LI GALLI, l’ISOLA A FORMA DI DELFINO di Aurora Adorno – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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LI GALLI, l’ISOLA a forma di delfino

 

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Sorvolando dall’alto tra Amalfi e Capri, un delfino sorridente appare adagiato sulle onde blu del mare che si increspano all’orizzonte: è Li Galli; così questo arcipelago ci appare, salutando il sole che lo benedice. 

Tre minuscole isole si affacciano sulla bella Positano e sulla rinomata Capri: Gallo Lungo è la più piccola delle tre, l’unica ad essere stata abitata fin dai tempi dei Romani, a ovest si trova la Rotonda, mentre l’Isola Dei Briganti si estende a nord, anticamente chiamata Castelluccio o la Castelluccia.   

 

Verso il 1131 l’arcipelago era detto Guallo e nel 1225 Federico II di Svevia lo donò al monastero di Positano riferendosi ai tre isolotti come alle tre Sirenas quae dicitur Gallus, probabilmente alludendo alle sirene, le donne-uccello cantate da Omero.

 

Questo piccolo paradiso ha attratto con il suo affascinante richiamo 

due delle stelle più luminose del firmamento della danza mondiale: 

prima il coreografo Lèonide Massine, poi 

il famoso ballerino Rudolf Nureyev.

 

Massine desiderava fare di Li Galli un luogo di culto, tempio della danza e delle arti. 

Nella sua autobiografia My Life in Ballet, egli descrisse il momento in cui vide l’arcipelago per la prima volta: “fui sopraffatto dalla bellezza della vista sul mare, col Golfo di Salerno che si estendeva in lontananza. Con Paestum a sud e i tre faraglioni di Capri all’estremità settentrionale del Golfo, essa possedeva tutta la potenza drammatica di un dipinto di Salvator Rosa. 

Il silenzio era infranto solo dal mormorio del mare e da qualche grido di gabbiano.

 

Sapevo che in quel luogo avrei trovato la solitudine che cercavo, un rifugio 

dalle pressioni estenuanti della carriera che avevo intrapreso.

 

Decisi dunque, proprio lì e in quel momento, che un giorno avrei acquistato l’isola e ne avrei fatto la mia casa”. 

Come nelle più belle fiabe, nel 1924 Massine avverò il suo sogno, nonostante il dissenso di amici e conoscenti: per trecento mila lire acquistò l’isola deserta, contornata da steppa e rocce. 

Lottando contro la natura e le furie del mare riuscì a scolpire delle terrazze e a interrare alberi di vite oltre ad edificare una villa che divenne la sua dimora: 

 

la celebre Villa Massine, progettata dall’architetto Le Corbusier,

suo rifugio dai problemi e i rumori del mondo, ormai lontano.   Non di rado egli si allontanava a piedi sull’isola per raccogliersi in meditazione davanti al tramonto, sognando ad occhi aperti di trasformare Li Galli in un centro d’arte che sposasse insieme la danza, la musica e la pittura. 

 

Tra quelle rocce, sotto il sole, egli creò tante delle sue più belle coreografie.

 

Tra quelle rocce, sotto il sole, egli creò tante delle sue più belle coreografie. La forza della natura nel 1964 demolì l’anfiteatro che Massine stava facendo costruire, in quel periodo egli scrive: “ero sull’isola a quel tempo e, precipitandomi fuori, vidi enormi pezzi di calcestruzzo frantumarsi in mare. Ma non sono scoraggiato e ho in programma di continuare con l’anfiteatro che ho disegnato secondo i modelli che ho visto a Siracusa, con l’aggiunta di una diga marittima per proteggerlo dalle tempeste. Quando tutto il lavoro sarà completato, intendo stabilirvi una fondazione che manterrà l’isola come un centro artistico (…)”.

Nel 1979 dopo la sua morte il figlio vendette Li Galli 

al grande ballerino Rudolf Nureyev

 

giunto un giorno a Positano per l’appunto a ritirare il Premio “Léonide Massine” per l’arte della danza.  

 

Nureyev si recava a villa Massine durante il mese d’agosto, egli personalizzò l’arredamento della casa donandole uno stile da Mille e una notte: drappeggi, cuscini e statue adornavano l’ambiente conferendole un fascino ricercato ed orientaleggiante.

Egli fece anche ricoprire le camere con sontuosi mosaici turchi e andalusi, 

vestito di stoffe preziose e dal suo tipico basco, animava l’ambiente 

con il suo spirito inquieto, sempre pronto ad ospitare 

amici e talentuosi ballerini.

Quanta bellezza in quell’isola che lo aveva accolto e che aveva nutrito e stimolato a lungo la sua arte e il suo spirito, quella terra che egli si inchinò  a baciare con gli occhi colmi di lacrime e il cuore gonfio di gratitudine, prima di salutarla per l’ultima volta e di non farvi più ritorno.   

 

Il suo genio aveva trovato ispirazione e pace in quel di Li Galli, regalando al mondo un artista completo, esibizionista e stravagante, che un giorno aveva confidato ad un amico: “tutto quello che si fa col corpo: la danza, l’amore, è armonia e bellezza”.

E forse da lontano, magari da sopra ad una barca o a un piccolo scafo, 

osservando quel piccolo arcipelago a forma di delfino


che ad oggi appartiene ad un privato, lasciandoci andare alla musica del vento e al canto dei gabbiani, potremo osservare lo spirito di quel grande ballerino che come un uccello volteggia su quella terra baciata dal sole, circondata dalle acque profonde del mare.

