TARANTO NON E’ SOLO VELENI. IL MArTA di Roberta Lucchini – Numero 10 – Marzo 2018

cat-arte
cat-storia
cat-cultura

TARANTO NON È SOLO VELENI.        il MA TA

 

Ma il faro mediatico, sistematicamente puntato sui mostri che negli anni hanno corrotto le aspettative, inquinando acque e vite umane, dovrebbe talvolta accendersi sul buono che c’è, sulle iniziative lodevoli, sulle persone che si impegnano per il cambiamento. A Taranto si può ricominciare; anzi si deve. Ma da dove? Il MArTA ci sembra un ottimo punto di partenza.

La visita al Museo Archeologico, invero, è la tappa iniziale e imprescindibile
sia per chi desideri avvicinarsi alla città e alle sue origini sia per i tarentini
che vogliano ritemprarsi con una boccata di orgoglio campanilistico.


Il Museo nacque nel 1887 per ospitare le innumerevoli testimonianze raccolte nel corso dei ritrovamenti massicci, conseguenti alla revisione urbanistica che accompagnò ripensamento e sviluppo del quartiere Borgo Nuovo. Taranto, infatti, era anticamente sorta sul piccolo promontorio che, unito alla terraferma da un modesto lembo di terra, separava la grande baia del Mar Grande, all’esterno, dalle acque – dolci e salmastre ad un tempo, preziose per nutrire i celebri mitili – del bilobato Mar Piccolo; mari che, fino alla seconda metà dell’Ottocento, erano in comunicazione solo attraverso il canale naturale a nord-ovest, sul quale sorge, forse dall’anno Mille, il Ponte di Porta Napoli. Sul finire del XIX secolo, l’espansione della città verso est come conseguenza della nascita dell’Arsenale militare sul Mar Piccolo, iniziato nel 1883 e ultimato nel 1889, sfociò, per un verso, nella realizzazione del Canale navigabile, ottenuto recidendo quel breve cordone ombelicale che ancorava la città vecchia peninsulare al resto del territorio, e richiese la contestuale costruzione, sul canale medesimo, del Ponte girevole (entrambe, opere ingegneristiche di assoluto rilievo, inaugurate proprio nel 1887); per altro verso, comportò il rimaneggiamento dell’assetto urbano sulla sponda est della neonata via d’acqua, anche nell’ottica di accogliere molte famiglie dal sovraffollato centro storico. In seguito a sbancamenti e livellamenti per creare un impianto viario di reticolato regolare, moltissimi reperti vennero alla luce, mentre alcuni siti furono irrimediabilmente interrati. Cosicché 

 

il nostro Museo, la cui sede fu individuata nell’ex convento dei frati Alcantarini, 

avviò le proprie attività inizialmente a mo’ di “deposito” 

dei rinvenimenti archeologici locali.

 

A questi, si aggiunsero nel tempo oggetti provenienti da svariati siti del territorio apulo, spesso necropoli o sepolture, da Canosa a Crispiano, da Ginosa ai dintorni di Bari e al Salento, solo per citarne alcuni. Dai primi anni del Novecento, e a più riprese nel corso del secolo fino ai giorni nostri, il Museo fu ampliato, modificato e organizzato secondo i criteri scientifici che più si confacevano al momento storico. Il percorso che viene oggi offerto al visitatore è la risultante di un ultimo intervento che, dopo una chiusura totale nel 2000, riaperture progressive nel 2007, 2013 e, da ultimo, nel 2016, ci consegna un edificio rimodernato, arricchito di ausili multimediali e articolato in due piani espositivi con mezzanino (ove è ospitato un lascito del 1909 da parte di Monsignor Giuseppe Ricciardi che affidò diciotto tele risalenti ai secoli XVII e XVIII alle cure dell’allora Regio Museo);

vi si ripercorre la storia di Taranto e dintorni in progressione cronologica, 

partendo da preistoria e protostoria, quando la parte meridionale 

della penisola era abitata da popolazioni autoctone – gli Iapigi. 


Si prosegue poi con l’arrivo degli Spartani, che fondarono qui la loro unica colonia fuori dall’Egeo,
Taras per l’appunto, nel 706 a. C., dopo che i Parteni, cioè i figli illegittimi delle spartane nati nel corso della guerra messenica, guidati dal giovane Falanto, furono costretti ad abbandonare la madrepatria e a riparare sulle coste italiche, come propiziamente suggerito dall’oracolo di Delfi. Interessante cogliere la dialettica dei rapporti fra colonizzatori e popolazioni indigene, come pure la differenziazione interna di queste ultime che nel corso dei secoli, anche per ulteriori influssi esogeni, si suddivideranno, sull’intero territorio apulo, in Messapi, Peucetii e Dauni.

Viene quindi proposta una sezione dedicata all’epoca romana,
il che dà l’opportunità di ripercorrere i tormentati rapporti
fra l’ambita Taranto e Roma,

 

dall’accordo del IV secolo a. C., secondo il quale navi romane da guerra non potevano superare il Capo Lacinio, entrando nella baia, in tal modo sancendo il principio della inviolabilità della acque interne, fino alla rottura di questo accordo da parte romana; dall’arrivo di Pirro a sostegno di Taranto alla sconfitta e conseguente capitolazione (275 a.C.); dalla ribellione a Roma all’arrivo del cartaginese Annibale; dalla resistenza all’assedio romano alla definitiva disfatta ad opera di Fabio Massimo nel 209 a. C., con conseguente spoliazione della ricca e ammirata città sul golfo. Il percorso espositivo si estende al periodo tardoantico e poi altomedievale, con particolare attenzione ai cambiamenti introdotti dalla dominazione romana nelle abitudini scultoree e decorative, fino alle testimonianze della convivenza sul territorio di comunità ebraiche e musulmane, per giungere al ritorno dei bizantini nel X secolo d. C.. 

