FRANCESCO ADORNO VIAGGIO ATTRAVERSO LE ORIGINI di Aurora Adorno – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio-2020

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FRANCESCO ADORNO VIAGGIO ATTRAVERSO LE ORIGINI

 

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Francesco Adorno ha contribuito alla conoscenza del pensiero dei filosofi greci e del rapporto tra il pensiero classico e la cultura cristiana.

Letterato e umanista con studi e interessi estesi anche al Medioevo, è stato già ricordato da Myrrha in occasione della recente pubblicazione della biografia firmata da sua nipote, Aurora Adorno. In questo numero, il suo profilo viene idealmente tracciato dalla compagna della sua vita che descrive sensazioni, incontri e suggestioni del rientro del filosofo a Siracusa dopo anni di permanenza a Firenze, città dove insegnò a lungo. 

Ricordi, Francesco? Correva l’anno 1962, esattamente il 5 Agosto.


Lo ricordo perché fu il giorno in cui morì Marylin Monroe suicida nella sua camera da letto. Allora non si parlava d’altro. 

Partimmo da Fregene, perché eravamo in vacanza da mia sorella Olga in provincia di Roma, si passò dal Cilento per vedere la costa e si dormì vicino Paestum. 

Visitando i templi mi canzonavi, chiamandomi “la baccante che vaga tra i templi”. 

L’indomani visitammo anche la maestosa grotta di Palinuro. All’epoca non si accorciavano i viaggi volando in aereo e quel tempo che scorreva lento, trascorso guardando attraverso il finestrino, cantando canzonette e raccontando storie, colorava la mente di immagini e bei ricordi.

 

Quando giungemmo a Villa San Giovanni – il cielo era limpido e si poteva ammirare bene Messina – ti mettesti subito ad urlare “l’isola, l’isola!”. Parevi un bambino.  


Eri sempre contento di ritornare dove le tue radici avevano dato i loro frutti ed eri nato. 

Corrado Adorno, tuo padre, era stato insegnante di disegno e pittore; dopo averne fatto richiesta, era stato preso ad insegnare alla scuola media di Firenze. 

La tua famiglia si trasferì quando eri ancora molto giovane, ma il legame con la Magna Grecia aveva colpito irrimediabilmente la tua immaginazione, consacrando la passione verso la filosofia e i filosofi, verso la culla della nostra cultura e la genesi del pensiero.

Con la Cinquecento bianca stipata di borse – con noi c’era 

nostro figlio Eugenio – arrivammo a Siracusa, 


nel centro storico collegato da un ponte all’isola, precisamente in Riva della Posta, dove abitava la tua famiglia. “Beh, Marylin Monroe s’ammazzò!”, disse in dialetto Tina, la figlia di Santino, parente della Lucietta Adorno, appena ci vide. 

Santino girava ancora in calesse e frequentava il circolo dei nobili vestito di bianco; allora andavano tutti al Tropical, un caffè concerto per la gente bene. Difatti, ai tempi c’era ancora molta divisione di classe, purtroppo. 

Mio figlio insisteva per andare al cinema Marconi che faceva il doppio programma, ma ci venne detto che era da scugnizzi e che sarebbe stato scandaloso frequentare un locale di basso livello! 

Ricordo anche un fatto divertente: Annamaria Corpaci, che allora era una bambina, figlia dell’avvocato e di Giuditta Adorno, volle fare una cena a lume di candela perché lo aveva visto fare in un film. Ma la zia Lucietta se ne uscì dicendo “queste candele saranno quelle della mia bara!”, rovinando la festa. Anche l’avvocato era un tipo intelligente e spiritoso, si chiamava Armando ed era di battuta facile.

L’aria che profumava di aranci rallegrava le piccole viuzze del centro 

ed inevitabilmente ci scontravamo con quelle belle chiese 

che pur noi, atei, non resistevamo al desiderio di visitare.

Allora, entrandovi, per rispetto toglievamo il cappello di paglia che proteggeva il capo dal sole e con gli occhi verso l’alto, rapiti, respiravamo il senso di sacro, ammirandone l’architettura. 

L’elegante facciata barocca del Duomo di Ortigia custodiva il prezioso tempio di Atena… Ah, che bello, che grandi cose è capace di fare l’uomo! 

Sfilavamo sul lungomare, davanti a quella cornice bianca di marmo che recita:  

 

Passeggio Adorno 

Cittadini, questo passaggio ottenne per voi il cavalier Gaetano Adorno, sindaco il quale negli ordini nuovi difese la patria, la resse con sapienza: degno per questo che il consiglio comunale gli decretasse nel 1865 titolo di benemerenza e questa memoria 

1868

E tu, fiero, ci raccontavi di quegli avi lontani, dai quali, ne eri certo, avevi preso 

il carattere e il coraggio che ti hanno sempre contraddistinto,


come anche la forza di ragionare sempre con la tua testa e non farti trasportare da mode passeggere. 

Ti appassionavi molto agli alberi genealogici della famiglia e li custodivi geloso. Tu solo riuscivi a capire qualcosa in quelli che a me parevano solamente dei nomi e delle date scritte a china dentro dei cerchi, sospesi come foglie sopra i rami. 

Lo sguardo smarrito correva verso il mare che si estendeva davanti ai nostri occhi, respirando l’aria salmastra che, come un balsamo purificatore, ci riempiva i polmoni.  

 

Il legame col mare era qualcosa che sentivi dentro, nelle profondità della tua anima che spesso si agitava, mentre altre volte era calma, proprio come le onde che si dibattevano sulla battigia e come il vento che leggero soffiava sulla nostra giovinezza… Che nostalgia, marito mio!