Ecco in lontananza Massine e Nureyev, intenti a danzare e a contemplare la natura, 

a creare le loro coreografie in comunione con quella vocazione artistica 

che ne diviene espressione,

essi ci ricordano di trovare rifugio in seno alla natura grezza, viva, irruenta, liberi di manifestare quel talento che brilla in ogni uomo come la piccola miccia di un grande fuoco. Angoli di paradiso sono disseminati nella nostra bella terra, luoghi che possiamo scoprire di volta in volta, rispecchiando il nostro sguardo curioso in località sconosciute ai molti, luoghi incantevoli amati da grandi artisti e personaggi e Li Galli è una di queste.   

 

Chissà che un giorno il richiamo delle Sirene si farà più forte e un nuovo talento abiterà l’isola ridando vita al sogno di Massine

 

 

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 Stelle al Sud

 

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SEGNALI POSITIVI DAL MONDO DEL LAVORO MERIDIONALE di Agostino Picicco – Numero 18 – Ottobre 2020

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SEGNALI POSITIVI DAL MONDO DEL LAVORO MERIDIONALE

 

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in una immutabile summa di disagi sociali. Oggi tutti sono concordi nel dire che è tempo di affrontare il dramma del Mezzogiorno depresso e disoccupato. Ma tanta concordia quanto meno stimola la curiosità di verificare se davvero la disoccupazione meridionale abbia raggiunto punte tanto elevate.   

 

Il Sud si rivela un laboratorio dinamico, produttivo e industrioso di tenacia, invenzione e flessibilità, pronto a percorrere la via dello sviluppo, dimostrando che anche al Sud si possono mietere successi per chi ha voglia di farsi intraprendente.

 

A questo proposito c’è chi ha parlato di utilizzo 

non di “mano d’opera”, ma di “mente d’opera”

 

considerando che il processo di produzione si basa su staff di lavoro che non solo producono, ma inventano tecnologie e realizzano quella cooperazione tra scuola, università e imprenditori vissuta con spirito pionieristico, flessibilità e sinergie, ma anche con buona volontà e sacrificio. L’attendismo meridionale sta diventando un ricordo del passato, poiché sta maturando la coscienza che è proprio degli uomini liberi fabbricarsi il futuro con le loro mani, al contrario dei sudditi che, aspettando interventi dall’alto, atrofizzano le proprie capacità.   

 

Il riscatto del Sud è già iniziato e pare che anche le imprese del Nord ne stiano prendendo atto, come dimostrano i casi dei protocolli di gemellaggio tra le imprese del Nord con quelle del Sud.

Del resto, affrontando il problema della lotta alla disoccupazione, 

il Mezzogiorno è oggi un grande serbatoio di potenzialità di crescita, 

affidato, oltre che all’impegno del governo, anche agli imprenditori del Sud 

e alla valorizzazione dei giovani grazie al loro potenziale imprenditoriale 

e alle loro capacità.

 

Il Sud non deve essere visto solo come mercato o come occasione di contributi o incentivi, ma come elemento attivo di un processo di sviluppo del Paese in quanto “area di crescita accelerata della base produttiva”. In tal senso

si sta sviluppando un incontro di energie ed esperienze 

tra sindacati, imprenditori ed enti locali,

 

per mettere a punto modalità di collaborazione coordinata che regolarizzino il lavoro nero al fine di garantire l’occupazione e le persone, e per favorire la stabilità sociale, dato che gestire attività fuori regole significa esporsi ai condizionamenti della malavita. 

In tal modo, senza fermarsi ai miracoli del sommerso e alle promesse vane, ripensando il lavoro nell’interazione tra soggetti e processi in vista di un miglioramento della società e lavorando con competenza e creatività, mi pare che

si stiano proponendo obiettivi di progresso e di modernizzazione generanti 

una circolarità virtuosa capace di coniugare risanamento, competitività, 

crescita economica e sviluppo dell’occupazione,

 

offrendoci le ragioni per nutrire un moderato ottimismo. Un esempio ne sono le start-up che vedono protagonisti i nostri giovani, attenti ad usufruire di appositi bandi regionali. 

Se per lunghi anni il Mezzogiorno è stato visto come questione essenzialmente criminale alimentando l’opinione che non c’era niente da fare e delegando ogni cosa alla magistratura e alle forze dell’ordine, poi il Sud è diventato soprattutto questione sociale per via dell’elevato tasso di disoccupazione, specie giovanile, e per quelle tensioni che rendevano impossibile ogni strategia di sviluppo, diffondendo il pensiero che il Sud doveva essere abbandonato al suo destino.

Eppure proprio in questo Sud cresce la domanda di speranza, 

non più di “cavarsela” ma di farcela. 

 

 

 

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LIBERI DI ESSERE LIBERI di Giorgia Ippoliti – Numero 18 – Settembre – Ottobre 2020

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LIBERI DI ESSERE LIBERI 

 

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si spostano da un quartiere all’altro e soprattutto non danno nell’occhio»1

Scriveva così un giovane cronista per descrivere quello che oggi può sembrare riferirsi a qualcosa di invisibile, quasi «non umano». 

E invece no.

È con queste parole che egli descriveva il destino di una gioventù

a cui veniva sottratta la sua gemma più preziosa: il futuro.

 

Per riappropriarsi di questa gemma, il giovane decise di «intraprendere» la sua missione di giornalista.  

Un ragazzo. Poco più che ventenne. Un cronista.  

