LA SANITÀ MODERNA “UNDER THE SICILY SUN” di Maurizio Campagna – Numero 3 – Gennaio 2016

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Quando si è moderni? Si è moderni quando non si teme il cambiamento. Quando, ad esempio, si fa apparire qualcosa come inesorabilmente superato. E quando si è moderni in sanità? Quando si supera un concetto vecchio di assistenza e si accoglie un significato nuovo di benessere; quando, cioè, la salute all’interno delle strutture diventa uno stato soggettivo e smette di essere solo una dimensione oggettiva coincidente con l’assenza di patologie.

LA SANITÀ MODERNA “UNDER THE SICILY SUN”

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Finalmente insieme, gestione clinica e organizzativa, senza essere l’un con l’altro armate. In questo connubio vi è finalmente il riconoscimento che le aziende sanitarie sono strutture complesse dove i professionisti della salute devono coabitare con i titolari delle funzioni gestionali.

non solo quando si ha la disponibilità dell’ultima versione della tecnologia sanitaria, ma quando la struttura è permeata da una cultura aziendale industriale, orientata ai risultati;

C’è progresso

Così l’Istituto Mediterraneo per i Trapianti e Terapie ad Alta Specializzazione (ISMETT) di Palermo sembra seguire l’imperativo del poeta “Bisogna essere assolutamente moderni”
“Geneticamente” l’ISMETT è un contenitore di innovazione. Frutto della partnership internazionale tra la Regione Siciliana per il tramite dell’Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale e di Alta Specializzazione (ARNAS) Civico di Palermo e l’UPMC (University of Pittsburgh Medical Center), l’Istituto è un esempio del modello organizzativo delle sperimentazioni gestionali previste dalla legge di riordino del servizio sanitario. La cosiddetta controriforma della sanità del 1992 ha disciplinato la possibilità di attuare sperimentazioni gestionali attraverso convenzioni con organismi pubblici e privati per lo svolgimento in forma integrata sia di opere che di servizi in un’ottica di miglioramento della qualità dell’assistenza. A tal fine le Regioni possono costituire società miste a capitale pubblico e privato. L’ISMETT ha la forma di una società a responsabilità limitata il cui capitale è suddiviso tra Azienda Ospedaliera Civico di Palermo (55%) e UPMC (45%) e, in questo quadro normativo, rappresenta il risultato virtuoso di una collaborazione tra pubblico e privato in sanità, culturalmente ancora condannati da un pregiudizio storico a occupare fronti contrapposti.
Dal punto di vista della natura di ente sanitario, l’ISMETT è un IRCCS (Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico) di diritto privato. Il carattere scientifico, riconosciuto alla struttura sulla base degli specifici requisiti stabiliti dal d.lgs. del 2003 che ha provveduto al riordino degli IRCCS, consente alla stessa di accedere a un finanziamento statale appositamente finalizzato alla ricerca ulteriore rispetto a quello già erogato dalla Regione di appartenenza. In particolare, con decreto del Ministero della salute del 12 settembre 2014, all’Istituto è stato riconosciuto il carattere scientifico nella disciplina “Cura e ricerca delle insufficienze sanitarie d’organo”. 
L’ISMETT è il primo ospedale italiano specializzato nei trapianti multiorgano.
Il Protocollo di intesa adottato dalla Conferenza Stato Regioni il 20 Marzo 1997, che ha dato vita all’Istituto, è un vero e proprio manifesto per le politiche sanitarie al sud d’Italia. Tra gli obiettivi dichiarati vi sono “lo sviluppo di un nuovo modello di gestione medica ed organizzativa nel settore sanitario, capace, tra le altre cose, di portare in Sicilia, grazie alla collaborazione tra UPMC e la Regione Sicilia, i benefici della ricerca e della formazione, propri della partner statunitense” e “la realizzazione di un modello che dimostri come il settore pubblico e quello privato possano positivamente unire le forze, al fine di contribuire allo sviluppo economico del sud del Paese”.

se le differenze di genere sono valorizzate nell’ottica di un’accoglienza efficace. Se pubblico e privato finalmente cooperano. Quando le esperienze nazionali e internazionali si contaminano.

la sanità è un settore produttivo e che il suo funzionamento deve rispondere a logiche industriali di produzione se si vuol raggiungere l’obiettivo di un più ampio accesso alle cure.

Ma se nel modello azienda pubblica non è ancora superata la guerra fredda tra medici e management, il modello gestionale dell’ISMETT sembra abbattere il muro tra le due anime aziendali. 
Finalmente insieme pubblico e privato impegnati in un obiettivo comune. Costruire l’eccellenza in sanità in un settore complesso come quello dei trapianti. 
Il modello di innovazione dell’ISMETT ben potrebbe essere replicato fino a diventare il modo ordinario di gestione del settore sanitario. In un periodo di tagli e di preoccupazione per la sopravvivenza della sanità pubblica, iconografia del welfare all’italiana, una nuova modulazione dell’impegno pubblico e di quello privato dovrebbe finalmente rappresentare la nuova frontiera condivisa. Colpisce la dichiarata finalizzazione della partnership allo sviluppo economico del sud del Paese. Si conferma cioè che

L’ISMETT è un contenitore di innovazione. È moderno perché dimostra che pubblico e privato in sanità possono cooperare per raggiungere comuni obiettivi generali, superando quell’immagine di due poli contrapposti e divergenti.

Buona organizzazione, qualità dei servizi e buona pratica clinica sono all’ISMETT un unico blocco di eccellenza. L’Istituto, non a caso, è il primo ospedale del sud ad aver ricevuto l’accreditamento da parte della Joint Commission International (JCI), uno dei più avanzati sistemi di accreditamento per l’assistenza sanitaria. Essere accreditati JCI vuol dire aver intrapreso un percorso continuo verso il miglioramento della qualità e delle performance, ma soprattutto è una chiara indicazione sul cambiamento culturale in atto presso l’Istituto. Gli sforzi per raggiungere il traguardo ambito dell’accreditamento non sono percepiti come un costo economico e organizzativo, ma come investimento a lungo termine per la competitività e la sostenibilità della struttura. Chi sceglie il percorso JCI sceglie di sottoporsi a una serie di valutazioni severe da parte di esperti esterni sui più svariati profili attinenti alla qualità delle cure. 
Ma

Tutte le ragioni di una sanità moderna, compresa la salvaguardia della salute di genere, sono promosse presso ISMETT che rappresenta un polo di eccellenza per la Sicilia e per il sud, ma anche per l’intera utenza che si affaccia sul Mediterraneo.

I bollini rosa, assegnati dall’Osservatorio Nazionale per la salute delle Donne, segnalano le strutture che si prendono cura delle donne a partire dalla consapevolezza che la differenza è una ricchezza. Da valorizzare anche in un’ottica di corretto impiego delle risorse e di un più ampio accesso ai servizi erogati.
E dopo un lungo elenco di risultati eccellenti non sanitari, l’ISMETT continua a primeggiare anche nel core business di un ospedale: è di questi giorni la notizia che l’istituto si colloca ben al di sotto della media nazionale con riferimento all’indicatore della mortalità a 30 giorni dello 0% dopo un intervento di chirurgia per tumore al polmone, fegato e colon, a fronte di medie nazionali che si attestano rispettivamente al 1,3%; al 2,65% e al 4,07%. Con riferimento all’attività per la sostituzione di valvole cardiache, invece, la mortalità a 30 giorni presso ISMETT è dello 0,93%, contro una media nazionale del 2,84%. Il risultato è certificato dal PNE, Programma Nazionale Esiti, condotto da AgeNaS, Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari.

È moderno perché dimostra che la qualità delle cure non attiene soltanto al profilo sanitario, ma anche a tanti altri fattori che nel loro inestricabile insieme contribuiscono alla produzione del valore salute. L’ISMETT sostituisce l’autoreferenzialità al confronto, accorcia le distanze e avvicina il mondo, facendo di Palermo e della Sicilia due luoghi del progresso.

ISMETT è inserito anche nel network degli ospedali “vicini alle donne” vale a dire quelle strutture che riservano particolare attenzione alle specifiche esigenze dell’utenza femminile.

La vocazione internazionale in un settore specialistico come quello dei trapianti è senza dubbio un’eccellenza nell’eccellenza. Il confronto su una dimensione extranazionale significa poter affacciarsi regolarmente su una finestra aperta sul mondo, sul progresso e sul confronto. Vuol dire poter contare su una comunità scientifica senza confini. È come se vi fosse un ponte per il transito delle idee dalla Sicilia agli Stati Uniti. Iniziative come questa contribuiscono a far cessare l’isolamento del Sud. Cosa vuol dire Sud? Spesso non è soltanto un’indicazione della bussola, ma al di là della geografia, con “sud” si indicano luoghi malati di marginalità, lontani dal flusso delle novità e del progresso.

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IL MEDITERRANEO PROSSIMO VENTURO di Giorgio Salvatori – Numero 4 – Aprile 2016

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A colloquio con Emmanuele Emanuele, il mecenate della cultura condivisa e dell’assistenza solidale.



Sfugge ad ogni facile definizione il Professor Emmanuele Francesco Maria Emanuele, Presidente della Fondazione Roma e della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo.

Il Professore discende da una blasonata famiglia siciliana di antichissime origini ispaniche: un passato familiare illustre che non offusca un presente altrettanto fulgido: avvocato cassazionista, saggista, cultore del bello, esperto di economia e di finanza, ex banchiere.

Sono nate così la Fondazione Roma, alla fine degli anni novanta e, successivamente, la Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo. 
“Mi sento un uomo del sud Europa, un cittadino del Mediterraneo. Non ho mai voluto imitare, né ho mai invitato i miei conterranei ad emulare, modelli di sviluppo, di cultura e di visione del mondo, distanti dalla nostra storia, dalla nostra civiltà millenaria. In una parola: il nord Europa è altra cosa da noi. Come italiani dovremmo, invece, promuovere, privilegiare, relazioni feconde con i popoli del Mediterraneo, non evocare, continuamente, esempi acriticamente giudicati ‘superiori’ perché provenienti dal settentrione del continente. Questo sarebbe il miglior antidoto contro la ‘germanizzazione’ dell’Europa e la progressiva marginalizzazione del nostro Paese. Solo ricostruendo pazientemente la rete di rapporti e di scambi economici e culturali con i Paesi del Mediterraneo l’Italia potrebbe acquisire o riacquisire un ruolo centrale in questo grande bacino di civiltà e di spiritualità che è stato, e io auspico possa tornare ad essere, il Mare Mediterraneo.”

