ACQUA MADRE DI UNA SARDEGNA INESPLORATA di Giovanna Mulas – Speciale aglie fravaglie – maggio-Luglio-2020

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ACQUA MADRE DI UNA SARDEGNA INESPLORATA

 

Giovanna-Mulas-Verde

Ci pensavo, già lavorando a questo pezzo, anche il giorno in cui ebbi un interessante scambio di opinioni con un amico fraterno.

 

Mi si parlò del geronticidio che, anticamente, i figli praticavano 

verso i padri settantenni in quella Barbagia
che è autentico 
cuore della Sardegna;

 

eutanasia primaria che, a mio parere, getta le basi della più civile accabadura di cui faccio cenno nel mio Bruja e Accabadora: in Sardegna l’origine del mito? (Myrrha numero 1, luglio 2015). Pratica che riporta alla greca Sparta di cui, in Sardegna, sono storicamente indubbie le influenze. Il vecchio capoclan o il disabile, comunque colui/colei non autosufficiente, pertanto di peso nei confronti della propria comunità, veniva caricato sulle spalle di un figlio o di una persona particolarmente amata e trascinato per uno stretto, lungo sentiero che, ad oggi, è possibile valicare se la clemenza della stagione lo permette, tra rocce impervie e strapiombi che fanno corona ai paesi di Jerzu e Gairo (Nuoro). Il cammino, autentico rito iniziatico, sarebbe durato giorni; il portatore poteva fermarsi soltanto per dissetarsi in fonti stabilite e ritenute sacre, oggi se ne contano tre. Anche al povero derelitto era concesso bere prima di morire: l’avrebbe fatto utilizzando lo stesso contenitore del portatore, e la stessa acqua. L’anziano avrebbe bevuto per primo. Lungo il cammino, il portato raccontava l’intera sua vita a chi l’avrebbe sostituito: se figlio, il futuro re doveva essere in grado di comprovare un primo, attendibile atto di coraggio, gettando l’amato padre dal dirupo, e senza piangerlo.   

 

Il vecchio, mentre il figlio camminava lento, impedito ma fiero, si guardava attorno per l’ultima volta e forse piangeva ciò che era stato, o forse no; forse dignitoso e muto stava, nonostante l’impedimento di età o malattia

fiero di quel figlio così forte, sangue del suo sangue suo respiro senza lamento, 

che ora nell’ultimo viaggio doveva trovare (avere) il coraggio di accompagnarlo 

fino alla cima del sentiero e allo strapiombo e accabare totu: finire tutto.  


Come suo padre prima, e prima suo nonno, e prima di ogni tempo conosciuto dall’uomo; come prima avevano fatto. 

Lo vedo parlare il vecchio, mentre il figlio lo trascina. Parla, forse gesticola stanco, mugugna dei tempi passati e di ciò che sarebbe stato, forse o forse no, e venuto. O forse no. Parla di ciò che non ha detto mai, ma che ora trova risposta. E ogni fonte che spilla dalla roccia grezza, ai lati del sentiero, antica ed eterna quanto il Re spossato, è per i due momento di pausa, di ulteriore riflessione.

 

È bere l’acqua (tornare all’acqua), e contemporaneamente 

battezzarsi al proprio destino, 

 

abbandonarsi allo stesso senza combattere, in accettazione ora che, in quell’età, non più rabbia e passione tengono le membra all’erta, ma consapevolezza.  

Ed ecco che si arrivava alla fine dello strapiombo, alla punta, alla cima frastagliata. Il sentiero finiva e il Grande Padre, l’Aquila Ardente, volgeva l’ultimo sguardo al figlio. Pregava il futuro Re, se di carne e sangue e coraggio vero era fatto, gli stessi suoi, di buttarlo di sotto. Accabaeminci, finiscimi. E l’Aquila, al momento del volo, forse gridava. Ma sono certa di no.   

 

Invito il Lettore a porre particolare attenzione, in questo racconto trasmessomi dagli anziani del luogo e che fonde fantasia con realtà, ai dettagli legati all’elemento acqua.

 

Bere dalla stessa fonte che la Terra Madre partorisce, ovvero dalla Natura 

che ci ha partoriti, entrambi, dallo stesso contenitore: 

feto che ci pasce, e sostiene. 


Condividere con chi ci ha amato fino all’ultimo giorno della sua vita (il presente) la purezza d’intento, la verità, una nuova nascita per entrambi. In Sardegna il brindisi più popolare si pronuncia, da sempre, in occasioni da imprimere nella memoria, e soltanto coi più cari:
“A chent’annos cun saludi e trigu”. Sarebbe un “che ci si possa ritrovare qui tra cento anni con salute e fertilità, amore, con la stessa trasparenza e l’affetto dell’oggi”.  

I due e non più di due che principiano una via che condurrà, in un modo o nell’altro, ad una evoluzione–annullamento del portato, maturazione del portatore – li vedo attraversare una montagna che ci rappresenta, quella Torre di Babele ch’è la vita stessa, un “lasciate ogni speranza, o Voi ch’entrate” e, se entrate, proseguite fino alla cima: questo è il vostro compito.

 

Dunque camminare, tra gli ostacoli posti dal destino e i momentanei riposi 

nelle fonti, fino all’altezza di un dio: 

 

quello Spirito che accoglie, svegliando, il dormiente. Simbolicamente, i due viaggiatori mi sono uno: androgino ermetico da sempre delineato iconograficamente sotto la forma di creatura umana bisessuale, Rebis che nasce dall’unione tra il sole e la luna o, in termini alchemici, tra zolfo sofico e mercurio sofico. In Sardegna, un chiaro esempio di utilizzo in epoca contemporanea del termine “androgino” è possibile notarlo in riferimento a Su Componidori della Sartiglia di Oristano. La natura androgina è marcata in relazione a maschera, abiti ed accessori, per le peculiarità del rito di cui si rende protagonista.  

Dualità del e nell’uomo, quei Bene e Male in ognuno di noi?

 

Rivediamo i nostri viaggiatori, lì a seguire il sentiero attorno alla montagna 

 

L’attraversavano rasentando gli strapiombi, zigzagando in salita, il più debole fisicamente e più saggio –ché già preparato ad affrontare la morte o cambiamento – sulle spalle del giovane. In diverse leggende dell’isola vengono descritti spiriti inquieti che infestano chiese campestri sconsacrate, erette accanto a corsi d’acqua.   

 

Queste anime inquiete, apparentemente uomini e donne normali, sembra abbiano la lieta abitudine di danzare a cerchio e cantare festosamente ad ogni tramontare del sole e fino all’alba. Ad ogni nuovo giro si dissetano passandosi, l’uno con l’altro, una croccoriga: una zucca svuotata e ben scavata, utilizzata a mo’ di contenitore per l’acqua.

Se un vivo capita nei paraggi, viene attirato dalla festa all’interno della chiesa 

e invitato ad unirsi, ad entrare nel cerchio, quindi a bere

 

Si narra che tanto grande sia la festa dei morti, e così rinfrescante la loro acqua, che il passante dimentichi la realtà per unirsi a loro. E’ in quel momento che i morti lo trattengono all’interno del loro cerchio: il disgraziato si ritrova a dover girare a vuoto per l’eternità. Solo un soffio di vento divino, mi raccontano, potrebbe distrarre le anime inquiete per lasciar fuggire il vivo dal cerchio; ma uno degli spiriti gli salirebbe in groppa non visto – soltanto sentito dalla vittima – permettendogli di ritornare sì tra i vivi, ma condannato a caricare, e fino alla fine dei suoi giorni, la morte sulla schiena.

 

In questo momento di resistenza dura per il mondo tutto, clausura forzata e dovuta, riflettevo una volta in più sui viaggi di Magister Gregorius e Goethe.

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UN PAESE LA SCUOLA LA MERICA Parte I di Tommaso Russo – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio – 2020

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UN PAESE, LA SCUOLA, LA MERICA 

 

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raccontano che in quel decennio, per effetto di un lungo e lento processo di crescita, Avigliano era diventato un importante paese in provincia di Potenza.  

Contava 19.010 abitanti nel 1881, scesi a 18.841 nel 1901. Quello scarto di 169 abitanti non riuscì a compromettere la trama del suo territorio.

 

La campagna estesa ed ampia con più di ottante frazioni, con la sua economia degli orti e della pastorizia, con quella del seminativo e dei boschi, apparteneva a un principe, venuto da Genova, di nome Doria-Pamphili.

 

Egli ne aveva concessa molta parte a grandi affittuari borghesi e a piccoli contadini. Questi ultimi che mal sopportavano la burbanza feudale per difendere la loro dignità spesso lo trascinavano in giudizio oppure scioperavano. Per fortuna che quando finivano in tribunale erano difesi gratuitamente da avvocati socialisti o liberal massoni.

Il centro del paese aveva tutt’altre caratteristiche. C’era la pretura, 

in cui bene o male, si amministrava la giustizia.


Dai paesi vicini e dalle campagne vi accorrevano avvocati, imputati, testimoni, familiari. Paesani e forestieri con la loro presenza animavano una fitta rete di negozi, di forni, caffè, osterie, trattorie, alberghetti. 

 

Nelle strade cittadine avevano bottega orafi, sarti, calzolai, falegnami, figulai, bottai, maniscalchi. Nelle loro forge essi ferravano zoccoli per cavalli, per asini e muli, predisponevano ruote per carri, carrozze e carriole e per tutto ciò che potesse servire a spostare uomini, donne, famiglie e merci. Famose poi erano quelle botteghe in cui si fabbricavano e si vendevano coltelli a scatto con manici finemente intarsiati e lame affilate e luccicanti. Questo particolare artigianato aveva alimentato la leggenda che gli aviglianesi fossero uomini seri, onesti ma bravi di mano e veloci di coltello quando qualcuno veniva meno alla parola data.

A vivacizzare il paese provvedevano pure vari sodalizi, quello di mutuo soccorso, quello di previdenza e lavoro; poi la società agricola e quella di tiro a segno. 

 

Avvocati, medici, dottori fisici, farmacisti, maestri, e poi braccianti, contadini, scalpellini, muratori, operai, erano iscritti e tutti impegnati in azioni di solidarietà, di mutualismo e cura.

 

Don Giustino Fortunato, grande intellettuale e meridionalista, 

le volte che veniva colto da un qualche attacco di ipocondrìa 

era solito vedere nero. E in genere non sbagliava. 

Così, quando in Basilicata, negli anni Ottanta dell’Ottocento, si trovò di fronte a una opaca rete di banche popolari, di cooperative di credito, tuonò contro di esse dicendo che la misura era colma e che presto a quel carnevale bancario sarebbe sopraggiunta la quaresima. E così fu. Naturalmente Avigliano non sfuggì alla punizione divina. Era successo che ricchi borghesi pur di improvvisarsi banchieri, avevano chiesto prestiti al Banco di Napoli e li avevano garantiti ipotecando i loro beni immobili e fondiari. Così quando il tribunale dichiarò il fallimento della banca aviglianese, l’istituto di Via Toledo ne incamerò i beni. Su di essi, e sugli altri pervenuti in possesso del Banco per gli stessi motivi, vigilava attento e severo Nicola Miraglia, valente uomo della Terza Italia e meridionale di Lauria, che giustamente e a certe condizioni voleva immettere quote di quel patrimonio sul mercato per movimentarlo.

 

Fiore all’occhiello e vanto di Avigliano era il suo sistema scolastico.

 

L’istruzione domestica impartita da eruditi locali o da preti, quella funzionante nel convento e quella che si svolgeva nella scuola pubblica costituivano i pilastri di un solido edificio dove ogni mattina entravano frotte di bambini e bambine. Era il tesoro vivente del paese. I genitori avevano investito molto sul successo scolastico dei loro figli, così pure avevano fatto l’amministrazione locale e i nuclei borghesi che la governavano. Un caso raro in cui nessuna di quelle tre componenti aveva pensato che l’istruzione producesse spostati di capa, ma tutti ritenevano che da quell’edificio potessero uscire solo teste ben fatte come desiderava un filosofo francese Michel de Montaigne. 

 

Ad Avigliano Gioacchino Murat, nel 1809, aveva voluto istituire il Real Collegio, un istituto pubblico per la formazione della classe dirigente regionale, ma aveva ordinato anche l’apertura delle scuole primarie maschili e femminili. La frequenza era gratuita ed il reclutamento delle maestre e dei maestri era in capo al Comune. Iniziava così il lungo, lento e difficile cammino della laicità della scuola elementare.

 

 Nel 1851 Ferdinando II di Borbone volle aprire un ospizio-convitto 

per trovatelli, orfani e per i figli di molti padri e di una sola madre. 

Re-Bomba volle che fosse consacrato 

alla Madonna della Pace. 

E così fu. 

Col passare dei decenni quel convitto diventò una bella istituzione educativa e formativa con tanti ragazzi bravi ed anche altri che diventarono importanti. In più il collegio mise in piedi una banda musicale che allietava le iniziative pubbliche delle società e dei sodalizi aviglianesi e le funzioni religiose. 

 

Negli anni ‘70 dell’Ottocento gli amministratori comunali tentarono di aprire un ginnasio comunale ma le numerose difficoltà prima di tutto quelle economiche ne impedirono la partenza. 

