LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO di Agostino Picicco – Speciale Aglie Fravaglie – Maggio-Luglio 2020

cat-economia
cat-cultura
 

LE NUOVE FRONTIERE DEL LAVORO

 

agostino_picicco

Ne sanno qualcosa i forzati dei concorsi con diecimila concorrenti per cento posti e se va bene ne escono con una idoneità che li rende idonei a nessun posto, quelli che affrontano decine di colloqui che terminano con il solito “Le faremo sapere” e poi nulla più, i giovani dei lavoretti in nero, prendere o lasciare, gli illusi dei corsi di formazione che costano ma sono sostanzialmente inutili, quelli che inviano il curriculum a centinaia di ditte, gli “interinali” cronici, che lavorano tre mesi qui, tre là….

Ma se non si può eliminare l’emigrazione causata dalla ricerca di un lavoro altrove, almeno la si può limitare o incanalare secondo criteri mirati e intelligenti.


Per fare ciò occorre che i giovani, maggiormente costretti ad abbandonare la loro terra, si attrezzino di strumenti ritenuti irrinunciabili oggi nel mondo del lavoro: la concezione della flessibilità del mercato del lavoro e la mobilità di persone e investimenti. E’ naturale però che accanto ad una mobilità in direzione Centro-Nord, occorra anche

agevolare quella delle imprese verso il nostro Sud, per alimentare 

un circolo virtuoso di occasioni di sviluppo e di crescita,

 

riscoprendo valori di dignità dell’uomo e di solidarietà attiva, talenti che il Mezzogiorno ha in abbondanza e che è giusto impiegare, insieme ai suoi giovani che da troppo tempo aspettano risposte dalla classe dirigente e dal Paese. 

Cosa significa tutto ciò? In che cosa ci tocca concretamente? 

Fuor di retorica, pensare oggi di dare un lavoro a tutti sotto forma di lavoro salariato, sarebbe una pura utopia o una pericolosa menzogna. In particolare occorre ripensare il mondo dell’economia e dell’occupazione, superando la cultura del “posto fisso”.

Occorre recuperare il valore proprio del lavoro, in contrapposizione 

al valore del “posto”.

 

In tal senso si esige uno sviluppo maggiore dei rapporti di lavoro a tempo parziale, del lavoro interinale, del telelavoro, delle attività non profit, cioè del lavoro che entra nella produzione di servizi sociali, di attività lavorative che la società apprezza e di cui fa crescente domanda, senza che siano sottoposte alle regole impersonali e anonime del mercato del lavoro. 

La vera imprenditorialità, allora, diviene quella legata al territorio e alla cultura locale.

La strada per rilanciare le regioni del Mezzogiorno che sono rimaste indietro 

non è costituita da sussidi o dalla creazione di posti fittizi, 

ma da condizioni favorevoli per le iniziative locali.

In altre parole il Sud ha bisogno di vero aiuto e non di stampelle. Oggi indicare tali condizioni favorevoli nel contesto di un orizzonte di rigore economico e di virtù finanziaria non è più sufficiente. Occorre avere coraggio e assumersi la responsabilità di guardare oltre, per costruire su basi solide un futuro migliore.

E’ necessario rendere competitiva l’economia meridionale

 

e rendere conveniente la localizzazione nel Mezzogiorno di investimenti in attività produttive ad alto valore aggiunto, capaci di competere nel grande mercato europeo e di creare occupazione che non sia né irregolare né effimera, come è attualmente quella dei lavori socialmente utili. 

La nostra terra potrà ridiventare grande quando si creeranno le condizioni per una riproposta di impegno e di messa a disposizione delle capacità professionali. Il giovane meridionale non può più continuare a rifugiarsi nella famiglia, nella precarietà lavorativa, nel clientelismo col potente di turno, nella fuga dalla propria terra. Per questo

è necessario anche un intervento deciso dello Stato perché oggi certi problemi, 

anche se locali, toccano la nazione nella sua globalità

 

– le società moderne non sono più organizzate intorno ad un centro, ma sono a rete. La competizione si sposta dal livello delle imprese a quello delle regioni economiche. Per questo si richiede uno Stato che funzioni efficacemente nei servizi e nelle politiche pubbliche essenziali, che sia imperniato sulla sussidiarietà e non declinato su macroregioni (che sarebbero solo verticismo spostato) ma

 

su livelli regionali sperimentati, dotati di autonomia fiscale 

e capacità decisionali autonome,

 

in grado di valorizzare le capacità locali attraverso un nuovo patto territoriale che accantoni venature arroganti e riconosca che alla crisi dello Stato nazionale non si reagisce con partiti e programmi localistici, ma con impostazioni di ampio respiro, tra le quali la presenza di infrastrutture materiali e immateriali e di servizi finanziari adeguati, la flessibilità nel costo del lavoro con la possibilità di stipulare contratti di area.

Non si dimentichi che si tratta di operare in un contesto internazionale del tutto diverso dal passato, in una economia globalizzata e finanziarizzata nella quale dominano i valori del mercato capitalistico, e logiche che assai poco hanno da spartire con l’intervento pubblico a sostegno delle aree deboli.

Un grande sforzo culturale si impone.

 

Le sfide del futuro possono e devono essere raccolte con lo stesso coraggio e lo stesso orgoglio dei nostri antenati. Per una seria politica di riqualificazione e di rilancio delle nostre città occorre promuovere la capacità di riscoprire pienamente le sue risorse – quelle economiche e ambientali, quelle umane e culturali, quelle storiche ed architettoniche – considerando obiettivo primario il superamento della questione meridionale, cioè del divario Nord-Sud. 

In ogni caso si tenga presente che oggi la questione meridionale va considerata nazionale sia perché il Sud con le sue risorse e i suoi svantaggi è parte integrante del Paese, sia perché i problemi dello sviluppo del Sud hanno una caduta inevitabile sulla crescita dell’Italia intera.

Non si può più pensare che il Paese sia così prospero 

 da potersi permettere un Sud palla al piede,

 

dissimulato tra le pieghe delle medie statistiche che pongono l’Italia nel novero dei Paesi più avanzati dell’Occidente. 

Si tratta di affrontare problemi di disoccupazione di massa e, più in generale, di una autentica modernizzazione, nonché di un decisivo rafforzamento dell’offerta. 

Nonostante tutto, ai giovani che hanno voglia di impegnarsi si prospettano opportunità assai più ampie che nel passato, anche in virtù di un nuovo modello di sviluppo che si sta delineando. Un modello per molti versi inedito che esige, oltre a competenze e saperi di alto profilo, anche molta fantasia.

 

 

 

A_volte_per_i_giobvani
simbolo-palline-azzurre

 

FURORE E IL FIORDO di Aurora Adorno – Speciale aglie fravaglie – Maggio-luglio 2020

cat-arte
cat-cultura
cat-ambiente

FURORE    E IL FIORDO

 

CASE

così come sopra le nostre teste” (Henry David Thoreau).

Esistono dei luoghi suggestivi, siti naturali sconosciuti ai molti, che hanno attratto raffinate celebrità di un passato non lontano e fatto la storia della musica, della danza, della pittura, del cinema e delle arti tutte.   

 

Non lontano dalla celebre Capri, l’isola che ha fatto da sfondo alle più belle storie all’italiana degli anni’50 con film come L’imperatore di Capri di Comencini, che vide il genio indiscusso di Totò girare tra i vicoli dell’isola o La baia di Napoli con Sophia Loren e Clark Gable già immortalati come star internazionali di altissimo livello,

angoli di paradiso sono stati apprezzati da raffinati estimatori. 

 Località come Furore appunto, il piccolo borgo marinaro, 

che ispirò uno dei più grandi o forse il più grande 

dei registi italiani: Roberto Rossellini,


padre del neorealismo, colui che più di molti ha reso celebre la nostra bella Italia immortalandone gli usi e le abitudini, e rendendo celebri luoghi dalla bellezza mozzafiato, senza tempo. 

Il regista si innamorò del magico Fiordo tanto da girare uno dei suoi lungometraggi intitolato appunto L’amore nel 1948. Pare che la storia sia stata ispirata al regista dalla compagna che visse con lui in quel di Furore e che

prese parte alle riprese: l’insuperabile Anna Magnani,

 

che proprio con questo film vinse il premio come migliore attrice protagonista.   

 

Furore si trova incastonata nella variopinta cornice della Costiera Amalfitana, tanto che a guardarla da lontano ci appare come il piccolo pezzo di un puzzle consacrato tra i borghi più belli d’Italia e considerato dall’UNESCO come Patrimonio Mondiale. 

Ancora d’amore si parla nel piccolo paese arroccato sull’altopiano di Agerola, difatti,

 

giunti nel centro storico si trova il Giardino della Pellerina 

e il viale denominato Cupido,

formato da quaranta pilieri laterali che ne tracciano il percorso, rivestiti di raffinate maioliche adornate da colombe variopinte. 

Il piccolo viale è percorso da panchine sulle cui spalliere sono incisi versi d’amore di D’annunzio, strofe di Vasco Rossi, Tiziano Ferro e di altri artisti internazionali; il percorso finisce nella piazzetta Afrodite in cui l’acqua zampilla nella Fontana dalle sette cannelle.   

 

Tra le casette bianche dai tetti rossi spicca Il muro dipinto, 120 opere tra dipinti e murales realizzati dal 1983 da artisti italiani e stranieri. In questo piccolo paese che conta pochi abitanti, si fa spazio il Fiordo, una profonda insenatura della roccia, sopra il torrente Schiato.

È dalle onde furiose che imperversano sugli scogli che ne deriva appunto 

il nome Furore, titolo di questa bella opera scolpita dalla natura stessa.

 

I vari percorsi di trekking e la vicinanza con Positano ed Amalfi la consacrano a meta ispirata e bella, lontana dal caos e dalle località turistiche chiassose e caotiche. 

Il paese che non c’è, così chiamato a causa della sua forma, come se le case fossero pennellate di colore che ad un certo punto spuntano lateralmente dalla montagna, conserva al suo interno la Chiesa a tre navate di San Giacomo, con i famosi affreschi e dalla quale si può ammirare il panorama mozzafiato.

 

Sembra quasi di vederla la Magnani, disperarsi per il suo amore, 

tra la natura rocciosa del paese, col sole che le illumina il viso 

negli anni che furono. 

Suggestivo l’omaggio che Rossellini fa all’inizio della seconda pellicola in bianco e nero, impreziosita dalle imperfezioni del tempo: questo film è l’omaggio all’arte di Anna Magnani

E quale amore più grande, di quello che apprezza e riconosce nell’altro la propria grandezza, il proprio valore, l’espressione pura dell’anima? 

Come lei stessa disse una volta: “Rossellini aveva capito, io sono fatta così: tutta istinto, nature, come dicono i francesi, nella vita e nel lavoro. Bisogna prendermi così se si vuole che faccia qualcosa di buono”.

In questo film diviso in due episodi: una voce umana, pièce teatrale di Jean Cocteau 

e il miracolo, il cui soggetto vede la firma del grande Federico Fellini, 

è espressa tutta la bellezza di Furore,

 

con la Magnani immensa nella sua semplicità, distesa nell’erba a scrutare il cielo mentre racconta ai santi le sue pene d’amore.   

