IL TRATTURO. “L’ERBAL FIUME SILENTE” di Franca Minnucci – Numero 12 – Ottobre 2018

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           IL TRATTURO.            “L’ERBAL FIUME SILENTE”

 

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è questo il titolo della raccolta, poi confluita in Alcyone, che comprende la lirica più nota di Gabriele d’Annunzio: I Pastori.

Composta fra settembre e ottobre del 1903, la creazione stessa dei Sogni – e in particolare dei Pastori – è da rimandare ad una annotazione sulle carte alcionie del luglio 1902 che recita: “Andiamo? Ormai la terra – questa terra – ha preso la mia sembianza! E’ tempo di partire”. Alle soglie dell’autunno quindi, con una estate che man mano si stempera poeticamente in note soffuse e sfumate, … è la faccia dell’Estate / quella che langue / nell’aria lontana, che muore / nella sua chiaritate / dopo che tanto l’amammo, / dopo che tanto ci piacque…, sembra che il poeta si lasci invadere dal desiderio nostalgico della sua terra, dal suo ricordo più vivo e malinconico.

L’immagine dell’Abruzzo si staglia davanti ai suoi occhi, e si tinge di un velo di tristezza e di rimpianto,


come avviene nelle memorie sfumate del Sogno… Pochi scrittori hanno infatti sentito e nutrito la forza delle proprie origini come d’Annunzio e nessun luogo egli ha portato nel cuore come la sua terra natale. Quel litorale sabbioso incorniciato da pini smilzi, il fiume che mescola l’acqua dolce a quella salsa, la Maiella – terra madre – solenne e austera, saranno per tutta la vita i suoi contorni interiori, i profili della sua anima. Il poeta vagabondo e inquieto, l’unico scrittore italiano che a fine secolo era già proiettato in Europa, mantiene invece forte i legami con la sua cultura d’origine, e il rapporto che d’Annunzio ha con la sua terra è alla base delle pagine più alte della sua prosa e della sua poesia.

Il tema della migrazione stagionale delle greggi, cosi rilevante pel nostro territorio, 

era da lungo tempo sedimentato nella sua anima, elaborato nella sua mente.

 

Già nel 1893 d’Annunzio, sulla Tribuna Illustrata, a commento dei lavori di Michetti, scriveva “Qui è tutta la nostra razza rappresentata, nelle grandi linee della sua struttura fisica e nella sua struttura morale:… Qui passano lungo il mare pacifico nell’alba le vaste greggi condotte da pastori solenni e grandiosi come patriarchi a somiglianza delle migrazioni primordiali”; torna poi ancora sull’immagine nel Trionfo della Morte: “Scendevano, egli e Demetrio, giù per un tratturo verso l’abbazia che ancora gli alberi nascondevano. Una calma infinita era intorno, su i luoghi solitari e grandiosi, su quell’ampia via d’erbe e di pietre deserta, ineguale, come stampata d’orme gigantesche, tacita, la cui origine si perdeva nel mistero delle montagne lontane e sacre.” E ancora nella Laude dell’illaudato, nel Libro ascetico della giovane Italia, compare l’accostamento tratturo-fiume: “quelle vie larghe come fiumane, verdeggianti d’erbe e sparse di macigni, qua e là segnate d’orme gigantesche, che discendono per le nostre alture conducendo ai piani le migrazioni delle greggi”. Così come nelle pagine più malinconiche ed elegiache del Fuoco: anche qui la transumanza è descritta in tutta la sua poetica bellezza: “… le pecore lanose camminando imitavano il movimento delle onde; ma il mare era quasi sempre quieto, quando passavano le greggi con i loro pastori. Tutto era quieto; su le spiagge era disteso un silenzio d’oro…”. Tutto è pronto, dopo una lunga gestazione, e se ne sente già l’eco, per i versi più eleganti e sobri della sua produzione: l’endecasillabo alcionio de I Pastori nella sua nitida purezza e in tutta la malia musicale dei suoi versi. 

 

D’Annunzio racconta liricamente la sua terra attraverso l’evento più rituale e identitario che la caratterizza: la transumanza… ma lo fa

vedendo in quei pastori non dei comuni uomini ma dei solenni sacerdoti, transumanza come trasmigrazione universale di tutti gli uomini.

 

Il poeta aveva già anticipato quello che oggi l’Unesco vuole venga riconosciuto come patrimonio culturale immateriale dell’umanità; e far così conoscere un frammento della nostra identità, che pur avendo profonde radici nella nostra terra è un pezzo di identità nazionale. 

 

Gli itinera callium o percorsi tratturali hanno rappresentato per millenni strutture viarie di essenziale importanza non solo per il passaggio delle greggi e dei pastori ma anche per quello dei mercanti, artigiani, pellegrini che li hanno adottati nei loro collegamenti e nei loro transiti come luoghi sicuri e sperimentati. La transumanza non è però fenomeno esclusivo dei paesi italiani ma si colloca nelle latitudini più diverse, caratterizzando l’economia di diversi paesi europei oltre che di intere zone alpine ed appenniniche del Nord ed ovviamente del Centro e del Sud Italia. 

 

La sua collocazione più autentica è quella che la lega ai verdi pascoli della montagna abruzzese che conducono alle pianure del Tavoliere delle Puglie e che è resa possibile solo da un clima di stabilità e sicurezza sociale e politica.

I percorsi tratturali, apparentemente semplici ed elementari, rappresentano invece 

il risultato di una complessa strategia di analisi del territorio,  

 

di uno studio della morfologia per cui si disegna un percorso che scavalca fiumi, valli, che si inerpica in modo audace e che crea una rete organizzata nei cui punti di intersezione si sono da sempre collocati luoghi di culto, mercati, luoghi di scambio e di smercio, abbazie, chiese, monasteri, castelli, stazioni di posta, locande, trattorie, che sono tutti, a loro modo, realtà che hanno espresso i codici economici, religiosi, antropologici ed artistici dell’economia pastorale.

Il termine tratturo, deformazione del latino tractoria, comparve per la prima volta 

sotto l’Impero Romano e designava il beneficio dell’uso gratuito del suolo 

di proprietà dello stato che venne successivamente esteso 

anche ai pastori della transumanza.

 

Con la romanizzazione delle regioni del centro Italia le attività pastorali vengono regolate giuridicamente in modo preciso e articolato, come si evince dagli scritti di Cicerone e di Varrone, come si legge ancora sulla porta Boiano di Sepino e dai tanti cippi seminati lungo le località del centro Italia. La legislazione romana ci testimonia la grande importanza dell’economia pastorale e di tutte le attività che essa induceva. Conosciamo tutti bene le origini del termine pecunia che proprio da pecus, pecora, bestiame, prende il suo etimo. 

 

Con la caduta dell’impero romano la transumanza vive un inesorabile declino e con l’arrivo dei Longobardi, ma solo dopo la loro conversione al cristianesimo, quei luoghi di culto saranno riutilizzati come tali. Dobbiamo aspettare gli Aragonesi che mutuarono il modello organizzativo della Mesa spagnola adeguandolo, con opportune modifiche, alle tipicità dell’Italia meridionale.

Così, nel 1447, si iniziò a parlare in maniera compiuta della Dogana della Mena 

delle pecore, un’istituzione fiscale, con sede a Foggia, che provvedeva 

ad affidare i pascoli e ad esigere i tributi.  

 

Sempre sotto gli Aragonesi venne fissata in metri la larghezza del tratturo e si consolidarono le tradizioni e i rituali intorno al calendario della transumanza scandito nell’arco di tempo dei due San Michele, il primo dell’8 maggio e il secondo del 29 settembre, arricchiti dai pellegrinaggi alla grotta del Santo al Gargano.Il declino della transumanza inizia con le leggi di Bonaparte, che vanno a vantaggio dell’agricoltura a discapito della pastorizia, e, nonostante gli sforzi dei Borboni, il processo purtroppo diventa irreversibile.

Il territorio abruzzese però porta ancora le stimmate come vestigia degli antichi padri di questa millenaria civiltà perché tutto il nostro paesaggio geografico 

è disegnato e costruito intorno a questo erbal fiume silente.

 

E se è vero come è vero che l’uomo è soprattutto “geografia” cioè il risultato dei suoi fiumi, del suo mare, delle sue colline, gli uomini della nostra terra sono quindi legati indissolubilmente a questa nobile e antica pratica. Raccontano essi con gesti, parole, riti, suoni, profumi, quei camminamenti, quelle lunghe pianure, quelle colline, l’orizzonte di quel mare. Modelli comportamentali, usi, costumi, stili di vita che sono maturati nei secoli dettati dalla pratica della transumanza e che si sono sedimentati nel tessuto della nostra regione, nel vissuto antropologico e in tutte le tradizioni, dimostrando ancora oggi, nel terzo millennio, la forza espressiva e la potenza del loro significato.

Cadenzati dalla melodiosa sequenza di chiese, edifici, luoghi di sosta e di culto 

che si sgranano come rosari lungo le vie dell’erba, i tratturi continuano 

ancora oggi, nascosti dietro o dentro tracciati autostradali, 

a lanciare segnali di vita attraverso suoni, segni e sapori 

e fanno sentire la forza della loro presenza.

 

Perché dentro quella terra, lungo quella via, è imprigionata la nostra identità primigenia ed è per questo che l’affermazione ah perché non son io coi miei pastori è il grido d’amore più vero e lirico che un poeta abbia mai levato per la propria terra. Il poeta che sente la realtà in una fase di disfacimento, di decadenza, avverte l’istinto incontrollabile a riandare con i “suoi” pastori e riattraversare in un percorso rigenerativo i luoghi della sua terra.

E così, in un silenzio a-temporale, accompagnato solo dall’antica musica d’acqua 

che lo sciacquio delle onde produce e da quell’ovattato calpestio degli armenti, d’Annunzio ricrea davanti ai nostri occhi il rito più antico e solenne 

di tutti i tempi: la transumanza!

 

In questo abbraccio lirico il poeta si riappropria delle sue radici e ci chiama a fare lo stesso per tornare ad essere – con orgoglio – uomini d’Abruzzo proprio nelle figure più nobili e sacre che ci rappresentano: I Pastori.

 

 

 

 

 

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LE PAROLE IN TERRA di Pier Franco Brandimarte – Numero 12 – Ottobre 2018

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LE PAROLE IN TERRA

 

quella dell’Abruzzo settentrionale dove il Tronto segna il confine e si sente l’influenza del piceno.

Tra i lemmi con la A c’è un verbo che si trova solo qui, arregnarsi, ed è significativo. Lo usavano un tempo i marchigiani, i papalini che scendevano a sud, che valicavano il fiume Tronto per raggiungere l’Abruzzo, la prima terra del Regno appunto, quello delle Due Sicilie. Un moto a luogo che per l’inimicizia degli schieramenti si trasformava in un principio bellicoso.

Arregnarsi vuol dire ancora adesso fare a botte, e lo usano da entrambe le sponde senza bisogno che nella zuffa siano coinvolti abruzzesi o marchigiani;


è sparita la connotazione geopolitica, resta solo la generica violenza. Io mi arregno, tu ti arregni, egli si arregna, etc, va bene con chiunque. 

 

Altra violenza, a colpi di verbi, senza spiegazioni: abberresà, scunecchijà, accìde. 

 

La scrèlla è un pezzo di legno, la screllata è il colpo dato con quello. Qualsiasi oggetto minimamente contundente, se si aggiunge –ata, si può dare in faccia a fare male.

 

Ricordarsi poi che morire è sempre riflessivo:

 

I’ m’mòre, tu t’muóre, etc: io mi muoro, tu ti muori. Morire in sé. Morire se stessi, spegnersi come averne avuto abbastanza. Togliersi di mezzo. À ssà muort. Si è morto. Chi l’ha ucciso? La morte. Lui stesso in quanto morte. Morire è diventare morte, farsi morte.

Da piccolo mi sembrava che nessuno, dalle mie parti, avesse troppa voglia di parlare, per quello che serviva bastavano quei cozzi circospetti di dialetto.

 

Bastava far rumore. Nonostante questo, nella normalità degli scambi, degli abbai, improvvisamente partivano ircocervi colorati, composti carnosi e filamentosi che solcavano le conversazioni, termini compatti e ramificati di nervi espressivi che non te ne dimenticavi più. Le parole lavorate da catene di bocche nei secoli e scagliate da certi vecchioni davanti al te stesso bambino.