 

Dalla Scuola di Arti e Mestieri uscirono validi artigiani, orafi, falegnami, ebanisti, intarsiatori, sarti che poi andavano a Napoli a perfezionarsi in altre istituzioni pubbliche o private, fare ritorno al paese oppure emigrare. L’aviglianese Emanuele Gianturco, deputato a volte moderato, più spesso reazionario, l’aveva presa sotto la sua protezione per cui, a quella Scuola, arrivavano libri, calchi in gesso, materiale didattico e di laboratorio, abbonamenti a riviste specializzate. Supporti di tutto rispetto per stare aggiornati e al passo con i tempi. Nelle sue aule studiarono e si addestrarono fianco a fianco ragazzi di Avigliano e ospiti dell’ospizio-convitto offrendo un bell’esempio di integrazione, di reciproco apprendimento e di tolleranza.

 

Mentre ancora tuonava il cannone nelle campagne tra Turbigo, Boffalora s/Ticino 

e Magenta, in quel giugno del 1859, e i feriti facevano ritorno nelle retrovie 

come li dipingeva Giovanni Fattori, il conte Camillo Cavour 

chiamò a sé l’amico milanese conte Gabrio Casati.

 

Di lui si fidava più che di Carlo Cattaneo, di Giuseppe Ferrari, o di Francesco Domenico Guerrazzi e non si fidava per nulla di Giuseppe Fanelli, Saverio Friscia, Carlo Gambuzzi. Ordinò al suo amico di mettere giù un testo di legge per le scuole del nuovo Regno. Per la verità il nobile piemontese ignorava ancora quali sarebbero stati i confini della nuova Italia, ma l’idea di fare le scarpe a quel plotoncino di federalisti, di repubblicani e di mazziniani del Nord, Centro e Sud Italia lo eccitava. Casati, forse in omaggio al modello istruttivo, di quello che diverrà in seguito il triangolo industriale, mise giù un testo di oltre 300 articoli dai toni autoritari e accentratori. Venne premiato diventando suo malgrado ministro della pubblica istruzione dal 24 luglio 1859 al 15 gennaio 1860. Lo schema della legge era semplice. Il regio ginnasio e il liceo erano statali (a prescindere dai comunali) perché servivano a preparare la nuova classe dirigente italiana. Una parte consistente dell’istruzione tecnica, commerciale, agraria era affidata al Ministero di Agricoltura Industria e Commercio. La scuola elementare invece veniva graziosamente regalata ai Comuni che su di essa dovevano vigilare, reclutare maestri e maestre, trovare i soldi e l’edificio, arredarlo, riscaldarlo, tenere in ordine e conservare l’archivio scolastico. Delle migliaia di Comuni meridionali non pochi fecero ciò che la legge dettava loro. Avigliano tra essi.  

(continua…) 

 

 Parte I

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IL PREZZO DELL’ONESTÀ PASQUALE JULIANO di Francesco Antonio Genovese – Numero 16 – Febbraio 2019

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IL PREZZO DELL’ONESTÀ.  PASQUALE JULIANO 

 

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Tra le personalità di rilievo del Mezzogiorno d’Italia non ha ancora trovato il posto che merita un uomo che mostrò grande coraggio ed onestà in tempi difficili (come diremo):

parlo del commissario di Polizia Pasquale Juliano, originario della Puglia, ma a lungo vissuto a Matera, in Basilicata, dove aveva cominciato la sua carriera in Polizia, dopo aver svolto la professione di avvocato; professione a cui fu costretto a tornare nel 1980.

 

Vale la pena di ricordare le sue vicende personali, 

perché di grande insegnamento, ancor oggi. 

 

Ma è necessario andare indietro nel tempo, di circa cinquant’anni, ossia nel 1969; ora che – come si è detto di recente1 – la verità non è monopolio dell’autorità ma è, piuttosto, figlia del tempo. 

 

Ebbene, secondo la consuetudine storiografica sul terrorismo italiano postbellico2, l’inizio della lunga stagione che avrebbe insanguinato l’Italia (e che è divenuta celebre come quella della strategia della tensione: così ebbe a battezzarla The Guardian) è individuabile

nella giornata del 15 aprile 19693, quando a Padova, nottetempo, 

una bomba esplose (con gravi danni, per fortuna solo alle cose)  


nello studio del Rettore dell’Università patavina: il prof. Enrico Opocher, uno dei maggiori filosofi del diritto del novecento italiano, ebreo e tra i fondatori del Partito d’Azione in Veneto. 

 

L’indagine sul quel primo misfatto, nell’ambito della Questura di Padova (dove pure operava un’articolazione più specifica: il cd. Ufficio politico) venne affidata al capo della squadra mobile,

 

il dr. Pasquale Juliano, che – a 37 anni e, senza tirarla troppo per le lunghe, con provata puntualità e capacità – arrivò a individuare i responsabili 

in un nucleo di estremisti neri che da qualche tempo 

cospirava con armi ed esplosivi.  


Tra i leader di quel gruppo vi era un neolaureato in giurisprudenza, che aveva avuto come relatore (con una tesi su Platone) proprio il prof. Opocher: si trattava di Franco Giorgio Freda (detto Giorgio, non Franco, come poi è invalso nella pubblicistica nazionale), seguace di Julius Evola, che da poco aveva, a sua volta, cominciato un’attività editoriale (con la sigla Ar: “Aristocrazia ariana”) ed aveva aperto anche una libreria (la Ezzelino) dove gli estremisti solevano riunirsi, specie in ore serali.

Juliano decise di far sottoporre l’utenza di Freda ad intercettazioni telefoniche: intercettazioni di cui si perderanno però le tracce, proprio a seguito 

delle vicende che colpirono il Commissario,   


salvo a recuperale qualche anno dopo, da parte del giudice istruttore di Treviso, Giancarlo Stiz (attento e coraggioso magistrato, scomparso da pochi anni) che assieme a Pietro Calogero (sostituto procuratore, allora a Treviso), per qualche tempo ebbero le mani, molto abili ed efficaci, sull’inchiesta che poi dovettero trasferire a Milano. 

 

Oltre alle investigazioni sulle conversazioni telefoniche,

il commissario Juliano cercò di penetrare nel cerchio chiuso dei cospiratori 

per mezzo di informatori che, tuttavia, si resero disponibili – come successivamente sarebbe emerso – solo allo scopo di metterlo in condizioni di impotenza,


preparando una trappola in suo danno (tanto era la potenza, la protezione e l’arroganza di quel gruppo di criminali). Uno di loro, infatti, dopo avergli dato le prove del possesso illecito delle armi da parte di un appartenente al gruppo, così da guadagnarsi la fiducia dell’investigatore, farà sì che, al momento del fermo di un altro di loro colto nella flagranza del possesso di un ordigno, il fermato farà una callida dichiarazione menzognera: “La bomba me l’ha data Juliano”.  

 

Così l’uomo che aveva individuato la pista nera nella progressione degli attentati dinamitardi che, a partire dal 15 aprile 1969 insanguineranno l’Italia, e che, unico tra gli uomini delle forze di polizia del Paese, aveva cominciato l’attività di assicurazione delle prove per inchiodare i responsabili alle accuse che loro competevano, finiva nel tritacarne di una giustizia matrigna.

 

Il commissario Juliano, infatti, si vedrà scippare l’inchiesta, che verrà insabbiata, 

e Lui stesso finirà sotto processo, accusato di aver costruito 

le prove contro i terroristi.   

Un potente funzionario dell’UAR del Ministero dell’Interno4, il dr. Elvio Catenacci, viene appositamente a Padova per chiedergli di dare le dimissioni dalla Polizia. Al suo rifiuto, viene sospeso dalle funzioni e dallo stipendio (evento allora rarissimo, se non unico). 

 

Un teste genuino che avrebbe dovuto testimoniare di circostanze utili a scoprire la macchinazione (il povero Alberto Muraro, un ex carabiniere divenuto portiere dello stabile di piazza Insurrezione, a Padova, dove abitava Massimiliano Fachini, legato al solito gruppo nero) morirà precipitando inspiegabilmente nella tromba delle scale, e così

 

al testimone chiave dell’inchiesta condotta dal commissario Juliano contro il gruppo Fachini-Freda-Ventura, che avrebbe dovuto testimoniare solo due giorni dopo, viene chiusa definitivamente la bocca. 


Da Ruvo di Puglia dove è costretto a trasferirsi perché privato del lavoro (e dove viene accolto a braccia aperte dalla famiglia della moglie5), il commissario di Ps Pasquale Juliano invia al giudice padovano, Ruberto, un memoriale difensivo nel quale riferisce di essere stato informato da quel confidente che esisteva una organizzazione, responsabile di attentati, che faceva capo a un «certo avvocato Freda da Padova» e a un bidello dell’istituto Configliachi di Padova (Marco Pozzan); ma

gli occorreranno ben dieci anni per dimostrare completamente 

la sua innocenza, che trionferà solo nel 1979,  


quando  sarà  assolto  da tutti  i capi d’imputazione  e la stagione delle bombe avrà quasi concluso il suo tragico corso.  

 

Quando verrà reintegrato nelle funzioni di poliziotto, Juliano chiederà di tornare a lavorare laddove era partito, a Matera.

ma non resterà a lungo in Polizia, anche perché quel blocco di carriera, 

gli ha fatto passare avanti troppi colleghi ed anche gente 

che non ha avuto la sua onestà intellettuale  


nell’adempimento del dovere, svolto – per lui sì, si può dire – con disciplina ed onore, come raccomanda l’art. 54 della Costituzione. 

 

Un’onestà intellettuale che manifesterà anche quando, intervistato sulla prevaricazione subita, dichiarerà di aver capito fino ad un certo punto di aver individuato una cellula terroristica dalle profonde innervature (cfr. M. Dianese-G. Bettin, La strage, cit., p. 119). 

 

Al giornalista dell’Avvenire, Antonio Maria Mira, che per primo lo intervisterà dopo tanto oblio racconterà: «Ancora oggi ricevo telefonate anonime con minacce e insulti»;

«Avevo già intuito che dietro Freda e Ventura ci doveva essere qualcun altro.
Lo capii dalle protezioni che scattarono in loro difesa. Anche politiche. Italiane 

e straniere, come sta emergendo dall’inchiesta del dottor Salvini»6. 


Era ben informato Juliano, perché seguiva con attenzione – come avrebbe fatto meglio a fare la Procura della Repubblica di Milano – il lavoro del giudice milanese, che finalmente gli dava ragione. «È arrivato là dove stavo arrivando anch’io. E io non avevo i pentiti. Magari li avessi avuti. Avevo solo dei confidenti, ma a questi allora si credeva poco».

 

Nel 1980, tornerà a svolgere quella professione che aveva lasciato per entrare 

in Polizia: l’avvocatura, nel foro di Matera, laddove lascerà definitivamente 

il suo posto proprio il 15 aprile (una data fatale) 1998, 

morendo ad appena 66 anni;

 

lo studio legale passerà così a uno dei figli, Antonio, che prosegue tutt’ora la sua attività forense giustamente orgoglioso di colui che gli ha lasciato il testimone (se ne veda l’intervista in calce al volume A. Beccaria-S. Mammano, Attentato imminente, cit.). 

 

Aspettiamo tutti ora che una strada di Padova, di Milano o di Matera sia intitolata al suo illustre nome. 

 

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[1] E. Deaglio, La Bomba. Cinquant’anni di Piazza Fontana, Milano, 2019, p. 115 e ss. 

[2] Da ultimi: M. Dondi, 12 dicembre 1969, Bari, 2018, p. 24 e ss.; La strage di Piazza Fontana, a cura di A. Carioti, Milano 2019, p. 223; M. Dianese-G. Bettin, La strage degli innocenti, Milano 2019, p. 114 e ss.; P. Calogero, La strategia della tensione e piazza Fontana, in L’Italia delle stragi, a cura di A. Ventrone, Roma, 2019, p. 3 

[3] In realtà altri episodi violenti vi erano già stati a Padova: il 5 febbraio 1969 vi era stato un attentato dinamitardo al quotidiano Il Gazzettino, che aveva cagionato un incendio alla sede del giornale, e il 29 marzo 1969 vi era stato uno scoppio di ordigni nei pressi della sede del Siulp (cfr. M. Dianese-G. Bettin, La strage, cit., p. 115).

[4] Sul quale apparato: cfr. G. Pacini, Il cuore occulto del potere. Storia dell’Ufficio affari riservati del Viminale (1919-1984), Roma, pp. 234

[5] cfr. M. Dianese-G. Bettin, La strage, cit., pp. 117-118; A. Beccaria-S. Mammano, Attentato imminente, 2009

[6] Sull’enorme lavoro svolto dal Giudice Istruttore Guido Salvini si veda ora l’importante volume, anche in parte autobiografico: G. Salvini-A. Sceresini, La maledizione di Piazza Fontana, Milano 2019, pp. 611

 

AGRICOLTURA IN ROSA UN PRIMATO DEL SUD di Stefania Conti – Numero 16 – Febbario 2020

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AGRICOLTURA IN ROSA UN PRIMATO DEL SUD

 

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Secondo una ricerca della Coldiretti su dati dell’Unioncamere, Sicilia, Campania, Puglia sono in testa alla classifica delle imprese guidate da una donna.

 

A dire il vero, è un fenomeno che si registra in tutto il Sud. L’Istituto di servizi per il mercato agricolo e alimentare – ISMEA – rileva che

 

a fine 2018 la quota era superiore al 50 per cento, con 109 mila imprese


(su 214 mila iscritte al registro delle imprese). Dato confermato nel 2019 dalla Coldiretti, grazie ad una ricerca dell’osservatorio dell’imprenditoria femminile dell’Unioncamere-Infocamere. Al primo posto, la Sicilia con oltre 25 mila aziende, seguita dalla Puglia con quasi 24 mila e dalla Campania con più di 22 mila. Coldiretti ci segnala anche che nel Mezzogiorno il rapporto tra uomini e donne è di 1 a 2, mentre al Nord è 1 a 4. Non è finita, perché nel meridione (nel 2018) si è registrata la maggior nascita di nuove iniziative femminili. Ben 5 mila e spiccioli, il che ha riequilibrato il rapporto generale tra nuove iscrizioni e cessazioni di impresa.  