Si dice che chi è nato nelle località marine provi una sorta di malinconia andandosene. Me ne rendevo conto quando vi tornavi,


la gioia riempiva di luce il tuo sguardo spesso cupo, sovrappensiero, e in me sorgeva la speranza che tu fossi felice. 

Andammo in visita anche sul fiume Ciane. Ti piaceva fare sfoggio di quella lingua che tanto amavi studiare, e così dicesti: “Kyanòs significa verde azzurro”. E di questo colore erano le acque smeraldine.

Ritenevi che la scrittura greca avesse sviluppato il grande desiderio di conoscenza in termini razionali a causa della sua scrittura, che era alfabetica e quindi implicava il decifrare di volta in volta i segni. Inoltre, l’uso dell’alfabeto composto dai suoni che consuonano con gli altri rende il linguaggio interpretativo e attivo, diversamente dagli ideogrammi egizi o cinesi, che invece stimolavano una maggiore contemplazione statica e non storica.

 

Si fece merenda al sacco, con i piedi scalzi nell’erba e le acque 

che scorrevano lente dinnanzi a noi. 


Erano famosi i papiri che allegri nascevano sulle rive del fiume, rendendolo celebre.  

 

Io fui Cyane azzurra come l’aria. 

L’acqua sorgiva mi restò negli occhi; 

la lenta corrente mi levigò.  

 

Citavi il D’Annunzio nell’Alcyone, e noi intenti a divorar panini e a bere un goccio di buon vino, apparecchiati nella natura su di una leggera tovaglia di lino, sciacquando poi la bocca col gusto dolce delle susine. 

La Tina ci riempiva di quelle domande che fanno gli adolescenti, distraendoci dalla musica del fiume che scorreva lento.

E, nel nostro peregrinare da turisti, amavi citare anche Mario Adorno, un avvocato discendente dall’antica famiglia patrizia e dogale genovese,


vissuto a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, che aveva partecipato ai moti carbonari, capo degli insorti di Siracusa, e che dopo aver accusato il governo borbonico della diffusione del colera venne giustiziato insieme al figlio Carmelo. 

Difatti, come amavi spesso raccontare a nostro figlio Eugenio, l’antica dinastia degli Adorno, in seguito ad una guerra con i Doria, potente famiglia genovese, lasciò la Repubblica Marinara e si stabilì prima ad Avola, dalla quale prese il secondo nome Avolio, ed in seguito nella splendida Siracusa, dove tuo padre Corrado era nato. 

Il tuo essere comunista cozzava con il tuo sentirti nobile, con quel “sangue blu” – ciano, appunto – che sentivi fortemente scorrere nelle tue vene, intridendoti delle tue stesse origini.

Ognuno di noi è ciò che è, quello che le proprie esperienze 

lo hanno fatto divenire e come ha scelto di interpretarle. 


Abbiamo avuto un’infanzia diversa, una famiglia borghese la mia, diversa la tua, in quegli obblighi e nel dover dimostrare sempre chi si è e da dove si viene, in quello sguardo alto, sospeso verso il cielo, di chi cerca sempre di non deludere la propria stirpe, e in quello stemma che ti sorprendevo spesso ad osservare, quasi rispecchiandoti in esso. 

Dietro ogni persona esiste una storia e, se si vuol conoscerla fino in fondo, si deve tacere ed ascoltarla. 

 

 

 

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AGLIE FRAVAGLIE FATTURA CA NUN QUAGLIA di Fernando Popoli – Speciale aglie fravaglie – Maggio-Luglio – 2020

 

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AGLIE FRAVAGLIE FATTURA CA NUN QUAGLIA

 

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ripetono in molti dentro di loro per giustificarsi, così come recitava il titolo di una famosa e divertente commedia di Peppino De Filippo per raccontare la superstizione, i pregiudizi, la scaramanzia e la credulità di una famiglia napoletana dove si preferiva dare in sposa la figlia ad un gobbetto pur di acquisire ricchezza e benessere.

In questo anno bisestile, tristemente inaugurato dalla pandemia (si direbbe con un altro proverbio “ ‘a mala nuttata e ‘a figlia femmina”, cioè due guai in un colpo solo),

 

anche Myrrha ha pensato di inserirsi sulla scia del “non è vero ma ci credo” 

e, scaramanticamente, ha deciso di traghettare la rivista dal numero 16 

al numero 18 sostituendo il “numero della sfortuna” (l’innominabile!) 

con la formula magica di Pappagone.   

 

A Napoli, ma potremmo dire in buona parte del Meridione, tra le persone acculturate, vige la regola di non dare importanza a “uocchie, maluocchie e frutticell rind’ all’uocchie”, apparentemente, salvo poi munirsi di corna e bicorna e recitare “sciò sciò ciucciuè” per mettersi al sicuro dalle maledizioni e da chi “fa ‘a seccia” (fa la seppia, agisce da jettatore).  

 

Del resto, nel corso della storia, anche intellettuali e uomini di cultura non sono rimasti indenni dalla suggestione della superstizione. “Non credo alla jella, perché credere alla jella porta jella”, diceva Benedetto Croce, così come Eduardo De Filippo riteneva che “essere superstiziosi è da ignoranti, ma non esserlo porta male”, per citarne solo alcuni.

“Aglie, fravaglie, fattura ca nun quaglia!”, vale a dire aglio, fragaglia, 

fattura che non quaglia, che non prende.  

