Editoriale: perché Myrrha? di Sergio Spatola – Numero 13 – Gennaio 2019

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Il nostro sito recita: «Una nuova memoria del Sud Italia. Le eccellenze che non hanno goduto nel tempo attenzione al pari delle denunce». 

 

Ciò, perché la memoria raccontata fino ad oggi non ha raggiunto lo scopo di elevare il centro Euro-Mediterraneo dalla connotazione negativa che gli viene attribuita? Ci sono tanti esempi di memorie che hanno raccontato e raccontano il sud. Myrrha, però, lo vuole fare con un profilo di novità che accompagni, nella contemporaneità, fatti noti o meno noti, fatti nuovi o storici. E allora si svela il segreto di Myrrha. Un’estetica da periodico cartaceo fatto web e dal web un’antologia cartacea fatta catalogo. Quello che abbiamo presentato, itinerando per le città meridionali. 

 

Si diceva delle memorie. 

Dalle memorie è indubbio possa trarsi l’identità, in questo caso, di un luogo.

Myrrha intende trasmettere l’identità del Sud, proprio partendo dal suo territorio perché chi vi vive possa comprenderne appieno la natura e, liberatosi 

dai condizionamenti e convincimenti che vogliono un meridione d’Italia 

improduttivo, creare un nuovo concetto di produttività.


Non si vuole, dunque, innalzare le bellezze mediterranee creando un muro contro un Nord. Al contrario rilevare un Sud diverso dal Nord, un meridione potenzialmente produttivo per altre caratteristiche. 

 

Myrrha tenta di evidenziare questa diversità che non indica un meglio o peggio, un giusto o sbagliato, un bello o brutto. Indica, invece, una pura e semplice «diversità» che abbisogna di un «diverso» approccio. E allora si spiega come mai autorevoli e impegnate firme dedichino il poco tempo a loro disposizione per fare crescere Myrrha, per continuare a farne uscire numeri e dotarla di strumenti che possano maggiormente diffonderla.E allora si spiega come mai la passione ci ha condotti al quarto anno di pubblicazioni e alla prima diffusione cartacea. 

 

La nostra ostinazione ha il prezzo del tempo dedicato a (ri)scoprire nuove realtà senza tempo, perché la rivista non tratta di cronaca, che, seppur importante, lascia una scia che permane un paio di giorni della frenetica esistenza che caratterizza la modernità.

Myrrha cerca di trovare quel che non passa per bloccarne un’importanza 

senza durata, cristallizzandola nello spazio del web.


Esso sì, è veloce per natura, ma la rivista trimestrale lo rallenta arricchendolo di contenuti sempre attuali. L’esigenza di utilizzare il web allora dipende dalla sua connaturata capacità diffusiva che ha consentito alla rivista di raggiungere quanti non avrebbero potuto ricevere un cartaceo. Da ciò dipende anche la scelta di realizzare un antologico scritto, che dia, con lo strumento più classico, una testimonianza degli sforzi profusi. In esso, con nostro stupore, non abbiamo potuto inserire tutti i lavori di due anni, della cui consistenza e qualità ci siamo accorti in fase di lavorazione del volume. Siamo stati però consapevoli immediatamente del fatto che tutto il lavoro è fruibile integralmente sul web che, a differenza del cartaceo, non ha limiti.

Auspichiamo di poter continuare nella nostra avventura editoriale arricchendo 

sempre più questo scrigno che custodisce i doni del Sud.


È scritto, sul contributo di Marzio Maria Cimini, che «è compito di questa epoca promuovere e anzi imporre contenuti che non solo suonano nuovi e inediti alle orecchie più accorte, ma che possono dare nuova energia al recupero e alla trasmissione di storie e di valori che non possono non essere riconosciuti come alti e irripetibili. (…). 

 

Una vera identità, passa oggi attraverso il recupero di consuetudini più antiche e più illustri, meno orecchiate e più precise, meno consolatorie e più forti, meno gentili ma anche più autentiche”. Speriamo che Myrrha ci stia riuscendo.

 

 

 

 

 

 

E, poi, perché un volume antologico cartaceo di una webzine – magazine on line?

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SILVIO SPAVENTA. IL NOVECENTO, SECOLO DEL LAVORO di Raffaele Colapietra – Numero 13 – Gennaio 2019

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       SILVIO SPAVENTA.           IL NOVECENTO,     SECOLO DEL LAVORO

 

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A questa linea egli si serbava fermamente fedele, dopo qualche sbandamento durante il rigidissimo ergastolo di Santo Stefano: Italia e Vittorio Emanuele, nel 1860, persecuzione implacabile e indifferenziata di borbonici, camorristi e garibaldini, fino alla sanguinosa repressione dei moti torinesi di fine 1864 per il trasferimento della capitale a Firenze.

 

Spaventa lasciava il potere per poco meno di un decennio, entrando a consumare un’esperienza nel Consiglio di Stato che si dovrebbe conoscere meglio per intendere il suo pensiero in proposito, nessuna reazione immediata, ad esempio, all’abolizione del contenzioso amministrativo nel 1865 ad opera del guardasigilli Pisanelli, uomo di Destra e meridionale come lui, e suo amicissimo personale.

Spaventa è ministro dei lavori pubblici nel dicembre del 1873 

in un gabinetto Minghetti tutt’altro che “piemontese”


e la novità d’ambiente che subito lo colpisce sono le società più o meno anonime fiorite nel frattempo, un’escrescenza capitalistica internazionale che egli non comprende, denunziandone subito, ed esclusivamente, l’egoismo e le immoralità spicciole nella gestione ferocemente privatistica delle ferrovie italiane, donde la “gioia segreta” di poter eliminare tale gestione ad opera di stranieri “i più audaci avventurieri e speculatori che si siano mai visti” ed in favore di uno Stato da “adorare” in quanto “dirige un popolo verso la civiltà” intesa quest’ultima “quale unità della coltura e del benessere” ed identificandosi esso Stato con “un’assoluta necessità sociale” (marzo e giugno 1876).

Spaventa non avrebbe visto questo Stato trionfare contro “la frode, 

il raggiro, l’aggiotaggio e tutti gli altri vizi” delle società anonime, 

i suoi stessi elettori abruzzesi lo avrebbero escluso e costretto 

a rifugiarsi nella Bergamo “capitale dei Mille”


ma altresì roccaforte del cattolicesimo sociale dei Radini Tedeschi, Rezzara, Agliardi, Suardo, il mondo da cui sarebbe venuto fuori il futuro Giovanni XXIII e che condizionava Spaventa nella sua requisitoria dell’aprile 1877 contro gli estremismi laicisti del guardasigilli Mancini che lo aveva escluso dal Consiglio di Stato (avrebbe riparato ben presto Zanardelli, l’uomo delle aborrite società anonime) anche nelle sue novità più indiscutibilmente liberali, l’abolizione del carcere per debiti, le modifiche alla condizionale e alla libertà provvisoria, il voto amministrativo alle donne (era stato Spaventa ad ammetterle come telegrafiste, esempio immediato ed illustre Matilde Serao, ma ciò alla luce del puro e semplice “tornaconto finanziario”, marzo 1875, cioè perché pagate di meno).

“Nessun pubblico impiegato possa, una volta investito del suo ufficio legittimamente, esserne arbitrariamente privato” ecco la parola d’ordine che Spaventa innalzava 

alla Camera nel novembre 1877 ed avrebbe mantenuto per un decennio 

con i suoi corollari:


l’auspicata esclusione degli impiegati dalla lotta dei partiti politici, “il bisogno di vivificarne l’ambiente” attraverso organi speciali concordati tra il potere esecutivo e quello legislativo, grazie ai quali “la libertà costituzionale diventa concreta, diventa quello che deve essere, non semplice partecipazione alla formazione delle leggi ma partecipazione alla loro esecuzione” donde “l’uomo veramente libero, che fa a sé la propria legge e l’esegue da sé” (giugno 1878). Cose del genere avrebbe ripetuto Giovanni Gentile tra il delitto Matteotti ed il 3 gennaio, allorché si parlò correntemente di uno Spaventa in camicia nera e di una tessera fascista a Spaventa.

Croce aveva posto da un pezzo lo zio al vertice del proprio personale pantheon risorgimentale, accanto a De Sanctis e Carducci: ma Gentile non va dimenticato, 

né con lui Salandra, che di Spaventa era stato allievo


e che, tanto a Chieti nel giugno 1922 per il centenario della nascita, quanto nel 1928, in merito alla crisi di fine secolo, aveva obiettato più o meno direttamente a Croce in termini da ripensare con attenzione.

Un ripensamento sistematico dell’esperienza risorgimentale era intanto 

quello che il Nostro veniva svolgendo nei suoi ultimi anni, 


i pieni poteri del 1859 soffocatori di ogni autonomia provinciale alla luce di una indipendenza che era arrivata a subordinare la libertà (marzo 1879) ed a consentire un’ingerenza dello Stato obiettivamente inevitabile alla quale si reagisce privilegiando l’amministrazione sulla politica sotto l’egida suprema della monarchia “che in questa missione ha la sua nuova ragion d’essere” (maggio 1880, in evidente chiaroscuro con ciò che parecchi anni prima aveva sostenuto Angelo Camillo De Meis e ben al di là dell’auspicata elettività del Sindaco, che monopolizzava l’attenzione nell’atmosfera pre-elettorale dell’epoca). 

 

Appunto l’allargamento del suffragio avrebbe richiamato il Nostro a Chieti nel dicembre 1882 ma egli si sarebbe mantenuto fedele a Bergamo in nome di un organicismo conservatore tutt’altro che alieno dal cattolicesimo del Zentrum tedesco, il diritto elettorale “non individuale ma pubblico per operare il bene altrui e adempiere un dovere” donde la speranza che

“facendo partecipe del governo dello Stato altri ceti che abbiano intenti ed ideali diversi dalla borghesia si produca quella differenziazione di partiti che oggi manca” 

e che è dovuta al “principio essenzialmente radicale” (e borghese) 

del protagonismo del pensiero a fini di governo,


protagonismo che “si è provato inefficace ed inetto a riedificare ciò che deve continuare ad esistere”, scopo a cui debbono adempiere, in funzione essenzialmente conservatrice (e perciò latamente cattolica), gli “altri ceti” chiamati sul proscenio dalla riforma elettorale (e perciò tutt’altro che sovversivi). 