 

Quanta grandezza in quest’opera, nelle riprese a campo lungo in cui l’obbiettivo mette in risalto, come in una sorta di microscopio, ciò che il personaggio sente e vede e come la natura circostante risponde.

 

Ed è proprio Fellini il San Giuseppe che convince la donna considerata dal paese non normale, che vive all’aperto, nella natura con le capre, 

di trovarsi davanti ad un inaspettato miracolo,

racchiudendo l’opera in una sorta di provocazione. Ecco che ancora una volta i luoghi nascosti del nostro bel paese vengono posti in risalto dall’arte.   

 

In essa artisti e poeti trovano ispirazione e la natura ancora una volta fa da protagonista, in uno scambio continuo che diviene dialogo tra la nostra storia, il presente e il futuro che guardando davanti a noi, con la chiesa di San Giacomo alle spalle, possiamo osservare. 

Ecco riassunta in Furore e nel Fiordo tutta la bellezza delle vecchie pellicole, dei dipinti e delle opere d’arte custodite in questo piccolo borgo pervaso dal profumo del mare che fa capolino sulla celebre e bella Costiera Amalfitana.  

 

Stelle al Sud 

FIORDO
aurora_adorno_arte
il_paradiso_sotto_nostri_piedi
fine-t-blu

 

LA SOCIETÀ OPERAIA DI AVIGLIANO di Francesco Antonio Genovese – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio-2020

cat-cultura
cat-storia

LA SOCIETà OPERAIA        DI AVIGLIANO

 

Francesco-Antonio-Genovese_Cultura

è costituito dallo spopolamento dei piccoli borghi dell’Appennino: uno sciame virale per coloro che restano, privati dalle difese immunitarie della socialità, delle competenze che si disperdono, del frutto di risorse investite che si godono altrove.

C’è persino chi, di questo silenzio che si è formato in luoghi dove un tempo era del tutto inimmaginabile (perché fu, piuttosto, il trambusto la cifra della vita che vi scorreva, per lo sbocco di famiglie numerose e di sciami di giovani, in cerca di una collocazione in qualche angolo, prima che del mondo, di quelle stesse località) ne ha fatto oggetto di una poetica che riesce davvero difficile da seguire. È nato perciò un più robusto movimento di pensiero che, utilizzando tecnologie di rapida connessione, si propone di ragionare sulla Civiltà dell’Appennino2, che è ovviamente un modo per

recuperare tutto l’osso, ossia quella linea di società, economia e cultura 

che un tempo costituiva la tensostruttura del Paese,


dalla punta della Calabria fino alle Cinque Terre liguri, per quanto soggetta a scosse di ogni genere. 

 

Faccio questa premessa sol perché mi interessa mostrare come nei borghi appenninici dell’Italia meridionale ci siano forze che tengono ancora viva la civiltà della dorsale, nei modi più diversi e, per certi versi, anche inimmaginabili a chi sia immerso nella quotidianità cittadina o dei luoghi frequentati. 

 

Ad Avigliano, in Basilicata, un agglomerato che si muove lungo creste variabili dai circa 700 mt di altitudine della parte valliva, che lo lega a Ruoti, e poi sale in direzione del gruppo montuoso del Monte Caruso, via via, fino a raggiungere i circa 950 mt delle ultime abitazioni urbane che, in cemento armato, si sono aggrappate ai punti più panoramici fronteggianti il Monte Li Foj di Picerno e, più in là ancora, verso est, la piccola – ma suggestiva – catena degli Alburni, la porta verso la Campania (ma, si ricorderà, ancora compresa nel recinto romano dell’antica Regione Lucana)3,

una vecchia istituzione associativa resiste, adottando forme social
di comunicazione con i propri iscritti e con la comunità locale in genere.
È la Società operaia di mutuo soccorso, nata nel 1874


«per volontà di un gruppo di 52 cittadini, appartenenti alle diverse classi sociali del Centro urbano di uno dei più popolosi comuni della regione, abitato in prevalenza da operai, artigiani e piccoli commercianti»4

 

In tempi risalenti cercò di sostenere anche le attività economiche dei soci e di aiutarli in momenti di particolari difficoltà (Nel corso della Grande Guerra, ad esempio, distribuì alle famiglie dei soci e della comunità ben 1.700 q.li di grano e di fiore di farina, a prezzo calmierato), come ha dimostrato uno scritto storico ricostruttivo di Gennaro Claps (storico e critico letterario nonché, a suo tempo, anche sindaco della città), la cui copertina mostra uno scorcio assai risalente di quella che sarebbe diventata la sede della biblioteca dell’associazione.

La vitalità del sodalizio è però dimostrata dal fatto che Essa ha saputo mutare 

con il passare dei tempi, adeguandosi (in modi più o meno tempestivi, certo) 

alle necessità del contesto urbano mutato. 


Sulla base delle donazioni (e dei contributi) di alcuni cittadini benemeriti, ha saputo costituire una biblioteca storica (intitolata al giurista e scrittore “Tommaso Claps”, personaggio vicino a Giustino Fortunato) con oltre 10 mila volumi, tra cui alcune cinquecentine e seicentine, ordinati e custoditi in una sala collegata con i locali storici del sodalizio, con scaffalature protette da vetrine, che si apre – attraverso porte e finestre – sulla piazza Gianturco, offrendo uno scorcio sul catino del centro storico, da dove emergono, fra le case in pietra scalpellinata, anche i picchi montuosi circostanti. 

 

La sala è il luogo suggestivo di affollate conferenze, assemblee, convegni.

È anche il luogo per la lettura di 5 quotidiani e di molte riviste; 

per l’utilizzo di varie postazioni informatiche dell’Internet Social Point

per la fruizione del WIFI-Free all’interno della sede sociale.


Ma l’associazione ha avuto un importante ruolo assumendosi l’impegno, che tuttora tiene vivo, quello di dare un premio al merito scolastico agli alunni delle scuole dell’obbligo (poi esteso anche oltre quelle, con una innovazione degli ultimi decenni) donando (assieme a un attestato di studio profittevole) soprattutto un libro di narratori (più o meno famosi) a ciascun premiato. Quel libro che, con puntualità annuale, ha saputo iniziare tanti ragazzi alla lettura e alla curiosità dell’esplorazione bibliografica e, per molti, anche a favorire l’incontro con il Mondo. 

Non si può immaginare quanto, una piccola provvidenza come questa, 

abbia potuto spingere tante generazioni di giovani 

a trovarsi un posto nel Mondo.


In altri locali del sodalizio ci sono ancora vecchi soci che si raggruppano attorno ai tavoli delle carte o che seguono qualche evento televisivo (quelle stesse sale che un tempo, ormai molto lontano, si affollavano la sera della quasi totalità dei soci che non possedevano il televisore – a cui aveva però pensato il sodalizio – e che si stupivano guardando immagini di un Mondo, ancora poco conosciuto). 

 

 

libro
decoro-cultura

1 – Manlio Rossi Doria, La polpa e l’osso. Agricoltura risorse naturali e ambiente, Napoli, 2005.  

2 – Raffaele Nigro – Giuseppe Lupo, Civiltà Appennino, Roma, 2020.  

3 – «Dal Sele parte la III regione e comincia il territorio di Lucania e Bruzio […].» (Plinio il Vecchio, Naturalis Historia).

4 – L’intervista ad Andrea Genovese, presidente della SOMS di Avigliano, è raggiungibile con il link: http://www.aviglianonline.eu/news_dettaglio.asp?idto=2788.

uno_dei_punti_di_crisi

 

IL SANTUARIO DEL FULMINE SEPOLTO di Gianluca Anglana – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio 2020

cat-storia
cat-cultura

IL SANTUARIO DEL FULMINE SEPOLTO

 

Gianluca-Anglana(2)

Potrebbe essere il titolo di un ultimo episodio della saga dell’archeologo-eroe da suggerire a Spielberg. E da ambientare unicamente in Italia. Sì perché, tra i suoi tesori, il Belpaese annovera anche le cosiddette tombe delle folgori. 

 

Nell’agosto di dieci anni fa, a Todi, in Umbria, si fece una scoperta: durante i lavori per la realizzazione di un parco venne alla luce un fulgur conditum, ovvero la tomba di un fulmine. Questo rituale, tipicamente italico, aveva lo scopo di espiare un luogo che era stato colpito da una folgore e consisteva nel sotterramento degli oggetti che ne erano stati distrutti: poiché si riteneva che la caduta di una saetta sulla terra fosse espressione dell’ira divina, l’area veniva recintata e consacrata, al fine di preservare il fuoco celeste. L’azione era quella del condere fulminem: lugubri sacerdoti italici sussurravano litanie, masticavano preghiere e

trasformavano un luogo da profanus in religiosus,

 

eventualmente inumandovi anche i resti del disgraziato che, nei casi di fulmini killer, avesse avuto la iella di trovarsi lì nel momento sbagliato. Il rito era collegato alla liturgia etrusca dei libri fulgurales.  

 

Secondo la Soprintendenza per i beni archeologici dell’Umbria, “la scoperta riveste un particolare interesse poiché rari sono gli esempi relativi a questo rituale”1. Uno di essi si trova nell’area monumentale di Pietrabbondante, a quasi mille metri d’altezza.  

 

All’interno del sepolcro del fulmine è stata ritrovata una statuetta: priva della testa e del braccio sinistro, rappresenta una divinità maschile seduta su un trono. È un oggetto d’arte italica che riproduce fattezze umane, stilizzandole senza alcun intento di imitazione naturalistica2.

Siamo in quello che fu il territorio dei Sanniti Pentri, 

genti aspre, indomite e molto bellicose:

 

prima di sottometterle ed assicurarsi l’egemonia sull’Italia peninsulare, Roma dovette inghiottire una lunga serie di conflitti e persino l’umiliazione delle Forche Caudine. Proprio qui, alle pendici del Monte Caraceno, i Pentri realizzarono un’area sacra, dove si conserva quasi solo il ricordo e praticamente nessuna traccia tangibile di un tempio ionico: fu infatti distrutto nel 217 a.C. dalle truppe di Annibale, quando sostarono in territorio sannitico durante la campagna d’Italia.  

 

Nel II secolo a.C., mentre una pace provvisoria consentiva all’economia delle popolazioni indigene di ripartire, si eresse una nuova area sacra: il ‘Santuario Italico’, il fulcro della Nazione Sannita che oggi si può ammirare.

 

La fortuna di questo luogo gli deriva anche dalla bellezza 

del panorama circostante: quello del Molise più autentico.

 

L’altura domina la valle del fiume Trigno e una terra selvaggia che pare infinita, nell’alternanza tra declivi dolci e rocce impervie, cifra costante della dorsale appenninica. Visioni da Enjoy the silence

Il sito è un inesauribile bacino di aggiornamenti scientifici: le risultanze archeologiche hanno spinto gli storici a rivedere alcune informazioni in merito ai Sanniti, la cui organizzazione statuale faceva perno più sulla appartenenza etnico-tribale che sugli ingranaggi costituzionali delle città-stato

 

L’attività di scavo continua a restituire informazioni.