Presidente, non la spaventa il bagno di sangue che promana dai territori del sedicente stato islamico?
“Nei secoli passati abbiamo distrutto, ucciso, devastato anche noi occidentali. L’Islam e il medio oriente non possono essere giudicati, oggi, solo per l’odio e la violenza dei fanatici della jihad, peraltro agevolati dal ‘vulnus’ provocato dall’imperizia e dall’avidità di alcuni Paesi occidentali. Ovvio che la furia devastatrice dell’Isis vada in ogni caso fermata e combattuta, dal momento che è difficile interfacciarsi con la cieca esaltazione usando come arma la sola logica. Ma in generale ritengo che

Poi bisognerebbe varare una campagna di rieducazione, di ‘acculturazione’, finalizzata a valorizzare e far fruttare le grandi risorse e potenzialità del nostro Meridione, che non sono poche:

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IL MEDITERRANEO PROSSIMO VENTURO

 

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di far sentire il nostro meridione come centro del Mediterraneo e non come periferia, stracciona, dell’Europa continentale?
“La condivido e la sposo senza riserve. Va nella stessa direzione in cui la Fondazione Terzo Pilastro sta lavorando, tenacemente, da tanti anni. Consideratemi uno dei vostri. Stiamo percorrendo la stessa strada.”

Su questa via maestra, il Professor Emanuele ha avuto subito, ben chiari, due obbiettivi: interventi a favore delle fasce sociali più deboli, coerenti con la missione istituzionale delle fondazioni, e una vocazione squisitamente mediterranea.

Non è un caso, e neppure un vezzo, che il Terzo Pilastro, nato da una costola della Fondazione Roma, si chiami proprio così. Terzo pilastro bancario, penserà qualcuno (quello, per convenzione, dedicato alle assicurazioni dei depositi). 
No, non si tratta di questo. 
Terzo Pilastro è un riferimento esplicito sia al terzo settore, quello cioè degli interventi privati a favore del sociale e del pubblico; sia al passo, omonimo delle Sacre Scritture, in cui si fa obbligo morale, per tutti, di esercitare la solidarietà caritatevole nei confronti dei più bisognosi e degli indigenti. 
Ecco allora dipanarsi, come per incanto, una fitta rete di interventi, finanziati dalla Fondazione, negli ambiti più vari della solidarietà sanitaria, assistenziale, culturale, educativa. 
Ne citiamo solo alcuni, ma l’elenco è lunghissimo e spazia dalla erogazione di contributi per progetti ed iniziative nel campo della salute, della ricerca scientifica, dell’assistenza alle categorie più deboli della popolazione, dell’istruzione e della formazione, dell’arte e della cultura, fino alla promozione di mostre, conferenze ed eventi internazionali volti a favorire il dialogo interculturale tra i popoli del Mediterraneo e tra il Nord e il Sud del Pianeta.
Incontriamo il Professor Emanuele nella suggestiva sede della Fondazione, a Roma, a Palazzo Sciarra.
Muovendoci nelle ovattate atmosfere del palazzo, nelle sue sale sontuose, tra pareti splendidamente affrescate, vengono alla mente l’ammirazione, l’invidia o l’adulazione con cui alcuni dipingono il potere del Presidente: “Ottavo Re di Roma”, hanno scritto alcuni giornalisti, dotati di ardente immaginazione.
La prima affermazione del Professore è, comunque, dirimente: “tra l’impiego speculativo del capitale bancario e l’uso a fini sociali e ‘non profit’ delle rendite, garantite dalla legge sulle fondazioni, ho scelto questa seconda strada. Anche perché, e gli eventi degli anni più recenti lo hanno dimostrato, spesso, in Italia, la prima strada è stata percorsa da spericolati capitalisti senza capitale. Il risultato è cronaca dolorosa e recente.”

la cooperazione con i popoli del Mediterraneo e la comprensione del loro diritto a vivere in pace e prosperità, nel solco delle proprie antiche tradizioni, ci deve spronare a fare meglio, e di più, in questa direzione.

Un banchiere atipico, visto che, da anni, si dedica, soprattutto, ad attività filantropiche e culturali. 
Moderna figura di mecenate-manager, poiché a lui si devono alcune delle più importanti mostre d’arte degli ultimi anni; esente, tuttavia, dalla tentazione di far incetta egoistica delle opere migliori. 
Finanziere “sui generis”, perché il suo destino professionale si è incrociato, per un lungo periodo, con quello dei grandi nomi dell’alta finanza nazionale ed europea, ma che ha deciso di scegliere, senza esitazioni, alla fine degli anni novanta, di coltivare la neonata pianta delle fondazioni piuttosto che adagiarsi nel comodo vagone letto di una grande banca.
Ma allora, si chiederà qualcuno, che cosa fa, esattamente, il Professor Emanuele? Difficile, anche qui, darne conto per esteso.

il terreno da privilegiare sia la ricomposizione, la ricostruzione dei rapporti di collaborazione e di scambio. Restituiamo ai popoli del Sud una dignità, un orgoglio di appartenenza alla civiltà e alla tradizione mediterranea. La via d’uscita è questa, la migliore per l’Italia in particolare.”

Provate, innanzitutto, a pensare a quelle persone, poche in verità, che, per un dono naturale, riescono a riposare solo tre, quattro ore, al giorno, e per il resto del tempo pensano, lavorano, si ingegnano per creare nuove opportunità di benessere diffuso che, nel caso del Professore, sono quasi tutte volte al sostegno ‘olistico’ di chi vive ai margini della società dello spreco.

Fedele a questo assunto, il Professore, attraverso la sua Fondazione, ha favorito e realizzato diverse iniziative di cooperazione con i Paesi del Mediterraneo: dalla Conferenza internazionale ‘Mediterraneo porta d’oriente’, organizzata a Palermo insieme con il Censis, al sostegno ad un imponente progetto di irrigazione nelle aree pre-desertiche di Nabeul, in Tunisia; dal restauro del monastero siro-cattolico Mar-musa al Habashi, del VI secolo d.c., alla creazione a Jaramana, sempre in Siria, di un campo di calcio per la comunità locale e per i profughi iracheni ospitati nella stessa località. E ancora: l’imponente ristrutturazione della Basilica di Sant’Agostino di Ippona ad Annaba (uno dei pochi luoghi di culto cattolici ancora presenti in Algeria), in cooperazione con altri Paesi dell’area mediterranea; la realizzazione, negli istituti di istruzione superiore di Aqaba-Eilat, di programmi scolastici di scambio tra studenti palestinesi ed israeliani; la partecipazione dell’Orchestra Sinfonica di Roma al Festival Internazionale di musica nell’anfiteatro di El Jem in Tunisia; la Conferenza internazionale ‘Il ruolo delle donne nella nuova stagione del Mediterraneo’, che ha riunito lo scorso anno a Valencia le più autorevoli esponenti dell’area mediterranea tutta – con una forte rappresentanza dei Paesi del Maghreb – nei campi dell’economia, della cultura e della società civile, e i cui lavori proseguono tuttora on-line, su una piattaforma web dedicata di discussione che la Fondazione Terzo Pilastro amministra, al fine di stilare in futuro il ‘Manifesto di Valencia’ per un nuovo Mediterraneo… e via dicendo.
A suggellare questa vocazione, la scorsa estate, la Fondazione ha cofinanziato la prima pubblicazione che raccoglie, in quasi 500 pagine, le immagini, i suggerimenti, le indicazioni utili per visitare i borghi più belli del Mediterraneo. 
Per il suo personale impegno, profuso a favore del ‘Mare Nostrum’, il professor Emanuele è stato premiato dall’UNESCO a Valencia, in Spagna, lo scorso anno alla X edizione della “Multaqa de las Tres Culturas”, presso il Centro UNESCO Valldigna. Ma se questa è la strada da percorrere, in generale, per i Paesi dell’Europa meridionale, quale è la via d’uscita, in particolare, per il nostro Sud, il vituperato, malandato meridione dello stivale? Il professor Emanuele ha solo un attimo di esitazione:
“Non ho la presunzione di indicare ricette miracolose; tuttavia – afferma – se avessi la facoltà di intervenire in prima persona invertirei immediatamente la tendenza delle erogazioni a pioggia. Queste sono servite, finora, soltanto a strutturare la politica del consenso in cui chi prende i finanziamenti diventa un suddito, privo di volontà e di iniziativa, e chi li elargisce diviene un monarca che distribuisce, a fini clientelari, incarichi parassitari e privilegi. Un rapporto rigido, nefasto, che avvantaggia pochi e scontenta i più, peggiorando la situazione di arretratezza e di sudditanza del Sud rispetto al potere centrale e ai suoi valvassori locali.

clima invidiabile, turismo, industrie di trasformazione agroalimentari, pesca sostenibile e itticoltura, difesa e promozione del territorio, riqualificazione edilizia, urbana e rurale. Qui dovremmo intervenire. Saremmo ancora in tempo per cancellare gli obbrobri delle grandi opere devastanti e modificare gli errori e i fallimenti delle industrie sovradimensionate e inquinanti che, come a Termini Imerese, a Priolo, come a Taranto, sono costrette a chiudere a decine, generando migliaia di disoccupati.”