«Non ha paura di scrivere certe cose?». «A volte sì». «E allora perché lo fa?». «Perché è il mio lavoro, perché l’ho scelto. E non è che mi senta particolarmente coraggioso nel farlo bene (…) Le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti. Allora quello che un giornalista dovrebbe fare è questo: informare»2.

Un amante della Sua terra. Il Sud. Napoli. Quella Napoli 

che voleva libera. In mano, la sua forza più grande: 

l’energia e la spavalderia della gioventù.   

 

Una gioventù spensierata ma cosciente, che decide di dare il suo contributo al mondo, sfidando persino le paure più recondite per raggiungere un obiettivo.  

Dare alle persone la possibilità di conoscere. E quindi di scegliere.  

Un comico, di recente, ha deciso di prendere «in prestito» il suo cognome3 per rendere omaggio al coraggio di un uomo. 

Ma soprattutto per far sì che tutti potessero conoscere la sua storia. La storia di uno come tanti che come tanti non sarà.  

La storia di un ragazzo semplice che decide di compiere qualcosa di straordinario. 

Lui è Giancarlo Siani4, giornalista napoletano ucciso a soli 26 anni.

La sua storia assume ancor più importanza per una recentissima celebrazione: la libertà di stampa, una delle libertà costituzionali più importanti.  

Il 3 maggio, infatti, è stato scelto, ventisette anni fa, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite come Giornata mondiale della libertà di stampa: per non dimenticare tutti coloro che, come Siani, hanno deciso di «sacrificare» ogni cosa per riuscire a dotare le persone di un valido servizio di conoscenza e, quindi, di scelte.  

Egli, infatti, per dare voce al giornalismo – quel giornalismo che mira alla verità sottesa ai singoli fatti, e così fornire agli individui gli strumenti per poter scegliere – sin dagli albori,

fonda, insieme ad altri giovani giornalisti, 

il «Movimento Democratico per il Diritto all’Informazione».

 

Un Movimento di cui si farà portavoce nei convegni nazionali, cercando di restituire al suo Sud quello che andava perdendo: la libertà di informarsi e quindi di scegliere.

 

Lo fa anche per consentire che del Meridione – quel Meridione di cui sempre di più 

si delineava un’idea negativa – si conoscesse anche la parte più limpida, 

più pura: la vera anima incontaminata.

 

Quell’anima produttiva che da sempre aveva costituito il motore dell’Italia. Italia che, sempre più spesso, lo andava dimenticando. 

Proprio per tale ragione, il cronista concentrerà la sua attenzione su importanti poli produttivi del Sud Italia, come Torre Annunziata, cittadina del Vesuvio che lo vedrà impegnato sino alla fine.  

Cittadina della quale tenterà di far conoscere ogni scorcio, ogni vicolo, ogni sfumatura, compresa la sua grande forza produttiva.  

Siani cercherà di restituirle il maltolto, denunciando quei misfatti che, uno a uno, progressivamente e inesorabilmente andavano spegnendo ogni piccola, grande fiamma della città, svuotata sempre più delle sue attività industriali e commerciali.  

Per fare ciò, deciderà di adottare non un punto di vista «esterno» alla città.

Cercherà di «avere occhi ovunque», mostrando il «coraggio di denunciare 

anche quello che non si dovrebbe dalle colonne del “Mattino” in anni in cui 

i cronisti del quotidiano erano sotto scorta armata»5

spingendo per un giornalismo sul campo.   

 

Molti, infatti, lo ricordano proprio accanto ai suoi «concittadini d’adozione» – Torre Annunziata, nel 2019, cercherà di «ricucire» il legame con il suo cronista d’eccezione, conferendogli la cittadinanza ad honorem – nelle lotte per la riaffermazione di quei diritti che, proprio nella culla della civiltà del Sud, si erano affermati, ovvero a bordo della sua autovettura, alla ricerca di quelle bellezze ormai dimenticate di quel Meridione a cui doveva essere restituita la «giusta dignità», eliminando quelle «barriere invisibili» che gli stavano impedendo di fiorire. 

 

Lo farà fino a quando qualcuno tenterà di fermare il coraggio e l’ardore di un giovane che, con la forza dei suoi ideali di giustizia, cercherà di far riaffiorare 

la bellezza della sua terra e della sua gente.  

 

Il 23 settembre 1985 il cuore di Siani cesserà di battere. Colpevole di cosa? Di aver cercato di restituire al Sud il suo giusto valore.  

Ma non cesserà la sua opera. Il valore delle sue idee, l’importanza del lavoro compiuto, rompendo le barriere dello spazio e del tempo, riuscirà a riecheggiare, come una dolce sinfonia dal sapore di libertà, sino ad oggi, restituendo così al Meridione, e alla sua gioventù, il suo tesoro più prezioso: l’orgoglio di riaffermare la libertà dei propri pensieri e la bellezza della propria tradizione e cultura.  

Perché «puoi cadere migliaia di volte nella vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore, e se possiedi l’animo del saggio, potrai cadere anche infinite volte nel percorso della tua vita, ma non lo farai mai in ginocchio, sempre in piedi».

 

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1 «I ragazzi sono agili, si spostano da un quartiere all’altro senza dare nell’occhio» (Giancarlo Siani, articolo pubblicato sul periodico “Il Mattino”, il 22 settembre 1985).  Egli così descriveva i ragazzi che venivano utilizzati dalla criminalità organizzata per lo spaccio di stupefacenti.  