 

Risale allo scorso mese di agosto, il rinvenimento, nell’area più antica del campo archeologico ovvero quella orientale, di un piccolo tempio di sei metri per sei, privo di podio, con pareti in muratura innalzate su uno zoccolo di pietra da taglio e cella unica quasi quadrata. La sua realizzazione fu sospesa poco dopo l’inizio dei lavori, probabilmente a causa della deflagrazione della guerra sociale. In base ai ritrovamenti, sembra plausibile che il manufatto fosse pensato per una divinità femminile3.

Ci sono voluti secoli, letteralmente, per riportare alla luce questo complesso

 

(in parte ad oggi sepolto), articolato in vari edifici tra i quali una domus publica4tabernae e portici. Sopra tutti domina il teatro-tempio sannitico. 

Il teatro, totalmente realizzato in pietra ed a staffa di cavallo, mutua dalle vicine città della Magna Grecia stilemi architettonici ellenizzanti. È un emiciclo. 

Sembra un parlamentino: se n’è affermata la funzione non soltanto sacra, ma anche politica5 e di rappresentanza per lo stato sannitico nella sua interezza, come farebbe ipotizzare la presenza, sui lati dell’ima cavea, di due figure speculari di Atlante in atto di sorreggere il globo. La gradinata dispone di sedili anatomici ed ergonomici, perché provvisti di una seduta confortevole atta ad accomodare il tratto lombare della schiena, i braccioli scolpiti in forma di zampe di grifo.  

 

Qui si svolgevano i ludi, celebrazioni connesse a ricorrenze religiose. Qui si riunivano i magistrati per prendere decisioni e si ricevevano i dignitari stranieri.

L’unicità di questo luogo è data dallo stretto dialogo urbanistico 

tra il teatro e il tempio: si stima che quest’ultimo 

sia il massimo edificio sannitico esistente.

 

Si ergeva su un podio, sulla cui muratura è tuttora visibile un’iscrizione in lingua osca (idioma che procede da destra verso sinistra)6, e si caratterizzava per la presenza di tre celle dedicate ad altrettante divinità. 

I Sanniti avevano una religione politeista, progressivamente arricchitasi anche di culti di matrice militare (Victoria) e civile (Honos) ed orientati alla venerazione della fertilità cioè della dea Ops Consiva, colei che i Romani conoscevano come Abudantia. Quello della fertilità è un tema ricorrente nelle comunità del Sannio, dedite all’agricoltura e alla pastorizia:

 

la Tavola Osca, risalente al III secolo a.C., ritrovata a metà ottocento poco lontano 

da Pietrabbondante, nei pressi di Agnone, ed oggi conservata 

al British Museum, è il Pantheon agreste dei Sanniti.

 

Si tratta di un documento eccezionale poiché fornisce informazioni preziose sulla fede nel Sannio, anche attraverso un elenco di divinità. 

Quella più importante è certamente Kerres, la grande Madre, la Terra dispensatrice di messi e quindi di vita. C’è lei in cima alla lista delle divinità di maggior riguardo, lei era quella da tenersi buona, e pazienza per il povero Díuveí Regaturei, il Signore delle piogge, versione annacquata del Giove Pluvio dei Latini, sistemato a metà processione, nella sezione inferiore di questa hit parade olimpica. Chi può dire se, proprio per questo sgarbo, Egli si fosse adirato decidendo così di scagliare sulla terra e sulla colpevole distrazione degli umani una delle sue saette, che poi solleciti sacerdoti si precipitarono a seppellire7

 

indiana_jones
foto_top

 

1 – Cfr.: https://roma.repubblica.it/cronaca/2010/08/09/foto/fulgur_conditum-6175330/1/.  

2 – Cfr. Rapporto Preliminare – Scavi Archeologici dell’anno 2010, di Adriano La Regina e Luigi Scaroina con la collaborazione di Fabiana Carlomagno e di Rachel Van Dusen, 04/12/2010.

3 – A questa notizia la stampa locale ha dato vasta eco. V. in proposito: www.molisenews24.it oppure www.primopianomolise.it.  

4 – Primo esempio di domus publica documentata nella sua consistenza architettonica di età tardo repubblicana (v. Rapporto Preliminare – Scavi Archeologici dell’anno 2010, di Adriano La Regina e Luigi Scaroina con la collaborazione di Fabiana Carlomagno e di Rachel Van Dusen, 04/12/2010).  

5 – L’insediamento antico di Pietrabbondante acquista connotazioni ancora più precise in seguito al suo riconoscimento, da più parti proposto, con il sito antico di Cominium (Liv., X, 43, 5-7)· Tale toponimo (variamente attestato in ambiente italico) deriva dal nome che indica il comitium: la tipologia del teatro-tempio si collega appunto a quella dei comitia. Il questo caso in P. si potrebbe riconoscere proprio il luogo nel quale i Pentri convocavano i propri comitia (Enciclopedia dell’Arte Antica, 1996, su www.treccani.it).  

6 – È riportato il nome di un certo Stazio Claro, forse finanziatore di una parte della costruzione templare.

7 – Si precisa che quello di cui si parla è il Tempio B, mentre la tomba del fulmine è nelle adiacenze del Tempio A (di minori dimensioni).

 

fine-t-storia

 

FAI: I LUOGHI DEL CUORE di Vincenzo Cardellicchio – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio – 2020

cat-ambiente
cat-cultura
cat-sud

FAI: iiLUOGHI DEL CUORE

 

che il FAI per questa inimmaginabile primavera del 2020 annoveri nella lista dei siti da votare come “luoghi del cuore” anche l’altipiano di Campitello di Sepino. 

Certo, dal primo posto occupato dalla città di Bergamo, in questi giorni tanto martoriata dall’aggressività della incombente pandemia, occorrerà aver pazienza per arrivare al suo posto, inizialmente assegnato al 79° rigo, per trovarlo in un magnifico, straordinario ed ineguagliabile elenco sempre in evoluzione e sempre più ricco di luoghi, castelli e palazzi italiani. 

 

Luoghi tutti effigiati da immagini eloquenti per bellezza, ricchezza, arte e storia.

 

Invece, di questo sito nascosto nel Molise, non c’è alcuna foto.

Tutto quasi regolare; del resto è da un po’ che il Molise stesso – 20^ e più giovane regione d’Italia – è definito “Il luogo che non c’è”.   

 

L’ultimo che in ordine di tempo ha riportato in prima pagina l’inesistenza della realtà molisana è stato il presidente della Liguria, Giovanni Toti, che in una diretta su Rete4 è scivolato sulle parole ingenerando l’equivoco che il territorio molisano non avesse coste e spiagge.

 

Certamente la regione sannita è più nota per le sue montagne 

e per le sue nevicate,

 

per le quali è in perenne competizione per sottrarre alla città di Boston il Guinness World Records per essere il luogo dove si deposita la maggiore quantità di neve nella più breve frazione di tempo.   

 

In verità l’interessato ha precisato, qualche giorno dopo, di aver voluto soltanto trovare un esempio che, per contrapposizione, potesse esaltare la particolare lunghezza della riviera ligure bagnata dal mare. 

 

Già, perché in verità

sono 37 i chilometri di spiagge molisane e su di esse 

si staglia l’antica città di Termoli,


l’unico autentico e perfettamente conservato borgo marinaro riverso sull’Adriatico, stretto da antiche mura, costellato di tradizionali trabucchi ed eretto a Sede vescovile, dopo il ritrovamento delle spoglie di S. Timoteo. Con una Cattedrale sotterranea che sostiene il peso di quella più “moderna”, dal XII secolo dedicata a S. Maria della Purificazione ma da sempre quotidianamente illuminata dai raggi del sole che si insinuano tra le antiche case dei pescatori in un imperdibile scorcio di mare.

 

Sulle orme della scoperta del “Molise che non esiste”

si sono ormai lanciati in molti ed autorevoli soggetti,

 

tra questi la rivista “Cosmopolitan”, che negli USA dal 1973 è riferimento di moda e viaggi per il suo pubblico prevalentemente di natura femminile; e la BBC, che ha aperto un lungo e lusinghiero reportage dedicato alla piccola regione italiana, esclamando “Chi non vorrebbe visitare una regione che non esiste?” 

 

E non minore eco ebbero le elezioni amministrative del 2018 dove il Molise, improvvisamente riscoperto,

 

fu addirittura paragonato allo stato dell’OHIO

 

quanto a capacità previsionale dell’esito delle consultazioni nazionali.  

 

Un brand quello di

“MOLISN’T – io non credo all’esistenza del Molise“

 

che i molisani stessi ormai utilizzano con un marcato senso dell’autoironia per riuscire a non essere più dimenticati nei palcoscenici dei teatri che contano sulla scena nazionale. 

 

Ma ciò che lascia più stupiti per l’inclusione dell’altopiano è l’esser stato privilegiato rispetto al suo Comune di riferimento che, per blasone, è assai più noto a studiosi e cultori delle nostre più antiche origini.

 

Sepino, infatti, è un centro di antichissima origine,


tra i più importanti del Sannio Pentro, posto a due chilometri dalle rovine d’epoca romana della località di Altilia, luogo storico di commercio e di sosta posto all’incrocio di due grandi vie di comunicazione (la più nota è quella del tratturo Pescasseroli-Candela), dal toponimo “luogo fortificato” e di cui si ha certezza documentale circa la sua esistenza già dall’età del Ferro. 

 

Città evoluta ed urbanizzata, Sepino fu flagellata da terribili terremoti che ne segnarono l’inevitabile declino, di cui approfittarono le legioni romane che la espugnarono nel 459° a.C.

 

Saccheggiata e totalmente distrutta dai Romani, vide i suoi abitanti 
doversi rifugiare ad Altilia una piana poco distante da Boiano. 

 

Di lì, a causa delle continue incursioni e devastazioni, i Sepinesi furono costretti a risalire su un’altura, attuale sede del Comune, che tornò ad essere di nuovo un centro di importanti scambi commerciali. Divenne poi Terra Regia e nel 1309 Roberto D’Angiò la concesse a Bartolomeo di Capua; da questa dinastia passò ai Caracciolo ed infine ai Carafa, fino all’abolizione della feudalità.  

 

Una storia davvero ricca e prodiga di testimonianze, segnata dalla presenza di belle e significative croci stazionarie, ma non questo è il luogo del cuore.

 

Torniamo ad Altilia, allora, portata alla luce negli anni ’50; 

 

è una imponente testimonianza di una cittadina romana a pianta quadrangolare con un perimetro di 1250 metri, racchiusa in mura turrite, con quattro porte poste ai limiti dell’incrocio del cardo e del decumano che ne determinano i quattro quartieri e segnatamente impreziosite nella Porta Benevento e nella Porta Bojano da ornati e sculture. 

 

Al centro il Foro e nei fianchi un Tempio, la Curia, le Terme di Silvano che la resero assai famosa, la Basilica di epoca augustea ed ancora i resti di importanti monumenti funerari.

Tutta questa meraviglia è impreziosita da una realtà irripetibile.