 

Leggendo tra le righe delle fredde cifre, si osservano fenomeni sociali interessanti.

Intanto, queste imprenditrici rurali sono donne che hanno scelto di esserlo.

 

Sono poche quelle che hanno ereditato il campicello dal padre, o vivono la campagna come un ripiego alla mancanza di un altro tipo di lavoro. Addirittura ci sono casi di fior di professioniste che lasciano le comodità dell’ufficio per la vita all’aria aperta.

 

E questo è un cambiamento sociale e di costume non da poco.

 

Fino agli anni 70 del ‘900 (o forse anche più in là) “mogli, figlie e nuore lavoravano nei poderi per i maschi, le mondine per il mediatore, le braccianti per un caporale” (Marta Boneschi, Santa pazienza, Mondadori 1998). Mondine a parte, il resto era quanto mai vero in un Sud patriarcale quale era; e per quelle che lavoravano in famiglia, non c’era neanche la paga. 

Adesso a comandare sono loro.  

 

Il pianeta rosa si è dimostrato il più preparato a recepire i cambiamenti.

 

Fantasia e innovazione, differenziazione dei prodotti e dei servizi 

sono state le armi vincenti.

 

In Puglia per esempio, le imprese femminili rappresentano il 23 per cento del totale delle nuove iscrizioni al registro delle imprese e secondo la Coldiretti Puglia – Donne Impresa, è “perché risultano capaci di adeguarsi alla richieste del mercato e dei consumatori, cambiando, se necessario, addirittura attività produttiva”. Stesso discorso per la Sicilia e per la Campania, dove solo nella provincia di Benevento – tanto per fare un esempio – le imprese “rosa” lo scorso anno rappresentavano il 19% del totale regionale.

Infatti il boom dell’agriturismo, soprattutto al Sud, è dovuto proprio a loro,

 

che ne gestiscono il 62 per cento contro il 38 degli uomini. Ed è un fenomeno in continuo aumento: ad oggi la crescita – in Puglia – è del 39 per cento contro il 35 del 2009, secondo i dati Istat. Ce lo dice una indagine condotta da Agriturismo.it, il sito leader del settore, fatta con la collaborazione dei Coldiretti-Donne Impresa.

 

Il fatto è che l’universo femminile ha rivoluzionato quello agricolo.

 

Dagli agriturismi siamo passati agli agriasili, alle fattorie didattiche, dove i bambini di città vanno a vedere dal vivo animali che hanno visto solo alla televisione o sul web. Agli orti didattici, dove le signore della terra insegnano a quelle dell’ufficio come nasce una patata. Ai percorsi rurali di pet-therapy, dove si possono esprimere i bambini meno fortunati.

Coldiretti ci fa notare che le donne sono anche leader nell’agricoltura 

a basso impatto ambientale, nel recupero delle piante 

e degli animali in via di estinzione.

 

Nell’attività imprenditoriale agricola le donne – evidenzia la Coldiretti – hanno dimostrato capacità di coniugare le sfide del mercato con il rispetto dell’ambiente, la tutela della qualità della vita, l’attenzione al sociale, a contatto con la natura, assieme alla valorizzazione dei prodotti tipici locali e della biodiversità.  

 

C’è da tener presente che la gestione dei campi e degli agriturismi consente ad una donna di badare ai figli più agevolmente. E che tradizionalmente, la donna cucina.

 

L’imprenditrice agricola ha imparato dalla mamma e dalla nonna a fare arancini e orecchiette. E la buona cucina, si sa, è uno degli atout negli agriturismi.

 

Ma la rivoluzione dell’altra metà del cielo non si è fermata qui. Sono nate le associazioni delle signore del vino che hanno giocato la carta della sostenibilità, della tutela ambientale e della bellezza del paesaggio. E pure quella dei prodotti cosmetici a base di uva. Hanno puntato anche sull’estetica della bottiglia. In questo modo, in Campania, tanto per citarne una, in poco tempo le imprese agricole femminili sono passate dal 34,8% al 37,6% (la media nazionale si attesta intorno al 29%). E’ facile capire perché il 94 per cento si ritiene soddisfatta a livello personale e il 44 anche a livello economico. 

 

 

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SAPERI SCIENTIFICI NEL MEZZOGIORNO PREUNITARIO di Tommaso Russo – Numero 16 – Febbraio 2020

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SAPERI SCIENTIFICI NEL MEZZOGIORNO PREUNITARIO 

 

Premessa 

 

La pubblicazione di un libro di Maurizio Lupo (vd. bibliografia) costituisce motivo per un sintetico excursus nella trama culturale del Mezzogiorno preunitario.  

È un viaggio che si sviluppa su direttrici poco frequentate 

dal gran tour storico-ricostruttivo, diaristico e narrativo. 

 

Si va dalla cattedra di economia politica al laboratorio delle Società economiche. 

Si prosegue dalle rotte di “Ponti e Strade”, alle scoperte scientifiche applicate al sistema produttivo.

 

Non trascurando medicina e scienze naturali

 

si può vedere come la loro evoluzione fosse finalizzata a conoscere l’uomo e la natura nella veste della guarigione per il primo, del rigore classificatorio per la seconda.  

 

Questa nota deliberatamente non intende esaurire tutte le sedi organizzative e gli ambiti disciplinari in cui lievitò la cultura scientifica meridionale per evidenti ragioni divulgative e di spazio.

 

La “sì grande, e sì studiosa gioventù del Regno” 

 

Una vulgata molto diffusa attribuisce a Benedetto Croce la responsabilità di aver operato una profonda frattura tra saperi scientifici e saperi umanistici. Senza entrare nel merito di questa antinomia, presunta o reale e della sua maggiore o minore paternità crociana, l’esito è stato quello di aver reso quasi invisibile, a gran parte dell’opinione pubblica, l’universo dei saperi scientifici, le strutture in cui si organizzarono e vennero elaborandosi. In molti, infatti, hanno ritenuto e ritengono il Mezzogiorno la culla solo dei saperi umanistici e giuridici.

 

Il 16 marzo 1754 Bartolomeo Intieri, con 7500 ducati e una rendita di 300 ducati, finanziava l’apertura “nella nostra università [di] una scuola di commercio 

e di meccanica, da insegnarsi in lingua italiana”.

 

L’ateneo napoletano istituiva così, primo in Italia, una cattedra di economia politica affidandone l’insegnamento, per volontà del suo benefattore, ad Antonio Genovesi (1713-1769). L’asse centrale della riflessione laica dell’abate salernitano faceva ruotare intorno a sé alcuni concetti fondamentali: la critica alla separazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale; l’apprezzamento per un sapere pratico, tecnico, scientifico utile a superare le arretratezze nel Regno. Scritto nel “domicilio delle Muse”, la splendida villa di Intieri a Massa Equana,

nell’autunno del 1753 esce il “Discorso sopra il vero fine 

delle lettere e delle scienze”.

 

Un libricino aureo ma bisognoso di un interprete per decodificare un periodare lungo e contorto. In esso Genovesi individua tre mezzi per superare i limiti della produttività in agricoltura: motivare, premiare, incentivare (con interventi fiscali e pubblici) i proprietari; coinvolgere i sacerdoti come veicoli di consenso e conoscitori delle realtà locali.

 

Infine, investire sulla “sì grande, e sì studiosa gioventù del Regno” concepita quale grande speranza e profonda frattura generazionale necessaria 

a svecchiare antiche consuetudini e inveterate pratiche di lavoro. 

 

Molta parte dell’eredità del pensiero economico genovesiano la si ritrova filtrata nelle attività delle Società economiche. Distribuite nei capoluoghi di provincia, esse videro la luce nel luglio 1812: nel cuore del Decennio francese. Loro scopo principale era la modernizzazione in agricoltura da conseguire attraverso sperimentazioni e istruzione agraria, diffusione di testi e stimoli alla competizione. Erano composte da soci ordinari preposti alla programmazione, da soci onorari, soci corrispondenti. Questi costituivano la vera armatura delle Società, l’anello più solido della catena centro-periferia. Di quest’ultima, infatti, ne conoscevano il territorio in tutte le sue sfumature climatiche, geomorfologiche e produttive. Di conseguenza le loro memorie, corrispondenze e atti contenevano sempre concrete proposte, per esempio, sui prati artificiali, sui criteri della rotazione, sulle marcite, sulla fienagione. A Picerno la famiglia Gaimari, nei suoi possedimenti, tentò la coltura del riso e della barbabietola da zucchero sebbene con risultati deludenti.

Le Società sostennero la pubblicazione di proprie riviste a carattere divulgativo. 

 

Negli edifici dove erano allocate impiantarono biblioteche specifiche e aggiornate. A Potenza, in località Santa Maria, la Società costruì una piscina per uso irriguo. L’edificio dove i soci si riunivano per discutere, leggere, commentare ben presto divenne un piccolo luogo della civiltà delle buone maniere.  

 

Negli anni ’50 dell’800 la dinastia si impegnò nella realizzazione di un podere modello con un palmento, un apiario, macchine moderne per lavorare la terra, sementi, aiuti tecnico-pratici agli agricoltori e prestiti con la Cassa di Prestanza. Nasceva il famoso istituto agrario di Melfi nel 1853 che, con alterne vicende, si è trasformato nell’odierno ITCG. Altri tentativi della dinastia di prosciugare le zone paludose e malariche non ebbero esiti felici a causa delle ridotte risorse economiche investite nei progetti. Le difficoltà a cui andò incontro la bonifica del Fucino ne sono prova evidente.

Il governo dello Stato unitario, con proprio decreto del dicembre 1866, liquidò quell’esperienza con tutto il patrimonio materiale e immateriale accumulato. 

 

Uguale motivo: la scarsità di fondi pubblici condizionò la realizzazione di non pochi lavori progettati dal Real Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade. Istituito nel 1808 doveva essere lo strumento principale per la politica delle opere pubbliche nel Mezzogiorno. Nel 1811 venne affiancato dalla Scuola di Applicazione mirata alla formazione e preparazione dei futuri ingegneri. Le due strutture sono da considerare il primo Politecnico in Italia. Nel 1826 un decreto organico le trasformò in Direzione Generale di Ponti e Strade, delle Acque, Foreste e Caccia. Con Carlo Afan de Rivera la DG raggiunse fama europea.

Nella persona di Luigi Giura (1795-1864), “gloria dell’ingegneria partenopea”, 

sono riassunte le conquiste tecnico-pratiche, gli approdi teorici 

dei saperi scientifici del Politecnico meridionale. 


Appena ventenne Giura ebbe il suo battesimo del fuoco in quella straordinaria rete di canali per irreggimentare le acque e prevenire le inondazioni nota come “Regi Lagni” tra Napoli e Caserta (oggi una cloaca). Sempre tra Caserta e Napoli, il lucano progettò la costruzione di un grande canale di irrigazione e navigazione per un importo di 130mila ducati. Dopo un viaggio in Europa (metafora della circolazione dei saperi e delle idee)

 

Giura, con i colleghi che l’avevano accompagnato,acquisì 

una prospettiva culturale di dimensione europea.

 

Con l’esperienza maturata, con la sua genialità, col lavoro di gruppo procedette alla costruzione di un ponte sospeso a catene di ferro sul fiume Garigliano. Ultimato nel 1832 rimase intatto fino alla seconda guerra mondiale quando conobbe i bombardamenti tedeschi. Un secondo ponte venne costruito sul fiume Calore. Lavorò inoltre alla sistemazione dei porti mercantili del Tirreno e dell’Adriatico. Fu merito di Garibaldi la sua breve nomina a ministro dei LL.PP. sul finire del 1860.  

 

Nel libro di Lupo, prima richiamato, si delineano il nesso tra invenzioni e loro applicazioni al processo produttivo per un verso e quello tra ricerca e cultura. L’analisi si snoda nel sistema delle privative “altrimenti detti privilegi o patenti, [che] possono considerarsi progenitori del nostro brevetto industriale.”

Il lavoro, unico nel suo genere nel Mezzogiorno preunitario, 

affronta le questioni della legislazione di settore

 

evidenzia i criteri con cui venivano approvate o bocciate le privative e i contrasti tra le istituzioni politiche preposte. Il volume termina riportando il “Repertorio delle Privative”. Si tratta di un lungo elenco di brevetti che ben mostra il legame tra scoperte e loro applicazione ai settori produttivi.

Tommaso Cappiello (1778-1840), medico di Picerno, nella sua autobiografia 

scritta in età matura, ricorda il suo giovanile studentato 

presso l’ospedale degli Incurabili a Napoli.

 

Nel tracciare la differenza tra l’iniziale impressione negativa e la successiva (fine anni ’90) scrive: “Presentemente l’Incurabili è ben organizzato, ben regolato per li studenti a Collegio e per l’infermi a ricevere cure” (fg.5 cap. II). E continua con un elogio: “A(ntonio) Sementini, uomo di rarissimo talento, di prima classe nell’ordine de Medici Filosofi, razzionatore analitico sottilissimo cui la Fisiologia deve progressi e vedute primordiali” (fg.6). La riorganizzazione del sistema ospedaliero avvenne durante il Decennio e interessò sia gli ammalati che l’assistenza e la beneficenza.