 

Sbarazzatosi di fatto delle novità di tipo tedesco che Guido Baccelli pretende di introdurre nelle strutture universitarie “istituzioni sociali indipendenti dallo Stato” con la loro nebulosa “libertà d’imparare” (gennaio 1884), ribadito il carattere letterario e retorico del patriottismo quarantottesco che aveva indotto ad un’assurda azione puramente rivoluzionaria una Destra “parte media che doveva fare ad un tempo da propulsione e moderatrice dello Stato” (settembre 1885), il canto del cigno parlamentare del Nostro, marzo 1886, prima delle novità crispine del Senato e della nuova specifica sezione del Consiglio di Stato, prende atto dell’esaurimento del ciclo trasformistico, il principio nazionale che degenera in nazionalistico con le sue vocazione imperialistiche, bellicose e protezioniste, il principio democratico pacifista volto essenzialmente a sollevare le sorti delle classi inferiori.

Questo “sollevamento”, lo ripetiamo, non ha nulla di sovversivo 

e molto di paternalistico,


contribuisce essenzialmente alla definizione dei partiti politici (lo avrebbe ben inteso Giolitti nel 1892), si sarebbe identificato (settembre 1886) con “una classe che non ha altra base che il suo lavoro e diventa sempre più numerosa, ed aspira naturalmente a venir su ed a migliorare il suo stato”: ma poiché “la libertà stessa è spesso contraria agli sforzi che le classi operaie fanno per riuscirvi” la grande novità del Nostro, schiettamente democratica di fatto anche al di là dell’intenzione, è la scoperta e la valorizzazione della scuola popolare “l’officina in cui devono farsi i nuovi italiani… nella quale il sapere diventa carattere e le cognizioni opere”:

in altre parole, dall’Ottocento secolo della storia di De Meis al Novecento 

secolo del lavoro di Spaventa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

aveva dato la misura della levatura politica e dell’orientamento strategico del venticinquenne Silvio Spaventa, unità italiana monarchica sotto l’egida di Carlo Alberto Re di Sardegna.

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PER UN RITRATTO DI GIANNI GASPARI di Simone Gambacorta – Numero 13 – Gennaio 2019

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PER UN RITRATTO DI GIANNI GASPARI

 

Dico Baggio perché ho iniziato a seguire il calcio con i mondiali di Italia 90 (avevo 12 anni) e da allora per me (che di calcio nulla so) dire Baggio significa dire che qualcuno riesce a fare benissimo e con uno stile suo qualcosa di difficile.

 

C’è chi parla di classe. La parola è abusatissima e però funziona: 

si dice un giocatore di classe, per esempio, e Baggio lo è. 


Lo associo alla grazia, alla morbidezza di movimento, all’armonia: nessun altro calciatore, nemmeno Maradona (che a Baggio sarà stato senz’altro superiore), mi ha dato un’idea così nitida di eleganza. Baggio per me significa vedere la bravura che accade, vederla succedere. Ma quando ho visto Baggio, Baggio non c’era. A dire il vero, Baggio non l’ho mai visto di persona e quel giorno ero a Teramo in una libreria e secondo me Baggio a Teramo nemmeno c’è mai stato. Non ho verificato, manco saprei a chi domandare, ma mi sa che la città in cui vivo neppure l’ha sfiorata. 

 

Quel giorno mi pare fosse un sabato del 2017. Si era lì a parlare di un libro ed ero fra coloro che lo presentavano. Quando si arrivò alla fine si chiese al pubblico se ci fossero domande. Ce ne furono. Una, un’altra, un’altra ancora: e l’una, l’altra e l’altra ancora ebbero risposte. Poi una mano si tirò su in un cenno rapido e duplice, un po’ qua e un po’ là, tac-tac tac-tac, sembrava un “ciao” e invece era un “posso?”. Era Gianni Gaspari.

Sapevo che era lì, ci consociamo da anni, lo considero un maestro, 

ma non pensavo intervenisse.


Intervenne: e io vidi Baggio. 

 

Ma adesso devo spiegare per sommi capi chi è Gaspari: è un giornalista, è stato per anni conduttore del Tg2 (edizione serale) e di quella testata è stato a lungo caporedattore della cultura (Antonio Ghirelli direttore) oltre che critico cinematografico. I suoi servizi da Cannes e da Venezia (eccetera) hanno fatto scuola. Per dire: in un articolo di «Repubblica» del 2002 (si legge pure in rete: Tg2 a sorpresa, c’è il cinecritico che fa sul serio) Sebastiano Messina plaudiva alla sua onestà di recensore e al suo lessico. Morando Morandini fece altrettanto nell’introduzione a un suo dizionario dei film. 

 

Insomma, i meriti riconosciuti al teramano Gaspari (null’altro che omonimo del corregionale pluriministro) sono parecchi e non pochi valgono da blasone.

Varrebbero da blasone, se solo fosse capace non dico d’ostentare alcunché, 

ma almeno di mettere a parte gli amici delle esperienze per lui più gratificanti.


Non avviene. L’aneddotica (sempre garbata) che rende la sua carriera un’antologia capace di racconti gustosissimi e inaspettati (corsi condensati di giornalismo e critica) non contempla lodi a se stesso e resoconti a lui favorevoli: per via di quel suo riserbo tutto meridionale, le cose che lo riguardano le vieni a sapere fortunosamente, per il sovrano capriccio della casualità, praticamente per sbaglio, come inciampandoci; e se non tutte, molte di esse possono essere riassunte in un orientamento che nella sua carriera l’ha sempre guidato: il giornalismo mal s’accorda con ruoli di potere.

 

Si può convenire o meno con una simile visione, ma Gaspari, galantuomo 

come pochi (discretissimo, mai invasivo), sempre l’ha pensata così e tuttora lo fa.


Sicché molte possibilità di ascesa per le quali altri avrebbero fatto (o hanno fatto) carte false, lui le ha scansate. Non le ha cercate, gli sono state proposte, e più volte: e però nulla, è rimasto fedele alla sua idea di fare giornalismo senz’altro per la testa che il giornalismo. E giornalismo tout court. Per capirci: s’incontra in rete un video che risale a metà anni Ottanta e che lo vede in veste di cronista puro: Le 48 ore più lunghe, sull’allarme terremoto in Garfagnana. «A Barga, a Castelnuovo di Garfagnana, a Bagni di Lucca, a Villa Collemandina e in altre località sconvolte dal rischio sismico, l’alba significa praticamente uscire da un incubo». Il tempo di arrivare al punto e il pezzo da antologia lo si tocca con mano sin dall’incipit esemplare. Quel servizio per il Tg2 lo si potrebbe prendere pari pari oggi, proiettarlo in una qualsiasi aula di una qualche più o meno grandeggiante Facoltà di Comunicazione e utilizzarne ogni singola virgola per spiegare com’è che un giornalista dovrebbe raccontare le cose.

Ma perché dico che quel giorno ho visto Baggio? 


Perché Gaspari il suo intervento lo fece come quando ai mondiali del Novanta Baggio prese palla a centrocampo in Italia-Cecoslovacchia. Giannini, Baggio, Giannini, Baggio: dopo la triangolazione il 15 azzurro partì filato dalla trequarti sinistra, saltò un avversario e tagliò il campo in diagonale avanzando verso il centro; poi, non appena in area, scartò un secondo difensore e con un tocco di destro che pareva dipinto mandò la palla alla sinistra del portiere, frattanto graziosamente messo assiso.

Idem Gaspari: non un’esitazione, non un’incertezza.


Presentavamo Tutti i racconti di Andrea Carraro, e lui, con la sua inconfondibile voce, partì dal Branco, il romanzo del 1994 da cui Marco Risi trasse il film omonimo (sceneggiato con lo scrittore). A quell’iniziale scatto dalla trequarti seguì il primo movimento a sorpresa (salto dell’avversario), con un parallelismo che in trenta secondi divenne una recensione doppia che rileggeva allo specchio film e romanzo. Dopo di che centralizzò con un flash sul realismo di Carraro per poi tirare fuori – a limite d’area varcato – un’altra mossa a sorpresa (bye bye al secondo difensore): un excursus sui romanzi dello scrittore, con una compattezza concettuale che rese tutto ancor più simile al gesto di un atleta. Il gol fu una parecchio rapinosa e non meno suadente stoccata: un compendio sui temi cardine della narrativa di Carraro e sui narratori a lui accostabili. 

 

Se ne potrebbero raccontare altri di episodi buoni per testimoniare la maestria di un uomo che, partito dal suo Abruzzo, è diventato un protagonista del giornalismo culturale e un gran nome della critica cinematografica.

Ma questa mezza fantasia con Baggio serve forse per dire che lo stile 

sempre possiede un che d’inesorabile e bello.

 

 

 

 

 

 

 

 

Una volta ho visto Roberto Baggio, solo che eravamo in una libreria e Baggio non c’era.

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IL MEZZOGIORNO FRA LINGUE E DIALETTI di Francesco Avolio – Numero 12 – Ottobre 2018

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IL MEZZOGIORNO FRA LINGUE        E DIALETTI

 

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In quasi centosessant’anni di vita unitaria del Paese, sui dialetti sono state dette davvero molte cose, qualche volta giuste, non di rado errate, altre volte, inevitabilmente, in contraddizione fra loro.

Qui possiamo ricordarne almeno una: i dialetti non sono lingue “minori”, bensì “piccole lingue”. La differenza è sottile, ma fondamentale: se infatti le lingue “minori” sarebbero varietà linguistiche di prestigio e valore più basso rispetto ad altre (ad esempio nei confronti delle grandi lingue nazionali), le “piccole lingue” sono invece tali semplicemente perché spesso parlate, ancora oggi, da piccole comunità (ma anche in parecchie città importanti come Napoli, Bari, Palermo, Catania, Cagliari, e, fuori del Mezzogiorno, Roma, Venezia, Trieste ecc.).