 

Questo luogo, infatti, non è stato mai completamente abbandonato ma è sopravvissuto ai secoli intatto, riutilizzato da contadini e pastori che lì hanno continuato a passare con carretti e greggi sopra le rovine romane, costruendo un paesaggio agrario che ha conservato le emergenze dell’edilizia rurale del Sei-Settecento intatte sino ai giorni nostri.  

 

Una macchina del tempo senza motore.

Ma non è Altilia il sito che il FAI segnala tra i luoghi del cuore. 


Ed allora dobbiamo salire su per Sepino ed incamminarci lungo un pianoro in continua ma morbida salita, sempre più verde, con una vegetazione sempre più alta, sempre più folta sino ad uno slargo naturale, enorme, che non ti aspetti, e dove il respiro reso ormai affannoso fa sì che i polmoni si possano riempire d’un botto di tanta aria pulita sino all’inverosimile, sino all’ubriacatura. 

 

Di questo luogo, nella mia memoria di prefetto, è ben lucido il ricordo e le relative conseguenti preoccupazioni.

Sconosciuto ai più nei giorni di lavoro, è invece una meta irresistibile

per i molisani amanti dell’aria aperta nei fine settimana. 

 

Ogni giorno di festa d’estate il pianoro si riempie di gioia di vivere, grida festose, bimbi che giocano, profumi di cibo ma anche pericolosi fuochi in prossimità dei boschi e qualche residuo di troppo per tanta allegria.  

 

A rimettere tutto a posto ci pensa da sempre l’alternanza delle amministrazioni civiche e l’amore dei concittadini che nelle forme più varie portano, loro sì, nel cuore quel luogo. 

 

Il giorno di Ferragosto il delirio! Un brulicare di auto, moto, bici ed appiedati vari che si inerpicano nei sentieri e lo invadono in ogni dove. E tra loro Polizia, Forestali, Vigili del Fuoco e Volontari di ogni genere tutti mobilitati per “salvare” il luogo del cuore dal troppo affetto. 

 

Pianificazioni d’ordine pubblico, disciplinari d’esodo, stazioni di controllo, presidi sanitari d’emergenza, punti di osservazione ne garantiscono la serena fruizione, il decoro ed il rispetto

 

 Ogni anno così, sempre senza troppi danni all’ambiente, con un garbato assalto 

che si auspica sempre più “tenero” e consapevole per quella meraviglia


a disposizione di tutti e che vale sempre la pena di ricordare non è un’eredità dei nostri padri ma un prestito dei nostri figli.  

 

Il vero ‘padrone di casa’ il figlio. 

 

Nei miei studi universitari ebbi la fortuna di laurearmi alla cattedra di Massimo Severo Giannini con una tesi sulla formazione normativa urbanistica della Toscana incentrata sulle tutele e l’utilizzo dell’area del Parco dell’Uccellina. 

 

Tra le categorie distintive delle Aree destinate a tutela non v’era annoverata quella dei luoghi del cuore, ma avendo rivisitato anni addietro l’area del Parco toscano reputo certamente meglio conservata questa matesina. 

 

Il mai troppo letto e mai troppo poco ascoltato prof. Sabino Cassese ha osservato nella materia che il percorso previsto dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, che ha dato attuazione alla legge 15 marzo 1997 n. 59, per quanto attiene a musei ed a beni culturali ed ambientali prefigurava certamente nuovi conflitti istituzionali.  

 

A questa osservazione, Cassese ne univa un’altra non meno convincente, del tutto ragionevole e a posteriori risultata inequivocabilmente azzeccata: “… non va sottovalutato il problema che deriva dall’asimmetria tra un corpo di tecnici della tutela non affiancato da un corpo di tecnici della valorizzazione. In futuro, gli addetti alla tutela rimarranno isolati, rispetto a coloro che si interessano della valorizzazione? Oppure si aprirà la prospettiva opposta, secondo la quale gli esperti della tutela ridiventeranno la forza trainante del settore?”.

Bene, qui sull’Altopiano di Campitello di Sepino questa sintesi l’hanno trovata.  

 

Cultori dell’ambiente, amministratori, appassionati, amatori e spensierati gitanti hanno tutelato, rispettato ed in una parola amato il loro luogo del cuore consentendo a chi avrà

la fortuna di trovare la bussola per andare o tornare nella Terra che non c’è


di poter ancora godere dei suoni, dei colori e dei sapori della Natura così com’è, immutata da secoli. 

 

Tanta caparbia, disperata volontà di amare e rimanere legati ai luoghi del cuore non è servita a portare ricchezza economica, se non in minima parte, ma è valsa a tesaurizzare il più prezioso dei beni, l’unico che porta in equilibrio il Prodotto Interno Lordo ed il Benessere Equo Sostenibile del nostro povero mondo, l’ambiente in cui viviamo. 

 

 

 

vincenzo-Cardellicchio
è_davvero_singolare
neve_top_prima
ghirigoro_ambiente

 

C’ERA UNA VOLTA IL SUD di Giorgio Salvatori – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Lugio – 2020

cat-sud
Editoriale-marrone

C’ERA UNA VOLTA IL SUD

 

Accendere il televisore e accorgersi che, dall’arcipelago delle banalità colorate, spunta fuori un florilegio di informazioni intriganti e inconsuete. Accade anche questo nella pigra stagione del covid-19, grazie ad un’azzeccata puntata di “Frontiere”, programma di inchieste di Rai1, brillantemente condotto da Franco Di Mare. Il telespettatore, colto a boccheggiare tra ansie di nuovi contagi e promesse di rimedi miracolosi, viene raggiunto da alcune rivelazioni sorprendenti:

“Napoli è diventata la città dove si legge di più in Italia e, dalla città di Eduardo, 

si irradia nuovamente un messaggio culturale vincente 

che raggiunge il mondo intero”. Lo sapevate?


Francamente io no. Vedremo tra qualche riga il perché. Attenzione, però, Napoli non è sola, nel nuovo quadro, affrescato senza pregiudizi, che dipinge il nostro Meridione senza farlo annegare nell’oceano profondo degli stereotipi criminali.   

 

A Napoli, nella nuova narrazione letteraria e televisiva, fa buona compagnia un nutrito drappello di città e di paesaggi, geografici ed umani. Una “Terronia” finalmente colta nella sua interezza e non esclusivamente negli aspetti sociali più deteriori e logori. In testa c’è, comprensibilmente, la luminescente e onirica Vigata, dipinta attraverso pagine e immagini che hanno come protagonista Salvo Montalbano, il famoso personaggio nato dalla penna di Camilleri, ma questa non è una novità.

Ci sono, in questo quadro, altri spicchi di Campania, di Sicilia, 

angoli e atmosfere attraenti e originali della Puglia, della Basilicata. 

Tutti raccontaticon uno sguardo prospettico, ampio e finalmente non strabico 

 

Un assembramento e una rappresentazione inimmaginabili fino a qualche anno fa. Da questi personaggi e paesaggi del nostro Mezzogiorno, dipinti con colori plurimi, viene fuori un affresco meridionale, un mosaico umano e culturale che cozza frontalmente con lo stereotipo del Sud imbarazzante zavorra d’Italia e palla al piede di un Nord avanzato e più progredito. Un paesaggio materiale e immateriale che “scalda i cuori” e affascina mezzo mondo.   

 

Esordisce con questa lettura Franco Di Mare, colto giornalista e volto noto della Rai. Le immagini iniziali sono un serrato succedersi di dialoghi tratti da “L’amica geniale”, la fiction tv ricavata dai best seller internazionali di Elena Ferrante, la scrittrice di cui non è stata ancora svelata la vera identità e in qualche misura “non c’è”, proprio come non c’è il paese immaginario di Vigata.

Invenzioni letterarie e televisive che non solo non nuocciono, ma attraggono 

ed esaltano l’immaginazione di lettori e telespettatori, con traduzioni televisive 

dei successi letterari che amplificano il richiamo delle opere originali e viceversa.

 

L’idea, anch’essa geniale, partorita dalla mente di Di Mare, uomo del Sud dalla vocazione cosmopolita, ma che non ha mai ripudiato le proprie radici napoletane, è stata quella di cucire insieme diverse fiction televisive di successo straripante, alcune anche al di fuori dei ristretti confini nazionali, e accorgersi che sono tutte Made in Sud, elaborate, dirette o interpretate, quasi sempre, da autori, protagonisti ed attori meridionali.   

 

Il “Montalbano” con il volto di Luca Zingaretti, venduto in 65 Paesi del mondo, “L’amica geniale”, trasposizione televisiva di una quadrilogia letteraria esaltata dal New York Times, “Un posto al Sole”, fiction ormai giunta al traguardo storico del suo venticinquesimo anno di vita, “I Bastardi di Pizzofalcone”, dal toponimo di una delle zone più popolari di Napoli che festeggia la partenza della sua terza serie, “Imma Tatangelo”, magistrato grintoso che si muove con disinvoltura tra le trame insolite e le suggestioni arcaiche dei Sassi di Matera, assurti ormai alla ribalta mondiale grazie alle celebrazioni per la capitale europea della cultura nel 2019.   

 

A noi, qui, non interessa molto descrivere gli espedienti narrativi che hanno decretato il successo di queste produzioni televisive. Più interessante, invece, è

seguire le motivazioni di questa sorprendente capacità di attrazione di una vasta regione geografica e di un modello umano, sociale e culturale, che, fino a ieri, 

si ritenevano arretrati e penalizzanti per il resto del Paese,

quello considerato più creativo, dinamico e saldamente agganciato al treno produttivo dell’Europa continentale e dell’Occidente industrializzato. Ricordando il Goethe di “Viaggio in Italia”, là dove l’autore descrive il Meridione e le sue genti con spirito quasi folgorato da un transfert che lo fa sentire meridionale tra i meridionali, alcuni personaggi intervistati nel corso della trasmissione danno una loro interpretazione originale e anticonformista dell’irresistibile fascino del Sud. A cominciare dall’idea che Napoli possa mantenere un forte potere di attrazione anche lontano dalla luce abbagliante del suo mare da cartolina, dall’immagine ricorrente del Vesuvio sormontata da un nebuloso pennacchio, dai suoi personaggi plebei più abusati. Come è possibile? Entrando e conoscendo meglio, ad esempio, le figure umane che animano, nel bene e nel male, quel “verminaio” dei suoi vicoli più stretti, come scrisse Dickens.  

 

Napoli capitale dell’immaginario. Napoli centro dell’attenzione. Lo afferma Alessandro Gassman, protagonista de “I Bastardi di Pizzofalcone”. ”Napoli tira fuori il meglio di se stessa proprio nei momenti di maggiore di difficoltà”, sostiene l’attore.

Città cinematografica per eccellenza afferma lo scrittore e sceneggiatore 

Maurizio de Giovanni, al di sopra degli stereotipi, tutti tragicamente veri 

e altrettanto realisticamente falsi se indagati nella realtà antropologica 

dei vicoli della Città. Napoli inclassificabile e sospesa 

tra condanna e assoluzione. 