 

Il criterio temporale, nelle venticinque Sale del MArTA, affianca quello tematico 

che, attraverso oggetti di arredo, suppellettili ed elementi architettonici decorativi, 

per lo più appartenuti a corredi funerari o comunque a necropoli, permette 

di comprendere le abilità produttive, le abitudini quotidiane, 

la cultura religiosa e i contatti con altri popoli:

 

in altri termini, l’oggetto che esprime un territorio, nell’accezione più ampia del termine. Sarebbe arduo, e certamente riduttivo, tentare di dar conto della ricchezza dei reperti custoditi in questo raccolto e bellissimo Museo, diretto dal 2015 – e con successo, come si riscontra nel numero degli ospiti e nel giudizio dei tarantini – dalla dottoressa Eva Degl’Innocenti. Ma non si può tacere di alcuni oggetti emblematici i quali, più di altri, colpiscono il visitatore che volentieri li incamera e se ne appropria nella memoria. E’ il caso, ad esempio, dell’elegante Zeus-Zis, statua in bronzo alta circa 80 cm, rinvenuta presso Ugento e risalente al VI sec. a.C., rappresentato dai Messapi nei modi iconografici greci, con leggera torsione del busto nell’atto di scagliare fieramente un fulmine; oppure del magnifico cratere raffigurante la nascita di Dioniso, risalente al IV sec. a.C., appartenente alla sconfinata collezione coroplastica, la quale racconta non solo dei contatti delle popolazioni locali con la civiltà micenea ben prima della vera e propria colonizzazione greca, ma anche del successivo legame degli artigiani locali con metodi e forme importati dalla madrepatria, fino allo sviluppo di tecniche decorative originali, come quelle della ceramica sovradipinta.

 

Colpisce la magnifica produzione orafa, con l’esposizione di gioielli raffinatissimi, rinvenuti nelle sepolture e realizzati con tecniche di laminatura, a sbalzo 

e in filigrana, prova tangibile dell’elevato standard produttivo raggiunto 

delle maestranze locali in epoca ellenistica;


carpisce l’attenzione un sorprendente nucifrangibulum, schiaccianoci in bronzo le cui leve sono due mani in fattezze sorprendentemente morbide, atte a contenere il guscio, che si prolungano fino ai polsi ornati di splendidi bracciali serpentiformi in oro. Ancora, una ricca collezione di antefisse, cioè elementi di chiusura delle tegole decorate da volti di gorgoni con funzione apotropaica, oppure elementi in carparo, pietra calcarenite locale, provenienti da frontoni o da monumenti sepolcrali. Ad ogni buon conto, il miglior reportage non potrà mai eguagliare il fascino di una visita. La Storia che qui è raccontata, tuttavia, non è fine a se stessa: il MArTA ospita giovani studenti delle scuole secondarie di secondo grado impegnati nei progetti di alternanza scuola-lavoro che, come spiega il dott. Lorenzo Mancini, giovane archeologo estremamente competente che ci ha accompagnati in questo viaggio, prevede per i prossimi mesi la realizzazione di un percorso guidato nella storia della città attraverso la mappatura del territorio che tenga conto della percezione che gli abitanti hanno dello stesso, al fine di fornire loro un solido ancoraggio identitario.

 

Nel corso della visita, incontriamo due scolaresche di bimbetti non più grandi 

di 4 anni che, ordinatamente, attraversano le Sale del Museo e i secoli passati. Questa è la speranza con cui si lascia la città: 

la cultura affidata alle nuove generazioni.


Il lavoro richiede anni, lustri, decenni. Ma in fondo è poca cosa rispetto ai millenni di gloriosa Storia che da qui ha transitato, consegnando ai posteri un senso e un patrimonio. Si può fare, bisogna crederci.

 

 

 

 

 

 

 

Non si tratta di nascondere la testa sotto la sabbia, evitando di confrontarsi con i tanti e radicati problemi che attanagliano la città e che sembra si attorciglino su se stessi generando frutti letali.

vi_si_arriva
fine-t-blu

 Immagini concesse dal Museo Nazionale Archeologico di Taranto

testa di Herakles

 r

roberta_lucchini_firma

 

MASSIMO TROISI, IL CUORE E LA MENTE di Fernando Popoli – Numero 10 – Marzo 2018

cat-arte
cat-cultura
cat-stile

MASSIMO TROISI, ILCUORE E LA MENTE

potremmo dire che è quasi una periferia non essendoci soluzione di continuità tra le due città. Massimo Troisi nacque lì, in un contesto popolare, autentico, tradizionale, fatto di gente semplice che crede nel grande spirito della napoletanità e parla quella lingua universale che è il dialetto napoletano, comprensibile a tutti specialmente quando è “interpretata” da un attore partenopeo. Basti pensare che il grande Eduardo, al quale Troisi fu spesso paragonato, recitò a Mosca in una sua commedia nella sua lingua d’origine. Anche Troisi reputava la lingua napoletana consone alla sua recitazione e, in occasione di un’intervista televisiva fatta da Isabella Rossellini che gli chiedeva il motivo per cui recitasse in dialetto, dichiarò: “Io mi sforzo di capire l’italiano, perché gli altri non si sforzano di capire il napoletano”. 

 

Le sue prime apparizioni sul palcoscenico avvennero nella sua città natale, in una sala parrocchiale, con gli amici d’arte e di vita Lello Arena ed Enzo De Caro.

Era allora timidissimo e non sapeva se avesse potuto affrontare 

il pubblico, ma poi dichiarò che nell’oscurità della sala non vedeva 

la platea e quindi poteva recitare poiché aveva 

la sensazione di stare da solo e al buio.

 

Il successo del trio fu immediato e in breve fu consacrato anche da uno spettacolo televisivo che ebbe una grande risonanza. Furono ribattezzati La smorfia quando, alla domanda di Pina Cipriani, direttrice del San Carluccio, teatro napoletano nel quale avevano lavorato, che chiedeva come si chiamassero, Massimo rispose con una smorfia del volto e la Cipriani affibbiò al trio questo nome. Dopo la prima apparizione televisiva, la Smorfia si pose all’attenzione di un vasto pubblico che vedeva sopratutto nel personaggio di Troisi, nella sua poetica recitativa, nella sua evidente timidezza, nel suo parlare la propria lingua, un’espressione del disagio giovanile e delle problematiche sentimentali che coinvolgono i giovani. 

 

Ben presto il cinema mise gli occhi su questa giovane rivelazione del teatro napoletano e il produttore Mauro Berardi offrì a Troisi il ruolo di Franceschiello in un film che doveva essere diretto da Luigi Magni. Il film non si fece ma 

 

Berardi disse a Massimo di pensare a un film tutto suo 

dove egli potesse essere autore e attore.