2 Film Fortapasc, diretto da Mario Risi, 2008.  

3 Alessandro Siani, intervista del 24 marzo 2019.  

4 19 settembre 1959 – 23 settembre 1985. 

1 Fondazione Giancarlo Siani, biografia https://www.fondazionegiancarlosiani.it/index.php/bio. 

 

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UN PAESE LA SCUOLA LA MERICA di Tommaso Russo – Numero 18 – Settembre – Ottobre 2020

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Da questo ricco giacimento sono emerse fra le tante testimonianze della vita scolastica del tempo anche le tracce di alcuni temi, dettati, problemi.

Nell’anno scolastico 1897-98 nella scuola elementare di Filiano


che allora era una frazione del Comune di Avigliano, a fine anno vennero proposte queste due tracce di temi:  

 

Testo: Che cosa avvenne a Paoluccio che andò a rubare ciliegie. 

Racconto (Svolgimento). Paoluccio fanciullo di anni nove che frequentava la terza classe elementare, era buono, obbidiente, ed un giorno andò a rubare ciliegie, mentre stava per salire sopra l’albero cadde e si fratturò la testa che dovette guardar [rimanere]parecchi giorni il letto. Il fanciullo da quel giorno poi si castigò da quel brutto vizio. Donato Bochicchio.

 

Testo: Scrivete una letterina a un fratello soldato dandogli notizie della famiglia, dello stato della campagna e della raccolta del frumento. 

 

Racconto (Svolgimento). Caro fratello ti voglio far conoscere che il babbo, la mamma, la sorella, il fratello ti aspettiamo noi tutti stiamo bene in salute. Lo stato della campagna è che tutte le frutte e di più il grano turco che vuole la pioggia e i contadini fanno la processione. Il grano è molto squisito per fare il pane. Ti bacio il tuo fratello Nicola Carriero.

 

 Ciò che viene fuori è il mondo delle campagne con i suoi piccoli e grandi drammi cioè il servizio militare, la lontananza, gli affetti familiari; ma anche il tentativo 

di avere una lingua comune, l’insegnante che fa usare al bambino 

il termine italiano babbo al posto del più popolare tata

 

Poi c’è il dolore collettivo vale a dire la siccità. Contro di essa i contadini potevano implorare solo l’intervento della Madonna e lo facevano con una processione tutta particolare cioè a dire quella delle vergini. Dietro la statua si disponevano in fila per due le preadolescenti e le ragazze non ancora sposate tutte rigorosamente vestite in abito bianco simbolo della loro purezza e tutti salmodiando e pregando, al suono della banda dell’Ospizio, si dirigevano al santuario della Madonna del Carmine sperando nel miracolo. 

 

In occasione degli esami di proscioglimento della classe terza elementare maschile nella scuola di Avigliano centro, nell’anno scolastico 1899-1900,


vennero date queste prove di cui però non si è trovato lo svolgimento. 

 

Tema: Lettera al fratello in Napoli per chiedere notizie di sua salute e per mandargli denaro e biancheria. 

 

Dettato: il nido della rondine pare una barchetta per metà incastrata nel muro, e composta al di fuori di creta, presa lungo i rigagnoli, impastata con pagliuzze, vimini ed altro. Questo prezioso animaluccio ama le abitazioni degli uomini e ci libera da una infinità di insetti. Crudeli si addimostrarono quei fanciulli che senza pietà ne rovinarono i nidi. 

 

Problema: Una donna comprò un pezzo di tela di m. 58,9 che pagò L. 0.97 al metro. Con quella tela confezionò 38 camicie. Quanto costa ogni camicia ?  

 

Nella terza elementare femminile, sempre ad Avigliano centro, 

e nel medesimo anno scolastico, vennero date le seguenti prove 

all’esame di proscioglimento. 

Tema: Tuo fratello è soldato; da più settimane non scrive alla famiglia. Il babbo, la mamma sono in pensiero. Lettera di dolce rimprovero procurando a dar subito notizie. 

 

Dettato: Siamo in luglio, si dovrebbe mietere, ma la stagione fredda ha ritardato quest’anno il raccolto del frumento. Guardo nei campi ed osservo un immenso mare di spighe ondeggiare tutte al vento. Esse ci promettono pane per tutto l’anno. Tutto ciò è dono di Dio. Oh grande bontà! Che hai a fare tu per lui ? Ringrazialo e benedicilo e sii buono con lui. 

 

Problema: In una famiglia il padre guadagna annualmente 1000 lire e il primo figlio 260, il secondo 145,20. Quanto guadagnano in tutto ? Quanto possono spendere al giorno ? 

 

Anche in questi compiti ci sono argomenti realistici e comuni

 

come la religiosità, l’incerto andamento dei raccolti stagionali, la partenza per il servizio militare la cui ferma triennale sconvolgeva le famiglie, la permanenza dei giovani a Napoli per perfezionarsi nel mestiere scelto. Il problema dà subito il senso del salario di una famiglia di lavoratori 1405 lire e 20 centesimi l’anno pari a circa tre lire e ottantasei centesimi al giorno. Non è però chiaro quale fosse il costo della vita in paese nell’ultimo decennio dell’800. Nei dettati spesso si nascondevano molta retorica, un po’ di estro poetico degli insegnanti e qualche pia maestra. Se leggiamo con i nostri occhi il dettato sul nido della rondine si possono fare interessanti scoperte. Pe esempio l’attenzione alla natura, agli uccelli e alla necessità di proteggerli nasce dal considerarli agenti di una importante catena biologica. E inoltre quella rondine pone un importante interrogativo. Sappiamo ancora oggi che gli architetti, gli ingegneri i geometri posseggono un sapere scientifico che li accompagna e guida nel progettare i lavori delle costruzioni. Ma la rondine, le api quando costruiscono i loro nidi o i loro alveari sempre uguali, precisi, a cosa ubbidiscono? Quali conoscenze posseggono?