Certi lemmi, come nomi di re babilonesi, dicevano le traiettorie: 

Nnammónde, lassù, verso il monte, Nabbàlle, verso valle.

 

I verbi che s’innestano nei tessuti del significato, che agucchiano e stringono l’uomo alla cosa: ficcare, incantare, ingannare:’ngarrà,’ngandà, ngannà: morsi, risparmio e sfinimento. Le parole andavano in terra, rimbalzavano per aria. 

 

Rivedo le persone pancitare dopo il pranzo, nel sopore digestivo. Il pancito, pangetà, lo sbadiglio inteso come un palpito dello stomaco. E nelle notti una membrana malefica si stendeva sul respiro: sognavi di annegare, di non tornare più alla superficie

Era la sensazione di sprofondare in una melma, il fondale del lago, 

un pantano, la pandàfeca si diceva, ti è venuta la pandàfeca

 

– il dizionario riporta la credenza che la pandàfeca fosse la molestia di uno spettro scontento. La pandàfeca risaliva da secoli di paludi malariche dove sciami di moscerini scurivano le sponde dei fiumi e dei fossi, nei miasmi. La terra è il fantasma che uccide. L’erosione, i disgeli, le piogge abbondanti in primavera, calcando con le suole la terra si strizza e sforma come una spugna, ne vengono riccioli e bollicine tutt’intorno, si fatica a camminare.

Ci si impantana lavorando sulla M, ‘mbandanà, le aferesi che impastano le parole lavorano di N e di M: ‘mbana, impanare, ‘ndògne, intingere – 

le lettere imbibite nel brodo del complemento.

 

Si veniva a messa dai campi con le scarpe in collo per evitare si sporcassero, alla fontanella della piazza ci si limpiava e calzava. Era tutta terra qua. Una frase nostalgica e pubblicitaria. Ma la pubblicità è sempre pulita mentre il dialetto, in sostanza, è uno sporco che gronda, sono brocche di metallo che cadono nella terra continuamente fangosa e sollevano schizzi e cimurri. E anche le bocche si gettano in terra, e le parole rimbalzano in aria: lu zalluócche, lu ciuótte, lu ciuóppe, lu ciùnghe… 

 

…La ciùta è il sesso della femmina, più conosciuta come fregna, terra madre, regina delle melme, che è come dire un fico maturo spiccato che precipita nel piatto bianco squacquerandosi, sugoso. Mentre da piccoli la si chiamava mozza, paritaria, rispetto al corrispondente membro maschile, nel numero di lettere e nella doppia zeta puntuta, ma la seconda gregaria del primo;

il primo aggressivo con le zeta che tagliano l’aria rapaci; la seconda invece ferita, mancante, mozzata, tranciata del qualcosa originario,

 

come fosse inferiore, come fosse un’invidia del pene. Anche le persone e le cose sono fregne, come nell’italiano vale l’uso di fico e fica, una cosa fica, una persona fica, un fico una fica, un fregno una fregna. La fregnaccia è sempre una cazzata. 

 

E il corpo, altro corpo, sempre caricato, pesante, deforme, animato: la varvaiòzza, ad esempio, è un doppio mento colante, lievito madre di carne, che non finisce mai come fosse l’impasto per un dolce o la massa per gli gnocchi che ognuno, corpulento, si porta addosso.

Terra di morchie, metalli cavi e violenza, terra di allegrie, spiriti e penitenza.

 

(In casa ti possono entrare: streghe, gattimammoni, mazzamarielli, e Sant’Antonio l’eremita.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Torre di Montone

a Vinicio Ciafrè, poeta del Vibrata

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1 – Il dizionario a cui si fa riferimento è l’opera di V. Ciafrè, Dizionario del dialetto neretese, Artemia edizioni, Mosciano S. Angelo, 2010

 

IL MEZZOGIORNO FRA LINGUE E DIALETTI di Francesco Avolio – Numero 12 – Ottobre 2018

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IL MEZZOGIORNO FRA LINGUE        E DIALETTI

Parte I

 

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In quasi centosessant’anni di vita unitaria del Paese, sui dialetti sono state dette davvero molte cose, qualche volta giuste, non di rado errate, altre volte, inevitabilmente, in contraddizione fra loro.

Qui possiamo ricordarne almeno una: i dialetti non sono lingue “minori”, bensì “piccole lingue”. La differenza è sottile, ma fondamentale: se infatti le lingue “minori” sarebbero varietà linguistiche di prestigio e valore più basso rispetto ad altre (ad esempio nei confronti delle grandi lingue nazionali), le “piccole lingue” sono invece tali semplicemente perché spesso parlate, ancora oggi, da piccole comunità (ma anche in parecchie città importanti come Napoli, Bari, Palermo, Catania, Cagliari, e, fuori del Mezzogiorno, Roma, Venezia, Trieste ecc.).

Lingue sono, però, e non altro, anche se possono sembrare votate 

ad un destino davvero strano:


da un lato sono infatti esaltate, mitizzate e (spesso senza che ve ne siano validi motivi) rimpiante nostalgicamente; dall’altro derise o disprezzate, e lasciate a lungo fuori dalla porta della scuola e perfino dell’università. Inoltre, queste lingue hanno espresso, per un lunghissimo arco di tempo, ed esprimono in parte ancora oggi, il patrimonio culturale, antropologico, delle comunità che le parlano, cioè quel vasto insieme di esperienze e conoscenze che va spesso sotto il nome di “tradizione popolare” o “cultura popolare”. Le radici profonde dei nostri dialetti sono, come per l’italiano e le altre lingue neolatine o romanze, nel latino parlato.

Si tratta, quindi, non di “figli” dell’italiano stesso, cioè di derivazioni, 

magari “scorrette” (come in molti ancora credono), 

della lingua comune, bensì di suoi “fratelli”, meno fortunati:


tutti hanno il medesimo genitore, vale a dire il latino che era in uso, sia prima di Cristo sia in epoche più tarde, fra le classi popolari di Roma e dell’Italia, con diverse innovazioni, ma anche con parecchi tratti arcaici, a volte risalenti alle tante lingue sulle quali il latino stesso, nel corso della sua lunga espansione, si era sovrapposto (osco, greco, etrusco, celtico ecc., dette tecnicamente lingue di sostrato), nonché con prestiti da quelle entrate in Italia dopo la caduta dell’Impero romano (gotico, longobardo, arabo, dette lingue di superstrato) e in epoca medievale e moderna (provenzale, francese antico e moderno, spagnolo ecc.).

Se si vuole, dunque, i nostri dialetti sono, a pieno titolo, lingue “neolatine” 

o “romanze” proprio come il francese, lo spagnolo, il portoghese o il rumeno

 

l’unica, vera differenza sta nel fatto che queste ultime sono diventate, a un certo punto della loro storia, e con motivazioni e dinamiche diverse da caso a caso, delle varietà a diffusione sempre più ampia, fino a caratterizzarsi per una chiara dimensione nazionale, ufficiale e letteraria. Un’immagine molto fortunata, e da attribuire probabilmente al linguista Max Weinreich (1894-1969), è quella secondo cui, a ben guardare, “una lingua è un dialetto con un esercito e una marina”.

Ma quanti sono i dialetti in Italia? Per strano che possa sembrare, 

è presso che impossibile rispondere a questa domanda:

 

i nostri comuni sono in tutto 8057, ma non è affatto raro il caso in cui il capoluogo comunale possieda una parlata anche molto diversa da quella delle sue frazioni (basti qui ricordare gli esempi di città e cittadine del Centro-Sud come L’Aquila, Pescara, Caserta, Potenza ecc., nonché di moltissimi comuni minori). Ciò fa così innalzare, e di molto, la cifra complessiva, senza nemmeno prendere in considerazione altri fenomeni, antichi e recenti, di variazione interna ai singoli centri abitati (dialetti dei contadini e dialetti dei pastori, dialetti dei pescatori e parlate degli artigiani ecc., che non di rado, infatti, convivevano e convivono in una stessa comunità).

Le “Indie (linguistiche) di quaggiù”?


La nota definizione che dell’Italia meridionale diedero i Gesuiti nel XVI secolo (le “Indie di quaggiù”, appunto), in seguito al rivelarsi di remoti universi contadini nei quali era più che urgente, nella loro prospettiva, l’opera di evangelizzazione – definizione che è stata poi ripresa negli anni Settanta, come titolo di una bella serie documentaristica trasmessa dalla RAI, e, più di recente, con finalità diverse, da alcuni antropologi (Francesco Faeta nel 1996, Gianluca Sciannameo nel 2006) e storici (Giuseppe Maria Viscardi nel 2005) -, sembrerebbe poter essere riutilizzata in riferimento non solo alle tradizioni popolari, e segnatamente a quelle religiose e magico-rituali, ma anche relativamente ai dialetti e alle “tradizioni linguistiche”. Il Sud, cioè, si mostrerebbe a tutta prima – agli occhi del non esperto di cose di lingua – come una sorta di gigantesco serbatoio di arcaismi, a cui attingere in una sorta di affannosa risalita verso le fasi linguistiche più antiche della nostra Penisola. 

 

Non si tratta di un’immagine del tutto falsa, ma è certamente parziale.

Proprio la dialettica conservazione/innovazione o, se si vuole, continuità/mutamento rappresenta infatti una delle prospettive più efficaci e interessanti

nello studio della fisionomia linguistica delle regioni meridionali,


e ciò fondamentalmente perché esse non sono state quasi mai un mondo chiuso, sordo alle innovazioni, isolato dalle principali correnti linguistico-culturali: “uno dei caratteri storico-geografici più salienti del Mezzogiorno è quello di essere, oltre che un paese stretto, un paese aperto, tale sia verso il continente europeo attraverso gli Appennini, sia, soprattutto, verso il Mediterraneo […]. Lungi dall’essere un elemento riduttivo o addirittura negativo, come molto spesso è stato valutato, l’apertura del Mezzogiorno ai più vari apporti esterni ha dato respiro mediterraneo ed europeo alla sua storia e ne ha arricchito culturalmente ed antropologicamente le strutture umane”1.

Non solo quindi, luogo di perturbante arcaicità, in un rapporto 

poco dialettico con il resto dell’Italia, del Mediterraneo e dell’Europa, 

ma soprattutto terra di numerosi e profondi contatti, intrecci 

e anche conflitti linguistico-cultural


(in cui l’arcaismo non è certo assente, ma non è il solo elemento in gioco), che non sono visibili solo nelle pur cospicue tracce lessicali lasciate dalle numerose dominazioni straniere – come si dice e si scrive di solito –, ma riscontrabili un po’ in tutti gli aspetti dell’espressione linguistica, dal lessico alla fonetica, dalla grammatica (morfologia) alla sintassi, e non riguardano unicamente francese, spagnolo, greco o arabo (cioè le lingue più blasonate e, quindi, nobilitanti). 

 

È proprio questo che, in diverse puntate, cercheremo di vedere un po’ più da vicino. 

 

(Segue)

 

 

 

 

 

 

 

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1 – F. Barra, Il Mezzogiorno nelle relazioni internazionali, in G. Galasso, R. Romeo (a cura di), Storia del Mezzogiorno, vol. IX, Aspetti e problemi del Medioevo e dell’età moderna, Tomo 2, Napoli, Edizioni del Sole, 1992, p. 162)

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La copertina del Dizionario Dialettale delle Tre Calabrie di Gerhard Rohlfs, fra le principali opere dialettologiche del Novecento, che mette subito in relazione fatti dialettali e tradizioni popolari (nello specifico, i costumi tradizionali maschili della Calabria ultra, a sin., e della Calabria citra, a destra).

La “lotta” tra forme conservative (derivate dal lat. cras) e forme innovative riguardanti la parola ‘domani’ nei dialetti dell’Italia centro-meridionale (Carta 347 dell’ Atlante linguistico e etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale, in sigla AIS, versione on line predisposta dall’ ing. G. Tisato dell’ISTC di Padova).

 

TOMMASO CESTRONE A CARDITELLO di Alessandro Gaudio – Numero 12 – Ottobre 2018

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TOMMASO CESTRONE A CARDITELLO

 

Bella e perduta (Italia, 2015, 83 min.), un bellissimo film del regista casertano Pietro Marcello1, mette in scena il favoloso incontro tra il genio materno della natura e la ragione umana. 

L’incontro − che, dalla iniziale disposizione documentaria muove, poi, verso il soggetto, dall’indagine sociale alla narrazione finzionale − avviene presso il Real Sito di Carditello, reggia settecentesca ubicata a San Tammaro, vicino a Casal di Principe, nell’agro aversano, nel cuore della Terra dei Fuochi, per intenderci.

