LE MADONNE LIGNEE DEL MUSEO NAZIONALE D’ABRUZZO gemme del sud numero 33 luglio agosto 2025

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LE MADONNE LIGNEE  DEL MUSEO NAZIONALE D’ABRUZZO

 

Gemme del Sud

L’Aquila

 

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Il MUnDA de L’Aquila conserva una ricca e preziosa collezione di sculture lignee e tavole dipinte di soggetto mariano che testimoniano la presenza in terra abruzzese, durante il Medioevo, di una vivace produzione iconografica della Vergine rappresentata in trono con Gesù Bambino benedicente, sedes sapientiae, come regina coronata e lactans.

Queste opere furono eseguite da abili intagliatori e pittori che diedero vita 

ad una peculiare creazione artistica, che mescolava tradizioni locali 

ad influenze provenienti dall’esterno.


Solenni e sacrali le sculture dalle influenze romanico-bizantine, come la Madonna di Lettopalena e la Madonna delle Concanelle, slanciate ed aggraziate quelle trecentesche espressione della nuova arte gotica, come la Madonna di Fossa e la Madonna di San Silvestro. Tra le icone si possono ammirare la Madonna “de Ambro”, la Madonna di Sivignano e la Madonna del latte di Montereale. 

 

Vestite con abiti e mantelli dipinti dai colori vivaci, riproducenti minute decorazioni e raffinati broccati, con il capo ornato da corone di gemme, con o senza attributi iconografici, nei casi più fortunati recano iscrizioni con la data di produzione e la firma dei loro esecutori.    

 

Rappresentate in posizioni ieratiche e stereotipate, con volti dai tratti gentili, enigmatici ed assorti, queste Madonne restano la testimonianza di un’arte abruzzese autonoma e di un radicato culto popolare verso la Madre di Dio.

 

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 Foto di Paola Ceretta

 

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CASERTAVECCHIA Gemme del Sud numero 33 luglio agosto 2025 Editore Maurizio Conte

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CASERTAVECCHIA

 

Gemme del Sud

Caserta

 

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Il borgo medievale di Casertavecchia, il cui toponimo deriva dal latino Casa Hirta, sorge sulla sommità del monte Virgo – nella catena dei monti Tifatini – a circa 400 metri di altezza, ha probabili origini longobarde ed una storia secolare. Considerato come il vero centro storico di Caserta da cui dista circa 10 chilometri, conserva importanti monumenti civili e religiosi, a partire dal castello costruito nella seconda metà del IX secolo come residenza privata fortificata che divenne, sotto i Normanni e gli Svevi, una vera e propria struttura difensiva circondata da un fossato. La fortezza continuò ad essere abitata in età angioina, fu dominio aragonese e successivamente borbonico. Oltre alla seicentesca Cappella di San Rocco e alla piccola chiesa gotica dell’Annunziata, datata alla fine del XIII secolo, 

vi è il Duomo dedicato a San Michele Arcangelo risalente al XII secolo, 

significativo esempio, nel meridione d’Italia, di un’arte romanica 

caratterizzata da soluzioni architettoniche e stilistiche 

arabo-normanne.


eSede vescovile fino alla prima metà dell’800, al suo interno, tra tombe monumentali ed il bel pulpito degli inizi del Seicento, restano tracce degli affreschi che originariamente decorava­­no le pareti, come quello di scuola senese del 1300 raffigurante la Vergine col Bambino. La lenta decadenza di questo centro, con il progressivo spostamento della popolazione in pianura a partire dal XVI secolo, a vantaggio della città nuova,­­ non ha impedito a Casertavecchia di mantenersi viva grazie alla presenza di un costante turismo culturale. Qui Pasolini ambientò alcune scene del suo film Decameron del 1971, tratto dalla omonima opera di Giovanni Boccaccio.

 

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 Foto da DEPOSITPHOTOS

 

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IL CERVO SARDO. UN’ECCELLENZA ITALIANA di Giuliano Milana numero 33 luglio agosto 2025 editore maurizio conte

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IL CERVO SARDO. UN’ECCELLENZA ITALIANA

 

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Questo animale, con la sua eleganza e maestosità, rappresenta un’eccellenza italiana, testimonianza di una natura selvaggia e incontaminata che merita di essere conservata e valorizzata.