E’ la formula contro il malocchio 

 

che ripeteva “Aitano” Pappagone, il famoso personaggio creato da Peppino De Filippo, spesso rafforzata da “corna, bicorna, capa r’alice e capa r’aglio”. Il rituale magico era basato sulla capacità dell’aglio di allontanare i vampiri (l’aglio infatti purifica il sangue rendendolo insipido) che, unitamente alla fragaglia, cioè ai piccoli pesci (i pesci non solo sono simbolo di Cristo, ma rappresentano anche abbondanza, dunque sono benauguranti) destinati solitamente alla frittura, e, all’occorrenza, alle corna, con le loro punte respingenti il malocchio, impedisce alla jettatura di ottenere un risultato positivo.    

 

Io scoprii quanto fossero radicate certe credenze anche tra i giovani da ragazzino. Con un amico che passava per essere il più bravo della classe, andavamo al primo appuntamento con due graziose ragazze quando, nell’attraversare la strada, vedemmo un gatto nero che stava per passarci davanti tranquillo e pacifico. Il mio amico, impaurito, si bloccò di colpo. Il gatto, a sua volta, si fermò. L’amico dunque riprese l’attraversamento, ma anche il gatto cominciò a proseguire ed egli si fermò di nuovo impietrito.

“Non possiamo passare dopo che il gatto nero ci ha tagliato la strada”, 

affermò, “il nostro appuntamento ci andrebbe a buca”. 

“Ma queste sono superstizioni”, affermai io. 

“Sarà pur vero, ma è meglio essere prudenti”.


Riprendemmo ad attraversare la strada sicuri di avercela quasi fatta quando il gatto, quasi per dispetto, avanzò sino al centro della carreggiata. A quel punto il mio amico mi costrinse a fare un lungo tragitto diverso per evitarlo. Arrivammo all’appuntamento in ritardo e delle ragazze nemmeno l’ombra: stanche di aspettare, se n’erano andate, dandoci giustamente buca.

 

Il corno rosso, di tutte le misure, è un amuleto capace di tenere lontano maledizioni e uocchie cattive. Mio cugino, quando comprò la sua prima spider bianca, molto elegante e desiderata dai giovani, si munì del celebre “curniciello” che attaccò sotto il cruscotto in bella vista e che strofinava, recitando il fatidico

 

“scio sciò ciucciuè!”, per tenere lontana l’altrui invidia

 

quando girava per Via dei Mille. Mia madre, che era molto religiosa, mi raccomandava di non raccontare ad alcuno i miei primi successi professionali per non suscitare gelosie, dicendomi “ponn’ chiù l’uocchie che ‘e scuppiettate”, ed era un’esponente della buona borghesia.  

 

Giovanni Leone, quando era presidente della Repubblica, rispose a certe invettive che gli mossero degli studenti facendo un bel gesto con le corna, immortalato da tutta la stampa dell’epoca. Un mio conoscente affermò che egli, il venerdì 17, tassativamente, non usciva di casa per alcun motivo, costi quel che costi. Una mia amica bella e simpatica era cresciuta senza padre e sperava in un bel matrimonio.

Per ingraziarsi la fortuna, come poteva, accarezzava qualche gobbetto
con qualsiasi scusa e in qualsiasi situazione.
Trovò un marito molto ricco che l’adorava

 

dal quale ebbe due figli e visse una vita nella grande agiatezza abitando case di lusso e comprando abiti firmati. Ancora oggi, quando vede un gobbetto, fa di tutto per toccargli la gobba.  

 

Il principe De Curtis, in arte Totò, in un celebre film tratto da un racconto di Pirandello, La patente, avendo fama di grande iettatore, voleva farsi riconoscere “il titolo” da un tribunale per esercitare professionalmente questo mestiere.

 

E sempre Totò dedicò una poesia alla figura dello “schiattamuorto”, 

il becchino, la cui sola vista stimolava immediatamente i napoletani 

a compiere gesti scaramantici e scongiuri di ogni tipo.  

 

Un imprenditore fece una società con un marchigiano anni fa e l’attività andò male. Essendo un uomo molto capace, e non ammettendo questo insuccesso, si appellò ad un vecchio detto: “meglio un morto in casa che un marchigiano dietro la porta”.  

 

Nel periodo di quarantena imposto dal Coronavirus, durante il quale ogni attività è stata interrotta e molti si sono trovati impossibilitati a risolvere anche gli ordinari problemi domestici, il detto

 

“puózze tènere ‘e maste â casa!”, cioè la maledizione di avere i muratori in casa (senza offesa!), paradossalmente potrebbe invece essere diventata un lieto augurio! 

 

La superstizione a Napoli si diffuse maggiormente nel Settecento, quando alla corte di Ferdinando IV arrivò l’archeologo Andrea de Jorio a far visita al sovrano. Questi era molto conosciuto come jettatore e la sua fama si consolidò quando dopo poco Ferdinando morì prematuramente. 

Intanto da Napoli arrivano notizie contrastanti. Da una parte seguono la messa del Papa al mattino da Santa Marta, appellandosi a Dio per sconfiggere la pandemia, dall’altra c’è chi recupera “curnicielli” e ferri di cavallo da appendere dietro la porta di casa, per scaramanzia. 

Alcuni li adoperano come portachiavi o li appendono alla cintura tenendoli sempre a portata di mano per toccarli. 

E’ un periodo terribile, al Coronavirus si aggiunge l’anno bisestile e molti sperano nell’intervento di San Gennaro per salvarsi.

“San Genna’, pienzace tu!”,

 

per tornare alle invocazioni della tradizione popolare che uniscono i napoletani di ogni censo e grado di cultura davanti alle difficoltà della vita. Il due maggio c’è stata la prima liquefazione a porte chiuse; si scioglierà anche a settembre il sangue in segno di benessere e prosperità per il popolo?  