La rappresentazione, dai riferimenti e dai toni ortesiani, percorre le vicende 

di Tommaso Cestrone, un pastore che, senza chiedere nulla in cambio, 

si prende cura per anni tanto del palazzo, a lungo sottoposto a depredazioni 

e all’azione dei vandali, quanto della gran corte rettangolare,


in cui l’architetto romano Francesco Collecini, nel 1787, pose una pista ellittica di terra battuta con due fontane, due obelischi e una piccola rotonda, in forma di tempietto; da tempo immemore la Reggia, la corte e i giardini vengono usati a mo’ di discarica. Nella notte di Natale del 2013, durante le riprese, Tommaso, noto nella zona come l’Angelo di Carditello, fatalmente muore. Ci si può chiedere come possa morire di infarto un uomo di neanche cinquant’anni in ottime condizioni fisiche ma, al di là di questo, tali circostanze finiscono per legare indissolubilmente il nome del pastore a quello della Reggia, a quell’altezza ancora lasciata in uno stato di quasi totale abbandono.

Il nome del pastore, così, diventa quello di chi ha cercato con ogni mezzo di opporsi al destino di morte di Carditello, frutto emblematico del disastro economico e politico vissuto dal Meridione italiano dal dopoguerra a oggi.


Costruita per volere di Ferdinando IV di Borbone, dopo l’Unità d’Italia la Reggia passa alla Casa Reale dei Savoia e, nel 1920, viene ceduta all’Opera Nazionale Combattenti. Poi, dal 1948, con il passaggio di proprietà al Consorzio di bonifica del Basso Volturno, il Real Sito è interessato da un tentativo di ripristino che si arresta a causa delle difficoltà economiche in cui versa l’ente. Negli anni, il complesso monumentale è passato attraverso vicende alterne e, dal 2011, viene messo più volte all’asta2. Alle ultime spaventose avventure vissute dalla dimora borbonica a causa dell’incuria di molti abitanti e del malaffare si contrappone la ferma risoluzione di un individuo che non accetta supinamente le sorti imposte da un corso degli eventi che, per quanto inumano, è stato spesso avvertito come necessario. Proprio da questa contrapposizione, Marcello ricava il suo apologo.

Proprio dalla morte di Tommaso prende vita la favola del bufalotto, sottratto 

dalla benevolenza del pastore alla fine miseranda che il fato gli ha destinato:


è noto, infatti, che gli allevatori sopprimano gli esemplari maschi perché non immediatamente produttivi.3 Sarà l’Angelo di Carditello, in punto di morte, ad affidare a Pulcinella, maschera-emissario dell’aldilà, il povero bufalo condannato. Quando, col tempo, la ragione umana tornerà a prevalere sul genio materno della natura − e Pulcinella, innamoratosi di una donna, avrà perso così la sua maschera da intermediario e, con essa, tutti i suoi poteri − nulla potrà più salvare l’animale. Nulla potrà più salvare Carditello. Eppure,

nella sconfitta di Tommaso non c’è solo la fine dell’uomo che ama la natura 

e la sua stessa vita;


c’è, anche, la vittoria di quell’altro ministero spaventoso, anch’esso pienamente umano (ma infinitamente più misero), che fa di tutto affinché lo sviluppo critico di un individuo rimanga ucciso, affinché la realtà sia percepibile da un solo punto di vista, affinché il muro dell’incomprensione sia sempre più alto e difficile da abbattere. Certo,

la Real Dimora ha, da qualche anno, riaperto i battenti ed è stata sottoposta 

a diversi lavori di bonifica, restauro e valorizzazione.


Ciò è avvenuto grazie al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che, nel 2013, ha acquisito il bene; nel febbraio del 2016 il MiBACT, la Regione Campania e il Comune di San Tammaro hanno istituito la Fondazione Real Sito di Carditello che, da allora, ne gestisce le attività. è altrettanto vero, però, che la Reggia non è ancora viva, non nel modo che avrebbe voluto Tommaso. Permane tra le sue mura una sensazione di insoddisfazione e di malinconia che ben si coglie nelle immagini acquerellate di Bella e perduta.4 

 

Non c’è dubbio che l’Angelo di Carditello − prendendosi cura della Reggia, nonostante fosse stato minacciato e avesse subito diverse intimidazioni dalla teppa camorristica − si sia mantenuto all’altezza del pensiero, dell’azione e, dunque, nella sfera della determinazione politica. A quali risultati ha condotto tale determinazione? Oggi sappiamo che il sito aversano è stato risanato, in parte risistemato e addirittura riaperto al pubblico. Sappiamo che il bufalotto, Sarchiapone, è vivo, che si è persino accoppiato. Sappiamo che, con ogni evidenza, un cunicolo sotterraneo collega la Reggia di Caserta alla Real Delizia borbonica, accrescendone un valore turistico e architettonico già immenso.5 Nel film, Marcello fa sì che prevalgano i sentimenti di malinconia e di vana speranza, ma non c’è forse un’altra via? 

 

E’ facile risalire all’origine di questa disillusione ed è fiabesco (ortesiano, si è detto) il modo in cui il regista di Bella e perduta le abbia contrapposto dialetticamente la resistenza di Tommaso, la sua solitudine: quella che gli ha permesso di tener conto del male

− a pochi metri dal Real Sito sorge una delle più grandi discariche d’Europa 

e tutt’intorno a essa continuano a crescere sversamenti 

di rifiuti di ogni genere −,


ma anche di seguitare a sperare nella vita, nella realtà di ciò che è impossibile, nell’evidenza di una scelta che rende, invece, possibile il sorprendente ritorno, al centro della piana aversana, di ciò che è rimasto escluso dalla nostra idea di umanità, dal procedere umano verso la consapevolezza di sé e della natura.

L’intelligenza della favola consente di sottrarre singolarità al caso di Carditello, accordandogli, al contrario, una certa universalità che rende evidente 

che la nostra civiltà, i nostri usi e costumi, 

le cose nel mondo vanno, sì, così.


Tuttavia, per quanto la speranza, alla quale Tommaso resta fedele e che nonostante tutto riesce a nutrire sino al termine dei suoi giorni, si riveli, proprio in virtù di ciò, un inganno, Bella e perduta libera il campo dall’ingombro di un’idea assoluta e spiega, mediante l’esempio di un pastore lasciato solo, quanto sia opportuno non lasciarsi intrappolare dalle inesorabili leggi della verità della storia. La verità della favola, con le sue umane contraddizioni, persino con le sue menzogne, è tutta qui: sarebbe opportuno, perché la natura del mondo non sia mai più così distante dal mondo della natura, non continuare a trascurarla.

 

 

Gaudio_locandina Bella e perduta
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1 – Tutti i mediometraggi di Pietro Marcello, regista nato a Caserta nel 1976, sono stati di recente raccolti in edizione DVD e accompagnati da un booklet, curato da Emiliano Morreale, che include un’intervista inedita al regista e un’antologia critica; cfr. Il cinema di Pietro Marcello. Memoria dell’immagine, Cineteca di Bologna, 2017. 2 – Sulle vicende del Real Sito di Carditello si veda N. Verdile, La Reggia di Carditello, Capodrise (Ce), Ventrella Edizioni, 2014. 

3 – Sulle bufale del casertano cfr. F. Ricciardi, Le bufale stralunate di Piovene, in «Myrrha», n. 9, 2017, disponibile al seguente URL: https://www.myrrha.it/le-bufale-stralunate-piovene-francesco-ricciardi-numero-9/; ultima visita: 25 giugno 2018. 

4 – Il caratteristico effetto è ottenuto grazie all’impiego, da parte della troupe, di una pellicola scaduta che restituiva «delicati verdi e blu simili ad acquerelli» (A.P. Scott, «The New York Times», 8 dicembre 2016, ora ne Il cinema di Pietro Marcello cit., p. 29) 

5 – Si veda l’articolo consultabile al seguente URL: http://www.belvederenews.net/la-rivelazione-del-dott-domenico-bovienzo-fondazione-per-carditello-un-tunnel-sotterraneo-collega-la-reggia-di-caserta-ed-il-real-sito-di-carditello/; ultima visita: 25 giugno 2018.

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SAN CLEMENTE A CASAURIA E I SUOI DUE PADRI di Gianluca Anglana – Numero 12 – Ottobre 2018

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SAN CLEMENTE A CASAURIA

 

 

E I SUOI DUE PADRI

 

Mandrie di bovini osservano impassibili gli itinerari degli umani. Cavalli allo stato brado brucano con indifferenza. Dal fianco della montagna risalgono nuvole. Panorami da Gustave Doré. 

Una bambagia di nubi sembra poggiarsi soffice sulle sommità spoglie. È quassù che si rende omaggio al Sovrano degli Appennini. Il “Tibet d’Italia” accoglie i viandanti del ventunesimo secolo, pellegrini versione 2.0. Un mare di verde. Onde di pascoli disegnano avvallamenti che paiono curve di donna.

 

Rocca Calascio all’imbrunire: quando ormai il profilo dei monti è solo un acquarello su carta di riso. Questo è un luogo stupendo e spettrale a un tempo. Le rovine dell’antica fortezza svettano sulle cime. Tra le pietre erose dal tempo, il vento sibila: sembra il lamento di una qualche Catherine che tormenta ancora il suo Heathcliff. 

 

L’Abruzzo e la bellezza. L’Abruzzo e il silenzio.

 

La quiete è quella dell’Abbazia di San Clemente a Casauria,


contrada di Castiglione a Casauria, provincia di Pescara. La riconosci subito dalla sua squadrata austerità. Il suo portico è solenne e severo: si apre in tre archi, di cui solo i laterali a sesto acuto.

 

Questa magnificenza si deve a due uomini.

La sua fondazione certamente a un Franco: Ludovico II1


Oltre che Imperatore, Ludovico divenne anche Re d’Italia e fu particolarmente attivo nelle regioni meridionali della Penisola. Ebbe molti grattacapi. Faticò non poco per tenere a bada i Saraceni a Sud2; indispettì i Greci piantando in asso la figlia del Basileus Teofilo preferendole Engelberga dei Supponidi3, una delle famiglie più influenti dell’aristocrazia franca (mogli e buoi…); litigò a più riprese con Papa Niccolò I e soprattutto entrò in conflitto con il principe beneventano Adelchi. Costui gli si ribellò nell’871, aizzandogli contro i dignitari del Ducato: la coppia imperiale fu tenuta in cattività per un mese intero e liberata solo dopo avere «promesso di non cercare di vendicarsi e soprattutto di non ricomparire più con le sue schiere nel territorio di Benevento»4. Dopo il rilascio, Ludovico piegò su Roma: qui ricevette da Papa Adriano II le reliquie del martire Clemente.

È in questi anni, precisamente a partire dall’871 secondo il Chronicon Casauriense (oggi conservato alla Bibliothèque Nationale de France)5, che l’Imperatore 

ordinò di erigere in Casauria un monastero


(dapprima dedicato alla Santissima Trinità, quindi appunto a San Clemente), che si ergesse come segno inequivocabile della sua presenza rispetto all’Italia meridionale anarchica. 

 

Un simbolo della maestà imperiale o un gigantesco ex voto per la fine della prigionia.

La Regola fu quella di San Benedetto.


Forte della sua posizione strategica
«lungo il fiume Pescara, ai confini dei ducati di Spoleto e Benevento e presso la Via Claudia-Valeria, l’Abbazia al tempo dell’Abate Lupo nel 911 vantava i possedimenti in quasi tutta la regione»6. Per via delle cospicue donazioni, il Monastero condivise con altri del suo stesso ordine la medesima sorte scintillante.7

Poi il buio, dovuto all’invasione dei Saraceni nel 916 e a quella dei Normanni 

nel 10768.  Il Cenobio ritrovò il suo splendore solo grazie a Leonate, 

consacrato abate nel 1156


Costui intendeva restituirgli lustro: fu anche per questo che ne concepì la facciata come una sorta di accesso trionfale, perché fossero chiari a tutti il prestigio e la potenza di quella comunità. Egli morì il 25 Marzo 1182 e non fece in tempo a vedere completato il suo progetto. Ai lavori contribuirono maestranze provenienti da più parti: sicuramente dalla Puglia e dalla Borgogna.

