Il “REALE OSSERVATORIO VESUVIANO” – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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il “REALE OSSERVATORIO VESUVIANO“

 

Gemme del Sud

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L’Osservatorio Vesuviano, fondato nel 1841 da Ferdinando II di Borbone, è la più antica struttura al mondo dedicata allo studio e al monitoraggio dell’attività dei vulcani.  Il “Reale Osservatorio Vesuviano” – questo il nome che aveva quando fu inaugurato dal re e che è posto tuttora sulla facciata dell’edificio che lo ospita – si trova sul Vesuvio, precisamente sul Colle del Salvatore, tra Ercolano e Torre del Greco, in una posizione apparsa ideale perché abbastanza lontana dal cratere e piuttosto elevata rispetto al piano di campagna, dunque protetta in caso di eruzioni.  L’architetto Gaetano Emanuele Fazzini, che aveva anche esperienza di fisico, fu scelto per realizzarne la sede, che fu inaugurata nel 1845.  Il bellissimo edificio di gusto neoclassico, da quando, intorno al 1970, è stata aperta più a valle una struttura maggiormente idonea alla moderna ricerca, è dedicato alla

conservazione di pregiate collezioni mineralogiche e strumentali 

(tra cui il primo sismografo elettromagnetico, progettato nel 1856 da Luigi Palmieri, 

che fu anche direttore dell’Osservatorio) ed accoglie un’importante biblioteca storica.


Il museo contiene inoltre una ricca raccolta di gouaches, stampe d’epoca, antiche litografie e disegni, nonché una collezione di foto e filmati d’epoca di eruzioni del Vesuvio dal 1865 al 1944, tra cui il primo film al mondo, dei Fratelli Lumière, che riprende un vulcano in eruzione. 

 

Nel 1911, inoltre, fu nominato direttore Giuseppe Mercalli, a cui si devono importantissimi studi di vulcanologia e sismologia e di cui tutt’oggi si utilizza la scala di misurazione dell’intensità dei terremoti.  

 

 

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SAPERI SCIENTIFICI NEL MEZZOGIORNO PREUNITARIO di Tommaso Russo – Numero 16 – Febbraio 2020

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SAPERI SCIENTIFICI NEL MEZZOGIORNO PREUNITARIO 

 

Premessa 

 

La pubblicazione di un libro di Maurizio Lupo (vd. bibliografia) costituisce motivo per un sintetico excursus nella trama culturale del Mezzogiorno preunitario.  

È un viaggio che si sviluppa su direttrici poco frequentate 

dal gran tour storico-ricostruttivo, diaristico e narrativo. 

 

Si va dalla cattedra di economia politica al laboratorio delle Società economiche. 

Si prosegue dalle rotte di “Ponti e Strade”, alle scoperte scientifiche applicate al sistema produttivo.

 

Non trascurando medicina e scienze naturali

 

si può vedere come la loro evoluzione fosse finalizzata a conoscere l’uomo e la natura nella veste della guarigione per il primo, del rigore classificatorio per la seconda.  

 

Questa nota deliberatamente non intende esaurire tutte le sedi organizzative e gli ambiti disciplinari in cui lievitò la cultura scientifica meridionale per evidenti ragioni divulgative e di spazio.

 

La “sì grande, e sì studiosa gioventù del Regno” 

 

Una vulgata molto diffusa attribuisce a Benedetto Croce la responsabilità di aver operato una profonda frattura tra saperi scientifici e saperi umanistici. Senza entrare nel merito di questa antinomia, presunta o reale e della sua maggiore o minore paternità crociana, l’esito è stato quello di aver reso quasi invisibile, a gran parte dell’opinione pubblica, l’universo dei saperi scientifici, le strutture in cui si organizzarono e vennero elaborandosi. In molti, infatti, hanno ritenuto e ritengono il Mezzogiorno la culla solo dei saperi umanistici e giuridici.

 

Il 16 marzo 1754 Bartolomeo Intieri, con 7500 ducati e una rendita di 300 ducati, finanziava l’apertura “nella nostra università [di] una scuola di commercio 

e di meccanica, da insegnarsi in lingua italiana”.

 

L’ateneo napoletano istituiva così, primo in Italia, una cattedra di economia politica affidandone l’insegnamento, per volontà del suo benefattore, ad Antonio Genovesi (1713-1769). L’asse centrale della riflessione laica dell’abate salernitano faceva ruotare intorno a sé alcuni concetti fondamentali: la critica alla separazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale; l’apprezzamento per un sapere pratico, tecnico, scientifico utile a superare le arretratezze nel Regno. Scritto nel “domicilio delle Muse”, la splendida villa di Intieri a Massa Equana,

nell’autunno del 1753 esce il “Discorso sopra il vero fine 

delle lettere e delle scienze”.

 

Un libricino aureo ma bisognoso di un interprete per decodificare un periodare lungo e contorto. In esso Genovesi individua tre mezzi per superare i limiti della produttività in agricoltura: motivare, premiare, incentivare (con interventi fiscali e pubblici) i proprietari; coinvolgere i sacerdoti come veicoli di consenso e conoscitori delle realtà locali.

 

Infine, investire sulla “sì grande, e sì studiosa gioventù del Regno” concepita quale grande speranza e profonda frattura generazionale necessaria 

a svecchiare antiche consuetudini e inveterate pratiche di lavoro. 

 

Molta parte dell’eredità del pensiero economico genovesiano la si ritrova filtrata nelle attività delle Società economiche. Distribuite nei capoluoghi di provincia, esse videro la luce nel luglio 1812: nel cuore del Decennio francese. Loro scopo principale era la modernizzazione in agricoltura da conseguire attraverso sperimentazioni e istruzione agraria, diffusione di testi e stimoli alla competizione. Erano composte da soci ordinari preposti alla programmazione, da soci onorari, soci corrispondenti. Questi costituivano la vera armatura delle Società, l’anello più solido della catena centro-periferia. Di quest’ultima, infatti, ne conoscevano il territorio in tutte le sue sfumature climatiche, geomorfologiche e produttive. Di conseguenza le loro memorie, corrispondenze e atti contenevano sempre concrete proposte, per esempio, sui prati artificiali, sui criteri della rotazione, sulle marcite, sulla fienagione. A Picerno la famiglia Gaimari, nei suoi possedimenti, tentò la coltura del riso e della barbabietola da zucchero sebbene con risultati deludenti.

Le Società sostennero la pubblicazione di proprie riviste a carattere divulgativo. 

 

Negli edifici dove erano allocate impiantarono biblioteche specifiche e aggiornate. A Potenza, in località Santa Maria, la Società costruì una piscina per uso irriguo. L’edificio dove i soci si riunivano per discutere, leggere, commentare ben presto divenne un piccolo luogo della civiltà delle buone maniere.  

 

Negli anni ’50 dell’800 la dinastia si impegnò nella realizzazione di un podere modello con un palmento, un apiario, macchine moderne per lavorare la terra, sementi, aiuti tecnico-pratici agli agricoltori e prestiti con la Cassa di Prestanza. Nasceva il famoso istituto agrario di Melfi nel 1853 che, con alterne vicende, si è trasformato nell’odierno ITCG. Altri tentativi della dinastia di prosciugare le zone paludose e malariche non ebbero esiti felici a causa delle ridotte risorse economiche investite nei progetti. Le difficoltà a cui andò incontro la bonifica del Fucino ne sono prova evidente.

Il governo dello Stato unitario, con proprio decreto del dicembre 1866, liquidò quell’esperienza con tutto il patrimonio materiale e immateriale accumulato. 

 

Uguale motivo: la scarsità di fondi pubblici condizionò la realizzazione di non pochi lavori progettati dal Real Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade. Istituito nel 1808 doveva essere lo strumento principale per la politica delle opere pubbliche nel Mezzogiorno. Nel 1811 venne affiancato dalla Scuola di Applicazione mirata alla formazione e preparazione dei futuri ingegneri. Le due strutture sono da considerare il primo Politecnico in Italia. Nel 1826 un decreto organico le trasformò in Direzione Generale di Ponti e Strade, delle Acque, Foreste e Caccia. Con Carlo Afan de Rivera la DG raggiunse fama europea.

Nella persona di Luigi Giura (1795-1864), “gloria dell’ingegneria partenopea”, 

sono riassunte le conquiste tecnico-pratiche, gli approdi teorici 

dei saperi scientifici del Politecnico meridionale. 


Appena ventenne Giura ebbe il suo battesimo del fuoco in quella straordinaria rete di canali per irreggimentare le acque e prevenire le inondazioni nota come “Regi Lagni” tra Napoli e Caserta (oggi una cloaca). Sempre tra Caserta e Napoli, il lucano progettò la costruzione di un grande canale di irrigazione e navigazione per un importo di 130mila ducati. Dopo un viaggio in Europa (metafora della circolazione dei saperi e delle idee)

 

Giura, con i colleghi che l’avevano accompagnato,acquisì 

una prospettiva culturale di dimensione europea.

 

Con l’esperienza maturata, con la sua genialità, col lavoro di gruppo procedette alla costruzione di un ponte sospeso a catene di ferro sul fiume Garigliano. Ultimato nel 1832 rimase intatto fino alla seconda guerra mondiale quando conobbe i bombardamenti tedeschi. Un secondo ponte venne costruito sul fiume Calore. Lavorò inoltre alla sistemazione dei porti mercantili del Tirreno e dell’Adriatico. Fu merito di Garibaldi la sua breve nomina a ministro dei LL.PP. sul finire del 1860.  

 

Nel libro di Lupo, prima richiamato, si delineano il nesso tra invenzioni e loro applicazioni al processo produttivo per un verso e quello tra ricerca e cultura. L’analisi si snoda nel sistema delle privative “altrimenti detti privilegi o patenti, [che] possono considerarsi progenitori del nostro brevetto industriale.”

Il lavoro, unico nel suo genere nel Mezzogiorno preunitario, 

affronta le questioni della legislazione di settore

 

evidenzia i criteri con cui venivano approvate o bocciate le privative e i contrasti tra le istituzioni politiche preposte. Il volume termina riportando il “Repertorio delle Privative”. Si tratta di un lungo elenco di brevetti che ben mostra il legame tra scoperte e loro applicazione ai settori produttivi.

Tommaso Cappiello (1778-1840), medico di Picerno, nella sua autobiografia 

scritta in età matura, ricorda il suo giovanile studentato 

presso l’ospedale degli Incurabili a Napoli.

 

Nel tracciare la differenza tra l’iniziale impressione negativa e la successiva (fine anni ’90) scrive: “Presentemente l’Incurabili è ben organizzato, ben regolato per li studenti a Collegio e per l’infermi a ricevere cure” (fg.5 cap. II). E continua con un elogio: “A(ntonio) Sementini, uomo di rarissimo talento, di prima classe nell’ordine de Medici Filosofi, razzionatore analitico sottilissimo cui la Fisiologia deve progressi e vedute primordiali” (fg.6). La riorganizzazione del sistema ospedaliero avvenne durante il Decennio e interessò sia gli ammalati che l’assistenza e la beneficenza.

Nel 1812 negli Incurabili vennero aperte “quattro sale cliniche universitarie”: 

medicina, chirurgia, ostetricia, oftalmia. 

 

La medicina vantò grandi nomi fra cui: Domenico Cirillo, Domenico Cotugno, Michele Sarcone, Domenico Serao.  

 

Altri medici che accompagnarono i tornanti dell’800 borbonico non ebbero buoni rapporti politici con la dinastia come Domenico Lanza o, in certo qual modo, Antonio Palasciano. Alfiere medico dell’esercito borbonico questi venne maturando l’idea del soccorso umanitario sui campi di battaglia. Emergeva, seppure a fatica, l’obbligo morale e naturale di curare i feriti quale che fosse il loro schieramento. Palasciano metteva le basi per quella che sarà la funzione della Croce Rossa. Anche lui dovette andare via da Napoli perché non gradito al generale Filangieri.  

 

Altra figura emblematica del difficile rapporto dinastia – intellettuali è Guglielmo Gasparrini (1803-1866). Il suo percorso si snoda tra l’ateneo e le istituzioni. Fu, per esempio, socio corrispondente delle Società economiche di Capitanata e Terra di Bari.

L’800 europeo è segnato da due giganti: Jean Baptiste Lamarck 

e Charles Darwin. Gasparrini che non è un “fissista”, 

non ignora l’evoluzione della natura.

 

Dialogando con questa cultura europea ne subisce l’influenza ma la arricchisce con i traguardi scientifici che raggiunge con la sua amata botanica, in cui riversa un minuzioso lavoro di analisi, di classificazione. Insieme con Giovanni Gussone e Michele Tenore, Gasparrini fa dell’Orto di Napoli (e del Boccadifalco di Palermo) un avamposto italiano della botanica.