Ma non è semplice, anche per industrie ‘leggere’, come quelle dell’agroalimentare, e neppure per le nuove e indispensabili infrastrutture, attrarre finanziamenti ‘ad hoc’, sganciati dalle politiche clientelari e mafiose.
“No, è meno difficile di quanto si creda: basterebbe, ad esempio, pensare per il Meridione ad una politica di incentivi e di benefici fiscali, un po’ come ha fatto l’Irlanda in passato, per attrarre capitale nuovo, fresco, vitale. Creare dei porti franchi, ad esempio, dove si godano vantaggi tributari come il non pagare dazi di importazione delle merci alla dogana, farebbe finalmente confluire verso il Sud investimenti nazionali e stranieri.” 
I giovani, però, soprattutto al Sud, sono ancora, troppo spesso, costretti ad emigrare per trovare lavoro. In particolare, i più dotati. Pensiamo soltanto alla notizia, commentata con stupore da molti media italiani, che ci ha rivelato che il più giovane primario neurochirurgo del Regno Unito è un napoletano: Pierluigi Vergara, 32 anni. Uno che, come altri, ha visti riconosciuti i suoi meriti solo all’estero…
“Per questa ragione la Fondazione Terzo Pilastro finanzia, in collaborazione con alcune Università, diversi progetti di ricerca anche nel Meridione, proprio per frenare l’emorragia dei cervelli e favorire la loro permanenza in Italia, preferibilmente al Sud che soffre più del settentrione per questo esodo di giovani. Sosteniamo e finanziamo anche corsi di formazione professionale, di artigianato in particolare, una grande tradizione del nostro meridione che rischia di morire e che pochissimi, a parte la nostra Fondazione, aiutano a sopravvivere e prosperare. Penso sia un dovere morale sostenere i meno fortunati a crescere e ad acquisire una dignità di cittadini del Mediterraneo, a non restare prigionieri del fatalismo e della rassegnazione. Lo ripeto,

Le culture del Mediterraneo, insieme, hanno creato la civiltà dell’Occidente, non dimentichiamolo.”

Una prospettiva che mi ricorda il progetto ambizioso di Federico II di Svevia.
“Grande italiano, grande europeo, grande mediterraneo. Confesso di sentirmi influenzato sin da ragazzo, in molte mie iniziative, dal suo pensiero, dalla sua visione del Mondo, dal suo amore per il diritto, dalla sua inclinazione per la letteratura (creò una lingua, la “romanza”, che avrebbe consentito ad arabi, ebrei, latini e greci di conversare tra di loro), dalla sua idea della centralità politica di un grande Mediterraneo, ed infine da passioni comuni come la caccia e la poesia. Tra l’altro, e probabilmente non a caso, sono stato insignito nel 2002, come penso Le sia noto, del Premio Federichino – da parte delle Fondazioni Federico II di Göppingen, Jesi e Palermo – per aver onorato la mia terra natale con il lungo impegno profuso nel lavoro e dello studio. E proprio a lui, a Federico II, la Fondazione Terzo Pilastro ha dedicato una grande mostra a Palermo. Sì, è una figura prodigiosa, un gigante del nostro passato. Dobbiamo ispirarci anche a lui se vogliamo sperare nella rinascita, nel ‘rinascimento’ del nostro meridione.”

Un’ultima domanda, Professore:

che ne pensa di Myrrha, del nostro progetto di rivalutare la percezione del Sud agli occhi dei lettori;

 

CLEMENTIME: LA CALABRIA A PORTATA DI “INSERT YOUR COIN HERE” di Dorotea Manco – Numero 4 – Aprile 2016

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Da ex-studentessa posso affermare che anche nella più anonima delle università (dopo il bar, la sala computer ed il cortile dei fumatori incalliti – ​una roba che farebbe impallidire persino le fumerie d’oppio cinesi del primo ‘900!​) esiste uno specifico ​luogo di perdizione​: 

CLEMENTIME: LA CALABRIA A PORTATA DI “INSERT YOUR COIN HERE”

 

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Che “che vuoi che siano due tarallini” oggi, “che vuoi che ti faccia una girella al cioccolato” domani e poi abbiamo pure il coraggio di lamentarci se facciamo la stessa fine di quella famosa ​Bridget Jones​ mentre canta “​All by myself​”.

Ora che sono passata dai libri dell’università al camice dell’ospedale, la situazione è rimasta praticamente invariata: i distributori automatici degli snack sono sempre lì a ricordarmi che “​l’unico modo per liberarsi di una tentazione è…digitare il codice dei crackers gusto pizza​”. O fare il giro largo del corridoio.
Un bel giorno però mi dicono che qualcuno si è messo la mano sul cuore ed ha sposato la causa di chi, come me, vorrebbe trovare un po’ più di ​genuinità (​e di solidarietà!​) anche al di là del vetro di un distributore automatico:

ed il gioco è fatto: ​ClemenTime è il ​sud ​a portata di “​Insert your coin here​”, è l’estro (intelligente) di un meridione che sa reinventarsi e ​riscattarsi​, è la dimostrazione che la ​(nostra) ​terra ​può ancora fare rima con ​futuro​.
Dalla Piana di Sibari ​with love​:
ClemenTime ​nasce dalla fusione di due storiche aziende del territorio (l’azienda agricola “Favella Spa” – dedita ormai da anni all’agrumicoltura – e la ​“COAB” – indiscusso leader di distribuzione delle clementine), con l’obiettivo di ​esportare in modo ​innovativo non solo uno dei frutti ​più caratteristici ​della ​Regione Calabria ​(secondo per vendite solo alle arance), ma soprattutto un alimento salubre e dall’importante contenuto vitaminico (vitamina C​ e vitamina A in primis).
Non solo numeri:
la giovanissima ​newco calabrese (oltre a 90 anni di storia alle spalle, 70 ettari di agrumeti, 35000 alberi e 18000 quintali di clementine) può contare su importanti vantaggi legati all’unicità del suo prodotto. La clementina di ​ClemenTime è infatti un ​agrume naturale (raccolto e confezionato ​senza lavorazione alcuna​) e stagionale (​prodotto tra Ottobre e Febbraio, periodo poco redditizio per la restante frutta in formato “snack”) c​on una shelf-life ​stimata tra i 15 ed i 18 giorni: tutti elementi che – insieme alla ​facilità di consumo della stessa clementina (buccia ​easy-to-remove e totale assenza di semi) – permettono di tracciarne un ​profilo commerciale perfettamente in linea ​con le attuali esigenze di mercato e di distribuzione.

dopo l’iniziativa da parte dei due giovani calabresi, non potrò certo più permettermi di esclamare con aria da femminista​ annoiata che “​gli uomini sono tutti uguali​”.
Almeno ​non al Sud.

Francesco Rizzo ed ​Antonio Braico hanno infatti saputo fare della loro amicizia e dell’​amore ​per la loro terra un coraggioso trampolino di lancio per il progetto ​ClemenTime​.
Prendi le ​clementine ​di ​Calabria (IGP) ​- quel delizioso e profumato ibrido tra l’arancio ed il mandarino – fagli ​indossare ​un ​packaging ​in cartone alimentare ​pratico ​ed ​accattivante​, distribuiscile in ​tutta Italia (​next stop​: Europa!) offrendo una valida alternativa alla merendina “finché-colesterolo-buono-m’assista”

L’azienda ​ClemenTime è per definizione “​ribelle ​(​Francesco ed Antonio​, dopo aver accantonato le carriere di regista e di geologo, si sono infatti cimentati in un percorso ambizioso e “fuori dagli schemi” per entrambi), ​vitale ​(come solo la terra sa essere) ​e creativa ​(promotrice di una merenda ​come non l’avete mai vista prima​)”:

il suo non è dunque semplice marketing, ma una sfida vivente in cui pulsa un cuore ​(bio) dalle mille sfaccettature.
La rivincita delle “​rosse light​” di Calabria (che insieme al cedro e al bergamotto rappresentato un vero e proprio fiore all’occhiello per la produzione agricola locale) non è infatti solo un’audace frontiera del ​vending ​(quale “vendita di prodotti alimentari mediante l’impiego di distributori automatici”), ma soprattutto una mano protesa verso il ​progresso (a favore di un’alimentazione ​più sana​) ed una verso la ​tradizione (che odora di ​pregiati agrumeti​ per troppo tempo ingiustamente dimenticati).
Quello di ​ClemenTime ​è un mondo fatto di ​giovani che ritornano alla terra (chi come imprenditore e produttore, chi come consumatore), di università, ospedali, scuole ed uffici che si lasciano riscaldare da quel ​sole di Calabria ​in grado di rendere “​lo spazio antistante i distributori automatici degli snack​” un posto decisamente migliore in cui sostare.
Ed anche se mi costa parecchia fatica doverlo ammettere,

 

IL CINEMA A MATERA di Delio Colangelo – Numero 4 – Aprile 2016

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Matera, a partire dal secondo dopoguerra, è stata terra di cinema; più di trenta produzioni cinematografiche sono state realizzate nei Sassi. Una tendenza dominante, da Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini a Cristo si è fermato a Eboli di Francesco Rosi, ha messo in luce la condizione di miseria e arretratezza della Basilicata, influenzata da autori come Carlo Levi ed Ernesto De Martino. Negli ultimi anni, Matera è diventata teatro di opere filmiche – come The Passion di Mel Gibson – che hanno contribuito a formare l’immagine di una città quasi mistica e culturalmente attiva.

La designazione di Matera come città Capitale Europea della Cultura del 2019 sembra essere la definitiva redenzione di una cittadina che per lungo tempo ha suscitato la “vergogna nazionale”.

Tratto dal libro omonimo di Carlo Levi, racconta l’esperienza di confinato vissuta da Levi stesso durante l’epoca fascista. Durante i due anni trascorsi in esilio, Levi, medico progressista torinese, ha l’occasione di entrare in contatto con la civiltà contadina lucana che osserva con meticolosa attenzione e che lo colpisce profondamente. Pur avendo come centro il paese di Aliano, dove lo scrittore ha vissuto, vi sono descrizioni di Matera che, come abbiamo già detto, hanno prodotto grande attenzione mediatica sul destino dei Sassi.

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IL CINEMA A MATERA

 

Delio-Colangelo

Il primo film di finzione interamente girato nei Sassi è La Lupa (1953) di Alberto Lattuada, trasposizione cinematografica dell’omonima novella di Giovanni Verga.

Nonostante non manchino ritardi e sterili polemiche, la città sta attirando la creatività giovanile e rafforzando i propri eventi e manifestazioni culturali. La stagione turistica si allunga, con sempre più frequenti episodi di overbooking, ed è caratterizzata da una crescente dimensione internazionale. Tra le grida di gioia che hanno invaso la Piazza San Giovanni nell’ottobre del 2014, quando il ministro Franceschini ha comunicato la scelta di Matera come capitale europea della cultura, molti parlavano di un importante riscatto per la città. Una città che ha compiuto un lungo percorso per riabilitarsi e che, dopo il risultato dell’iscrizione dei Sassi nel patrimonio Unesco nel 1993, trova, come Capitale Europea della Cultura, il suo compimento. 
Qualcuno ha detto che Matera, prima di essere stata città dell’Unesco e città della cultura, è stata città del cinema e su questo vorrei soffermarmi un attimo. Su come il cinema è stato importante sia per la riflessione sulla condizione della città che per la sua promozione mediatica e turistica.
Dagli anni ’50 agli anni ’70, la produzione cinematografica a Matera, infatti, risente di una vasta riflessione che, da Levi a De Martino, ha posto l’attenzione sui problemi della Basilicata.