 

L’autore di “Terronismo”, lo scrittore Marco de Marco, osserva acutamente che il pessimismo cupo di “Gomorra”, a volte, infastidisce perché viene interpretato come un vicolo cieco, una chiave unica e immutabile di lettura della realtà degradata delle periferie napoletane. Altre città occidentali si caratterizzano per aspetti di criminalità esasperata, maggiore di quella che si riscontra a Napoli, però vengono dipinte con un ventaglio di rappresentazioni che dal nero della violenza passano al rosso delle passioni sensuali al rosa tenue dei sentimenti più delicati. Modello esemplare New York, città violenta, ma che letteratura e cinema descrivono anche nei suoi aspetti più accattivanti, quelli brillanti di Woody Allen, quelli frizzanti di “Colazione da Tiffany”.

 

Un approccio poliedrico al Sud consente una maggiore aderenza alla realtà 

in fieri, non al cliché stanco di narrazioni in bilico 

tra lo strapaese e la lupara. 

 

Il successo de “I Bastardi di Pizzofalcone” dipende forse anche dal fatto che la serie tenta di raccontare una Napoli dove c’è tutto, anche una città normale, una borghesia civile, che sa e vuole reagire alla criminalità. “Raccontiamo Napoli nella sua interezza, aspetti meravigliosi e angoli spaventosi”, sostiene con convinzione Alessandro Gassman. Alla luce di questa nuova e condivisa chiave di lettura condivisa appare distante il Meridione de “La piovra” e sfocata la lettura, senza redenzione, della già citata “Gomorra”. Di tutti gli intervistati è la convinzione che la forza con cui il Sud sviluppa, alla lunga, la sua prorompente forza di attrazione nasca dalla consapevolezza che, la violenza, la mafia, le brutture del Meridione, pur non venendo minimamente assolte, vengono sempre, comunque, riassorbite dal respiro più vasto del suo paesaggio incantato, dalle tante bellezze artistiche che caratterizzano questa metà meno opulenta dello Stivale, ed anche dai sani valori di fondo della maggior parte della popolazione, dal manifesto calore umano mostrato ai visitatori che intraprendono, per ragioni varie, un viaggio nelle regioni del Sud.

 

Dal florilegio delle loro osservazioni emergono descrizioni icastiche 

di città, villaggi, paesaggi e personaggi letti con maggiore apertura mentale 

e volontà di affermare un diverso codice di comunicazione 

del messaggio visivo e concettuale.


Napoli è un’anguilla, non la spieghi e non l’afferri da nessuna parte, afferma un ospite. È vero, gli risponde qualcuno, può esser dolce e crudele pur restando se stessa. Napoli, infatti, non ha molti paragoni, a cominciare dal fatto che è una delle poche città in Europa, che ha visto crescere la sua periferia e il suo proletariato all’interno del suo ventre, non fuori della città, ma esattamente nel suo centro storico. Quei vicoli possono essere raccontati anche a prescindere dai suoi giovani e meno giovani residenti vocati alla piccola o grande criminalità.   

 

Il successo della quadrilogia di Elena Ferrante, ora favorita anche dall’affermazione della fiction, è plateale, dieci milioni le copie finora vendute nel mondo.

Per Time la Ferrante è tra le cento personalità più influenti al mondo, 

 

e “L’amica geniale” viene paragonata al romanzo ottocentesco “Piccole donne”, di Louisa May Alcott. Il sociologo Luigi Caramiello sostiene che la tessitura della trama, insieme con i suoi personaggi, recupera la memoria appannata del grande romanzo d’appendice, soprattutto nel raccontare il progetto di riscatto della povera gente, un riscatto che a volte può avere successo e altre no. Si può comunque affermare che si tratta del tentativo, riuscito, di dipingere un affresco composito dell’Identità italiana, almeno come la si intende nel mondo. E anche se questa identità enfatizzata mostra ancora il fianco allo scadimento nel folklore, un po’ come quando noi ci attendiamo di trovare tutti vestiti da cow boy con i cappelloni nel Texas e un traffico congestionato di dromedari in Tunisia, resta il fatto che

siamo di fronte ad una unicità del paesaggio del Sud, un modello 

di rappresentazione non facilmente replicabile 

in altre realtà, in Italia e nel mondo.  

 

Vittorio Feltri, anche lui ospite della trasmissione in qualità di rappresentante di un Nord ricco e fatalmente escluso da questa rappresentazione, si dichiara fan di Montalbano, dice che è giusto che il Sud sia protagonista di questa realtà sfaccettata e complessa perché offre diversi e interessanti spunti di analisi e di riflessione, poi però si imbufalisce quando accusa la Rai di ignorare ingiustamente il Nord nelle sue più recenti serie televisive. Pochi romanzi, poca tv parlano oggi di Milano, nonostante il fatto che a Milano continuino a recarsi molti giovani per trovare lavoro. L’attrazione del Nord però non è più così scontata e neppure sempre vincente è la sua immagine. Forse perché è cresciuta una vigorosa comunità di scrittori meridionali. Napoli è la città più raccontata perché cinquanta e più scrittori sono nati o lavorano in questa città e risultano regolarmente iscritti alla Siae, la società italiana di autori ed editori. “Chi non legge a 70 anni ha vissuto una sola vita’”, ci ricorda Di Mare citando Umberto Eco, “Chi legge ha vissuto con Abele e Caino, con Dante, con I promessi Sposi”.   

 

Vanessa Scalera, madre letteraria del personaggio di Imma Tatarani, ci conferma che la differenza fondamentale tra i vecchi e i nuovi personaggi delle storie del Sud risiede nel fatto che essi non sono più dipinti come macchiette, non sono tutti “sole e mandolino”, sono anche altro, però senza gettare alle ortiche il meglio delle proprie tradizioni.

 

La forza del Sud sospesa tra passato e presente. Un Sud proiettato in un futuro animato soprattutto dai giovani, imprenditori, professionisti, ricercatori, 

che anche quando sono costretti all’emigrazione si sforzano 

di mantenere vivi i tradizionali valori umani e familiari.  

 

Ecco perché le rappresentazioni letterarie e televisive di questa realtà accendono il desiderio di visitare i luoghi dimenticati del Meridione, a cominciare da Matera, divisa tra i suoi spazi luminosi ed i suoi angoli grigi, quelli dei Sassi, non sempre inondati a profusione dal sole mediterraneo, una realtà sconosciuta ai più fino a tempi recentissimi. Che dire dei consolidati flussi di turismo a Porto Empedocle originati dal successo ventennale dei libri di Camilleri e, soprattutto, della serie televisiva ad essi collegata? “Quel pessimismo velato di ironia di Camilleri – dice Luca Zingaretti – è il sigillo autentico e riconoscibile del personaggio, il segreto della sua longevità. Montalbano ti trasmette la sua particolare visione della vita e il suo legame per il territorio, perciò il suo personaggio riesce agevolmente a viaggiare in tutto il mondo”.  

 

Ora un’altra avventura televisiva sembra in corsa per consolidare un’idea di Meridione diversa e distante dai luoghi comuni: ”Vivi e lascia vivere”, con Elena Sofia Ricci, donna con unghie affilate, anch’essa immersa nella moderna realtà napoletana. Vedremo se ci regalerà un altro profilo ben tratteggiato di quel nuovo Sud che sembra emergere dal pentolone colmo di speranze che bolle sul fuoco del Terzo Millennio. C’era una volta il vecchio Sud, il nuovo lo stiamo tutti riscrivendo. 

 

Giorgio-Salvatori
simbolo2

 

NA CAMMENTATA PE’ MME di Max De Francesco – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio-2020

cat-cultura
cat-sud

NA CAMMENTATA PE’ MME 

 

“Na cammenata pe’ mme” è un testo scritto in una delle tante notti di reclusione domestica a causa del virus con la corona. Avevo l’esigenza di fermare un immaginario dialogo “a distanza” tra un uomo spaesato in una Napoli “vacante” e “annaccuvata” e il nipote, responsabilmente a casa per una guerra che ci vuole lontani e carcerati.

 

Il testo è una “preghiera piccerella” per la mia città grandissima, 

costretta ancora una volta a subire attacchi gratuiti e sputi pregiudiziali

 

da parte di chi ha la convinzione di comprenderla, pur non conoscendo un granello della sua spettacolare cultura. “Na cammenata pe’ mme” è stata pensata e creata in lingua napoletana, idioma che possiede il genio della sintesi, la musicalità del mare, il ritmo di un popolo che è nato e si esibisce, come teneva a dire Eduardo, “all’aperto” e, quindi, soffre maggiormente l’imposizione del chiuso, la restrizione della libertà di movimento.

Dialetto dalle infinite soluzioni, regolato (e sregolato) da un formulario magico 

di parole antiche, suoni ambulanti, sillabari carnali, segnaletica di meraviglie 

e disincanti, perentorie chiusure liriche.

 

Pur rifacendomi alla grafia vivianesca, chiedo scusa ai puristi del vernacolo partenopeo se ho commesso errori nella scrittura: spero che anche qualche sbaglio possa essere diventato emozione.

 

Ma… Ma ch’è stato, ch’è succiesso? 

Mo so’ asciuto e nun ce sta niciuno, 

Napoli ma addò stai, manco nu bar apierto 

nu sciore ’e femmena, nu cuncierto, 

nu ciardino cca voce ‘e nu criaturo. 

Ma ch’è stu silenzio, addò state tutti quanti? 

Che modo ’e sfottere è chisto, 

ascite a fore! Addò site fuiuti?  

 

Stamma ’a casa, o zì, ma nun ’o sai? 

Comme ’e carcerate, che i dienti strignuti, 

pure se n’amma accis’ a nisciuno. Campamm’ da juorni reclusi 

per il bene della Nazione, ’nchiummati ’ngopp’ ’a nu balcone.  

 

Magnammo, cuntammo riebbiti, jucammo a scopa, 

ce spartimmo l’ammore, sperammo n’ata vota e pazzia’ cu l’onna, 

sbariammo ca ’a televisione addò na vranga ’e scienziati 

’ntroppeca ca lengua mentre l’Italia affonna.  

 

O zì, ma addò vivi? Nun sai ca sta lota ’e virus 

che s’atteggia ca curona, nun tene manco ’e palle ’e ce guarda’, 

te trase dinto cumm’ ’a nu mariuolo 

s’arrobba ’a vita e nun te fa cchiù respira’.  

 

E nui stamma ccà, chesta guerra ce vo’ luntani, 

assettati dint’ ’a cucina senza pute’ spara’, 

arrevutammo pensieri dint’ ’o lietto, ci abbuffamm’ ’e dimani 

pure ’o saluto è fuorilegge pe’ ce pute’ salva’.  

 

Nun saccio cumm fanno l’ati, però pe’ nui 

’a detenzione e cchiù dura, pecché simmo nati all’apierto, 

’o core dint’ ’o sole, ’a vocca che sape ’e mare, ’e piedi ca vanno 

sempe fujenne, pur se nun vanno a nisciuna parte.  

 

Cumme simmo bravi a sta’ dinta ’sti quatto mura 

senza cchiù suonno, vasi e nu muorzo ’e libertà. Pe’ carità, 

ce sta sempe ’o strunzo che sputa ’nfaccia ’a città, ma Napoli, 

chella vera, chella ’e sustanza, sta cuieta e sape aspetta’, 

comme ’o guaglione ca rispetta ’e viecchi e nun se scurdat’ ’e sugna’. 