Nel suo libro L’ultimo cervo, Augusto Murgia scriveva:

 

«[…] l’ultimo l’abbiamo ucciso nel ‘38, Congera Piga ed io; esattamente quel giovedì…».[…] «Turchineddu» nel suo inconfondibile latrato, annuncia che la bestia c’è. Non si tratta di cinghiale, che il suo abbaiare sarebbe ben più rabbioso; e neppure di muflone, perché i suoi guaiti sarebbero molto più staccati, in quanto la velocità delle bestie lo impegnerebbe troppo. Evidentemente il cagnetto abbaia ad un animale fermo e col quale deve avere poca familiarità, a giudicare dai suoi ululati sordi e nervosi. 

[…] Ed ecco che un secco «colpo» di polvere «bianca» rintrona nell’aria, diffondendo nel bosco una sinistra eco di morte e nel cuore dei battitori la speranza di un buon bottino. 

Ma Turchineddu, dopo aver taciuto per un po’, si riode dalla svolta di una collina e pare che la sua voce venga da una zona fuori battuta. […] Ma un boato cupo e prolungato di polvere «nera» si ode in quel mentre a ridare a tutti la fiducia perduta. Non v’era dubbio: zio Loriga aveva chiuso la partita!

 

Così il Cervo sardo scompariva dai monti della Barbagia e, probabilmente, da molte altre aree della Sardegna. Negli anni ’50 e ’60 del ‘900 infatti, sull’isola, la popolazione di questo ungulato toccò i minimi storici, ne sopravvivevano circa 200, mentre in Corsica, nel 1969, la specie veniva dichiarata definitivamente estinta.   

 

Ma qual è la storia di questa specie (o sottospecie) e quali sono le sue vere origini? Descritto originariamente come un endemita sardo/corso (Cervus corsicanus) successivamente viene “declassato” a sottospecie del cervo europeo (C. e. corsicanus). 

Da allora il Cervo sardo è stato quindi considerato come un taxon introdotto in “tempi storici” (parautoctono), sia in Sardegna che in Corsica, presumibilmente già dall’inizio del Neolitico circa 8000 anni fa.

 

Il suo arrivo sulle due isole verrebbe giustificato dall’interesse che, da sempre, 

questa specie carismatica ed iconica ha suscitato nell’uomo, 

sia dal punto di vista strettamente utilitaristico, 

sia dal punto di vista sacro-rituale.


Va anche sottolineato come non sia l’unica specie ad aver vissuto queste vicissitudini. Di fatto tutta la mammalofauna terrestre attualmente presente in Sardegna è frutto di introduzioni in tempi storici. In merito all’origine dei cervi le teorie, nel corso del tempo, sono state diverse ma, recentemente, grazie a studi di genetica (mtDNA) condotti su campioni di tessuti subfossili comparati con campioni attuali, si è giunti a nuove ed importati conclusioni. I risultati delle indagini molecolari stabiliscono che C. e. corsicanus era, con molta probabilità, originariamente presente nella penisola italiana. Questo dimostra quindi che esistevano due popolazioni di cervi autoctone e geneticamente distinte nell’Italia continentale: una che abitava la regione settentrionale, il cervo della Mesola (C. e. italicus), l’altra la regione centro-meridionale, per l’appunto C. e.
corsicanus

Cervo di taglia più piccola rispetto ai “continentali”, con un’altezza alla spalla di 75–90 cm per le femmine e 80-110 cm per maschi; di aspetto robusto e con gambe più corte; mediamente la lunghezza è di 175-185 cm per i maschi e 160 cm per le femmine, mentre il peso degli adulti va dai 70/80 kg nelle femmine ai 105-120 kg nei maschi.

Sebbene i cervidi possano cambiare le loro dimensioni corporee rapidamente 

come risposta all’insularità, confrontando le antiche rappresentazioni 

dell’arte sarda si intuisce che tali caratteristiche morfologiche 

erano già presenti durante l’età del bronzo.