Lingue sono, però, e non altro, anche se possono sembrare votate 

ad un destino davvero strano:


da un lato sono infatti esaltate, mitizzate e (spesso senza che ve ne siano validi motivi) rimpiante nostalgicamente; dall’altro derise o disprezzate, e lasciate a lungo fuori dalla porta della scuola e perfino dell’università. Inoltre, queste lingue hanno espresso, per un lunghissimo arco di tempo, ed esprimono in parte ancora oggi, il patrimonio culturale, antropologico, delle comunità che le parlano, cioè quel vasto insieme di esperienze e conoscenze che va spesso sotto il nome di “tradizione popolare” o “cultura popolare”. Le radici profonde dei nostri dialetti sono, come per l’italiano e le altre lingue neolatine o romanze, nel latino parlato.

Si tratta, quindi, non di “figli” dell’italiano stesso, cioè di derivazioni, 

magari “scorrette” (come in molti ancora credono), 

della lingua comune, bensì di suoi “fratelli”, meno fortunati:


tutti hanno il medesimo genitore, vale a dire il latino che era in uso, sia prima di Cristo sia in epoche più tarde, fra le classi popolari di Roma e dell’Italia, con diverse innovazioni, ma anche con parecchi tratti arcaici, a volte risalenti alle tante lingue sulle quali il latino stesso, nel corso della sua lunga espansione, si era sovrapposto (osco, greco, etrusco, celtico ecc., dette tecnicamente lingue di sostrato), nonché con prestiti da quelle entrate in Italia dopo la caduta dell’Impero romano (gotico, longobardo, arabo, dette lingue di superstrato) e in epoca medievale e moderna (provenzale, francese antico e moderno, spagnolo ecc.).

Se si vuole, dunque, i nostri dialetti sono, a pieno titolo, lingue “neolatine” 

o “romanze” proprio come il francese, lo spagnolo, il portoghese o il rumeno

 

l’unica, vera differenza sta nel fatto che queste ultime sono diventate, a un certo punto della loro storia, e con motivazioni e dinamiche diverse da caso a caso, delle varietà a diffusione sempre più ampia, fino a caratterizzarsi per una chiara dimensione nazionale, ufficiale e letteraria. Un’immagine molto fortunata, e da attribuire probabilmente al linguista Max Weinreich (1894-1969), è quella secondo cui, a ben guardare, “una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”.

Ma quanti sono i dialetti in Italia? Per strano che possa sembrare, 

è presso che impossibile rispondere a questa domanda:

 

i nostri comuni sono in tutto 8057, ma non è affatto raro il caso in cui il capoluogo comunale possieda una parlata anche molto diversa da quella delle sue frazioni (basti qui ricordare gli esempi di città e cittadine del Centro-Sud come L’Aquila, Pescara, Caserta, Potenza ecc., nonché di moltissimi comuni minori). Ciò fa così innalzare, e di molto, la cifra complessiva, senza nemmeno prendere in considerazione altri fenomeni, antichi e recenti, di variazione interna ai singoli centri abitati (dialetti dei contadini e dialetti dei pastori, dialetti dei pescatori e parlate degli artigiani ecc., che non di rado, infatti, convivevano e convivono in una stessa comunità).

Le “Indie (linguistiche) di quaggiù”?


La nota definizione che dell’Italia meridionale diedero i Gesuiti nel XVI secolo (le “Indie di quaggiù”, appunto), in seguito al rivelarsi di remoti universi contadini nei quali era più che urgente, nella loro prospettiva, l’opera di evangelizzazione – definizione che è stata poi ripresa negli anni Settanta, come titolo di una bella serie documentaristica trasmessa dalla RAI, e, più di recente, con finalità diverse, da alcuni antropologi (Francesco Faeta nel 1996, Gianluca Sciannameo nel 2006) e storici (Giuseppe Maria Viscardi nel 2005) -, sembrerebbe poter essere riutilizzata in riferimento non solo alle tradizioni popolari, e segnatamente a quelle religiose e magico-rituali, ma anche relativamente ai dialetti e alle “tradizioni linguistiche”. Il Sud, cioè, si mostrerebbe a tutta prima – agli occhi del non esperto di cose di lingua – come una sorta di gigantesco serbatoio di arcaismi, a cui attingere in una sorta di affannosa risalita verso le fasi linguistiche più antiche della nostra Penisola. 

 

Non si tratta di un’immagine del tutto falsa, ma è certamente parziale.

Proprio la dialettica conservazione/innovazione o, se si vuole, continuità/mutamento rappresenta infatti una delle prospettive più efficaci e interessanti

nello studio della fisionomia linguistica delle regioni meridionali,


e ciò fondamentalmente perché esse non sono state quasi mai un mondo chiuso, sordo alle innovazioni, isolato dalle principali correnti linguistico-culturali: “uno dei caratteri storico-geografici più salienti del Mezzogiorno è quello di essere, oltre che un paese stretto, un paese aperto, tale sia verso il continente europeo attraverso gli Appennini, sia, soprattutto, verso il Mediterraneo […]. Lungi dall’essere un elemento riduttivo o addirittura negativo, come molto spesso è stato valutato, l’apertura del Mezzogiorno ai più vari apporti esterni ha dato respiro mediterraneo ed europeo alla sua storia e ne ha arricchito culturalmente ed antropologicamente le strutture umane”1.

Non solo quindi, luogo di perturbante arcaicità, in un rapporto 

poco dialettico con il resto dell’Italia, del Mediterraneo e dell’Europa, 

ma soprattutto terra di numerosi e profondi contatti, intrecci 

e anche conflitti linguistico-cultural


(in cui l’arcaismo non è certo assente, ma non è il solo elemento in gioco), che non sono visibili solo nelle pur cospicue tracce lessicali lasciate dalle numerose dominazioni straniere – come si dice e si scrive di solito –, ma riscontrabili un po’ in tutti gli aspetti dell’espressione linguistica, dal lessico alla fonetica, dalla grammatica (morfologia) alla sintassi, e non riguardano unicamente francese, spagnolo, greco o arabo (cioè le lingue più blasonate e, quindi, nobilitanti). 

 

È proprio questo che, in diverse puntate, cercheremo di vedere un po’ più da vicino. 

 

(Segue)

 

 

 

 

 

 

 

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1 – F. Barra, Il Mezzogiorno nelle relazioni internazionali, in G. Galasso, R. Romeo (a cura di), Storia del Mezzogiorno, vol. IX, Aspetti e problemi del Medioevo e dell’età moderna, Tomo 2, Napoli, Edizioni del Sole, 1992, p. 162)

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La copertina del Dizionario Dialettale delle Tre Calabrie di Gerhard Rohlfs, fra le principali opere dialettologiche del Novecento, che mette subito in relazione fatti dialettali e tradizioni popolari (nello specifico, i costumi tradizionali maschili della Calabria ultra, a sin., e della Calabria citra, a destra).

La “lotta” tra forme conservative (derivate dal lat. cras) e forme innovative riguardanti la parola ‘domani’ nei dialetti dell’Italia centro-meridionale (Carta 347 dell’ Atlante linguistico e etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale, in sigla AIS, versione on line predisposta dall’ ing. G. Tisato dell’ISTC di Padova).

 

GARGANO ANNO 1000 di Menuccia Fontana – Numero 12 – Ottobre 2018

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GARGANO ANNO 1000

 

Pietro II Orseolo, il 26 maggio, partiva a vele spiegate, al comando della Flotta “Velis Libratis”, per Parenzo, Pola, Zara che saranno le tappe di una marcia trionfale.

A Spalato è accolto con onore ma il suo obiettivo è venire a patti con quelle genti slave che un tempo gli erano ostili. Dopo uno scontro durissimo ne esce vittorioso, la flotta Venetica torna alla base e l’Orseolo potrà assumere il titolo di doge dei Venetici e dei Dalmati.

Ed è in questa veste che nell’anno 1002 al comando della flotta Veneta 

si dirige e approda sulle coste del Gargano.


Ma non è questa la meta, la spedizione è diretta a Bari, la città assediata dai Saraceni da terra e da mare. È il 3 settembre del 1002, la flotta va verso il Gargano, il promontorio dalla morfologia tormentata, “l’isola che non c’è”. 

Li accoglie una luce abbagliante, le case bianche, e un mare che ha già il colore di un autunno alle porte, un Adriatico calmo in cui si riflettono le verdi pinete che lo circondano.

A poca distanza dalla città di Vieste c’è una piccola isola che non ha 

neanche un nome, la si indica come “l’isolotto del faro”; 


sull’isola c’è una grotta (luogo di culto della Venere Sosandra dal III secolo Avanti Cristo); bisogna fermarsi, Bari è lontana, ed è qui che i Veneziani lasciano una splendida testimonianza, non inedita ma ignorata anche dalla storiografia Veneziana. 

 

La grotta (magazzino per i fanalisti) conserva molte iscrizioni graffite, questo il testo dell’epigrafe, tradotta dal latino, che ricorda il passaggio della flotta veneta:

“In nome di Dio e del Salvatore Nostro Gesù Cristo, nell’anno 1002 dall’incoronazione, nel mese di settembre il giorno 3 nell’indizione prima, 

entrò in questo porto il signore Pietro doge dei Veneti e dei Dalmatici, 

con cento navi pronto alla guerra contro i Saraceni che assediavano Bari”.


La testimonianza già piena di orgoglio in quel primo passaggio fu poi completata (dalla stessa mano?) al momento del ritorno della flotta verso Venezia con una precisazione:

“il Doge combatté con loro alcuni li uccisero, altri li misero in fuga”.  


La città di Bari non ha dimenticato e ricorda l’avvenimento con una festa popolare – “Vidua Vidue” – di saluto a Venezia. Tutta la storia della Puglia conduce al mare, il mare è la sua vita, la sua ricchezza, la sua religione, anche i suoi santi vengono dal mare. Come ha detto Giovanni Macchia (francesista pugliese), “una dolce ansietà di Oriente si scopre sulle sue coste.” È uno scrigno che ancora nasconde piccoli tesori, a svelarli sarà “la Puglia illuminista” per farne dono a questa terra così bella che dimentica il passato. La storia si può nascondere anche su un piccolo isolotto al largo di Vieste ma è un nostro dovere civico renderla un “libro aperto” su cui si possa leggere.