 

Il portico appare tutt’ora poderoso, ingentilito da quattro bifore e sormontato 

da un oratorio dedicato a San Michele Arcangelo, alla Santa Croce 

e a S. Tommaso Becket,

 

uno di quei santi inglesi «di rango aristocratico – vescovi e nobili laici – che si erano opposti al potere regio»9 e la cui fama si propagò in tutta Europa: la canonizzazione dell’Arcivescovo di Canterbury avvenne nel 1173. Allora, già da circa cento anni, gli Abati di Casauria sottoponevano le questioni di loro competenza non più agli imperatori, bensì ai papi. 

 

All’interno della lunetta sovrastante il portale principale, Leonate è raffigurato nell’atto di presentare a Clemente la chiesa rimessa a nuovo. 

 

Più sotto,

 

un architrave narra le origini dell’Abbazia: la sua genesi è a Roma, 

dove Adriano II consegna a un più che mai deferente Ludovico II 

la teca contenente i resti del Santo;


accompagnato da Suppone armato (parente di Engelberga?), l’Imperatore segue l’asino carico delle reliquie; nei pressi dell’Abbazia circondata dalle acque del fiume Pescara, il Sovrano consegna a Romano, primo Abate del Monastero, lo scettro abbaziale e il potere sui fertili feudi circostanti.

I capitelli, su cui poggia l’architrave, insegnano cosa sia il male e cosa il bene:


sul capitello di sinistra (la regione del male), un drago è la calunnia, che sussurra all’orecchio di un uomo le parole del peccato; sul capitello di destra (la regione del bene), in groppa ad un animale fantastico, un uomo volge le spalle al vizio e ne rifugge per sempre.

Nella lunetta sovrastante il portale laterale di sinistra, San Michele Arcangelo 

infilza il drago, simbolo del male.


Maria col Bambino, tutrice dei pellegrini, è assisa sul portale di destra. 

 

Racchiusi negli stipiti come dentro a delle garitte, sono a guardia quattro re, forse i carolingi Ugo, Lotario, Lamberto e Berengario. 

 

All’Abate Gioele (1182-1189) va ascritta la porta bronzea centrale.

L’interno, a tre navate, è spoglio ed elegante.


Il pezzo forte è l’ambone, la cui cassa poggia su quattro colonne ed altrettanti capitelli adornati di palme. Queste, simbolo del martirio, sono scolpite nell’atto di dischiudersi in una successione facile a indovinarsi, se si guardano i capitelli in senso antiorario, partendo dal primo sulla destra. Un invito ai fedeli ad aprirsi alla parola del predicatore. E ce n’è anche per lui: lungo il perimetro del manufatto, scorre in latino l’esortazione ai retori della Chiesa a condurre una vita coerente con le proprie omelie. Dei fiori sono mirabilmente scolpiti. Un’aquila afferra un libro, che a sua volta sormonta un leone (questa gerarchia verrà invertita sulle colonnine esterne all’abside), e guarda al candelabro poggiante su un’ara adornata di quattro teste leonine.

 

L’altare, al di sotto di un ciborio, è in realtà un sarcofago paleocristiano 

della fine del IV secolo o degli inizi del V.


Al suo interno, era forse conservato il reliquiario di alabastro, che oggi si trova alla destra della mensa, protetto da una teca, e

all’interno del quale furono deposte le ossa di Clemente.


Per nostra fortuna, oggi possiamo ancora ammirare questi capolavori.

 

Ciò grazie alla tenacia di un uomo:

Pier Luigi Calore. È lui il secondo padre.


A lui, vissuto nel diciannovesimo secolo, mille anni dopo Ludovico, si devono la riscoperta e la valorizzazione di questi luoghi: sfidò la burocrazia, investì energie e pagò in prima persona, allo scopo di salvarli dal grave stato di degrado in cui li avevano ridotti i terremoti, le devastazioni delle solite truppe francesi, l’incuria e la cupidigia degli uomini ai quali erano stati affidati10. Amico di Gabriele D’Annunzio che lo stimava, lottò con tenacia fino ad ottenere la dichiarazione di San Clemente quale monumento nazionale con un regio decreto del 28 giugno 1894. 

 

Ed è a lui che è intitolato l’antiquarium nei locali adiacenti alla chiesa, dove sono raccolti alcuni reperti di eccezionale fattura (come il capitello decorato con aquile di federiciana memoria che ghermiscono una serpe oppure la commovente statua della Madonna con Bambino, in pietra della Maiella). 

 

In questo piccolo museo, non puoi non chiederti che volto abbiano i Pier Luigi Calore dei nostri giorni, sempre che ne esistano. E rabbrividisci, nell’uscirne, alla lettura dell’ammonimento di Basilide di Alessandria11 appeso al muro di sinistra (la regione del male), augurandoti che sia tutto fuorché una profezia:

 

“E verrà… il tempo in cui non vi saranno uomini spirituali, ma soltanto ignoranti 

che rifiutano ciò che appartiene allo spirito”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1 – Nipote di Ludovico I il Pio, fu il primogenito di Lotario I e di Ermengarda di Tours. Fu incoronato Imperatore a Roma, nell’Aprile dell’850, da Leone IV. Morì a Ghedi nel bresciano. Le sue spoglie riposano nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano (cfr: www.treccani.it).

2 – Nell’871 condusse una spedizione a Bari, per strapparla ai Musulmani: v. UTET, Torino, 1967, p. 519: «di tutti i Carolingi fu quegli che più si interessò al nostro Paese e più caldamente vagheggiò il disegno di riunirlo in un solo Regno».

3 – Il fidanzamento contratto a Treviri con la principessa bizantina nell’842 fu rotto unilateralmente da Ludovico, il quale tra l’851 e l’853 sposò Engelberga, figlia del conte di Parma, Adalgiso (www.treccani.it).

4 – Ibidem.

5 – Su: www.sanclementeacausaria.beniculturali.it (invece, su www.regione.abruzzo.it, l’anno di fondazione è individuato nell’873).

6 – Opuscolo illustrativo del MIBACT – Polo Museale dell’Abruzzo.

7 – «Per il rapido moltiplicarsi delle donazioni la proprietà dei monasteri benedettini assunse presto proporzioni grandiose» F. Panzini-A. Rogmann, Pagine di critica storica, Ferraro, 1990, p. 75.

8 – Le notizie storiche e le informazioni di ordine artistico sono attinte ai siti internet indicati nella nota 5.

9 – André Vauchez, La santità nel Medioevo, Il Mulino, 1989, p. 124-125.

10 – San Clemente divenne oggetto di un istituto denominato Commenda Perpetua, consistente nella pratica di affidare abbazie o monasteri in difficoltà a cardinali o prelati affinché ne risollevassero le sorti: spesso offriva a gente priva di scrupoli, anche all’interno della Chiesa, l’occasione di depauperare gli stessi enti che si sarebbero dovuti salvaguardare.

11 – Eresiarca gnostico del II secolo d.C.

 

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LA FONDAZIONE FORTUNATO di Francesco Antonio Genovese – Numero 12 – Ottobre 2018

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LA FONDAZIONE FORTUNATO

 

 

 

RIONERO IN VULTURE, GIUSTINO FORTUNATO e NINO CALICE

 

1. Rionero città di frontiera. In che senso? Aveva ragione il compianto Nino Calice quando affermava che Rionero in Vulture, oggi importante centro dell’articolazione urbana della Basilicata, è stato (lo è ancora?) un paese di frontiera, nel senso di un luogo urbano senza conti da regolare con centri sociali e di potere preesistenti, feudali o clericali, spregiudicata, diversamente da Melfi, dove la presenza plurisecolare di vescovi e feudatari aveva dato luogo ad una società verticale, gerarchica e perciò timida, portata alla dipendenza1. Dopo la secessione dal Vescovo di Rapolla, fatta per ragioni fiscali dal 1314 al 1330, passando sotto la circoscrizione di Atella (e già questo dice del carattere della città), accogliendo nuove genti di ogni tipo, dagli albanesi di Scutari alle maestranze di ogni genere e provenienza (irpina, sannitica o pugliese: un melting pot unico in quella Basilicata moderna) in occasione dei tagli al bosco del Gualdo o alle pendici del Vulture, di commerci vari, 

 

“Rionegro” divenne un paese aperto e mobile, passando dagli originari 500 ai 9000 abitanti nel secolo dei lumi, capace di sfuggire, per la sua connaturata diffidenza 

e inquietudine, anche all’opera missionaria di un S. Alfonso dei Liguori.  


Ne venne fuori una realtà urbana viva ma anche aspra, “senza esclusione di colpi, di intrighi, di malandrinerie, di calunnie, di bugie, di vendette”, in cui ogni volta “bisogna ricominciare daccapo”, ricucendo gli strappi “dei costumi, delle feste, delle classi, delle case, dei quartieri, delle piazze”2

2. La Famiglia Fortunato e don Giustino a Rionero.

 

Secondo la ricostruzione di Calice, neppure i Fortunato sfuggirono a questa realtà conflittuale, nonostante le apparenze ieratiche delle due ultime figure rappresentative di questa importante famiglia del nostro Sud e della nostra storia nazionale: Ernesto e Giustino. Nel capitolo intitolato Dove è finito il barone Rotondo? Calice racconta di una vicenda di ordinaria turbativa degli incanti. Nel 1837, la Mensa vescovile di Melfi mette in vendita i diritti di enfiteusi sui beni della tenuta di Gaudianello, in agro di Lavello (città che con Venosa, assieme alle due già menzionate, completa il quadrilatero dei grandi centri della Basilicata settentrionale), estesi ben 3900 tomoli (terre a bosco e pascolo), quelli che diverranno dal 1872 il cuore dell’azienda modello cerealicolo-pastorale organizzata e diretta da Ernesto Fortunato3.

 

Alla gara i Fortunato offrirono 2400 ducati e i Rotondo 2600 ducati (i Tedesco di Minervino non erano competitivi) ma la tenuta venne aggiudicata ai Fortunato, con lo stratagemma dell’elevazione posteriore dell’offerta, passata da 2400 a 2800 ducati, non senza che una tale opportunità (non del tutto trasparente) fosse divenuta possibile grazie a qualche intervento extra ordinem: un favore del vescovo di Melfi ad Anselmo Fortunato (allora, a Napoli, Presidente della Corte dei conti) o la promessa di non riscattare il canone enfiteutico4. E la promessa venne persino imposta agli eredi da don Giustino con il suo testamento5. Sta di fatto che,

 

vincendo quella gara, i Fortunato innescarono il volano dello sviluppo della loro potenza economica, quella stessa (intelligentemente e progressivamente amministrata da Ernesto: la guida imprenditoriale della famiglia) 

che consentì di garantire al più noto fratello Giustino di recitare 

un ruolo di grande importanza nella politica 

e nella vita civile nazionale.

 

Ci sarà poi da stupirsi tanto se, dopotutto, sui Fortunato, nel 1861, verranno riversate accuse di protezione verso i briganti e se gli accusati sdegnosamente abbandoneranno Rionero per trasferirsi a Napoli? Quello, Rionero, era pur sempre un Paese di frontiera, di lotte politico-sociali aspre, “senza esclusione di colpi, di intrighi, di malandrinerie, di calunnie, di bugie, di vendette”, in cui ogni volta “bisogna ricominciare daccapo”.

 

Il Palazzo Fortunato, perciò, resterà vuoto fino al 1878 quando avvenne la ricucitura tra la Città e il suo più illustre notabilato, con il sindaco (Pierro) 

che va incontro ai due fratelli fuori dal paese e va a riverire 

il candidato al Parlamento nazionale.

 

Ernesto, perciò, poté tornare a Gaudiano, a gestire l’azienda più avanzata dell’intera Basilicata (e fra le più avanzate dell’intero Mezzogiorno), mentre Giustino da parlamentare vivrà tra Napoli (la residenza di via Vittoria Colonna) e Roma, con brevi rientri estivi a Rionero e Gaudiano. Ci sarà da stupirsi ancora se nel 1917, passeggiando a Rionero con alcuni degli amici più fedeli, don Giustino verrà ferito da un esaltato che l’aveva accusato di essere responsabile, addirittura, della guerra? Ma stavolta Fortunato non tornerà più a Rionero, fino al giorno della sua morte, avvenuta il 23 luglio 1932. Purtroppo, occorrerà solo quella per conseguire finalmente il desiderio “di vivere nella gratitudine vostra, miei concittadini”6?