 

I palchi sono più piccoli rispetto a Cervus elaphus, sono lunghi mediamente 65 cm e pesano circa 550 g nei maschi adulti. Le stanghe hanno in genere solo 3 punte, sebbene siano noti palchi con 12 punte, lunghi fino a 77 cm e con un peso di 1,1 Kg; le ramificazioni risultano più semplici, si hanno generalmente 4 o 6 punte contro le 16 – 24 del cervo europeo. L’ago e la corona sono generalmente assenti, mentre la parte terminale della stanga presenta una formazione allargata e tendente ad appiattirsi, fino a conferire una forma finale a forcella. Altra peculiarità che caratterizza la specie è il manto scuro, soprattutto durante l’inverno. Il Cervo sardo è dai più considerato una sottospecie del cervo nobile, ma diversi tassonomi seguono la revisione di Groves e Grubb del 2011 che ritiene più idoneo considerarlo una specie a se stante.   

 

Quali sono state le cause che hanno portato alla rarefazione della specie sulle due isole? 

I motivi del declino sono da ricondursi principalmente alla drastica diminuzione delle aree forestali, alla frammentazione del territorio, all’aumento del numero degli incendi, ad una caccia non pianificata ed alla competizione nell’utilizzo delle risorse naturali con l’agricoltura e l’allevamento. Alla fine degli anni Sessanta fu quindi inserito nella Lista rossa IUCN

 

L’estinzione della specie dalla Corsica risvegliò le coscienze e, per merito 

di campagne di conservazione portate avanti dall’Ente Foreste Sardegna 

(oggi Forestas) e dal WWF, la popolazione isolana 

tornò a crescere costantemente


Nel 2015 venivano stimati oltre 8000 individui, saliti nel 2018 (ultimo dato attualmente disponibile) ad un numero compreso tra i 10.000 e gli 11.000 individui. Successivamente, grazie ad individui provenienti dalla Sardegna, i cervi sono tornati anche in Corsica. Attualmente, proprio in virtù degli sforzi fatti e del nuovo contesto ambientale, favorevole agli ungulati, venutosi a creare, le popolazioni presenti sulle due isole sono in costante crescita ma, nei fatti, non è stato stabilito o teorizzato alcun limite massimo a tale crescita. 

 

(Continua)

 

 

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La fauna italiana vanta una biodiversità straordinaria, con specie uniche come il cervo sardo, simbolo di un patrimonio naturale di inestimabile valore. .

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Orso bruno marsicano e Parco Nazionale d’Abruzzo di Spartaco Gippoliti numero 33 luglio agosto 2025 editore maurizio conte

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ORSO BRUNO MARSICANO E PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO

 

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Pochi sanno che la prima area protetta inaugurata in Italia, precisamente il 9 settembre 1922, fu un parco appenninico che nacque per iniziativa privata (Parco Nazionale d’Abruzzo) e fu riconosciuto dal Governo con Decreto dell’11 gennaio 1923. 

Pochi sanno che la prima area protetta inaugurata in Italia, precisamente il 9 settembre 1922, fu un parco appenninico che nacque per iniziativa privata (Parco Nazionale d’Abruzzo) e fu riconosciuto dal Governo con Decreto dell’11 gennaio 1923. Dietro questa pionieristica iniziativa troviamo l’ingegnere Erminio Sipari (1879-1968), nipote e cugino di due illustri senatori, il marchese Raffaele Cappelli ed il filosofo Benedetto Croce, ed egli stesso eletto alla Camera tra il 1913 e il 1929. Il provvedimento di tutela si rendeva estremamente urgente soprattutto per la salvezza dell’orso bruno appenninico.   
 
Tra il 1899 ed il 1912 l’area dell’Alta Val di Sangro aveva ricevuto una concreta protezione come riserva di caccia reale, ma decaduta tale tutela per gli alti costi che i Savoia avevano dovuto sostenere, e terminato il Primo Conflitto Mondiale, l’area era divenuta facilmente accessibile a cacciatori di Roma e Napoli. Mentre per l’altra perla zoologica dell’area, il camoscio d’Abruzzo Rupicapra ornata, anche sulla spinta del Senatore e Professore Lorenzo Camerano, il provvedimento di tutela legislativo era arrivato già nel gennaio 1913, per l’orso, potenziale predatore, ciò non era stato possibile.    
 