In particolare, si può citare una piccola opera di un giovane Antonioni dal titolo Superstizione e diversi lavori, tra cui Magia Lucana e La Madonna di Pierno del regista Luigi Di Gianni, uno dei più importanti rappresentanti del documentario antropologico. 
Un film di finzione, girato in parte a Matera, che raccoglie questa eredità e questo fermento, è Il Demonio (1964) di Brunello Rondi. Il film ha come obiettivo quello di offrire un ritratto autentico della Basilicata, soprattutto in riferimento a quel “mondo magico” che circondava la realtà lucana degli anni ’50 e ’60. A metà strada tra storia drammatica e documentario, il film racconta i riti contro il malocchio, gli esorcismi, le superstizioni. La protagonista, Purificata, non riuscendo a superare una delusione d’amore, cade nella “fascinazione”. La fascinazione, o la possessione, rappresenta il momento di stallo in cui si trova Purificata che non riesce ad accettare la fine di un amore; il percorso di liberazione da questo male, che però la condurrà a una fine tragica, è un susseguirsi di riti liberatori, pratiche magiche, esorcismi, lamenti funebri che il regista inserisce all’interno della narrazione con intento quasi documentale. In alcune suggestive sequenze girate nei Sassi, avviene il conflitto magico: da una parte, Purificata che cerca di minare, attraverso filtri amorosi, la solidità del matrimonio tra il suo amato e un’altra donna mentre, dall’altra, gli sposi che proteggono con alcuni rituali la loro unione dalle forze negative. 
Un “paesaggio” magico che mostra il netto divario esistente tra l’arretratezza della terra lucana e il progresso e il boom economico che veniva vissuto in altre zone d’Italia. 
Questa tendenza rappresentativa, che incomincia a tramontare a partire dagli anni ’70, ha un ultimo e forse più importante esempio nella trasposizione cinematografica del romanzo di Levi a opera di Francesco Rosi.

A metà degli anni ’60, Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini inaugura una tendenza ad ambientare nei Sassi di Matera vicende di argomento biblico. I Sassi diventano la Gerusalemme della predicazione cristiana e della via crucis

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L’operazione interessante compiuta da Lattuada consiste nell’usare i Sassi non come sfondo per rappresentare un paese siciliano (originaria ambientazione del racconto di Verga), ma come effettivo luogo in cui si svolgono le vicende raccontate. Il paesaggio mostrato, quindi, porta nel film il suo carico di drammaticità che integra l’opera verghiana. Prova ne è, ad esempio, lo spazio che nella prima parte del film è dedicato alla Festa della Bruna di Matera in cui si snoda la vicenda. L’inserimento nel film di riti e tradizioni tipicamente materani serve proprio a intessere la trama nel nuovo contesto territoriale.
Nel Dopoguerra è intensa anche la produzione documentaristica. Nel 1949 vi è l’esordio alla regia di Carlo Lizzani con il documentario dal titolo Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato (1949). L’interesse verso la realtà materana e lucana coinvolge anche altri registi che, anche sulla scia delle spedizioni etnografiche organizzate da Ernesto De Martino, raccontano i riti e le superstizioni che regnano in Basilicata.

Una ricca produzione documentaristica investe la Basilicata con l’evidente compito di mostrarne le condizioni culturali e sociali.

Il Cristo si è fermato a Eboli (1979) di Rosi è sicuramente uno dei prodotti artistici più rappresentativi dell’identità lucana e racconta con realismo un pezzo di storia della Basilicata.

mentre la Murgia materana è il luogo della crocifissione e della resurrezione del Cristo. Tuttavia, Pasolini, non sceglie Matera in quanto somigliante a Gerusalemme, ma perché è rappresentativa del contesto socioeconomico del sud d’Italia. Così se, da una parte, c’è l’intenzione autentica di sottolineare la forza rivoluzionaria del messaggio cristiano e ricollegarla a un generale senso del sacro, dall’altra, emerge il desiderio di denunciare e mettere in luce i contesti di vita inaccettabili in cui vivevano gli abitanti di questa parte del Sud. La macchina da presa mostra i paesaggi, i volti scavati, con la stessa attenzione dimostrata da Pasolini nei suoi precedenti film sulle borgate romane

Matera, quindi, trasferisce all’interno del film non solo la sua conformazione fisica ma anche la sua specificità sociale, divenendo una metafora di tutta la questione meridionale.

Il tentativo compiuto dall’autore è quello di far emergere l’immagine autentica di un territorio raccontando una storia che non le appartiene.
Dagli anni ’70 in poi, Matera verrà utilizzata per rappresentare la Spagna (L’albero di Guernica), la Sicilia (L’uomo delle Stelle); diventa, quindi, esclusivamente una location cinematografica che avrà particolare fortuna con le storie di argomento biblico. Dopo un King David girato negli anni ’80 e di scarso successo (che però porta Richard Gere tra i Sassi), si apre per Matera l’epoca delle grandi produzioni hollywoodiane. Nel 2004 esce nelle sale The Passion of the Christ (2004), storia della passione di Cristo raccontata da Mel Gibson, i cui esterni sono stati girati quasi interamente nei Sassi. La pellicola, che racconta la passione di Cristo dall’invocazione nel giardino dei Getzemani sino alla resurrezione, ha dato una grande esposizione mediatica internazionale ai Sassi di Matera. Non vi è più riflessione sul contesto sociale né riferimento all’identità culturale; tuttavia, la distribuzione mondiale e il successo del film offrono a Matera un’importante vetrina promozionale. The Passion viene spesso citato come caso di cinema che ha dato un forte impulso al turismo cittadino ed effettivamente, dati alla mano, nei due anni successivi all’uscita del film il turismo straniero è raddoppiato. Probabilmente il film ha prodotto anche maggiore consapevolezza, nei cittadini e nelle autorità, sulla dimensione internazionale di Matera e sulle potenzialità turistiche dei Sassi che, pur essendo già patrimonio Unesco, risultavano ancora inespresse. 
Dopo il film di Mel Gibson, altre grandi produzioni, a tema religioso, si sono fermate a Matera come The Nativity Story (2005), The Young Messiah (2016) o remake di peplum famosi come Ben Hur (2016).

Oggi le strette stradine dei Sassi sono un set a cielo aperto, passaggio continuo di produzioni cinematografiche e televisive, dimostrando la stretta relazione tra il cinema e la città.

 

GRIMALDI, LA SUA RICERCA DEL SUBLIME di Venera Coco – Numero 4 – Aprile 2016

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Nel corso del tempo ogni artista ha intravisto nelle proprie opere qualcosa di trascendentale, quasi un barlume di eternità. In quel chiarore ha riconosciuto una parte di sacro, un’espressione di sublime che ne ha segnato l’esistenza. Una ricerca, a volte introspettiva a volte estetica, che diventa immediata agli occhi di chi ne osserva le forme, i colori e l’armonia. 

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GRIMALDI, LA SUA RICERCA DEL SUBLIME

 

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Come un vero archistar di fama internazionale, Grimaldi va oltre la moda, immagina scenari differenti, come fece la sua maestra Fernanda Gattinoni.

Inconfondibile romantico, non poteva essere altrimenti. Grimaldi è originario di Salerno, una terra idilliaca e poetica, un luogo dalla mille sfumature che con le sue tonalità pastello, delicate e femminili, ispira gli abiti sognanti. Un uomo vero e sincero che non illude le donne proponendo modelli immettibili, ma riesce a illuminarle con linee semplicemente seducenti. 
Nessuna forma è esacerbata, anzi appare leggera, fluttuante come anche nel suo prêt-à-couture, che costruisce minuziosamente con sbiechi cuciti a mano, ultimati poi nei laboratori. Per questi capi lo stilista sembra giocare con atmosfere urbane, dove ogni pezzo è considerato al pari di una costruzione filiforme e sinuosa come i grattaceli ideati dalla commiata Zaha Hadid. È palpabile la transavanguardia, la sperimentazione, l’utilizzo di colori metallici.

Nonostante il suo eterno amore per l’haute couture, si reinventa ogni giorno, diversificando e trasferendo il proprio savoire-faire anche nel quotidiano. Ed ecco che il suo valore stilistico si palesa allo specchio quando le donne indossano quel ready-to-wear su misura che indovina e asseconda i desideri femminili, tanto quanto i suoi abiti d’alta moda. I modelli d’haute couture di Grimaldi ricordano l’effimero del vento che con braccia invisibili raccoglie una manciata di foglie per ricoprire, con leggiadria, le curve di chi ne trattiene le vesti. Altri sembrano toccare la goccia più debole di una nuvola che si scioglie sotto il peso di perle iridescenti.

Frange come petali di ninfee, come sottili tentacoli che accarezzano, quasi senza toccarne l’essere, per lasciarsi scorrere in una danza erotica.

Lunghe tuniche simili a infinite strisce di terra brulla si muovono sinuose come il fermento di un tubero che lotta. Bluse che si svincolano dalla sabbia come rettili, abbagliando i caldi del deserto con le loro squame cangianti. La magia sta tutta nelle sue mani, nel suo valore della tradizione, in sineddoche modaiole, dove la parte è importante tanto quanto il tutto e va considerata con estrema grazia.

Qualsiasi ispirazione riesca a trarre è certamente unico il risultato che propone alla donna del suo tempo.

Abile couturier riesce a raccontare per ogni abito un’avvincente storia il cui epilogo è sempre una dichiarazione d’amore alla sublime bellezza.

 

CRISI O METAMORFOSI? di Luciano Cimmino – Numero 4 – Aprile 2016

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è stato caratterizzato per gli imprenditori italiani da una invadente, ed a volte molesta, presenza di un mondo finanziario sempre più interessato ad acquisire marchi e attività produttive con partecipazioni di maggioranza o di minoranza.

CRISI O METAMORFOSI?