 

3. Rionero si è veramente riappacificata con Giustino Fortunato? 

 

A Rionero, sulla piazza principale c’è il Palazzo Fortunato, composto dal fabbricato di circa cinquanta stanze, da un giardino e da un cortile, per una superficie di circa 4000 metri quadri: un importante monumento architettonico che vide passare, ospiti della famiglia, personaggi storici di rilievo: Giuseppe Bonaparte, Ferdinando di Borbone, Giuseppe Zanardelli, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Francesco Saverio Nitti.

 

Oggi il Palazzo ospita la Fondazione Fortunato e la Biblioteca di famiglia, forte di circa 11.000 volumi, tra cui molte cinquecentine e libri dal Seicento all’Ottocento; nelle scuderie, un Museo della Civiltà Contadina e l’archivio storico e fotografico della famiglia e del Comune di Rionero nonché, quasi un paradosso, 

anche una mostra permanente sul Brigantaggio.

 

La città sembra essere definitivamente riconciliata con il suo più importante personaggio, il grande intellettuale e meridionalista che gli ha dato prestigio e fama.

Ma le iniziative della comunità locale non si può dire che siano del tutto all’altezza del grande concittadino e della sua storia, basti vedere anche semplicemente il sito internet che dovrebbe orientare il visitatore ed il curioso, per non dire lo studioso del pensiero e dell’organizzazione familiare.

 

Ma forse sarebbe anche il caso di pensare ad un Parco Letterario Giustino Fortunato, per far conoscere i luoghi della sua vita

 

(perlomeno di quella non vissuta a Napoli): un’iniziativa – possibile anche solo in sede locale, sebbene non riferita strettamente ad uno scrittore o un poeta, ma a uno storico, a un politico e politologo di razza, a uno statista come pochi – che farebbe svanire del tutto il dubbio circa il fatto che la sua città natale abbia mantenuto ancora qualche ombra sull’intellettuale nazionale di cui può invece trarre incondizionato vanto.

Sembra allora che la città si sia fatta perdonare per quegli screzi sol perché un altro intellettuale e politico rionerese, Nino Calice, ha dedicato ai Fortunato alcune opere importanti della sua complessiva produzione storica e politologica.

Non solo. La casa editrice da Lui fondata ha anche stampato alcune opere di don Giustino e, tuttora, dopo la morte del fondatore, mostra di proseguire la sua preziosa attività

 

4. Un erede rionerese per don Giustino: Nino Calice.

 

La verità è che Nino Calice (1937-1997), professore di storia e di filosofia nei licei, ma poi anche consigliere regionale (eletto con il PCI), Sindaco del Comune di Rionero, deputato al Parlamento e poi Senatore della Repubblica, componente del Consiglio d’Europa, fondatore del centro studi Giustino Fortunato, storico, e protagonista di tante iniziative culturali e politiche, oltre che di importanti ricerche storiche anche sulla vita della Basilicata, è indubbiamente – si proprio Lui – il vero erede di don Giustino e non solo per le ragioni legate alla comune origine cittadina.

 

Il ponte di passaggio tra le due figure mi pare ascrivibile alla grande tradizione democratico-liberale nazionale, quella che ha avuto varie declinazioni, 

fino al sacrificio personale, di importanti e prestigiose figure,

 

da Salvemini a Fortunato, dai Fratelli Rosselli a Giovanni Amendola, da Gobetti a Nitti, di cui si è detto, in gran misura, erede il cessato Partito comunista italiano (o importanti parti di esso), che se ne è intestato, pur tra distinguo e precisazioni, il filo della continuità.

La coscienza di tale linea è ancor viva, come si è visto e sentito, nel corso di un convegno svoltosi di recente (il 5 dicembre 2017) nel Castello di Lagopesole (Avigliano), non lontano da Rionero, proprio dedicato alla figura di Nino Calice. Giorgio Napolitano, ad esempio, ha scritto del suo commilitone politico:

 

“Se noi avessimo dieci, venti Rionero nel Mezzogiorno, coltivate, dissodate 

da organizzatori culturali come Nino Calice, credo che sarebbe un po’ diverso 

il Mezzogiorno da quello che è,

 

o potremmo essere meno allarmati di come, purtroppo, dobbiamo esserlo. Io mi auguro che davvero i giovani, ai quali tocca l’impresa del rilancio della politica, prendano esempio dalla lezione di Nino Calice”. Emanuele Macaluso, a sua volta, ha dichiarato: “Quando penso a figure come Nino Calice penso subito a cos’è stato il Partito comunista italiano, perché io penso che Calice è stato quello che è stato, nella sua specifica complessità, perché c’è stato il Partito comunista. E il Partito comunista è stato quel che è stato perché ci sono stati uomini come Nino Calice”.

Più specificamente, sul rapporto tra Calice e Fortunato, uno storico di matrice cattolico-democratica, Giampaolo D’Andrea, ha affermato:

 

“Nino Calice ci ha lasciato una grande passione civile e per la storia della sua terra 

e del Mezzogiorno. Passione ereditata da tutta una tradizione che in Basilicata 

è molto viva e che lui riannoda spesso con quella di Giustino Fortunato.

 

Una lettura non dico sorprendente ma non consueta negli intellettuali della sua generazione e della sua ispirazione culturale è la rivalutazione che fa del meridionalismo fortunatiano insieme alla rivalutazione del meridionalismo classico e con le spinte alla modernizzazione che inevitabilmente sono venute. In uno dei suoi ultimi saggi fece una riflessione lucidissima sull’illuminismo diffuso in Basilicata e su quello che aveva rappresentato, caratteristiche di una riflessione culturale che ha influenzato anche le sue posizioni politiche nel dibattito sui temi che di volta in volta si presentavano alla sua attenzione. Ha cercato di inserire la Basilicata in un contesto più ampio del Mezzogiorno per riconnetterlo all’Italia e in sintonia con la tradizione dei grandi meridionalisti della nostra terra come Fortunato e Nitti non ha mai pensato alla Basilicata come un’isola né felice né infelice e mai ha pensato al Mezzogiorno separatamente dall’Italia. Questo era un punto fermo della posizione dei meridionalisti: non rivendicavano attenzioni per il Mezzogiorno ma solo perché il Mezzogiorno potesse contribuire meglio al futuro dell’Italia.”7

 

 

C’è solo da sperare che la città di frontiera, se tale essa è ancor oggi, nel suo continuo dubitare, non sia troppo irriconoscente anche con Nino Calice,

poiché sono certo che il più giovane intellettuale, vissuto nel secolo scorso, avrebbe approvato (e lavorato per) la creazione di un Parco letterario dedicato alla complessa e poliedrica figura di Giustino Fortunato. Un simile Parco, coinvolgendo una gran parte del territorio della Basilicata Settentrionale (le ricerche storiche di Giustino, da sole, creerebbero una mappa-reticolo dei luoghi storici da lui riscoperti e individuati, traendoli dall’oblio e dalla dimenticanza; senza dire dei luoghi delle Strade ferrate propugnati come direttrici di sviluppo o dell’azienda familiare di Gaudiano o dei giovani intellettuali lucani, provenienti da tanti piccoli centri, da lui seguiti, valorizzati ed incoraggiati), si inserirebbe nello stesso rilancio dell’immagine della Regione, perché percorsa da un tenace filo di pensiero liberal-democratico, di respiro nazionale. 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1- N. Calice, Rionero. Pagine sparse e disperse, II ed. 2012, p. 41.

2- N. Calice, ivi, p. 50.

3 – N. Calice, Ernesto e Giustino Fortunato: l’azienda di Gaudiano e il Collegio di Melfi, Bari 1982. Dello stesso A. si veda anche: La famiglia Fortunato, in AA.VV, La Borghesia tra Ottocento e Novecento in Basilicata. Storie di famiglie, Rionero in Vulture 2006, pp. 87-102.

4 – Così N. Calice, Rionero. Pagine sparse e disperse, p. 57. La vicenda era già stata ricordata in Id. Ernesto e Giustino Fortunato, cit. pp. 20-21 ove riporta anche la partecipazione alla polemica di Basilide Del Zio e Gennaro Araneo.

5 – Id. Ernesto e Giustino Fortunato, cit., p. 21.

6 –  G. Fortunato, Agli elettori del Collegio di Melfi, 10 febbraio 1909.

7 – Sul convegno, si rinvia a quanto scritto dall’Agenzia giornalistica della Regione Basilicata: http://www.consiglio.basilicata.it/consiglioinforma/detail.jsp?otype=1120&id=3399954#ad-image-0.

 

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IL MUSEO VIVO CHE PARLA A TUTTI di Gianluca Anglana – Numero 11 – Luglio 2018

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Gianluca-Anglana

          IL MUSEO VIVO            CHE PARLA  A TUTTI

 

 

Taranto è un abbraccio, quello della natura che con i suoi dintorni è sempre stata particolarmente benevola.

Il viaggiatore che vi si approssima è abbagliato dallo sfavillio delle acque: lo splendore dello Ionio avvolge di blu le coste del Golfo, in una sorta di amplesso ancestrale. Il mare e la terra. Poseidone e Gea. Dopo tutto, Taranto stessa è una creatura del mito1. Taranto e la sua bellezza. Chi creda che questa sia solo una landa di veleni e di insuccessi ha una visione parziale della realtà2: il centro cittadino è elegante, i suoi palazzi luminosi e raffinati. Piccoli ponti creano un’atmosfera vagamente romantica. Ci sono colori ovunque.

Myrrha torna a Taranto. Myrrha torna al MArTa.

Per due anni consecutivi, il Museo Archeologico Nazionale della città dei due mari 

ha registrato un sensibile incremento degli accessi:


se nel 2016 si è osservato un aumento dei visitatori nella misura del 50% rispetto al 2015, i primi sei mesi del 2017 hanno fatto registrare un 30% di ingressi in più sull’analogo periodo del 20163. E non è finita: quello di Taranto è sul podio dei musei più smart, tra i più amati dai visitatori, riuscendo a comunicare al meglio con i suoi utenti4 e a ritagliarsi ampi spazi di presenza digitale. Istituito nel 1887, diventa nel 2015 il primo e unico museo ad autonomia speciale di Puglia, grazie alla riforma del Ministero dei beni culturali. La seconda vita del MArTa è affidata alla Professoressa Eva Degl’Innocenti. Toscana di nascita, la Direttrice è un’archeologa: numerose le campagne di scavo cui ha preso parte, in Italia e all’Estero. Ha insegnato Archeologia e Storia dell’Arte islamica presso l’università di Firenze. È stata direttrice del Servizio dei Beni Culturali di un ente locale, una specie di consorzio di comuni, con sede nei pressi di Saint Malo, nel Nord della Francia. E nel 2013 ha persino creato il Museo Coriosolis in Bretagna. La incontro nel suo ufficio.

 

Direttrice: «Nel progetto bretone, ho lavorato molto sul territorio.

Le strutture museali devono essere incluse all’interno di un progetto strategico 

di sviluppo dei luoghi di cui fanno parte,


in primis sotto il profilo socio-culturale e quindi turistico ed economico. Prenda il MArTa: il museo più importante della Puglia, l’unico ad autonomia speciale della regione, quello che raccoglie molti reperti provenienti un po’ da tutta l’area della Magna Grecia, deve dialogare con il territorio. Dalla mia esperienza francese ho mutuato prima di tutto questo. Vi ho attinto anche una visione di progetto ben determinata.

La comunicazione culturale deve avvenire a più livelli di approfondimento 

e rivolgersi a vari tipi di pubblico: al neofita così come al visitatore medio 

e allo specialista e soprattutto ai bambini, agli adolescenti o ancora 

al pubblico generalista, al pubblico turistico 

e anche al pubblico con disabilità.


In particolare, quest’ultimo: la disabilità è per noi un target molto importante». 

 

Myrrha: «Può spiegarci meglio?»

 

Direttrice: «Nella nostra visione, il museo è inclusivo, è una realtà che parla a tutti e che offre a tutti le chiavi di lettura e di interpretazione del patrimonio. Affinché il messaggio comunicato arrivi a ogni target di pubblico, è necessario che la comunicazione si esplichi in metodologie adatte ad ogni tipo di fruitore, ivi compresa la disabilità.

Un museo accessibile non va inteso solo come un edificio scevro da barriere architettoniche, ma anche come un intreccio di attività mirate. 

Qui, noi cooperiamo con associazioni della zona 

che si occupano di disabilità specifiche 

e di polihandicap:


è grazie a questo che prendono vita dei laboratori multisensoriali pensati per tutti, accessibili al pubblico con e senza disabilità».

 

Myrrha: «In cosa consistono esattamente?».