 

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DEL DIVARIO NORD SUD E ALTRO di Tommaso Russo – Numero 12 – Ottobre 2018

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DEL DIVARIO NORD SUD e altro

 

Forse perché sorvegliato dai toni ufficiali di una certa storiografia delle ricorrenze, il dibattito sull’Unificazione, svoltosi nei dintorni del 150°, ha affrontato in modo sommario alcuni capitoli della storia nazionale come le coppie Risorgimento e Mezzogiorno, Stato e Mezzogiorno. Si deve a un gruppo di studiosi se quei nuclei tematici sono stati oggetto di una vivace discussione in casa Clio di cui qui se ne offre una sintesi.

 

Tra storici, economisti storici, storici economici, in molti hanno partecipato. Primo argomento affrontato è stato l’avvio del divario. Giuseppe Galasso colloca la “bipartizione dell’Italia” alla discesa, nel 568, dei Longobardi che si spinsero fino in Campania creando un principato autonomo tra Benevento e Salerno. Per secoli, si seguirono nella Penisola dinastie diverse e solo l’unificazione “porrà termine tredici secoli dopo” a quella divisione. 

 

Infatti è quell’esito con le sue conseguenze a riproporre la domanda sulla genesi del divario e a caratterizzare i contenuti della polemica.

 

In un suo pamphlet ricco di dati, cifre, report e stime, Emanuele Felice 

sente l’esigenza: di fornire una narrazione veritiera sul divario, l’origine, 

le cause; di illustrare le tesi assolutorie e accusatorie per l’agire pubblico 

dei meridionali, in particolare per i gruppi dominanti;

 

di polemizzare con Vittorio Daniele e Paolo Malanima: con i loro scritti hanno fatto da grancassa ai neoborbonici. In altra sede successiva, la risposta non si è fatta attendere. Entrambi, rigettando l’accusa di essere criptoborbonici, hanno sottolineato la conformità dei loro dati a quelli del collega. La differenza è nella data di origine. Per Felice non va ricondotta all’evento unitario, alla politica della Destra, alla presunta inferiorità dei meridionali. Nel crocevia unitario, sostiene, i ceti dominanti indigeni, «una minoranza privilegiata», scelsero la via della rendita. Sembra, però, il caso di aggiungere che all’appuntamento unitario le elites meridionali giunsero prive di un programma politico e, quindi, senza possibilità di negoziare con quelle piemontesi. 

 

Invece, Daniele e Malanima spostano agli ultimi decenni dell’800 la genesi del divario, allorquando l’Italia si incammina sulla strada dell’industrializzazione. Qui, par di capire che, in quel torno di anni, si esaurirono gli effetti benefici del corredo portato in dote dal regno delle Due Sicilie allo Stato nascente; che il ceto politico nazionale non fu in grado di elaborare un programma di sviluppo generale del Paese, ma solo un piano di lavori pubblici e di interventi in funzione anticiclica a sostegno dei settori industriali in ascesa. 

 

Studiosi come Stefano Fenoaltea, Giovanni Vecchi et alii, con i loro calcoli, stimano che l’«effetto unificazione» non fu destabilizzante per il Sud. Nei decenni centrali dell’800 partecipò del più generale trend del Paese. Ai loro occhi la questione non è la distanza fra le due parti, ma quella «tra l’Italia e i paesi progrediti dell’Europa». Si può aggiungere che quando l’Italia, alla fine dell’800, comincia a entrare nel novero dei paesi industrializzati, per reggerne l’urto sceglie una doppia velocità, sacrificando quella parte di territorio che nel frattempo si era indebolita. 

 

Salvatore Lupo partecipa al dibattito riprospettando talune riflessioni dell’esperienza della rivista Meridiana. Si tratta di punti chiave: la diversità tra storia del Mezzogiorno e questione meridionale; la differenza tra questione sociale e questione meridionale (gramscianamente intesa); la necessità di «liberare la storia del Mezzogiorno dagli stereotipi»; infine, la tesi che «il Mezzogiorno tra momenti di divergenza e convergenza col Settentrione», in 150 anni, ha partecipato allo sviluppo italiano «nel suo complesso». Vale a dire una forte attenuazione del dualismo e delle differenze fra le zone del Paese, tanto da far scomparire la questione meridionale. 

 

Ciò, a suo tempo, suscitò l’ira di Galasso e di settori della storiografia gramsciana. 

 

Renata De Lorenzo, recuperando il nocciolo della riflessione di Galasso, ha confermato che tra le due parti del Paese la differenza esisteva già nei decenni preunitari. 

 

Pier Luigi Ciocca ha aperto un nuovo cantiere di scavo. Attiene al binomio agricoltura-grande brigantaggio. Ovvero, ai danni da questo apportati a quel comparto produttivo con le sue azioni: abigeato, incendi di raccolti, di stalle e masserie, distruzione di vigneti e colture arborree (noccioleti, uliveti, agrumeti…). Quanti anni necessitarono, si chiede lo studioso, per ricostituire intero quel patrimonio agro-pastorale? Questa domanda ha senso se si considera anche il suo rovescio. Quale fu il volume del danno procurato dalla legislazione speciale, legge Pica in primis, sul mercato tra città e campagne meridionali? Anche questo è un laboratorio da esplorare. 

 

Altre suggestioni si configurano ma qui possono essere elencate solo come titoli per capitoli di ulteriori indagini. Si tratta, infatti, della nascita del pre-giudizio antimeridionale; della diacronia tra costruzione dello Stato (State building) e formazione della Nazione (Nation building); dell’esigenza di definire il grande brigantaggio come lotta di classe o moto demanialista, scontro legittimista o guerra civile o combinazione di alcune tra queste determinazioni. Di certo, non fu una jacquerie.

Il Pil come indicatore di sviluppo di una comunità non sempre ne misura i contenuti 

in modo reale e veritiero. E se ciò vale per il ‘900, è d’obbligo la prudenza per l’800 meridionale, preunitario, per il quale necessitano altri indici per capire 

il più vasto dei Regni italiani usciti dal congresso di Vienna.


Con la Prammatica De Regimine studiorum (1770) Ferdinando IV, sottraendolo ai Gesuiti, istituisce un nuovo sistema scolastico pubblico, statale e laico. Tra cambiamenti e continuità è durato fino al 1860 in quanto era chiaro il modello di società che rifletteva o che doveva riprodurre. 

 

1811: Murat perfeziona l’impianto ferdinandeo con un Decreto organico. 1816: il restaurato borbone lo assume con qualche modifica negli Statuti per i Reali Collegi e Licei. Viene così a configurarsi un sistema di educazione e istruzione in grado di reggere il confronto con altri apparati istruttivi europei e con quello del Lombardo-veneto, ritenuto il migliore. 

 

Un altro cammeo fu la Reale Scuola per gli ingegneri di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Pesca diretta da Carlo Afan de Rivera. Nacque durante il Decennio francese; quindi, prima della milanese Società d’Incoraggiamento d’Arti e Mestieri (SIAM) sorta, nel 1838, per volontà di Enrico Mylius.

La Scuola napoletana si distinse in tutta Europa per il suo know-how scientifico 

e tecnologico; per la buona pratica didattica di inviare in Francia, Inghilterra, Germania, Russia propri studenti e docenti a fare esperienze. 

Valeva anche il cammino inverso.


Numerosi furono docenti e studenti europei che vennero nel Regno, per esempio, a studiare il ponte di ferro a catene sospese sul fiume Garigliano e poi quello sul fiume Calore progettati dall’ing. lucano Luigi Giura e ancora funzionanti. 

 

Nel decennio 1830-40, le Società economiche, in specie quelle di Basilicata, Salerno, Terra di Lavoro, svolsero una meritoria azione di: divulgazione di nuovi criteri di coltivazione, diffusione dell’istruzione agraria, inviti all’associazionismo. 

 

Nei decenni preunitari l’istruzione nell’arte del mare, di antica tradizione, pur tra difficoltà finanziarie e organizzative, dette vita a un prestigioso sistema formativo. I due convitti di San Giuseppe a Chiaia e del Carminiello al Mercato, istituiti per ospitare gli orfani dei marinai, affrontando un cammino non semplice, riuscirono, nel 1818, a trasformarsi in collegio dei Pilotini e poi a trasferirsi a Meta di Sorrento. Ciò che ne aveva promosso il successo era una doppia convinzione: la formazione unitaria degli addetti alla marina militare e a quella mercantile; la considerazione del mare, il Mediterraneo, come asse centrale dell’economia del Regno. 

 

Con quanto detto non si intende esaurire il vasto panorama istituzionale del Mezzogiorno preunitario. Tutto ciò non comporta una rappresentazione autoconsolatoria ora per allora; né mette capo a una beatitudo temporum. Al contrario. Quelle istituzioni sono gli indici che invitano a una diversa interpretazione. Sono un universo di saperi. Il loro tratto di modernità consiste nell’essere una risorsa unitaria e immateriale con riflessi sullo sviluppo complessivo. La Scuola di Ponti e Strade aveva una visione olistica della natura. I licei avevano un doppio percorso istruttivo. Gli studenti imparavano le materie comuni e anche quelle di indirizzo: agraria, giurisprudenza, medicina.

La sintesi tra saperi di cui quel sistema era depositario dette vita all’unità tra storia 

e natura, tra civiltà e cultura. Solo una facile propaganda, a la lord Gladestone, 

o una storiografia interessata, hanno potuto svillaneggiare o passare sotto silenzio questo corredo di lunga durata portato in dote alla nuova Italia.


L’andamento del divario non è mai stato lineare. Comincia a crescere negli ultimi decenni tra ‘800 e ‘900. Continua negli anni della grande guerra. Aumenta durante il fascismo con la crisi del ’29 e la politica autarchica. Non accenna a diminuire negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto. La risalita comincerà negli anni della ricostruzione e del boom economico, quando lo Stato col suo intervento avvierà un circolo virtuoso. 

 

Già agli inizi del ‘900, con la legislazione d’emergenza (1904-06), lo Stato intervenne in alcune regioni meridionali. La mancanza però di una idea di pianificazione delle risorse rese quell’intervento parziale.

 

Anche il progetto elettro-irriguo di Nitti affidava allo Stato un ruolo centrale. 