 

Nel 1845 si svolge a Napoli il VII congresso degli scienziati.

 

Con una punta di veleno Giacinto De Sivo annota che oltre 600 vi giunsero e “tenner seduta nella sala mineralogica dell’università”. Gasparrini svolse una relazione sulla fecondazione e sull’origine “dell’embrione seminale nei vegetali”.  

 

L’Alta polizia (oggi si direbbe la Digos) borbonica da tempo lo teneva d’occhio insieme ad altri medici, filosofi, intellettuali. La nota che lo riguarda riporta questo giudizio: “Di pessima condotta politica, morale, religiosa”. Dopo il ‘48 fu costretto ad andare via. Trovò accoglienza presso l’ateneo pavese di cui divenne rettore. È merito di Garibaldi se fu nominato a Napoli ordinario di botanica e direttore dell’Orto.   

 

Considerazioni finali ma non definitive  

 

L’esposizione schematica non è ostacolo ad alcune considerazioni e a una domanda.

La stagione dell’Illuminismo meridionale, nelle sue molteplici articolazioni 

fecondò un’idea nuova di uomo

 

in grado di prendere nelle mani il proprio destino al fine di migliorarlo e di umanizzarlo. La speranza nelle nuove generazioni, nei processi istruttivi ne era una prima manifestazione. Una seconda, pur affermandosi con lentezza giunse a metà ‘800 a riconoscere la salute e la guarigione come diritti di natura che oltrepassavano le brutalità delle guerre e della coppia amico/nemico.  

 

Infine. È ben vero che i Borbone lesinarono i finanziamenti per opere pubbliche all’intero Mezzogiorno a causa di una infausta visione napolicentrica. È però altrettanto vero che le opere realizzate hanno sfidato i secoli. Alla base di quella ingegneria c’è una concezione olistica della natura e del suo rapporto con l’uomo.

 

Solo smettendo il suo atteggiamento predatorio trova legittimazione 

alla sua esistenza nella universalità dei diritti di natura.


Fin da allora, per esempio, l’economia del bosco, per quel suo intimo carattere di universalità e di libertà, fu alla base di un lungo conflitto sociale (le famose lotte per la terra).   

 

Il periodo che va dagli anni ’30 al 1848 diventa così l’arcata cronologica in cui i saperi scientifici, in un rapporto dialettico con i loro fratelli umanistici, danno i frutti migliori della loro stagione.  

 

Il Mezzogiorno si presentò al 1860 con questo bagaglio culturale e politico. Quanto di esso fu disperso o ignorato, e perché? 

 

 

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 BIBLIOGRAFIA 

 

Cappiello Tommaso, Cronichetta di mia vita, (Manoscritto di fogli 176). 

Di Biasio Aldo, in giro per l’Europa. Il viaggio di istruzione di Luigi Giura, in Le vie dell’innovazione, Lugano, Giampiero Casagrande ed. 2009. 

Genovesi Antonio, Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, (a c. di) Nicola D’Antuono, Angri, edizioni Gaia, 2014. 

Lupo Maurizio, Il calzare di piombo, Mi, Franco Angeli, 2017. 

Venturi Franco, (a c. di), Illuministi italiani. Riformatori napoletani. Mi-Na Ricciardi-Mondadori, v. II t. I,1997. 

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DEMOGRAFIA IN BASILICATA di Angelo Raffaele Colangelo – Numero 13 – Gennaio 2019

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DEMOGRAFIA IN BASILICATA

 

Molteplici e profondi sono stati i cambiamenti che ha subito la popolazione della Basilicata dall’Unità ad oggi. Alcuni divari insorti dopo l’unità sono stati superati, altri se ne sono aggiunti. Tuttavia in oltre un secolo e mezzo non si è prodotta una vera convergenza della regione lucana, e più in generale del Mezzogiorno, con la parte più dinamica del paese. E forse sta qui la vera debolezza della politica: la mancanza di una strategia coerente e risolutiva della questione lucana e meridionale. Tutto ciò si riflette sulla società locale, sulle persone, sulle famiglie, sospinte a “difendersi” dal cambiamento, rifugiandosi in una concezione familistica priva di sbocco. Va letto in questo contesto, ad esempio, il fenomeno della fecondità delle donne lucane, un tempo portate ad esempio per l’intero paese (1), ed oggi tra i livelli più bassi e involutivi. Come va letto in tale contesto la continua fuga soprattutto di giovani dalla regione. Fenomeni che sono all’origine della “desertificazione demografica” del territorio regionale. Nello spazio limitato di questo articolo è difficile dare conto di tutte le trasformazioni e le emergenze demografiche; cercherò di evidenziarne le principali, a partire dalla consistenza della popolazione residente registrata nei 15 censimenti che si sono succeduti in 150 anni di storia unitaria.(2) Cercherò anche di cogliere sinteticamente i fattori che ne hanno condizionato l’evoluzione (o involuzione), accennando conclusivamente ai processi di spopolamento che stanno interessando larga parte del territorio regionale.

 

La Popolazione Lucana dall’Unità ad oggi.

 

Il dato che immediatamente colpisce è lo scarso sviluppo della popolazione lucana nel secolo e mezzo di storia unitaria: 509.060 sono le unità censite nel 1861, 578.036 quelle censite nel 2011. In 150 anni, insomma, la popolazione regionale è cresciuta di appena 68.976 unità, pari ad un incremento del 13,55%, corrispondente ad un tasso medio annuo di appena lo 0,09%. Tra le regioni italiane soltanto il Molise riesce a fare peggio, registrando addirittura un regresso assoluto della popolazione residente (passando dalle 355.138 unità del 1861 alle 313.660 unità del 2011, con una perdita di 41.478 residenti pari all’11,68%). Nel periodo considerato la popolazione del paese, nel suo complesso, cresce di 37.257.267 pari al 168%, con una variazione media annua pari all’1,12%.

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 (*) L’andamento demografico anomalo del comparto è condizionato dal fatto che Veneto e Friuli Venezia Giulia sono presenti dal censimento del 1871, mentre il Trentino Alto Adige è presente dal 1921(**) Le province di Roma e di Viterbo sono presenti dal censimento del 1871

È il Mezzogiorno continentale a presentare il minore sviluppo della popolazione tra le diverse ripartizioni del territorio nazionale. Ma tra le regioni che compongono il Sud, la Basilicata risulta tra le più fragili. Nei 150 anni considerati, infatti, la popolazione meridionale (escluso la Basilicata) passa da 6.105.376 a 13.399.395 abitanti con un incremento assoluto di 7.294.019 pari al 119,46%; insomma raddoppia la propria consistenza. Inoltre, a fronte di una popolazione sostanzialmente stazionaria in Basilicata, nelle altre regioni meridionali – fatta eccezione per il Molise – la popolazione cresce significativamente: in Abruzzo (+52,29%), in Calabria (+69,64%), in Campania (+140,05%) e in Puglia (+203,65%).

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In conclusione, la popolazione residente in Basilicata in un secolo e mezzo non è cresciuta. Tuttavia questo sintetico dato è il risultato di un percorso alquanto accidentato e tormentato (non solo demograficamente). Possiamo distinguere diversi periodi nella vicenda della popolazione lucana contemporanea. Un primo periodo, quello del ventennio immediatamente successivo all’unità (1861-1881), nel quale, nonostante la presenza di un profondo disagio sociale, la popolazione cresce, anche se con un ritmo modesto (tasso medio annuo dello 0,29%, contro un tasso medio nazionale dell’1,5% e del resto del Sud dello 0,6%). Un secondo periodo, quello del quarantennio a cavallo del secolo (1881-1921), quando la popolazione lucana decresce fortemente, ad un ritmo medio annuo dello 0,22%. Nel quarantennio considerato l’Italia nel suo insieme cresce ad un ritmo medio annuo dello 0,90%, e la popolazione del resto del Mezzogiorno cresce con un tasso medio annuo dello 0,7%. È il periodo della grande emigrazione transoceanica, che produce fenomeni di spopolamento diffuso sul territorio della regione. (3) Un terzo periodo, il trentennio che va dal primo al secondo dopoguerra (1921-51), quando la popolazione lucana cresce ad un ritmo più elevato della media italiana (tasso medio annuo dell’0,92%, contro una media nazionale dello 0,69%). Anche il resto del Mezzogiorno continentale cresce nel periodo ad un ritmo medio annuo dello 0,92%. È un periodo demograficamente positivo, sotto l’influenza di due fattori determinanti: il persistere di un regime demografico condizionato ancora dall’alta fecondità delle donne lucane e dalle difficoltà ad emigrare, per le restrizioni operate dagli Stati Uniti d’America. Un quarto periodo, dal 1951 in poi, quando la regione sperimenta un nuovo periodo di flessione demografica, soprattutto nel ventennio 1951-71 e dal 2001 in poi. Nell’intero sessantennio la popolazione regionale diminuisce con un ritmo medio annuo dello 0,13%, mentre il paese cresce con un tasso annuo dello 0,42% e il resto del Sud dello 0,31% annuo. Ed è soprattutto nell’ultimo ventennio che la perdita di popolazione diventa drammatica: contro un paese che comunque cresce al un ritmo dello 0,23% annuo ed il resto del Sud sostanzialmente stazionario (tasso medio annuo dello 0,03%), la popolazione lucana decresce con un tasso medio annuo dello 0,27%.

 

Fattori naturali e migratori nella dinamica della popolazione.

 

Al momento dell’Unità il modello demografico lucano – ma anche quello dell’intero paese – rifletteva le condizioni di antico regime. La fecondità era ancora di tipo naturale, nel senso che il comportamento riproduttivo non mutava in funzione dei figli avuti. La nascita, insomma, era un evento al quale non si sapeva come far fronte (si pensi ai neonati abbandonati, ai cosiddetti “esposti”). E la morte era ancora profondamente “ingiusta”, nel senso che recideva la vita nel fiore degli anni, e particolarmente in età infantile. La transizione ad un regime demografico moderno, caratterizzato da bassa natalità e bassa mortalità, in Italia è avvenuta tardi, e in modo particolare nel Mezzogiorno e in Basilicata. Il processo si avvia a cavallo tra XIX e XX secolo, e il regime demografico moderno si afferma soltanto nel secondo dopoguerra. Con riferimento al territorio regionale, il quoziente di natalità per 1000 abitanti passa da 42,1 nel triennio 1862-64 a 35,9 nel triennio 1900-02, riducendosi di 6,2 punti, contestualmente il quoziente di mortalità passa da 39,3 a 28,3, riducendosi di 11 punti, per cui in quasi quarant’anni il tasso di incremento naturale lucano diventa più che doppio (dal 2,9 per mille al 7,6 per mille). La tendenza alla discesa dei tassi prosegue nel tempo, e nel triennio 1961-63 si attesta al 23,6 per mille per la natalità ed all’8,7 per mille per la mortalità: in sessant’anni il primo quoziente si riduce di 12,3 punti ed il secondo di 19,6 punti. Di conseguenza il tasso di incremento naturale sale al 14,9 per mille, quasi doppio rispetto all’inizio del secolo. Negli ultimi cinquant’anni, invece, si verifica un vero e proprio tracollo nelle condizioni demografiche della regione, con un tasso di natalità che sprofonda al 7,65 per mille nel triennio 2010-12 ed un tasso di mortalità che, per effetto dell’invecchiamento della popolazione, subisce un lieve rialzo, collocandosi al 9,7 per mille, e ne consegue un tasso di decremento naturale di circa il 2 per mille.