Nel frattempo, i cittadini premono sul fantasioso sindaco De Magistris affinché la costruzione di ‘O corno

 

la gigantesca scultura di ferro di sessanta metri di altezza e trenta di base 

di colore rosso approvata dal consiglio comunale, abbia inizio 

per tenere lontano pandemie, peste, colera e Coronavirus.

 

“E’ il simbolo della città conosciuta nel mondo per la superstizione”, ha affermato il Sindaco convinto. “E ci proteggerà tutti!”, ha aggiunto in coro il popolo, esclamando “Sciò, sciò ciucciuè, jatevenne da casa mia!”

 

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In collaborazione con Giulia Muti

 

ADORNO FILOSOFO DA SIRACUSA A FIRENZE di Aurora Adorno – Numero 16 – Febbraio 2020

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ADORNO  FILOSOFO    DA SIRACUSA A FIRENZE 

 

dalla ricorrenza della morte di mio nonno Francesco Adorno, nato nel ‘21 nella bella Siracusa da sua madre Laura e dal padre Corrado Adorno Avolio, 

erede di un’antica e nobile famiglia, e morto a Firenze il 19 settembre del 2010, dopo pochi mesi dall’aver “dato le dimissioni da tutto ciò che era”, come lui stesso mi disse, con quegli occhi tanto intensi quanto azzurri, da far invidia al cielo.  

 

Quattro mesi dopo, Luciana Bigazzi, sua preziosa moglie, segue l’adorato marito, sua ragione di vita, lasciando nella nostra famiglia un vuoto significativo al quale, forse inconsciamente, ho cercato di dare un senso con la stesura di un libro

 

Francesco Adorno. Un filosofo a Firenze –

 

in cui la mancanza delle nostre chiacchierate, dell’intreccio delle nostre scoperte, dello scambio di pensieri e di stimoli, mi ha spinta a ricercare un dialogo interiore con la mia cara nonna, dando vita alla voce narrante di una biografia, o raccolta di memorie, comunque la si voglia chiamare.  

 

La ricerca della saggezza, della verità intesa non solo come insieme accademico di conoscenze, ma come un valore totale al quale tutti dovremmo aspirare, è il leitmotiv di quella mia piccola opera, ed è anche l’eredità che Luciana e Francesco ci hanno lasciato: saper pensare con la propria testa, rimettere sempre tutto in discussione e saper criticare gli eventi storicamente.  

 

Ho usato i vocaboli che essi usavano, liberato i loro pensieri da minuscoli blocchetti di appunti dalle pagine sbiadite dal tempo,

indagato sulla loro sofferenza, sulla gioia e sul dolore di un amore 

che nasce durante la seconda guerra mondiale,

 

sboccia e diviene un legame unico, speciale, nella cornice di una città d’arte come Firenze, colpita dalle bombe prima, infangata dall’alluvione poi, i ricordi intrisi di un’infanzia vissuta a Siracusa dove Francesco Adorno nasce e si forma come pensatore.  

 

Francesco e Luciana proseguono con forza la loro vita.

Dopo i primi anni passati a Siracusa, dalla quale egli viene significativamente 

colpito e che lascerà in lui un forte fermento creativo, 

Francesco si laurea in un bunker nel ‘44


e negli anni a venire diviene professore, pensatore e scrittore, oltre che il direttore della “Colombaria” (Accademia Toscana di Scienze e Lettere di Firenze) per molti anni. Le lettere e le poesie raccolte nel libro fanno luce sulla sensibilità e la ricerca interiore di quest’uomo che per suo stesso dire custodiva in sé due facce: quella del “poeta” (sul quale la terra d’origine aveva avuto un forte richiamo), sensibile ed esteta, e quella del “freddo pensatore”.  

 

In tutta la sua vita egli ricerca un equilibrio tra queste due differenti facce di una stessa medaglia, nata forse la seconda per proteggere la prima. 

Un carattere duro con chi non lo conosceva abbastanza, quella fede cieca nelle regole e le contraddizioni di un giovane dalle idee marxiste, che ostentava però le sue nobili origini, i dogi a Genova e le forti radici siciliane di cui egli si ricordava sempre e di cui incarnava i colori e i profumi, il carattere fiero.  

 

Dalle rovine greche, il Tempio di Apollo, il Teatro greco che amava ricordare, era nata la passione per quell’antica civiltà costellata da grandi pensatori e da divinità e miti che hanno contribuito a costruire il nostro e il suo pensiero.

Ed ogni volta che in quella terra baciata dal sole egli faceva ritorno, 

ogni volta giunto a Villa San Giovanni egli la vedeva comparire all’orizzonte 

ed esclamava contento come un bambino che ha fatto ritorno a casa: 

“L’isola, l’isola!”. 


Allungava il braccio, la indicava con l’indice e Siracusa gli sorrideva baciata dal sole e dal profumo degli aranci, così poi alla fine della stagione egli la salutava con quel velo di malinconia negli occhi di chi lascia la propria terra e non sa quando vi farà ritorno. 

Ma egli non è solo in questo suo percorso, ha vicino a sé una donna magnifica nella sua semplicità, dotata di spiccata intelligenza e di una genuina saggezza che completano il giovane pensatore. Luciana è stata gli occhi di Francesco quando i suoi non funzionavano più, le sue gambe quando quelle del marito non rispondevano ai comandi del cervello, correggendo lei stessa le bozze, il braccio proteso sempre pronto a sostenerlo quando lui smarrito in “quel mondo delle idee” a lui tanto caro, inciampava e cadeva.  

