di Daiana Giorgi e Furio Colombo (anteprima in copia-visione qui) e la rimodulazione della trilogia autobiografica a cura di Raffaele Cera e Cosma Siani, In una casa un’altra casa trovo, edita da Bompiani nel 2016. 

 

Tornano in mente le svariate occasioni di incontro, la corrispondenza epistolare, le esperienze di collaborazione; la premura, l’insegnamento paziente, il misurato accompagnamento.

Un lungo e serio percorso in cui, nel rispetto più ricercato, 

entrambi abbiamo dichiarato, l’uno all’altro, 

anche visioni differenti.


Si dice che i buoni maestri potranno vedersi orgogliosamente superati dagli allievi, che faranno onore a tanta levatura. Ma questo non può valere per Tusiani, primus per mille motivi. Il magister dà un’impronta, una tonalità, ti offre una password e ti manda per la tua strada, che non può essere la sua quando a dividere sono il tempo, lo spazio, l’esperienza formativa, la vita vissuta. Resterà saldo il legame delle radici, di culla e bottega, e rami e foglie avranno l’assemmigghie

 

La lingua materna profuma per entrambi di colostro.

Per lui scrivere in dialetto ha significato sopravvivere in un mondo 

assai diverso dal nido, rimanere ancorato ad una realtà primordiale, 

mitizzata, da cui si è visto sradicato.


È il sospiro del vecchio emigrante, seppur fortunato e gratificato. Il nostos gli ha dittato dentro emozioni così intense da perforare il cuore di ogni conterraneo, che nella parola antica può riassaporare il calore e la sicurezza del seno materno. È il grande ruolo dei poeti, la loro missione comunitaria, profetica, sacerdotale.

Io ho percorso un’altra strada, con la mano nella sua, partendo certo da lì, 

dalla stessa mixtura di sangue e terra argillosa,


riscoprendo subito intorno a me una degna bellezza, come quella espressa da Francesco Paolo Borazio e altri autori di pregio a me più vicini per l’uso del dialetto in poesia: una parola antica che diventa sempre nuova con tutta la potenza e l’eredità dell’antico; un neodialetto capace di parlare a tutti gli uomini indistintamente e non solo a coloro cui certe sonorità suonano familiari; una lingua scelta per essere universalizzata, che non allude a tipicità di un luogo ma a ragioni che stanno a cuore all’uomo in quanto uomo.

Certo, si fa fatica ad entrare in una poesia difficilmente svestibile. 


Ma è fatica che vale, quella dello svelare. Proviamo a rileggere le versioni originali francesi di un Baudelaire, così come i versi inglesi di Tusiani, che vanno assaporati in inglese, e quelli latini in latino, quando il poeta riesce brillantemente ad esaltare tutte le potenzialità espressive del testo con le figure di suono, prima che di significato, quando è il suono – come per la musica – a dare significato immediato.

Privilegiati coloro che hanno potuto assaporare i versi di Tusiani 

dalla sua viva voce, calda e vibrante, 


per fortuna registrata in più occasioni. Segnalo l’ebook curato da Antonio Di Domenico, Joseph Tusiani un italiano di New York (Dbooks 2012): saggi, audioliriche e videointerviste che esplicitano tutta la forza e la complessità dell’umanista (www.youtube.com/watch?v=nPO3rmcTkxs&feature=youtu.be). 

 

Provo quel sano orgoglio che spinge alla gratitudine, con la giusta riconoscenza e umiltà. Sono anche un po’ ingannato dal pensiero che, in fondo, 

Tusiani meriterebbe maggiore risonanza, che si dovrebbe sgomitare 

per assicurargli visibilità.


Ad onor del vero, a tanto pensa – prima o poi, e da solo – il nostro stesso valore; soprattutto poi, perché il tempo sarà impietoso con le inevitabili sbavature e clemente quanto basta con la verità che si impone. Ciò che si disvela già, prepotentemente, agli occhi di chi sa vedere e al fiuto di chi sa intuire, è la radice aromatica di una terra che, nonostante le contraddizioni, dona frutti meravigliosi. E i frutti sanno così bene raccontare.