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Il processo di invecchiamento della popolazione lucana è evidente, se si considera che la quota degli anziani (quelli in età da 65 anni in poi) passa dal 6,6% del 1951 al 20,5% del 2011; nello stesso periodo la quota dei giovanissimi (in età fino a 14 anni) passa dal 29% al 13,3%. Di conseguenza l’indice di vecchiaia (rapporto tra anziani e giovanissimi) passa dal 344,4% al 752,6% (insomma, se vi erano circa 3,5 anziani ogni giovanissimo nel 1951, ve ne sono ben 7,5 nel 2011), e l’indice di dipendenza (rapporto tra anziani e classi centrali di età 14-64 anni) passa dal 10,3% al 30,9% (insomma, se prima vi era un anziano ogni 10 persone in età lavorativa, ora ve n’è 1 ogni 4). L’altro grande fattore di trasformazione demografico e sociale è stato il fenomeno emigratorio. A causa, certo, della pressione demografica sul territorio, ma anche per l’arretratezza dei rapporti produttivi nelle campagne. È la combinazione dei due fattori (demografico e socio-produttivo) a generare una spinta espulsiva così importante, che assume i connotati dell’esodo nel momento in cui i luoghi di attrazione si rendono disponibili e i sistemi di comunicazione rendono più agevolato il movimento. Il flusso di espatrio, infatti, si mostra presto potente: nel periodo 1876-1913 emigrano 376.627 persone, la gran parte (354.110) verso i paesi oltre oceanici, e solo poco più di 20 mila verso i paesi europei. La meta principale sono gli Stati Uniti (199.475 unità, il 53% dell’intero contingente), seguiti dall’Argentina (77.649, il 22%) e dal Brasile (50.484, il 13%); la meta europea più ambita è la Francia (11.132, il 3% del contingente migratorio). La media annua di espatrio ammonta a 9.911 unità, su una popolazione media del periodo che non supera le 550 mila unità. Dopo il periodo bellico, nel quale partono soltanto 13.159 unità, per lo più ricongiungimenti familiari, il flusso riprende subito con vigore, ma dura solo pochi anni a causa del contingentamento all’ingresso deciso dagli Stati Uniti d’America e alla successiva crisi economica mondiale. In tutto il periodo 1919-1925 emigrano 41.228 lucani, con una media annua pari a 5.890. Dopo il 1925 l’esodo dei lucani via via si spegne. In tutto il cinquantennio 1876-1925 sono espatriati dalla regione 431.014 lucani, dei quali 228.260 hanno raggiunto gli Stati Uniti, 92.563 si sono diretti verso le terre argentine, 55.683 sono approdati in Brasile e 13.165 nella vicina Francia, per citare solo le mete più frequentate. La media annua di espatrio in tutto il cinquantennio è di 8.620 unità. Ad emigrare è soprattutto il maschio (303.627 unità, pari al 70,4% del contingente) che parte da solo (270.239 unità pari al 62,7% del contingente); tuttavia, rispetto al complesso dell’emigrazione italiana del periodo, la presenza delle donne (127.387 pari al 29,6%) e soprattutto dei minori (160.775 unità pari al 37,3%) si mostra significativa nel contingente lucano, a segnalare che gli emigranti lucani esprimono più degli altri l’intenzione di partire per non ritornare. La figura professionale più presente nel contingente emigratorio è l’addetto ai lavori campestri (63,8%), seguito a distanza dagli addetti ai lavori di sterro (10,9%), ma anche la presenza di figure artigianali e professionali è significativa (13,3%), a testimonianza che il progetto emigratorio, in realtà, interessa tutta la società lucana. Non tutto il contingente che espatria, ovviamente, diventa perdita demografica definitiva per la regione: c’è chi parte e non ritorna, e c’è chi dopo essere tornato riparte nuovamente (il cosiddetto flusso circolare), ma c’è anche chi dopo un po’ di tempo ritorna definitivamente. Le statistiche ufficiali non registrano le ripartenze né, fino al 1905, i rientri; è quindi complicato avere cifre esatte su quella che viene definita “emigrazione netta”, ossia la perdita netta di lucani che si sono spostati definitivamente all’estero. Le statistiche ufficiali (4) registrano che, nel periodo 1906-25, sono 58.302 emigrati di ritorno, meno del 30% del flusso in uscita. Anche assumendo tale percentuale come valida per tutto il periodo 1876-1925, avremmo comunque una perdita di popolazione per emigrazione superiore alle 300 mila unità (oltre la metà dei residenti in regione al 1881), con un tasso di emigrazione netta pari all’1,16% sulla media della popolazione dal 1881 al 1921, ben più alto del tasso di crescita naturale della popolazione lucana nel periodo. Al termine del secondo conflitto mondiale la pressione demografica sul territorio torna ad essere notevole, ma non si trasforma immediatamente in flusso emigratorio, per il persistere del contingentamento degli sbarchi negli USA e per le condizioni non più favorevoli nelle tradizionali destinazioni latino-americane (Argentina, Brasile), mentre le nuove destinazioni – come l’Australia – non corrispondono pienamente alle aspirazioni dei potenziali emigrati e lo sbocco europeo è ancora molto limitato (quelli svizzero e tedesco si apriranno solo dalla seconda metà degli anni cinquanta). Nel decennio 1946-55 emigrano dalla regione 43.728 unità (10.163 sono i rimpatri, pari al 23,2% degli espatri), ma già nel ventennio successivo il flusso in uscita sale a 194.776 emigranti (76.190 sono i rimpatri, pari al 39,1% degli espatri). La crescita del flusso di ritorno è dovuto al fatto che l’emigrante lucano predilige ormai la destinazione continentale, e diversi paesi europei praticano politiche di scoraggiamento all’insediamento definitivo sul proprio territorio. La vicinanza tra luogo di provenienza e quello di destinazione, e i relativamente bassi costo di trasferimento, inoltre, consentono all’emigrante di partecipare ad un mercato del lavoro allargato, capace di fargli cogliere ogni opportunità di lavoro temporaneo che si crea nei paesi esteri, nel nord d’Italia o nella stessa regione. In sostanza il progetto emigratorio lucano diventa sempre meno un progetto di vita, da condividere con la propria famiglia. L’emigrante è un lavoratore che si muove prevalentemente da solo, pronto a cogliere le opportunità di una domanda di lavoro che nel continente europeo tende ad unificarsi. La partecipazione femminile è scarsa nel movimento emigratorio continentale (solo del 10%, nel quadriennio 1959-63), mentre permane elevata (50% nel contingente) nel movimento transoceanico. Il 43% dell’emigrazione continentale lucana si dirige verso la Svizzera e il 32% verso la Germania Federale, nazioni che forniscono anche alte percentuali di rimpatrio (rispettivamente 29% e 13%).

 

Espatri e rimpatri 1876-2014 : Basilicata, Italia e Sud

 

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Nel secondo dopoguerra parte anche un intenso movimento migratorio interno, con destinazione le regioni del cosiddetto triangolo industriale (Liguria-Lombardia-Piemonte), la cui entità è stimata attraverso il trasferimento di residenza (iscrizioni e cancellazioni anagrafiche). La registrazione anagrafica coglie, tuttavia, solo approssimativamente il movimento reale, perché non sempre chi si muove trasferisce la propria residenza, e comunque non lo fa con contemporaneità; tuttavia questa rimane l’unica fonte statistica per rilevare il movimento migratorio interno. Il fenomeno assume ritmi elevati nel triennio 1961-63 (71.887 cancellazioni a fronte di 34.019 iscrizioni, con una perdita netta di 37.868 unità, corrispondente ad una media annua di 12.623 residenti) e nel triennio 1968-71 (67.216 cancellazioni a fronte di 34.611 iscrizioni, con una perdita netta di 32.605 unità, corrispondente ad una media annua di 10.868 residenti). Dal 1972 in poi il flusso netto si ridimensiona, ma non si esaurisce. Fino al 1981 le destinazioni prevalenti sono le regioni del Nord Ovest, ed in particolare la Lombardia (con unità nette trasferite) ed il Piemonte (con 49.085). Dopo il 1981 il flusso si riduce nelle dimensioni e si distribuisce nelle principali regioni sia del Nord che del Centro Italia; in particolare, perde importanza il Piemonte, mentre emerge il polo attrattivo dell’Emilia Romagna.

 

Saldi dei movimenti anagrafici tra comuni della Basilicata e comuni del

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Muta anche la qualità delle risorse umane che abbandonano la regione: sempre più giovanile e scolarizzata, anche femminile; spesso ci si sposta per proseguire gli studi e non si fa più ritorno.

 

Lo spopolamento attuale

 

Questa continua sottrazione di risorse umane, soprattutto giovanili, non solo ha effetti negativi sulla consistenza della popolazione residente in regione, ma altera profondamente la sua struttura per età. In particolare assottiglia le classi di età demograficamente più produttive, con effetti sulla consistenza della quota di popolazione prolifica e quindi sulla fecondità generale. Quest’ultima è depressa, inoltre, dalla carenza di servizi di conciliazione tra famiglia e lavoro e dal carico, sulla componente femminile, dei servizi di assistenza a una popolazione sempre più anziana. Studi demografici sulla fecondità, sia a livello europeo che nazionale, hanno mostrato come le aree con minori servizi di conciliazione subiscono un doppio effetto negativo: l’occupazione femminile stenta a decollare e la fecondità si riduce sempre di più. In questo modo si spiega l’inattesa inversione territoriale nella fecondità in Italia, dove regioni tradizionalmente feconde come la Basilicata fanno sempre meno figli, mentre le regioni settentrionali vedono un incremento relativo delle nascite. E ciò non soltanto per effetto delle immigrate, il cui comportamento riproduttivo sta via via allineandosi a quella delle italiane, ma proprio per la maggiore disponibilità di servizi di conciliazione.

Numero medio di figli per donna ed età media della donna al parto

 

 

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Sono queste le ragioni che portano alla crescita del “malessere demografico” nella regione lucana. Il demografo Antonio Golino, analizzando il fenomeno dello spopolamento nelle regioni italiane, con riferimento al 1991, per la Basilicata parla di “malessere demografico relativamente diffuso e crescente”. (5) I comuni più compromessi (“in grave crisi demografica”) risultavano 11 e quelli comunque in difficoltà (“tasso di incremento naturale medio annuo…sceso al di sotto dello zero”) ben 69. Ricalcolando con i medesimi criteri i valori dei comuni lucani con i dati del censimento 2011 viene fuori che i comuni più compromessi salgono a 67 e quelli comunque in difficoltà a 51. È stato osservato (6) che in presenza di condizioni di arretratezza e di diffuso malessere sociale (oltre che demografico), le aspettative dei cittadini e i meccanismi di consenso finiscono per adattarsi ali livelli più bassi, facendo quindi venir meno la necessaria spinta critica verso i soggetti pubblici, i quali finiscono per non trovare le motivazioni per una politica di cambiamento. Sono convinto che ciò accresce la responsabilità di una classe dirigente che intende prendersi cura dei cittadini che amministra e del territorio che governa, e per costruire risposte adeguate e coerenti a queste condizioni di malessere è opportuno avere piena cognizione delle cause che ancora le determinano.

Note

 

(1) “La Lucania ha un primato che la mette alla testa di tutte le regioni italiane: il primato della fecondità, la quale è la giustificazione demografica e quindi storica dell’impero” (B. Mussolini, comizio a Potenza del 27 agosto 936). Citato in R. Villari “Il sud nella storia d’Italia”, vol. II, Laterza 1974

(2) Nei primi censimenti unitari viene rilevata soltanto la popolazione presente. Tuttavia l’ISTAT ha ricostruito quella residente per tutti i censimenti e per tutti i comuni. Cfr. ISTAT “Popolazione residente dei comuni. Censimenti dal 1861 al 1991”, Roma 1994

(3) Come testimonia Francesco Saverio Nitti nella sua “Inchiesta sulle condizioni dei contadini in Basilicata e in Calabria” del 1910, riportata in “Scritti sulla questione meridionale”, Laterza 1968

(4) Commissariato Generale per l’Emigrazione “Annuario dell’emigrazione italiana dal 1876 al 1925”, Roma 1926

(5) Golino-Mussino-Savioli “Il malessere demografico in Italia”, il Mulino 2000

(6) Casavola-Utili “Il Mezzogiorno: politiche per la crescita e riduzione delle disuguaglianze”, nel volume curato da Guerzoni “La riforma del welfare. Dieci anni dopo la Commissione Onofri”, Il Mulino 2008

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INCONTRI RAVVICINATI di Sergio Lambiase – Numero 10 – Marzo 2018

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INCONTRI RAVVICINATI

 

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a Napoli, c’è una stretta scala che porta al ballatoio dove sono allineate le arche degli Aragonesi. Impossibile accedervi. Prima sì, era lecito, i padri domenicani chiudevano volentieri un occhio, anche se era raro che qualcuno si avventurasse lassù.

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I bauli, ricoperti di sete e broccati, non avevano serratura. Si potevano sollevare i coperchi e guardare i corpi adagiati su letti di resina, foglie, argilla. Da ragazzo ho avuto più volte il privilegio di contemplare la mummia di Ferrante, di Isabella d’Aragona, di Fernando Francesco d’Avalos vincitore della Battaglia di Pavia, dei principi bambini, senza che nessuno m’abbia fermato o abbia gridato all’effrazione. Privilegio assoluto. La luce scialba del lucernario non impediva di osservare profili e velluti. Incontri ravvicinati. Corpi di marziani rivestiti di una leggera patina verde, come di muffa o di licheni affioranti. C’erano elementi di attrazione, seduzioni che non si possono dimenticare.