 

Nonostante le malattie e la fragilità fisica, egli, grazie ad una grande forza d’animo e di carattere tipica delle sue antiche radici sicule, riesce a studiare andando oltre:

si occupa di tradurre le opere dei grandi filosofi greci, quelli che nella sua infanzia 

ha potuto ammirare attraverso i resti custoditi nella bella Sicilia,


si interroga sulla condizione dell’uomo, sul saper pensare e criticare storicamente, sull’ethos e la politeia, prendendo a modello la maieutica di Socrate ed educando, dal verbo educere, cioè tirando fuori dai suoi studenti la loro verità, in quel fare tipico della maieutica socratica che ormai aveva fatta sua. 

Non gli interessava, come lui stesso diceva sempre, “la lezioncina imparata a memoria”, ma il poter constatare nei suoi studenti una capacità dialettica, la sveltezza nel ragionamento.

“Ognuno deve pensare con la propria testa” è uno dei moniti 

che egli ci ha lasciato in eredità 


insieme a quella sete di sapere e di conoscenza di noi stessi e delle cose tutte che hanno segnato la sua vita e quella delle persone a lui vicine.  

 

Nelle lettere degli anni della guerra, nei diari e nelle riflessioni troviamo sin dagli scritti giovanili una struggente propensione verso il mettersi e rimettersi in discussione sempre, ogni giorno, in un continuo divenire.

 

L’incontro e scontro con l’adorata moglie Luciana si combatteva sul campo della ragione:

l’intelligenza colta, raffinata ed esteta di Francesco trovava il suo completamento 

nella mente saggia e brillante della moglie che spesso e volentieri 

lo spronava a ragionare in maniera più semplice e concreta.


In questo rispecchiarsi l’uno nell’altra, nel crescere insieme da quel primo sguardo tra i banchi di un corso di dattilografia, attraverso le lettere scambiate tra il filosofo innamorato e la sua amata durante il tempo di guerra, seguendo i fiumi dell’alluvione fino ad arrivare alla vecchiaia ed infine alla morte, insieme, sempre.  

 

A Luciana ho dedicato il libro, a quella donna riservata ma schietta, dagli occhi color nocciola che sempre lasciavano intravedere la verità, a una giovane donna che voleva lavorare, ma alla quale non è stato concesso, poiché ai tempi “non stava bene”, e che per cercare lo scopo di tutta la sua vita si dedica al marito e al volontariato. 

Non è solo la spalla del lavoro mentale e di studioso del marito, ma ne è lo stimolante artefice, arrivando lei dove lui non arrivava e viceversa, correggendo e rileggendo insieme ogni parola, verso per verso, opera per opera. 

Lasciamoci ispirare dalle grandi biografie di uomini che mossi da alti ideali hanno fatto la storia della nostra cultura, dall’amore vero che arriva là dove ogni uomo da solo non riesce ad arrivare: oltre la vita e la morte, oltre il dolore e la sofferenza.

Francesco Adorno ha apportato il suo significativo contributo
come promotore e organizzatore di cultura: 


negli anni ‘50 ha collaborato con la Nazione, con il Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria, con l’Ente Cassa di Risparmio, la Società Toscana per la Storia del Risorgimento, ha diretto il Dipartimento di Filosofia d’Ateneo, l’Accademia delle Arti del Disegno e, oltre che a Firenze, ha dato il suo contributo all’Unione Accademica Nazionale e all’Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo, portando la sua competenza nei centri di cultura internazionali.  

 

Tra le tante opere e traduzioni, ricordiamo il celebre manuale di storia della filosofia redatto con Tullio Gregory e Valerio Verra per la casa editrice Laterza nel 1973, sul quale tanti di noi si sono formati durante gli anni del liceo e dell’università

Conoscere la vita dei grandi uomini significa conoscere le origini del pensiero 

di questa nostra bella Italia, 


significa guardare per le strade e saper immaginare una cartolina in bianco e in nero con le immagini del passato, quel passato che ci ha resi così come siamo divenuti e al quale dovremmo ogni tanto fermarci a guardare, prendendo esempio e spunto da chi, durante tutta la sua vita, si è occupato del significato delle cose e si è interrogato sul perché ed il percome di questa grande avventura chiamata esistenza.  

 

 

 

 

 

  

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SAPERI SCIENTIFICI NEL MEZZOGIORNO PREUNITARIO di Tommaso Russo – Numero 16 – Febbraio 2020

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SAPERI SCIENTIFICI NEL MEZZOGIORNO PREUNITARIO 

 

Premessa 

 

La pubblicazione di un libro di Maurizio Lupo (vd. bibliografia) costituisce motivo per un sintetico excursus nella trama culturale del Mezzogiorno preunitario.  

È un viaggio che si sviluppa su direttrici poco frequentate 

dal gran tour storico-ricostruttivo, diaristico e narrativo. 

 

Si va dalla cattedra di economia politica al laboratorio delle Società economiche. 

Si prosegue dalle rotte di “Ponti e Strade”, alle scoperte scientifiche applicate al sistema produttivo.

 

Non trascurando medicina e scienze naturali

 

si può vedere come la loro evoluzione fosse finalizzata a conoscere l’uomo e la natura nella veste della guarigione per il primo, del rigore classificatorio per la seconda.  

 

Questa nota deliberatamente non intende esaurire tutte le sedi organizzative e gli ambiti disciplinari in cui lievitò la cultura scientifica meridionale per evidenti ragioni divulgative e di spazio.

 

La “sì grande, e sì studiosa gioventù del Regno” 

 

Una vulgata molto diffusa attribuisce a Benedetto Croce la responsabilità di aver operato una profonda frattura tra saperi scientifici e saperi umanistici. Senza entrare nel merito di questa antinomia, presunta o reale e della sua maggiore o minore paternità crociana, l’esito è stato quello di aver reso quasi invisibile, a gran parte dell’opinione pubblica, l’universo dei saperi scientifici, le strutture in cui si organizzarono e vennero elaborandosi. In molti, infatti, hanno ritenuto e ritengono il Mezzogiorno la culla solo dei saperi umanistici e giuridici.