Quanti ccose voglio fa’, o zì, quanno me n’esco a ccà! 

M’aggia piglia cchiù vita ’e primma, aggia brinda’ a nu munno nuovo 

voglio turna’ a prega’ dint’ ’a na chiesa, voglio fatica’ e balla’ notte e juorno 

voglio fa’ co ccosa ’e bbuono prima che ’a rota se ferma.  

 

E po’ voglio abbraccia’ e mierici nuosti, ’e surdati d’ ’e corsie, 

quanti ne so’ caduti cumme ’e stelle d’aùsto, dint’ ’a nu turmiento ’e speranze 

stanno cumbatenn’ ’a guerra cchiù dolorosa, senza s’arrepusa’, 

pe’ vede’ nu malato ca se culora n’ata vota ’e rosa.  

 

Mo… Mo aggio capito. Aggio capito tutte ccose. 

’O silenzio, ’e ciardini senza criature, ’o core ’e Napoli che s’è annaccuvato. 

Vabbuò, era ’a campana mia, perciò me sento leggiero leggiero, 

e guardo ’a città vacante, ianco comme ’a luna, ‘ngopp’ ’a ’sta balcunata ’e cielo. 

All’intrasatta, me ne so iuto dint’a nu ciato pe’ ’a pandemia, 

’o spitale manco muglierem’ aggi visto pe’ l’ultima raccumandazione. 

Manco nu vaso, na stretta ’e core primma ’e lascia’ ’sta ammuina.  

 

Te pozzo chiedere, allora, na cortesia, 

na preghiera piccerella cumma ’a vita mia: 

quanno tutto stu male è fernuto e puo’ mettere ’a capa fore, 

te puo’ fa na camminata pe’ mme? Me ne basta una! Una sola! 

Tuoccom’ ’o mare carnale ’e Mergellina, 

pigliate nu cafè ’o primmo bar che truovi pa via, 

porta na curona ’e sciore ’a Maronna e Piedigrotta 

salutame e bastimenti ca partene d’ ’a Marina 

nun te scurda’ e cammina’ mmiezzo ’a ggente, 

chianu chiano, ca faccia ’o sole 

e rrecchie appizzate p’ogni rummore, 

na rumba ’e fantasia ‘ngopp’ ’a nu scoglio, 

nun me dicir’ niente, ma ienno ienno dint’ ’o vico 

magnatella na pizza a portafoglio. 

E se te resta na ’nticchia ’e tiempo, fammelo n’atu regalo: 

puos’ na cosa e sordi dint’ ’a mano antica 

d’ ’o mandulinista ’e Santa Lucia. 

Dincelle che è nu pensiero ’e Sasa d’’a Ferrovia, 

cca mo è nu bello aucielluzzo dint’ ’o viento 

che nun tene cchiù paura ’e niente. 

 

 

Max_De_Francesco
decoro-cultura

 

ACQUA MADRE DI UNA SARDEGNA INESPLORATA di Giovanna Mulas – Speciale aglie fravaglie – maggio-Luglio-2020

cat-cultura
cat-storia

ACQUA MADRE DI UNA SARDEGNA INESPLORATA

 

Giovanna-Mulas-Verde

Ci pensavo, già lavorando a questo pezzo, anche il giorno in cui ebbi un interessante scambio di opinioni con un amico fraterno.

 

Mi si parlò del geronticidio che, anticamente, i figli praticavano 

verso i padri settantenni in quella Barbagia
che è autentico 
cuore della Sardegna;

 

eutanasia primaria che, a mio parere, getta le basi della più civile accabadura di cui faccio cenno nel mio Bruja e Accabadora: in Sardegna l’origine del mito? (Myrrha numero 1, luglio 2015). Pratica che riporta alla greca Sparta di cui, in Sardegna, sono storicamente indubbie le influenze. Il vecchio capoclan o il disabile, comunque colui/colei non autosufficiente, pertanto di peso nei confronti della propria comunità, veniva caricato sulle spalle di un figlio o di una persona particolarmente amata e trascinato per uno stretto, lungo sentiero che, ad oggi, è possibile valicare se la clemenza della stagione lo permette, tra rocce impervie e strapiombi che fanno corona ai paesi di Jerzu e Gairo (Nuoro). Il cammino, autentico rito iniziatico, sarebbe durato giorni; il portatore poteva fermarsi soltanto per dissetarsi in fonti stabilite e ritenute sacre, oggi se ne contano tre. Anche al povero derelitto era concesso bere prima di morire: l’avrebbe fatto utilizzando lo stesso contenitore del portatore, e la stessa acqua. L’anziano avrebbe bevuto per primo. Lungo il cammino, il portato raccontava l’intera sua vita a chi l’avrebbe sostituito: se figlio, il futuro re doveva essere in grado di comprovare un primo, attendibile atto di coraggio, gettando l’amato padre dal dirupo, e senza piangerlo.   

 

Il vecchio, mentre il figlio camminava lento, impedito ma fiero, si guardava attorno per l’ultima volta e forse piangeva ciò che era stato, o forse no; forse dignitoso e muto stava, nonostante l’impedimento di età o malattia

fiero di quel figlio così forte, sangue del suo sangue suo respiro senza lamento, 

che ora nell’ultimo viaggio doveva trovare (avere) il coraggio di accompagnarlo 

fino alla cima del sentiero e allo strapiombo e accabare totu: finire tutto.  


Come suo padre prima, e prima suo nonno, e prima di ogni tempo conosciuto dall’uomo; come prima avevano fatto. 

Lo vedo parlare il vecchio, mentre il figlio lo trascina. Parla, forse gesticola stanco, mugugna dei tempi passati e di ciò che sarebbe stato, forse o forse no, e venuto. O forse no. Parla di ciò che non ha detto mai, ma che ora trova risposta. E ogni fonte che spilla dalla roccia grezza, ai lati del sentiero, antica ed eterna quanto il Re spossato, è per i due momento di pausa, di ulteriore riflessione.

 

È bere l’acqua (tornare all’acqua), e contemporaneamente 

battezzarsi al proprio destino, 

 

abbandonarsi allo stesso senza combattere, in accettazione ora che, in quell’età, non più rabbia e passione tengono le membra all’erta, ma consapevolezza.  

Ed ecco che si arrivava alla fine dello strapiombo, alla punta, alla cima frastagliata. Il sentiero finiva e il Grande Padre, l’Aquila Ardente, volgeva l’ultimo sguardo al figlio. Pregava il futuro Re, se di carne e sangue e coraggio vero era fatto, gli stessi suoi, di buttarlo di sotto. Accabaeminci, finiscimi. E l’Aquila, al momento del volo, forse gridava. Ma sono certa di no.   

 

Invito il Lettore a porre particolare attenzione, in questo racconto trasmessomi dagli anziani del luogo e che fonde fantasia con realtà, ai dettagli legati all’elemento acqua.

 

Bere dalla stessa fonte che la Terra Madre partorisce, ovvero dalla Natura 

che ci ha partoriti, entrambi, dallo stesso contenitore: 

feto che ci pasce, e sostiene. 


Condividere con chi ci ha amato fino all’ultimo giorno della sua vita (il presente) la purezza d’intento, la verità, una nuova nascita per entrambi. In Sardegna il brindisi più popolare si pronuncia, da sempre, in occasioni da imprimere nella memoria, e soltanto coi più cari:
“A chent’annos cun saludi e trigu”. Sarebbe un “che ci si possa ritrovare qui tra cento anni con salute e fertilità, amore, con la stessa trasparenza e l’affetto dell’oggi”.  

I due e non più di due che principiano una via che condurrà, in un modo o nell’altro, ad una evoluzione–annullamento del portato, maturazione del portatore – li vedo attraversare una montagna che ci rappresenta, quella Torre di Babele ch’è la vita stessa, un “lasciate ogni speranza, o Voi ch’entrate” e, se entrate, proseguite fino alla cima: questo è il vostro compito.

 

Dunque camminare, tra gli ostacoli posti dal destino e i momentanei riposi 

nelle fonti, fino all’altezza di un dio: 

 

quello Spirito che accoglie, svegliando, il dormiente. Simbolicamente, i due viaggiatori mi sono uno: androgino ermetico da sempre delineato iconograficamente sotto la forma di creatura umana bisessuale, Rebis che nasce dall’unione tra il sole e la luna o, in termini alchemici, tra zolfo sofico e mercurio sofico. In Sardegna, un chiaro esempio di utilizzo in epoca contemporanea del termine “androgino” è possibile notarlo in riferimento a Su Componidori della Sartiglia di Oristano. La natura androgina è marcata in relazione a maschera, abiti ed accessori, per le peculiarità del rito di cui si rende protagonista.  

Dualità del e nell’uomo, quei Bene e Male in ognuno di noi?

 

Rivediamo i nostri viaggiatori, lì a seguire il sentiero attorno alla montagna 

 

L’attraversavano rasentando gli strapiombi, zigzagando in salita, il più debole fisicamente e più saggio –ché già preparato ad affrontare la morte o cambiamento – sulle spalle del giovane. In diverse leggende dell’isola vengono descritti spiriti inquieti che infestano chiese campestri sconsacrate, erette accanto a corsi d’acqua.   

 

Queste anime inquiete, apparentemente uomini e donne normali, sembra abbiano la lieta abitudine di danzare a cerchio e cantare festosamente ad ogni tramontare del sole e fino all’alba. Ad ogni nuovo giro si dissetano passandosi, l’uno con l’altro, una croccoriga: una zucca svuotata e ben scavata, utilizzata a mo’ di contenitore per l’acqua.

Se un vivo capita nei paraggi, viene attirato dalla festa all’interno della chiesa 

e invitato ad unirsi, ad entrare nel cerchio, quindi a bere

 

Si narra che tanto grande sia la festa dei morti, e così rinfrescante la loro acqua, che il passante dimentichi la realtà per unirsi a loro. E’ in quel momento che i morti lo trattengono all’interno del loro cerchio: il disgraziato si ritrova a dover girare a vuoto per l’eternità. Solo un soffio di vento divino, mi raccontano, potrebbe distrarre le anime inquiete per lasciar fuggire il vivo dal cerchio; ma uno degli spiriti gli salirebbe in groppa non visto – soltanto sentito dalla vittima – permettendogli di ritornare sì tra i vivi, ma condannato a caricare, e fino alla fine dei suoi giorni, la morte sulla schiena.

 

In questo momento di resistenza dura per il mondo tutto, clausura forzata e dovuta, riflettevo una volta in più sui viaggi di Magister Gregorius e Goethe.

viaggio_nell_io
decoro-cultura

 

L’ANSIA DELLA RUSSIA VERSO IL MEDITERRANEO di Giusto Puri Purini – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio – 2020

cat-arte
cat-cultura

L’ANSIA DELLA RUSSIa VERSO IL MEDITERRANEO 

 

Giusto-Puro-Purini-storia

“L’ansia della Russia verso il Mediterraneo e il ricco intreccio con la cultura italiana” potrebbe spregiudicatamente trasferire la nostra visione verso una polarizzazione di paesi lontani, verso l’area del Mediterraneo a noi tanto cara, operazione già portata avanti con l’articolo su Rossellini:

 

questa volta dalla Crimea verso il Sud d’Italia “dorato”, come dice Puškin, da Bisanzio a Lecce, con le sue pietre magiche dal tufo giallo.