 

Nel giro di pochi mesi, con l’aiuto di Anna Pavigliano, Ottavio Jemma e il futuro premio Oscar Vincenzo Cerami, nacque la sceneggiatura di: Ricomincio da tre, primo film del grande attore, al quale ne fu affidata anche la regia. Il direttore della fotografia, Sergio D’Offizi, mi ha raccontato che il primo giorno di lavorazione chiese a Massimo dove posizionare la macchina da presa; questi, con la comicità spontanea che lo distingueva, rispose: “Lanciamola in alto e vediamo dove cade”. La sua scarsa conoscenza del linguaggio cinematografico fu superata da un’interpretazione eccezionale, dove l’attore, al centro dell’inquadratura,

 

esprimeva tutto se stesso, rivelando la sua natura spontanea. 

Era una recitazione fatta di pause, parole dialettali, 

espressioni di timidezza, sensibilità certamente nuova, 

atipica e originale.

 

Il film metteva in luce il disagio della retorica sui napoletani e ne faceva superare i luoghi comuni attraverso un’incredibile comicità. Il successo fu enorme, Ricomincio da tre divenne un caso nazionale che dette una svolta al cinema italiano in crisi in quegli anni e Massimo Troisi fu consacrato una grande stella, unica e originale per il modo di porsi, ben presto contesa da tutti. Vinse due David di Donatello, tre Nastri d’argento e due Globi d’oro. Il secondo film completamente di Troisi fu: Scusate il ritardo, dove, in una storia d’amore, Troisi interpreta il suo personaggio con la timidezza e l’indecisione di sempre, consacrando così la sua recitazione. Anche questo film fu un grande successo di pubblico e di critica.

 

L’attore fu paragonato a Totò e a Eduardo De Filippo 

per la sua originalissima interpretazione, ma rifiutò l’accostamento, 

dichiarando di non essere assolutamente alla loro altezza.

 

Nell’arte e nella vita era un uomo timido e riservato, spontaneo e naturale, che rivelava la profondità del suo animo sensibile con un linguaggio semplice e universale. La sua attività cinematografica proseguì con il grande Roberto Benigni nel film Non ci resta che piangere, dove i due attori espressero il meglio di loro stessi in un’indimenticabile interpretazione. Un’accoppiata vincente, il napoletano e il toscanaccio, qualcosa di unico e raro. Poi venne il periodo della collaborazione con Ettore Scola e il sodalizio artistico con Marcello Mastroianni in Splendor e in Che ora è.

 

Scola diceva di aver adottato Troisi e di trattarlo come un figlio, 

spesso la mattina andava a trovarlo nella sua abitazione per parlare 

di arte e di cinema. Due meridionali di grande prestigio, 

l’uno regista, l’altro attore,

 

l’uno napoletano di S. Giorgio a Cremano, l’altro campano di Trevico. L’ultima interpretazione, quella che lo portò a cinque nomination per il premio Oscar fu Il postino, toccante storia di un’amicizia tra un poeta e un portalettere, tratto da un romanzo di Antonio Skármeta, diretto da Michael Radford, ambientato nella splendida cornice delle isole di Salina e di Procida. Questa interpretazione gli costò la vita. L’attore era affetto sin da bambino da febbre reumatica, che sviluppava una grave degenerazione della valvola mitrale, complicata dallo scompenso cardiaco. 

 

Operato a Houston già una volta, doveva sottoporsi a una seconda operazione per il cambio delle valvole deteriorate. Scelse prima di girare il film, quantunque gravemente compromesso dalla malattia, dichiarando “lo voglio fare con il mio cuore” e riuscì a terminarlo qualche giorno prima della fine. Per lui l’arte era più importante della vita.

 

La morte lo colse nel sonno a quarantuno anni, dodici giorni dopo la fine delle riprese, per un fatale attacco cardiaco. Le sue spoglie riposano per sempre affianco a quelle dei genitori nel cimitero di S. Giorgio a Cremano, dove aveva iniziato la sua carriera artistica; in quel mondo che fu sempre suo e lo portò a raggiungere le più alte vette della recitazione, spinto dal bisogno di esprimere la sua grande vena poetica di attore e autore. Nell’isola di Procida, una piazza della marina Corricella è intitolata all’attore napoletano. Nel porto di Salina, un tratto della banchina è stato chiamato: “Passeggiata Massimo Troisi” e vi è conservata la bicicletta adoperata nel film.

 

Sean Connery, dopo aver visto Il postino, dichiarò: 

“E’ il più bel film che abbia mai visto”.

 

Non dimenticheremo mai quel portalettere sprovveduto e confuso nel Postino che va a lezione dal grande poeta Neruda, interpretato da Philip Noiret, per farsi scrivere le poesie per la ragazza di cui è innamorato, per capire, sapere, conoscere e arricchirsi di cose per lui assolutamente nuove; e quando afferma sulla spiaggia in riva al mare in una conversazione filosofica con il poeta: “Il mondo intero è la metafora di qualcosa.”

 

 

 

 

 

san_giorgio_a_cremano2
fine-t-blu
fernando_popoli

 

SAN LEUCIO. GENIUS LOCI (FR) par Helene Blignaut – Numero 7 – Aprile 2017

san_leucio

SAN LEUCIO. GENIUs         LOCI

 

cat-stile
cat-arte
cat-economia

La beauté conquiert et rend amoureux car, outre le charme de surface que perçoit le regard humain, elle cache et révèle une profondeur, une substance rayonnante, qui demande à ne pas être retenue, mais au contraire diffusée à ceux qui savent l’apprécier.

La beauté génère la beauté et, dans les endroits où elle parvient à se manifester dans la splendeur qui lui vient de sa propre histoire, chaque chose et chaque événement qui s’y insèrera en deviendra beau et brillera de la même lumière, suivant naturellement le plan prospectif généré par l’admirable contenant.

 

Il y a un lieu dans le sud de l’Italie, dont la beauté, comme dans un conte de fées, doit tout aux événements séculaires qui s’y sont déroulés et aux œuvres qui y furent créées. Des œuvres qui, aujourd’hui encore, sortent des mains des artisans savants pour être offertes à l’intelligence des amateurs dans toute leur profonde beauté atemporelle et qui perpétuent l’ambition d’une synthèse vertueuse entre le beau et le juste comme le revendiqua leur initiateur par excellence, le roi Ferdinand IV de Bourbon. Il s’agit de San Leucio, une banlieue de la ville de Caserte qui, sur l’ordre du roi, devint brusquement un unicum imprévisible unissant noblesse monumentale donnant sur des paysages verts pensifs et une communauté humaine qui reçut le privilège d’apprendre l’art du tissage de la soie et de la production d’objets extraordinaires.