Nel 1812 negli Incurabili vennero aperte “quattro sale cliniche universitarie”: 

medicina, chirurgia, ostetricia, oftalmia. 

 

La medicina vantò grandi nomi fra cui: Domenico Cirillo, Domenico Cotugno, Michele Sarcone, Domenico Serao.  

 

Altri medici che accompagnarono i tornanti dell’800 borbonico non ebbero buoni rapporti politici con la dinastia come Domenico Lanza o, in certo qual modo, Antonio Palasciano. Alfiere medico dell’esercito borbonico questi venne maturando l’idea del soccorso umanitario sui campi di battaglia. Emergeva, seppure a fatica, l’obbligo morale e naturale di curare i feriti quale che fosse il loro schieramento. Palasciano metteva le basi per quella che sarà la funzione della Croce Rossa. Anche lui dovette andare via da Napoli perché non gradito al generale Filangieri.  

 

Altra figura emblematica del difficile rapporto dinastia – intellettuali è Guglielmo Gasparrini (1803-1866). Il suo percorso si snoda tra l’ateneo e le istituzioni. Fu, per esempio, socio corrispondente delle Società economiche di Capitanata e Terra di Bari.

L’800 europeo è segnato da due giganti: Jean Baptiste Lamarck 

e Charles Darwin. Gasparrini che non è un “fissista”, 

non ignora l’evoluzione della natura.

 

Dialogando con questa cultura europea ne subisce l’influenza ma la arricchisce con i traguardi scientifici che raggiunge con la sua amata botanica, in cui riversa un minuzioso lavoro di analisi, di classificazione. Insieme con Giovanni Gussone e Michele Tenore, Gasparrini fa dell’Orto di Napoli (e del Boccadifalco di Palermo) un avamposto italiano della botanica.

 

Nel 1845 si svolge a Napoli il VII congresso degli scienziati.

 

Con una punta di veleno Giacinto De Sivo annota che oltre 600 vi giunsero e “tenner seduta nella sala mineralogica dell’università”. Gasparrini svolse una relazione sulla fecondazione e sull’origine “dell’embrione seminale nei vegetali”.  

 

L’Alta polizia (oggi si direbbe la Digos) borbonica da tempo lo teneva d’occhio insieme ad altri medici, filosofi, intellettuali. La nota che lo riguarda riporta questo giudizio: “Di pessima condotta politica, morale, religiosa”. Dopo il ‘48 fu costretto ad andare via. Trovò accoglienza presso l’ateneo pavese di cui divenne rettore. È merito di Garibaldi se fu nominato a Napoli ordinario di botanica e direttore dell’Orto.   

 

Considerazioni finali ma non definitive  

 

L’esposizione schematica non è ostacolo ad alcune considerazioni e a una domanda.

La stagione dell’Illuminismo meridionale, nelle sue molteplici articolazioni 

fecondò un’idea nuova di uomo

 

in grado di prendere nelle mani il proprio destino al fine di migliorarlo e di umanizzarlo. La speranza nelle nuove generazioni, nei processi istruttivi ne era una prima manifestazione. Una seconda, pur affermandosi con lentezza giunse a metà ‘800 a riconoscere la salute e la guarigione come diritti di natura che oltrepassavano le brutalità delle guerre e della coppia amico/nemico.  

 

Infine. È ben vero che i Borbone lesinarono i finanziamenti per opere pubbliche all’intero Mezzogiorno a causa di una infausta visione napolicentrica. È però altrettanto vero che le opere realizzate hanno sfidato i secoli. Alla base di quella ingegneria c’è una concezione olistica della natura e del suo rapporto con l’uomo.

 

Solo smettendo il suo atteggiamento predatorio trova legittimazione 

alla sua esistenza nella universalità dei diritti di natura.


Fin da allora, per esempio, l’economia del bosco, per quel suo intimo carattere di universalità e di libertà, fu alla base di un lungo conflitto sociale (le famose lotte per la terra).   

 

Il periodo che va dagli anni ’30 al 1848 diventa così l’arcata cronologica in cui i saperi scientifici, in un rapporto dialettico con i loro fratelli umanistici, danno i frutti migliori della loro stagione.  

 

Il Mezzogiorno si presentò al 1860 con questo bagaglio culturale e politico. Quanto di esso fu disperso o ignorato, e perché? 

 

 

fregioArancio

 BIBLIOGRAFIA 

 

Cappiello Tommaso, Cronichetta di mia vita, (Manoscritto di fogli 176). 

Di Biasio Aldo, in giro per l’Europa. Il viaggio di istruzione di Luigi Giura, in Le vie dell’innovazione, Lugano, Giampiero Casagrande ed. 2009. 

Genovesi Antonio, Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, (a c. di) Nicola D’Antuono, Angri, edizioni Gaia, 2014. 

Lupo Maurizio, Il calzare di piombo, Mi, Franco Angeli, 2017. 

Venturi Franco, (a c. di), Illuministi italiani. Riformatori napoletani. Mi-Na Ricciardi-Mondadori, v. II t. I,1997. 

fregioArancio

 

MEDITERRANEI. ROSSELLINI TRA GRECIA E SPAGNA di Giusto Puri Purini – Numero 16 – Febbraio 2020

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MEDITERRANEI. ROSSELLINI  TRA GRECIA      E SPAGNA 

 

Nei suoi ultimi anni, di cui poco si è parlato, Rossellini era e si sentiva al centro di un vasto movimento storico umanista, costruito negli anni con una grande mole di lavoro e il cui unico comune denominatore erano il sapere e la conoscenza.

Su questo tasto aveva sempre battuto ed era convinto che una più ampia diffusione della conoscenza avrebbe lenito le ferite di un mondo lacerato dalla guerra e dalla diversità. 

 

La conoscenza, dunque, come ricerca di metodo, di nuova umanità. Essa, applicata al cinema ed alle sue arti collaterali, quali l’architettura, la scrittura, la fotografia, la pittura, la scienza, ecc., creava un insieme esplosivo,

un laboratorio vivente di arti intrecciate, dove anche la politica come gesto 

e comportamento veniva assorbita.


Questa specularità tra gesto ed opera ha in qualche modo fatto di Rossellini un trasgressivo – e quindi anche la sua grande lezione è stata in parte disattesa – almeno nell’attimo in cui entrava nelle case di tutti attraverso la Televisione,  creando onde d’urto, vedi India negli anni Cinquanta per la RAI, La presa del potere di Luigi XIV, l’esperienza di Houston, l’intervista ad Allende, nonché le lettere ai vari capi di Stato, coloro ai quali sentiva che più vicina fosse la sua intuizione sulla conoscenza, sulla sua evoluzione.

 

Ricordo una notte, in cui mi chiamò molto tardi,

 

io pensavo si trattasse di lavoro, di trucchi, stavo lavorando per lui ad un film che era iniziato con una telefonata: «Caro Giusto, non vorresti domani partire per la Spagna e realizzarmi Atene? Dobbiamo girare il Socrate…»”. E quindi mi aspettavo di tutto, e così fu.

Mi lesse la lettera che aveva scritto a Mao Zedong

 

e voleva la mia impressione. Era una lettera intensa, da un capo “cultura” ad un capo di Stato, piena di attenzione ai movimenti della rivoluzione culturale cinese ed a quelli giovanili europei… fuggire dalla violenza attraverso la chiave del sapere, del conoscere, da mettere al servizio dell’uomo. L’anelito era sincero e la fiducia nel mezzo, il cinema, era totale. Grande mago dei mass-media, fu il primo ad intuire e sperimentare con la propria opera che dietro il ruolo dalla regia ben altre corde di valori universali potessero essere toccate, diffuse e trasmesse.  

 

Questa scintilla, testimone d’una avvenuta e ormai sperimentata fusione tra ambiente e spazio, dove l’uomo, capite e create le regole, dedica il suo tempo all’evoluzione della società che lo circonda, era l’obiettivo non nascosto di Roberto Rossellini.

 

Dice Jean Louis Comolli, ex redattore dei Cahiers du Cinema e autore
del film L’ultima utopia, la televisione secondo Rossellini: 

 

“Il progetto (monumentale, più di 60 ore in previsione, realizzato in buona parte tra il 1963 ed il 1974) si rifà esplicitamente all’ambizione enciclopedica del Secolo dei Lumi.

Rossellini punta alla creazione di un nuovo umanesimo.

 

Dare agli uomini del proprio tempo, almeno a tutti coloro che vanno al cinema e/o guardano la televisione, gli strumenti necessari per impossessarsi della propria storia e, tramite la storia, del senso della propria vita; per ricominciare a pensare al mondo e alla propria condizione, per ritrovare la capacità di immaginare e il desiderio di conoscere; per prendere le distanze (questa, fra le righe, la dimensione politica del progetto) dall’alienazione, prodotta dal divertimento e dallo spettacolo dominato dal consumo e dalla pubblicità”. Non a caso, la sua ricerca storico-umanistica – iniziata con

 

La presa di potere di Luigi XIV (1964), film che sarà determinante

 

nella sua scelta futura – metterà in luce i momenti di trasformazione della storia, rileggendoli non solo come frutto di scontri e battaglie, ma evidenziando le condizioni economiche, sociali, religiose ed ambientali nelle quali gli esseri umani si sono evoluti. Un grande termometro, quindi, per rilevare ad ogni passo la temperatura della storia!  

 

Prosegue (o inizia) questa ricerca con La lotta dell’uomo per la sua sopravvivenza (più di 10 puntate) nel 1966/68, poi gli Atti degli Apostoli, quindi Socrate, Blaise Pascal, L’età di Cosimo de’ Medici, ecc.

Noi, con Gepy e Maurizio Mariani (Gepy era figlio di Marcella Mariani, sorella 

di Roberto), dovevamo quindi disegnare la “Storia” attraverso i famosi trucchi. 

Che progetto affascinante! 

 

Iniziai con gli Atti nel 1968: fui scaraventato da Gepy sul set tra i monti della Tolfa, dietro Civitavecchia. Bisognava girare l’entrata a Gerusalemme di un gruppo di cavalieri romani, attraverso la porta Ovest della città… Ma non vi era città, solo un grande modello di Gerusalemme in scala 1:500 dietro la macchina da presa. Davanti ad essa un grande cristallo inserito in una cornice di 6 metri per 2, sollevato da terra da due colonne laterali in legno, camuffate da “dorico”. Una parte del cristallo era specchiata e vi si rifletteva il plastico retrostante, cosicché la macchina da presa, inquadrandolo, permetteva alla città di incollarsi con il paesaggio frontale. Una delle Porte di Gerusalemme, non avevo lo specchio, e corrispondeva a trecento metri di distanza nel fondo valle, ad un portale ricostruito, che i cavalieri romani attraversavano al galoppo.

 

Avvicinai l’occhio alla macchina da presa, l’insieme era perfetto! 

Ero entrato nel mondo dei trucchi! E Roberto Rossellini era un Mago!

 

Oggi, con il digitale, i  rendering, l’elettronica, il sistema dei trucchi di Roberto Rossellini sembra anacronistico, ma allora questo artigianato tecnologico dava un contributo determinante, tecnico ed (altamente) economico, per sviluppare un cinema della “conoscenza” e del sapere, che oggi purtroppo non esiste più.  

 

Fu con questo Maestro che applicai all’architettura il metodo di rilettura della storia; non mi bastava più il Bauhaus, il movimento moderno, ma volevo risvegliare lo spirito critico che nasceva da questa ricerca, capire quali erano i fili che tenevano o sostenevano l’uomo, dai tempi del mito fino all’oggi, indagare su ciò che andava perduto, sradicare le false certezze,

cercare una via “italiana”, mediterranea del sapere, lontana 

dalle “colonizzazioni” culturali dei tanti movimenti moderni e contemporanei, 

non per disdegnarli, ma per recepire anche gli urli di dolore che provenivano 

dalla gabbia psichica, e costruttiva, che il mondo occidentale si era in parte creato.

Qualche mese dopo, per la Lotta, dovendo girare il funerale del Faraone e tutta la cerimonia, che si svolgeva tra il tempio a valle e la piramide (con il corteo che ne valicava la soglia), proposi, per risparmiare sul budget, le cave di sabbia della Magliana, più vicine a Roma delle dune dei deserti tunisini.

Rossellini ne fu entusiasta e realizzammo forse uno dei trucchi 

più belli e più “metafisici”. 

 

A duecento metri dalla macchina da presa venne creato un piano inclinato, appoggiato ad una montagna di sabbia, che serviva a far entrare nella piramide il corteo del faraone. In basso venne disposto il tempio a valle (in grandezza naturale), poi il cristallo, la macchina da presa e, dietro, il plastico della grande Piramide di Cheope, con i tre colori del rivestimento, in marmi e pietre: porfido rosso la base, calcare la parte intermedia e marmo nero per la cuspide! 

Oltre ai disegni, alle misurazioni, alle varie costruzioni da realizzare, bisognava, sul cristallo, traguardando attraverso l’obiettivo, scontornare con un pastello la proiezione del modello retrostante, perché è quello che andava specchiato… 

Imparai, grazie a Gianni Bonicelli, giovane collaboratore di Roberto ed ex studente dell’Accademia del Cinema, a miscelare le taniche di nitro con altri prodotti, per ottenere gli specchi.

Nessuna imperfezione era permessa, nessuna sbavatura.

 

Spesso si lavorava di notte ed eravamo in ansia, perché gli specchi dovevano essere pronti il giorno dopo, con centinaia di comparse in arrivo e la grande scena da girare… da brivido!  

