IL CERVO SARDO. UN’ECCELLENZA ITALIANA Parte II
Gli aspetti relativi alla conservazione ed alla gestione, in chiave conservazionistica, di questa specie (ved. Myrrha N.33 Il cervo sardo (parte 1) sembrano destare poco interesse ma sarebbe doveroso porvi la giusta attenzione.
L’aumento dei cervi è motivo di preoccupazione per il settore agricolo, che risente dei danni operati dagli ungulati selvatici, ma anche per il suo possibile impatto sulla vegetazione spontanea
quella sì autoctona (con ben 186 endemismi) che fa della Sardegna un sub-hotspot di biodiversità nell’hotspot Mediterraneo. La conoscenza dettagliata delle strategie di foraggiamento della specie e della diversità floristica dell’ambiente naturale dovrebbe essere presa in considerazione quando vengono istituiti piani di conservazione, per gestire il rischio di conflitto spaziale tra terreni coltivati e l’habitat naturale (Aboling et al. 2024). Senza dimenticare poi che, fondamentalmente, ci troviamo in contesti privi di predatori naturali. L’incremento ed il consolidamento delle popolazioni di Cervo sardo è certamente un fattore positivo non si può però sottovalutare che questa specie non sia originaria della Sardegna (e della Corsica). Per tali ragioni sarebbe sicuramente necessaria una gestione che presti attenzione allo status della fauna “artificiale” sarda, in chiave sostenibile, ed alle particolari e peculiari dinamiche faunistiche dell’isola, senza sconvolgere gli equilibri ecologici e sociali.
Attualmente, la protezione a cui è sottoposta la specie esclude
qualsiasi tipo di prelievo;
la caccia non è consentita e, per dirla tutta, vi è una forte opposizione pubblica a questa opzione gestionale (finalizzata non solo al controllo). Andrebbe sicuramente incoraggiata e sostenuta l’idea del possibile sfruttamento della “risorsa” cervo mediante la caccia di selezione definizione, quest’ultima, poco felice. Tale pratica venatoria, come asseriva l’amico e Maestro Franco Perco, si fonda su una scelta molto accurata del soggetto da prelevare, senza la pretesa – oggi almeno – di un miglioramento della specie cacciata
ma, a dire il vero, si può sostenere che la selezione migliori comunque una specie di Mammifero. Precisamente il cacciatore che la esercita!
Quindi, oltre alle chiare opportunità economiche derivanti, lo sfruttamento sostenibile del cervo garantirebbe sicuramente una crescita culturale oltre che della consapevolezza, negli stessi cacciatori, dell’importanza della gestione. Considerata poi l’unicità tassonomica del Cervo sardo e la bellezza paesaggistica della Sardegna, non andrebbe nemmeno escluso un sistema di quote per la caccia al trofeo di alcuni maschi, un’attività ampiamente usata in altri paesi. Questo permetterebbe di utilizzare i guadagni derivanti per finanziare la gestione delle stesse aree che ospitano i cervi e, a cascata, contribuirebbe alla conservazione di interi ecosistemi.
Un altro punto cruciale, che abbiamo affrontato in un articolo scientifico (A roadmap to an evolutionarily significant conservation strategy for Cervus corsicanus, Gippoliti et al. 2020) riguarda un altro aspetto interessante.
Se proviamo a ragionarci ci rendiamo conto che la sopravvivenza di questo cervo è in realtà un caso unico.
La Sardegna può, in effetti, essere considerata come un caso di conservazione “ex situ” in quanto i cervi presenti sono il risultato di un’introduzione protostorica.
In base a queste premesse e a quanto emerso da diversi studi pubblicati le operazioni di reintroduzione e di ripopolamento da effettuare sulla penisola italiana, in particolar modo nel meridione, dovrebbero tenere in considerazione C. e. corsicanus. La popolazione del bacino del Po, del già citato cervo della Mesola C. e. italicus considerata per molto tempo l’unico cervo nativo della penisola italiana, sembra chiaramente diversa dal punto di vista filogenetico dall’antico cervo presente nel centro/sud del Paese. Pertanto risulterebbe inadatto a fornire esemplari per la reintroduzione del mezzogiorno.
In conclusione, nonostante le continue richieste di collaborazione, integrazione ed interazione tra diversi ambiti disciplinari, risulta palese come, nella conservazione, emergano ancora margini di miglioramento.
La Sardegna, in questo caso, ha fornito un rifugio per una specie non autoctona di provenienza continentale;
oggi è estremamente necessario porre molta attenzione e cautela per fare in modo che questa popolazione, salvata da un’antica traslocazione prima e da una quasi estinzione poi, possa essere gestita in maniera oculata senza causare problemi, a se stessa e ad altre specie veramente autoctone, anzi contribuendo a finanziare la conservazione della biodiversità della Sardegna.

La fauna italiana vanta una biodiversità straordinaria, con specie uniche come il cervo sardo, simbolo di un patrimonio naturale di inestimabile valore. .

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