Lunghi abiti di velluto, cinture con pietre preziose incastonate, 

gorgiere, scarpine di raso,


cappelli eleganti qualche volta calati su volti ossificati. Molti di questi reperti sono da alcuni anni nelle bacheche del museo attiguo alla sagrestia, prima fasciavano i corpi di oro, di rosso e di verde cupo. Li ingentilivano. Li carezzavano. Li rendevano presentabili per l’Ade. 

 

A San Domenico gli Aragonesi ci sono tutti. Manca all’appello solo il capostipite, Alfonso I il Magnanimo, la cui mummia fu portata nel 1667 a Santa Maria di Poblet, in Catalogna. 

 

Una ventina di anni fa scrivevo per un giornale di Roma anch’esso defunto. Si chiamava “Reporter” ed era diretto da Enrico Deaglio. Un giorno telefono al caporedattore (che era Adriano Sofri) per dirgli: “Caro Adriano, mi piacerebbe fare un articolo su San Domenico, perché nel convento ho scoperto che c’è uno di Lotta continua che ha deciso d’indossare il saio”. “Vabbè” dice Sofri sbrigativo e mi manda un bravissimo fotografo di Salerno per corredare il testo di immagini. Ma al convento l’ex Lotta continua si mostra subito reticente nei miei confronti, proprio non gli va di raccontare la sua storia e le sue lotte, adesso premono gli studi tomistici; i giorni dei cortei, delle parole scarlatte, degli scontri con la polizia sono acqua passata. Scornato, mi rifugio col fotografo nella sagrestia. Ma qui mi attende una sorpresa!

Il consueto silenzio del luogo è rotto infatti dall’andirivieni di due medici al lavoro con tanto di guanti e mascherine.   

 

Salgono e scendono la scaletta che porta al ballatoio con le arche. Sono affannati, sudati, i camici sporchi, come in ‘Medici in prima linea’. Nella sagrestia c’è una luce ancora più scialba perché fuori piove. Ad un certo punto m’arrampico anch’io sul ballatoio col fotografo. I due m’accolgono con iniziale diffidenza, ma poi mi accompagnano in una stanzetta di fianco alle arche dove scorgo un tavolo anatomico con una lunga massa spugnosa al cui centro intravedo una chiostra di denti neri!

 

“Sa cosa è?” mi dice con enfasi uno dei medici (il più affabile) 

che corrisponde al nome di Gino Fornaciari. Il fotografo spara più volte col flash. “Sono i resti di Maria d’Aragona, duchessa del Vasto”. 

 

Mi giro intorno. Su di un tavolino vedo un microscopio, un’ampolla, delle boccette, pinze e bisturi da sala operatoria. Una sedia ai piedi del tavolo ospita una collana di pietre scure, delle bende, qualcosa come un abito stropicciato, tra il giallo e l’avorio, con un cuoricino rosso “Vuole sapere di cosa è morta la nostra Maria? Quasi certamente di sifilide. In una piega del corpo abbiamo trovato infatti tracce certe di treponema pallidum, anche se aveva un principio di tumore all’utero!” 

 

Gino Fornaciari, l’ho scoperto dopo, è il più grande esperto italiano (o al mondo?) di archeologia funeraria. Nel Sud d’Italia ha lavorato spesso: a lui si deve lo studio a Venosa dei resti di Alberada di Buonalbergo, moglie di Roberto il Guiscardo, quello di Iolanda di Brienne e Isabella di Inghilterra nella Cattedrale di Andria, il rilievo paleopatologico degli scheletri della “Casa di Polibio” a Pompei, l’indagine nel Duomo di Salerno del corpo di Gregorio VII (quello che costrinse l’imperatore di Germania Enrico IV a prostrarsi, il capo coperto di cenere, dinanzi alla rocca di Matilde di Canossa, in segno di sottomissione).

Fornaciari ha studiato anche ciò che rimane della stessa Matilde, dell’Uomo di Similaun, dei duchi di Montefeltro, di Sant’Antonio 

da Padova, dei soldati uccisi a Marengo, del conte Ugolino,

 

delle mummie precolombiane, del musicista Luigi Boccherini a cui Fornaciari ha diagnosticato post mortem la scoliosi del violoncellista. Ricordate il film Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo? Ebbene il nostro paleopatologo tratta le mummie con la stessa disinvoltura di Harrison Ford. A Napoli la sifilide è portata dalle truppe di Carlo VIII e qui si scopriranno i primi casi. La città s’infranciosa, come accadrà tra il 1943 e il 1945 con le truppe alleate. È una malattia “alla moda” per il XVI secolo, come l’Aids quattro secoli più tardi. Girolamo Fracastoro le dedicherà un poema in latino: Syphilis seu de morbo gallico, Pietro Rostinio il primo trattato medico sull’argomento – è il 1556 – avvertendo: 

“’l mal francese è male nuovo, di cui niuno giamai fece mentione”, anche se sono passati circa sessant’anni dall’arrivo 

dei soldati di Carlo a Napoli. 


La sifilide fa strage a corte, come testimonia il lungo, appassionato studio dedicato da Fornaciari ai corpi degli Aragonesi, frutto appunto dell’intensa esplorazione compiuta fra il 1983 e il 1987. Per difendersi dall’assalto del morbo gallico tutti i rimedi sono buoni. Ad esempio strofinarsi l’unguento di mercurio sui denti (“Una notte con Venere, tutta la vita con Mercurio” si diceva allora); ma il mercurio a furia di usarlo annerisce i denti, e invano si cerca di togliere via la patina scura che si forma, usando stuzzicadenti metallici o d’avorio, come farà Maria d’Aragona, ma anche Isabella d’Aragona duchessa di Milano, deceduta quasi sicuramente di mal francese.

Ricordo ciò che mi disse Fornaciari: “La sifilide ha risparmiato 

nessuno nella Napoli del ‘500, sa, né ricchi né poveri!”.


Con la differenza che i poveri finivano all’Ospedale degli Incurabili, mentre i ricchi restavano tra le lenzuola ricamate dei propri letti. Ma di quali altri malattie soffrivano gli Aragonesi? Ferdinando Orsini, duca di Gravina in Puglia, “aveva un tumore maligno nella regione naso-orbitaria destra” (leggo nel gran romanzo-rapporto di Fornaciari); Ferrante d’Aragona, re di Napoli, “un adenocarcinoma della prostata”; il vaiolo aveva ucciso un bimbo di due anni (a San Domenico vi sono arche piccole come culle); Luigi Carafa, principe di Stigliano, soffriva di una “iperostosi idiopatica scheletrica diffusa”; Antonello Petrucci, decapitato per la sua presunta partecipazione alla congiura dei baroni, presentava “voluminosi calcoli della colecisti”.

E poi “un ignoto gentiluomo deceduto nella prima metà del XVI secolo reca una ferita mortale da punta, verosimilmente di spada, fra l’ottava 

e la nona costa di sinistra, sulla linea emiclaveare”. 


Per tutti, o quasi tutti, abusi di zuccheri, carni, vino, grassi di origine animale, con tendenza a sviluppare obesità, gotta, diabete, cirrosi, denti guasti, tumori dell’intestino. Sullo sfondo la tentazione dell’alcova, ma lasciando che il
treponema pallidum compia la sua opera distruttiva. 

 

Ma ai ragazzi e alle ragazze di scuola che, coi loro insegnanti, vengono in visita a San Domenico non si possono raccontare queste tragedie e miserie umane, anche se lo sguardo è rivolto in su, alle arche allineate come i vagoni di un treno in miniatura. O, per lo meno, non si possono raccontare interamente, benché film e videogame li abbiano abituati al genere horror; ma qui non si tratta di finzione.

Grazie alle auscultazioni di Fornaciari sappiamo tantissimo
degli Aragonesi e delle loro terribili malattie. Non sapremo mai, 

invece, di cosa è morto il padre domenicano Richard Luke Concanen, primo vescovo cattolico di New York, il cui corpo è sepolto nella sagrestia di San Domenico sotto una lapide del pavimento.


Concanen nacque in Irlanda nel 1747 e morì a Napoli nel giugno del 1810, nella vana attesa di imbarcarsi per prendere possesso della sua carica, perché il blocco continentale impediva alle navi di prendere il largo verso i porti americani. Sulla tomba dello sfortunato vescovo di New York i ragazzi di solito accumulano i loro zainetti. 

 

 

 

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ARCHIMEDE GENIO DEL SUD di Fabio de Paolis – Numero 9 – Dicembre 2017

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 ARCHIMEDE GENIO
DEL SUD

Sebbene dai più sia ricordato soprattutto per la sua attività di ingegnere e inventore, capace di ideare macchine belliche e dispositivi meccanici di vario tipo, Archimede di Siracusa, matematico, fisico e astronomo, è il maggiore scienziato dell’antichità. Gli storici romani raccontano che il console Marco Claudio Marcello, dopo avere con la forza e uno stratagemma espugnato Siracusa, si arrampicò nei luoghi più elevati, per vedere dall’alto la bellissima città sottomessa. Una immagine questa, che lo commosse fino alle lacrime. Lacrime di gioia per una così grande vittoria, ma anche lacrime amare, dovute alla pena di vedere deturpata dal suo esercito la più bella e ornata città greca d’Occidente.

 

Siracusa nel III secolo era la capitale di un regno piccolo 

per territorio ma importante nell’ambito degli stati ellenistici 

del Mediterraneo. Grazie al suo illuminato Basileus Ierone II 

il regno aveva una salda struttura amministrativa e perseguiva, 

con i più potenti Stati dell’epoca, un’accorta politica impostata 

su equilibrati rapporti diplomatici ma, soprattutto, con l’Egitto, 

paese allora all’avanguardia in campo scientifico.

 

Non a caso Archimede fu mandato a studiare ad Alessandria nella scuola fondata da Euclide, dove strinse amicizia con il geografo Eratostene da Cirene, con l’astronomo Conone di Samo e con il matematico Dositeo di Pelusio, e dove visse gli anni fondamentali della sua formazione scientifica. Quando il nostro genio tornò a Siracusa (città dove Archimede scrisse tutte le sue opere) la città godeva di un lungo periodo di pace e di prestigio internazionale. Era divenuta uno straordinario centro culturale ove s’irradiavano intense correnti artistiche e scientifiche che la rendevano città di primissimo piano. Per la centralità della sua posizione, per il volume dei traffici, per la sua la ricchezza economica fondata sull’agricoltura e sul commercio, e soprattutto per la qualità delle relazioni internazionali, Syrakousai era un centro di cultura tecnico/scientifica in cui interagivano i migliori specialisti in circolazione. La fiorente economia di Siracusa e del suo territorio era radicata nella ricchezza della sua produzione agricola a cominciare dal grano, dalla produzione del pesce salato, dalla produzione di vasellame, dalla coroplastica, dalla raffinata toreutica e dalla impareggiabile oreficeria. Una città modello soprattutto per le straordinarie architetture civili e militari di cui era dotata (in primis il Castello di Eurialo).

La Siracusa che commosse Marcello possedeva 27 chilometri 

di mura che le garantivano una formidabile difesa sia dalla parte 

del mare, sia da quelle di terra. Era chiamata anche la Pentapoli,

 

una città che comprendeva cinque grandi quartieri, che erano a loro volta delle vere e proprie città fortificate: l’Acradina, il quartiere posto al centro, il più grande e più popolato, tutto ruotante intorno alla grande Agorà attraversato da grandi strade rettilinee secondo il modello greco; la Neapoli, un quartiere monumentale dedicato al culto e allo spettacolo, con l’Anfiteatro, la Stoà, l’Ara di Ierone, il tempio di Apollo, il teatro lineare, e nelle vicinanze il tempio di Demetra e Kore; la Tyche (così denominato per la presenza di un tempio dedicato alla dea fortuna), un quartiere bagnato sulla sommità dal famoso torrente Timbri, un quartiere fornito di templi, ginnasio, torri e mura; poi l’Epipoli, che era un nuovo vasto quartiere inaccessibile dall’esterno, concepito per scopi militari e quindi poco popolato, interamente roccioso e a picco, anch’esso completamente circondato da possenti mura e torri; ed infine Ortigia, isola volgente verso terra con le sue mura turrite. Un quartiere che viveva avulso dal resto della città e che, secondo un antico giudizio, era al tempo stesso città forte, seggio di monarchi, luogo di traffici, ricovero di navi mercantili e da guerra, con un palazzo fortificato, sede del tiranno con la sua corte, un Athenaion, vasti granai fortificati, e un piccolo porto. Questa era la Siracusa del III secolo, la grande metropoli siceliota dove nacque e morì Archimede. Una città eccezionalmente fortificata e, prima dell’arrivo delle aquile romane, una delle poche città mai espugnate. Narrano gli annalisti che quando i Siracusani videro i Romani con la loro formidabile macchina da guerra investire la città dai due fronti rimasero storditi e ammutolirono di timore. Pensarono che nulla avrebbe potuto contrastare l’impeto di un attacco in forze di tali proporzioni. 