 

Quando, nel mese di marzo del 2005, Gianni Bonicelli mi ha chiamato per parlarmi del lavoro di Jean Louis Comolli, e per chiedermi di riprendere il mio ruolo di architetto-scenografo e “uomo” di trucchi in un’intervista, ho risposto con entusiasmo. 

Mi sono soffermato con loro soprattutto sul Socrate.

Eravamo nel 1970 e tutto incominciò con una telefonata notturna 

di Roberto Rossellini, in cui mi chiese se ero disposto 

ad andare in Spagna per cercargli Atene.

 

Follie delle coproduzioni, ma affascinato dal senso metafisico, accettai con un entusiasmo, e ci mettemmo alla caccia di un luogo che evocasse con realismo quell’Idealità.

Lo trovammo dopo due settimane, a 70 km a nord di Madrid,

 

in mezzo alle montagne: Patones de Arriba! 

Il grande borgo di pietra era abbandonato: ulivi, rocce, colline, cieli blu, sembrava la Grecia… ed era dall’altro lato del Mediterraneo, culla della nostra storia e area di forti similitudini morfologiche.  

Cercai il punto “X”, quello del totale, con l’Agorà, la piazza da costruire in primo piano, sullo sfondo il Borgo di pietra e sopra, sulla sinistra, l’Acropoli, il “trucco”. 

Dovetti con dolore sradicare degli ulivi, scavare e pareggiare 2 gradoni della montagna.

Per allargare maggiormente lo spazio ne aggiunsi un terzo di almeno 300 mq, 

questa volta sospeso nel vuoto, ancorato a tubi innocenti. 

Avevo così finalmente realizzato la piazza, 

era l’Agorà di Atene

 

(Rossellini mi disse poi, confidenzialmente, che si era trovato a girare in un campo che gli stava stretto! Ma, di realtà virtù). 

La collaborazione con la TVE (Televisión Española) fu ottima, lo scenografo Bernardo Ballester, divertito e spavaldo, non arretrava di fronte a nessuna delle spericolatezze che l’allestimento del set richiedeva.  

 

Quel mondo aveva dei rituali stimolanti. Si formava, soprattutto nel cinema d’équipe di Rossellini, un gruppo di persone molto affiatate tra di loro. I più erano in squadra da tanto tempo ed era ammirevole vedere il loro coordinamento, coadiuvare le intuizioni del regista, i suoi desideri di “inventare” ed improvvisare le scene sul momento, come un work in progress.

 

La sceneggiatura definitiva veniva scritta con La Rochefoucauld solo la notte prima.


C’era il figlio Renzo, regista e produttore, metronomo di Roberto, c’era la mamma di Renzo, la costumista Marcellina De Marchis, l’operatore Mario Fioretti, il Direttore di Produzione Francesco Orefici, il musicista e compositore Mario Nascimbene e tanti altri, attori, macchinisti, una vera corte dei miracoli, votata ad evitare sprechi, coltivare risparmi, ma “eseguire” in grande. Questo rapporto dinamico dell’équipe è stato uno degli insegnamenti essenziali avuti dal Cinema. 

Un DNA che si rivelerà per me fondamentale nel successivo passaggio verso l’Architettura “costruita”, nascosto nei meandri segreti delle mie future realizzazioni.

 

Il cinema presta all’Architettura la sua velocità di esecuzione, affronta lo spazio 

in modo creativo e spavaldo, calibra i vuoti ed i pieni, i campi ed i controcampi

 

e l’Architetto, conoscendo le dinamiche che sovraintendono il realizzarsi dell’opera, deve avvolgere di contenuti la macchina da presa. 

Mentre nel set di Patones de Arriba la natura circostante, le costruzioni, la storia, i templi con i loro colonnati, il Thòlos,

gli edifici in pietra esistenti, resi multicolori, dai toni pastello, i fregi sgargianti 

dei timpani si fondevano tra di loro, misi l’occhio nell’obiettivo: 

in alto nell’inquadratura il modello dell’Acropoli, tutto di nuovo 

si ricompose, come per incanto,

 

ed il giorno dopo Socrate con i suoi allievi fluttuava, nel centro dell’Agorà, in un luogo X del Mediterraneo. E la sfida di Roberto Rossellini continuava.  

 

 

 

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Photo credit direttore della fotografia Mario Moretti

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CASTEL CAPUANO E LA RESPUBLICA DEI TOGATI di Roberto Giovene di Girasole – Numero 16 – Febbraio 2020

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CASTEL CAPUANO E LA RESPUBLICA   DEI TOGATI

 

lo si deve contestualizzare sul piano storico, oltre che su quello sociale, politico e urbanistico di Napoli.

Solo studiando la storia della città ed il ruolo che ebbero il Castello e la zona circostante si possono comprendere appieno le ragioni che spinsero don Pedro de Toledo, nel 1536, a modificarne quella che oggi definiremmo la “destinazione d’uso”, individuandolo come sede dei tribunali, funzione che il Castello ha assolto fino al 2007. Vi ebbero sede la Gran Corte della Vicaria, che era divisa in quattro ruote, due civili e due criminali; il Sacro Regio Consiglio Collaterale di Stato, che giudicava in appello e trattava le cause tra i feudatari; la Regia Camera della Sommaria, che aveva competenza finanziaria e fiscale; il Tribunale della Zecca, che sovraintendeva ai bolli ed alle unità di misura; il Tribunale della Bagliva, che trattava le cause minori.

La città di Neapolis, costruita dai coloni greci che già avevano fondato 

gli insediamenti di Ischia (Phitecusae) e Cuma, ha resistito ad innumerevoli cataclismi, quali terremoti ed eruzioni vulcaniche,


fino ad oggi, quando come è noto è possibile visitarne il centro antico medievale, la cui pianta urbanistica, composta da cardini e decumani, ricalca perfettamente il tracciato greco e poi romano, parzialmente visibile al di sotto dell’attuale piano stradale, per esempio accedendovi dalla chiesa di S. Lorenzo Maggiore. Come ben sanno velisti, pescatori ed appassionati del mare, nonostante la vicinanza della città allo 
sterminator Vesevo, a salvare la città sono stati i venti, che l’hanno preservata sospingendo ceneri e lapilli verso l’entroterra e le costiere sorrentina e amalfitana, come dimostrato dalle rovine della magnifica città commerciale romana di Pompei e di quella di Ercolano. 

 

Alle città di Nola e di Capua conducevano le strade che partivano dalle più importanti porte di accesso alla città, porta Nolana e Porta Capuana, quest’ultima posta al limite est dei due decumani maggiori, che costituivano l’accesso dall’entroterra alla città.

Grande e magnifica Porta Capuana, era stata costruita sul perimetro delle mura aragonesi con alle spalle Castel Capuano, il più antico della città. 


La zona, fortificata fin dall’epoca del ducato bizantino1, quindi prima dell’epoca normanna alla quale tradizionalmente si fa, invece, risalire la fondazione del castello, probabilmente edificato su di una preesistente fortificazione, è stata per secoli il centro politico e culturale di Napoli, che dalla zona greco-romana cominciava ad espandersi verso ovest, fino al punto dove sorse l’altra fortificazione, il Maschio Angioino, che aveva la differente funzione di proteggerla dai pericoli provenienti dal mare.

Non più, quindi, semplice fortezza militare, ma vero e proprio castello,  

nel XII secolo l’edificio assunse la funzione preponderante di residenza reale quando nel 1266 divenne la dimora di Carlo I d’Angiò, 


durante gli anni della costruzione del Maschio Angioino2. Ma fu solo alla fine del 1400 che l’edificio smise di essere anche una fortezza, in conseguenza dell’ampliamento della cinta muraria intrapreso da Ferrante d’Aragona e portato avanti dal figlio Alfonso, che ne determinò l’inglobamento all’interno della cinta muraria.

Erano possenti quanto architettonicamente magnifiche le mura difensive, 


che dall’apice costituito dall’attuale ex Caserma Garibaldi, oggi sede dell’Ufficio del giudice di Pace del Tribunale di Napoli, dove sono ancora visibili le grandi torri cilindriche, scendevano lungo il tracciato di una parte dell’odierna via Rosaroll, in qualche tratto ancora visibili lungo la corte dei palazzi ottocenteschi che le hanno inglobate, per poi piegare fino alla nuova Porta Capuana, anch’essa ricostruita sul finire del ‘400 su progetto di Giuliano da Maiano. Una passeggiata lungo questo tracciato, completamente al di fuori del circuito turistico, pur non essendo lontano dalla celeberrima zona dei decumani, è un’affascinate scoperta di strade oggi popolari, dove si mescolano colori intensi, odori tipici della cucina napoletana e vestigia del passato.

Una delle arterie che maggiormente rispecchia la magnificenza architettonica ed urbanistica raggiunta da questa parte della città nella seconda 

metà del ‘400, è via S. Giovanni a Carbonara 


che, nonostante la presenza di strutture alberghiere e ricettive, non è ancora adeguatamente valorizzata e conosciuta dai visitatori e dai turisti. Come tradizione consolidata in tutte le grandi città del mondo, i nobili ed i ricchi mercanti per secoli hanno costruito i loro palazzi vicino alle residenze reali. Così è accaduto a Napoli, nelle adiacenze di Castel Capuano; in seguito, a via Toledo all’epoca del vicereame spagnolo e alla Sanità, quando dopo la costruzione della Reggia di Capodimonte vennero edificati i palazzi nobiliari tuttora esistenti, lungo il percorso che compivano in carrozza i Sovrani per raggiungere la nuova dimora dal palazzo Reale. Questi edifici vennero realizzati ad una quota rialzata rispetto all’antica sottostante zona, destinata invece alle sepolture fin dall’età ellenistica (i grandi ipogei sono stati parzialmente portati alla luce da recenti attività di scavo). 

 

La chiesa di S. Giovanni a Carbonara, costruita tra la metà del ‘300 ed il primo ventennio del XV secolo, con il monumento funebre di Re Ladislao di Durazzo e la cappella Caracciolo del Sole, edificata nel 1427 dal potente Gran Siniscalco del Regno Sergianni Caracciolo, amante della regina Giovanna II (poi assassinato all’interno di Castel Capuano a seguito di una congiura e quivi sepolto), sono una pregevole testimonianza della prima architettura rinascimentale a Napoli.  

 

Si comprende allora perché, dovendo riunire in un solo edificio le diverse giurisdizioni della città, e dovendo trovare un luogo simbolico, che rispecchiasse la grandiosità del potere regio in nome del quale la giustizia era amministrata, nessun edificio poteva essere più adatto dell’antico castello. Nei sotterranei vi erano le prigioni.

Per l’edificio di Castel Capuano comincia una nuova vita, quella più conosciuta, legata alla amministrazione ininterrotta della Giustizia 

per 470 anni, dal 1536 al 2007,  


anno in cui anche il settore civile, seguendo l’esempio di quello penale che si era trasferito nel nuovo tribunale al Centro Direzionale tra il 1994 ed il 1997, abbandonò definitivamente l’antico maniero. Impossibile nell’ambito di questo breve scritto ripercorrere, anche solo per sommi capi, le innumerevoli storie e cronache legate alla vita dei tribunali e dei  processi.

In esso si svolsero le vicende più importanti di quella che alcuni storici hanno definito la Respublica dei togati, con riferimento al ruolo preminente,

nella vita politica del Regno di Napoli, svolto dal ceto dei togati, 

composto dagli Avvocati e dai Magistrati. 


Anche il Sacro Regio Consiglio Collaterale di Stato, istituito da Alfonso d’Aragona nel 1442, affinché giudicasse in grado di appello sulle più importanti sentenze civili e penali, fu trasferito in Castel Capuano.

In precedenza le sentenze erano inappellabili e solo il Sovrano
poteva riformarle, anche nominando nuovi giudici. 


Venne definito sacro perché presieduto da Re in persona. Poiché il Re non poteva sempre essere presente fu, in seguito, creata la figura del Presidente: “furono in ogni tempo innalzati in tal carica personaggi chiari ed illustri…Il Sacro Collegio non solo rivede i gravami degli altri Tribunali, ma giudica altresì in prima istanza le cause di maggior momento. Esamina le maggiori Cause civili, le cause dè Baroni, e le cause feudali, giudica dello stato delle persone…” 3 

 

In epoca precedente all’800 era spettata al Consiglio collaterale anche “l’appellazione dei decreti dell’Assessore consultore del Protomedico della nostra città, il quale ha giurisdizione civile e criminale sopra le persone che esercitano l’arte medica e altri sudditi che mancano per ragion dell’arte, o esercitano la medicina senza esservi graduati” 4.

Nel 1739 in Castel Capuano fu istituito il Supremo Magistrato di Commercio che riunì le competenza che in precedenza “si agitavano nel Grande Ammirante, nell’Arte della Seta e della Lana; nella delegazione dei cambi…” 5 


Nel castello, che per secoli ospitò la colonna dove per volontà del Vicerè spagnolo il fallito doveva salire a capo scoperto e restarvi per un’ora, esposto al pubblico ludibrio, si svolsero certamente processi sommari e ingiusti, in particolar modo quelli contro gli oppositori politici, ma si sviluppò anche in maniera marcata l’attività di un ceto di Avvocati che non temevano di sfidare il potere costituito, pur di vedere affermati i principi di libertà e di giustizia. Ricordiamo, nel 1850, il processo a carico di Luigi Settembrini, Nicola Nisco, Carlo Poerio, Michele Pironti, Filippo Agresti, tutti componenti della setta “Unità italiana” e imputati per cospirazione contro lo Stato. Il processo si snoda lungo ben 24 udienze e “gli avvocati fanno sentire la loro voce. Si oppongono, protestano contro i testimoni d’accusa Giuseppe Marini Serra, Enrico Cenni, Francesco Bax.” 6.