 

Alors même que la colonie royale de San Leucio voyait le jour et commençait, à réaliser le rêve royal illimité, calme et laborieuse, 

jour après jour, dans son territoire exigu, le beau-frère 

et la belle-sœur de Ferdinand IV perdaient la tête 

sous la lame d’une révolution sanglante.

 

Notre roi avait épousé Marie-Caroline de Habsbourg-Lorraine, sœur de l’Autri-Chienne, comme le peuple français en révolte surnommait Marie-Antoinette d’Autriche, épouse de roi Louis XVI. Les échos du sang et de la terreur ne parvinrent cependant pas à arrêter la volonté de ce visionnaire qui, peut-être submergé par la pompe excessive du Palais Royal de Caserte, avait décidé de transformer le village en une splendide enclave dont l’existence et la merveille n’étaient toutefois pas une fin en soi. A cet endroit existait déjà une belle petite église ancienne. Il fit construire dans le quartier du Belvédère un pavillon de chasse et il envoya y vivre quelques familles afin qu’elles s’y consacrent. Le roi avait une mentalité moderne et il décida ainsi de donner vie à un modèle social absolument nouveau, imposant une structure urbaine harmonieuse avec une place circulaire et un système de rues radiales, promouvant l’autonomie économique avec la création d’une usine pour la production de soie de haute qualité, de quelque chose qui n’avait jamais été vraiment vu auparavant.

 

Non seulement visionnaire, mais aussi précurseur de cette égalité qui se fondait sur la dignité de pouvoir vivre de son travail, mais aussi sur la prévoyance sociale et la prise en compte (avant l’heure) des droits 

de l’homme avec des heures de travail quotidien réduites 

à onze heures au lieu des quatorze en vigueur dans le reste 

de l’Europe, avec un salaire égal pour les hommes et les femmes, l’éducation obligatoire et gratuite et une formation professionnelle 

qui tenait compte des capacités des jeunes.

 

Même le logement était gratuit et construit avec tout le confort possible à l’époque. La vaccination contre la variole était obligatoire. La gestion de cette entreprise, qui généra entre autre une sous-traitance notable, eut des conséquences importantes. Elle anticipait en effet l’affirmation des droits dont la revendication marquerait plus tard l’histoire politique et sociale du continent. Elle était une sorte de Ferdinandópolis avec un Code, dont les principes fondamentaux étaient: l’éducation, l’intégrité et le mérite, et où il n’y avait pas de place pour les distinctions hiérarchiques et de condition. Du patrimoine vivant des vers à soie qui étaient élevés dans le bâtiment des chenilles jusqu’à la préparation des écheveaux, aux machines de filature, aux métiers à tisser, à la soierie mécanique, la création de tissus luxueux pour vêtements et meubles prestigieux sut évoluer vers une extraordinaire gamme de brocarts de soie d’or et d’argent, de gros de Naples particuliers, et même un tissu innovant original qui fut appelé Leucide.

 

Avec l’introduction dans la première moitié du dix-neuvième siècle du jacquard, la technique de tissage qui fit la fierté de la France, furent créées des œuvres qui en ennoblirent les productions et qui se  

rapprochaient plus de l’art que de la réalisation 

d’objets d’usage courant.

 

Les couleurs étaient naturelles et l’inspiration culturelle des nuances inhabituelles imposait des définitions qui, déjà en en elles-mêmes, évoquaient des émotions et des désirs: vert saule, vert de Prusse, Séville, Eau du Nil … Des noms suggestifs de tissus pour tapisseries, rideaux, housses de canapés et oreillers, mais aussi des châles, corsets, mouchoirs et autres vêtements délicieux. Les tissus pour l’ameublement fascinèrent rois, reines et papes et ornent encore aujourd’hui les pièces du Quirinal, du Vatican, le palais de Buckingham, la Maison Blanche et d’autres endroits prestigieux. Des célèbres designers de la mode internationale se laissent encore séduire pour leurs créations les plus haut de gamme. L’histoire suit son court, l’évolution du progrès produit des décadences et des nouveaux départs; ainsi, avec l’avènement de l’unité de l’Italie, le rêve de Fernandópolis fut englobé dans le territoire du nouvel état. Mais la mythologie d’une matière née de la volonté inébranlable d’un roi ne pouvait pas succomber.

 

Aujourd’hui, les tissus de San Leucio demeurent un patrimoine exceptionnel et dans leur trame demeure intacte une vitalité de faire qui n’a jamais cessé de se nourrir elle-même. Avec l’utilisation appropriée des nouvelles technologies, et sans dénaturer son caractère artisanal, se créent des œuvres qui nous apportent encore la profondeur 

multiple de leur beauté, leur histoire, leur patrimoine utopique, 

 

mais aussi la sensibilité tactile ou l’épaisseur crémeuse de certaines textures, la consistance – qui semble parfumée – des grands motifs floraux, les tonalités sonores de la soie craquante. Des sensations qui stimulent une attention passionnée et heuristique pour découvrir d’autres sens. Les appartements royaux et la maison des tisserands sont visibles, transformés en musée. Toutefois, le consortium des entreprises qui descendent de ces anciennes familles est plus que jamais actif et disponible. Les événements culturels attirent des visiteurs du monde entier: en Juillet, le Festival Leuciana est une évocation en costumes historiques. En Octobre, le Festival du Vin, des Vignobles et de la Soie perpétue, de manière agréablement matérielle, le rêve qui inspira un ancien roi. Les usines et les ateliers abritent une foule de trésors à découvrir.

 

 

 

 

 

Crédits photos Complesso Monumentale di San Leucio

 

Simbolo-f-p-R
Helene Blignaut

 ITA | ENG | FR

la_soie

 

 

L’ARCHITECTURE DU SALENTO – LES TOURS DE DEFENSE par Giusto Puri Purini – Numero 7 – Aprile 2017

cat-arte
cat-storia
Giusto-Puro-Purini-storia
simbolo1

L’ARCHITECTURE DU SALENTO     LES TOURS         DE DEFENSE

 

Sainte Sophie devient la « Grande Mosquée » et une nouvelle et superbe grande puissance, cultivée et agressive, naît en Méditerranée orientale. Elle entrera rapidement en conflit avec la République de Venise, qui, jusque-là, avait librement navigué sur les mers de l’Adriatique à la mer Egée, avec ses flux de marchandises et ses innombrables implantations et domaines, disséminés de Dalmatie à l’Asie mineure et au-delà.   