Secondo Tito Livio “la città sarebbe stata subito presa, 

se non vi fosse stato un sol uomo, Archimede, sopra ogni altro contemplatore del cielo e delle stelle, ma più meraviglioso 

inventore e costruttore di macchine guerresche e di ordegni, 

il quale distruggeva in un momento le faticose 

opere di offesa contro la città.


Le mura della città furono da lui fortificate in modo assai vario. Contro le navi più lontane, catapulte lanciavano pesanti pietre, contro le più vicine nugoli di frecce. Opportune feritoie nelle mura permettevano ai difensori di colpire senza essere feriti; uncini di ferro (la manus ferrea), legati da catene, afferravano le navi che si avvicinavano troppo alle mura, e le sconquassavano. Dalla parte più alta delle mura, enormi massi lanciati rotolavano con violenza lungo il pendio naturale delle colline esterne, contro gli assalitori”. Fonti più tarde attribuiscono ad Archimede anche l’invenzione degli specchi ustori, mediante i quali avrebbe incendiato molte navi romane che dal mare assediavano Siracusa. Specchi a parabola ove i raggi del sole, essenzialmente paralleli, si concentravano in un punto chiamato fuoco, e proiettavano con precisione il calore sul legno e sulle vele delle triremi. Racconta Plutarco che le macchine costruite da Archimede (tra cui la Coclea, una pompa a spirale per il sollevamento dell’acqua, dispositivo noto come vite di Archimede; o il Planetario, da lui creato con lo scopo di predire il moto apparente del sole, della luna e dei pianeti; o l’orologio ad acqua, frutto di studi di pneumatica antica) non costituivano per lui oggetto di profondo studio, ma egli si occupava di fabbricarle e studiarle per le insistenti richieste del re Gerone (suo parente), il quale lo aveva persuaso della necessità di volger la sua attenzione dalle cose speculative a quelle materiali, per i bisogni più concreti e più sentiti dalle moltitudini. 

 

Gerone aveva visto lungo, all’impressionante peso dei suoi scritti, che spaziano dalla geometria all’idrostatica, dall’ottica alla matematica, dall’idraulica all’ astronomia, fanno da contraltare le eccezionali intuizioni che, nel campo della tecnologia meccanica, ci consegnano Archimede come il genio assoluto e erga omnes l’inventore per antonomasia. 

Dopo ventitré secoli il nome di Archimede è sinonimo di invenzione e innovazione nel campo della produzione e del design.

L’elenco sarebbe lunghissimo, basti ricordare che, il 14 marzo si festeggia in tutto il mondo il PI greco day (il 3,14 dei paesi anglosassoni, conosciuto anche come costante di Archimede) ove vengono organizzati concorsi di matematica, un momento planetario in onore di Archimede, che viene citato e commemorato. Sempre in onore del nostro genio sono stati nominati sia il cratere lunare Archimede, che l’asteroide 3600 Archimede. Nella medaglia Fields, la massima onorificenza per matematici, in un verso della medaglia c’è il ritratto di Archimede con iscritta una frase a lui attribuita “Transire suum pectus mundoque potiri” (Elevarsi al di sopra di se stessi e conquistare il mondo). Nell’arte Archimede è stato onorato soprattutto da Raffaello nell’affresco vaticano della scuola di Atene, il divino pittore lo rappresenta intento a studiare la geometria, e le sue sembianze sono di Donato Bramante. Anche all’interno della colonna Traiana, costruita da Apollodoro di Damasco, la struttura ad elica dell’interno è visibilmente un preciso richiamo alla vite idraulica ideata da Archimede.

 

Nel corso della propria esistenza anche Leonardo da Vinci dimostrò più volte ammirazione per Archimede, soprattutto per le sue capacità di affrontare proficuamente problemi di statica e di geometria
da cui trarre applicazioni pratiche.

 

Leonardo lavorò a un particolare cannone a vapore (l’architronito) che attribuì al genio di Archimede. Anche Galileo cominciò molto presto a studiare Archimede, che definiva il suo maestro. Particolarmente apprezzati da Galileo furono i trattati “Sui galleggianti e Sull’equilibrio dei piani “. “Voi aspettate io invento; se c’è gente che proprio non sopporto sono gli inventori; il cliente ha sempre ragione” non sono motti del nostro genio siracusano ma di Archimede Pitagorico (Gyro Gearloose) un gallo con i piedi antropomorfizzati e con fattezze umane. Nato nel 1952 dalla penna di Carl Banks con le caratteristiche del nostro eroe, Archimede Pitagorico è un papero da laboratorio straordinariamente intelligente e creativo, che trascorre ore nella sua disordinata officina. Perennemente scapigliato, è apparentemente avulso delle cose terrene, ed è sempre circondato da fogli stracolmi di calcoli e geometrie, papiri da cui difficilmente si separa per distrarsi a parlare col prossimo. Nonostante tutte le stravaganze, l’amatissimo Archimede Pitagorico è destinato a non morire mai, a differenza di Archimede da Syrakousoi, a cui questo lato del carattere risultò fatale. 

 

Seguendo il racconto degli storici proviamo a immaginare 

i suoi ultimi momenti.

 

Siracusa era in festa per il giorno di Artemide quando le legioni di Marcello penetrarono nella città abbandonandosi al saccheggio. Un legionario romano entrò nella casa di Archimede, che probabilmente abitava nell’Acradina. La sua era una tipica casa siracusana del tipo a peristilio, con accesso sulla via principale, dotata di un corridoio d’ingresso che conduceva in un cortile intorno a cui erano disposte le camere. Penetrò in quella di Archimede, che nel frattempo non si era accorto che la città era caduta, con i Romani penetrati all’interno. Il soldato lo trovò con la barba folta, le sopracciglia contratte e la capigliatura scompigliata. Indossava un mantello ed era probabilmente chino su di un tavolo mentre studiava con in mano il suo bastone per tracciare figure. Il legionario gli si avvicinò ordinandogli più volte di seguirlo, ma Archimede lo ignorò completamente, provocando l’ira del soldato che con la daga lo trafisse sul posto.

 

Questa fu la fine di un uomo semplice e puro, con una straordinaria capacità di attenzione e di lavoro, uno spirito di concentrazione 

che spesso gli faceva dimenticare di mangiare, di dormire.

Che gli faceva trascurare la sua persona, a tal punto che si racconta che anche quando si ungeva il corpo con l’olio, con il dito vi conduceva linee e geometrie. Si dice che Marcello fosse afflitto per questa morte, allontanasse l’uccisore, facesse ricerca dei parenti di Archimede rendendo loro onore. Nel 75 a.C., Marco Tullio Cicerone, questore in Sicilia, cercò e scoperse la tomba di Archimede finita nel dimenticatoio, sulla lapide erano scolpiti un cilindro circoscritto ad una sfera con un iscrizione indicante il rapporto tra i volumi e le superfici dei due solidi.

ArchimedeMuore
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TARTUFI E RICERCA ALL’UNIVERSITÀ DELL’AQUILA Di Giovanni Pacioni – Anna Maria Ragnelli – Numero 7 – Aprile 2017

Confezioni di tartufo bianco trattato con film edibile

Tartufi
e ricerca
all’università
dell’aquila

 

 

Tomografia del suolo effettuata con uno speciale georadar.
Tartufi bianchetti, Tuber borchii, nel loro habitat naturale
cat-scienza
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giovannipacioni
annamria_ragnelli

I tartufi sono i corpi fruttiferi sotterranei di alcune specie di funghi appartenenti al genere Tuber (Ascomiceti) che vivono in simbiosi con gli apparati radicali di piante ospiti, principalmente alberi quali noccioli, querce, carpini. Tale simbiosi è detta “micorriza” (dal greco mico= fungo e riza= radice) ed è fondamentale per la sopravvivenza della quasi totalità delle piante. Dal punto di vista biologico, i corpi fruttiferi dei funghi sono strutture deputate ad assicurare la sopravvivenza e la diffusione della specie tramite la produzione di spore, un po’ come i semi per le piante 

 Sviluppandosi tuttavia in maniera sotterranea, i tartufi sono impossibilitati a disperdere nell’aria le loro spore, 

come fanno la maggior parte dei funghi. 

Nel corso della loro evoluzione – che dovrebbe 

esser durata oltre cento milioni di anni – hanno però sviluppato complessi meccanismi per relazionarsi con l’ambiente 

ed anche risolvere il problema della dispersione 

delle spore.

I tartufi, infatti, producono moltissime sostanze volatili (VOCs, Volatile Organic Compounds) che regolano la loro vita sociale nei confronti dei microrganismi del suolo e delle piante, ed alcune di queste sostanze, che noi percepiamo come odore, svolgono il compito di attirare animali (insetti e mammiferi) per farsi mangiare e, in questa maniera, poter disperdere le spore. Esse, infatti, sono estremamente resistenti e possono attraversare indenni gli apparati digerenti degli animali, che in questa operazione vengono ricompensati, oltre che da cibo, da uno stato di grande benessere dovuto a sostanze, biologicamente attive, prodotte dai tartufi stessi: questi, dunque, sono nati per essere mangiati e perciò non ne esistono, di per sé, di velenosi. La raccolta del prodotto naturale è affiancata dalla coltivazione di piante arboree con gli apparati radicali opportunamente infettati dal tartufo. Diverse specie, infatti, sono coltivabili e ciò ha esteso la produzione delle specie europee in altri continenti nelle aree con clima mediterraneo, ovvero con inverni miti e primavera ed autunni piovosi. Non a caso, oggi, accanto a Italia, Francia e Spagna, abbiamo l’Australia come quarto produttore mondiale.

È noto che alcuni tartufi, come il bianco Tuber magnatum 

od il nero pregiato Tuber melanosporum, sono tra gli alimenti più costosi al mondo.

Le loro qualità risiedono nella emissione, a piena maturità, di un complesso di sostanze volatili che vengono prodotte in condizioni di microaerobiosi, ovvero di scarsa presenza di ossigeno data la crescita sotterranea, ed alla loro produzione partecipa anche la microflora (batteri e funghi lievitiformi e filamentosi), estremamente ricca ed abbondante, che vive in maniera asintomatica al loro interno. La cultura gastronomica del tartufo ha una storia millenaria ed è strettamente legata all’Italia, dalla quale è passata in Francia per diffondersi a livello planetario.

Per molti secoli, fino al Novecento, L’Aquila, insieme a Norcia, è stata la capitale del tartufo nero, il centro di raccolta e di una rete commerciale che nel Rinascimento arrivava sino in Germania. 

Oggi, la sua Università ospita uno dei gruppi di ricerca sulla biologia del tartufo maggiormente apprezzati a livello internazionale. Attivo dalla fine degli anni ’70 del secolo scorso, ha iniziato ad occuparsi della biologia dei tartufi in maniera totale, dalla ecologia, biochimica, fisiologia fino alle attuali scienze “omiche”, una neonascente classe di discipline legate alla biologia molecolare e alla genetica, nell’ambito delle quali a L’Aquila si studiano la genomica, la trascrittomica ed a breve la metabolomica. 

È stato il primo laboratorio nel mondo, a studiare: 

– la composizione dell’odore di diverse specie dei tartufi neri e la composizione dei prodotti aromatizzati al tartufo; –  gli effetti delle sostanze volatili sulla flora microbica del suolo, sulla germinazione dei semi delle piante erbacee e sulla attrazione degli animali deputati alla dispersione delle spore; 

 –  il processo di melanizzazione e di morte cellulare programmata durante lo sviluppo dei corpi fruttiferi; 

 – a seguire le fasi di sviluppo dei tartufi nel suolo attraverso uno speciale georadar; 

 – ad evidenziare la presenza di una ricca microflora batterica e fungina (microbioma) all’interno dei tartufi sani; 

 – ad ottenere la prima fase embrionale della formazione del tartufo; 

 – a scoprire che i tartufi maturi contengono cannabinoidi, tra i quali l’anandamide, il cosiddetto “ormone della felicità”. Ha, inoltre, fatto parte del consorzio internazionale che ha sequenziato il genoma di Tuber melanosporum, pubblicato nel 2010 su Nature, ed ha organizzato nel 1992 un Congresso Internazionale sul Tartufo, presso il Forte spagnolo della città, che ha visto la presenza di oltre 650 partecipanti provenienti da tutti i continenti.