Lasciatemi introdurre a questo 

punto il ‘papà’ dell’orso marsicano; il medico e naturalista molisano 

Giuseppe Altobello (1869-1931), grande intellettuale 

studioso della natura e della cultura regionale

 
A Campobasso Altobello dà alle stampe il suo Fauna dell’Abruzzo e del Molise dove, nel 1921, descrive l’orso appenninico come una nuova sottospecie: Ursus arctos marsicanus. A questo punto la necessità di misure efficaci di protezione si fanno ancora più pressanti!    
Sipari ha le idee molto chiare. Occorre realizzare un parco nazionale che salvi i due gioielli naturalistici (camoscio e orso), permetta un razionale utilizzo delle risorse naturali (i pascoli ed i boschi) e avvii lo sviluppo turistico della regione

Sipari sta di fatto proponendo un nuovo modello di area protetta 

che gli costerà non poche critiche (per esempio dal Touring Club Italiano), 

ma che lo renderà di fatto un precursore dell’attuale visione 

del tema in Italia e non solo.

 

Non è qui il caso di ripercorrere la secolare e complessa storia del Parco ed il suo ruolo di traino del movimento conservazionistico italiano sotto la direzione di Franco Tassi.   

 

Ma cosa ne è dell’orso marsicano oggi? 

Mentre negli orsi riportati sulle Alpi trentine si assiste ad una spettacolare crescita demografica, fonte anche di non poche problematiche sociali, sugli Appennini il contingente sembra rimanere stabile. Il nuovo secolo ha prodotto nuove evidenze scientifiche a supporto dell’unicità del nostro orso marsicano che si caratterizza, tra l’altro, per l’estrema inoffensività nei confronti dell’uomo. 

È questo un fattore non secondario nella speciale relazione che lega gli abitanti del Parco con l’orso. Già nel 1962 l’allora direttore Francesco Saltarelli scriveva: “Quali dunque, i rapporti fra l’uomo e l’orso nel Parco d’Abruzzo? Non crediamo di essere evasivi se affermiamo che si può parlare di ottimi rapporti di coesistenza (mai l’orso ha assalito l’uomo), se non proprio di convivenza…”. Per questo, 

 

da oltre un decennio, la Società Italiana per la Storia della Fauna 

ha lanciato un appello per moltiplicare gli sforzi di tutela

di questo orso così particolare.

 
Ma cosa ne è dell’orso marsicano oggi?
Oltre che richiamando l’attenzione sulla carenza di risorse alimentari che affligge l’orso dopo l’abbandono di agricoltura e pastorizia, la Società ha proposto la costituzione di una ‘banca del germoplasma’ per la rara sottospecie di cui oggi si pensa non esistano più di 10 femmine adulte e la popolazione totale si aggiri sui 55 individui. Con tali bassi numeri, la perdita di variabilità genetica è altamente probabile e per la futura conservazione dell’orso sarebbe importante potere contare sul materiale genetico di orsi morti magari un decennio fa. Finora troppo poco si è fatto in questa direzione ma, come abbiamo detto, ragioni scientifiche ed economiche coincidono nel richiedere la conservazione di un esperimento evolutivo unico che ha avuto come teatro i nostri Appennini meridionali. 

 

 

 

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Bibliografia

SPARTACO GIPPOLITI

Arnone Sipari L., Guacci C. (a cura) 2019. Origini e primi anni di vita del Parco Nazionale d’Abruzzo nella “Relazione Sipari” del 1926. Palladino Editore, Campobasso.

Gippoliti S., Guacci C. 2017. Il Mammifero italiano più minacciato: l’orso marsicano. Un approccio interdisciplinare per la sua conservazione. Natura e Montagna, 64: 29-35.

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Tex Willer abitava in Sardegna di Gloria Salazar numero 33 luglio agosto 2025 editore maurizio conte

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TEX WILLER ABITAVA IN SARDEGNA

 

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Questo “lontano ovest” è il Sulcis Iglesiente, subregione sarda che è la propaggine occidentale della Nazione più distante dallo Stivale..

È una parte dell’isola non di passaggio, dove non si capita per caso.


Una Sardegna “segreta” che, sebbene sia dotata di immense e magnifiche spiagge sabbiose, è rimasta fuori dalle rotte balneari sarde e quindi al riparo dal turismo di massa. 