 

Les Pouilles devinrent une plaque tournante stratégique pour les incursions ottomanes et, en dépit de l’occupation de la péninsule en 1484 par les Vénitiens (débarqués à Taviano), ces derniers ne réussirent plus à freiner l’élan des ottomans. L’algérien Khaized-Din (dit Barberousse) détruisit Castro et Marittima en 1537 et, sur la côte ionique, l’antique Ugento. Le système de défense des Pouilles, en particulier dans le Salento, était déficient et précaire. Composé d’ouvrages remontant à la Rome antique ou aux Byzantins (pour se défendre contre les Lombards et les Aragonais) construits au cours des siècles précédents sous forme de tours côtières et de fermes fortifiées, il n’était plus à la hauteur des besoins. C’est alors que sur la scène européenne, le conflit impitoyable entre le roi de France François Ier et Charles Quint, roi d’Espagne, se résolut en faveur de ce dernier le conduisant à gouverner une grande partie de l’Europe.

L’histoire du Salento est parsemée d’une multitude d’invasions au début, par des peuples qui s’y installèrent, comme les Messapes et les Japiges, puis, par les Grecs; des incursions des pirates sarrasins, des attaques et des pillages, jusqu’au grand péril ottoman, qui nourrissait notamment l’idée de réunifier l’Empire romain d’Orient avec Rome. Ce fut donc, au nom de l’empire de Charles V que le vice-roi du royaume de Naples, Pierre de Tolède, promut en 1532 une première ligne de défense massive et stratégique le long des côtes adriatique et ionienne des Pouilles, ce vaste promontoire qui s’avance au cœur de la Méditerranée. Tel un urbaniste des systèmes de défense, il fit réaliser un projet où chaque tour pouvait détecter et signaler à la suivante les dangers qui se profilaient à l’horizon. Cornes  de brume et cloches donnaient l’alarme, ou des signaux visuels, comme la fumée (de jour) et le feu (de nuit). Une deuxième ligne de défense était formée par les fermes fortifiées puis, plus à l’intérieur, des châteaux imposants parmi lesquels figure, aujourd’hui encore, celui de Achaïe. Les mesures du vice-roi furent renforcées en 1563 par l’ordonnance de Don Pedro Afan de Ribera

Cette Italie, dressée et baignée par les eaux en presque tous les points de son territoire, « s’offrait », point d’attraction et aimant pour d’autres populations.

The biblical exodus that millions of people carry out daily in recent years, puts in motion old grudges, fears and imbalances, and there is the need for a new conscience that will bring the great States (colonisers) to develop jobs and margins for a potential growth in the original places, in order to bring our Mediterranean back to being, as it was, a place for merchants, economic-financial exchanges, culture, religion, thought and work.

En 1529, après de multiples conflits et, finalement,  un accord avec le pape Clément VII, Charles V obtint la reconnaissance des possessions qu’il convoitait en Italie, y compris le royaume 

de Naples, qui comprenait ses Pouilles bien-aimées 

(où ne se rendit d’ailleurs jamais).

Le coût économique d’une telle entreprise était devenu si élevé que, par le biais d’appels d’offre, des titres furent conférés à ceux qui

prirent en charge la construction de tours, les « Capitaine des Tours», lesquels outre l’alerte contre les raids et la préparation des défenses avec canons et mousquets, pouvaient également percevoir 

des droits. Aux insolvables était « durement » 

refuser le droit d’être défendus.

Les tours, plus tard, serviront aussi à lutter contre la contrebande, en partie tolérée, pour empêcher le commerce illégal de sel en vogue à ce moment-là, compte tenu de la pauvreté des populations rurales et pour faire obstacle à la traite des esclaves. Les tours édifiées par Charles V, construites avec des morceaux de tuf réguliers, sont généralement carrées ou circulaires et leur base est en pente avec à l’intérieur habituellement deux étages et une terrasse crénelée. Des meurtrières et collecteurs d’eau complètent la façade. Les tours sont équipées d’une citerne souterraine pour recueillir l’eau de pluie. Dans certains cas elles sont devenues aujourd’hui des Capitaineries de Ports encore opérationnelles. Beaucoup sont (malheureusement) en ruines et d’autres ont été restaurées. Pour reprendre les mots de Mario Muscari Tomajoli « La construction d’observatoires fortifiés se retrouve dès Plutarque (125-50 avant JC) et fut également entreprise par les Romains, dont le commerce connut une crise due aux pirates jusqu’à 67 ans avant JC, lorsque la loi Gabinia permit à Pompée d’armer une flotte contre les pillards et de pacifier le Mare Nostrum . »

Ce système de défense n’existe pas uniquement dans les Pouilles et dans le Salento, et sur nos côtes et sur bien d’autres côtes de la Méditerranée il indique, comme une immense ponctuation 

sur les cartes, le rapport d’amour et de peur que 

la grande mer portait avec elle.

 

Sa première place dans la civilisation, l’histoire, la fertilité de la nature et les coutumes lui imposait aussi d’avoir un système 

de défense et c’est ainsi qu’aujourd’hui ces constructions admirables inscrites dans le rythme fluide des paysages 

sont devenues des signes indélébiles de l’histoire. 

 

Samsung foto 5220

 ITA | ENG | FR

La_catastrophe

 

SAN LEUCIO. GENIUS LOCI by Helene Blignaut – Numero 7 – Aprile 2017

san_leucio

SAN LEUCIO. GENIUs         LOCI

 

cat-stile
cat-arte
cat-economia

Beauty conquers and makes people fall in love because in addition to the superficial fascination perceived by the human eye, it hides and shows a depth, a ‘substance’ that radiates value and asks not to be retained, but diffused to those who know how to enjoy it.

Beauty infects beauty and, in a place that can appear in the splendor that comes from its own history, everything and every event that enter it will be consequently beautiful and will shine in the same light, naturally following the prospective show created by the admirable container.