  

Un altro argomento fece compagnia alla attività didattica degli insegnanti, 

alla vita dei bimbi e delle bimbe e in generale del paese. 

Si trattava dell’emigrazione

che in quel decennio ebbe proporzioni grandissime e drammi profondi, in tutto il Mezzogiorno, come l’abbandono della scuola da parte dei piccoli alunni, costretti a partire per la Merica, o la separazione dei genitori o il padre che a un certo punto non dava più notizie di sé. Il suo silenzio non significava solo l’interruzione delle rimesse ma anche la comparsa di un triste fenomeno che riguardò le donne sposate definite vedove bianche. La lontananza del marito toccò la trama degli affetti, investì il loro corpo, la loro sessualità e le obbligò a riposizionarsi nella rete delle relazioni umane e sociali. In proposito la tradizione orale aviglianese è ricca di aneddoti, poesie e canti che riflettono quel dramma.  

 

Ne presentiamo solo due per il tono di ironia, di giocosità, di fantasia 

con cui raccontano quella sciagura. 

 

Si narra che un padrino si recasse tutte le sere a trovare la mamma del bambino che aveva battezzato. Portava loro del cibo, dava qualche piccolo prestito, offriva conforto, speranza e conversazione. Col passar del tempo però finì con l’innamorarsi della donna. Dopo lunga riflessione pensò di dichiararsi in questo modo:  

 

Comare mia se ti dico che ti voglio…anche bene potresti rispondermi che tu non me ne vuoi. Se non ti dico niente potresti pensare che sono uno sciocco (nu’ quazzon’) a non essermi accorto di te.  

 

Lei lo guardò fisso negli occhi, gli sorrise, gli prese le mani fra le sue e gli rispose così: Compare mio mi hai così ben richiesta che ti dono il mio amore e accetto il tuo. Nasceva così un prototipo di famiglia allargata. Per quei tempi. 

 

Il secondo è un canto che fin dalla prima strofa ne riassume il dramma: 

Mariteme églia a la Merica e nun me scrive (Mio marito è andato in America e non mi scrive). Nelle strofe successive la donna si chiede quale sgarbo (na manganza) possa aver commesso. Riflettendo le viene in mente un unico fatto. Avevano insieme tre figli i quali si sono trovati ad avere un quarto fratello. Anni addietro ricorda di aver partecipato a una sacra funzione nel locale convento dei monaci e di essere rimasta benedetta (ié stata na benerezione a lu cummende). Un fatto simile non poteva scandalizzare la laica opinione pubblica aviglianese che sulla castità dei ministri della Chiesa non faceva molto affidamento. Inoltre per consolazione la moglie invita il marito a non preoccuparsi per quel bambino non suo. Crescerà bene, avrà ciò che desidera e quando diventerà adulto andrà pure a Napoli all’università. 

 

Per un figlio dell’emigrazione era gran vantaggio potersi laureare. 

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UN PAESE, LA SCUOLA, LA MERICA 

ancora oggi si trovano, atti, documenti, registri, relazioni, statistiche, che conservano memoria di quel lontano e faticoso processo di conquista dell’alfabeto da parte dei bambini e delle bambine aviglianesi.

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 Parte II

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MUSEO DELLE CERAMICHE DI CASTELLI – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre

 

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museo delle ceramiche di castelli

 

Gemme del Sud

Castelli

 

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Istituito nel 1984 ed ospitato nel Chiostro dell’ex Convento dei Francescani, inagibile dopo il sisma del 2009, è attualmente ospitato nel Palazzo Municipale dell’Artigianato. Il museo offre una straordinaria testimonianza della produzione ceramica fiorita nel piccolo centro alle pendici del Monte Camicia, nel gruppo montuoso del Gran Sasso, ripercorrendo la storia della tradizione maiolica castellana, dall’alto medioevo sino ad epoche a noi prossime.

Di particolare interesse l’esposizione di 200 mattoni smaltati 

e decorati con motivi geometrici e naturalistici, oltreché religiosi, 

realizzati nel ‘500 dalle maestranze locali per coprire 

la volta della chiesetta dedicata alla Vergine;


essa lasciò il posto, nel 1615, alla Chiesa di San Donato, i cui soffitti a capriate furono analogamente coperti in maioliche, progetto unico nel panorama ceramico rinascimentale italiano. Oltre ad alcune opere di Orazio Pompeo e della sua bottega nonché alle splendide creazioni realizzate fra il ‘600 e l’800 dalle celebri dinastie di maiolicari quali i Grue, i Gentili, i Fuina e i Cappelletti (piatti, versatoi, vasi, fiaschi, pannelli), nel museo si possono ammirare alcuni esemplari di vasi farmaceutici della produzione cd. Orsini-Colonna, oggetto di ricercato collezionismo delle più importanti raccolte d’arte del mondo, dal Louvre al British al Metropolitan all’Ermitage, il quale ultimo conserva anche 80 manufatti prodotti a Castelli fra il ‘500 e il ‘700, di altissima qualità artistica.