Nel corso della sua attività ha ottenuto tre brevetti, due dei quali sulla produzione vivaistica di piante micorrizate che danno lavoro da più di venti anni ad una cooperativa, ed uno per la conservazione dei tartufi freschi, che è stato oggetto di ripetute presentazioni nel corso dell’EXPO2015 ed ha permesso la nascita di una start-up di successo sul territorio aquilano.

L’interesse suscitato da quest’ultima ricerca risiede nell’aver superato le difficoltà finora incontrate in campo scientifico nel migliorare la qualità e la conservazione del prodotto fresco. Numerosi sono, infatti, i problemi che si rilevano in proposito, ascrivibili a molteplici fattori: brevi periodi di maturazione per le diverse specie commerciali; stagionalità della produzione; limitata possibilità di conservazione; perdita della capacità di produrre gli aromi in conseguenza dei cambiamenti metabolici; perdita di acqua e di peso; controllo della microflora ospite all’interno del tartufo; differenziazione della conservazione a seconda della pezzatura e dell’integrità del corpo fruttifero. 

A L’Aquila, abbiamo sviluppato un sistema di conservazione basato su un film edibile specificatamente realizzato per questi scopi.

“Film edibile” significa che il tartufo viene rivestito con un sottilissimo strato continuo di materiale, composto da sostanze commestibili, e che quindi può essere consumato così com’è. Nel nostro caso, si è ricorsi ad una proteina vegetale purissima, alla quale sono state aggiunte diverse altre sostanze, che hanno permesso di ottenere un prodotto, invisibile e insapore, estremamente efficace per ovviare a tutti i problemi sopra esposti. Una volta estratti dal suolo, infatti, i tartufi subiscono un cambiamento di condizioni (aria ed ossigeno) che porta ad una perdita progressiva della capacità di produrre VOCs e ad un cambiamento della stessa composizione dell’aroma, data la presenza di ossigeno e la diminuzione dell’attività metabolica. Gli aromi dei tartufi vengono infatti prodotti solo da esemplari vivi e mantenuti quanto più possibile nelle condizioni originarie. Le diverse forme di condizionamento (inscatolamento o surgelazione) uccidono il tartufo ed alterano completamente le sue qualità organolettiche. Chiudendoli in contenitori, il loro ricchissimo microbioma non è più sotto controllo ed i batteri e funghi ospiti innescano fenomeni putrefattivi. Accanto ai metodi tradizionali ed empirici per prolungare la vitalità dei tartufi, negli anni più recenti sono stati proposti diversi sistemi innovativi, oggetto anche di alcuni brevetti, come immersione in olio, irradiazione, rivestimenti plastici o atmosfera controllata, ma che non rispondono pienamente agli obiettivi. 

La globalizzazione imperante, che non ha risparmiato neanche la produzione tartuficola, ha imposto una riflessione ancor più attenta sul problema della conservazione del prodotto fresco, quanto mai sentito al giorno d’oggi anche per l’uso del tartufo nella cucina internazionale. Ed il nostro film edibile sembra attualmente rappresentare la soluzione più idonea.

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LA FABBRICA SALERNITANA DELL’INNOVAZIONE: di Maurizio Campagna – Numero 7 – Aprile 2017

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Il settore farmaceutico costituisce un motore trainante dell’economia nazionale: nel 2015 l’Italia è stata il secondo produttore nell’area UE, preceduta di misura soltanto dalla Germania e staccando la Francia per oltre 6 miliardi di euro nel valore della produzione totale. Quest’ultima ha superato i 30 miliardi. Secondo la Banca d’Italia, dopo la doppia recessione, il settore farmaceutico è l’unico ad aver aumentato la propria capacità produttiva1. Gli addetti superano le 63.000 unità alle quali devono essere aggiunti i 66.000 lavoratori dell’indotto.

LA FABBRICA SALERNITANA DELL’INNOVAZIONE

 

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Nel periodo compreso tra il 2010 e il 2015 l’export italiano del settore ha fatto registrare una crescita del 57% a fronte del valore medio UE del +33%. Anche il Sud fa la sua parte. L’industria farmaceutica, infatti, è presente in modo significativo anche nelle regioni meridionali: in Abruzzo, Campania, Puglia e Sicilia si contano complessivamente più di 13.000 unità tra addetti diretti e nell’indotto. In alcuni distretti, come ad esempio a Bari, Brindisi e Catania, l’industria farmaceutica copre un’elevatissima percentuale dell’exportcomplessivo. Tra le ragioni di questo “miracolo italiano”, un ruolo di primo piano deve essere riconosciuto agli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) che, negli ultimi due anni, sono aumentati del 15%.

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Lo sviluppo e la crescita del settore pharma, infatti, favoriscono virtuose sinergie tra comparti produttivi: si pensi, infatti, alle ricadute positive, anche in termini occupazionali, principalmente nell’ambito della meccanica o del packaging.

L’industria del farmaco è terza per spesa totale in R&S,

dopo quella dei trasporti e quella meccanica, e prima per volume di investimenti in rapporto agli addetti. Le domande di brevetto sono cresciute del 54% e sono più di 300 i prodotti biotech in sviluppo. Il settore farmaceutico ben rappresenta, dunque, quel modello di produzione che, da più parti, è indicato come l’unico in grado di traghettare la stanca economia italiana, al di fuori delle secche di una crisi ormai duratura. Si tratta, infatti, di una crescita economica basata sull’elevata professionalità dei lavoratori: il 53% del totale degli addetti nel settore è costituito, infatti, da personale laureato2. Il pharma, inoltre, più di altri comparti della produzione, vive e si alimenta di ricerca e innovazione. Il buon rapporto con l’Università è quindi cruciale, non soltanto perché gli atenei formano i professionisti che saranno impiegati nelle diverse realtà aziendali del Paese, ma anche perché l’innovazione farmaceutica non può fare a meno della collaborazione con l’industria se si vuole assicurare l’immediata trasferibilità dei risultati della ricerca sul mercato.

In questo contesto si inseriscono le attività del Dipartimento di Farmacia dell’Università degli Studi di Salerno (DIFARMA).

Istituito nel 2010 in applicazione della riforma universitaria Gelmini (l. n. 240 del 2010) che, come è noto, ha sostituito le Facoltà con i Dipartimenti, il DIFARMA riunisce l’esperienza e il lavoro della Facoltà di Farmacia e del Dipartimento di Scienze Farmaceutiche e Biomediche, oggi disattivati, e costituisce la sola struttura scientifica e didattica di riferimento sul “Farmaco”nell’Università di Salerno. Il Dipartimento può contare su una dotazione strutturale e strumentale competitiva e all’avanguardia: 3000 mq di laboratori e attrezzature per un valore superiore agli 8 milioni di euro. Per il completamento della ricerca biologica, farmacologica, medica e farmaceutica è stato creato un moderno stabulario per il mantenimento e l’utilizzazione degli animali da laboratorio per la ricerca in vivo. Il suo funzionamento risponde ai criteri della Good Laboratory Practice e le attività di ricerca al suo interno sono condotte nel rispetto delle disposizioni recate dal d.lgs. n. 116 del 1992 di attuazione della direttiva (CEE) n. 609/86 in materia di protezione degli animali utilizzati a fini sperimentali o ad altri fini scientifici.

Le attività di ricerca del DIFARMA non sono limitate al farmaco, ma si estendono anche ai medicinali di origine biotecnologica e ad altri prodotti salutistici.

Istituito Gli oggetti degli studi condotti dai ricercatori salernitani spaziano dai meccanismi fisiopatologici alla base della malattie acute e croniche, alla loro epidemiologia e prevenzione; dai meccanismi di azione dei farmaci, alle nuove metodologie di valutazione dei medicinali. La ricerca, tuttavia, non è volta soltanto ai prodotti, ma anche all’innovazione dei processi tecnologici di produzione dei medicinali nonché alla scoperta di nuovi metodi intelligenti di somministrazione dei farmaci. Di assoluto rilievo è la produzione di pubblicazioni scientifiche che ha permesso al DIFARMA di ottenere un’ottima valutazione da parte dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR).

L’innovazione e la sperimentazione investono anche la formazione: di recente è stato proposto e attivato un nuovissimo Corso di Laurea di primo livello in Gestione e Valorizzazione delle Risorse agrarie e delle aree protette.

Si tratta di un’offerta formativa multidisciplinare che si avvale della collaborazione di altre strutture dell’Ateneo salernitano che fornisce “strumenti tecnico-scientifici tesi a massimizzare l’efficienza delle agrotecniche, migliorare e valorizzare la qualità delle produzioni ottimizzando i costi, intervenire nella compatibilità ambientale delle produzioni e dell’agrosistema, con riduzione degli sprechi e dell’impatto ambientale”. Il nuovo Corso di Laurea è stato pensato e costruito in un’ottica di sviluppo del territorio locale mediante l’inserimento di professionisti agronomi dotati di competenze tecnico-scientifiche, ma anche gestionali e, per questo, in grado di valorizzare le ricchezze paesaggistiche e agricole. L’attenzione al mondo del lavoro e al futuro placement dei neolauereati è testimoniata dal lunghissimo elenco di aziende convenzionate con il DIFARMA per il tirocinio pree post lauream. L’eccellenza nella formazione e nella ricerca rappresentano la via d’uscita da una crisi ormai di lungo corso. L’elevata preparazione dei lavoratori di domani è la soluzione concreta alla fine del lavoro e al lento declino di un sistema di produzione superato e obsoleto. Il DIFARMA rappresenta un esempio di come l’università possa cambiare e adeguarsi alle esigenze del nostro tempo. Il successo di questa realtà, però, sta anche e soprattutto nei valori che ne ispirano l’attività. Il Dipartimento si presenta al pubblico come idealmente collegato alla Scuola Medica Salernitana di cui condivide i principi ispiratori, moderni e attuali:

il laicismo, la tolleranza e l’internazionalità, la collocazione non solo geografica, ma anche culturale, al centro del Mediterraneo, la tutela della salute dell’uomo intesa anche come promozione di uno stile di vita sano, la centralità dell’insegnamento e del rapporto tra docenti e studenti, la tutela delle pari opportunità.

Come non vedere in questo manifesto dei valori non solo una ricetta valida per un Dipartimento universitario, bensì il programma per il rilancio di una società stanca e afflitta dalle sue paure che proprio nella conoscenza potrebbe trovare la sua salvezza?

1 Cfr., L. Monforte, G. Zevi, Un’indagine sulla capacità manifatturiera in Italia dopo la doppia recessione, Questioni di economia e finanza, Occasional Papers, 302, Banca d’Italia, 2016 

2 La fonte dei dati riportati nel testo è il Rapporto Annuale curato dal Centro Studi di Farmindustria Indicatori Farmaceutici, giugno 2016, consultabile al sito www.farmindustria.it

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Bottles of medications and a bowls of weights. Manufacture of me

 

LA LUNGA MARCIA VERSO LA SALVEZZA DEL PICCOLO CAPRIOLO DEL GARGANO di Giorgio Salvatori – Numero 1 – Luglio 2015

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boschi del Gargano, in quelli del Pollino e a

Castelporziano. Stiamo parlando del capriolo italico, un timido abitante dei boschi di latifoglie che si è mantenuto geneticamente integro, identico a se stesso, dai tempi remotissimi della nostra penisola.
Una perla che si aggiunge al grande patrimonio che il nostro Paese conserva grazie alla fortunata convergenza di doni della Provvidenza e di umani ingegni trascorsi.
Gemme naturali, tesori dell’arte, dell’architettura, della cultura, che resistono alla barbarie dell’oggi in virtù di caratteristiche climatiche e geografiche felici e per il tenace lavoro di uomini lungimiranti.

 

LA LUNGA MARCIA VERSO LA SALVEZZA DEL PICCOLO CAPRIOLO DEL GARGANO

 

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Come spiegare altrimenti quella grande emozione, quel tuffo al cuore che si prova, non importa se italiani o stranieri, quando ci troviamo di fronte alle armonie residue del Bel Paese?

Quello straordinario connubio tra uomo e paesaggio naturale che non ha pari nel resto del mondo.
Si pensa subito all’arte dei grandi maestri, ma non si riflette mai abbastanza sulla straordinaria eredità che i nostri antenati ci hanno lasciato non dissipando un patrimonio faunistico e paesaggistico che, seppure insidiato da mille minacce, è altrove ancora impensabile.
E non si tratta solo di vette sublimi, di foreste meravigliose, di superbi animali, come l’orso o il lupo, scomparsi da secoli, per responsabilità umana, in Paesi, come la Gran Bretagna.

In questo nostro trascurato e insidiato scrigno dell’abbondanza trova degnamente posto anche lui, il piccolo capriolo italico.