 

There is a place in the South of Italy that, just like in a fairy tail,  owes all its beauty to the secular events that occurred in its frame and the great works that were created there.   Works that still today come from the wise hands of artisans to  be  offered  to  the  appraiser’s  intelligence  in  all  their atemporal aesthetic depths that perpetuate the ambition of a  virtuous  synthesis  between  the  handsome  and  the  righteous,  just as the absolute initiator, King Ferdinand IV of Bourbon, intended it to be.  This is why San Leucio, a hamlet of the city of Caserta, by the will of this king, immediately became  an  unpredictable  unicum  of  monumental  nobility  overlooking  green  pensive  landscapes  and  a  human community that found itself privileged in learning the art of weaving silk and the production of extraordinary artifacts.

 

While the Real Colony of San Leucio saw the light and set off quietly and steadily to create, day after day, even in its narrow territorial boundary, the unlimited royal dream, Ferdinand IV’s brothers-in-law 

left their heads under the blade of a bloody revolution.

 

Our king had married Maria Carolina of Habsburg, and Lorena, the sister of the Autri-chienne (Chienne in French means bitch), as she was reffered to by the French people in revolt, Maria Antonietta of Austria, wife ofmarried King Louis XVI. Blood and terror whose echo, however, failed to stop the will of this visionary who, perhaps overwhelmed by the excessive pump of the palace of Caserta, had decided to transform the town into a beautiful niche whose existence and wonder were not to end in itself. A delightful ancient little church already existed, and the King had a hunting lodge built in the Belvedere area, subsequently sending some families to live there so that they would take care of it. The king was endowed with a modern mindset and thus thought of creating a social model of absolute novelty, imposing a harmonious urban layout with a circular square and radial system of roads; Promoting economic autonomy with the creation of a factory for the production of excellent silks, something that had never really been seen before.

   

Not just a visionary but a precursor of that type of equality 

that founded the dignity of living on work but also on social 

security and the consideration of the (yet unwritten) human rights, 

with daily working hours reduced to eleven instead of the fourteen 

in effect in the rest of Europe, with equal pay for men and women, compulsory and free schooling and jobstart schemes 

that took into account the attitudes of young.

 

Even the homes were free and built with all possible comforts of those times. Vaccination to prevent smallpox was mandatory. The management of this endeavor, that was also able to produce a considerable income, anticipated the claim of rights that would later mark the political and social history of the continent. A sort of ‘Fernandinople’ with a Code whose fundamental principles were education, good faith and merit, and where there was no room for distinctions of rank and condition. From the living heritage of the silkworms that were cultivated in the building called the cuculliera, to the preparation of the bundles, the spinning wheels, the looms, the creation of luxurious fabrics for clothing and prestigious furnishings evolved in an extraordinary range of silk brocades with gold and silver, with particular ‘gros de Naples’, and also in an original, innovative fabric called Leucide.

 

 

With the introduction in the first half of the nineteenth century of the Jacquard, the weaving technique of which France was proud, 

the outcomes improved resulting in the creation of objects 

closer to being works of art rather than every day items.

 

The colors were natural, and the cultural inspiration of the unusual nuances imposed definitions that evoked emotions and desires: green willow, Prussia green, Seville, Nile Water… Impressive names of fabrics for upholstery, tapestries, curtains, sofa and pillow covers, but also shawls, corsets, handkerchiefs and other delicious clothing items. The furnishing fabrics fascinated kings and queens and popes, and today they still enrich rooms in the Quirinale, the Vatican, Buckingham Palace, the White House and other prestigious sites. Moreover, famous international fashion designers let themselves be tempted by these for their top range creations. History goes on, the becoming of progress produces decadence and new beginnings; thus, with the advent of the Unification of Italy, the dream of Fernandinople was embedded in the state properties. However, the mythology of a matter born from the imperious will of a king could not succumb.

 

Today, San Leucio’s fabrics remain an exceptional heritage
and, 
in those textures, an unchanged vitality of doing that has 

never ceased to nourish itself remains. With the aid of the
new technologies, without distorting craftsmanship, 

it is possible to create works that still show us the multiple 

depths of their beauty, their history, their utopian legacy,

 

but also the tactile delicacy or the creamy thickness of certain details, the texture – which seems fragrant – of the great floral designs, the tones of crunchy silks. Sensations that stimulate a passionate heuristic attention to discover further meanings. The regal apartments and the weaver’s house are visible today in their museum formula; however, the consortium of companies that descend from those older families is more than ever active and available. Cultural initiatives invoke visitors from around the world: in July, the Leuciana Festival is a historical costume evocation. In October, the Feast of Wine, of Vineyards and of Silk reenacts the same fantasy that animated an ancient king. In the factories and shops is a wealth of treasures to discover.

 

 

 

 

 

Le foto sono state gentilmente concesse dal Complesso Monumentale di San Leucio

 

Simbolo-f-p-R
Helene Blignaut
sete_and_wonders

 ITA | ENG | FR

 

 

CRISI O METAMORFOSI? di Luciano Cimmino – Numero 4 – Aprile 2016

cat-economia
cat-sud
Luciano-Cimmino
L-ingresso

è stato caratterizzato per gli imprenditori italiani da una invadente, ed a volte molesta, presenza di un mondo finanziario sempre più interessato ad acquisire marchi e attività produttive con partecipazioni di maggioranza o di minoranza.

CRISI O METAMORFOSI?

 

simbolo8

Fino alla fine degli anni novanta, pur avendo già esteso la mia attività in gran parte del mondo, la mia principale base operativa era a Napoli.

Avevo la sensazione che fossimo rimasti in pochi a credere nella forza del lavoro vero; quello che ti impegna quotidianamente nel tenere un’azienda sui binari corretti di una sana gestione, proiettandola nel futuro con idee e progetti solidi, legati ad idee innovative oltre che ad un solido know-how.

Oggi mi rendo conto come, da un osservatorio sia pure importante come quello di una ex Capitale, l’incrocio tra mondo finanziario ed impresa fosse vissuto in maniera completamente diversa da quanto, poi, avrei potuto verificare avviando nel varesotto il marchio Yamamay. Marchio immediatamente oggetto di attenzione di banche d’affari e di Fondi che, a decine, presidiavano la piazza finanziaria di Milano. 
Con meraviglia constatavo quanto tempo bisognava inventarsi per seguire un’agenda di appuntamenti che niente avevano a che fare con l’attività principale dell’azienda. Per la maggior parte si trattava di incontri finalizzati ad ascoltare progetti e condizioni legati all’ingresso nel capitale di un’attività ancorché giovane e dall’avvenire ancora da definire. 
Educato ad un modo di operare che mi imponeva di concedere un appuntamento a chiunque me lo chiedesse, mi trovai in breve a dover rivedere questa mia convinzione.