 

Bisognerà attendere il secondo dopo guerra quando un gruppo di tecnocrati di formazione nittiana, passati indenni dal fascismo alla Repubblica, muterà la direzione dell’intervento nel Mezzogiorno. Le risorse saranno finalizzate all’infrastrutturazione come primo passo per l’industrializzazione in una logica di complementarietà e di unificazione del mercato. Le due parti del Paese dovevano unificarsi con un piano di sviluppo generale raccolto in una grande produzione legislativa: il piano INA-CASE, la Cassa per il Mezzogiorno, la riforma stralcio con l’intento di costruire il “sistema Italia”: almeno nelle intenzioni. Lo Stato aveva una funzione regolativa non sostitutiva del mercato. Anche i grandi flussi migratori parteciparono, a loro modo, a questo progetto di unificazione. Questa stagione irripetibile,1947-1952, dispiegherà i suoi effetti positivi fin verso il 1964 dando tangibili segnali di diminuzione del divario.

Gli anni ’50, inoltre, fanno registrare nel Mezzogiorno una interessante fioritura: 

case editrici, giornali, riviste, circoli culturali. In una parola: da un lato gli intellettuali riscoprono la loro funzione civile nel conio di una nuova mediazione fra gruppi sociali e Stato e fra questo e la comunità locali; dall’altro lato la vivacità di quegli anni 

vive senza contributi pubblici ma sull’entusiasmo e sulla passione civile 

che era riuscita a suscitare.


Il decennio 1950-60 costituisce, dunque, un momento alto nella vita del Mezzogiorno durante il quale questa parte del Paese ripropone la sua offerta immateriale alla direzione dello Stato con figure giuridiche, amministrative, direttive come era stato in precedenza. Tutto ciò necessita della riemersione critica di vecchi e nuovi contenuti, noti o meno, e di una diversa interpretazione pena un divario irrecuperabile. Non solo economico.

 

 

 

 

Del divario nord sud
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  Bibliografia 

 

Daniele, V.-Malanima, P. Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011, Rubettino, 2011 

 

De Matteo, L. Una “economia “alle strette” nel Mediterraneo. Modelli di sviluppo, imprese e imprenditori a Napoli e nel Mezzogiorno nell’Ottocento, ESI, 2013 

 

Felice, E. Perché il Sud è rimasto indietro, Il Mulino, 2013 

 

Galasso, G. (a c. di) Alle origini del dualismo italiano. Regno di Sicilia e Italia Centro-Settentrionale dagli Altavilla agli Angiò (1100-1350), Rubettino, 2014 

 

Giannola, A. Mezzogiorno oggi: una sfida italiana, in Cassese, S. (a c.di), Lezioni sul meridionalismo, Il Mulino, 2016.

 

TOMMASO CESTRONE A CARDITELLO di Alessandro Gaudio – Numero 12 – Ottobre 2018

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TOMMASO CESTRONE A CARDITELLO

 

Bella e perduta (Italia, 2015, 83 min.), un bellissimo film del regista casertano Pietro Marcello1, mette in scena il favoloso incontro tra il genio materno della natura e la ragione umana. 

L’incontro − che, dalla iniziale disposizione documentaria muove, poi, verso il soggetto, dall’indagine sociale alla narrazione finzionale − avviene presso il Real Sito di Carditello, reggia settecentesca ubicata a San Tammaro, vicino a Casal di Principe, nell’agro aversano, nel cuore della Terra dei Fuochi, per intenderci.

La rappresentazione, dai riferimenti e dai toni ortesiani, percorre le vicende 

di Tommaso Cestrone, un pastore che, senza chiedere nulla in cambio, 

si prende cura per anni tanto del palazzo, a lungo sottoposto a depredazioni 

e all’azione dei vandali, quanto della gran corte rettangolare,


in cui l’architetto romano Francesco Collecini, nel 1787, pose una pista ellittica di terra battuta con due fontane, due obelischi e una piccola rotonda, in forma di tempietto; da tempo immemore la Reggia, la corte e i giardini vengono usati a mo’ di discarica. Nella notte di Natale del 2013, durante le riprese, Tommaso, noto nella zona come l’Angelo di Carditello, fatalmente muore. Ci si può chiedere come possa morire di infarto un uomo di neanche cinquant’anni in ottime condizioni fisiche ma, al di là di questo, tali circostanze finiscono per legare indissolubilmente il nome del pastore a quello della Reggia, a quell’altezza ancora lasciata in uno stato di quasi totale abbandono.

Il nome del pastore, così, diventa quello di chi ha cercato con ogni mezzo di opporsi al destino di morte di Carditello, frutto emblematico del disastro economico e politico vissuto dal Meridione italiano dal dopoguerra a oggi.


Costruita per volere di Ferdinando IV di Borbone, dopo l’Unità d’Italia la Reggia passa alla Casa Reale dei Savoia e, nel 1920, viene ceduta all’Opera Nazionale Combattenti. Poi, dal 1948, con il passaggio di proprietà al Consorzio di bonifica del Basso Volturno, il Real Sito è interessato da un tentativo di ripristino che si arresta a causa delle difficoltà economiche in cui versa l’ente. Negli anni, il complesso monumentale è passato attraverso vicende alterne e, dal 2011, viene messo più volte all’asta2. Alle ultime spaventose avventure vissute dalla dimora borbonica a causa dell’incuria di molti abitanti e del malaffare si contrappone la ferma risoluzione di un individuo che non accetta supinamente le sorti imposte da un corso degli eventi che, per quanto inumano, è stato spesso avvertito come necessario. Proprio da questa contrapposizione, Marcello ricava il suo apologo.

Proprio dalla morte di Tommaso prende vita la favola del bufalotto, sottratto 

dalla benevolenza del pastore alla fine miseranda che il fato gli ha destinato:


è noto, infatti, che gli allevatori sopprimano gli esemplari maschi perché non immediatamente produttivi.3 Sarà l’Angelo di Carditello, in punto di morte, ad affidare a Pulcinella, maschera-emissario dell’aldilà, il povero bufalo condannato. Quando, col tempo, la ragione umana tornerà a prevalere sul genio materno della natura − e Pulcinella, innamoratosi di una donna, avrà perso così la sua maschera da intermediario e, con essa, tutti i suoi poteri − nulla potrà più salvare l’animale. Nulla potrà più salvare Carditello. Eppure,

nella sconfitta di Tommaso non c’è solo la fine dell’uomo che ama la natura 

e la sua stessa vita;


c’è, anche, la vittoria di quell’altro ministero spaventoso, anch’esso pienamente umano (ma infinitamente più misero), che fa di tutto affinché lo sviluppo critico di un individuo rimanga ucciso, affinché la realtà sia percepibile da un solo punto di vista, affinché il muro dell’incomprensione sia sempre più alto e difficile da abbattere. Certo,

la Real Dimora ha, da qualche anno, riaperto i battenti ed è stata sottoposta 

a diversi lavori di bonifica, restauro e valorizzazione.


Ciò è avvenuto grazie al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che, nel 2013, ha acquisito il bene; nel febbraio del 2016 il MiBACT, la Regione Campania e il Comune di San Tammaro hanno istituito la Fondazione Real Sito di Carditello che, da allora, ne gestisce le attività. è altrettanto vero, però, che la Reggia non è ancora viva, non nel modo che avrebbe voluto Tommaso. Permane tra le sue mura una sensazione di insoddisfazione e di malinconia che ben si coglie nelle immagini acquerellate di Bella e perduta.4 

 

Non c’è dubbio che l’Angelo di Carditello − prendendosi cura della Reggia, nonostante fosse stato minacciato e avesse subito diverse intimidazioni dalla teppa camorristica − si sia mantenuto all’altezza del pensiero, dell’azione e, dunque, nella sfera della determinazione politica. A quali risultati ha condotto tale determinazione? Oggi sappiamo che il sito aversano è stato risanato, in parte risistemato e addirittura riaperto al pubblico. Sappiamo che il bufalotto, Sarchiapone, è vivo, che si è persino accoppiato. Sappiamo che, con ogni evidenza, un cunicolo sotterraneo collega la Reggia di Caserta alla Real Delizia borbonica, accrescendone un valore turistico e architettonico già immenso.5 Nel film, Marcello fa sì che prevalgano i sentimenti di malinconia e di vana speranza, ma non c’è forse un’altra via? 

 

E’ facile risalire all’origine di questa disillusione ed è fiabesco (ortesiano, si è detto) il modo in cui il regista di Bella e perduta le abbia contrapposto dialetticamente la resistenza di Tommaso, la sua solitudine: quella che gli ha permesso di tener conto del male

− a pochi metri dal Real Sito sorge una delle più grandi discariche d’Europa 

e tutt’intorno a essa continuano a crescere sversamenti 

di rifiuti di ogni genere −,


ma anche di seguitare a sperare nella vita, nella realtà di ciò che è impossibile, nell’evidenza di una scelta che rende, invece, possibile il sorprendente ritorno, al centro della piana aversana, di ciò che è rimasto escluso dalla nostra idea di umanità, dal procedere umano verso la consapevolezza di sé e della natura.

L’intelligenza della favola consente di sottrarre singolarità al caso di Carditello, accordandogli, al contrario, una certa universalità che rende evidente 

che la nostra civiltà, i nostri usi e costumi, 

le cose nel mondo vanno, sì, così.


Tuttavia, per quanto la speranza, alla quale Tommaso resta fedele e che nonostante tutto riesce a nutrire sino al termine dei suoi giorni, si riveli, proprio in virtù di ciò, un inganno, Bella e perduta libera il campo dall’ingombro di un’idea assoluta e spiega, mediante l’esempio di un pastore lasciato solo, quanto sia opportuno non lasciarsi intrappolare dalle inesorabili leggi della verità della storia. La verità della favola, con le sue umane contraddizioni, persino con le sue menzogne, è tutta qui: sarebbe opportuno, perché la natura del mondo non sia mai più così distante dal mondo della natura, non continuare a trascurarla.

 

 

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1 – Tutti i mediometraggi di Pietro Marcello, regista nato a Caserta nel 1976, sono stati di recente raccolti in edizione DVD e accompagnati da un booklet, curato da Emiliano Morreale, che include un’intervista inedita al regista e un’antologia critica; cfr. Il cinema di Pietro Marcello. Memoria dell’immagine, Cineteca di Bologna, 2017. 2 – Sulle vicende del Real Sito di Carditello si veda N. Verdile, La Reggia di Carditello, Capodrise (Ce), Ventrella Edizioni, 2014. 