Sembrava prossimo all’estinzione, in Gargano come nellealtre storiche nicchie di sopravvivenza, perché minacciato da troppi nemici: bracconaggio, randagismo, eccessiva pressione di uomini e di allevamenti zootecnici.
Soprattutto si temeva per le sorti dei pochi individui superstiti nel Meridione dello Stivale: Gargano e Pollino.
La realizzazione dei Parchi Nazionali omonimi, negli anni novanta, insieme con la paziente e capillare opera di sorveglianza svolta dal corpo forestale dello Stato, ha prodotto un’inversione di tendenza.
Troppo presto per cantare vittoria, però i dati in possesso di Myrrha, in particolare per ciò che riguarda la Foresta Umbra, nucleo storicamente protetto del Parco Nazionale del Gargano, lasciano ben sperare.
I piani di censimento e di salvaguardia, finanziati negli ultimi anni dall’Ente Parco, hanno prodotto un primo, significativo risultato. La densità media del capriolo è risultata in sensibile crescita. Si è passati dalle 6-7 unità ogni cento ettari, censite nel 2008 dai ricercatori del dipartimento di scienze ambientali dell’Università di Siena, agli 8, 7 individui registrati, mediamente, in ognuno degli stessi scacchieri monitorati, nel 2013, da ricercatori del dipartimento di biologia dell’Università di Bari; un censimento che ha interessato, complessivamente, quasi tredicimila ettari situati nel cuore del parco. Gli esperti invitano alla cautela.

hanno la bellezza delle forme slanciate, il muso aggraziato, gli occhi grandi e vivaci, le lunghe zampe sottili, l’abilità acrobatica nel saltare gli ostacoli, il forte richiamo sonoro, in questo caso, assai sgraziato, simile al rauco latrare di un cane.

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che vive confinata, ormai, “in purezza”, soltanto nei 

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Gli episodi di bracconaggio non sono cessati, anche se la loro frequenza, recentemente, appare in diminuzione, i cani vaganti sono una piaga insanata e lontana dall’essere estirpata, la presenza, spesso abusiva, di bestiame domestico sui pascoli condivisi con il capriolo è ancora eccessiva, il disturbo provocato dal turismo sporcaccione e selvaggio è arduo da tenere sotto controllo.
Ma più di tutto è difficile vincere la stupita e irritata ironia dei molti che ritengono incomprensibile o irragionevole finanziare progetti di tutela per un animale che, altrove, è in progressivo aumento.
Si tratta però, in QUESTO CASO, del capriolo europeo, presente in varie regioni del vecchio continente e ormai abbondante anche da noi lungo la fascia alpina, nell’Appennino settentrionale e in Toscana.
Più grande e meno elusivo del nostro piccolo capriolo italico, è specie che non solo non rischia l’estinzione ma comincia a provocare anche danni alle coltivazioni e causa perfino problemi alla sicurezza stradale nelle aree di maggiore densità numerica. In comune i nostri due cugini

Non spaventatevi, però, se, camminando nel bosco, vi capiterà di ascoltare un improvviso e ignoto abbaiare nel folto della macchia mediterranea. Non si tratta di un cane randagio, ma del nostro piccolo acrobata che,

se vorrà proprio stupirvi, vi comparirà davanti, quando meno ve l’aspettate, compiendo un volo nel cielo degno di un consumato artista circense o di un campione olimpionico di salto in alto.

Un incontro molto meno improbabile diquanto si possa pensare per chi cominci a frequentare boschi e radure abitate dal nostro timido e capriccioso folletto.
Un dato empirico che spinge all’ottimismo è il moltiplicarsi degli episodi di avvistamento, recentemente segnalati a chi scrive, da parte di agenti forestaIi o semplici escursionisti.
I censimenti compiuti sul Gargano non indicano, con precisione, quale sia l’attuale consistenza numerica complessiva di questo prezioso dono del sud: cento esemplari, più di cento, meno di cento? Noi sappiamo, dagli studi di zoologia, che, per i mammiferi, è proprio cento la soglia minima al di sotto della quale una specie ha maggiori probabilità di estinguersi a causa del sommarsi, improvviso, di cause avverse: bracconaggio persistente, siccità, epidemie e infezioni contratte dal contagio con bestiame brado, inverni troppo rigidi, scarsità di risorse alimentari, abnorme prelievo di piccoli da parte di predatori come il lupo, la volpe, il gatto selvatico, e perfino il cinghiale, questi ultimi tutti presenti, sia in Gargano sia nel Pollino.
Questi pericoli possono ancora rendere difficile la sopravvivenza del nostro capriolo.
Il peggio, però sembra alle spalle. Difficile a credersi, ma la maggiore insidia per questo antichissimo inquilino della Foresta Umbra si profilò negli anni quaranta, durante l’occupazione alleata del promontorio pugliese.
I vecchi montanari raccontano che le esercitazioni di tiro, da parte dei mitraglieri britannici, avvenivano spesso sui velocissimi caprioli, allora numerosi e meno elusivi.
Verità o leggenda? Chissà. Il declino della specie, in ogni caso, cominciò in quegli anni. E senza la creazione del Parco essa sarebbe oggi, probabilmente, un ricordo del passato. Sicuramente la popolazione di capriolo del Gargano è ancora esigua, minacciata e quindi vulnerabile.
Gli sforzi della dirigenza del Parco, in particolare del suo Presidente, Stefano Pecorella, che ha preso particolarmente a cuore le sorti del capreolus italicus, per questo, vanno ancor più incoraggiati e lodati.

La consistenza numerica emersa dai recenti censimenti ci lascia sperare che la fatale soglia dell’estinzione non sia stata varcata in discesa ma, al contrario, superata in ascesa.

Se così fosse si tratterebbe di un successo esemplare, una conquista del Parco che va ben oltre i confini del Gargano, della regione che lo ospita, la Puglia, e perfino del nostro Paese. Un successo che tutti potremmo e dovremmo festeggiare. Basterà, a questo proposito, parafrasare quello che lo scrittore Dino Buzzati amava ripetere a proposito dell’orso bruno marsicano: “Il capriolo è anche avventura, favola e leggenda, la sua scomparsa ci renderebbe tutti più poveri e più tristi”.

 

PIC-NIC CON L’ORSO di Giorgio Salvatori – Numero 2 – Ottobre 2015

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Che l’orso bruno sia un gran ghiottone lo sanno tutti. Ma di che cosa è goloso il nostro orso marsicano? Di miele, certamente, ma anche di pere e di mele selvatiche, di fragole, di frutti del sorbo, di bacche. Attrazioni irresistibili, per il più grande mammifero dell’Appennino centro meridionale un po’ come l’irrefrenabile voglia che si scatena, in noi umani, quando, all’improvviso, scorgiamo un vasetto di nutella incustodito in attesa del primo, impetuoso affondo del cucchiaino. I ricercatori del Parco Nazionale d’Abruzzo conoscono perfettamente sia le preferenze alimentari dell’orso sia i luoghi dove, a seconda delle stagioni, il nostro golosone va a caccia della sua “nutella”. Così, coadiuvati da guardaparco, agenti forestali e volontari, predispongono punti precisi di avvistamento per censire i plantigradi che ancora vivono nella storica area protetta. Tra agosto e settembre sono soprattutto le zone dove matura il ramno, una bacca di colore violetto di cui l’orso è particolarmente goloso, a essere sottoposte a stretta sorveglianza.

Per quattro settimane, all’alba e al tramonto decine di esperti e di appassionati, tutti selezionati e autorizzati dall’Ente Parco, si sparpagliano ovunque siano presenti in abbondanza i ramneti per tentare di avvistare il raro mammifero e conteggiare adulti già registrati,

Taciturno, abituato a fare più che a parlare Stefano Tribuzi è un naturalista autentico, l’esatto contrario di alcuni ecologisti salottieri, tante chiacchiere, molta vita cittadina e poca natura. Volto asciutto, baffi curati, ricorda un po’ l’attore americano Errol Flynn, adorato dalle nostre madri e nonne. Arrivò qui, da Roma, giovanissimo, negli anni settanta. Non è più andato via. La sua vita è con gli orsi e con i lupi, e questo tutti i direttori che si sono avvicendati nel Parco lo sanno, e sul suo bagaglio di esperienze hanno sempre contato per i censimenti ed i progetti di conservazione più importanti. Le epifanie della natura è la sua lezione, vanno conquistate, con passione, con fatica. È forse grazie a questa predisposizione d’animo che nello stesso Parco, anni fa, mi sono imbattuto nella visione magica e congiunta di tre lupi, emersi da chissà dove, e di un’aquila reale che quasi sfiorò la mia testa picchiando, ad ali spiegate, verso la valle sottostante. Molti però scambiano i parchi per un grande zoo, dove gli animali sono in mostra oppure per un luna park della natura, una immensa area verde dove apparecchiare una chiassosa tavola per il pic nic o, ancora peggio, un luogo dove scorrazzare rumorosamente in auto o in moto. Nessuna preoccupazione per il disturbo recato alla fauna selvatica o al rischio di investire uomini e animali. “Questo è uno dei problemi più seri e complessi che il Parco deve affrontare d’estate” dice Dario Febbo.

“Non basta il groviglio di competenze comunali, provinciali e regionali con cui, ogni giorno dobbiamo confrontarci. Far capire ai turisti che le strade tortuose che attraversano il Parco non sono un circuito per gimkane, su due o quattro ruote, è impresa ardua.

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PIC-NIC CON L’ORSO

 

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È dunque l’orso bruno marsicano, (Ursus arctos marsicanus), la popolazione più vulnerabile e più preziosa, unica in Italia e nel Mondo, sia che si tratti di una sottospecie sia che si riveli agli studiosi come una specie autoctona.

quelli sfuggiti agli avvistamenti precedenti e, soprattutto, i nuovi nati, questi ultimi ancora più preziosi degli adulti. Perché è un patrimonio di immenso valore che si tenta di far accrescere e prosperare, uno straordinario dono del nostro Sud. Altrove, in Europa, (ad eccezione di alcuni Paesi del Nord, come la Svezia, la Finlandia, o dell’Est, come la Slovenia e la Croazia) l’orso bruno è ancora più raro, o è addirittura scomparso. È svanito dalla Danimarca e dall’Inghilterra, ad esempio, dove l’assenza è ormai una desolante realtà dall’epoca medievale, dal Belgio, dall’Olanda, dal Portogallo, dalla Svizzera (qui vengono segnalati solo erratismi occasionali). In Paesi come l’Ungheria e la Polonia, i numeri sono talmente esigui da non contare statisticamente. Il nostro orso bruno marsicano potrebbe essere addirittura una specie a sè stante. Gli studiosi non si sono ancora messi d’accordo su questo punto, ma se così fosse, si tratterebbe di un patrimonio ancor più prezioso, da difendere e da tutelare con ogni mezzo. Qualcuno potrebbe obiettare che in Italia esiste un altro orso, il Bruno Europeo, in progressiva espansione numerica lungo la fascia alpina, ma questa popolazione, è frutto, in gran parte, di recenti reintroduzioni, e appartiene alla specie Ursus arctos, cioè all’orso ancora presente, con popolazioni rilevanti, nelle regioni del Nord dell’Europa.

“La lotta è impari” afferma Tiziana Altea – “e il rischio è che tra qualche anno, nonostante i nostri sforzi, si debba assistere alla perdita di questo splendido animale che è il simbolo stesso del Parco”.

Tiziana Altea, capo dell’Ufficio Territoriale per la Biodiversità di Castel di Sangro, dirige il lavoro dei forestali che tutelano, insieme con il personale del Parco, l’integrità ambientale e faunistica dell’area protetta. “Bracconaggio, turismo di massa, consanguineità, tutto sembra congiurare contro la sopravvivenza dell’orso”, continua la dirigente forestale, “noi, però, stringiamo i denti e lavoriamo per il suo benessere e per assicurargli un futuro”. È una donna tosta Tiziana Altea, infaticabile, motivata. La incontriamo in uno dei presidi più belli e meno noti del Corpo Forestale, Torre di Feudozzo, al confine con il Molise. Alloggi confortevoli, giardini curati, scuderie con cavalli di razza tra i quali i famosi e rari cavalli di Persano. Una piccola Svizzera che è il miglior biglietto da visita per il visitatore, italiano o straniero, che abbia la fortuna di scoprire questo angolo di natura silenziosa e custodita dalla sapiente mano di una donna capace. Altea mi propone di partecipare ad una delle escursioni curate dal Corpo Forestale per censire gli orsi. Parto con grande entusiasmo e poco allenamento per una meta impervia e poco frequentata: una cresta del Monte Miele che raggiungo a fatica dopo una salita mozzafiato (nel senso letterale) e che risulterà avara di sorprese. Tanti cervi, tra i quali due maschi dai palchi imponenti, ma nessun orso. Pazienza, stessa sorte il giorno precedente, a Spineto, a due passi da Pescasseroli con le sue moltitudini chiassose di fine agosto. Qui, accompagnato da una guida di straordinaria esperienza, Stefano Tribuzi, l’unica creatura che si manifesta in lontananza, attraverso le lenti poderose del nostro cannocchiale, è ancora una volta un cervo maestoso e solitario. All’alba del giorno precedente due ragazzi alla loro prima escursione, nello stesso punto di osservazione e con la stessa guida, avevano avuto la rara fortuna di avvistare un’orsa con il suo piccolo.