 

Un viaggio in Russia di Carlo Azeglio Ciampi – allora, nel 2000, presidente della Repubblica – fu l’occasione per far nascere un protocollo Ciampi-Ivanov (all’epoca Ministro degli Esteri) che stabiliva nuovi e serrati rapporti culturali tra l’Italia e la Russia. L’accordo fece nascere l’idea di

 

una grande mostra da tenersi a Roma ed a Mosca che coinvolgesse 

ottocento anni di storia tra i due Paesi, a partire dalle prime evangelizzazioni di Cirillo e Metodio, da Bisanzio, nelle terre degli slavi.  

 

Nacquero i primi frammenti lignei dipinti su fondo oro, dove la Trinità era rappresentata dal Padre, dalla Madre e dal Figlio. Non era ancora il tempo in Russia per lo Spirito Santo, il confronto era con i nostri Giotto e Cimabue ed altre influenze bizantine, come il bruciaprofumi della fine del XII secolo, in argento dorato a sbalzo e traforo, proveniente dalla Basilica di San Marco a Venezia, che diventerà uno dei leit motiv della mostra. Poi il Rinascimento in pompa magna, con il raffronto tra il maestro russo Andrej Rublëv ed i nostri grandi, tra gli altri Michelangelo, Leonardo da Vinci, Botticelli, Tiziano Vecellio, Raffaello Sanzio, il Correggio, Antonello da Messina… una cornucopia sontuosa, proseguendo oltre, fino al secolo dei Lumi, all’Ottocento, per arrivare a Malevič:

 

Da Giotto a Malevič e la reciproca meraviglia

 

fu il titolo della mostra. Per me si era aperto un mondo, conosciuto fino ad allora solo attraverso ricerche storiche, culturali e politiche, ma era la prima esperienza diretta nella “Grande Madre” Russia.  

Quando mi fu affidato l’incarico di allestire la mostra e di partecipare in modo serrato a tutte le fasi di preparazione e di sviluppo di questa grande macchina progettuale, sentii subito un’attrazione profonda.  

 

Fu l’inizio dell’esplorazione di un “continente” come la Russia, setacciandone la storia, scoprendone i rapporti costanti e fruttuosi con le scuole italiane, il trionfo della “Terza Roma” creata da Pietro il Grande, per spostare ad ovest l’area d’influenza ed anche per bilanciare l’eccessiva potenza della nobiltà di allora, che sfruttava nella direzione di Perm’ e degli Urali le immense ricchezze minerarie del sottosuolo. 

San Pietroburgo fu ideata, progettata e decorata soprattutto da architetti italiani; sorse come una “città ideale” che intrecciava il suo percorso con le città luce sparse nel pianeta.   

 

Sotto la direzione di Mario Serio fu portato avanti lo schema finale del progetto. 

Nasceva qualcosa di nuovo e di magnetico in quegli anni tra il 2002 e il 2005: la Russia compiva il suo tormentato percorso dall’assolutismo sovietico alla perestrojka ed alla glasnost di Gorbaciov, all’assolutismo da libero mercato di Boris Eltsin!  

 

Il progetto si delineava e così nasceva una composizione formata da cinque capitoli fondamentali: In principio era Bisanzio (1200 a.C. – 1400 a.C.)Verso le identità moderne (1400-1600)L’età dei Lumi (1700 – 1800), Il secolo della borghesia dal Romanticismo al Simbolismo e Le sfide della modernità tra democrazia e pensiero unico. Scriveva il gruppo degli storici dell’arte: “Il progetto scientifico della mostra ha preso forma attraverso incontri ripetuti e costruttivi di specialisti dei due Paesi, che hanno coinvolto per la prima volta storici dell’arte e dell’architettura, responsabili di istituzioni culturali. L’iniziativa espositiva originata nel corso di intese bilaterali ha trovato fin da subito consenso ed interesse, poiché il fatto che si intendesse esaltare il ruolo delle arti come fattore di identità, terreno di confronto, strumento di scambio tra i popoli costituiva di per sé un riconoscimento di importanza e addirittura di centralità del patrimonio artistico nel quadro internazionale”.

 

Ci vollero tre anni di preparazione e più viaggi a Mosca ed a San Pietroburgo, alle ricerca delle tracce d’italianità per noi, e per loro alla ricerca in Italia delle tante orme lasciate e dai tanti acquisti eseguiti.  

 

I nobili, la corte e gli artisti russi, ispirati ed affascinati dalle arti, dall’architettura, 

dai costumi, dalla musica, dalla natura stessa del nostro Paese, così profondamente affacciato nel Mediterraneo, mentre loro ne erano appena lambiti nel lontano Est 

dalle acque del Mar Nero, vivevano questo viaggio come una ricerca dell’Eden. E così, della Crimea, dopo averla conquistata, 

fecero un “paradisiaco Mezzogiorno d’Italia”. 

 

A Mosca trovammo i Sovraintendenti russi che ci fecero da guida nei maestosi musei moscoviti, con una ricchezza impressionante di tesori, opere d’arte, riproduzioni, studi, plastici, arredi, carrozze, il primo periodo sovietico con i tanti poeti della “rivoluzione” poi tradita, come Tatlin, Majakovskij, Nijinsky, il realismo sovietico dei tempi stalinisti, una sequenza dove la doratura delle icone di Rublëv sfumava nelle bianche parrucche del Secolo dei Lumi, fino alle percezioni stilistiche dei “ribelli”, ai muscoli ed all’enfasi della classe operaia e dell’Armata Rossa. Al di sopra di tutto questo, una “zarina”, Irina Antonova, che sedeva sul trono dell’Arte fin dai tempi di Brèžnev, ottantenne e piena di energia. Fu dunque Da Giotto a Malevič a chiudere il cerchio degli ottocento anni d’intrecci storico-artistici fra i due Paesi. 

Vedemmo, nel museo del Cremlino, le prime traduzioni in russo delle opere del Vasari e del Piranesi ed altre preziosissime opere, salvate da una schiera di appassionati storici dell’arte, in sotterranei segreti, esistenti nel sottosuolo fin dalla congiura dei Boiardi.

 

Per essere a Mosca, in questo luogo, si respirava un’aria di libertà, 

come in un vecchio teatro underground, 

che lasciava incantati e sorpresi.

 

Il Sovraintendente ci portò in una sala e si diresse verso dei grandi scaffali metallici che contenevano decine, centinaia di disegni dell’architettura, russa e non, del XIX secolo. 

Ne provammo ad aprire alcuni: apparvero gli esecutivi con prospetti delle cinque torri che Stalin fece costruire negli anni Trenta, sfidando l’America ed i suoi grattacieli, ma con uno stile da Gotham City, scuro e severo. Anche il Ministro degli Affari Esteri era lì a dimostrare il feeling del momento storico.

 

Ma poi fu luce quando trovammo i disegni originali 

del grande Sant’Elia, spettacolari, nel loro stile 

svettante ed avvolgente

 

per un concorso del ‘35-‘36 sulla nuova sede del Partito Comunista, che poi non vinse, purtroppo. Il progetto e la ricerca scientifica proseguivano senza sosta, favorite dalla comune passione di mostrare la vera “incandescenza”, nei secoli, tra l’Italia e la Russia.  

 

Patrizia Deotto dell’Università degli Studi di Trieste scrive nel testo Un viaggio per realizzare un sogno: l’Italia e il testo italiano nella cultura russa: “La lettura intertestuale di testi precedenti e contemporanei conduce i russi del primo Ottocento, anche coloro che, come il già citato Batjuškov oppure Baratynskij (cf. Civ’jan 1997), hanno vissuto nella penisola, ad aderire alla caratterizzazione del paesaggio meridionale tipica dei viaggiatori nordici

L’Italia rientra in una visione più generale del Sud, interpretato alla luce di criteri ambientali convenzionali: il paesaggio è mosso, la natura è rigogliosa, 

vi crescono il mirto, l’alloro e la vite color dell’ambra, abbondano 

ruscelli e fiumi, il mare è azzurro e il cielo luminoso.

 

Ne è una testimonianza la poesia di Puškin Chi ha visto il paese, dove magnificente è la natura (Kto videl kraj, gderoskoš’ju prirody, 1821), dedicata alla Crimea, in cui il poeta si serve di elementi descrittivi affini a quelli usati nelle poesie dedicate alla penisola. Tra gli altri l’aggettivo zlotoj, dorato – Paese dorato! (Zlotoj predel’) scrive Puškin della Crimea – dal quale conia il binomio zlataja Italia – Italia dorata “Notte dell’Italia dorata” (Puškin 1964: V: 30),

“Lingua dell’Italia dorata” (ibidem, 204), binomio che diventa uno stereotipo 

del testo italiano dei russi per indicare tutti i tratti peculiari del mediterraneo: 

la luce, il calore, la luminosità dell’aria e del cielo.

 

All’interno di questa descrizione convenzionale i russi introducono un elemento fondamentale nella loro percezione della penisola: la primavera come stagione caratterizzante l’Italia.”   

 

In un intreccio urbano tra fiume (la Neva), isole, penisole, terre non ferme… e costruzioni, fortificazioni, palazzi nobiliari, piazze, accademie… un inno al Secolo dei Lumi e delle Scienze. Raccogliere dunque il “pensiero” più avanzato del nuovo secolo in Europa – il Settecento – e concentrarvi lì, come in un grande laboratorio, architetti, artigiani, industriali, banchieri, artisti per generare la nuova capitale di un affluente impero, quello russo, fu la sfida colossale di Pietro il Grande.

Fu la “Terza Roma, ed è visibile nello stemma della città che riprende elementi di quello di Roma e del Vaticano: le ancore incrociate corrispondono alle chiavi papali, come quelle di una porta che accede al paradiso.  

 

La prospettiva Nevskij conduce fino al fiume e lentamente i colori dolci 

e pastello delle facciate sostituiscono gli austeri edifici precedenti; 

 

si superano canali su meravigliosi ponti in acciaio e ghisa che aprono a destra e sinistra nuove prospettive accattivanti e sinuose, canali con morbide curvature, effetti luminosi mutevoli, e Venezia, Amsterdam, Roma, tutto si intreccia, si confonde creando una realtà nuova ed affascinante. 

Il fiume ti accoglie come una prospettiva liberatoria, di fronte l’isola dell’Accademia, sulla destra l’importante fortezza di Pietro e Paolo e, sul lungofiume, lo splendido ed irreale palazzo dell’Hermitage. 

Il piano urbanistico della città fu realizzato nel 1717 dal francese Jean-Baptiste Alexandre Le Blond, quando già nel 1703 ingegneri olandesi, architetti italiani e tedeschi si erano susseguiti per far conoscere allo Zar i criteri dell’architettura occidentale dell’epoca.