 

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Fino alla fine degli anni novanta, pur avendo già esteso la mia attività in gran parte del mondo, la mia principale base operativa era a Napoli.

Avevo la sensazione che fossimo rimasti in pochi a credere nella forza del lavoro vero; quello che ti impegna quotidianamente nel tenere un’azienda sui binari corretti di una sana gestione, proiettandola nel futuro con idee e progetti solidi, legati ad idee innovative oltre che ad un solido know-how.

Oggi mi rendo conto come, da un osservatorio sia pure importante come quello di una ex Capitale, l’incrocio tra mondo finanziario ed impresa fosse vissuto in maniera completamente diversa da quanto, poi, avrei potuto verificare avviando nel varesotto il marchio Yamamay. Marchio immediatamente oggetto di attenzione di banche d’affari e di Fondi che, a decine, presidiavano la piazza finanziaria di Milano. 
Con meraviglia constatavo quanto tempo bisognava inventarsi per seguire un’agenda di appuntamenti che niente avevano a che fare con l’attività principale dell’azienda. Per la maggior parte si trattava di incontri finalizzati ad ascoltare progetti e condizioni legati all’ingresso nel capitale di un’attività ancorché giovane e dall’avvenire ancora da definire. 
Educato ad un modo di operare che mi imponeva di concedere un appuntamento a chiunque me lo chiedesse, mi trovai in breve a dover rivedere questa mia convinzione.

In effetti, la brusca frenata non creò da sola tutti i dati negativi che fummo costretti a registrare, ma tolse i veli ad una generale situazione dell’economia italiana, che si sarebbe già dovuta affrontare da tempo,

In quel momento i nostri marchi correvano come puledri in dirittura d’arrivo di un derby, ma questa frase mi colpì come una scudisciata in pieno viso. Cosa stava accadendo e cosa ci riservava in generale il futuro e per i nostri marchi in particolare? La risposta arrivò nei mesi seguenti quando fummo costretti a ridimensionare le nostre vertiginose crescite a due cifre in miglioramenti che comunque si evidenziavano come le migliori performance nei settori in cui operavamo, mentre si registrava la diminuzione sostenuta ed inarrestabile dei consumi in tutti i settori. 
L’Italia stava entrando in un ciclo di recessione che avrebbe minato alla radice convinzioni che ormai sembravano inamovibili: PIL sempre con un segno + davanti, occupazione stabile, voglia di consumare anche nei canali innovativi che si erano presentati più di recente.

Ed ancora: è il caso di parlare di crisi o dobbiamo prendere atto che la nostra società civile è rimasta coinvolta in un processo di metamorfosi che ha trasformato completamente modi di vivere, aspettative, speranze per il futuro? Non sono considerazioni di poco conto, perché in ballo ci sono tutte le nuove generazioni che hanno visto disintegrarsi, in pochi anni, le convinzioni che avevano supportato le generazioni precedenti: il posto fisso, la sicurezza di una pensione alla giusta età, un ragionevole potere di acquisto. 
A tutto questo dobbiamo aggiungere il fatto che, come sempre, quando le crisi economiche sembrano irrisolvibili, si sono accesi conflitti locali di grande importanza e sempre più diffusi, fino a far dire a Papa Francesco: “Ė in atto una terza guerra mondiale a pezzi”. Un’affermazione drammatica, ma poco lontana dalla realtà e che sembra possa coinvolgerci ulteriormente ed in maniera più diretta, in tempi molto brevi. 
Ci stiamo abituando anche a questo. Per fortuna ci sono convinzioni che non sono ancora venute meno:

Ora però bisogna chiedersi: come siamo usciti da questo percorso negativo durato più di un lustro? In quanti anni possiamo recuperare tutto il PIL che abbiamo lasciato per strada?

c’è ancora la voglia di confrontarsi con la concorrenza mondiale sul piano produttivo e per la penetrazione in mercati che potrebbero rappresentare una nuova frontiera per lo sviluppo.

In definitiva contrasti forti, molto forti, che bisogna saper gestire e pilotare con mano ferma. Abbiamo il dovere di mettere le nuove generazioni in condizioni tali da poter affrontare i prossimi decenni con la preparazione e la carica indispensabili per non far arretrare il nostro Paese nella grigia zona delle Nazioni che poco possono incidere sui futuri destini del mondo.

Fino al 2007 sembrava impossibile sottrarsi ad un gioco che mi ricordava quello dello scambio di figurine che praticavo da bambino: io ti do qualcosa e tu mi dai qualcos’altro in cambio; oppure compro il tuo mazzetto di figurine al prezzo che, in apparenza, decideremo insieme. 
In sintesi, i discorsi sul mondo finanziario sembravano prevalere in larga misura su quelli legati all’economia reale che per me è sempre quella della produzione e distribuzione dei beni. 
Purtroppo, l’Italia era solo un’appendice di quanto si stava verificando, in misura molto maggiore, nelle principali piazze finanziarie del mondo. Inevitabilmente, dopo alcuni anni, la bolla è scoppiata e dal 2008 ci siamo trovati in una situazione che ha visto, in misura minore o maggiore, e con esiti assolutamente diversi per ogni caso, coinvolte tutte le aziende italiane. 
Ho un ricordo preciso del momento in cui fui costretto ad aprire gli occhi su quanto stava accadendo.

Un pomeriggio, doveva essere maggio del 2008, ero davanti al distributore automatico di caffè in azienda ed arrivò una persona per la ricarica. Mi sembrò naturale domandargli come andavano le cose nel suo settore. “Lasci correre, mi rispose, in sei mesi ho perso il 75% del mio fatturato!”

con sostanziali riforme a cui però nessun Governo aveva inteso mettere mano. 
Scivolando sulla pericolosissima china di un debito pubblico inarrestabile nella sua corsa verso record negativi, ci trovammo così alla vigilia di catastrofici eventi che in poche settimane (attenzione poche settimane, non pochi mesi) avrebbero portato l’Italia al default
Di fronte ad una realtà, che non esito a definire drammatica, per fortuna ci fu un momento in cui le forze politiche si compattarono intorno al nome del professor Monti per evitare il naufragio. Agli italiani furono chiesti grandi sacrifici, soprattutto sul fronte delle pensioni, il cui nodo ancora oggi appare irrisolto, ma fu così evitato il peggio. 
A distanza di pochi anni, oggi sembra che la caduta si sia arrestata, mentre appare avviato un nuovo processo di crescita sia pure segnato da risibili decimali.

 

“DON’T SELL MARIO D’URSO SHORT” di Francesco Serra di Cassano – Numero 5 – Luglio 2016

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ha omaggiato con una grande mostra Mario d’Urso, il napoletano più conosciuto in America, il finanziere che ha stabilito il record di tre capodanni in tre continenti diversi e che per decenni ha orientato fondi d’investimento, portando milioni di dollari in Italia.

Uscito da Lehman con un cospicuo patrimonio, dopo pochi mesi (inizio 1984), entra a far parte della Kissinger Associates, diretta personalmente dall’ex segretario di Stato Usa. Quando lascia Lehman, Mario d’Urso è all’apice della sua carriera nel mondo della finanza e delle relazioni internazionali. In un profilo tracciato un anno prima dal giornalista Marco Mese si dice: “Quando giovanissimo se ne andò in America non aveva in mente Hollywood. Aspirava ad un mondo più esclusivo e arduo da conquistare: voleva arrivare a Wall Street, la leggendaria via newyorchese delle banche e degli affari. E oggi, al suo ufficio al 44° piano di un grattacielo, domina questa strada che, ormai dovunque, significa cuore della finanza. Mario d’Urso, 42 anni, proveniente da una famiglia di avvocati napoletani, è uno degli italiani di maggior successo all’estero. Come socio della Lehman Brothers Kuhn Loeb si è collocato ai vertici di una delle banche d’affari più importanti d’America. Il compito precipuo di d’Urso è ampliare e consolidare le ramificazioni della banca verso i paesi stranieri. Vola perciò da un capo all’altro del mondo per intrecciare relazioni d’affari. “In questo momento – spiega – devo occuparmi dell’America Latina e del Sud est asiatico, aree curate in precedenza da due partner che sono recentemente usciti dalla banca”. Mario d’Urso non è un banchiere di tipo italiano, tutto casa e ufficio: vive tra le sue residenze di New York, Londra e Roma, ama i night alla moda e cura il suo fisico d’atleta con molto sport: attrezzi, tennis, sci… ma le radici sono sempre le radici.

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“DON’T SELL MARIO D’URSO SHORT”

 

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Dolce vita e buoni affari. Un mix che per Mario, da subito, funziona perfettamente. Cerimonie e incontri serviranno, poi, al banchiere d’Urso per unire aziende, capitali, persone attorno a grandi progetti e alle grandi cessioni internazionali.

Mario d’Urso nasce a Napoli l’8 aprile 1940, da Alessandro d’Urso e Clotilde Serra di Cassano. È l’upper class partenopea, ricca, colta e cosmopolita, con diffuse parentele anglosassoni. Tra gli antenati due martiri della rivoluzione napoletana del 1799 e un firmatario della Dichiarazione d’indipendenza d’America.
Arrivato a Roma negli anni della guerra, Mario, primo di tre fratelli, si ambienta perfettamente nella città. Il padre, internazionalista di chiara fama, gira il mondo e frequenta, per lavoro e per amicizia, Giorgio Cini, Vittorio Valletta, gli armatori d’Amico, la potentissima ambasciatrice Usa Clare Boothe Luce.
Mario studia al Collegio San Gabriele, frequenta le ragazze Caracciolo, destinate a sposare gli Agnelli, ma anche donne borghesi e divertenti come Marina Punturieri, oggi Ripa di Meana, ragazzi brillanti come i Pratesi. Alla fine dei Cinquanta, i giovani-bene si divertivano a fare le comparse. E così, un occhio attento può ritrovare Mario d’Urso in varie pellicole di quegli anni. In quel periodo diceva di essere innamorato di Lorella De Luca, che andava a prendere a casa con una scala per farla uscire di nascosto, ma la sua principale compagna di uscite era la “vivacissima Marina”.

All’estero i rapporti con lo scià di Persia e il presidente delle Filippine Marcos mi permisero di combinare affari straordinari. Passavo, inoltre, le mie vacanze sia d’estate che d’inverno con l’avvocato Agnelli, Kissinger, Rockfeller, il presidente Kennedy e Onassis”.