Ma già in epoche precedenti gli Avvocati napoletani si erano distinti 

per la loro azione in difesa dei diritti contro l’assolutismo regio: 


basti pensare alla Prammatica del regno di Napoli elaborata da Berardo Tanucci nel 1774, poi abrogata con legge del 1791, con la quale per la prima volta viene imposto a tutti i giudici della città di Napoli di motivare le sentenze; e il patrocinio dei meno abbienti introdotto a Napoli in epoca sveva, ad opera dell’imperatore Federico II, che istituì un avvocato dei poveri.

A Napoli fu creata anche una confraternita laicale di avvocati, 

quella di S. Ivo (Ivone), protettore degli avvocati, comparsa 

nel XVIII secolo con esclusivi scopi di beneficenza. 


Nella chiesa dei Santi Apostoli vi è la cappella di S. Ivone, “ch’è la seconda a destra entrando nella chiesa vedesi il deposito del presidente del sacro regio consiglio Vincenzo Ippolito, lavorato dal Sammartino. Quivi trovasi eretta una pia congrega laicale di avvocati, riuniti sotto il patrocinio di S. Ivone, che fu pietoso difensore dè poverelli. I governatori di essa, ricevute le suppliche dè poveri, in pubblica ragunanza mettono a disanima le loro ragioni, e trovandola causa regolare, se ne commette la difesa ad uno dè confratelli, a spese della congrega” 7

 

Fu proprio per tramandare ai posteri la storia di quanti, avvocati e patrioti, si erano battuti contro l’assolutismo, nell’anelito di una società più giusta e di un processo più equo, dove l’accusato potesse realmente difendersi dalle accuse, dinanzi a giudici che non fossero ciecamente obbedienti alla volontà del Governo, che

il 5 marzo 1882 furono collocati in Castel Capuano 13 busti, 


degli avvocati Francesco Ricciardi, Gaspare Capone, Davide Winspeare, Felice Parrilli, Giuseppe Raffaelli, Francesco Maria Avellino, Giuseppe Poerio, Pasquale Borrelli, Domenico Capitelli, Mario Pagano, Giuseppe Pisanelli, Nicola Nicolini e Roberto Savarese, in quello che oggi è denominato “Saloncino dei busti” (tranne quello di Savarese). Fu il primo nucleo di quella sorta di Pantheon dell’Avvocatura napoletana, costituitosi nei decenni successivi, con i busti collocati in quella che fu la grande sala della Corte di Appello di Castel Capuano, già sala della Regia Camera della Sommaria, oggi denominato Salone dei Busti, e quelli della Biblioteca De Marsico, che ricorda le figure di più di cinquanta Avvocati.  

 

Senz’altro la funzione di palazzo di Giustizia ebbe l’effetto di sottoporre l’edificio a continui rimaneggiamenti per far fronte alle esigenze di vita pratica dell’amministrazione della giustizia che ne hanno compromesso la preesistente architettura.

Oggi è in corso, finalmente, un importante progetto di restauro dell’edificio, 


all’interno del quale sono stati riscoperti alcuni ambienti, non ancora restaurati ed aperti al pubblico, come del resto l’intero complesso monumentale, eccezion fatta per alcuni uffici e per la prestigiosa e preziosa Biblioteca degli Avvocati, gestita dall’Ente Biblioteca di Castel Capuano Alfredo de Marsico.

La Biblioteca ha più di un secolo di vita. 


Fu, infatti, ufficialmente inaugurata il 19 luglio 1896, per essere in seguito trasferita dove si trova oggi, vale a dire in una delle più grandi sale del Castello, che fu sede della Gran Corte criminale prima e poi della Corte di Assise, nell’ottobre del 1936.

Un brulicare di persone, giudici, avvocati, cancellieri, testimoni, gente comune, 

nel tempo aveva trasformato il Cortile di Castel Capuano in una vera e propria Agorà, nella quale incontrarsi e discutere non solo di processi e condanne 

ma anche di affari e commerci.  


Infatti l’accesso al cortile era aperto al pubblico e privo di controlli, e cosi è stato fino agli anni ’60, poi a seguito di una sparatoria avvenuta all’interno dell’affollato cortile venne limitato l’accesso e predisposto un controllo all’ingresso. 

 

Un’Agorà che assolveva ad un ruolo molto importante poiché consentiva al popolo, in nome del quale, venuto meno l’assolutismo regio, si amministra la Giustizia, di controllare effettivamente, de visu, lo svolgimento dei processi, rendendo effettiva la pubblicità del dibattimento, uno dei principi fondamentali dello stato di diritto.

E quel popolo, composto da individui appartenenti a tutte le classi sociali, assiepandosi nelle sale, sempre non sufficientemente grandi 

per accoglierlo tutto, non si limitava ad assistere 

ma in qualche modo partecipava 

alla vicenda processuale, 


non mancando di esprimere rumorosamente consenso per una convincente arringa difensiva oppure dissenso per una difesa inefficace o per una condanna ritenuta ingiusta. E’ andata avanti così per secoli, con l’interesse anche venale di chi aveva scommesso su una condanna oppure un’assoluzione, e di quanti viaggiatori, uomini di cultura o semplici curiosi assistevano alle udienze, nel tentativo di comprendere la realtà, difficile, complessa, dalle infinite sfaccettature della città partenopea.

 

 

 

 

 

 

 

 

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! – Cfr. A. Aveta, in Castel Capuano, la cittadella della Cultura  e della legalità. Restauro e valorizzazione, Elio de Rosa Editore, p. 17, che sul punto cita lo storico dell’architettura Giancarlo Alisio. 

2 – B. De Divitiis, in Castelcapuano da Reggia a Tribunale, a cura di Fabio Mangone, Massa editore, p. 33.   

3 – Cfr. Notiziario ragionato del Sacro Regio consiglio e della Real camera di S. Chiara, edito a Napoli il 24 marzo 1802.  

4 – Ibidem   

5 – Ibidem  

6 – M. Tita, in Il potere dei conflitti: testimonianze sulla storia della Magistratura italiana, a cura di Orazio Abbamonte, Giappichelli editore. 

7 – G. Ajello, Napoli e i luoghi celebri delle sue vicinanze, stabilimento tipografico di Gaetano Nobile, volume 1, p. 265. 

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SICILIA. UNA NESSUNA CENTOMILA di Gaia Bay Rossi – Numero 16 – Febbraio 2020

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SICILIA. UNA NESSUNA CENTOMILA

 

 

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“La Sicilia è il puntino sulla i dell’Italia […] il resto mi par soltanto un gambo posto a sorregger un simil fiore”.

Hessemer, come tanti giovani aristocratici che si cimentarono nel Grand Tour, da Goethe a Tocqueville, da Dumas a Ruskin a Maupassant, rimase incantato da questa terra unica, straordinario insieme dei lasciti delle tante popolazioni che qui si stanziarono nell’arco dei secoli: fenici, greci, romani, ostrogoti, bizantini, arabi e normanni, francesi e spagnoli, tanto per citarne alcuni.

Possedere o perdere la Sicilia, l’isola più grande del Mediterraneo,
ha sempre rappresentato l’affermazione o la fine degli imperi
e delle civiltà che si sono incontrate con lei.


Grazie a questa preziosa miscellanea, la Sicilia può vantare di essere stata il primo Stato al mondo ad avere un Parlamento, istituito nel 1129 dal normanno Ruggero II (quando l’Inghilterra ne vide la creazione solo nel 1264).

 

Un Parlamento che non aveva le rappresentanze solo di clero e nobiltà, 

ma anche quelle delle città libere e che permise la piena collaborazione 

tra le varie etnie e fedi religiose.  

 

Non dimentichiamoci che la Cappella Palatina a Palermo è l’unico luogo di culto che mette insieme due religioni: la cristiana (nei due riti, cattolico e ortodosso) e l’islamica. Uno spirito di tolleranza religiosa e civile che nel resto d’Europa sarà riconosciuta solamente nel 1598 con l’editto di Nantes di Enrico IV di Francia. Si può tranquillamente affermare che il regno normanno-svevo in Sicilia ha posto le basi dello Stato moderno nell’isola.

In Sicilia è nata la letteratura italiana per mezzo della scuola siciliana.  

 

Dante fu un estimatore della lirica siciliana e del volgare con cui si esprimeva, tanto da commentare nel De Vulgari Eloquentia: “Il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri per queste ragioni: che tutto quanto gli italiani producono in fatto di poesia si chiama siciliano; e che troviamo che molti maestri nativi dell’isola hanno cantato con solennità”. La poesia lirica della scuola siciliana ebbe anche il merito di aver introdotto il sonetto (inventato da Jacopo da Lentini nella prima metà del Duecento).

Sempre in Sicilia si è avuto il più importante moto popolare europeo, quello dei Vespri del 1282 contro gli Angioini, dominatori francesi dell’isola  

 

(va segnalato che Dante, che in quella data aveva solo diciassette anni, nell’VIII canto del Paradiso indicherà come Mala Segnoria il regno angioino di Sicilia). Quindi, oltre alla capacità di crescita e assimilazione, la Sicilia esprimeva anche forza, carattere e ribellione. 

 

La più arguta e precisa definizione della Sicilia mi è stata data, in un’occasione culturale e conviviale, dal Governatore della Sicilia, Nello Musumeci, che mi ha spiegato che “la Sicilia è l’esagerazione dell’Italia. Nel bene e nel male. Se l’Italia ha la criminalità, la Sicilia ha la mafia; se l’Italia ha bellezze artistiche, la Sicilia ha capolavori straordinari di tutte le epoche, sia in terra sia sotto il mare; se l’Italia ha ottimi cibi, la Sicilia sorprende con tutte le sue variegate specialità.” 

 

La Sicilia è una terra antropologicamente complessa, storicamente e culturalmente divisa in due.

Da oriente a occidente si trovano due Sicilie uguali e contrarie, caratterizzate 

da usi e costumi diversi, ma anche da colori e sapori alternativi 

che pure riportano sempre alla medesima “sicilianità”  

 

fatta di tradizioni, orgoglio, accoglienza, attaccamento alla terra, e di tutto ciò che spinse Giovanni Falcone a dire: “Noi abbiamo avuto cinquecento anni di feudalesimo. Se ci si rendesse conto che il siciliano è prima di tutto siciliano, poi medico, avvocato o poliziotto, si capirebbe già meglio”. 

 

La Sicilia orientale, fu la parte maggiormente influenzata dalla civiltà greca, che ebbe inizio nel 756 a. C. con la fondazione della prima colonia, Zancle, l’odierna Messina. Seguirono Naxos, a lungo considerata la prima colonia greca, Siracusa, Catania, Megara Hyblaea, Gela, Selinunte, Akragas (Agrigento). L’80% di questi territori si trova

nella Sicilia orientale, dove i greci imposero la loro cultura raffinata, 

la loro architettura, le loro abitudini: fu la prima, vera, 

grande rivoluzione culturale del Mediterraneo.  

 

La Sicilia greca ha contribuito a formare dei siciliani lavoratori e imprenditori: se a Catania di notte c’è il terremoto e tutti scendono in piazza, subito dopo arriva l’uomo a vendere i palloncini!  

 

Non dimentichiamo che grandi filosofi e scienziati greci, come Archimede e Pitagora, nacquero in Sicilia e qui diffusero i loro insegnamenti. Mi piace ricordare, e non in tono polemico, la risposta di un siciliano con spiccato senso dell’umorismo ad un noto imprenditore che ha affermato: “Se voglio la cultura vado a Parigi, in Sicilia ci si va solo per il mare e il cibo”. La risposta è stata: “Volevo solo ricordarle che quando io, a Siracusa, discutevo di matematica, geometria, fisica, ottica, idraulica e meccanica, a Parigi vivevano sugli alberi. Distinti saluti. Archimede”.

Tutto questo mentre la Sicilia occidentale era, come dice l’antropologo e scrittore palermitano Franco La Cecla, “tutta presa dagli almeno quindici secoli 

di presenza africana, punica, cartaginese”.  

 

Gli arabi arrivarono in Sicilia nel IX secolo e la loro presenza fu stabile fino al 1492, quando Ferdinando II Il Cattolico, re di Spagna, stabilì l’espulsione per chiunque non fosse di religione cristiana, quindi musulmani ed ebrei. Al contrario, come abbiamo visto,

durante il regno degli Altavilla prima e di Federico II poi, cristiani ed arabi avevano convissuto tranquillamente in un clima fertile e creativo, che aveva arricchito 

e migliorato la Sicilia intera e, in particolar modo, la parte occidentale.  

 

Testimonianze di quella convivenza sono termini linguistici come il nome di alcune località: Alcamo (al-qamah, terra fertile), Marsala (marsa Allāh, porto di Dio), Salemi (salam, pace) ma anche in centinaia di parole siciliane: bagghiu: cortile (da bahah), cassata: il dolce di ricotta (da qashata), mischinu: poverino (da miskīn), taliàri: guardare, osservare (da ṭalaʿa), zaffarana: zafferano (da zaʿfarān) ecc. 

 

Per non parlare degli edifici con la cupola, denominati ‘cuba’, o delle località che iniziano con il toponimo ‘Cal’ (in arabo qalʾat castello o fortezza) come Calascibetta, Calatabiano, Calatafimi, Caltabellotta, Caltagirone, Caltanissetta, Caltavuturo. 