 

 

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JOSEPH TUSIANI POETA DEI DUE MONDI di Salvatore Giannella – Speciale aglie fraveglie – Maggio-Luglio 2020

 

JOSEPH TUSIANI POETA DEI DUE MONDI

 

come lo dipinge nel testo centrale Luigi Ianzano, ma anche un uomo generoso che ha donato molte parole ed emozioni dal suo appartamento all’undicesimo piano del grattacielo di Manhattan e ha significato molto per la comunità del mio blog Giannella Channel. 

Pescando nel pozzo della memoria, estraggo alcune diapositive immaginarie di questo nostro rapporto personale, che delinea il generoso lato umano di quel “poeta dei due mondi”.
 

Galeotta fu un’intervista.

 

Il primo contatto via mail con Joseph risale al gennaio 2015. Avevo avviato una serie di eccellenze antropologiche di italici, uomini e donne che hanno dato tanto lustro alla comunità italiana residente negli Stati Uniti e nel mondo e gli scrissi che volevo cominciare questa collana di ritratti proprio da lui. Sceglievo lui per motivi vari: perché era il più bravo nel combinare poesia memoria e musica, perché aveva una storia affascinante alle spalle, perché fisicamente somigliava a mio nonno mugnaio nel Tavoliere pugliese, perché di lui mi aveva parlato bene in più riprese la mia antica maestra e poetessa, Grazia Stella Elia, che aveva il privilegio di sentirlo da anni telefonicamente e che aveva condiviso una festa di compleanno, trasformandosi da poetessa in cronista per il mio blog.

 

Alla mia richiesta di intervista, Tusiani rispose con una mail che ho rispolverato: “Caro dottor Giannella, non c’era affatto bisogno di una Sua presentazione. Conoscevo bene il Suo nome dal tempo del Caffè Letterario Ala d’Oro di Lugo in Romagna, dove ci è capitato di essere accolti in serate di presentazione di libri: un ambiente stimolante che mi aveva ricordato quello delle Giubbe Rosse di Firenze e di altri celebri Caffè Letterari dal Rinascimento in poi. E, soprattutto, ero al corrente della Sua amicizia, letteraria e personale, con Tonino Guerra (La Valle del Kamasutra, Polvere di sole, l’Aquilone e altro da Lei curato). Può dunque immaginare il piacere e la sorpresa di questo vecchio americano Italicus da Lei scelto quale primo dei molti “Italici” che daranno lustro e importanza al Suo blog Giannella Channel. Ma come potrò mai ringraziarLa sufficientemente di tanta stima e di tale onore? Posso soltanto balbettare un semplice “grazie,” ma colmo del calore mediterraneo di cui noi pugliesi siamo portatori ed esportatori. Con viva cordialità. Joseph Tusiani. 

 

PS: Mi permetto di mandarLe, in umile omaggio, dei versi appena composti. Spero che Le piacciano. T.

 

Where Are The Snows Of Yesteryear

 

Mais ou sont les neiges d’antan 

(Villon) 

Sì, dove son le nevi degli altri anni? 

Quanti inverni passati 

dall’inizio del mondo 

e quanta neve caduta 

e scomparsa nel nulla— 

o nel tutto? 

Vedo milioni di bimbi 

che si sono rincorsi e scontrati 

nei vortici bianchi 

d’ogni nuova neve caduta 

e vedo bianche valanghe

che in sùbita tormenta 

hanno travolto e sepolto 

giovani baldi e gagliardi 

che nessuno rammenta.

Dove sono le nevi di ieri— 

tutte finite nel nulla 

o nel tutto di quello che dura 

e preserva, quale vediamo, 

la circostante Natura? 

Allègrati, Villon: 

come la neve, scompare 

vanità, cupidigia, menzogna, 

finanche la tua tomba. 

Ma qualcosa di noi 

sulla terra rimane: 

un nulla di parola 

ma un tutto non breve e diverso 

che nella parola resiste: 

ed ecco l’eterno in un verso. 

Joseph Tusiani

Per la poetessa degli ulivi. 