3 – Sulle bufale del casertano cfr. F. Ricciardi, Le bufale stralunate di Piovene, in «Myrrha», n. 9, 2017, disponibile al seguente URL: https://www.myrrha.it/le-bufale-stralunate-piovene-francesco-ricciardi-numero-9/; ultima visita: 25 giugno 2018. 

4 – Il caratteristico effetto è ottenuto grazie all’impiego, da parte della troupe, di una pellicola scaduta che restituiva «delicati verdi e blu simili ad acquerelli» (A.P. Scott, «The New York Times», 8 dicembre 2016, ora ne Il cinema di Pietro Marcello cit., p. 29) 

5 – Si veda l’articolo consultabile al seguente URL: http://www.belvederenews.net/la-rivelazione-del-dott-domenico-bovienzo-fondazione-per-carditello-un-tunnel-sotterraneo-collega-la-reggia-di-caserta-ed-il-real-sito-di-carditello/; ultima visita: 25 giugno 2018.

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IL VOLO DELL’ANGELO di Lorenzo Salazar – Numero 12 – Ottobre 2018

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IL VOLO DELL’ANGELO

 

Esiste però un percorso alternativo, che richiede meno di due minuti, ma anche una certa dose di sangue freddo. 

 

Accanto alla naturale e selvaggia bellezza dei luoghi, da circa un decennio il Volo dell’Angelo costituisce uno dei principali fattori di richiamo delle Piccole Dolomiti Lucane (ci troviamo una trentina di chilometri a sud-est di Potenza) le cui cime, pur in scala ridotta, ricordano da vicino talune vette delle più blasonate cugine trivenete. Robusti cavi di acciaio hanno così riunito i due paesi, da sempre così vicini e così lontani, consentendo di “volare” dall’uno all’altro in ambo i sensi.

Si “decolla” da siti diversi e diversamente impervi, da raggiungere 

prevalentemente a piedi.


Il volo da Castelmezzano a Pietrapertosa (sicuramente il più eccitante e spettacolare dei due con la sua lunghezza di 1415 metri ed il suo dislivello di 130), si spicca da una cresta raggiungibile dopo una ascensione (definirla passeggiata è sicuramente riduttivo) di circa mezz’ora dal punto dove il minibus abbandona gli aspiranti emuli di Icaro raccolti al punto di ritrovo in paese od a quello di arrivo del rientro. Da essa, in attesa del proprio turno, si ha il tempo di scoprire gli incantevoli scorci offerti dalle Piccole Dolomiti e dal circostante Parco Regionale Gallipoli Cognato che si estende su una superficie di oltre 4000 ettari, equamente divisi tra la provincia di Potenza e quella di Matera.

 

La partenza del volo da Pietrapertosa si trova invece quasi in cima al paese. Una volta raggiunto l’ingresso di quest’ultimo, sempre grazie ad un minibus che muove dal sottostante arrivo della fune, potremo così scoprirne le strette viuzze e le botteghe che offrono prodotti tipici lucani.

La laboriosa cerimonia di vestizione prevede una imbracatura, un casco 

di protezione e l’affidamento, sino al vicino punto di partenza, 

della pesante carrucola che costituirà il nostro solo appiglio 

al cavo per tutta la durata del salto da un paese all’altro. 


L’esperienza è mozzafiato. L’augurio di “buon volo” ne segna l’inizio; subito dopo, annunziato dallo scatto metallico del moschettone, ci si stacca repentinamente dalla base di partenza. Si guadagna velocità in pochi secondi, trattenendo il respiro e giungendo rapidamente a toccare i 120 km/h. 

Riavutisi dallo shock iniziale si può godere un panorama superbo, col terreno 

sotto di noi che si allontana sempre più rapidamente. Appena il tempo 

di ammirare l’abisso, ascoltando il vento che riempie le orecchie, 

ed ecco che il fondo valle comincia a riavvicinarsi 

e la velocità a decrescere.


A quel punto, se avremo il coraggio di volgere nuovamente lo sguardo in avanti, potremo cominciare a scorgere il punto di arrivo che si avvicina ad una velocità che apparirà sempre e comunque eccessiva; il fiato è tagliato di nuovo, sino all’impatto… 

 

Chi invece proprio non se la senta di tentare l’esperienza di volo, potrà egualmente assaporare il gusto dell’avventura affrontando un percorso di trekking di circa 2 km. (detto “delle sette pietre”) che, recuperando l’antico sentiero contadino che collegava i due Comuni, scende dai 920 metri di Pietrapertosa ai 660 della sottostante valle del torrente Caperrino per risalire quindi ai quasi 800 di Castelmezzano. Per compiere l’intero circuito del volo di andata e ritorno occorrono non meno di 3 ore, ma non vi è ragione di perseguire inutili performances agonistiche che non lascerebbero il tempo di godere dei colori e sapori locali. Meglio, molto meglio, concedersi l’intera giornata e, 

ancora inebriati dall’esperienza del volo della mattina, perdersi tra le stradine 

del paese di “atterraggio” ammirandone gli scorci, sempre contornati 

dalle straordinarie cime delle Piccole Dolomiti.


Ci si potrà quindi rifugiare presso uno dei numerosi ristoranti locali che, nonostante il crescente afflusso turistico, mantengono elevato il livello della cucina locale ed un ottimo rapporto prezzo-qualità, come del resto quasi ovunque in Basilicata. 

 

Le numerose specialità lucane placano piacevolmente gli appetiti accesi dal cammino verso le basi di partenza. Su tutte troneggia il “crusco” – un tipo di peperone dolce e saporito che viene seccato sui balconi delle case di paese annodato in fotogeniche trecce – che viene qui declinato in tutti i suoi diversi abbinamenti, da originale succedaneo delle chips in aperitivo, ad accompagnamento delle “strascinate” fatte in casa od ideale coronamento purpureo del candido e saporoso baccalà che anche in questa parte del meridione costituisce insostituibile elemento della cucina delle regioni meno favorite dalla vicinanza al mare. 

 

Evitando le ore più calde per intraprendere il volo di ritorno, coltivando al contempo l’illusione di ridurre il pesante debito calorico ereditato dal pranzo, si potrà passeggiare alla ricerca di un caffè, continuando a godere del panorama rupestre.

Se a Pietrapertosa il contatto con le cime è immediato, scendendo le stesse 

sin dentro il paese che ad esse sembra armoniosamente aderire, 

Castelmezzano è stato recentemente inseritoda un giornale britannico 

tra i 19 borghi più belli d’Italia


(“…progettato non da un urbanista, I presume, ma da un gigante che ha preso un mucchio di graziose case e le ha spalmate tra le rocce”, così Lee Marshall sul Daily Telegraph). 

 

Le iniziative di taglio sportivo-avventuroso sembrano proliferare in tutta la Regione. A quello dell’Angelo si è di recente aggiunto il Volo dell’Aquila, con quattro persone alla volta che planano da San Paolo Albanese a San Costantino Albanese, nel Parco Nazionale del Pollino. A Sasso di Castalda invece – non lontano dalla statale che congiunge il Vallo di Diano, ancora nel Salernitano, con la costa ionica – due ponti tibetani, con gradini trasparenti stesi al di sopra del dirupo che costeggia il paese, hanno dato vita alla passeggiata del Ponte alla Luna, richiamando nuove frotte di ardimentosi del fine settimana.

La Basilicata (o per me la Lucania, come sempre si è detto in famiglia) 

è una delle regioni meno conosciute d’Italia. Proprio al rientro da un “Volo”, 

non molto tempo fa percorrevo una sperduta stradina di montagna in direzione 

di San Chirico Raparo, paese della nonna paterna; all’uscita di una curva, 

come nella scena di un film di James Bond, mi si spalancò improvviso 

di fronte l’immenso sito del giacimento “Tempa rossa”,


con decine di bulldozer intenti a spianare il terreno e drappelli di operai e tecnici in divisa azzurra disciplinatamente intenti ai propri compiti. Lo sfruttamento intensivo del più grande giacimento petrolifero su terraferma del continente, pur conosciuto dalla prima metà del ‘900, è iniziato solo in tempi relativamente recenti e ha indubbiamente costituito un fattore di relativo dinamismo economico che non ha mancato di scuotere gli apparentemente immobili equilibri locali.

Gli enormi investimenti hanno prodotto un effetto di ricaduta sull’economia, 

pagato però con la creazione di non sempre trasparenti 

appetiti di varia natura


ed un crescente impatto ambientale i cui effetti, nonostante le inchieste avviate dalla magistratura, non appaiono ancora pienamente misurabili; ad esso vengono ad esempio da taluno imputate le misteriose ed ormai ricorrenti morie di pesci del lago del Pertusillo, nella Val d’Agri. 

 

La capacità di attrazione esercitata da queste nuove attività che aggiungono un pizzico di avventura soft a portata di tutti al richiamo turistico delle tradizionali mete culturali – alcune delle quali, come Matera, oramai di rinomanza mondiale –  

può contribuire a bilanciare la progressiva affermazione nella Regione 

di una monocultura legata al petrolio (ed alle generose royalties 

dallo stesso generate) ed a prevenire l’abbandono di località 

ricche di fascino preservando le tradizioni locali.


Permane, come troppo spesso nel nostro Meridione, il problema delle infrastrutture; l’automobile o la corriera rimangono infatti quasi sempre gli unici o comunque i più rapidi mezzi a disposizione per raggiungere tanto la Capitale Europea della Cultura 2019 come gran parte delle principali località di interesse della Regione, con l’eccezione dell’incantevole Maratea che ha la fortuna di incontrare la linea ferroviaria tirrenica.

Inseguire l’utopia di un nuovo Texas, al quale prevedibilmente contrapporre 

un modello di sviluppo fondato su di una sorta di Disneyland diffusa, 

o confidare invece in una convivenza reciprocamente sostenibile –


sognando tute azzurre che attraversano il cielo delle piccole Dolomiti – nelle dimenticate terre che si stendono a sud dell’invisibile frontiera di Eboli? 