 

Fulco Pratesi molti anni fa nella sua Guida alla natura della Sardegna definì la costa iglesiente “forse la più bella delle seppur bellissime coste italiane”. 

 

Fortunatamente questa considerazione, malgrado sia passato mezzo secolo, può essere valida, ed a maggior ragione, ancora ai giorni nostri. 

 

L’isolamento ha fatto sì, infatti, che al contrario di molte altre splendide aree costiere, sia sarde che peninsulari, questo tratto di territorio sia stato totalmente preservato dalla speculazione edilizia e sia tuttora 

 

uno dei luoghi naturalisticamente intatti, più estesi e spettacolari del nostro Paese. 

Un “paradiso terrestre”, come lo videro e descrissero alla fine del XIX secolo 

D’Annunzio e Scarfoglio

 

in un articolo a doppia firma apparso sulla rivista Cronaca bizantina.  

 

È stato l’illustratore Aurelio Galleppini (in arte Galep) a creare un legame ideale tra il Sud Ovest degli Stati Uniti ed il Sud Ovest della Sardegna.  

 

Galleppini, che apparteneva ad una famiglia originaria della zona e quindi la conosceva bene, se ne avvalse, e non a caso, come fonte di ispirazione per creare l’ambientazione texana di uno dei fumetti italiani più famosi e longevi: Tex Willer. 

 

L’inviolato paesaggio iglesiente con la varietà dei suoi panorami infatti ben si presta: addentrandosi nell’interno lo sguardo vaga a perdita d’occhio su distese disabitate ed incontaminate.

 

Praterie e montagne, guglie rocciose, profondi canyon, brulli altipiani colonizzati dalla macchia mediterranea, strade sterrate, piccoli deserti e altissime dune sabbiose 

che appaiono all’improvviso in mezzo a foreste di sughere e pinete. 


Un continuo e mutevole susseguirsi di vedute da Old Wild West, e non mancano i fichi d’india. 

 

D’altronde anche il paese di San Salvatore di Sinis, più a nord, nell’oristanese, fu scelto negli anni ‘60 come set di uno “spaghetti western” – Giarrettiera Colt – amato perfino da Quentin Tarantino. 

 

Oggi questi contesti ricordano ancor più ciò che nell’immaginario collettivo è il “West” cinematografico, per i resti dei siti minerari di quello che fino a pochi anni fa fu uno dei poli estrattivi più vasti ed importanti d’Italia. Un’altra analogia con l’America Nord-occidentale, che negli stessi anni del XIX secolo visse l’epopea della “corsa all’oro”. 

 

Le miniere del Sulcis Iglesiente attualmente fruibili, e spesso trasformate in complessi museali, sono innumerevoli ed assicurano scorci sempre diversi e sorprendenti; come lo scenografico Porto Flavia, un approdo minerario “sospeso nel vuoto”, a metà di un costone strapiombante sul mare. Località che fanno parte del Parco Geominerario Storico e Ambientale della Sardegna, di grande interesse per gli appassionati di archeologia industriale, speleologia (nell’area mineraria di San Giovanni si trova la grotta di Santa Barbara, la più antica d’Italia) e non solo; con scenari che evocano, appunto, atmosfere pionieristiche.  

 

Lungo la statale 130 che da Iglesias porta al mare, una montagna di terra rossa, residuo di una delle tante miniere dismesse del circondario, la miniera di Monteponi, fa pensare all’Arizona. Suggestioni da Mezzogiorno di fuoco sono anche quelle offerte dal villaggio minerario Asproni, un piccolo e sperduto borgo “fantasma”, come se ne incontrano vari nei dintorni. 

 

Sembra un 

 

deserto da film western, poco più a settentrione nel Medio Campidano, 

quello in cui si trovano i ruderi delle suggestive architetture minerarie 

di Ingurtosu e Piscinas, immerse in un silenzio irreale, 


dove ci si imbatte in antichi carrelli ferroviari di carico abbandonati nella sabbia sollevata dal vento. 

 

Visioni, queste, che trasportano il visitatore in una dimensione onirica, ma che invece è reale, e senza bisogno di andare oltreoceano. È il nostro Far West. Ed in più sullo sfondo c’è il mare.

 

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e precisamente in Sardegna, che è geograficamente, ma non solo, il nostro “Far West”. 