 

A quel primo contatto seguirono altri: oggi sul mio blog se ne contano quattro (qui il link utile che porta il lettore a ripercorrerli tutti e ad ascoltare la sua voce: www.giannellachannel.info/joseph-tusiani-gargano-manhattan-emigrante-diventato-poeta-due-terre-grazia-stella-elia/). Ma l’anno successivo, luglio 2016, l’occasione per un nuovo contatto fu dato proprio da un compleanno di Grazia, la poetessa rimasta in Puglia, quella che conservava gelosamente il numero di telefono riservato di Joseph. Grazia compiva 85 anni e io, che ho un debole per poeti e maestri (non a caso il mio ultimo, per ora, volume ha per titolo “In viaggio con i maestri”) mi inventai un libretto con 85 testimonianze su di lei da parte di amici e autorevoli estimatori della sua opera. Scrissi al nostro Italicus in Manhattan e la sua risposta fu fulminea: 

“Caro Dr. Giannella, vorrei essere il primo a contribuire con un ‘pensiero’ per gli 85 anni di Grazia. Le dico, però, che, da quando ho avuto la fortuna di conoscerla personalmente, io non la vedo più soggetta agli anni come ordinaria creatura umana. Per me ella è, più che mai, la poetessa degli ulivi, che degli ulivi canta la forza, e agli ulivi affida i destini della nostra terra di Puglia. 

 

Quando poi penso a Grazia scrittrice, resto, dirò, folgorato dalle centinaia di recensioni, articoli, saggi, scritti per poeti e personaggi minori e maggiori, per occasioni e ricorrenze solenni e semplici—-la prova, questa, del suo attaccamento alla sua terra e alle sue profondissime radici. Ed ecco il capolavoro della studiosa, l’intramontabile e insuperabile Vocabolario del dialetto natio. A Grazia Stella Elia auguri, auguri per i prossimi 85! Joseph Tusiani”.

 

A Napoli sotto le bombe.

 

L’amicizia sul web veniva arricchita dalla condivisione di graditi doni cartacei. A Natale del 2016 gli mandai in dono un mio libro: Operazione Salvataggio (Chiarelettere), dedicato agli eroi sconosciuti che hanno salvato l’arte dalle guerre in Italia e nel mondo. Non tardò a farsi vivo, con generose parole: “Egregio e caro Dr. Giannella, prima di immergermi nella lettura del Suo OPERAZIONE SALVATAGGIO, desidero ringraziarLa della dedica che fa onore a Lei per la Sua generosità e bontà nei miei riguardi. Un mese fa, se non erro, ho avuto la gioia di vederLa in televisione, ospite di Benedetta Rinaldi nel suo notissimo programma “Community”. 

 

Ho già letto alcune interessantissime pagine del Suo volume, da cui ho molto da imparare su eventi e personaggi della nostra storia. Un esempio lampante potrebbe essere il particolare che, nonostante fossi vivo e attivo spettatore della Seconda guerra mondiale, io non conoscevo il numero delle incursioni aeree e addirittura delle bombe sganciate sulla martoriata Città di Napoli, dove, in uno dei molti bombardamenti, io, come gli altri, dovetti correre al riparo. 

 

Grazie per l’appassionata e minuziosa ricerca di cui noi oggi beneficiamo e grazie per questo grande e inatteso dono natalizio, che non potrò dimenticare. Con la più viva cordialità, Joseph Tusiani”.

 

La lucciola che vince la notte.

 

Una successiva occasione la fornì il 93mo suo compleanno, gennaio 2017, quando gli scrissi: “Caro Tusiani, stanotte ho sognato 93 lucciole che formidabilmente illuminavano la notte intorno a me. Un abbraccio augurale da una Milano insolitamente avvolta da una polvere di sole”. 

 

Mi rispose con parole più che mai attuali e incoraggianti:

“Tenga a mente, Salvatore: una sola lucciola può far guerra alla notte e sconfiggerla”.