 

Il 16 marzo 1754 Bartolomeo Intieri, con 7500 ducati e una rendita di 300 ducati, finanziava l’apertura “nella nostra università [di] una scuola di commercio 

e di meccanica, da insegnarsi in lingua italiana”.

 

L’ateneo napoletano istituiva così, primo in Italia, una cattedra di economia politica affidandone l’insegnamento, per volontà del suo benefattore, ad Antonio Genovesi (1713-1769). L’asse centrale della riflessione laica dell’abate salernitano faceva ruotare intorno a sé alcuni concetti fondamentali: la critica alla separazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale; l’apprezzamento per un sapere pratico, tecnico, scientifico utile a superare le arretratezze nel Regno. Scritto nel “domicilio delle Muse”, la splendida villa di Intieri a Massa Equana,

nell’autunno del 1753 esce il “Discorso sopra il vero fine 

delle lettere e delle scienze”.

 

Un libricino aureo ma bisognoso di un interprete per decodificare un periodare lungo e contorto. In esso Genovesi individua tre mezzi per superare i limiti della produttività in agricoltura: motivare, premiare, incentivare (con interventi fiscali e pubblici) i proprietari; coinvolgere i sacerdoti come veicoli di consenso e conoscitori delle realtà locali.

 

Infine, investire sulla “sì grande, e sì studiosa gioventù del Regno” concepita quale grande speranza e profonda frattura generazionale necessaria 

a svecchiare antiche consuetudini e inveterate pratiche di lavoro. 

 

Molta parte dell’eredità del pensiero economico genovesiano la si ritrova filtrata nelle attività delle Società economiche. Distribuite nei capoluoghi di provincia, esse videro la luce nel luglio 1812: nel cuore del Decennio francese. Loro scopo principale era la modernizzazione in agricoltura da conseguire attraverso sperimentazioni e istruzione agraria, diffusione di testi e stimoli alla competizione. Erano composte da soci ordinari preposti alla programmazione, da soci onorari, soci corrispondenti. Questi costituivano la vera armatura delle Società, l’anello più solido della catena centro-periferia. Di quest’ultima, infatti, ne conoscevano il territorio in tutte le sue sfumature climatiche, geomorfologiche e produttive. Di conseguenza le loro memorie, corrispondenze e atti contenevano sempre concrete proposte, per esempio, sui prati artificiali, sui criteri della rotazione, sulle marcite, sulla fienagione. A Picerno la famiglia Gaimari, nei suoi possedimenti, tentò la coltura del riso e della barbabietola da zucchero sebbene con risultati deludenti.

Le Società sostennero la pubblicazione di proprie riviste a carattere divulgativo. 

 

Negli edifici dove erano allocate impiantarono biblioteche specifiche e aggiornate. A Potenza, in località Santa Maria, la Società costruì una piscina per uso irriguo. L’edificio dove i soci si riunivano per discutere, leggere, commentare ben presto divenne un piccolo luogo della civiltà delle buone maniere.  

 

Negli anni ’50 dell’800 la dinastia si impegnò nella realizzazione di un podere modello con un palmento, un apiario, macchine moderne per lavorare la terra, sementi, aiuti tecnico-pratici agli agricoltori e prestiti con la Cassa di Prestanza. Nasceva il famoso istituto agrario di Melfi nel 1853 che, con alterne vicende, si è trasformato nell’odierno ITCG. Altri tentativi della dinastia di prosciugare le zone paludose e malariche non ebbero esiti felici a causa delle ridotte risorse economiche investite nei progetti. Le difficoltà a cui andò incontro la bonifica del Fucino ne sono prova evidente.

Il governo dello Stato unitario, con proprio decreto del dicembre 1866, liquidò quell’esperienza con tutto il patrimonio materiale e immateriale accumulato. 

 

Uguale motivo: la scarsità di fondi pubblici condizionò la realizzazione di non pochi lavori progettati dal Real Corpo degli Ingegneri di Ponti e Strade. Istituito nel 1808 doveva essere lo strumento principale per la politica delle opere pubbliche nel Mezzogiorno. Nel 1811 venne affiancato dalla Scuola di Applicazione mirata alla formazione e preparazione dei futuri ingegneri. Le due strutture sono da considerare il primo Politecnico in Italia. Nel 1826 un decreto organico le trasformò in Direzione Generale di Ponti e Strade, delle Acque, Foreste e Caccia. Con Carlo Afan de Rivera la DG raggiunse fama europea.

Nella persona di Luigi Giura (1795-1864), “gloria dell’ingegneria partenopea”, 

sono riassunte le conquiste tecnico-pratiche, gli approdi teorici 

dei saperi scientifici del Politecnico meridionale. 


Appena ventenne Giura ebbe il suo battesimo del fuoco in quella straordinaria rete di canali per irreggimentare le acque e prevenire le inondazioni nota come “Regi Lagni” tra Napoli e Caserta (oggi una cloaca). Sempre tra Caserta e Napoli, il lucano progettò la costruzione di un grande canale di irrigazione e navigazione per un importo di 130mila ducati. Dopo un viaggio in Europa (metafora della circolazione dei saperi e delle idee)

 

Giura, con i colleghi che l’avevano accompagnato,acquisì 

una prospettiva culturale di dimensione europea.