 

Direttrice: «Abbiamo creato un itinerario esperienziale, un racconto del museo, che si avvale di tutti i sensi: la vista, il tatto, l’olfatto, il gusto, l’udito. È un percorso multisensoriale gestito dal nostro staff, affidato dunque alla mediazione umana.

La mediazione, appunto: da una parte, quella digitale dei supporti informatici


(come i touch screen e simili), che sarà presto potenziata;

dall’altra, la mediazione umana, quella in cui crediamo 
e che si affianca alla strumentazione tecnica.

Il nostro team si fa mediatore culturale al servizio di tutti i tipi di pubblico. Ho importato anche questo dalla Francia, che, sul piano della valorizzazione, è all’avanguardia, avendo propugnato l’idea che il patrimonio pubblico appartiene a tutti e che noi, operatori scientifici, dobbiamo farci mediatori tra il bene culturale e paesistico e i vari tipi di pubblico che abbiamo davanti». 
 
Myrrha: «Cos’altro, della sua esperienza oltralpe, mette al servizio del MArTa?». 
 
Direttrice: «Altro elemento è sicuramente il management.

Il dirigente non è solo una persona con un curriculum vitae scientifico 
(che peraltro è la conditio sine qua non), ma deve avere anche 
delle capacità manageriali,

soprattutto in seno ad un museo ad autonomia speciale con l’obbligo di bilancio. Sì, perché noi abbiamo un bilancio nostro, a sua volta collocato in quello più ampio del Ministero dei Beni Culturali, abbiamo il collegio dei revisori dei conti, un consiglio di amministrazione e un comitato scientifico. Qui il management guarda sia alle risorse umane sia ad aspetti di ordine gestionale. Nel quadro delle normative e della legislazione di riferimento, abbiamo creato una struttura dal nulla5
Detto questo, io sono prima di tutto un’archeologa. Ho un dottorato di ricerca in archeologia: ho fatto parte di équipe di ricerca per molti anni, sul campo, e soprattutto mi sono dedicata allo studio dei materiali e all’elaborazione di progetti museologici e museografici. 
La mia figura professionale è quindi l’unione di due componenti, il che in definitiva era alla base della selezione internazionale condotta dal Mibact: si ricercava una persona che disponesse di un curriculum scientifico e di ricerca ed in aggiunta avesse esperienze manageriali e soprattutto competenze in fatto di finanza pubblica (in Francia ho avuto modo di fare una formazione specifica in gestione delle risorse umane e finanziarie). La finalità della riforma era dare ai musei un respiro europeo, puntare sulla valorizzazione là dove si è invece lungamente privilegiata la conservazione dei beni culturali, scommettere sulla vitalità del museo, cui oggi è richiesto di seguire l’evoluzione della società e di essere parte di un tutto, cioè della comunità». 
 
Myrrha: «Nel corso di un’intervista ha dichiarato che “il Museo è del territorio, coinvolgerò l’Università del Salento, specialisti, e studenti. Una gran bella sfida”. Ce l’ha fatta?».
 

Direttrice: «Voglio evidenziare che fin da subito

 

il principale obiettivo è stato quello di svolgere un lavoro di squadra: 
il team scientifico, quello tecnico, quelli deputati ad accoglienza, 
fruizione e vigilanza costituiscono un tutt’uno con la Direzione.

Il lavoro, lo svolgiamo tutti insieme. Ecco, io sono molto grata al personale che mi ha accompagnato fin qui: è stato tutt’altro che semplice passare da una tipologia museale ad un’altra, caratterizzata da una mission ben determinata, da scopi molto diversi e serrati e soprattutto vincolata ad un obbligo di risultati, da obiettivi a breve, medio e lungo periodo che il Ministero ci fissa. 
La struttura per tanti aspetti era obsoleta. Tutto era superato, dall’arredamento agli strumenti di attività professionale: il personale era costretto a lavorare in condizioni di obsolescenza. Sono intervenuta su tutto, dagli arredi degli uffici alle postazioni informatiche. 
Inoltre,

abbiamo avviato una comunicazione interna il più possibile trasparente 
al fine di raccontare, condividere le informazioni, tramite assemblee, 
documenti scritti e soprattutto programmi.

Noi facciamo una programmazione annuale, un progetto strategico e programmatico. Per cui dobbiamo anticipare, pianificare e quindi agire». 
 
Myrrha: «Sul sito del Ministero dei Beni Culturali si riporta che il 2017 è stato un anno davvero eccezionale, poiché i visitatori sono aumentati in quattro anni di circa 12 milioni (+31%) e gli incassi di circa 70 milioni di euro (+53%)6. In quanto a tasso di crescita, tra i grandi Musei, quello da Lei diretto si è fatto decisamente notare. Obiettivo raggiunto, dunque?».
 
Direttrice: «Sono riuscita a raggiungere tali obiettivi grazie al supporto di tutto lo staff, che ha lavorato alacremente, e di tutta la comunità tarantina. Io sono sempre qui: torno poco in Toscana. Avendo poco personale, soprattutto all’inizio, io stessa dovevo fare molto.

Appena sono arrivata a Taranto, ne ho preso la residenza: mi sembrava importante condividere con tale comunità le sue gioie e i suoi dolori.

Fin dall’inizio ho concepito questo progetto, molto ambizioso, come una sorta di missione di vita. Sì, io sono sempre qua, anche nei weekend. 
 
Myrrha: «Perché Taranto?». 
 
Direttrice: «Quando all’inizio si potevano scegliere le sedi, io ho indicato Taranto come prima opzione.

Taranto per tre motivi: primo, perché io sono un’archeologa e per un archeologo 
è un sogno dirigere il museo di Taranto,

che possiede una delle collezioni più importanti al mondo e persino dei pezzi unici, quindi un’importanza scientifica innegabile (dopo quello di Napoli, il museo archeologico di Taranto è il più importante d’Italia);

secondo, perché qui è in crisi un intero modello economico e mi interessava partecipare alla proposta di un nuovo concetto di sviluppo complementare, 
basato sulla cultura e sulla sostenibilità

(vorrei ricordare che Taranto ha un patrimonio naturalistico considerevole, a cui non si pensa mai: ha fra le colonie di cetacei più importanti del Mediterraneo; un’oasi del WWF, la Palude La Vela all’interno del Mar Piccolo; specie faunistiche rarissime, come alcuni cavallucci marini);

terzo, per via di un legame affettivo, perché ci venivo da piccola 
con i miei genitori in vacanza e quindi è un territorio che conosco.

Pur non essendone originaria, ho dei legami di amicizia profondi. Sono terre che ho sempre amato molto. La cultura è il motore della rinascita del Sud: è falso l’assunto che la questione meridionale non esista più. Esiste tuttora, anche se con sfaccettature più complesse. La capofila di una possibile rinascita del Mezzogiorno può essere la Puglia. Il grande progresso, la grande evoluzione di tale Regione è un dato di realtà, innegabile per chiunque. La Regione Puglia dovrebbe ripensarsi, perché è un esempio virtuoso di eccellenza e di best practice. Ciò che la Puglia ha fatto nella cultura è stato determinante». 
 
Myrrha: «Ha detto che la comunità di Taranto l’ha sostenuta. In che senso?». 
 

Direttrice: «Nel senso della partecipazione.

 

All’inizio il museo veniva visto come una sorta di torre d’avorio invalicabile. 
Su questo luogo, che sembrava solo per addetti ai lavori, pendeva 
un velo di diffidenza. Progressivamente abbiamo avviato 
una politica inclusiva e di apertura. 
 
Innanzitutto le attività didattiche per i bambini: i bambini sono stati gli ambasciatori del museo in città, nel senso che sono stati loro a portare con sé le famiglie, i genitori, gli amichetti.
 
 Fin da subito, abbiamo pensato a programmazioni mensili.
 
Ad ogni mese un tema: la donna; il cibo; i miti; gli eroi. Ciascun tema è a sua volta declinato a seconda del pubblico destinatario. Mi spiego. Mentre il bambino ha i suoi laboratori didattici sulla determinata trattazione, il pubblico generalista può contare sul percorso permanente con uno specifico approfondimento. Al pubblico degli specialisti si rivolgono invece i mercoledì del MArTa, cioè conferenze tenute da ricercatori o accademici (oltre a giornate di studio e convegni). Ogni settimana, quindi, un microtema si innesta nel tema principale: il museo si orienta così a vari target di pubblico.

E si apre altresì a eventi in coprogettazione con gli attori culturali, sociali 
ed economici del territorio, stipulando numerosi protocolli di intesa.
 
Penso ad esempio alle rassegne musicali come i concerti al MArTa, in collaborazione con il conservatorio Paisiello di Taranto. La collaborazione con Cambusa di Assonautica, un’associazione di cui sono parte Confindustria e Camera di Commercio di Taranto, è stata l’incubatrice per la realizzazione di concerti seguiti da aperitivi finalizzati alla valorizzazione delle eccellenze alimentari del territorio (anch’esse patrimonio da salvaguardare e rilanciare): abbiamo scelto dei produttori locali quali ad esempio alcuni frantoi molto antichi, che insistono su siti d’interesse archeologico, o ancora masserie storiche, oggi impegnate nelle tecniche di coltura biologica. Penso alla sinergia con gli artigiani, primi fra tutti quelli di Grottaglie o ancora quelli che si occupano di tessuti ed oreficeria: ci è sembrata una scelta in sintonia con la celeberrima collezione degli ori di Taranto. Penso infine alle Tarentillae, festival di danza realizzato in collaborazione con Mibact e Teatro Pubblico Pugliese». 
 
Myrrha: «A proposito di musica. Sui social è di recente comparso un post di Medimex7 per pubblicizzare una mostra, in esclusiva italiana, proprio qui al MArTa, dedicata a Kurt Cobain (leader dei Nirvana) e al Grunge8. Che cosa l’ha spinta a realizzare un’idea così discontinua rispetto alla tradizione museale italiana? E che legame ci potrebbe essere tra l’archeologia e uno dei più carismatici frontmen della storia del Rock?» 
 
Direttrice: «La nostra idea dell’archeologia è tutt’altro che passatista. Essa parla e si confronta con la contemporaneità.

La musica ha nel MArTa un luogo d’elezione.
 
Torno alle Tarentillae ovvero il MArTa riletto attraverso gli occhi degli artisti, del calibro di Peppe Servillo e Danilo Rea chiamati a fare un concerto nel chiostro del museo. C’è un nesso assai stretto tra la musica e le collezioni di Taranto.

Qui la musica è di casa. Le è dedicato tantissimo spazio, 
anche in termini di reperti:


al secondo piano è esposta una lira antichissima, della quale oggi è possibile ammirare la sola cassa ricavata dal carapace di una tartaruga. È un reperto prezioso. E poi l’iconografia legata alla musica: si pensi alle rappresentazioni dei culti dionisiaci, forse antenati della Taranta salentina. Cito i grandi intellettuali del passato, come Archita, colui che qui, nell’era prima di Cristo, ha inventato il senso dell’armonia musicale, o Giovanni Paisiello, compositore noto in Italia e all’estero. E sono tutti geni nati a Taranto.

 

Il museo è aperto al mondo e quindi anche all’evoluzione della società 
così come ai nuovi registri musicali.

Siamo contrari al MArTa come mero contenitore o luogo di esposizione e basta. È un fatto di coprogettazione. Medimex si è messa in contatto con MArTa per il tramite del Teatro Pubblico Pugliese e la Regione Puglia: abbiamo iniziato questo rapporto di collaborazione e vorremmo tenerlo nel tempo. Il museo vuol farsi trovare pronto per intercettare l’attenzione di un pubblico molto difficile da captare: quello degli adolescenti. Per questo abbiamo spalancato le porte anche all’arte contemporanea e alle sue espressioni più innovative: dalla penna di Squaz9 ha preso forma, ad esempio, un fumetto dedicato all’Atleta di Taranto10». 
 
Myrrha: «Il MArTa diffonde di sé l’immagine di un luogo realmente vitale. C’è un evento o una manifestazione, di cui va particolarmente orgogliosa?». 
 
Direttrice: «Le Tarentillae. O anche MArTa for Appia, mostra di Paolo Rumiz e Compagni ideata per la valorizzazione della via Appia. O ancora MArTa 3.0, un robusto progetto europeo al quale stiamo lavorando e che prevede la digitalizzazione del Museo con un allestimento ad hoc. Infine, i Tesori mai visti del MArTa , la selezione di alcuni pezzi inediti di proprietà del museo, tesa a consentire agli addetti ai lavori l’approfondimento scientifico e al pubblico la possibilità di ammirarne la bellezza. Vede,

il fatturato più importante che si possa fare è la cultura che si trasmette 
ai cittadini e alla comunità come patrimonio ereditario.