 

Tralascio gli altri arricchenti contatti via etere. Ma non posso chiudere senza una singolare coincidenza datata febbraio di quest’anno, 2020. Mi è capitato di essere operato nell’ospedale Morgagni-Pierantoni di Forlì, una cittadella-faro di eccellenza della salute per l’Italia e per il mondo (i suoi medici, cito per tutti il primario di otorinolaringoiatria Claudio Vicini che mi ha estirpato un polipo ostruente il canale respiratorio, vengono spesso invitati all’estero per gestire corsi di formazione di allievi medici).

Ode a San Biagio.

 

In quei giorni in corsia Anna, la giovane infermiera che si è presa cura di me, era originaria proprio di San Marco in Lamis. Le parole sul suo illustre compaesano Tusiani hanno alimentato i nostri dialoghi, tra una medicazione e l’altra. Così ho appreso che il patrono degli otorinolaringoiatri e delle malattie da essi curate è Biagio, santo che viene celebrato ogni 3 febbraio, con una liturgia che prevede la benedizione delle gole con due candele incrociate proprio all’altezza della gola. 

 

Dimesso dopo l’intervento, mi sono trovato a passare in auto in una frazione di Bulgaria (Cesena) dove mi ha colpito la sagoma di una chiesa che mi è stata indicata da un passante come dedicata proprio a lui, a San Biagio. Tornato a casa, ho voluto approfondire la conoscenza di questo martire e vescovo di Sebaste (Armenia), martirizzato nel 316 per decapitazione, sotto la dominazione di Licinio (307-323). Fu sepolto nella sua cattedrale a Sebaste. Nel 732, mentre gli Arabi incalzavano nella loro guerra di espansione religiosa, le spoglie di San Biagio furono imbarcate da alcuni Armeni alla volta di Roma. Un’improvvisa tempesta costrinse la nave a interrompere il viaggio nelle acque di Maratea (Potenza). Gli abitanti della città lucana raggiunsero l’imbarcazione per portare soccorso e vi trovarono, oltre all’equipaggio, le sacre reliquie conservate in un’urna marmorea, che fu portata in cima al monte dove rimase custodita gelosamente e lo stesso monte fu dedicato al Santo: oggi, come ricordo bene in quanto l’estate scorsa sono andato a presentare il mio libro al Grand Hotel Pianeta di Maratea, una gigantesca statua di San Biagio s’innalza proprio sopra il monte omonimo. Direte voi: che c’entra San Biagio con Tusiani? C’entra, c’entra. Perché proprio a quel santo Joseph Tusiani ha centellinato sue luminose parole poetiche. Eccole:

 

 

 

 

 

“Mente mia che sempre corri, 

oggi devi andare adagio 

più che festa di candele, 

oggi è la festa di San Biagio 

che, a febbraio, proprio all’inizio – 

così vuole il sant’uffizio – 

si rivela di parola  

col tastarci ancora la gola. 

Non con olio ce la unge 

(d’olio santo ce n’è tanto) 

ma con cera che non punge, 

con due candide candele 

che di seta un fil congiunge 

e fa simili a una croce. 

Questa croce, sacra e sola,

 

cerchia un attimo la gola, 

e mantiene la parola 

efficace ieri e ora, 

giorno della Candelora. 

O San Biagio benedetto, 

agli amici ho sempre detto 

che le tue candele a croce 

più che laser fanno effetto, 

e perciò prenditi cura 

della mia or vecchia voce, 

sì che, ancora squillante e pura, 

fuori emerga dalla gola 

quella che per me è tutto – 

la Parola, la Parola”.

 

La parola, la parola: 

 

ecco la chiave dell’immortalità di uomini come Joseph Tusiani. A dispetto del necrologio apparso sul New York Times  (“Joseph Tusiani di New York City, poeta laureato emerito dello Stato di New York, è morto in pace per cause naturali l’11 aprile 2020 all’età di 96 anni”) io credo, con Attilio Bertolucci, che i poeti non muoiono mai. 

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I CAPITELLI DI NAPOLI di Fernando Popoli – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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I CAPITELLI DI NAPOLI

 

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non erano un nuovo ordine architettonico ma una famiglia di illustri giuristi e uomini politici che dettero il loro prezioso contributo alla città e alla nazione. 