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 Foto di Gloria Salazar

 

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GOFFREDO LOMBARDO NAPOLETANO CHE CONQUISTÒ IL CINEMA di FERNANDO POPOLI numero 33 luglio agosto 2025 ed. maurizio conte

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GOFFREDO LOMBARDO NAPOLETANO CHE CONQUISTÒ IL CINEMA

 

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sono alcuni dei film più famosi prodotti da Goffredo Lombardo, il produttore che dalla natia Napoli, insieme al padre Gustavo, venne a Roma e dominò con il suo acume e il suo intuito l’industria cinematografica italiana, al pari di giganti quali Dino de Laurentiis, Carlo Ponti e Franco Cristaldi.

Nella sua lunga carriera produsse e distribuì duemila film,


affrontando tutti i generi, finanziando e valorizzando registi come Luchino Visconti, Valerio Zurlini, Giuseppe Tornatore, Francesco Rosi, Renzo Arbore, Dino Risi e tanti altri. Il padre Gustavo aveva fondato la casa cinematografica Titanus che ancora oggi è attiva sul mercato e produce, attraverso il nipote Guido, serie televisive.   La straordinaria avventura di vita e di lavoro di Lombardo inizia a diciotto anni con una tesi di laurea sul diritto d’autore cinematografico

 

assume la guida della Titanus nel 1961 e si muove subito su due binari, 

le commedie rosa come Pane, amore e fantasia e Pane, amore e gelosia, 

di Comencini, e Pane, amore e… di Dino Risi, con una verace 

Gina Lollobrigida e una provocante Sophia Loren;

 

Poveri ma belli e Belli ma poveri con Maurizio Arena, Alessandra Panaro, Lorella de Luca e il cinema di autore con Luchino Visconti: Il gattopardo e Rocco e i suoi fratelli, Michelangelo Antonioni: Le amiche, Elio Petri: L’assassino, Francesco Rosi: Le quattro giornate di Napoli. Questi sono alcuni titoli della enorme produzione che Lombardo sostenne e finanziò. 

Per svolgere il suo lavoro si avvalse di una efficientissima segretaria che manteneva tutti i rapporti con registi, produttori, attori i quali, dopo aver stabilito il loro ruolo, non parlavano più con lui ma con la fedele collaboratrice.

 

Tenne a battesimo anche Pasquale Squitieri che in un primo momento

doveva girare un piccolo western: “La vendetta è un piatto che si serve freddo”.


Lombardo si tirò indietro e Pasquale riuscì comunque a girare il film che ebbe un buon successo. Sulla scia di questo risultato Goffredo gli finanziò: “Camorra” e “I guappi” che ottennero ottimi risultati.   Ricordo la prima di Camorra che si tenne al cinema Metropolitan in Via del Corso, oggi scomparso. C’era nel foyer Pasquale che assisteva al flusso degli spettatori che entravano. Mi salutò e mi ringraziò di essere venuto, la mia visita gli aveva fatto molto piacere.

 

La maggiore avventura cinematografica di Lombardo, 

che purtroppo lo portò al disastro finanziario, fu la produzione 

di due film: “Il gattopardo”, di Visconti e “Sodoma e Gomorra”, di Robert Aldrich.


Queste due produzioni costarono moltissimo e la riposta del pubblico, quantunque buona, non fu sufficiente al botteghino per coprire gli ingenti costi. Lombardo si trovò in grande difficoltà economica ma, da gran signore napoletano, vendette i suoi beni e cominciò a ripagare i creditori, soprattutto le banche. Egli era proprietario di importanti cinema a Napoli, quali il Santa Lucia e l’Augusteo, ubicati in centro e molto frequentati. Con il ricavato di queste vendite riuscì a tamponare i debiti

Ebbe anche l’aiuto di molti attori italiani che si prestarono gratuitamente 

per interpretare: “Il giorno più corto”, una sua ultima produzione, 

ma fu necessario anche l’intervento di una finanziaria, 

L’Acqua Marcia, per rifinanziare la Titanus.


Seguì un periodo di austerità nel quale gli si permise solo di distribuire film e non di produrli. Ma egli agì attraverso una società creata ad hoc, la Mondial Tefi, con la quale produsse alcuni film molto popolari, sebbene a nome di Carbone, l’amministratore della Società, e uscirono fuori i musicarelli con Gianni Morandi, Rita la zanzara con Rita Pavone e subito dopo la serie di Piedone lo sbirro con Bud Spencer, altro napoletano votato al cinema.   