La sua squadra alla Shearson Lehman, per molti anni, ha rappresentato il più ragguardevole gruppo di esperti in relazioni Italia – Usa: da Antonio Carosi a Ruggero Magnoni, da Andrea Farace a Lorenzo Ward, dai fratelli Gilardin a Roberto Magnifico ed Enrico Bombieri. Come direttore esecutivo dell’équipe, Mario d’Urso, conosciuto tra i finanzieri come Mario di Wall Street, ha assistito all’accumularsi tra il 1970 e il 1984 di più di cinque miliardi di dollari in valuta per le corporazioni appartenenti al governo italiano.
Mario lascerà la sua partnership in Lehman nel 1983, pur restando per alcuni anni consulente della società come advisor director.

Alla festa d’addio, che si tiene a Manhattan nel settembre 1983, viene proiettata una scritta luminosa intermittente che dice: “Don’t sell Mario d’Urso short”, ovvero “Non vendete Mario d’Urso al ribasso”.

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Dopo la maturità classica, studia giurisprudenza e si laurea a Palermo. In verità, si iscrisse contemporaneamente a due Università, una in Italia e una negli Usa. In quella di Georgetown a Washington, prende un master in Comparative Law nel 1965. Appena laureato entra nello studio di un prestigioso avvocato, Oscar Cox, legale del governo italiano in America. “Mi devo considerare molto fortunato – ha dichiarato in una delle tante interviste degli anni ’80 – perché non ho avuto molti ostacoli. Sono stato tra i primi italiani, negli anni Sessanta, ad entrare in contatto con un’importante investment bank come la Kuhn Loeb che nel 1977 si è fusa con la Lehman Brother.

Sin dal mio primo affare di prestigio, l’acquisto della Maserati da parte della Citroën, ho fatto carriera nella stessa banca. Nel 1967, a 27 anni, ero già partner e uno dei vari amministratori delegati della Kuhn Loeb

e questo fu molto importante per aumentare, a mano a mano, la partecipazione nell’utile della banca. L’Italia è stato il nostro cliente più importante. Dal 1968/69, periodo in cui è incominciato l’indebitamento italiano con l’estero, alla fine degli anni Settanta, abbiamo concluso, con il settore pubblico italiano, oltre tre miliardi di dollari di prestiti”.
Mario d’Urso, sin dall’inizio della sua carriera a Wall Street, imposta un modello nuovo di contatto con i clienti: “I banchieri di solito stanno in ufficio dalle 8 alle 18; io, invece, ho sempre voluto mescolare il lavoro con il privato e, così, sono diventato amico di capitani d’industria, capi di stato e così via. Per fare qualche nome…in Italia Guido Carli e Tom Carini.

Ma non è stata solo la finanza a caratterizzare la vita sociale e l’attività di relazioni di Mario d’Urso. Sin da giovane ebbe il pallino della politica.

“Mi porta fortuna”, assicura. Da tipico self-made man, a 16 anni già concludeva affari. “Ero andato in vacanza a Londra – racconta – e mi iscrissi a un corso presso una compagnia di assicurazioni marittime della City. Finì che i titolari della società mi affidarono la loro rappresentanza in Italia”.
E’ Capital a certificare il suo successo. Gli dedica la copertina del 7 luglio 1981 con un’intervista che riassume le grandi operazioni della sua attività in Lehman. “Quali operazioni considera le più importanti e qualificanti della sua carriera? R. Dal punto di vista della soddisfazione e dell’impegno, l’affare Citroën-Maserati è stato forse il più interessante. Mentre, in termini di dimensioni, i più importanti sono stati, nel 1973, il prestito da un miliardo di dollari al Crediop e quello di cui si scrisse molto di 500 milioni di dollari per Venezia. Per quest’ultimo prestito eravamo in tre a concorrere: la Lehman Brothers, la Banca Commerciale e la Khun Loeb. Alla fine Mattioli ci mise d’accordo, e le tre istituzioni gestirono insieme il prestito. L’idea di Mattioli fu profetica. Cinque anni dopo noi di Khun Loeb ci siamo fusi con la Lehman Brothers, e l’unico nostro azionista istituzionale, al di fuori di noi partner, è la banca Commerciale. Un altro bell’affare della mia banca concluso in Italia è la partecipazione della St.Gobain nella Olivetti. Qui abbiamo lavorato in parallelo con Guido Vitale, che da tempo seguiva le vicenda della società d’Ivrea e che nel 1973 mi aveva presentato Carlo De Benedetti. L’idea del matrimonio con la St.Gobain venne al mio collega Istel, lo stesso con cui avevo concluso l’affare Maserati quindici anni prima”.

Nell’animo di d’Urso cova un residuo di sana scaramanzia napoletana. Così, quando deve firmare un contratto molto importante tira fuori dall’armadio un vecchio abito del nonno e lo indossa.

Nel 1957, appena diciassettenne, fu uno dei leader del movimento federalista e tra i promotori, nel 1961, delle prime elezioni a suffragio universale per gli Stati Uniti d’Europa. Il capo del movimento, all’epoca, era il grande europeista Altiero Spinelli. Racconta lui stesso: “Tentai di forzare le frontiere di Francia e Germania con pullman di giovani, per protesta contro le formalità doganali. Spinelli si spaventò, ero troppo rivoluzionario”. 
Sarà però solo nel 1983 che Mario d’Urso, finita l’esperienza di amministratore in Lehman, proverà la grande scalata al Parlamento italiano. Decide di candidarsi alla Camera con la DC, con questo slogan: “Dopo molti anni di vita all’estero che mi ha permesso di acquisire un’importante professionalità nel campo della finanza internazionale, ho deciso di mettere questa mia esperienza al servizio dell’Italia. Sono convinto che se ce la mettiamo tutta, l’Italia può essere campione del mondo in tutto”. 
Il tentativo non riesce, ma ci sono brogli e Mario d’Urso risulta tra i primi dei non eletti con un grande numero di voti di preferenza personali (quasi 40 mila). Ci riproverà con la Dc ancora due volte nel 1989 (a Roma) e nel 1992 (nel collegio senatoriale di Milano 1), prima di essere eletto senatore con l’Ulivo nel 1996, nel collegio di Castellammare di Stabia/Sorrento. 
Nel 1995, intanto, Dini aveva ottenuto l’incarico di formare il governo tecnico per sostituire l’esecutivo a guida Berlusconi, travolto dall’avviso di garanzia durante il Summit internazionale a Napoli. Dini chiama Mario d’Urso a ricoprire l’incarico di Sottosegretario al Commercio con l’Estero a fianco del Ministro Alberto Clò. Il governo resterà in carica un anno e, poi, le urne sanciranno la vittoria di Romano Prodi che darà vita al primo esecutivo dell’Ulivo. 
Nella carriera di Mario d’Urso la politica ricopre una parentesi significativa ma di breve durata. Al termine della Legislatura, nel 2001, non viene ricandidato. È lui stesso a raccontare che Dini gli ha preferito un altro candidato e soprattutto che logiche interne alla coalizione lo hanno di fatto emarginato. Le elezioni le vincerà Berlusconi e il 15 luglio Carlo Rossella sul Foglio chioserà in questo modo: “Mario d’Urso consiglia champagne Philipponnat grand cru a chi in queste ore vuole bere per dimenticare”.

 

IL PIL DEL SUD – Redazionale – Numero 5 – Luglio 2016

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Da anni le proposte per un “cambio di passo” sollevate da più osservatori si concentrano sugli investimenti pubblici, da realizzare in alcune grandi aree (Gioia Tauro, Taranto, Napoli, Palermo e Bari) e la risposta del Governo è sembrata in linea, visto che oltre 11 miliardi di spesa per investimenti legati al piano Juncker sono destinati alle regioni del Sud. Logistica, porti, aree economiche speciali sono le direttrici più citate nelle analisi di policy per gli interventi strutturali, analisi accompagnate negli ultimi quattro anni dalle cronache sul commissariamento dell’Ilva (15mila addetti di cui 12mila a Taranto), che a fine anno dovrebbe passare di mano a una delle cordate in campo (Arcelor Mittal con Marcegaglia o Cdp con Arvedi e Del Vecchio), per non parlare delle più recenti cronache sul piano di rilancio del polo di Bagnoli.

 

IL PIL

DEL SUD

 

Le impressioni suscitate da analisi, proposte e cronache sono diverse e tutte accomunate da un senso di incertezza sulle dinamiche reali e profonde di territori e popolazioni che sembrano intrappolate in una sorta di mito di Sisifo, in una fatica che non costruisce, esposti a una vulnerabilità resa più forte dalle sfide della globalizzazione e da un’Unione europea più fragile.

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Cercare però cause esterne ai ritardi strutturali del Mezzogiorno è sbagliato: un dualismo Nord-Sud come quello italiano ha pochi paragoni nell’Eurozona ed espone il Paese a rischi di marginalità maggiori. Serve un salto quantico di mentalità e senso civico per ripartire. Un anno di ri-crescita congiunturale dell’1,0% dopo sette anni di recessione non cambia di una virgola il quadro ma invita tutti a guardare a questa realtà con un coraggio diverso e la consapevolezza che il distacco di produttività di un’area territoriale non si colma per magia.

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La crescita più importante, dal punto di vista delle risorse, arriva dall’agricoltura, con un +7,3% del valore aggiunto, ma incrementi di un certo rilievo statistico si sono registrati anche nel commercio, nei trasporti, negli esercizi pubblici e telecomunicazioni (+1,4%), mentre l’industria è rimasta al palo e i servizi finanziari hanno subito un calo dello 0,6%. In miglioramento, sempre secondo l’Istat, anche il mercato del lavoro, con un’occupazione in recupero grazie al traino dell’agricoltura (+1,5%): misurata in termini di numero di occupati è la variazione maggiore rispetto alle altre grandi aree del Paese.

Come dobbiamo leggere questi segnali statistici? Con estrema cautela.