Io fui erudito su questa importante famiglia da mia zia Cettina che, appena in età di capire, intorno ai dieci anni, mi portò a fare una visita al Museo di S. Martino, a Castel S. Elmo, dove c’era la culla d’oro che Guglielmo Capitelli, sindaco di Napoli, aveva regalato a Vittorio Emanuele III come suo padrino di battesimo. La culla, nel corso degli anni, è stata poi trasferita in un altro museo. Mia nonna, che era discendente dei Capitelli, Quindi io, in giovanissima età, in un contesto di provata fede monarchica, presi confidenza con questi miei avi alla lontana e seppi che Guglielmo Capitelli era lo zio di mia nonna da parte materna e Domenico era il suo prozio.

Ma chi era Domenico e cosa aveva fatto nella vita per assurgere a tanta gloria?


Egli era un insigne giurista e tenne per molti anni una scuola privata di diritto a Napoli, ispirata alle concezioni filosofiche di G. B. Vico e seguita da moltissimi studenti. Esercitò la professione forense con circa quattrocento difese legali ed ebbe numerosi incarichi istituzionali: fu vice presidente della Corte Suprema di Giustizia in Napoli, componente della Commissione Censoria della magistratura, membro della Commissione deputata a compilare un progetto di codice ecclesiastico, componente della Commissione di Pubblica Istruzione, membro della Commissione del Ministero di Grazia e Giustizia per preparare la revisione del codice.   

 

Nel 1848, insieme ad Alessandro e Carlo Poerio, partecipò alle lotte per le libertà costituzionali. Candidato alla Camera, fu eletto deputato con oltre diecimila preferenze. Gli fu offerta la carica di Ministro Segretario di Stato di Grazia e Giustizia e per ben quattro volte rifiutò. Successivamente il parlamento lo nominò presidente dell’Assemblea Costituzionale.

 

Si prodigò per una società liberale e democratica, più giusta ed egualitaria, 

dove ogni cittadino poteva avere le stesse possibilità di partenza 

e migliorare le sue condizioni con le proprie capacità. 

 

Lentamente la restaurazione monarchica prese il sopravvento e l’Assemblea dopo qualche anno fu sciolta per regio decreto. Deluso, si ritirò a vita privata e morì a Portici per l’epidemia del colera. La sua dipartita fu menzionata in moltissimi giornali in Italia e all’estero. Di lui restano importanti scritti: “La filosofia del diritto e l’arte di bene interpretarla”, “Scienza del diritto e le arti che ne derivano”, “Commento ideologico, storico, politico delle leggi relative all’accessione industriale, mobiliare”, “L’Europa romano – germanica – economica – politica, lavoro”, “Se il volontario godimento di un indulto includa la tacita confessione del reato”. Nella città di Napoli, a suo perenne ricordo, c’è una bella strada a lui intestata nel centro storico.

Sulla scia dell’esperienza paterna anche Guglielmo Capitelli 

si dette alla vita politica e al miglioramento sociale.

 

Si laureò in lettere e filosofia e giurisprudenza all’Università di Napoli. Entrò nel Liberale Comitato dell’Ordine e collaborò con la “Nazione” di Firenze e “Il Risorgimento” di Torino. Fece parte del Comitato d’insurrezione presieduto dal marchese d’Afflitto e, all’arrivo di Garibaldi, si arruolò nella Guardia nazionale.

Si recò a Londra, dove fu presentato ad importanti uomini politici 

quali Gladstone e Disraeli. Tornato a Napoli iniziò la sua attività pubblica, 

dando un notevole contributo alla sua città


Fu eletto consigliere comunale e preparò il regolamento del Consiglio; successivamente venne eletto assessore e infine nominato sindaco nel 1868. Grazie ad un prestito statale di sedici milioni concesso per buona amministrazione, aprì e ampliò la strada da Via Duomo al Museo Nazionale, dalla Via Marina alla Riviera di Chiaia e al Corso Vittorio Emanuele, approvò il progetto di Antonio Dohrn per l’acquario nella villa comunale, sistemò la contrada Fosso del Grano tra Portalba e il Museo Nazionale. 