 

Al museo nazionale del cinema di Torino La Titanus ha un’area espositiva dedicata alla produzione dove è stata allestita una grande mostra che ospita preziosi reperti dall’archivio Titanus, donati da Guido Lombardo. Fotografie inedite, materiali promozionali, oggetti appartenuti a Goffredo e alcune sceneggiature provenienti dall’archivio della grande sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico, questi interessanti oggetti e cimeli ripercorrono la storia della più celebre fabbrica dei sogni italiana: la Titanus.

 

Anni dopo Goffredo Lombardo riuscì a ritornare al comando

della società di produzione


ma il mutato gusto del pubblico e il nuovo sistema industriale lo convinsero a cedere il ramo cinematografico per concentrarsi sulle produzioni televisive, l’ultima delle quali è stata la serie televisiva: ”Orgoglio”, trasmessa su Rai 1 con enorme successo.   

 

Vinse nella sua eccezionale attività vari premi cinematografici, tra questi nel 1955 il Leone d’oro alla carriera alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. 

Nel 2010, Giuseppe Tornatore che aveva debuttato con lui con il film: ”Il camorrista”, ha realizzato un documentario dal titolo “Goffredo Lombardo, l’ultimo gattopardo”. Una bella testimonianza della genialità del grande produttore napoletano che conquistò il cinema.

 

 

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Gli abeti bianchi del Pollino tra i riti arborei e il cinema di Saverio De Marco Numero 33 luglio agosto 2025 editore Maurizio Conte

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In località Piano di San Francesco, un tratto di sentiero porta ad un affaccio 

su alcuni abeti monumentali, alti e colossali, tra cui un esemplare 

con una circonferenza di 7 metri a terra e stimato 500 anni di età.

 

Più sotto, davanti ad una fontana è presente una piccola statuina di San Francesco di Paola, santo legato indirettamente a questa specie arborea.

 

Cosa c’entra San Francesco? L’abete bianco è legato anche ad una dimensione sacraleed etno-antropologica. L’abete entra a far parte infatti dei riti arborei del Pollino, tipiche feste pagane di primavera, originariamente volte alla celebrazione della fecondità e della fertilità della terra e legate perciò ad una sorta di simbologia del matrimonio degli alberi, dove l’abete bianco rappresenta l’elemento femminile sempreverde e il faggio l’elemento maschile. Tali rituali pagani sono associati alle feste dei santi.

La Chiesa cattolica, non riuscendo a sradicarli, per controllarli vi sovrapponeva 

la festività cattolica: ne deriva pertanto una festività sincretica, dove tuttavia

 l’elemento pagano precristiano e quello cristiano 

si giustappongono senza fondersi.


Tali rituali comportano un “dramma cerimoniale” in cuitrovano spazio canti, musiche, esultanza, soste dei cortei, accompagnati da “allegri conviti” con abbondanza di cibo e grandi bevute di vino. Con “l’albero della cuccagna” eretto nella piazza e abbellito di doni, subentra una grande festa di popolo, caratterizzata anche da prove di destrezza acrobatica. Lo stesso “viaggio” dei tronchi dalla montagna al paese diventa una sorta di dramma per la difficoltà del trasporto e il rischio di incidenti, a volte accorsi (V. Lanternari 1977).

I riti arborei del Pollino sono momenti fondamentali per l’identità delle comunità locali 

e vi partecipano tutt’oggi anche numerosi giovani.