Partiamo dal dato sull’occupazione: nel Centro Nord la variazione dello 0,6% del 2015 è inferiore solo perché lì la ripresa era già iniziata nel 2014, anno ancora di piena recessione per il Sud. La crescita del prodotto interno è stata più intensa al Centro Nord, con il risultato che il divario è cresciuto e non diminuito. Rispetto ai valori massimi di occupazione raggiunti nel 2008, il Centro Nord l’anno scorso ha recuperato quasi per intero i posti andati perduti nonostante il Pil resti inferiore del 6% rispetto ai livelli pre-crisi, mentre nel Mezzogiorno a fronte di un calo delle attività dell’11% l’occupazione è rimasta più bassa del 7%. Significa che nel Sud la correlazione tra occupati e economia reale è più stretta e senza un’espansione strutturale di quest’ultima il lavoro non riparte. Sono ripartiti, invece, i flussi migratori, verso il Nord e l’estero. I numeri dell’Istat disponibili in questo caso si fermano al 2014 ma confermano che le regioni del Sud (-31mila) e le Isole (-10mila) restano i territorio da cui si parte di più in cerca di lavoro. Secondo Adriano Giannola, presidente dello Svimez, le persistenti partenze di cittadini meridionali avrebbero compensato il divario del Pil-procapite, che al Sud è di circa il 40% inferiore a quello del Nord, un dato confermato anche dalle indagini della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane, secondo cui il divario dei redditi medi equivalenti dei capifamiglia si sarebbe sempre più allargato dagli anni Novanta fino a oggi, raggiungendo nel 2015 un livello medio inferiore ai 14mila euro al Sud e attorno ai 21mila euro al Nord (calcolati ai prezzi del 2014).

Il rosario delle cifre che fotografano la distanza tra Nord e Sud potrebbe proseguire per pagine e pagine: è noto il gap infrastrutturale e il differenziale dei costi del credito all’economia, è noto che nel Mezzogiorno le condizioni sociali sono peggiori (il 12% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà), è nota la diffusione in questi territori dell’economia sommersa (come il caporalato che non produce né ricchezza né benessere ma distorce il mercato e abbatte la produttività) ed è noto il radicamento della criminalità organizzata.

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dopo sette anni di calo ininterrotto, il prodotto interno nel Mezzogiorno ha registrato un primo recupero (+1,0% a fronte di un +0,8% registrato a livello nazionale). 

 

COSA VUOI DI PIÙ PER LA VITA? UN LUCANO di Maurizio Campagna – Numero 5 – Luglio 2016

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ma un vero e proprio fenomeno sociale: nell’Unione Europea nel 2013 è stato responsabile della morte di quasi 1,3 milioni di persone, più di un quarto di tutte le morti (dati Eurostat presentati nel 2016). Le malattie oncologiche impegnano moltissime risorse finanziarie tra costi diretti e indiretti: sono ben 126 i miliardi di euro spesi dai Paesi dell’Unione Europea nel 2009 a causa dei tumori. Il dato, già pubblicato nel 2013 su “The Lancet Oncology”, riporta i risultati di uno studio condotto dall’Health Economics Research Centre dell’Università di Oxford, in collaborazione con il Cancer Centre and Institute for Cancer Policy del King’s College di Londra.

COSA VUOI DI PIÙ PER LA VITA? UN LUCANO

 

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 Alla cronicizzazione della malattia, dovuta anche all’impiego di farmaci innovativi e al conseguente allungamento dell’aspettativa di vita, non corrisponde ancora un’adeguata risposta istituzionale per la presa in carico del malato cronico e del paziente guarito. Tale insufficienza genera costi ulteriori a carico della comunità.

Nel 2015, nel corso dell’ultimo congresso annuale dell’ASCO (l’Associazione Americana di Oncologia medica), è emerso che il costo globale dei farmaci anti-cancro aveva raggiunto, nel 2014, la cifra record di cento miliardi di dollari, facendo registrare un incremento annuale del 10%. I dati, però, sembrano già di un’epoca fa, quando, cioè, la diffusione delle nuove terapie, soprattutto di quelle di tipo immunologico, era solo dietro l’angolo.

Per quanto riguarda l’Italia, pochi dati sono sufficienti a rappresentare il fenomeno: il 30% dei decessi è causato dal cancro, la spesa per i farmaci antineoplastici nel 2014 si è collocata per la prima volta al primo posto,

seguita dai farmaci antimicrobici e dai farmaci del sistema cardiovascolare. Gli interventi chirurgici per tumore sono il 12% del totale (fonte: VIII° Rapporto F.A.V.O. sulla condizione assistenziale del malato oncologico). 
L’emergenza finanziaria sarebbe addirittura destinata a crescere se la direttiva sulla mobilità sanitaria transfrontaliera n. 24/2011/UE trovasse concreta attuazione nei Paesi membri in ragione dell’incremento dei flussi di pazienti che si spostano per ricevere cure nello spazio UE, rimborsati dal proprio Stato di affiliazione.
È infatti noto che il cancro rappresenta una delle principali determinanti della mobilità sanitaria, mobilità che costituisce sempre una scelta eccezionale dei malati che, ovviamente, preferirebbero curarsi nel luogo dove abitualmente risiedono e in un contesto familiare. Più degli altri servizi alla persona, la sanità non è un’industria che possa essere facilmente delocalizzata. Nel 2015, il sondaggio curato da Eurobarometro sull’effettivo esercizio dei diritti dei pazienti nell’Unione europea ha rilevato come le ragioni della scelta di curarsi lontano da casa sono essenzialmente due: (1) ricevere un trattamento non disponibile nel proprio paese; (2) ricevere un trattamento di migliore qualità.

È dunque la mancanza di risposte o di risposte di qualità prossime ai malati che spinge questi ultimi alla dolorosa migrazione sanitaria, anche al di fuori dello spazio nazionale.

Il Servizio sanitario nazionale, a fronte di questi numeri, dovrà elaborare una risposta decisa che garantisca non soltanto la sostenibilità economica della malattia e delle cure necessarie, ma anche la sostenibilità politica e sociale.

In Basilicata, la risposta è il Centro di Riferimento Oncologico della Basilicata in Vulture (PZ), un’eccellenza della sanità del Sud, una speranza possibile, accessibile e a portata di mano per i lucani.

Il CROB è un IRCCS (Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico) di diritto pubblico riconosciuto con Decreto del Ministro della Salute del 10 marzo 2008 nella specializzazione oncologica. Il carattere scientifico, riconosciuto alla struttura, sulla base degli specifici requisiti stabiliti dal d.lgs. n. 288 del 2003 che ha provveduto al riordino degli IRCCS pubblici, consente alla stessa di accedere a un finanziamento statale finalizzato alla ricerca che si aggiunge a quello già erogato dalla Regione di appartenenza. Il CROB è stato confermato IRCCS con decreto del Ministro della Salute del 9 dicembre 2015. 
La struttura ha 118 posti letto per acuti e 8 posti per cure palliative/hospice. Il volume di attività fa registrare circa 5000 ricoveri in un anno. Il CROB è il polo hub della rete oncologica regionale (centro di riferimento) e dall’11 giugno 2015 è stato accreditato dall’Organizzazione Europea degli Istituti contro il Cancro (OECI) come Clinical Cancer Center. Non finisce qui.

L’Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (O.N.Da.) ha attribuito all’Istituto il massimo riconoscimento dei tre bollini rosa come ospedale women friendly. Da ultimo, il CROB è stato insignito di un prestigioso riconoscimento: il Premio Nazionale “Amministrazione, Cittadini, Imprese”,

assegnato ogni anno dall’Associazione per la qualità delle politiche pubbliche con il patrocinio del Ministro per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione.
Per l’anno 2016, il Premio “Amministrazione, Cittadini, Imprese” era riservato a un Presidio ospedaliero (o Azienda ospedaliera) che, nelle proprie attività ordinarie, fosse riuscito a combinare un alto livello di efficacia delle prestazioni cliniche erogate, di efficienza gestionale e di umanizzazione del rapporto con i pazienti. Pur essendo di piccole dimensioni, la struttura “è assolutamente simbolica come efficacia, impegno e risultato. Ha una significativa incidenza di ricercatori e una grande e avanzata attenzione al paziente […]”.
Il riconoscimento ottenuto dal CROB significa che l’eccellenza nell’amministrazione pubblica è possibile quando si condivide una strategia di lungo periodo che riporti di nuovo al centro la persona destinataria dei servizi. In particolare, l’eccellenza nella sanità può aversi solo se il paziente torna ad essere il perno dell’azione e quando si progettano le risposte a tutti i suoi bisogni complessi.

L’adeguata considerazione delle differenze legate all’età, al genere, alle specificità della malattia consentono una risposta, sempre più personalizzata e quindi più efficace, che permette alla struttura di essere al passo con i tempi.

La personalizzazione delle cure rappresenta un nuovo orizzonte dell’assistenza. Non a caso, tra le quattro linee di ricerca del CROB vi sono anche studi per la definizione di tailored therapies nelle emopatie neoplastiche e su nuovi target e biomarcatori per la personalizzazione dei trattamenti medici e chirurgici. 
L’Istituto, in altre parole, propone una sanità moderna e adeguata alla complessità attuale.
Il recente accreditamento da parte dell’AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori) del Registro Tumori della Regione Basilicata, curato dal CROB, dimostra lo sforzo dell’Istituto per un monitoraggio costante del cancro e delle sue evoluzioni. Il Registro della Basilicata è di tipo generale e riferito a tutta la popolazione assistita e i dati sono raccolti con metodologia coerente con quella adottata per il Registro nazionale.

Il CROB, dunque, contribuisce alla conoscenza del cancro attraverso l’impegno costante per la raccolta di dati di qualità. E la corretta allocazione di risorse in sanità non può prescindere dall’informazione.

 Per un uso corretto delle risorse pubbliche, tuttavia, non è sufficiente una scelta tecnica, ma occorre un’azione etica.
Il CROB opera nella totale condivisione dei dati, dei saldi e delle cifre. In altre parole,

l’Istituto è un’amministrazione trasparente come rilevato dall’Autorità Nazionale Anticorruzione. Un altro scacco al luogo comune.

Il Centro di Riferimento Oncologico della Basilicata CROB è, dunque, un contenitore di buona amministrazione sanitaria che riesce a coniugare tutte le azioni necessarie per fornire una risposta appropriata alle nuove esigenze di salute, ma anche un modello per la preparazione necessaria a quella tempesta perfetta – come è stato efficacemente definito il prossimo futuro della sanità – che sta per abbattersi sui Servizi Sanitari Nazionali.