“Il mondo delle creature selvatiche è così”, commenta laconico Tribuzi, “benedice chi vuole e quando vuole non bisogna scoraggiarsi. Io ho pazientato 12 anni” –aggiunge – “prima di avvistare, a distanza ravvicinata, il mio primo orso marsicano”

Ma quanti orsi marsicani sopravvivono sull’Appennino centro meridionale? “Nel Parco, dove si stanno elaborando in questi giorni i dati del censimento, dovrebbero essere una cinquantina, cui vanno aggiunti” – afferma Dario Febbo, direttore della storica area protetta – “Una decina di individui segnalati, qua e là, nel Velino Sirente, sui Monti Ernici, sui Simbruini, sulla Majella”. Anche qui, come nel caso del capriolo italico (https://www.myrrha.it/articolo-salvatori-lunga-marcia-verso-salvezza-piccolo-capriolo-gargano) le leggi della biologia animale non ci fanno intravedere un futuro certo. Eppure questo è l’antico, leggendario, meraviglioso sovrano dei monti e dei boschi dell’Appennino Abruzzese. Ogni specie di mammifero che scenda sotto i cento individui è a serio rischio di estinzione affermano, purtroppo, gli zoologi. Per la maggiore probabilità di incroci tra consanguinei che indeboliscono la specie, per la minore capacità di difesa di fronte a eventi eccezionali meteorologici e climatici, per la maggiore vulnerabilità alla pressione antropica, al bracconaggio, alle morti accidentali per investimento da auto o da treno (è accaduto anche questo) ai decessi per avvelenamento. “Mai arrendersi, però”- dichiara battagliero Dario Febbo – “mai darsi per vinti”. Lui e i suoi collaboratori ce la stanno mettendo tutta per salvare dall’estinzione il più vegetariano e il più pacifico degli orsi di tutto il mondo. Perché l’estinzione, recita un vecchio slogan del WWF, è “per sempre”. Attorno a lui, oltre a una sessantina di guardiaparco e di ricercatori, una schiera di formidabili collaboratori a cominciare dal Corpo Forestale dello Stato.

Multe e ammonizioni non sono sufficienti. Ci vuole un cambio di mentalità. L’orso, più di tutti, ha bisogno di spazi vasti e tranquilli, mal sopporta il disturbo di turisti rumorosi e maleducati e neppure incontri ravvicinati e vetrine televisive”. Il riferimento è alle tante, pressanti richieste di mostrare al pubblico del piccolo schermo la nuova mascotte del parco. Si chiama Morena, ed è una piccola orfanella di orso trovata dalle guardie, tre mesi fa denutrita e disidratata, presumibilmente abbandonata dalla madre, accanto ad una strada transitabile del Parco. È stata recuperata e rifocillata, ma ora si stanno adottando mille cautele per farle superare il periodo della semi-cattività, e infine restituirla alla natura. Prima condizione: non farle subire l’imprinting umano, cioè l’eccessiva confidenza, l’abitudine al contatto e al nutrimento garantito dall’uomo. Senza questa precauzione sarebbe condannata a vivere in un recinto o a vagare, di notte, tra le case dei paesi in cerca di bidoni di rifiuti nei quali rovistare”.

La legge dei media, però – osserva Febbo – è spietata, obbedisce soprattutto al richiamo dell’audience, e il pubblico televisivo desidera credere in una natura che non esiste, il mondo di yoghi e di bambi.

Pochi sanno che un cucciolo di orso, vero, non creato da un disegnatore di fumetti o di cartoni animati, non sopporterebbe di essere preso ripetutamente in braccio e mostrato alle telecamere, a meno che non lo si voglia condannare alla schiavitù perpetua, in cattività, soltanto per il nostro divertimento”. Febbo mi mostra la curva degli indici di natalità di questo pacioso e solitario plantigrado. Le misure di protezione adottate a partire dal 1923 l’anno di istituzione del P.N.A., hanno consentito all’orso marsicano di sopravvivere e di resistere al crescente accerchiamento antropico e urbanistico. Le nascite, però sono state quasi interamente vanificate dalle morti causate, direttamente o indirettamente, dagli uomini. Dal nuovo censimento, perciò, si attende non il miracolo, ma il rinnovamento delle speranze.

Qualche cucciolo in più farebbe la differenza, a condizione che tacciano per sempre le armi micidiali dei bracconieri e si plachino gli scalmanati della velocità e gli alchimisti dei veleni. Che cosa sarebbe, altrimenti, il Parco, senza l’orso?

Un bellissimo volto dal sorriso sdentato, un castello abbandonato, un reame senza il suo sovrano. La fiaba resiste, certo, ma il rischio, dietro l’angolo, è che conservi il suo bell’incipit: “C’era una volta un re”, ma non il suo finale: “e vissero tutti felici e contenti”. Giorgio Boscagli, lo zoologo che, negli anni ottanta, raccolse in un libro le prime statistiche sulla presenza dell’orso marsicano nel nostro Appennino, scrive nella prima pagina del suo saggio. “Se una sera vedrai all’orizzonte la mia sagoma scura aspetta, osserva, non muoverti, potrebbe essere l’ultima mia apparizione”. Il re, per nostra fortuna, è ancora là, nascosto tra monti e boschi fra i più belli del mondo. Sta a tutti noi aiutarlo a regnare libero e solitario, non possiamo accettare l’idea di vederlo confinato, per sempre, in un Museo.

 

SYRACUSE, MEDITERRANEAN CROSSROADS FOR THE CULTURE OF JUSTICE di Giovanni Pasqua – Numero 2 – Ottobre 2015

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The International Institute of Higher Studies in Criminal Sciences (ISISC) was founded in 1972 with the ambition of establishing in Syracuse, in the heart of the Mediterranean, an international center for research, study and education that could be an ideal bridge between north and south, east and west, between the Western and the communist countries, between Europe and the Arab world. A place where, despite the apparent peripheral location and the turbulent international political framework, ideas, principles and values could be discussed freely, thus contributing to the development and dissemination of international criminal law.

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This idea was brought forward by the International Association of Penal Law (AIDP) – the oldest and most prestigious association of jurists in the field of criminal law, established in the mid-XIX century – to which we owe the original vision of the Institute, and the support of the local authorities.
To date, over the 40 years since its foundation, and after more than 550 initiatives including seminars, conferences, training courses, research programs and technical assistance projects attended by more than 42,000 law professionals from over 160 countries, but especially in light of the numerous awards received1, it can be said without fear of contradiction that the original objective has been achieved.
The nature and the mission of the Institute are also symbolically represented by ISISC’s new headquarters, located since 2010 in the narrow streets of the old Jewish ghetto of Iureca, in the former Christian Church of San Francesco di Paola and attached Convent of the Minims, while its President Professor M. Cherif Bassiouni, considered one of the fathers of international criminal law, is Egyptian by birth and Muslim by religion.

The presence and activities of the Institute in Siracusa and in Sicily have a symbolic significance. For 40 years the beautiful city of Siracusa, with its ancient culture radiating from the center of the Mediterranean, and its representing a bridge – both geographically and culturally – between the Western and Eastern civilization, has been the host city of this Institute, which likewise spreads the culture of legality and the protection of human rights all over the world, uniting in itself the legal and cultural traditions present at the international level.
In an emblematic gesture, the city of Siracusa has proclaimed itself to be a “city of peace and human rights”. It is a motto that is reflected in the Institute’s work, affirming our conviction that peace and justice are indivisible: there can be no peace without justice, and no justice without peace7.

1. ISISC is a foundation acknowledged by a Decree of the President of the Italian Republic in 1980, and a NGO recognized by Decree Law of the Italian Ministry of Foreign Affairs in 2006, enjoying consultative status with the United Nations and the Council of Europe. It is also one of the 18 international organizations comprising the United Nations Crime Prevention and Criminal Justice Programme Network (PNI) and has cooperation agreements with several international and Italian institutions (High Judicial Council, Higher School of the Judiciary, Higher School of Advocacy). 2. The Institute then continued to support the work of the Committee, organizing several meetings of the Preparatory Committee that led to the establishment of the International Criminal Court (ICC – CPI) in 1998 by the Diplomatic Conference held in Rome; the President of ISISC was also President of the Drafting Committee. 3. Among these instruments, we should mention the drafting of the ‘Convention on International Cooperation in Criminal Matters’, a curriculum for the teaching of European Criminal Conventions in European universities, and the ‘Guidelines for the Protection of Cultural Heritage in Europe’ (with the support of the European Parliament). 4. These instruments include the ‘Principles on the Independence of the Judiciary and the Legal Profession’, ‘Principles on the Protection of the Rights of the Mentally Ill’, ‘Guiding Principles on Crime Prevention and Criminal Justice in the Context of Development’, ‘Model Treaty on the Transfer of Prisoners’ , ‘Model Treaty on the Transfer of Criminal Proceedings’, ‘Model Treaty on Extradition’, ‘Model Treaty on Enforcement of Sentences’. 5. In the framework of this program, a conference was held in Syracuse in September 2003 which was attended by delegations from all the 22 member countries of the Arab League, seven of which were represented by their Ministers of Interior or Justice. 6. In recognition of its efforts in Afghanistan, ISISC was awarded the “2008 Management and Staff Training Award”, a prize presented by the International Corrections and Prisons Association (ICPA), an international association of experts in penitentiary law representing more than 80 countries. 7. In several publications, ISISC President Prof. M. Cherif Bassiouni quotes the following sayings from the three largest monotheistic religions, which all emphasize the importance of this concept: “The world rests on three pillars: on truth, on justice, and on peace” (Rabban Simeon ben Gamaliel); “If you see a wrong you must right it; with your hand if you can, or, with your words, or, with your stare, or in your heart” (Hadith of the Prophet Mohammed); “If you want peace, work for justice” (Pope Paul VI).

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Among the Institute’s most significant contributions to the development of international criminal law must be mentioned the support given, since the 70s, to the establishment of the International Criminal Court, whose first draft text elaborating its Statute, put before the United Nations Preparatory Committee in 1996, was called the ‘Siracusa Draft’2. The Institute also played a central role in drafting numerous UN Conventions, including the Convention against Torture (adopted in 1984), whose first text was drafted by a group of experts who met in Syracuse, and many legal instruments approved by the Council of Europe3 and the United Nations4, currently used for the alignment of the legislation of the UN member states.
As part of its mission, the Institute has paid particular attention to the Mediterranean area and the Middle East, contributing to the dialogue between the Western and Islamic systems in order to lay the basis for a mutual understanding aimed to promote initiatives of mutual cooperation. In the late 80s, thanks to the contribution of the Council of Europe, the ‘European Convention on Human Rights and its Protocols’ and the ‘European Convention on Torture’ were translated into Arabic. In the same period ISISC conducted numerous programs for human rights information, that culminated in the elaboration of a draft ‘Arab Charter of Human Rights’. In the framework of the collaboration with the Arab League, the ‘Arab Framework Law on International Cooperation in Criminal Matters’ was then drafted, which has then become a fundamental tool for the alignment of Arab countries’ legislation5.

SYRACUSE, MEDITERRANEAN CROSSROADS FOR THE CULTURE OF JUSTICE

 

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However, the Institute has not only worked for the development of regulatory standards and research activities aimed at advancing the scientific debate, but, since early 2000, it has applied its considerable know-how and experience in support of developing and post-conflict countries, through the implementation of technical assistance projects in countries such as Afghanistan, Albania, Egypt, Iraq, Lebanon and Macedonia. In Afghanistan, for example, ISISC was present from 2003 to 2010 with activities mainly funded by the Italian government and the United Nations, but also by Great Britain, Lithuania, Norway and the United States. These activities addressed the reform of the penal system, the protection of human rights, penitentiary reforms6 and counter narcotics efforts, and they involved more than 2,700 judges and police officers and covered 19 of the 32 Afghan provinces. In Iraq, since 2002, the Institute has carried out several technical assistance programs in the field of human rights, the rule of law and post-conflict justice, developing, among other things, a strategic plan for the reform of the judicial system that was approved by the Prime Minister of Iraq in 2006.

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