 

A Palermo c’è il palazzo della Zisa (dall’arabo al-ʿAzīza, la splendida) all’interno del parco reale normanno, il Genoardo (sempre dall’arabo Jannat al-arḍh ovvero “paradiso della terra”), che rappresenta uno dei migliori esempi del connubio di arte e architettura normanna e decorazioni e ingegnerie arabe, tanto da essere stato riconosciuto nel 2015 Patrimonio dell’umanità Unesco nell’ambito dell’ “Itinerario Arabo-Normanno di Palermo, Cefalù e Monreale”.

Nei rapporti tra Sicilia e mondo arabo, lo scrittore, saggista e giornalista siciliano Vincenzo Consolo così si è espresso: “Vengo dalla Sicilia, la regione 

più araba d’Italia e una terra fra le più arabe al mondo […]  

 

Con la civilizzazione araba, durata due secoli e mezzo, la Sicilia attraversò una sorta di rinascimento: scoprì le tecniche dell’agricoltura, vide fiorire le arti e la scienze e diffondersi princìpi di uguaglianza e tolleranza”.  

 

Ma c’è ancora un’ulteriore caratteristica da toccare sui risultati delle diverse dominazioni in Sicilia, e riguarda la gastronomia: i grani (oggi qui se ne coltivano ben 52 tipi) sono arrivati grazie agli spagnoli, il cuscus è arrivato dal nord Africa intorno al 1300 (oggi il particolare cuscus trapanese è inserito tra i “Prodotti agroalimentari tradizionali siciliani”), la pesca del tonno con la mattanza è stata introdotta da un Rais, persona di origine araba, la pasta con le sarde è l’invenzione di un cuoco arabo del generale Eufemio da Messina, il vino siciliano ha oggi la sua fortuna perché gli antichi greci spiegarono ai siciliani la coltivazione della vite nel VIII sec. a.C., e la cassata, nata in un convento nel 1400, nei secoli fu integrata dagli ingredienti introdotti dalle varie dominazioni: frutta candita dagli arabi, cioccolato dagli spagnoli e pasta di mandorle dai normanni.  

 

Resta un’ultima fondamentale questione ancora irrisolta nel confronto tra le varie parti della Sicilia: si dice arancino o arancina? 

 

 

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PESCHICI LUOGO CELESTINIANO di Teresa Maria Rauzino – Numero 15 – Dicembre 2019

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PESCHICI  LUOGO  CELESTINIANO 

 

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Silone frusta le gerarchie affermando che l’utopia è il rimorso della Chiesa. 

 

Il potere non è mai salvifico, lo è la rinuncia ad esso, come affermazione di libertà e purezza della coscienza: “Servirsi del potere? Che perniciosa illusione! E’ il potere che si serve di noi”.  

 

Il messaggio siloniano sceglie la spoglia forma teatrale per attingere definitiva efficacia, esprimendo un protagonista con un’idea forte, coscienza che sovrasta la persona. Siamo in un’atmosfera francescana, tra echi gioachimiti; “serpeggia nell’aria l’offesa inferta all’eredità spirituale del poverello d’Assisi”. Si avvertono fermenti di rinnovamento. Pietro Angelerio scende dal regno dell’utopia lungo i sentieri del mondo, un mondo che non conosce, nel quale si muoverà con impaccio. Profetico e ammonitore era stato lacopone da Todi che, mettendolo in guardia dai cardinali, assetati di ricchezze per sé e per il parentato, esprimeva il suo dolore per l’accettazione del pontificato.

 

Celestino V, dopo tante ambasce e interiori tormenti, compie l’estremo atto di rinuncia al pontificato, destinato a rimanere l’unico nella storia bimillenaria della Chiesa. 

 

E. tornato fraticello, amato e seguito dai fedeli, viene braccato e incarcerato. In una buia torre soffoca la sua utopia; ma continuerà a brillare la luce della sua coscienza intollerante del compromesso, che ha additato nel potere sotteso all’istituzione religiosa il nemico più pericoloso.  

 

Nel dramma di Silone una versione scenica efficace lascia a certi scorci abruzzesi il palpito dell’arte, unito al sentimento della antica terra madre. Un Abruzzo che non ha niente di turistico, di realistico e visibile in senso esteriore, in cui il seme della predicazione di San Francesco è ancora fecondo.

 

Si svolge una lotta impari tra i fraticelli spirituali, perseguitati dalle autorità 

perché chiedono il ritorno al modo di vivere cristiano, alla povertà 

e semplicità evangelica, e le ragioni della Chiesa. 

 

La notizia dell’abdicazione di Celestino V colpì in maniera dirompente proprio i francescani spirituali, provocando un disorientamento profondo che si risolse in un vero e proprio atteggiamento di rivolta. Costoro, che avevano trovato in lui l’appoggio nella lotta contro i conventuali, si trovarono spiazzati dal fatto eccezionale della sua rinuncia. Pietro da Fossombrone (Angelo Clareno) non accettò di rientrare nell’ordine francescano dopo la soppressione, ad opera di Bonifacio VIII, dei Pauperes Heremite Domini Celestini e con un gruppo di confratelli fuggì in Grecia, mentre Ubertino da Casale contestò la liceità dell’abdicazione, considerando la successione di Bonifacio un’usurpazione.

 

La presenza nel Gargano di “fraticelli” spirituali al seguito di Celestino V 

trova un’eco letteraria ne L’Avventura di un povero cristiano di Silone

Sarebbe stimolante vagliarne l’ipotesi storiografica. 

 

Analizziamo ora il testo della scena V del dramma siloniano. L’azione si svolge in una località impervia, raggiungibile solo in barca, tra Peschici a Vieste, sulla costa meridionale del Gargano. La scena rappresenta un’ampia semigrotta, incavata a mezza costa d’un promontorio roccioso, quasi a strapiombo sul mare. Attorno alla grotta crescono piante di fichidindia e qualche olivastro; davanti vi passa un sentiero che si allarga a forma di terrazzino. Alcuni grossi sassi fungono da sedili. Un fontanile è vicino.

 

Il tempo del racconto è un sereno pomeriggio del mese di maggio 1295. 

Sono passati sei mesi dall’abdicazione di papa Celestino e dall’inizio 

della sua fuga per sottrarsi alle ricerche degli agenti di Bonifacio VIII 

e dei loro concorrenti francesi.  

 

Pier Celestino riposa all’interno della grotta illuminata dal sole ponente; è seduto su un pagliericcio, con la schiena e la testa appoggiate alla roccia, gli occhi chiusi. Due giovani frati, per motivi di prudenza, in abiti civili, aspettano che si svegli per comunicargli le ultime novità: il priore di San Giovanni in Piano ha messo a disposizione una barca con un paio di pescatori per andare in Grecia, nell’isola di Acaia (golfo di Corinto), dove ritroveranno gli amici che li hanno preceduti. Aspettano, per partire, che il vento sia favorevole. Fra Tommaso da Sulmona è giù con i pescatori per definire le ultime questioni pratiche.  

 

Presa la decisione dell’esilio, Celestino ne spiega i motivi ai due fraticelli che gli sono rimasti accanto, dopo che gli altri sono stati imprigionati e pochi sono riusciti a riparare in Grecia: “Figli miei; guardate questa terra, queste pietre, il mare, il cielo; riempitevi l’anima di queste immagini; per ripensarle da lontano.

 

Bisogna amare la propria terra, ma, se essa diventa inabitabile per chi vuole conservare la propria dignità, è meglio andarsene. 

 

La nostra giustificazione non é spregevole poiché non ci viene suggerita dalla pigrizia, ma dalla missione che ci rimane.”  

 

Nel successivo dialogo fra Tommaso e Pier Celestino, c’è il riferimento alla località di Peschici, dove da parte di alcuni marinai si “mormorava” sul povero fuggiasco:  

 

Fra Tommaso: “Mi dispiace d’insistere, ma è meglio sbrigarsi: A Peschici qui vicino, si mormora su di voi Uno dei pescatori: che adesso è tornato di lí è stato interrogato da un gendarme.”  

 

Pier Celestino (rompe gli indugi): “Meglio evitare il rischio, partiamo subito.”  

 

L’azione riprende nel medesimo quadro, un mese più tardi. Vari particolari mettono in evidenza che la grotta è abitata e che è trascorso del tempo dalla scena precedente: alla primavera è succeduta l’estate. Sul sentiero che sale dalla costa, appaiono Matteo il tessitore e la figlia Concetta che, banditi dal Morrone per le loro idee religiose, finalmente, dopo innumerevoli disagi di viaggio, via mare hanno raggiunto i fraticelli di Celestino nell’impervia località garganica. All’improvviso arrivano dal sentiero grida di gioia: appaiono correndo fra Gioacchino e fra Clementino. L’incontro è molto affettuoso, con prolungate e ripetute strette di mano.   

 

Riportiamo alcuni stralci del dialogo:  

 

Concetta: “Sappiamo del naufragio. Dunque, vi eravate imbarcati per la Grecia, e il mare vi respinse. Poi?” Gioacchino: “Al ritorno fummo informati che a Peschici, qui vicino, era giunta una missione per catturare Pier Celestino.”  

 

Clementino: “Dovete sapere che ogni suo minimo spostamento veniva seguito e controllato. Era difficile per lui nascondersi Tuttavia le autorità locali non osavano mettergli la mano addosso per non sfidare la collera dei fedeli.”  

 

Gioacchino: “Per ultimo, però, un capitano della dogana delle pecore aveva avvertito i suoi superiori che Pier Celestino si era rifugiato qui nel Gargano. La denunzia arrivò fino al re che, a dire la verità, si preoccupò di togliere alla cattura ogni aspetto odioso. Ne diede l’incarico a un prelato che ha il titolo di patriarca di Gerusalemme e a vari gentiluomini con le loro famiglie. La delegazione doveva presentarsi a lui come per rendergli onore. Ma Pier Celestino rifiutò la finzione e si consegnò prigioniero.”  

 

Concetta: “Perché non fuggì? Perché voi non vi opponeste alla sua resa?”  

 

Clementino: “Discutemmo parecchio con lui. Ma non ci fu verso di persuaderlo ancora una volta alla fuga, benché i nostri amici di qui la presentassero come assai facile…”  

 

(…) Gioacchino: “Appena soli, ci siamo buttati a capofitto nel lavoro da lui indicatoci. Stiamo costituendo qui, nel Gargano, una base di scambi di messaggi e documenti con gli esuli rifugiati in Grecia e coi nostri amici delle varie province. Stiamo cercando di camuffare questa attività sotto apparenze non sospette, mercantili. Vari barcaioli ci aiutano. Il nostro Clementino è appunto tornato ieri dalla Grecia con scritti del Clareno e di Fra Ludovico. Stasera ve ne leggeremo dei brani: sono di una forza spirituale commovente. Abbiamo già cominciato a farne delle copie per gli amici delle province. (A Concetta): Per farli arrivare a destinazione, potreste approfittare dei prossimi grandi pellegrinaggi; ne discuteremo il modo…”

 

Dopo la rinuncia al pontificato, Celestino si era diretto verso il monastero 

di San Giovanni in Piano, presso Apricena, che seguiva il suo ordine religioso. 

Quattro settimane furono necessarie perché il priore gli procurasse 

un imbarco a Rodi Garganico, il porto più vicino. 

 

La costa a quel tempo appariva sufficientemente attiva nel piccolo cabotaggio per il trasporto delle merci, particolarmente derrate cerealicole e sale, dall’interno; scali abbastanza efficienti e attivi erano Rodi, Peschici e Vieste, che non trascuravano un traffico su più vasta scala con i porti dalmati e con Venezia. Il fuggitivo si imbarca per la Grecia, dove probabilmente intende raggiungere la comunità degli spirituali di Clareno, ma la nave naufraga a quindici miglia da Rodi e a cinque miglia da Vieste.  

 

La località dove egli trascorre nove giorni, prima di essere individuato e consegnato agli emissari di Bonifacio VIII, non è stata individuata precisamente dai biografi coevi (Analecta Bollandiana, Vita C). Due storici locali, Giuliani e Aliota, la localizzano rispettivamente nella spiaggia di S. Maria di Merino, presso Vieste e nell’Abbazia benedettina di Santa Maria di Càlena, a Peschici. 

 

Fonti orali , che si riflettono nella toponomastica dei luoghi, riferiscono 

che Celestino V si rifugia in una zona rupestre, la grotta dell’Abate, 

presso la spiaggia di Calalunga, tra Peschici e Vieste, ed è qui 

che sarebbe stato prelevato dal governatore di Vieste. 

 

Giuseppe Martella, appassionato cultore di storia garganica, riporta nei suoi appunti la seguente ipotesi: “…Papa Celestino trovò rifugio in una grotta di Peschici , quella che noi chiamiamo ‘a grott u papa’. Questa si trova nel bosco di pini a ridosso della punta di Calalunga che nella Carta Geografica dell’Atlante Geografico del Regno di Napoli di Rizzi e Zannoni del 1806 è detta Cannalunga, forse per la sua forma che si allunga nel mare.” 

Un singolare toponimo ci indica di come sia diffusa l’eco della presenza 

di Celestino V nei luoghi suddetti: l’insenatura da cui si diparte il sentiero 

che conduce al complesso rupestre è denominato in dialetto peschiciano 

u’ lale d’ la Croce ( spiaggetta della Croce).