 

Incrementò l’istruzione con l’apertura di asili infantili, scuole elementari 

e scuole tecniche municipali. Acquisì dai Militari Castelnuovo, 

che divenne sede del Consiglio.


Tenne a battesimo Vittorio Emanuele III al quale regalò la famosa culla d’oro, fu ricambiato dal padre Vittorio Emanuele II con il titolo di conte. Ebbe poi alterna fortuna alle elezioni della Camera dove fu eletto solo una volta. Nominato poi prefetto politico in molte città, portò sempre avanti le sue idee liberali, diventando il maggior esponente della Destra moderata. Acquisì una vastissima biblioteca che donò all’Archivio Storico Municipale. Fu brillante anche come scrittore, fra i suoi testi ricordiamo “Prose”, “Pochi Versi”,” “Della vita e degli studi di Domenico Capitelli”, ”Studi biografici”, “Memorie e lagrime”, “Patria e Arte”, “Cuore e intelletto”, “Un libro sul Papa futuro”.

 

Il suo archivio personale,

 

con importanti lettere ai maggiori politici dell’epoca – Minghetti, Rudinì, Sella, Bonghi – fu conservato dalla figlia Maria Quazza Capitelli ed

 

è stato fonte preziosa per studi successivi sulla Destra storica 

nel Mezzogiorno d’Italia.

 

Trasferitosi a Nervi in Liguria vi trovò la morte nel maggio del 1907, lontano dalla sua adorata città. 

 

Questi i Capitelli, uomini illustri, studiosi, eruditi, che lavorarono per lo sviluppo e il benessere di Napoli ed io ne venni a conoscenza in quegli anni lontani quando adolescente mi affacciavo alla vita.

 

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LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO di Agostino Picicco – Speciale Aglie Fravaglie – Maggio-Luglio 2020

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LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO

 

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Ne sanno qualcosa i forzati dei concorsi con diecimila concorrenti per cento posti e se va bene ne escono con una idoneità che li rende idonei a nessun posto, quelli che affrontano decine di colloqui che terminano con il solito “Le faremo sapere” e poi nulla più, i giovani dei lavoretti in nero, prendere o lasciare, gli illusi dei corsi di formazione che costano ma sono sostanzialmente inutili, quelli che inviano il curriculum a centinaia di ditte, gli “interinali” cronici, che lavorano tre mesi qui, tre là….

Ma se non si può eliminare l’emigrazione causata dalla ricerca di un lavoro altrove, almeno la si può limitare o incanalare secondo criteri mirati e intelligenti.


Per fare ciò occorre che i giovani, maggiormente costretti ad abbandonare la loro terra, si attrezzino di strumenti ritenuti irrinunciabili oggi nel mondo del lavoro: la concezione della flessibilità del mercato del lavoro e la mobilità di persone e investimenti. E’ naturale però che accanto ad una mobilità in direzione Centro-Nord, occorra anche

agevolare quella delle imprese verso il nostro Sud, per alimentare 

un circolo virtuoso di occasioni di sviluppo e di crescita,

 

riscoprendo valori di dignità dell’uomo e di solidarietà attiva, talenti che il Mezzogiorno ha in abbondanza e che è giusto impiegare, insieme ai suoi giovani che da troppo tempo aspettano risposte dalla classe dirigente e dal Paese. 

Cosa significa tutto ciò? In che cosa ci tocca concretamente? 

Fuor di retorica, pensare oggi di dare un lavoro a tutti sotto forma di lavoro salariato, sarebbe una pura utopia o una pericolosa menzogna. In particolare occorre ripensare il mondo dell’economia e dell’occupazione, superando la cultura del “posto fisso”.

Occorre recuperare il valore proprio del lavoro, in contrapposizione 

al valore del “posto”.

 

In tal senso si esige uno sviluppo maggiore dei rapporti di lavoro a tempo parziale, del lavoro interinale, del telelavoro, delle attività non profit, cioè del lavoro che entra nella produzione di servizi sociali, di attività lavorative che la società apprezza e di cui fa crescente domanda, senza che siano sottoposte alle regole impersonali e anonime del mercato del lavoro. 