D’altro canto, cosa sono le persone se non una comunità di eredità11?». 
 
Già. Cosa sarebbero gli esseri umani senza eredità, senza un patrimonio da tramandare? 
Saluto la mia ospite. Mi attardo ancora un po’ nella hall: attorno alla titanica testa di Eracle, il brusio di alcune scolaresche. I bambini, gli ambasciatori della cultura, sciamano e disseminano allegria nelle sale del museo dal nome di donna. L’avvenire della bellezza sarà affidato a loro. 
Anche la bellezza di questa città che guarda il mare e che dall’acqua ha sempre tratto forza, fin dai suoi albori. Taranto è allenata da millenni a lottare come il suo Atleta: come lui, pronta a vincere ogni sfida. 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 
 
 
 

 

 
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 – Cfr. La Storia di Taranto, su: www.comune.taranto.it.

2 – Roberta Lucchini, Taranto non è solo Veleni. Il MarTa in Myrrha – Edizione n. 10 (https://www.myrrha.it/taranto-non-e-solo-veleni-il-marta-di-roberta-lucchini-numero-10-marzo-2018/)

3 – Domenico Palmiotti, Il Sole 24 Ore, 16 agosto 2017.

4 – Lorenza Castagneri, La Stampa, 26/06/2017. Vedi anche AdnKronos, 12/06/2017.

5 – Si rammenta che la riforma c.d. “Franceschini” ha individuato poli museali per farne strutture dotate di autonomia finanziaria.

6 – Cfr.: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/visualizza_asset.html_249254064.html)

7 – Medimex è un progetto Puglia Sounds, il programma della Regione Puglia per lo sviluppo del sistema musicale regionale attuato con il Teatro Pubblico Pugliese nell’ambito del Fondo di Sviluppo e di Coesione 2014-2020. L’edizione 2018 del suo festival ha ospitato, a Taranto, band del calibro di Placebo e Kraftwerk.

8 – Al MArTA dall’8 giugno all’1 luglio.

9 – Fumettista nato a Taranto.

10 – Campione di pentathlon tarantino vissuto nel V secolo a.C.

11 – Si fa riferimento alla Convenzione di Faro del 27/10/2005. Ultima nata fra le Convenzioni culturali internazionali, muove dal concetto che la conoscenza e l’uso dell’eredità culturale rientrano fra i diritti dell’individuo a prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità e a godere delle arti sancito nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Parigi 1948) e garantito dal Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Parigi 1966).

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LAMPEDUSA IL PESCATORE E SCHUBERT di Francesco Festuccia – Numero 11 – Luglio 2018

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LAMPEDUSA IL PESCATORE E SHUBERT

 

E poi, ancora ingrandendo, ci si approda. Un punto piccolissimo, sembra uno scoglio buttato lì. Stringi ancora sull’immagine ed ecco Lampedusa. E poi, spostandosi ancora un po’, quel segno che guardando la mappa ci fa capire che siamo nell’estremo dell’Europa.

Ecco, partiamo da qui, in quel luogo dove ora c’ė la Porta d’Europa, 

un piccolo monumento in pietra, simulacro per i migranti, 

per tornare al 2001.


Lampedusa non era ancora nota come punto critico dell’accoglienza, ma si parlava solo di mare meraviglioso, selvaggio. Ci fermiamo per un attimo e in quel tempo per raccontarvi la meraviglia di una scoperta con un personaggio d’eccezione: il grande violinista Uto Ughi. 

 

Eravamo andati a Lampedusa per realizzare una lunga intervista che avrebbe poi fatto parte di un Tg2dossier. E qui il giornalista deve uscire dal suo ruolo, perché eravamo lì per cercare una bella location, un bello sfondo. Per poter raccontare questa grande emozione che ci colpì, noi volevamo solo che il Maestro dialogasse davanti a un’altra sua grande passione, oltre la musica: il mare. E lui era lì fuori stagione – era metà ottobre – perché lì poteva ancora fare il bagno e nuotare per tenere in allenamento il suo magico braccio. 

 

Ma lì, sulla barca, tirò fuori il violino e scosse la testa. “Non posso – disse – così all’aperto il suono si disperde. Dobbiamo tornare a riva e trovare un posto chiuso”. Mi prese un vero smarrimento. Eravamo con il Maestro in mare aperto, nel punto simbolico dell’estremo sud dell’Europa.

A quel punto guardai smarrito l’anziano pescatore che ci aveva portato fin lì. 

Il suo viso tormentato dai segni di mille battaglie in mare si illuminò. 

E mi sorrise. Disse qualcosa in lampedusano stretto. 

Forse “fazzu da me. Se firassi?” 


Cos’altro potevo fare? Il Maestro era impaziente e voleva tornare. Ma il pescatore calmo spostò la leva del comando del motore e puntò dritto. Lo guardammo perplesso, ma ora il vento era cambiato, avevamo superato quel punto più a sud d’Europa. E, come se fosse stato preso da un demone, continuò a ripetere sottovoce, accarezzandosi la sua barba bianca incolta, “se firassi”. Il mare si calmò e lì non tirava più vento, coperti dall’isola, e il ronzio del motore era sottofondo al nostro nuovo paesaggio.

La parte dietro, meno conosciuta e più inaccessibile di Lampedusa, 

perché da terra visto lo strapiombo non si può arrivare e per mare 

non è consigliato per chi non è esperto.


Basta un guasto, il vento e le correnti e in un attimo ci si trova in mezzo al mare che ci separa dall’Africa. 

 

Il nostro pescatore invece andava deciso, passando a pochi metri da quella roccia. “se firassi” mi disse ancora, con il viso ancora più illuminato, e ruotò la barca verso la roccia. Calò i giri del motore, poi lo spense. Ora ci stavamo accostando ancor più alla roccia e intravedemmo un passaggio. Borbottava, ancora, “se firassi, se firassi.” E fu la “meraviglia”. 

 

Entriamo piano, abbassando la testa, in una meravigliosa e inaspettata grotta. Il motore è spento e

la vecchia barca di legno scivola in quell’acqua azzurra illuminata, 

nel silenzio. Ci guardiamo, al pescatore si illumina il viso. 

Noi non possiamo che fare un “oh” di meraviglia.


E a qual punto il Maestro ci zittisce con un segno delle braccia. E poi comincia a battere le mani. Il suono rimbomba in maniera fantastica. E lui continua a battere le mani ritmicamente e il suo volto si illumina. Si ferma e ancora silenzio. Ricomincia a battere e dice qui c’è un’acustica perfetta, meglio che nell’auditorium di Vienna. Si piega sulla custodia di violino e tira fuori il suo strumento. Quasi per scusarsi dice: “Non è né il mio Stradivari e né il Guarneri…è un violino da combattimento che mi porto in viaggio per esercitarmi”. E cominciano questi straordinari momenti, Uto Ughi in maglietta e calzoncini lì in mezzo a quella grotta, sulla barca con il fondale accesso da una luce che arriva da un taglio di roccia, comincia a suonare un movimento di Schubert.

È un attimo e quella grotta si riempie di musica. Uto Ughi che suona senza fermarsi. Trasportato in un altro mondo con una ispirazione diversa dai soliti concerti.


Lì gli unici spettatori erano il pescatore che sembrava aver disteso le rughe del viso, l’operatore di ripresa che incredulo stava testimoniando qualcosa di irripetibile, e chi vi sta raccontando. E questa storia sembra tramutarsi in un miracolo laico, di quelli che poi fanno pensare alla grandezza e all’eternità dell’arte.

Ad un tratto cominciano a cadere delle piccole gocce, bagnano anche il violino


che il Maestro lasciando la musica un momento asciugava, con amore. Sembravano lacrime, forse di gioia, della grotta. Fui preso quasi da un’allucinazione: la musica celestiale di uno dei più grandi musicisti, il mare azzurro, la luce che entrava dal basso. Guardai il pescatore, mi disse ancora “se firassi”. Non è un miracolo. Sembrano lacrime, ma sono lacrime per noi. La chiamano a Lampedusa proprio la grotta delle lacrime.

È una grotta di cui nelle guide si parla poco o nulla, un fenomeno fisico dovuto all’umidità, gocce dal sapore dolce, come delle lacrime. Una storia quasi segreta, 

che viene raccontata da generazioni di pescatori, lacrime che arrivano 

dal profondo cuore di quel grande scoglio in mezzo al mare 

che è Lampedusa, oggi approdo per tanti migranti.


E magari di Lampedusa si parla per questo, o per l’isola dei conigli che è dalla parte opposta, ma non di questo anfratto selvaggio che è un piccolo capolavoro della natura, forse affascinante quanto la grotta azzurra di Capri, con un’acustica incredibile. 

 

Il maestro lo continuava a ripetere, lui non aveva mai suonato in una grotta, l’ha fatto e quelle lacrime di gioia cadevano anche su sul volto. “se firassi”, ci aveva detto il vecchio pescatore, facendoci credere in un miracolo. Sì, gli abbiamo creduto.

 

su Google Earth bisogna cliccare molto per arrivare ad intravedere quel puntino sperduto in mezzo al mar Mediterraneo, tanto al di sotto della Sicilia e tanto vicino alla Tunisia.

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BURRI A GIBELLINA IN CONTROLUCE di Alessandra Oddi Baglioni – Numero 11 – Luglio 2018

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BURRI              A GIBELLINA  IN CONTROLUCE

 

Una che ci vuole raccontare un Burri in controluce, un Burri dietro le luci accecanti che hanno illuminato le espressioni della sua arte. Un Burri vicino di casa, un Burri che siede alla stessa vostra tavola. Un Burri che vi prende per mano e vi spiega non la sua opera – perché quella lui non ha mai voluto spiegarla – ma vi spiega se stesso.

Eh già! Io Burri non l’ho conosciuto di persona, non l’ho conosciuto 

in carne ed ossa. Ma è un personaggio 

che mi ha sempre affascinato.


Ho cominciato piano piano ad avvicinare le persone che lo avevano incontrato, dapprima quelle ufficiali, poi gli amici, quelli delle partite di calcio, quelli degli appostamenti per la caccia. 

 

Al mio lavoro però mancava ancora un tassello, che per una donna è essenziale: mancava di parlare con chi aveva trascorso con lui le sere, con chi aveva condiviso gli attimi che rendono due esseri fusi in un solo pensiero. La moglie, l’enigmatica, l’estrosa Minsa, era morta. Altri con cui avevo parlato erano elusivi su questo tema. Finalmente un incontro ha da dato una svolta alle mie ricerche e, condotta per mano da una donna – anche lei grande artista, ho scoperto anche il cuore di Burri.

Pian piano mi si è ricomposto un mosaico; e credo di aver vissuto 

con la sua ombra, calpestato i suoi terreni, respirato la sua aria, 

addirittura mangiato ciò che mangiava lui: in una parola 

è come se avessi vissuto per sei mesi con la sua anima.


Ho cercato di raccontare “L’Umbrietà” di Burri, i suoi neri ed oro rispecchiavano i colori del rinascimento, le sue tele stracciate, l’estrema povertà della nostra terra, i territori aspri e difficili dell’alta valle del Tevere. Così, anche nel raccontare la sua presenza a Gibellina, ho voluto dare una immagine inusuale, convinta che la nostra Umbria, che pure è squassata continuamente dai terremoti, lo avesse segnato nelle sue decisioni.

Il più grande capolavoro europeo di land art poteva nascere solo 

da quella caparbietà che confronta l’uomo 

con la natura distruttrice.


Nel mio capitolo su Gibellina, estratto dal volume Controluce. Alberto Burri. Una vita da artista, edito da Donzelli, ho cercato di mostrare il momento in cui Alberto decide di occuparsi del territorio terremotato.

 

“Arrivai a Gibellina, alla nuova Gibellina, quella ricostruita a venti chilometri dal luogo della distruzione, nel primo pomeriggio, accolto dalla stella di Consagra. Una porta d`acciaio attraverso cui si intravedeva un cielo striato: la scultura sembrava impedire anche alle nuvole rosate di entrare in città. Diane aveva tanto insistito, Corrao mi chiamava quasi ogni giorno, ho dovuto accettare di andare almeno a fare un sopraluogo. Per fortuna c`era lei, Giovanna, l`unica in grado di capire l’angoscia che mi provocava quella desolazione: mi ricordava la guerra e la disperazione del dopoguerra. Ma lei con il suo sorriso, con le sue parole mi incoraggiava. 