 

INDIETRO NEL FUTURO di Tamara Triffez – Numero 6 – Ottobre 2016

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Myrrha è impegnata, come rivista, nel racconto di un sud positivo, e spesso questo avviene tramite il lavoro di piccole realtà imprenditoriali, coraggiose e con Idee chiare. Certo il fronte dell’incompetenza non facilita queste micro – realtà.

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INDIETRO

NEL FUTURO

 

 Mi alzo a metà luglio nel tepore del primo sole, per raggiungere 

e seguire il lavoro della mietitura:

 

Salvatore Agostinello, allevatore e agricoltore, oltre che piccolo produttore di derivati del grano come pasta, frise, farine bio, oggi ha organizzato, nelle campagne di Specchia, bellissimo Borgo medioevale, che ospita ogni anno la rassegna ”Il cinema del reale”, la giornata della mietitura dei campi di grano “Senatore Cappelli”, una raccolta gioiosa e divulgativa, per difendere la produzione di un grano d’eccellenza, con i campi protetti da pesticidi e concime. Salvatore segue un’avventura non facile insieme al suo amico Enzo Scarcia, attuando una difesa dei principi di sostenibilità. Non solo perché hanno una certificazione, ma per la forza dell’impegno, per produrre, difendere e informare sui prodotti e sul rilancio delle antiche semenze.

 

 

 Per ispirare in ognuno di noi la voglia di Pasta e Pani esenti da pesticidi e da mutazioni genetiche, oggi attuate con i raggi gamma al cobalto, sorte che tocca a tutte le farine della grande distribuzione, così salvando, dalla scomparsa sul territorio Salentino, l’antico grano “Senatore Cappelli”.
 

Questo grano ha proprietà a basso tenore di glutine, e un’alta percentuale di proteine e amminoacidi, rispetto al grano moderno, oltre a contenere la parte nobile del chicco, che non c‘è nella pasta dei supermercati, perché più conveniente venderlo all’industria cosmetica. Fare questo, per Salvatore ed Enzo, vuol dire confrontarsi con i giochi al ribasso praticati dal mercato. Un quintale di “Grano Cappelli”, per iniziare un’attività di semina, è costoso: 150 euro al quintale, a fronte del normale prezzo di vendita stagionale della produzione, che è di 40 euro per quintale, cifra destinata ad abbassarsi ulteriormente, con l’arrivo a Bari di navi provenienti da paesi esteri, che a loro volta vendono a 20 euro. Battaglia impari, così hanno deciso di diventare produttori di paste e derivati delle farine. Salvatore e Enzo affittano i loro campi al Comune, che li aveva abbandonati, non sono proprietari, investono su macchinari e attrezzature costosissime: una trebbiatrice nuova costa 400 mila euro, la loro ha 40 anni e funziona bene. Enzo gestisce la macina, il Mulino, dove sta per realizzare il ripristino di un Mulino a pietra, in modo da migliorare ulteriormente i loro prodotti. Enzo pianta orzo con semenze originarie del Salento, rigorosamente bio; inoltre macina farro, grano, orzo decorticato e perlato, caffè per le aziende locali. Si occupa anche di ricercare, per produrle, farine a noi sconosciute: la pianta Moringa oleifera, originaria dell’India, potente antiossidante con 97 proprietà nutritive, vitamina C, potassio, regolatrice dei livelli ormonali. Se ne ottengono farina, tisane, olii essenziali, insalate a foglia. Salvatore produce 148 quintali di Farina di “Grano Cappelli” e 78 di farro.

 

Per evitare di dimenticare, l’unica via è la trasformazione legata all’informazione, in maniera tale da stimolare il desiderio di un ritorno alle cose buone e sane, riscoprendo quei piccoli gesti semplici ma genuini, come fare il pane in casa. Questi terreni, davvero bistrattati da secoli e spesso lasciati a se stessi da autorità e governi, sono purtroppo uno dei problemi del Sud.

 

Qui l’agricoltura tradizionale è stata imbrigliata e quasi cancellata, per favorire le monocolture su ampia scala, ulivi, viti, fino agli anni ’70, tabacco. Per fortuna il disprezzo per la terra, dura da lavorare e poco redditizia, è un’attitudine in via di cambiamento, grazie a tanta gioventù che ha voglia di dare il proprio contributo alla biodiversità. Non mancano, tuttavia, le difficoltà, come la grande fatica per consorziarsi, per creare cooperative, per lavorare in modo associativo, con lo scopo di difendere le eccellenze, sebbene al Sud questa cultura fatichi a radicare. Quella stessa cultura che ha reso l’Emilia Romagna potente, ricca e riconosciuta a livello internazionale. Per cercare di sfondare il muro di questa diffidenza verso l’idea di consorzio, Salvatore ha aperto un negoziato nel centro storico di Specchia, dando forma al progetto “Quattro Solchi”, bio a km zero, incentrato sulla salvaguardia della biodiversità: il progetto punta a favorire le aziende del territorio e si impegna per la riduzione dei livelli di inquinamento dei terreni. Ai “Quattro Solchi” si trovano, oltre ai prodotti derivati dello loro farine, legumi secchi, ceci, fave, fagioli, lenticchie, passate bio, marmellate varie, tra le quali quella di fico d’India, vini bio con l’involucro del tappo a cera, come un tempo, sottolio, miele, tonno, sapone, profumi, creme derivate dall’olio d’oliva, succhi di mele, belle ceste realizzate con rami di ulivo. Parlando con Salvatore mentre andiamo a trovare sua madre Sara, gli chiedo se le manifestazioni della Coldiretti, pensando alla manifestazione nazionale e regionale di quest’estate, potranno essere di aiuto: “Ma cosa vuoi che facciano contro le multinazionali!” mi dice.Vado a trovare Sara, signora giovanile, incontrata nel campo durante la mietitura: lavorava per offrire bellissime fascine di grano alla festosa giornata del raccolto. In quell’occasione mi raccontava dei tempi passati, prima della meccanizzazione,

 

quando il Salento era terra abbandonata, era terra di dolore, e non certo paradiso turistico come oggi, da dove si emigrava verso le miniere
ed i cantieri del nord Europa. Terra dura rossa argillosa e piena
di pietre, dove coltivare voleva dire piegare la schiena.
 

 

Nelle tante mitologie il grano era benedizione, eucarestia, e Sara mi racconta, facendo scorrere i mesi, cosa significava lavorare il grano e le varie fasi della sua produzione.Agosto: era il momento dei solchi spessi dell’aratro, dopo che il campo era stato bruciato per eliminare la paglia rimanente, dove poi si raccoglieva il frutto delle spighe disperse e si otteneva il grano arso, oggi pregiatissimo, allora parte del ciclo della sopravvivenza.Ottobre: si arava nuovamente, solchi leggeri, e si passava con il piccolo sacco di sementi, sminuzzandoli con cura, l’oro Giallo; poi si passava con la traia, livella di legno grosso, tirato da uomini e donne.Dopo la Candelora, perciò a Febbraio, le donne andavano a sarchiare, per eliminare le piante infestanti, raccogliendo in quel momento le foglie delle giovani piantine di papavero, con le quali si preparava la paparina, piatto ancora in voga, come i corsi per imparare a riconoscere le “misticanze selvatiche”, fatti dai ragazzi delle varie associazioni esistenti sul territorio.Aprile: era il momento della macinatura, quando si estirpava ancora l’erba cattiva, tra cui grosse margherite gialle e bianche, i soliti papaveri, stavolta alti alti, e la calendula, arancione; una volta raccolte, venivano date alle mucche, felici mucche di altri tempi. Ma Salvatore, da allevatore,mantiene anche queste tradizioni di buon cibo agli animali, carrubo ai cavalli, fieno di grano bio, margherite e papaveri. 

 

 

 Dopo la festa di Sant’Antonio, fine Giugno – inizio Luglio: si raccoglieva
il grano, falce e falcetti entravano nel campo e, con il raccolto,
si facevano mazzi di grano medio – piccoli, che venivano
messi insieme con un metodo particolare, per evitare
che si bagnassero le fascine con le piogge.

 

 

Essi venivano legati insieme con le spighe, se ne accatastavano 150, in retro-verso, una di qua – una di là, fino a formare una piccola piramide. Si chiamava il “manucchio”, e il lavoro veniva definito “manucchiare”. Quei giorni avevano anche un sapore di dolore, perché, nella raccolta, le spighe tagliavano e insanguinavano le gambe, ferendo le donne, che però non osavano portare pantaloni, pur di non essere additate come masculari, “e parevano tutte il povero Cristo”, dice Sara. Solo sua sorella Lucia usava il pantalone, lavorava come due uomini, era alta come te, mi dice Sara, ma più robusta.
Agosto: è passato un mese, il grano è asciutto, adesso è il turno dei carri tirati dai cavalli, caricavano le Manucchiare, si dirigevano verso l’aia, o aiera in dialetto; lì incontravano le mucche che tiravano la pizzara, una grande pietra possibilmente con fossili marini che risultavano più efficaci, e il grano veniva strusciato, così da separare la puglia dal chicco, insieme al forcone di legno. Questa paglia rimanente andava alle galline, non si buttava nulla, tutto era parte del vivere, degli uni, degli altri.
Tutto questo grande e lungo lavoro veniva salutato e festeggiato, a fine mattinata, dopo aver riempito due sacchi di grano a testa, con un grande piatto di coccio, con sagna al pomodoro. Le saghe sono un ricciolo di pasta di grano, ottenute dalla farina prodotta macinando in casa, e questa volta col maglio di legno, quei chicchi caduti a terra quando venivano raccolte le manucchie. Anche il momento di festa è frutto di una preparazione laboriosa.

 

Per avere pane buono c’è sempre stata la fatica degli uomini
e delle donne, sangue, sudore, schiene piegate.

  

Oggi e ieri non sono così distanti, le difficoltà non sono ovviamente le stesse, ma continuano ad esistere; oggi, per i Cavalieri della Sostenibilità che decidono di salvaguardare la purezza dell’oro giallo, si chiamano solitudine, affanno, ostacoli amministrativi… Fatica era, fatica rimane, ma le utopie hanno ancora le gambe, e questo è un bel pensare, un bel fare.

 

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