In effetti, la brusca frenata non creò da sola tutti i dati negativi che fummo costretti a registrare, ma tolse i veli ad una generale situazione dell’economia italiana, che si sarebbe già dovuta affrontare da tempo,

In quel momento i nostri marchi correvano come puledri in dirittura d’arrivo di un derby, ma questa frase mi colpì come una scudisciata in pieno viso. Cosa stava accadendo e cosa ci riservava in generale il futuro e per i nostri marchi in particolare? La risposta arrivò nei mesi seguenti quando fummo costretti a ridimensionare le nostre vertiginose crescite a due cifre in miglioramenti che comunque si evidenziavano come le migliori performance nei settori in cui operavamo, mentre si registrava la diminuzione sostenuta ed inarrestabile dei consumi in tutti i settori. 
L’Italia stava entrando in un ciclo di recessione che avrebbe minato alla radice convinzioni che ormai sembravano inamovibili: PIL sempre con un segno + davanti, occupazione stabile, voglia di consumare anche nei canali innovativi che si erano presentati più di recente.

Ed ancora: è il caso di parlare di crisi o dobbiamo prendere atto che la nostra società civile è rimasta coinvolta in un processo di metamorfosi che ha trasformato completamente modi di vivere, aspettative, speranze per il futuro? Non sono considerazioni di poco conto, perché in ballo ci sono tutte le nuove generazioni che hanno visto disintegrarsi, in pochi anni, le convinzioni che avevano supportato le generazioni precedenti: il posto fisso, la sicurezza di una pensione alla giusta età, un ragionevole potere di acquisto. 
A tutto questo dobbiamo aggiungere il fatto che, come sempre, quando le crisi economiche sembrano irrisolvibili, si sono accesi conflitti locali di grande importanza e sempre più diffusi, fino a far dire a Papa Francesco: “Ė in atto una terza guerra mondiale a pezzi”. Un’affermazione drammatica, ma poco lontana dalla realtà e che sembra possa coinvolgerci ulteriormente ed in maniera più diretta, in tempi molto brevi. 
Ci stiamo abituando anche a questo. Per fortuna ci sono convinzioni che non sono ancora venute meno:

Ora però bisogna chiedersi: come siamo usciti da questo percorso negativo durato più di un lustro? In quanti anni possiamo recuperare tutto il PIL che abbiamo lasciato per strada?

c’è ancora la voglia di confrontarsi con la concorrenza mondiale sul piano produttivo e per la penetrazione in mercati che potrebbero rappresentare una nuova frontiera per lo sviluppo.

In definitiva contrasti forti, molto forti, che bisogna saper gestire e pilotare con mano ferma. Abbiamo il dovere di mettere le nuove generazioni in condizioni tali da poter affrontare i prossimi decenni con la preparazione e la carica indispensabili per non far arretrare il nostro Paese nella grigia zona delle Nazioni che poco possono incidere sui futuri destini del mondo.

Fino al 2007 sembrava impossibile sottrarsi ad un gioco che mi ricordava quello dello scambio di figurine che praticavo da bambino: io ti do qualcosa e tu mi dai qualcos’altro in cambio; oppure compro il tuo mazzetto di figurine al prezzo che, in apparenza, decideremo insieme. 
In sintesi, i discorsi sul mondo finanziario sembravano prevalere in larga misura su quelli legati all’economia reale che per me è sempre quella della produzione e distribuzione dei beni. 
Purtroppo, l’Italia era solo un’appendice di quanto si stava verificando, in misura molto maggiore, nelle principali piazze finanziarie del mondo. Inevitabilmente, dopo alcuni anni, la bolla è scoppiata e dal 2008 ci siamo trovati in una situazione che ha visto, in misura minore o maggiore, e con esiti assolutamente diversi per ogni caso, coinvolte tutte le aziende italiane. 
Ho un ricordo preciso del momento in cui fui costretto ad aprire gli occhi su quanto stava accadendo.

Un pomeriggio, doveva essere maggio del 2008, ero davanti al distributore automatico di caffè in azienda ed arrivò una persona per la ricarica. Mi sembrò naturale domandargli come andavano le cose nel suo settore. “Lasci correre, mi rispose, in sei mesi ho perso il 75% del mio fatturato!”

con sostanziali riforme a cui però nessun Governo aveva inteso mettere mano. 
Scivolando sulla pericolosissima china di un debito pubblico inarrestabile nella sua corsa verso record negativi, ci trovammo così alla vigilia di catastrofici eventi che in poche settimane (attenzione poche settimane, non pochi mesi) avrebbero portato l’Italia al default
Di fronte ad una realtà, che non esito a definire drammatica, per fortuna ci fu un momento in cui le forze politiche si compattarono intorno al nome del professor Monti per evitare il naufragio. Agli italiani furono chiesti grandi sacrifici, soprattutto sul fronte delle pensioni, il cui nodo ancora oggi appare irrisolto, ma fu così evitato il peggio. 
A distanza di pochi anni, oggi sembra che la caduta si sia arrestata, mentre appare avviato un nuovo processo di crescita sia pure segnato da risibili decimali.

 

PASQUALE FESTA CAMPANILE: IL REGISTA MILIARDO di Rosalba Mazzamuto – Numero 5 – Luglio 2016

art_mazzamuto-copertina
cat-stile
cat-cultura
cat-arte
Rosalba-Mazzamuto
La-dominazione

ha fatto sì che molti italiani di quelle zone abbiano un carattere che di meridionale ha ben poco. Gli Svevi soggiornarono in Lucania e Pasquale Festa Campanile di sicuro sangue svevo nelle vene doveva averne. Di meridionale egli si era riservata la sensibilità, il senso di umanità antico, mentre se si dà un’occhiata alla sua produzione sia letteraria che cinematografica, ne viene fuori un personaggio che non ha avuto attimi di tregua: egli approfondiva, studiava, limava ogni riga scritta, ogni fotogramma impressionato. Questa creatività, tuttavia, non faceva di lui un frenetico proprio perché la componente meridionale glielo impediva.