Ma furono gli italiani Bartolomeo Rastrelli, Domenico Trezzini, Giacomo Quarenghi, Antonio Rinaldi, e soprattutto l’urbanizzazione affidata da Caterina all’architetto Carlo Rossi, ideatore dei grandi palazzi e colonnati, a dare alla città la fisionomia attuale.

 

Fu quindi “normale” trovare innumerevoli tracce e testimonianze 

della ricchissima presenza italiana. 

 

La preparazione “scientifica” dell’architetto Lolli Ghetti fu fondamentale nella codificazione della nostra ricerca e tra le innumerevoli opere d’arte che trovammo a San Pietroburgo da inserire nella mostra, nel settore architettura in particolare, ci fu un sontuoso plastico del 1750-56 di Bartolomeo Rastrelli del Monastero di Novodevičij (letteralmente “Monastero delle Nuove Vergini”, noto anche come Monastero di Bogorodice-Smolenskij) a San Pietroburgo ed una serie di plastici in sughero di Antonio Chichi, come il modellino dell’Arco di Tito al Foro Romano.  

 

Era l’immagine avuta all’arrivo a San Pietroburgo mentre ci avvicinavamo alla Neva, lungo la prospettiva Nevskij, che mi aveva colpito di più.
 

Quegli edifici con i colori pastello delle pietre di Noto e di Lecce, come simboli 

di una luce a schiarire quello che non sempre c’era nelle spesso 

nebbiose e fredde giornate di quelle latitudini, furono

 la mia ispirazione per la mostra di Roma. 

 

Pensai di rivestire tutte le pareti delle Scuderie del Quirinale, per i tre piani, con un cartongesso sbalzato come bugne e tinteggiato color pergamena, in modo che diventassero come quelle facciate, a simulare una grande passeggiata all’aperto tra le case ed i palazzi di quella magica città. Il soffitto e le pareti s’incontravano in un cielo pastello, solcato da tiepide nuvole, che determinava la bella luminosità dell’ambiente.

 

Le opere si stagliavano bene nella luce diffusa e quell’effetto pergamena ammaliava gli occhi. Era come sfogliare un antico testo, arricchito da disegni, incisioni e sculture. Ma si partiva dal “quasi buio”, perché sulle rampe delle prime scale delle Scuderie scorrevano le immagini ingrandite del bruciaprofumi del Palazzo Ducale a Venezia, come visto attraverso una lente di ingrandimento, a sottolineare lo straordinario lavoro di cesello ed intarsio nelle mani degli orafi, degli artigiani e degli scultori… Il percorso iniziava da Bisanzio e come da un buio storico, con i fari sagomatori, si accedeva all’epoca di Giotto e Cimabue ed ai trittici di legno dorato che venivano dalla Russia sciamanica, evangelizzata dai figli di Teodosia.   

 

 

il_ricco_intreccio_con_la_cultura_iatliana
foto_top
fine-t-blu

 

UN PAESE LA SCUOLA LA MERICA Parte I di Tommaso Russo – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio – 2020

cat-storia
cat-cultura
 

UN PAESE, LA SCUOLA, LA MERICA 

 

TOMMASO_RUSSO

raccontano che in quel decennio, per effetto di un lungo e lento processo di crescita, Avigliano era diventato un importante paese in provincia di Potenza.  

Contava 19.010 abitanti nel 1881, scesi a 18.841 nel 1901. Quello scarto di 169 abitanti non riuscì a compromettere la trama del suo territorio.

 

La campagna estesa ed ampia con più di ottante frazioni, con la sua economia degli orti e della pastorizia, con quella del seminativo e dei boschi, apparteneva a un principe, venuto da Genova, di nome Doria-Pamphili.

 

Egli ne aveva concessa molta parte a grandi affittuari borghesi e a piccoli contadini. Questi ultimi che mal sopportavano la burbanza feudale per difendere la loro dignità spesso lo trascinavano in giudizio oppure scioperavano. Per fortuna che quando finivano in tribunale erano difesi gratuitamente da avvocati socialisti o liberal massoni.

Il centro del paese aveva tutt’altre caratteristiche. C’era la pretura, 

in cui bene o male, si amministrava la giustizia.


Dai paesi vicini e dalle campagne vi accorrevano avvocati, imputati, testimoni, familiari. Paesani e forestieri con la loro presenza animavano una fitta rete di negozi, di forni, caffè, osterie, trattorie, alberghetti. 

 

Nelle strade cittadine avevano bottega orafi, sarti, calzolai, falegnami, figulai, bottai, maniscalchi. Nelle loro forge essi ferravano zoccoli per cavalli, per asini e muli, predisponevano ruote per carri, carrozze e carriole e per tutto ciò che potesse servire a spostare uomini, donne, famiglie e merci. Famose poi erano quelle botteghe in cui si fabbricavano e si vendevano coltelli a scatto con manici finemente intarsiati e lame affilate e luccicanti. Questo particolare artigianato aveva alimentato la leggenda che gli aviglianesi fossero uomini seri, onesti ma bravi di mano e veloci di coltello quando qualcuno veniva meno alla parola data.

A vivacizzare il paese provvedevano pure vari sodalizi, quello di mutuo soccorso, quello di previdenza e lavoro; poi la società agricola e quella di tiro a segno. 

 

Avvocati, medici, dottori fisici, farmacisti, maestri, e poi braccianti, contadini, scalpellini, muratori, operai, erano iscritti e tutti impegnati in azioni di solidarietà, di mutualismo e cura.

 

Don Giustino Fortunato, grande intellettuale e meridionalista, 

le volte che veniva colto da un qualche attacco di ipocondrìa 

era solito vedere nero. E in genere non sbagliava. 

Così, quando in Basilicata, negli anni Ottanta dell’Ottocento, si trovò di fronte a una opaca rete di banche popolari, di cooperative di credito, tuonò contro di esse dicendo che la misura era colma e che presto a quel carnevale bancario sarebbe sopraggiunta la quaresima. E così fu. Naturalmente Avigliano non sfuggì alla punizione divina. Era successo che ricchi borghesi pur di improvvisarsi banchieri, avevano chiesto prestiti al Banco di Napoli e li avevano garantiti ipotecando i loro beni immobili e fondiari. Così quando il tribunale dichiarò il fallimento della banca aviglianese, l’istituto di Via Toledo ne incamerò i beni. Su di essi, e sugli altri pervenuti in possesso del Banco per gli stessi motivi, vigilava attento e severo Nicola Miraglia, valente uomo della Terza Italia e meridionale di Lauria, che giustamente e a certe condizioni voleva immettere quote di quel patrimonio sul mercato per movimentarlo.

 

Fiore all’occhiello e vanto di Avigliano era il suo sistema scolastico.

 

L’istruzione domestica impartita da eruditi locali o da preti, quella funzionante nel convento e quella che si svolgeva nella scuola pubblica costituivano i pilastri di un solido edificio dove ogni mattina entravano frotte di bambini e bambine. Era il tesoro vivente del paese. I genitori avevano investito molto sul successo scolastico dei loro figli, così pure avevano fatto l’amministrazione locale e i nuclei borghesi che la governavano. Un caso raro in cui nessuna di quelle tre componenti aveva pensato che l’istruzione producesse spostati di capa, ma tutti ritenevano che da quell’edificio potessero uscire solo teste ben fatte come desiderava un filosofo francese Michel de Montaigne. 

 

Ad Avigliano Gioacchino Murat, nel 1809, aveva voluto istituire il Real Collegio, un istituto pubblico per la formazione della classe dirigente regionale, ma aveva ordinato anche l’apertura delle scuole primarie maschili e femminili. La frequenza era gratuita ed il reclutamento delle maestre e dei maestri era in capo al Comune. Iniziava così il lungo, lento e difficile cammino della laicità della scuola elementare.

 

 Nel 1851 Ferdinando II di Borbone volle aprire un ospizio-convitto 

per trovatelli, orfani e per i figli di molti padri e di una sola madre. 

Re-Bomba volle che fosse consacrato 

alla Madonna della Pace. 

E così fu. 

Col passare dei decenni quel convitto diventò una bella istituzione educativa e formativa con tanti ragazzi bravi ed anche altri che diventarono importanti. In più il collegio mise in piedi una banda musicale che allietava le iniziative pubbliche delle società e dei sodalizi aviglianesi e le funzioni religiose. 

 

Negli anni ‘70 dell’Ottocento gli amministratori comunali tentarono di aprire un ginnasio comunale ma le numerose difficoltà prima di tutto quelle economiche ne impedirono la partenza. 

 

Dalla Scuola di Arti e Mestieri uscirono validi artigiani, orafi, falegnami, ebanisti, intarsiatori, sarti che poi andavano a Napoli a perfezionarsi in altre istituzioni pubbliche o private, fare ritorno al paese oppure emigrare. L’aviglianese Emanuele Gianturco, deputato a volte moderato, più spesso reazionario, l’aveva presa sotto la sua protezione per cui, a quella Scuola, arrivavano libri, calchi in gesso, materiale didattico e di laboratorio, abbonamenti a riviste specializzate. Supporti di tutto rispetto per stare aggiornati e al passo con i tempi. Nelle sue aule studiarono e si addestrarono fianco a fianco ragazzi di Avigliano e ospiti dell’ospizio-convitto offrendo un bell’esempio di integrazione, di reciproco apprendimento e di tolleranza.

 

Mentre ancora tuonava il cannone nelle campagne tra Turbigo, Boffalora s/Ticino 

e Magenta, in quel giugno del 1859, e i feriti facevano ritorno nelle retrovie 

come li dipingeva Giovanni Fattori, il conte Camillo Cavour 

chiamò a sé l’amico milanese conte Gabrio Casati.

 

Di lui si fidava più che di Carlo Cattaneo, di Giuseppe Ferrari, o di Francesco Domenico Guerrazzi e non si fidava per nulla di Giuseppe Fanelli, Saverio Friscia, Carlo Gambuzzi. Ordinò al suo amico di mettere giù un testo di legge per le scuole del nuovo Regno. Per la verità il nobile piemontese ignorava ancora quali sarebbero stati i confini della nuova Italia, ma l’idea di fare le scarpe a quel plotoncino di federalisti, di repubblicani e di mazziniani del Nord, Centro e Sud Italia lo eccitava. Casati, forse in omaggio al modello istruttivo, di quello che diverrà in seguito il triangolo industriale, mise giù un testo di oltre 300 articoli dai toni autoritari e accentratori. Venne premiato diventando suo malgrado ministro della pubblica istruzione dal 24 luglio 1859 al 15 gennaio 1860. Lo schema della legge era semplice. Il regio ginnasio e il liceo erano statali (a prescindere dai comunali) perché servivano a preparare la nuova classe dirigente italiana. Una parte consistente dell’istruzione tecnica, commerciale, agraria era affidata al Ministero di Agricoltura Industria e Commercio. La scuola elementare invece veniva graziosamente regalata ai Comuni che su di essa dovevano vigilare, reclutare maestri e maestre, trovare i soldi e l’edificio, arredarlo, riscaldarlo, tenere in ordine e conservare l’archivio scolastico. Delle migliaia di Comuni meridionali non pochi fecero ciò che la legge dettava loro. Avigliano tra essi.  

(continua…) 

 

 Parte I

i_documenti_del_periodo
fine-t-storia