 

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Il “REALE OSSERVATORIO VESUVIANO” – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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il “REALE OSSERVATORIO VESUVIANO“

 

Gemme del Sud

Ercolano

 

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L’Osservatorio Vesuviano, fondato nel 1841 da Ferdinando II di Borbone, è la più antica struttura al mondo dedicata allo studio e al monitoraggio dell’attività dei vulcani.  Il “Reale Osservatorio Vesuviano” – questo il nome che aveva quando fu inaugurato dal re e che è posto tuttora sulla facciata dell’edificio che lo ospita – si trova sul Vesuvio, precisamente sul Colle del Salvatore, tra Ercolano e Torre del Greco, in una posizione apparsa ideale perché abbastanza lontana dal cratere e piuttosto elevata rispetto al piano di campagna, dunque protetta in caso di eruzioni.  L’architetto Gaetano Emanuele Fazzini, che aveva anche esperienza di fisico, fu scelto per realizzarne la sede, che fu inaugurata nel 1845.  Il bellissimo edificio di gusto neoclassico, da quando, intorno al 1970, è stata aperta più a valle una struttura maggiormente idonea alla moderna ricerca, è dedicato alla

conservazione di pregiate collezioni mineralogiche e strumentali 

(tra cui il primo sismografo elettromagnetico, progettato nel 1856 da Luigi Palmieri, 

che fu anche direttore dell’Osservatorio) ed accoglie un’importante biblioteca storica.


Il museo contiene inoltre una ricca raccolta di gouaches, stampe d’epoca, antiche litografie e disegni, nonché una collezione di foto e filmati d’epoca di eruzioni del Vesuvio dal 1865 al 1944, tra cui il primo film al mondo, dei Fratelli Lumière, che riprende un vulcano in eruzione. 

 

Nel 1911, inoltre, fu nominato direttore Giuseppe Mercalli, a cui si devono importantissimi studi di vulcanologia e sismologia e di cui tutt’oggi si utilizza la scala di misurazione dell’intensità dei terremoti.  

 

 

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PALAZZO DELLE SEZIATE – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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palazzo DELLE seziate

 

Gemme del Sud

Cagliari

 

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Nella importante piazza Indipendenza a Cagliari, si trova il Palazzo detto delle “Seziate”, cioè delle sedute presiedute dal Vicerè che, nella sua qualità di capo supremo della magistratura, ascoltava “paternalisticamente secondo l’uso e la mentalità dei tempi”1 le suppliche dei carcerati che gli pervenivano dall’attigua Torre si San Pancrazio. 

Costruito in un’epoca non precisabile, deve l’attuale struttura architettonica 

e, soprattutto, la facciata a un rifacimento del 1838, 

voluto dall’allora Re Carlo Alberto, come ricorda 

un’iscrizione sul prospetto.

 

 

Con il suo grande arco, chiamato “sortita di San Pancrazio”, separa Piazza Indipendenza da quella dell’Arsenale. 

Quando le carceri vennero trasferite alla fine del XIX secolo, vi si sistemò la pinacoteca insieme con gli uffici del museo e della Soprintendenza per i Beni Archeologici, trasferita poi alla Cittadella dei Musei2

 

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 Fonte: http://sardegnadigitallibrary.it/

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1- Nonnis G.L., Cagliari. Passeggiate semiserie. Castello, Cagliari, 2007, p. 55.  

2 Spano G., Guida della città e dintorni di Cagliari, 1861

 

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ROCCO SOTELLARO: UNA GLORIA POSTUMA di Pietro Dell’Aquila – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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ROCCO  SOTELLARO:  UNA GLORIA  POSTUMA 

 

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Le persone che avrebbero dovuto essergli vicine presero le distanze e si defilarono. Più tardi, quando finalmente fu fatta giustizia e il sindaco di Tricarico fu riconosciuto innocente e vittima dell’odio politico, raccolse la sua dolente amarezza per quelle assenze. Certo non gli mancò la vicinanza della sua fidanzata Isabella Santangelo, “la figlia del trainante”, e la solidarietà degli amici veri come Carlo Levi, Manlio Rossi-Doria e lo stesso Mazzarone. Soprattutto non gli mancò la vicinanza dei suoi compagni contadini che contavano sul suo impegno per il miglioramento delle loro condizioni di vita.   

 

Inaspettatamente, nonostante l’asprezza della lotta politica dell’epoca, s’interessò a lui il Vescovo Raffaello delle Nocche al quale si era rivolta Isabella, ex alunna dell’Istituto Magistrale “Gesù Eucaristico” di Tricarico. D’altronde

 

erano tempi in cui ancora vigevano il rispetto e la stima tra uomini che, 

pur avendo opinioni e aspettative diverse, conservavano

il senso dei valori e la lealtà nel confronto delle idee. 

 

Nello stesso tempo circolavano biechi cospiratori e scrittori d’ignobili e menzognere lettere anonime che s’intravedono, caratterizzati dall’aria truce e sfuggente, nel grande telero realizzato da Carlo Levi per “Italia 61” e ora esposto a Matera nel Palazzo Lanfranchi. Sarà forse perché non esistono e non ci sono mai stati tempi migliori nella storia degli uomini. Infatti le cose sono andate su per giù sempre allo stesso modo “sotto il cielo stellato a foglie a foglie”.   