 

Ero lì, seduto nella hall dell`albergo, incapace di muovermi, ma lei mi prese per mano, mi fissò negli occhi: «Pensa alla ricostruzione, a ciò che puoi fare per questa povera gente.» In quel mentre entrò Diane: «Andiamo, Zanmatti vuol farci fare un giro.» Vagammo per la città piena di cantieri. Ci fermammo nel portico del comune. Avevano voluto rappresentare la città ideale, e le ceramiche della Attardi richiamavano un colore rinascimentale, ma c`era qualcosa di discordante come un bellissimo pezzo musicale dove qualcuno stonava. Camminavamo in un immenso museo all`aperto, fuori dal tempo, vivo, ma la città… dov’era la città? 

 

Poi entrammo nella Chiesa di Quaroni. Mentre gli altri discutevano sulle rotondità della palla, io cercavo Dio in quel luogo, ma avevo l`impressione che se ne fosse tenuto lontano. L`avvolgersi su se stesso di quella palla non aveva nulla dello slancio verso il cielo dei miei campanili umbri. Diane cominciò a parlare con Giovanna: il gorgoglio delle parole rintronava nelle mie orecchie, uscii di scatto da quella chiesa alla ricerca di qualcosa di diverso. 

 

A cena dissi: «Basta andiamocene io non potrò mai intervenire in questo guazzabuglio, perché mi avete portato qui? Diane domattina ripartiamo.» Uscii infuriato, e Giovanna mi seguì mi prese per mano e cercò di calmarmi. Udimmo un leggero scampanellare e in fondo, di fronte alla montagna di sale di Paladino, da cui i cavalli spezzati cercavano invano di uscire, vidi passare un carretto siciliano luminoso nei suoi colori, tirato da un cavallo bardato a festa che faceva dondolare i campanellini dalle sue orecchie. Dietro di lui una processione di gente che cantava litanie, invocava la vergine e si dirigeva verso i luoghi della vecchia Gibellina, i luoghi spazzati via dal terremoto. Ci unimmo a loro, Giovanna stringeva sempre più forte la mia mano: in quel momento capii cosa volevo fare.

Gli occhi di quella gente che riflettevano il bisogno disperato di tornare 

alla loro Gibellina, che ormai era solo nei loro sogni mi aveva fatto venire un`idea. La mia opera avrebbe dovuto sorgere dove il terremoto aveva colpito, dalla rovina sarebbe sorto il simbolo della speranza, del futuro, di tutto ciò 

che sarebbe potuto accadere un giorno qui.


La mattina dopo mi diressi velocemente all`ufficio del sindaco: «Ho deciso, interverrò». Corrao tirò un sospiro di sollievo. Continuai: «Perimetreremo tutta la zona terremotata, la ricopriremo di cemento bianco lasciando emergere le vecchie vie. Farò in modo che dalle superfici bianche emergano i cretti.» Corrao impallidì: «L`idea è splendida, ma un`opera così colossale non posso affrontarla con le risorse modeste che mi sono state affidate.» Intervenne il mio angelo custode Diane: aprì una sottoscrizione internazionale, sollecitò gli emigrati denarosi: da tutto il mondo arrivarono i fondi. I lavori iniziarono alla fine del 1984 e continuarono per cinque anni.”

Dopo le importanti celebrazioni del grande artista Alberto Burri mi potrete chiedere cosa ci viene a dire una che Burri non lo ha conosciuto di persona.

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1 – A. Oddi Baglioni, Controluce. Alberto Burri. Una vita da artista, Donzelli Editore, 2015.

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EDUARDO, TITINA E PEPPINO di Fernando Popoli – Numero 11 – Luglio 2018

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EDUARDO, TITINA          E PEPPINO

 

Io avevo circa tredici anni ed ero amico di Gastone de Luca, che abitava in Via Vittoria Colonna 6, il proseguimento di Via dei Mille, la strada più elegante della città, dove i ragazzi della Napoli bene sfoggiavano le cravatte di Marinella, a poche centinaia di metri da Via Carducci, dove abitavo io, in un attico che vedeva da lontano Capri e il mare e ti riempieva l’anima di poesia. 

 

Gastone era cugino di secondo grado dei De Filippo, la madre, Margherita Pezzullo, era cugina di primo grado. La casa in Via Vittoria Colonna era stata costruita insieme a tutto il palazzo da Eduardo Scarpetta ed era stata anche la casa dei De Filippo, e Titina, che si era trasferita a Roma come i fratelli, quando tornava nella sua città natale per recitare al San Ferdinando, andava a dormire nella sua vecchia casa, abitata ora dai parenti.

Fu così che io la conobbi. Margherita Pezzullo, quando la cugina arrivava,
la andava a prendere alla stazione con la sua Millecento Fiat, color verde militare,
e Gastone ed io la accompagnavamo. Durante il tragitto l’argomento
era sempre centrato sui fratelli Eduardo e Peppino, sul teatro
e sulle recite al San Ferdinando.


Il San Ferdinando era un antico teatro costruito alla fine del Settecento dall’architetto Camillo Leonti e decorato da Domenico Chelli, nel cuore della città storica, in una traversa di Via Foria. Eduardo l’aveva comprato quando era praticamente distrutto e vi aveva investito tutti i suoi soldi per restaurarlo e rappresentarvi le sue commedie. I lavori furono affidati all’Ingegner Mannaiuolo e costarono quattrocento milioni di lire, una cifra enorme per quegli anni, ma il risultato fu molto soddisfacente. La vecchia facciata storica fu conservata, all’interno invece fu costruito un teatro moderno ed efficiente che ha funzionato per molti anni e ancora oggi è attivo e dove io, da ragazzino, ho visto buona parte delle commedie di Eduardo, che hanno contribuito alla mia prima formazione artistica.

Titina era rimasta legata a Eduardo quantunque la loro compagnia, “I De Filippo”, 

si fosse sciolta da un pezzo per via dei continui litigi tra Peppino e Eduardo.


Si erano uniti nella compagnia di Vincenzo Scarpetta, di fatto loro fratellastro, perché i tre fratelli erano figli illegittimi del grande attore e commediografo napoletano Eduardo Scarpetta che li aveva avuti dalla relazione con la sarta teatrale Luisa De Filippo, nipote di sua moglie Rosa De Filippo. Fu in quel periodo che Eduardo si cimentò nella sua prima commedia, Farmacia di turno, che fu rappresentata dalla compagnia di Vincenzo e ottenne un buon successo. Eduardo Scarpetta era molto rigoroso sulle scene e pretendeva il massimo da tutti i suoi collaboratori. Questo rigore fu acquisito anche da Eduardo che lo applicò in tutta la sua carriera di attore e commediografo. 

Uomo e Galantuomo fu la seconda opera teatrale che scrisse e mise in scena unendo elementi che gli saranno cari anche in seguito: la pazzia e il tradimento. 

E’ sicuramente una farsa molto divertente che lo mise in luce definitivamente 

nel mondo teatrale dell’epoca.


Alla fine degli anni Venti, dopo la morte del padre Eduardo Scarpetta e l’allontanamento dalla compagnia del fratellastro Vincenzo, Eduardo formò una sua compagnia con Titina, Peppino e Michele Galdieri e debuttò al Fiorentini di Napoli con lo spettacolo La rivista…che non piacerà; in seguito, sempre con i fratelli e un gruppo di attori che rimarrà sempre legato a loro, Pietro Carloni, Carlo Pisacane, Tina Pica, portò in scena Pulcinella principe in sogno, con il famoso sketch Sik, Sik l’artefice magico, dove costruisce il personaggio a lui molto caro dell’artista tormentato, povero e un poco filosofo come tutti i napoletani.

I De Filippo continuano insieme la loro grande avventura teatrale dividendosi 

tra lo spettacolo leggero come il varietà e i testi 

che Eduardo continua a sfornare


come Natale in casa Cupiello, consolidando la loro fama e ponendosi all’attenzione di tutta l’Italia affrontando poi anche i testi impegnativi di Luigi Pirandello. Sono gli alfieri della “napoletanità”, gli interpreti di commedie che rappresentano l’animo della città, l’animo di Napoli che assurge nella sua grande umanità e nelle sue contraddizioni a emblema di una società universale.

Al teatro ben presto seguì una vasta attività cinematografica, dove i tre fratelli 

con ruoli e parti diverse di protagonisti e comprimari legano la loro bravura 

a film indimenticabili


per la versatilità dei personaggi che esprimono come Tre uomini in frak, L’oro di Napoli, Guardie e Ladri, Napoli milionaria, Totò Peppino e la malafemmina, La banda degli onesti, ecc.

 

Sicuramente possiamo dire che

Peppino ebbe una grande notorietà come attore comico sia nel cinema 

sia nella televisione, memorabile il suo personaggio di Pappagone 

nel varietà della Rai Scala reale, abbinato alla lotteria di capodanno. 

Mentre Eduardo rimase insuperabile nel teatro sia come commediografo 

sia come attore arrivando a recitare in dialetto perfino a Mosca


dove il pubblico lo capiva e si divertiva. Titina appare tra i tre una figura minore, ma questo si deve unicamente alla minore attività nel piccolo e grande schermo, però sicuramente la sua bravura come attrice e la considerazione che aveva di lei il pubblico fu sempre grandissima. 

 

Eduardo io l’ho conosciuto al Teatro San Carlo, me lo presentò il Maestro Ferraresi, in quegli anni primo violino dell’orchestra, un apprezzato musicista molto conosciuto in Italia. Il Maestro era il padre di due miei amici, Marcello e Augusto e sapeva della mia passione per il cinema. Muovevo in quegli anni lontani i miei primi passi e volle presentarmi al grande attore e regista; egli stette pochi minuti ad ascoltarmi con attenzione, nel suo viso vissuto, velato di malinconia, segnato dalle rughe, si leggevano la saggezza e l’esperienza dei grandi. Mi fece capire che ci saremo rivisti in qualche modo ed io non gli dissi che ero amico del nipote Gastone e avevo conosciuto la sorella Titina. Egli faceva una vita abbastanza appartata rispetto alla famiglia, una vita che lo poneva su un piedistallo diverso, dove c’era lui e solo lui: il grande Eduardo, ormai attore e commediografo famoso in tutto il mondo. Nella sua vita aveva avuto importanti riconoscimenti: due lauree honoris causa e la nomina a senatore a vita.

Titina raggiunse l’apice della sua bravura nelle commedie di Eduardo
Filumena Marturano, scritta per lei dal fratello, e Napoli Milionaria

dove si consacrò come attrice di


successo, con pari dignità di Eduardo e Peppino. Fu molto versatile, interpretò tante commedie anche di altri autori e molti ruoli cinematografici. Soffriva di cuore e verso i sessant’anni dovette limitare il suo lavoro sino poi a ritirarsi del tutto. Sposò Pietro Carloni, che aveva conosciuto da giovane, ed ebbe un figlio, Augusto, che divenne giornalista parlamentare dopo una breve parentesi nello spettacolo. 

 

A Napoli, i De Filippo sono stati considerati una gloria nazionale ineguagliabile, intere generazioni hanno seguito nel teatro, nel cinema e in televisione i loro spettacoli, divertendosi, appassionandosi, amandoli. Hanno avuto molti allievi nelle loro compagnie, che si sono in seguito affermati.

Il figlio di Eduardo, Luca, e quello di Peppino, Luigi, hanno continuato 

il teatro dei genitori tenendo in piedi la commedia napoletana 

e conseguendo sempre ottime accoglienze 

di pubblico e di critica.


Ambedue sono scomparsi senza eredi. Con la morte prematura anche di Mario Scarpetta, nipote di Vincenzo, anch’egli attore affermato, la famiglia di attori e commediografi napoletani più famosa al mondo, quella dei De Filippo, che ebbe come capostipite Eduardo Scarpetta, si è estinta del tutto, lasciando dietro di sé un vuoto incolmabile e una profonda amarezza. Resta il ricordo della loro bravura, dei loro personaggi, delle commedie, di una Napoli scomparsa per sempre, di un bel tempo andato che non tornerà più, ma riempie il nostro animo di un indelebile ricordo d’amore per il teatro.

di grande creatività artistica; l’Italia, uscita distrutta dalla guerra, ritrovava se stessa e la sua anima più profonda.

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 Foto: Courtesy Teatro San Ferdinando