 

Molti sono gli emigrati che tornano in paeseper partecipare alla festa. Possiamo prendere come esempio la festa di Sant’Antonio diPadova a Rotonda, una delle più rappresentative del territorio del Pollino. In questo ritualelapitaè il faggio e l’abete larocca.Una volta anche il maschio era un abete, di cui vieneconservato il nome (la pita appunto). Il compito di tagliare e trasportare a valle i due alberiè affidato a due squadre diverse. Nella notte dell’8e del 9 giugno, i roccaioli raggiungono i boschi di Terranova di Pollino, tagliando una pianta di modeste dimensioni di abete, che rappresenterà appunto la cima. Nella stessa notte i pitaioli raggiungono la zona di Piano Pedarreto, nel comune di Rotonda, per abbattere un faggio prescelto di grandi dimensioni,che viene poi squadrato e lavorato con l’ascia. L’11giugno la pita viene trainata da una decina di coppie di buoi (paricchi). A Pedarreto, dalla foresta di faggio e abete bianco giunge anche la rocca e insieme, sebbene trasportati da gruppi separati iniziano il breve viaggio che li porterà nella piazza del paese, dove verrà innalzato il grande “albero della cuccagna”, frutto dell’unione “artificiale” tra il faggio e l’abete.

 

A Viggianello la sagra dell’abete è legata a San Francesco di Paola, a Terranova di Pollino a Sant’Antonio. Nel Pollino calabrese va menzionato poi il rito arboreo di Alessandria del Carretto, che il grande regista Vittorio De Seta filmò nel 1959. De Seta ne parla come una”sagra antica e meravigliosa”, con cui il paese celebra l’inizio della bella stagione

 

Nel documentario, all’alba un gruppo di uomini si dirige verso la montagna 

e i “maestri d’ascia” abbattono un alto esemplare di abete, 

che successivamente verrà trascinato a valle 

da alessandrini giovani e meno giovani,


accompagnati dalla musica di zampogne e totarelle.Verso l’entrata del paese le donne portano cesti pieni di prodotti tipici per il pranzo. Sempre nel film, giorni dopo viene così celebrata la festa di Sant’Alessandro, patrono del paese e allestito l'”incanto”, dove prodotti tipici e oggetti vari vengono messi all’asta: il ricavato sarà usato per pagare le spese della festa. L’abete viene poi innalzato nel pomeriggio nella piazza del paese, con la cima addobbata di doni come dolci, collane di fichi secchi ecc. Un atletico giovane riesce ad arrampicarsi fino in alto e si appende con le gambe ai rami della cima, a testa in giù, con le braccia aperte, ondeggiando e senza nessuna paura di cadere.

Dopo la conclusione della festa la gente si appresta a tornare verso casa, 

lasciandosi alle spalle i momenti di spensieratezza e allegria.

 

Lo stesso rito di Alessandria del Carretto, che è rimasto quasi intatto nei secoli, è stato filmato da un altro grande regista, Michelangelo Frammartino nel suo capolavoro “Le quattro volte”, premiato a Cannes nel 2010. Iprotagonisti di questo film non sono solo contadini e pastori, ma anche animali, alberi, natura inanimata, ovvero la terra stessa. Come suggerisce la testimonianza di Pitagora nel film, l’uomo è egli stesso tutte queste cose. La “terza volta” del film è rappresentata proprio dalle vicissitudini di un abete bianco, colto nel mutare delle stagioni, il cui destino è legato alla cultura della civiltà agropastorale. Il “senso del sacro” è espresso in questo film soprattutto nella venerazione della natura che caratterizza gli antichi riti arborei.

Ogni essere è legato all’altro, anzi, ogni essere entra a far parte di un altro 

e della sua rispettiva sfera di vita, per poi ritornare alla sua origine: 

efficace ad esempio la scena dell’albero che entra nel camino 

delle abitazioni e ne esce come fumo, espandendosi nell’aria


Quando, dopo che la festa èfinita, l’abete verrà venduto ai carbonai, essi erigeranno una catasta verticale con i suo iceppi, posta al centro della loro arena circolare di legna accatastata. Al centro del cerchio, nell’interstizio della catasta, verrà appiccato il fuoco, con un gesto augurale che vuole in qualche modo “benedire” il risultato del duro e delicato lavoro dei carbonai e “ringraziare” allo stesso tempo il “tutto cosmico”. E alla fine il fumo della legna ritornerà tra gli alberi,confondendosi con la nebbia che aleggia sulla foresta..

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’abete bianco, Abies alba, è un’eccellenza botanica caratteristica delle foreste del versante nordorientale del Massiccio del Pollino, dove vive associato al faggio. L’areale di questa specie va dai 1400–ai 1850 metri circa di quota, altitudine oltre la quale dominano il faggio e poi il pino loricato (Pinus leucodermis)

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