 

Forse per questo ho avuto una certa remora ad accodarmi alla schiera dei glorificatori post-mortem, anche se, più volte, per motivi professionali mi sono dovuto occupare di lui. Se ora lo faccio, è per dar notizia di due avvenimenti importanti che lo riguardano: prima la recente pubblicazione negli Oscar Mondadori della raccolta di Tutte le opere a cura di Franco Vitelli, Giulia Dell’Aquila e Salvatore Martelli e di seguito l’Album di famiglia di Rocco Scotellaro a cura di Carmela Biscaglia, con uno scritto di Francesco Faeta, edito da Grenzi. Si tratta di due volumi che, ciascuno a suo modo, costituiscono un punto fermo nella sterminata bibliografia scotellariana.

Per altri riferimenti fondamentali occorre riandare al Saggio di Fortini del 1974, alla Bibliografia critica su Scotellaro prodotta da Vitelli e edita da Basilicata nel 1977 ed agli atti del Convegno Scotellaro trent’anni dopo che si tenne tra Tricarico e Matera dal 27 al 29 maggio 1984 per iniziativa dell’Amministrazione Comunale. 

Credemmo allora che, a distanza di trenta anni, si potesse finalmente 

fare il punto su quanto ancora fosse attuale e vivo 

il testamento politico e letterario di Scotellaro

 

e finalmente, rasserenati gli animi, ci si potesse avvicinare alle sue opere senza dover fare i conti con il fantasma o lo spettro del suo mito. Dovemmo costatare che ancora resistevano i rancori delle parti, che non si sono ancora sopiti, e chi sa fino a quando continueranno a resistere. Rocco Scotellaro, come racconta la madre Francesca Armento, casalinga e “scrivana del vicinato”, nella sua dolente narrazione

nacque a Tricarico il 19 aprile 1923

 

ancora avvolto nel velo del sacco amniotico; segno di fortuna secondo il padre calzolaio “che misurava il piede destro e vendeva le scarpe fatte da maestro nelle fiere piene di polvere”.

Studiò, come si poteva a quei tempi, dopo le elementari nel suo paese, 

tra il Convitto dei Cappuccini a Sicignano degli Alburni e poi a Matera, 

a Potenza e a Trento dove conseguì la maturità classica 

prima di iscriversi a Roma

alla Facoltà di Giurisprudenza nel 1942.   

 

Era giovane, affrontava i problemi dei giovani cercando la sua strada tra teatro (Giovani soli), cinema – collaborazione con Luchino Visconti – i primi tentativi narrativi e le prime liriche, ben sapendo, come fa dire a Ramorra nel suo racconto Uno si distrae al bivio che

“Non sapeva che volere. Quante aspirazioni, quante lenti per l’avvenire! Cose incominciate, poesiole, articoletti, drammi di tre atti e tanti quadri.”

 

Dopo la morte del padre si spostò prima a Napoli e poi a Bari. L’inasprirsi delle condizioni politiche, economiche e sociali, che pesavano particolarmente sulla vita dei poveri contadini lucani, prodotte dalla guerra, lo indussero ad aderire alla fine del 1943 al PSI partecipando attivamente al Comitato di Liberazione di Tricarico e svolgendo un’intensa azione politica a sindacale. Alla caduta del Regime poté pensare che un nuovo ciclo si aprisse e che i suoi cafoni potessero entrare di diritto nella storia nazionale tanto da scrivere:

“siamo entrati in gioco anche noi/ con i panni e le scarpe e le facce che avevamo.”

 

Nel 1946 fu eletto Sindaco a guida della lista unitaria dell’Aratro. Durante la campagna per le elezioni politiche dello stesso anno conobbe Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria. In quel ruolo s’impegnò con puntiglio democratico ad alleviare le difficili condizioni della sua gente, promuovendo ampiamente la partecipazione all’attività amministrativa dei tanti che avevano subito passivamente la realtà del ventennio fascista.

 

La sua azione si sviluppò, oltre che sul piano locale, 

anche in ambito nazionale e internazionale,

 

cogliendo ogni occasione di presentazione e di affermazione della propria realtà. La dura sconfitta del Fronte Popolare del 1948 gli farà scrivere i versi di “Pozzanghera nera”. 

Tanto impegno politico era destinato a suscitare la dura reazione dei partiti avversi.

 

L’8 febbraio 1950 fu arrestato con l’accusa di concussione per fatti risalenti 

agli anni 1947 e 1948. Il 24 marzo dello stesso anno fu prosciolto 

“per non aver commesso il fatto” e come 

“vittima di vendetta politica”.

 

La detenzione l’aveva comunque segnato al punto da dimettersi e indurlo a continuare il proprio lavoro a Roma e a Portici, occupandosi del Piano Regionale per la Basilicata commissionato dalla SVIMEZ con particolare riguardo ai problemi scolastici e dell’istruzione. Ormai convinto, anche sulla base dell’esperienza amministrativa acquisita, che i problemi del Sud si potevano risolvere solo in un ambito più vasto, poteva dire che

“Io sono un filo d’erba/un filo d’erba che trema/E la mia Patria 

è dove l’erba trema./Un alito può trapiantare/il mio seme lontano.” 

In seguito si occupò, con Carlo Levi, degli esiti della Riforma Agraria e, su proposta di Vito Laterza, cercò di dar voce ai suoi contadini con l’inchiesta sui “Contadini del Sud”.

L’intenso sforzo psichico, emozionale e intellettuale gli dovette produrre l’infarto 

che lo colse a Portici il 15 dicembre 1953 a soli trent’anni.  