 

Intanto, “buon Volo”…!

 

 

 

separate in linea d’aria da meno di 1500 metri e da un orrido profondo centinaia di metri, occorre affrontare oltre mezz’ora d’automobile ed una serie interminabile di tornanti.

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LA FONDAZIONE FORTUNATO di Francesco Antonio Genovese – Numero 12 – Ottobre 2018

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LA FONDAZIONE FORTUNATO

 

 

 

RIONERO IN VULTURE, GIUSTINO FORTUNATO e NINO CALICE

 

1. Rionero città di frontiera. In che senso? Aveva ragione il compianto Nino Calice quando affermava che Rionero in Vulture, oggi importante centro dell’articolazione urbana della Basilicata, è stato (lo è ancora?) un paese di frontiera, nel senso di un luogo urbano senza conti da regolare con centri sociali e di potere preesistenti, feudali o clericali, spregiudicata, diversamente da Melfi, dove la presenza plurisecolare di vescovi e feudatari aveva dato luogo ad una società verticale, gerarchica e perciò timida, portata alla dipendenza1. Dopo la secessione dal Vescovo di Rapolla, fatta per ragioni fiscali dal 1314 al 1330, passando sotto la circoscrizione di Atella (e già questo dice del carattere della città), accogliendo nuove genti di ogni tipo, dagli albanesi di Scutari alle maestranze di ogni genere e provenienza (irpina, sannitica o pugliese: un melting pot unico in quella Basilicata moderna) in occasione dei tagli al bosco del Gualdo o alle pendici del Vulture, di commerci vari, 

 

“Rionegro” divenne un paese aperto e mobile, passando dagli originari 500 ai 9000 abitanti nel secolo dei lumi, capace di sfuggire, per la sua connaturata diffidenza 

e inquietudine, anche all’opera missionaria di un S. Alfonso dei Liguori.  


Ne venne fuori una realtà urbana viva ma anche aspra, “senza esclusione di colpi, di intrighi, di malandrinerie, di calunnie, di bugie, di vendette”, in cui ogni volta “bisogna ricominciare daccapo”, ricucendo gli strappi “dei costumi, delle feste, delle classi, delle case, dei quartieri, delle piazze”2

2. La Famiglia Fortunato e don Giustino a Rionero.

 

Secondo la ricostruzione di Calice, neppure i Fortunato sfuggirono a questa realtà conflittuale, nonostante le apparenze ieratiche delle due ultime figure rappresentative di questa importante famiglia del nostro Sud e della nostra storia nazionale: Ernesto e Giustino. Nel capitolo intitolato Dove è finito il barone Rotondo? Calice racconta di una vicenda di ordinaria turbativa degli incanti. Nel 1837, la Mensa vescovile di Melfi mette in vendita i diritti di enfiteusi sui beni della tenuta di Gaudianello, in agro di Lavello (città che con Venosa, assieme alle due già menzionate, completa il quadrilatero dei grandi centri della Basilicata settentrionale), estesi ben 3900 tomoli (terre a bosco e pascolo), quelli che diverranno dal 1872 il cuore dell’azienda modello cerealicolo-pastorale organizzata e diretta da Ernesto Fortunato3.

 

Alla gara i Fortunato offrirono 2400 ducati e i Rotondo 2600 ducati (i Tedesco di Minervino non erano competitivi) ma la tenuta venne aggiudicata ai Fortunato, con lo stratagemma dell’elevazione posteriore dell’offerta, passata da 2400 a 2800 ducati, non senza che una tale opportunità (non del tutto trasparente) fosse divenuta possibile grazie a qualche intervento extra ordinem: un favore del vescovo di Melfi ad Anselmo Fortunato (allora, a Napoli, Presidente della Corte dei conti) o la promessa di non riscattare il canone enfiteutico4. E la promessa venne persino imposta agli eredi da don Giustino con il suo testamento5. Sta di fatto che,

 

vincendo quella gara, i Fortunato innescarono il volano dello sviluppo della loro potenza economica, quella stessa (intelligentemente e progressivamente amministrata da Ernesto: la guida imprenditoriale della famiglia) 

che consentì di garantire al più noto fratello Giustino di recitare 

un ruolo di grande importanza nella politica 

e nella vita civile nazionale.

 

Ci sarà poi da stupirsi tanto se, dopotutto, sui Fortunato, nel 1861, verranno riversate accuse di protezione verso i briganti e se gli accusati sdegnosamente abbandoneranno Rionero per trasferirsi a Napoli? Quello, Rionero, era pur sempre un Paese di frontiera, di lotte politico-sociali aspre, “senza esclusione di colpi, di intrighi, di malandrinerie, di calunnie, di bugie, di vendette”, in cui ogni volta “bisogna ricominciare daccapo”.

 

Il Palazzo Fortunato, perciò, resterà vuoto fino al 1878 quando avvenne la ricucitura tra la Città e il suo più illustre notabilato, con il sindaco (Pierro) 

che va incontro ai due fratelli fuori dal paese e va a riverire 

il candidato al Parlamento nazionale.

 

Ernesto, perciò, poté tornare a Gaudiano, a gestire l’azienda più avanzata dell’intera Basilicata (e fra le più avanzate dell’intero Mezzogiorno), mentre Giustino da parlamentare vivrà tra Napoli (la residenza di via Vittoria Colonna) e Roma, con brevi rientri estivi a Rionero e Gaudiano. Ci sarà da stupirsi ancora se nel 1917, passeggiando a Rionero con alcuni degli amici più fedeli, don Giustino verrà ferito da un esaltato che l’aveva accusato di essere responsabile, addirittura, della guerra? Ma stavolta Fortunato non tornerà più a Rionero, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 23 luglio 1932. Purtroppo, occorrerà solo quella per conseguire finalmente il desiderio “di vivere nella gratitudine vostra, miei concittadini”6?

 

3. Rionero si è veramente riappacificata con Giustino Fortunato? 

 

A Rionero, sulla piazza principale c’è il Palazzo Fortunato, composto dal fabbricato di circa cinquanta stanze, da un giardino e da un cortile, per una superficie di circa 4000 metri quadri: un importante monumento architettonico che vide passare, ospiti della famiglia, personaggi storici di rilievo: Giuseppe Bonaparte, Ferdinando di Borbone, Giuseppe Zanardelli, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti.

 

Oggi il Palazzo ospita la Fondazione Fortunato e la Biblioteca di famiglia, forte di circa 11.000 volumi, tra cui molte cinquecentine e libri dal Seicento all’Ottocento; nelle scuderie, un Museo della Civiltà Contadina e l’archivio storico e fotografico della famiglia e del Comune di Rionero nonché, quasi un paradosso, 

anche una mostra permanente sul Brigantaggio.

 

La città sembra essere definitivamente riconciliata con il suo più importante personaggio, il grande intellettuale e meridionalista che gli ha dato prestigio e fama.

Ma le iniziative della comunità locale non si può dire che siano del tutto all’altezza del grande concittadino e della sua storia, basti vedere anche semplicemente il sito internet che dovrebbe orientare il visitatore ed il curioso, per non dire lo studioso del pensiero e dell’organizzazione familiare.

 

Ma forse sarebbe anche il caso di pensare ad un Parco Letterario Giustino Fortunato, per far conoscere i luoghi della sua vita

 

(perlomeno di quella non vissuta a Napoli): un’iniziativa – possibile anche solo in sede locale, sebbene non riferita strettamente ad uno scrittore o un poeta, ma a uno storico, a un politico e politologo di razza, a uno statista come pochi – che farebbe svanire del tutto il dubbio circa il fatto che la sua città natale abbia mantenuto ancora qualche ombra sull’intellettuale nazionale di cui può invece trarre incondizionato vanto.

Sembra allora che la città si sia fatta perdonare per quegli screzi sol perché un altro intellettuale e politico rionerese, Nino Calice, ha dedicato ai Fortunato alcune opere importanti della sua complessiva produzione storica e politologica.

Non solo. La casa editrice da Lui fondata ha anche stampato alcune opere di don Giustino e, tuttora, dopo la morte del fondatore, mostra di proseguire la sua preziosa attività

 

4. Un erede rionerese per don Giustino: Nino Calice.

 

La verità è che Nino Calice (1937-1997), professore di storia e di filosofia nei licei, ma poi anche consigliere regionale (eletto con il PCI), Sindaco del Comune di Rionero, deputato al Parlamento e poi Senatore della Repubblica, componente del Consiglio d’Europa, fondatore del centro studi Giustino Fortunato, storico, e protagonista di tante iniziative culturali e politiche, oltre che di importanti ricerche storiche anche sulla vita della Basilicata, è indubbiamente – si proprio Lui – il vero erede di don Giustino e non solo per le ragioni legate alla comune origine cittadina.

 

Il ponte di passaggio tra le due figure mi pare ascrivibile alla grande tradizione democratico-liberale nazionale, quella che ha avuto varie declinazioni, 

fino al sacrificio personale, di importanti e prestigiose figure,

 

da Salvemini a Fortunato, dai Fratelli Rosselli a Giovanni Amendola, da Gobetti a Nitti, di cui si è detto, in gran misura, erede il cessato Partito comunista italiano (o importanti parti di esso), che se ne è intestato, pur tra distinguo e precisazioni, il filo della continuità.

La coscienza di tale linea è ancor viva, come si è visto e sentito, nel corso di un convegno svoltosi di recente (il 5 dicembre 2017) nel Castello di Lagopesole (Avigliano), non lontano da Rionero, proprio dedicato alla figura di Nino Calice. Giorgio Napolitano, ad esempio, ha scritto del suo commilitone politico:

 

“Se noi avessimo dieci, venti Rionero nel Mezzogiorno, coltivate, dissodate 

da organizzatori culturali come Nino Calice, credo che sarebbe un po’ diverso 

il Mezzogiorno da quello che è,

 

o potremmo essere meno allarmati di come, purtroppo, dobbiamo esserlo. Io mi auguro che davvero i giovani, ai quali tocca l’impresa del rilancio della politica, prendano esempio dalla lezione di Nino Calice”. Emanuele Macaluso, a sua volta, ha dichiarato: “Quando penso a figure come Nino Calice penso subito a cos’è stato il Partito comunista italiano, perché io penso che Calice è stato quello che è stato, nella sua specifica complessità, perché c’è stato il Partito comunista. E il Partito comunista è stato quel che è stato perché ci sono stati uomini come Nino Calice”.