 

La Croce è tipica della simbologia legata al personaggio: il logo dello stemma celestiniano è una Croce con una S intrecciata, simbolo dello Spirito Santo.   Il sopralluogo nella “Grotta dell’Abate” da parte della dott.ssa Giovanna Pacilio della Sovrintendenza Archeologica di Bari, effettuato una ventina di anni fa per verificare la natura dell’insediamento, non ha dato particolari riscontri. Ma la ricerca continua… 

 

 

Scritta nel 1966-67 da Ignazio Silone, L’avventura d’un povero cristiano apparve nel marzo del 1968 nella collana “Narratori italiani” di Mondadori, con una dedica emblematica: “la solita storia”. Dopo un silenzio di secoli della letteratura, l’Autore rilegge in chiave evangelica, non difforme dal Petrarca, la storia di Celestino V, simbolo della inconciliabilità della santità con il potere, postulando un cristianesimo “demitizzato”, sciolto dai legami temporali. La Chiesa, incarnata in Bonifacio VIII, diventa l’esatto pendant ideologico del partito politico, che chiede ai suoi seguaci il prezzo altissimo dell’anima. 

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IL MEZZOGIORNO FRA LINGUE E DIALETTI Parte IV di Francesco Avolio – Dicembre 2019

 

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IL MEZZOGIORNO FRA LINGUE E DIALETTI

 

 Parte IV

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 Correlato parte I

 Correlato parte II

 Correlato parte III

 

1 – Il lessico siciliano e i dialetti “galloitalici”


Raggiunto il 
Lilibeo, si può forse rimanere sorpresi nel ritrovare, un po’ ovunque in Sicilia, voci assai particolari come agugghia ‘ago’dumani ‘domani’, òrbu ‘cieco’, tuma tumàzzu ‘formaggio’, badagghiari ‘sbadigliare’, maritari ‘sposarsi, prender moglie’, scannari ‘uccidere’, tùnniri ‘tosare’, vùgghiri ‘bollire’ e altre ancora. Queste, infatti, oltre a individuare inattese concordanze con il Nord Italia (cfr., ad esempio, il piemontese tumatüma ‘formaggio’ o il ligure tùndar ‘tosare’), si oppongono con una certa evidenza alle corrispondenti voci calabresi settentrionali (e dell’alto Mezzogiorno) acucraicecàtucasualànźuràacciderecarosàvùlleresicuramente più arcaiche.

Il lessico siciliano (e calabrese meridionale), insomma, ci si mostra non di rado più innovatore e anche meno “tipico” di quello del Mezzogiorno continentale.


Come può spiegarsi una simile situazione? Nella testa di molti di noi, infatti, c’è l’immagine (o, se si vuole, lo stereotipo) di una Sicilia regione isolata e conservatrice. Sfrondando di molto un dibattito scientifico ormai annoso, possiamo dire che anche in questo caso c’entrano – sia pure indirettamente – gli Arabi, i quali, dopo la conquista normanna della Sicilia nell’XI secolo, furono spinti, a più riprese, ad abbandonare l’isola, lasciando dietro di sé ampie zone deserte. Per ripopolarle (e ricristianizzarle) alcuni feudatari, provenienti dal Monferrato ed imparentati con la nuova casa regnante, fecero venire coloni dai propri possedimenti (a quel tempo ritenuti generalmente parte della Lombardia), concedendo loro privilegi ed assegnando terre situate in maggioranza nelle zone più elevate, verdi e salubri dell’isola (le più simili a quelle d’origine).

Questi diedero così vita ad una (per noi, oggi) singolare e sconosciuta emigrazione 

dal Nord al Sud – vera anticipazione dell’unità d’Italia – 

e alla cosiddetta Lombardia siciliana;


i loro discendenti sono ancora lì, ad esempio a Novara di Sicilia e a San Fratello (ME), ad Aidone, Nicosìa, Piazza Armerina e Sperlinga (EN), ed hanno conservato, a volte per quasi 900 anni, lingua, costumi, e perfino specialità delle terre di provenienza. Ma un fatto altrettanto eccezionale è che i paesi citati sono solo, come si dice, la punta dell’iceberg: un tempo, infatti, essi – come dimostrano le ricerche storiche e linguistiche recenti svolte, fra gli altri, da Giovanni Tropea, Salvatore C. Trovato e Giovanni Ruffino – erano molti di più, e ciò spiega come mai il lessico siciliano sia stato profondamente permeato da voci di origine settentrionale, o, come dicono gli studiosi, “galloitalica”. Per dare un’idea più concreta della perdurante somiglianza tra i dialetti “galloitalici” di Sicilia e quelli attuali del Nord Italia, citiamo due versi di una filastrocca nella parlata di San Fratello: “Mi côc mi sti det, cu Maria sovra u pet” (mi corico in questo letto con Maria sopra il petto), in cui si osservano, ad esempio, la caduta sistematica delle vocali atone finali delle parole (tranne –a), la semplificazione delle consonanti intense (entrambi i fenomeni si vedono in det e pet) e il passaggio di -p- a -v- (in sovra), tratti assenti in Sicilia e in tutto il Sud, ma ancora oggi riconoscibilissimi dal Piemonte alla Lombardia e all’Emilia-Romagna (ma in det ‘letto’ troviamo anche una spia del contatto plurisecolare col siciliano, e cioè il passaggio della consonante -l-, originaria o ridotta da un precedente -ll-, fino a -d-; cfr. il siciliano bbèddu ‘bello’).

2 – Le radici della presenza greca in Calabria


Varcato di nuovo lo stretto di Messina, se ci spingiamo dopo Reggio Calabria, dapprima seguendo la litorale jonica verso Sud, e poi inoltrandoci lungo la strada che sale verso Bova superiore,

 

entriamo nella zona dove, come si è già accennato, è ancora parlata 

(ma forse, purtroppo, ancora non per molto) una varietà di greco 

(chiamata, sul posto, grico), e che comprende oggi solo gli isolatissimi 

e in parte abbandonati paesi aspromontani 

di Gallicianò e Chorìo di Roghùdi.  

 

Ancora qualche decennio fa, però, erano di parlata greca anche Bova e Roccaforte del Greco, Condofùri, Amendolèa e Roghùdi (paese evacuato nel 1970 in seguito a continue frane e smottamenti), ancora prima (sec. XIX) Cardeto e Montebello, nel XVIII secolo San Pantaleone, Pentedàttilo (che significa ‘cinque dita’), Bagalàdi, San Lorenzo, nel XVI secolo diversi altri centri posti a Nord dell’Aspromonte (Delianuova, Scido, Sinopoli; cfr. Figura 1), mentre ai tempi del Petrarca l’area grecofona includeva pressoché tutta la Calabria meridionale, fino a Squillace e Catanzaro (il suo maestro di greco, madrelingua, era infatti il monaco Barlaam, nativo di Seminara, RC).  

 

Una tale distribuzione, compatta, e indubbiamente diversa da quella, puntiforme, generata da tutte le immigrazioni tardomedievali e rinascimentali che hanno riguardato il Mezzogiorno (come quella albanese, croata, provenzale ecc.),

è stata uno degli elementi alla base dell’affascinante ipotesi di un collegamento

di questi dialetti ellenici – arcaici, ma privi di precisi riscontri nella 

Grecia continentale e insulare – con il greco 

delle antiche colonie della Magna Grecia


(lingua che, va detto, proprio nella Calabria meridionale si mantenne, a livello popolare, ben oltre l’epoca della conquista romana), ipotesi avanzata e sostenuta per decenni dal grande linguista tedesco Gerhard Rohlfs, con il consenso di quasi tutti i colleghi greci, ma avversato, al tempo stesso, da gran parte degli studiosi italiani, con i quali la polemica fu a tratti molto aspra.

3 – Tra Calabria e Lucania


Continuando a risalire la penisola, arriviamo in vista del massiccio del Pollino, tra Calabria e Lucania. Qui, e per l’esattezza a Mezzogiorno dei fiumi Sauro e Agri, e nella Calabria contigua a Nord del Lao e del Crati, si trovano alcuni fra i dialetti più conservativi del gruppo “meridionale”, dove sono rimasti sedimentati fenomeni rari anche nel resto del mondo neolatino o romanzo (i quali, però, è bene sottolinearlo, non danno luogo a drastiche rotture nei confronti delle parlate circostanti).

Questa zona è nota oggi agli specialisti come “area Lausberg”, dal nome 

dello studioso tedesco, allievo di Rohlfs, che la individuò nel 1939, 

descrivendola a fondo


(cfr. Figura 2). Tra le sue caratteristiche conservative ricordiamo un sistema di vocali accentate ancora molto vicino a quello del latino classico, e con precisi riscontri in Sardegna (filë ‘filo’ < FĪLUM, come nivë ‘neve’ < NĬVEM, stèllë ‘stella’ < STĒLLA, come bbèllë ‘bella’ < BĔLLAM, mòrtë ‘morta’ < MŎRTUAM come sòlë ‘sole’ < SŌLEM, crucë ‘croce’ < CRŬCEM come lunë ‘luna’ < LŪNAM), e il mantenimento delle consonanti finali latine -S e -T in alcuni modi, tempi e voci verbali, grazie allo sviluppo di una vocale finale d’appoggio: ad Aliano (MT) vìdësë ‘vedi’, a Teana (PZ) tènëdë na casë ‘ha una casa’, a Oriolo (CS) u sàpësë? ‘lo sai?’, a Maratea (PZ) tènisi ‘tieni, hai’, mi piàciti ‘mi piace’, cu ccapèrati ‘chi capirebbe’ ecc. La conservazione è tanto più rilevante se si fa caso al fatto che la caduta di -S e -T finali latine è molto ben testimoniata già nel I secolo d. C. proprio nel cuore dell’area meridionale, in numerose scritte e graffiti rinvenibili sui muri di Pompei.

4 – Dove finisce il Sud… verso Nord?


Ma, se continuiamo la nostra risalita, e, superando Napoli e la Campania, ci attestiamo nel Lazio meridionale, possiamo chiederci dove finisca il Mezzogiorno dal punto di vista linguistico. I confini amministrativi, infatti (peraltro in questa zona recenti, non anteriori al 1927; Gaeta e Cassino, oggi località laziali, appartenevano infatti alla Campania), non danno indicazioni chiare, e comunque – come si è già detto – non corrispondono mai, nemmeno altrove, a quelli linguistici.  

 

Nella seconda puntata abbiamo parlato di una fascia che unisce il Circeo, sul Tirreno (LT), alla foce dell’Aso (AP) sull’Adriatico, come limite settentrionale dell’area linguistica “meridionale intermedia” o “alto-meridionale”;

ora possiamo precisare che in realtà tale limite, come del resto altri, 

è solo approssimativo (è in buona sostanza quello della chiara e costante presenza della vocale -ë in posizione finale), essendo parecchi i paesi posti a Nord di esso che rivelano ancora tratti tipici del Mezzogiorno.


Come esempio possiamo prendere il dialetto del comune di Sonnino (LT), situato fra Terracina e Priverno, subito a Nord dello storico confine fra Regno delle Due Sicilie e Stato Pontificio (al quale ultimo apparteneva), che, pur mostrando già una fonetica tipica dell’area “mediana” (cioè quella che si estende a Settentrione dei dialetti “meridionali intermedi”), si presenta al tempo stesso fortemente permeato di meridionalismi al livello lessicale e non solo: accattà ‘comprare’ (nel Lazio prevale crombà), accìte ‘uccidere’ vs. ammazzàfatijà ‘lavorare’ vs. lavorà, ’ncignà ‘cominciare, iniziare (ad es. a tagliare un salame)’ vs. comenzà, e ancora dimméllodiccéllo ‘dimmelo, diglielo’ (nap. rimméllë, ringéllë), me sèndo bbóno ‘mi sento bene’ (nap. më sèntë bbuónë) ecc.

Ma anche se continuiamo verso Nord, i tratti meridionali non ci abbandonano 

del tutto, giungendo anzi in prossimità di uno dei due principali 

“spartiacque” linguistici della penisola: la linea Roma-Ancona.


Questa, come del resto l’altra grande demarcazione dialettale, e cioè la linea La Spezia-Rimini, è formata dal sovrapporsi e intrecciarsi di più “confini linguistici” o isoglosse, cioè da linee tracciate, su di una carta linguistica, unendo tutti i punti che, sulla carta stessa, si trovano all’estremità dell’area di diffusione di un certo fenomeno (fonetico, morfologico, sintattico, lessicale ecc.). Sulla linea Roma-Ancona, confluiscono quindi i limiti settentrionali dei tratti più tipici del Centro-Sud (comuni cioè ai dialetti meridionali e a quelli “mediani”), che a sua volta viene così distinto dall’area linguistica toscana o toscanizzata. Si arrestano qui, infatti, fenomeni importanti che abbiamo già incontrato come la metafonesi, il possessivo enclitico, il betacismo, il genere neutro, e antiche voci latine come femmina per ‘donna’ o frate per ‘fratello’ (cfr. Figura 3).

Ma perché questo confine batte proprio qui, e non altrove?


Possiamo concludere con le parole di uno studioso che si è occupato a fondo della questione: la linea Roma-Ancona è infatti

«un confine linguistico antichissimo, in quanto ricalca ancora abbastanza fedelmente la linea che diversi secoli prima di Cristo divideva nell’Italia preromana i territori 

delle popolazioni di lingua etrusca da quelli dei popoli del gruppo linguistico indoeuropeo, italici (Umbri, Sabini) e latini.


Per quanto concerne la Sabina poi, la bassa valle del Tévere da Amelia e Narni fin verso Farfa e Passo Corese segnò anche, nell’alto Medioevo, il limite occidentale dell’espansione del ducato longobardo di Spoleto.»1  

 

Torniamo, insomma, al punto da cui eravamo partiti: non una “arcaicità” linguistica disarmante e anche inspiegabile, ma, semmai, un sinuoso, seducente “filo della continuità”. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

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