Amava il cinema e la letteratura. Ad altri spetta ricordare le caratteristiche dell’uomo di cultura, io posso soltanto dire che

il periodo passato accanto a lui è stato bello, esaltante, per me giovane moglie, proveniente da ambienti diversi da quelli del cinema; era tutto una novità, incontrare attori famosi che venivano a lavorare a casa, andare a cena con i suoi amici produttori cinematografici

Basti ricordare Bingo bongoNessuno è perfettoCulo e camicia e altri… interpretati da Celentano, Pozzetto, Montesano, Ornella Muti, film che hanno oltrepassato il traguardo dei 10 miliardi di lire di incasso dell’epoca. 
Dopo 18 anni dal primo romanzo, ritorna alla letteratura con un secondo e poi con altri, tutti tradotti in film per la sua regia. Era il periodo dell’austerity energetica e Pasqualino scrive Conviene far bene l’amore, successivamente portato sullo schermo con Gigi Proietti, idea originale per la ricerca di fonti alternative, come l’energia sprigionata dall’incontro fra un uomo e una donna che improvvisamente illumina un teatro intero. Poi viene Il Ladrone del 1980 che divenne film con Enrico Montesano nei panni di Caleb, il ladrone buono della croce, un antieroe picaresco, un simpatico ciarlatano che vende polveri miracolose e finte reliquie in una Palestina percorsa dei messaggi rivoluzionari di Cristo. Uno dei film a cui ha tenuto di più, anche questo sempre riproposto dalla televisione nel periodo pasquale, che non manca di avere qualche relazione con il successivo Per amore solo per amore, la storia di San Giuseppe come lo voleva vedere lui, ragazzo normale innamorato che si trova inconsapevole a percorrere una storia che non sempre capisce, premiato come miglior romanzo al Premio Strega. 
La sua carriera cinematografica si chiude in bellezza con il film Uno scandalo per bene, ispirato al “caso” Bruneri Canella, con Ben Gazzarra e Giuliana de Sio, e la sua carriera letteraria si chiude con il romanzo Buon Natale Buon Anno, Premio Bancarella, la cui stesura ci ha accompagnato fedelmente fino alla sua fine, poi tradotto in film per la regia di Comencini con due grandi attori: Virna Lisi e Michel Serrault.

Sfere-Fine-Pagina

PASQUALE FESTA CAMPANILE: IL REGISTA MILIARDO

 

come Luigi o Aurelio De Laurentiis, Mario Cecchi Gori o Fulvio Lucisano o Luciano Martino, allora fidanzato con Edwige Fenech, o editori dei suoi libri come Valentino Bompiani o Leonardo Mondadori. 
Ma quel periodo è stato anche infinitamente triste, per la lunga malattia che a 58 anni, a poco a poco, lo ha divorato, senza concedergli un’altra possibilità. 
Abitavamo in via Giulia, una casa piena, piena di libri – amava dire che ve ne erano circa 30.000 – che non leggeva ma di cui le pareti erano tappezzate; tutte, persino quelle dei bagni e, difatti, alla fatidica domanda “ma li hai letti tutti?” egli rispondeva “no, però li annuso quotidianamente, le parole, le frasi, i concetti volano nell’aria”. Erano i suoi approfondimenti, soprattutto per i film in costume, come la sceneggiatura del Gattopardo o quella di Rocco e i suoi fratelli, ambedue regie di Luchino Visconti, oppure Le quattro giornate di Napoli di Nanny Loy, scritta con Massimo Franciosa e Vasco Pratolini, o la fortunatissima commedia musicale Rugantino, che ormai rappresenta nella commedia dell’arte la maschera di Roma, costante successo internazionale, scritta assieme a Garinei, Giovannini, Luigi Magni e Massimo Franciosa, musicata da Armando Trovajoli, o la favola musicale 20 zecchini d’oro assieme a Luigi Magni, per la regia di Franco Zeffirelli. Come non ricordare poi Le voci bianche, rievocazione dei favolosi musici castrati in un colorito settecento romano, o Una vergine per il principe con Virna Lisi e Vittorio Gassman che gigioneggiava piacevolmente in abiti rinascimentali, delle quali fu anche il regista.

La casa di via Giulia era straripante di sceneggiature che gli proponevano, di libri che gli inviavano, o curricula di attori che volevano lavorare con lui, e, inoltre, vestiti fuori moda mai buttati, ma anche preziosi vasi e lampade art-nouveau che collezionava,

francesi di Emile Gallè, Le Verre Français, Daum e altri, o americani come i bellissimi Tiffany. Ne possedeva 80/90 pezzi, che davano una particolare allegria, colore e luce alla casa. 
Pasqualino arriva a Roma con la famiglia da piccolo, dalla Basilicata. 
La sua carriera giornalistica iniziò ad appena 19 anni, nell’immediato dopoguerra, in una prestigiosa testata culturale, «La Fiera Letteraria», passando poi alla radio e alla televisione, occupandosi prevalentemente di letteratura. 
Ma le radici lucane non tardano a farsi sentire nel suo primo romanzo del ’57, La nonna Sabella, poi tradotto in quel divertentissimo film diretto da Dino Risi e interpretato dalla magistrale Tina Pica che la televisione, durante il periodo estivo, ci ripropone spesso: comicità esilarante, spaccato di usi e costumi della sua terra natia e infarcito di ricordi della sua nonna. Il successo fu immediato. 
Da allora, Festa Campanile coniugò il proprio nome con i maggiori successi degli anni ’60, ’70, ‘80: la sua carriera di regista comincia con Un tentativo sentimentale, nella Roma del miracolo economico, passando per La costanza della ragione di Vasco Pratolini, Adulterio all’italianaLa cintura di castità con Tony Curtis e Monica Vitti, attraverso Poveri ma belli, Giovanni Mariti, il divertente Quando le donne avevano la coda, o il conosciutissimo Il merlo maschio con un eccezionale Lando Buzzanca e la bellissima Laura Antonelli, successo travolgente anche in Francia. Per fare solo alcuni esempi.

Era una firma di sicuro successo. I produttori se lo contendevano, riempiva le sale cinematografiche. Fu ribattezzato il regista miliardo ma non per averli intascati lui, i miliardi, bensì per averli fatti arrivare nelle tasche dei produttori.