Più specificamente, sul rapporto tra Calice e Fortunato, uno storico di matrice cattolico-democratica, Giampaolo D’Andrea, ha affermato:

 

“Nino Calice ci ha lasciato una grande passione civile e per la storia della sua terra 

e del Mezzogiorno. Passione ereditata da tutta una tradizione che in Basilicata 

è molto viva e che lui riannoda spesso con quella di Giustino Fortunato.

 

Una lettura non dico sorprendente ma non consueta negli intellettuali della sua generazione e della sua ispirazione culturale è la rivalutazione che fa del meridionalismo fortunatiano insieme alla rivalutazione del meridionalismo classico e con le spinte alla modernizzazione che inevitabilmente sono venute. In uno dei suoi ultimi saggi fece una riflessione lucidissima sull’illuminismo diffuso in Basilicata e su quello che aveva rappresentato, caratteristiche di una riflessione culturale che ha influenzato anche le sue posizioni politiche nel dibattito sui temi che di volta in volta si presentavano alla sua attenzione. Ha cercato di inserire la Basilicata in un contesto più ampio del Mezzogiorno per riconnetterlo all’Italia e in sintonia con la tradizione dei grandi meridionalisti della nostra terra come Fortunato e Nitti non ha mai pensato alla Basilicata come un’isola né felice né infelice e mai ha pensato al Mezzogiorno separatamente dall’Italia. Questo era un punto fermo della posizione dei meridionalisti: non rivendicavano attenzioni per il Mezzogiorno ma solo perché il Mezzogiorno potesse contribuire meglio al futuro dell’Italia.”7

 

 

C’è solo da sperare che la città di frontiera, se tale essa è ancor oggi, nel suo continuo dubitare, non sia troppo irriconoscente anche con Nino Calice,

poiché sono certo che il più giovane intellettuale, vissuto nel secolo scorso, avrebbe approvato (e lavorato per) la creazione di un Parco letterario dedicato alla complessa e poliedrica figura di Giustino Fortunato. Un simile Parco, coinvolgendo una gran parte del territorio della Basilicata Settentrionale (le ricerche storiche di Giustino, da sole, creerebbero una mappa-reticolo dei luoghi storici da lui riscoperti e individuati, traendoli dall’oblio e dalla dimenticanza; senza dire dei luoghi delle Strade ferrate propugnati come direttrici di sviluppo o dell’azienda familiare di Gaudiano o dei giovani intellettuali lucani, provenienti da tanti piccoli centri, da lui seguiti, valorizzati ed incoraggiati), si inserirebbe nello stesso rilancio dell’immagine della Regione, perché percorsa da un tenace filo di pensiero liberal-democratico, di respiro nazionale. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1- N. Calice, Rionero. Pagine sparse e disperse, II ed. 2012, p. 41.

2- N. Calice, ivi, p. 50.

3 – N. Calice, Ernesto e Giustino Fortunato: l’azienda di Gaudiano e il Collegio di Melfi, Bari 1982. Dello stesso A. si veda anche: La famiglia Fortunato, in AA.VV, La Borghesia tra Ottocento e Novecento in Basilicata. Storie di famiglie, Rionero in Vulture 2006, pp. 87-102.

4 – Così N. Calice, Rionero. Pagine sparse e disperse, p. 57. La vicenda era già stata ricordata in Id. Ernesto e Giustino Fortunato, cit. pp. 20-21 ove riporta anche la partecipazione alla polemica di Basilide Del Zio e Gennaro Araneo.

5 – Id. Ernesto e Giustino Fortunato, cit., p. 21.

6 –  G. Fortunato, Agli elettori del Collegio di Melfi, 10 febbraio 1909.

7 – Sul convegno, si rinvia a quanto scritto dall’Agenzia giornalistica della Regione Basilicata: http://www.consiglio.basilicata.it/consiglioinforma/detail.jsp?otype=1120&id=3399954#ad-image-0.

 

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L’ECONOMIA DELLA BELLEZZA di Patrizia Di Dio – Numero 12 – Ottobre 2018

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L’ECONOMIA DELLA BELLEZZA

 

Palermo, la mia città, può essere presa a simbolo di una Italia che investe sulla sua bellezza e sulla sua capacità di meravigliare il mondo intero, nonché quale emblema delle grandi potenzialità del Sud che, tuttavia, non si sono ancora compiutamente espresse a vantaggio di chi ci vive.

Come il Sud, Palermo è metafora di città splendida e nello stesso tempo decadente, dalle enormi potenzialità e grandi stimoli, eppure spesso in indolente inerzia; memoria di ferita e lacerazione, eppure esempio di recupero fascinoso 

e stimolante, antico e moderno insieme.


Città in cui abbiamo il percorso arabo-normanno patrimonio dell’UNESCO da un lato e che ospita, dal 16 giugno al 4 novembre nel 2018, “Manifesta 12”, una delle più importanti iniziative di arte contemporanea al mondo, la biennale itinerante europea. E sempre quest’anno, è capitale italiana della cultura 2018. Insomma, emblema insieme del nostro passato e del nostro futuro, di crisi e di opportunità. Palermo è anche una storia di impegno in campo umanitario, dove Stato, istituzioni, forze dell’ordine fino al più semplice dei cittadini, agiscono senza esitazioni.

Mentre le discussioni in Europa e in Italia si imperniano su cosa e chi deve fare, 

qui si fa senza chiedersi a chi tocca, pensando solo che ci sono cose 

che non posso attendere.


Noi del Sud siamo fatti così ed è in fondo la nostra grandezza. C’è poi la convivenza, l’esempio materiale di interazione e interscambio tra diverse componenti culturali di provenienza storica e geografica eterogenee che, a Palermo, ha generato un originale stile architettonico e artistico, lo stile arabo-normanno. Di eccezionale valore universale, vi sono mirabilmente fusi elementi bizantini, islamici e latini, capace di volta in volta di prodursi in combinazioni uniche e sincretiche.

La nostra storia di accoglienza e integrazione è il nostro paradigma di bellezza.

 

Palermo è la città dove l’Arcivescovo, monsignor Lorefice, per il discorso in occasione del festino, che si celebra ogni anno da oltre 390 anni in onore di Santa Rosalia, la nostra santuzza patrona, ha espresso considerazioni sulla dignità, sul significato di umanità e sul valore di appartenenza a un sistema e a una comunità di “senso”: parole che ci toccano particolarmente, non solo per la forza innovativa e profondamente cristiana ma anche per l’anelito a porre le basi di un rinnovato modo di intendere le prospettive della nostra vita. Perché, come dice l’Arcivescovo, “le relazioni vere nascono e crescono dove c’è sintonia, c’è finezza, c’è rispetto, ascolto”. Insomma dove c’è bellezza!

La città di Palermo, luogo simbolo di incontro di culture, di religioni, della possibilità 

di vivere nel segno della solidarietà e della pace, esempio di riconciliazione 

e rispetto reciproco, muove nella direzione di un’Economia consapevole 

del livello valoriale della società che le dà vita. Valori che rispecchiano

 quella che chiamo Economia della Bellezza. 

 

Il Sud è considerato, appunto, sinonimo di Bellezza, in virtù del suo patrimonio culturale, artistico, monumentale, paesaggistico, ma anche per la sua alimentazione, il gusto, il design e la moda. La ripresa deve partire da questo immenso patrimonio materiale unito a quello immateriale di Benessere, per un nuovo modello economico, di cui imprenditori e imprenditrici illuminate sono interpreti e protagonisti. Ritengo anche che, nella prospettiva di un mondo futuro dominato dalla tecnologia, si debba coltivare il fattore umano, riportando l’individuo al centro delle dinamiche produttive e riservando alle relazioni umane un posto di prim’ordine nelle strategie aziendali. Per noi, dunque, l’Economia della Bellezza si esprime con una cultura d’impresa che sa guardare lontano e che promuove comportamenti virtuosi sempre più attenti all’individuo e alla comunità, permeata delle specificità femminili di cura, visione dell’altro, “ricerca di senso”, coraggio, istinto ecologico, cultura, relazioni, solidarietà.

L’economia della bellezza che desideriamo promuovere, quindi, è anche
Economia del nuovo Umanesimo, che rappresenta la necessità
di favorire, nel concreto, una visione dell’umanità con una
prospettiva 
arricchente, migliorativa, inclusiva,


fatta di amore, cura, passione, sensibilità, ascolto: l’arte, il paesaggio, il cibo, la musica, la lingua coniugati con il saper vivere, con la capacità di entrare in sintonia, di creare relazioni empatiche, di esaltare intuito, creatività e abilità, cioè i talenti che ci contraddistinguono nel mondo. È un immenso patrimonio di ricchezza, un giacimento ancora quasi del tutto da utilizzare in tutte le sue potenzialità.

Una irripetibile pluralità che determina, nel suo insieme, quello “stile di vita” 

che il mondo intero ci invidia e tenta di imitare.

 

Un tesoro unico che ci appartiene e che abbiamo il dovere di proteggere e valorizzare, per vivere meglio il Sud di oggi e per lasciare ai cittadini di domani un Sud migliore; ma soprattutto per costruire subito nuove opportunità che consentano ai nostri “cervelli”, e in generale a giovani e meno giovani, di non essere costretti ad andar via, abbandonando. 

 

Questo Sud non può più attendere. Va riconosciuto, guardato con attenzione, raccontato con passione, per costruire prosperità. E dunque non solo pensando a quelle attrattive evidenti e generalmente riconosciute presenti nelle grandi città, come la mia Palermo, ma anche a tutti gli angoli più nascosti, e tuttavia non meno affascinanti, che costituiscono le caratteristiche riconnesse alle identità culturali e sociali tipiche delle piccole città e dei piccoli borghi.

Credere nell’Economia della Bellezza significa costruire un’identità 

competitiva per il Meridione,


contribuendo al rilancio del Paese e trasformando il suo straordinario potenziale in una risorsa strategica di sviluppo economico e sociale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Patrizia-DI-Dio
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