La vera imprenditorialità, allora, diviene quella legata al territorio e alla cultura locale.

La strada per rilanciare le regioni del Mezzogiorno che sono rimaste indietro 

non è costituita da sussidi o dalla creazione di posti fittizi, 

ma da condizioni favorevoli per le iniziative locali.

In altre parole il Sud ha bisogno di vero aiuto e non di stampelle. Oggi indicare tali condizioni favorevoli nel contesto di un orizzonte di rigore economico e di virtù finanziaria non è più sufficiente. Occorre avere coraggio e assumersi la responsabilità di guardare oltre, per costruire su basi solide un futuro migliore.

E’ necessario rendere competitiva l’economia meridionale

 

e rendere conveniente la localizzazione nel Mezzogiorno di investimenti in attività produttive ad alto valore aggiunto, capaci di competere nel grande mercato europeo e di creare occupazione che non sia né irregolare né effimera, come è attualmente quella dei lavori socialmente utili. 

La nostra terra potrà ridiventare grande quando si creeranno le condizioni per una riproposta di impegno e di messa a disposizione delle capacità professionali. Il giovane meridionale non può più continuare a rifugiarsi nella famiglia, nella precarietà lavorativa, nel clientelismo col potente di turno, nella fuga dalla propria terra. Per questo

è necessario anche un intervento deciso dello Stato perché oggi certi problemi, 

anche se locali, toccano la nazione nella sua globalità

 

– le società moderne non sono più organizzate intorno ad un centro, ma sono a rete. La competizione si sposta dal livello delle imprese a quello delle regioni economiche. Per questo si richiede uno Stato che funzioni efficacemente nei servizi e nelle politiche pubbliche essenziali, che sia imperniato sulla sussidiarietà e non declinato su macroregioni (che sarebbero solo verticismo spostato) ma

 

su livelli regionali sperimentati, dotati di autonomia fiscale 

e capacità decisionali autonome,

 

in grado di valorizzare le capacità locali attraverso un nuovo patto territoriale che accantoni venature arroganti e riconosca che alla crisi dello Stato nazionale non si reagisce con partiti e programmi localistici, ma con impostazioni di ampio respiro, tra le quali la presenza di infrastrutture materiali e immateriali e di servizi finanziari adeguati, la flessibilità nel costo del lavoro con la possibilità di stipulare contratti di area.

Non si dimentichi che si tratta di operare in un contesto internazionale del tutto diverso dal passato, in una economia globalizzata e finanziarizzata nella quale dominano i valori del mercato capitalistico, e logiche che assai poco hanno da spartire con l’intervento pubblico a sostegno delle aree deboli.

Un grande sforzo culturale si impone.

 

Le sfide del futuro possono e devono essere raccolte con lo stesso coraggio e lo stesso orgoglio dei nostri antenati. Per una seria politica di riqualificazione e di rilancio delle nostre città occorre promuovere la capacità di riscoprire pienamente le sue risorse – quelle economiche e ambientali, quelle umane e culturali, quelle storiche ed architettoniche – considerando obiettivo primario il superamento della questione meridionale, cioè del divario Nord-Sud. 

In ogni caso si tenga presente che oggi la questione meridionale va considerata nazionale sia perché il Sud con le sue risorse e i suoi svantaggi è parte integrante del Paese, sia perché i problemi dello sviluppo del Sud hanno una caduta inevitabile sulla crescita dell’Italia intera.

Non si può più pensare che il Paese sia così prospero 

 da potersi permettere un Sud palla al piede,

 

dissimulato tra le pieghe delle medie statistiche che pongono l’Italia nel novero dei Paesi più avanzati dell’Occidente. 

Si tratta di affrontare problemi di disoccupazione di massa e, più in generale, di una autentica modernizzazione, nonché di un decisivo rafforzamento dell’offerta. 

Nonostante tutto, ai giovani che hanno voglia di impegnarsi si prospettano opportunità assai più ampie che nel passato, anche in virtù di un nuovo modello di sviluppo che si sta delineando. Un modello per molti versi inedito che esige, oltre a competenze e saperi di alto profilo, anche molta fantasia.

 

 

 

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