 

Con l’esperienza maturata, con la sua genialità, col lavoro di gruppo procedette alla costruzione di un ponte sospeso a catene di ferro sul fiume Garigliano. Ultimato nel 1832 rimase intatto fino alla seconda guerra mondiale quando conobbe i bombardamenti tedeschi. Un secondo ponte venne costruito sul fiume Calore. Lavorò inoltre alla sistemazione dei porti mercantili del Tirreno e dell’Adriatico. Fu merito di Garibaldi la sua breve nomina a ministro dei LL.PP. sul finire del 1860.  

 

Nel libro di Lupo, prima richiamato, si delineano il nesso tra invenzioni e loro applicazioni al processo produttivo per un verso e quello tra ricerca e cultura. L’analisi si snoda nel sistema delle privative “altrimenti detti privilegi o patenti, [che] possono considerarsi progenitori del nostro brevetto industriale.”

Il lavoro, unico nel suo genere nel Mezzogiorno preunitario, 

affronta le questioni della legislazione di settore

 

evidenzia i criteri con cui venivano approvate o bocciate le privative e i contrasti tra le istituzioni politiche preposte. Il volume termina riportando il “Repertorio delle Privative”. Si tratta di un lungo elenco di brevetti che ben mostra il legame tra scoperte e loro applicazione ai settori produttivi.

Tommaso Cappiello (1778-1840), medico di Picerno, nella sua autobiografia 

scritta in età matura, ricorda il suo giovanile studentato 

presso l’ospedale degli Incurabili a Napoli.

 

Nel tracciare la differenza tra l’iniziale impressione negativa e la successiva (fine anni ’90) scrive: “Presentemente l’Incurabili è ben organizzato, ben regolato per li studenti a Collegio e per l’infermi a ricevere cure” (fg.5 cap. II). E continua con un elogio: “A(ntonio) Sementini, uomo di rarissimo talento, di prima classe nell’ordine de Medici Filosofi, razzionatore analitico sottilissimo cui la Fisiologia deve progressi e vedute primordiali” (fg.6). La riorganizzazione del sistema ospedaliero avvenne durante il Decennio e interessò sia gli ammalati che l’assistenza e la beneficenza.

Nel 1812 negli Incurabili vennero aperte “quattro sale cliniche universitarie”: 

medicina, chirurgia, ostetricia, oftalmia. 

 

La medicina vantò grandi nomi fra cui: Domenico Cirillo, Domenico Cotugno, Michele Sarcone, Domenico Serao.  

 

Altri medici che accompagnarono i tornanti dell’800 borbonico non ebbero buoni rapporti politici con la dinastia come Domenico Lanza o, in certo qual modo, Antonio Palasciano. Alfiere medico dell’esercito borbonico questi venne maturando l’idea del soccorso umanitario sui campi di battaglia. Emergeva, seppure a fatica, l’obbligo morale e naturale di curare i feriti quale che fosse il loro schieramento. Palasciano metteva le basi per quella che sarà la funzione della Croce Rossa. Anche lui dovette andare via da Napoli perché non gradito al generale Filangieri.  

 

Altra figura emblematica del difficile rapporto dinastia – intellettuali è Guglielmo Gasparrini (1803-1866). Il suo percorso si snoda tra l’ateneo e le istituzioni. Fu, per esempio, socio corrispondente delle Società economiche di Capitanata e Terra di Bari.

L’800 europeo è segnato da due giganti: Jean Baptiste Lamarck 

e Charles Darwin. Gasparrini che non è un “fissista”, 

non ignora l’evoluzione della natura.

 

Dialogando con questa cultura europea ne subisce l’influenza ma la arricchisce con i traguardi scientifici che raggiunge con la sua amata botanica, in cui riversa un minuzioso lavoro di analisi, di classificazione. Insieme con Giovanni Gussone e Michele Tenore, Gasparrini fa dell’Orto di Napoli (e del Boccadifalco di Palermo) un avamposto italiano della botanica.

 

Nel 1845 si svolge a Napoli il VII congresso degli scienziati.

 

Con una punta di veleno Giacinto De Sivo annota che oltre 600 vi giunsero e “tenner seduta nella sala mineralogica dell’università”. Gasparrini svolse una relazione sulla fecondazione e sull’origine “dell’embrione seminale nei vegetali”.  

 

L’Alta polizia (oggi si direbbe la Digos) borbonica da tempo lo teneva d’occhio insieme ad altri medici, filosofi, intellettuali. La nota che lo riguarda riporta questo giudizio: “Di pessima condotta politica, morale, religiosa”. Dopo il ‘48 fu costretto ad andare via. Trovò accoglienza presso l’ateneo pavese di cui divenne rettore. È merito di Garibaldi se fu nominato a Napoli ordinario di botanica e direttore dell’Orto.   

 

Considerazioni finali ma non definitive  

 

L’esposizione schematica non è ostacolo ad alcune considerazioni e a una domanda.

La stagione dell’Illuminismo meridionale, nelle sue molteplici articolazioni 

fecondò un’idea nuova di uomo

 

in grado di prendere nelle mani il proprio destino al fine di migliorarlo e di umanizzarlo. La speranza nelle nuove generazioni, nei processi istruttivi ne era una prima manifestazione. Una seconda, pur affermandosi con lentezza giunse a metà ‘800 a riconoscere la salute e la guarigione come diritti di natura che oltrepassavano le brutalità delle guerre e della coppia amico/nemico.  

 

Infine. È ben vero che i Borbone lesinarono i finanziamenti per opere pubbliche all’intero Mezzogiorno a causa di una infausta visione napolicentrica. È però altrettanto vero che le opere realizzate hanno sfidato i secoli. Alla base di quella ingegneria c’è una concezione olistica della natura e del suo rapporto con l’uomo.

 

Solo smettendo il suo atteggiamento predatorio trova legittimazione 

alla sua esistenza nella universalità dei diritti di natura.