 

Ma in vita Scotellaro, come ha documentato Giuseppe Settembrino, aveva già sofferto per il rifiuto della pubblicazione di alcuni suoi scritti e la valutazione non proprio positiva delle sue opere da parte dell’establishment culturale del suo tempo. Non lo risparmiarono nemmeno in morte. Lo dissero anche ubriacone, per la consuetudine di trattenersi coi suoi contadini e perché aveva scritto “Beviamoci insieme una tazza colma di vino! Che all’ilare tempo della sera s’acquieti il nostro vento disperato”, e dissoluto perché attratto dalla bellezza delle donne che lo gratificarono per la sua strana avvenenza di Rosso Malpelo. E la raccolta delle sue poesie vedrà la luce solamente dopo la sua morte su iniziativa di Carlo Levi che ne curò la prima edizione; i giudizi critici permarranno nonostante il Premio Viareggio del 1954 che ne consacrava il valore letterario. 

Così, alla fine, nonostante l’immenso funerale gremito di folla e la tomba a forma di fiamma che ancora guarda la Valle del Basento e su cui

sono incise le parole della sua poesia “Sempre nuova è l’alba”,

 

tra le donne dei suoi contadini, che non vollero credere alla sua morte, si sparse la diceria di un suo rapimento da parte dei Russi che lo vollero con gli altri eroi della rivoluzione a dirigere la battaglia del “sol dell’avvenire”.

 

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LE GOLE DI LARDERIA – Gemme del Sud – Numero 18 – Settembre-ottobre 2020

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LE GOLE    di            larderia

 

 Gemme del Sud

Motta Camastra

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 (Conosciute come le gole dell’Alcantara) 

Ci troviamo nel Parco Fluviale dell’Alcantara (si pronuncia Alcàntara, derivando dall’arabo Al Qantarah), nel tratto tra Messina e Catania e in particolare nel territorio compreso tra Motta Camastra e Castiglione di Sicilia. Il fiume nasce da alcune piccole sorgenti nei Monti Nebrodi, durante il suo percorso attraversa i campi coltivati alle pendici del Monte Mojo (il cono vulcanico più distante dalla sommità dell’Etna, con cui condivide il bacino magmatico), arrivando più avanti in località Fondaco Motta dove si trovano le gole dell’Alcantara. Le gole formano un canyon naturale con pareti alte fino a 30 metri e larghe dai due ai cinque metri ed è frutto di un processo lungo e complesso, in cui sono intervenuti dei movimenti tettonici, l’erosione del fiume e tre colate laviche importanti. Le pareti sono state formate da queste colate di lava basaltica che, raffreddandosi, hanno creato queste strutture dalle

forme prismatiche, che lasciano i visitatori senza fiato. Tra queste pareti ci sono 

le gole, il cui primo tratto è oggi accessibile e da dove è possibile ammirare 

tutto lo splendido scenario.


Questa è la storia della formazione di questo luogo unico, anche se molto più suggestiva è la leggenda che vi è dietro: vi erano due fratelli contadini di cui uno buono ma cieco, e uno avido. Al momento di dividere il raccolto di grano il contadino disonesto, approfittando della cecità del fratello, riempì tutto il proprio moggio dalla parte più profonda, mentre rivoltò quello del fratello in modo da contenere pochissimo grano. Gli dei se ne accorsero e in preda all’ira scagliarono un fulmine che uccise il contadino avido, trasformò il cumulo di grano nel cono di Monte Mojo e spaccò la terrà creando le gole di Alcantara. Il fiume, le gole e il territorio circostante sono oggi tutelate dall’Ente Parco Fluviale dell’Alcantara, impegnato della tutela e promozione del territorio naturale.

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 Foto di cristinamandarini da Pixabay

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GEMME DEL SUD di Redazione – Numero 18 – Settembre-Ottobre 2020

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GEMME DEL SUD

 

Mentre i nostri sostenitori, penne dallo spiccato senso benefico, arricchiscono le pagine di Myrrha con delizie intellettuali sempre apprezzate a questo progetto, la Redazione ha deciso di ampliare il proprio impegno con ‘Gemme del Sud’. Vogliamo innanzitutto accelerare il processo di moltiplicazione delle scoperte che gli amanti del Sud fanno di giorno in giorno.  Vogliamo anche riparare una memoria che, con gli anni, si fa meno efficiente nell’immagazzinare un così tanto complesso, multidisciplinare e dinamico forziere di incredibili beni.

Nessuna di essi sarà la gemma tra gemme. 


Non saranno tesori, perché quelli competono a quelle penne ispirate che le incastonano nella struttura -parimenti preziosa – che dà forma ai gioielli; saranno brevi e intensi ricordi di qualcosa che c’è e attende l’attenzione di coloro che vorranno esaminarle più approfonditamente.

 

Le Gemme, dunque, nascono dal desiderio di condividere la Bellezza, 

consapevoli che è sempre apprezzata dai tanti che ci seguono.  

 

Come i nostri dotti articoli, questa nuova esperienza editoriale racconta di memorie da far emergere, con un formato semplice e diretto, che aiuti tutti coloro che passano da luoghi dimenticati, o comunque non adeguatamente (ri)emersi, di lanciarsi in avventure inusuali. Il web infatti non è “solo” ricco, è “troppo” ricco. In questa moltitudine di informazioni “perdersi” è semplice. Le Gemme quindi

rappresenteranno dei puntini su una mappa che si arricchirà col tempo  

 

Un tempo che, come ormai sa chi ci legge, Myrrha considera in maniera opposta a ciò che si attenderebbe da un internet iper-veloce. Le Bellezze, infatti, meritano riflessione. E la riflessione non ha orario.

 

 

 

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redazione

 

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