Fin da allora, per esempio, l’economia del bosco, per quel suo intimo carattere di universalità e di libertà, fu alla base di un lungo conflitto sociale (le famose lotte per la terra).   

 

Il periodo che va dagli anni ’30 al 1848 diventa così l’arcata cronologica in cui i saperi scientifici, in un rapporto dialettico con i loro fratelli umanistici, danno i frutti migliori della loro stagione.  

 

Il Mezzogiorno si presentò al 1860 con questo bagaglio culturale e politico. Quanto di esso fu disperso o ignorato, e perché? 

 

 

fregioArancio

 BIBLIOGRAFIA 

 

Cappiello Tommaso, Cronichetta di mia vita, (Manoscritto di fogli 176). 

Di Biasio Aldo, in giro per l’Europa. Il viaggio di istruzione di Luigi Giura, in Le vie dell’innovazione, Lugano, Giampiero Casagrande ed. 2009. 

Genovesi Antonio, Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, (a c. di) Nicola D’Antuono, Angri, edizioni Gaia, 2014. 

Lupo Maurizio, Il calzare di piombo, Mi, Franco Angeli, 2017. 

Venturi Franco, (a c. di), Illuministi italiani. Riformatori napoletani. Mi-Na Ricciardi-Mondadori, v. II t. I,1997. 

fregioArancio

 

AL SUD LA BELLEZZA VUOL ESSERE LEGGE di Sergio Spatola – Numero 16 – Febbraio 2020

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AL SUD LA BELLEZZA Vuol ESSERE LEGGE

 

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ho pensato quando in una delle riunioni di redazione è stata data notizia del progetto di una “Legge sulla bellezza” della Regione Puglia.

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Da quando Myrrha era in gestazione – ormai quasi cinque anni fa – si è sempre condiviso che, tralasciando gli obbrobri, il Mezzogiorno è un dono.


Adesso, come se Myrrha avesse espresso un desiderio dopo aver spento una candelina, una delle Regioni più attive del Sud tira fuori dal cilindro la sua legge sulla bellezza.  

 

Se essa è intesa come «la qualità capace di appagare l’animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione»1 e la Regione Puglia avesse avuto questa come idea ispiratrice, non potrei, da orgoglioso meridionale quale sono, esserne più felice. 

Mi si dirà che è ancora una proposta; deve superare l’iter legislativo; deve, soprattutto, essere eseguita, prima, e nella maniera corretta, poi; la bellezza è un concetto relativo. Non possono di certo ignorarsi le eventualità di insuccesso, ma deve evidenziarsi la novità che un’operazione culturale di questo genere comporta.  

 

In fondo, si tratta di un primo esperimento, evidente e concreto, che tenta di superare uno degli ostacoli del Sud: la troppo spesso diffusa bruttura. Peraltro, questo superamento è

uno dei pilastri tematici della mission culturale di Myrrha: il progresso economico 

del Mezzogiorno non va ricercato replicando gli strumenti del Nord produttivo, ma valorizzando le abilità proprie del Sud

 

quelle abilità che si attagliano alle genti che vi abitano e che solo essi conoscono. Quel know-how esclusivamente meridionale che distingue il Sud dal settentrione d’Italia.  

 

A questo fa pensare il tratto del Manifesto sulla legge. Vi si afferma come «la globalizzazione non ama la bellezza» perché «è di fatto una globale uniformizzazione», il cui «connotato è la semplificazione».

 

Occorre, infatti, rassegnarsi: il Mezzogiorno – come l’Italia tutta del resto – 

non è semplificabile come i Paesi non dotati di millenaria 

stratificazione storico-culturale.

 

Esso, infatti, ha un’identità poliedrica e talmente multipla da necessitare misure ad hoc per inquadrarla, coordinarla e, poi, valorizzarla. Di questa difficoltà il progetto di legge è consapevole quando si propone di costituire l’identità antropologica e memoriale del «Mosaico pugliese».

 

Ancora una coincidenza. Myrrha ha voluto, fin dall’inizio, rappresentare, anche graficamente, il mosaico dell’immenso giacimento culturale del Sud, con colori, riferimenti decorativi e “tratti”, ispirati alle culture mediteranee.  

 

Di recente, contro il tentativo di normare la bellezza, si sono elevati cori di tecnici, preoccupati della impraticabile esecuzione di una siffatta legge nel territorio pugliese. Essi hanno consigliato di raccogliere le disposizioni attualmente in vigore per creare un quadro chiaro della disciplina urbanistica della Regione. Ad essi è stato risposto che l’esperimento deve essere attuato con norme di dettaglio che possano renderlo effettivo. 

Tutti i commenti sono decisamente opportuni. L’importante è che non siano interessati, come spesso accade, da fini che esorbitino dallo scopo della legge: restituire bellezza al territorio pugliese.

L’ossatura della proposta è fatta di misure generali di diritto urbanistico 

che prevedono l’abbattimento o il recupero dei “detrattori di bellezza”,

 

cioè edifici abusivi, ecomostri e vuoti urbani per realizzare nuovi spazi urbani ed edifici performanti senza consumo di suolo. 

Il concetto è semplice e lo deve essere anche la sua realizzazione. È il momento di far fruttare quella sussidiarietà orizzontale che consente di avvicinare i cittadini e gli operatori di buona volontà a ciò che veramente importa:

 

ridare dignità alle zone più colpite dal degrado.

 

Quali gli strumenti che la legge di prefigge di utilizzare? La semplificazione normativa, la formazione culturale sul patrimonio architettonico e urbanistico sia di tecnici che di professionisti, l’individuazione delle identità territoriali e paesaggistiche e molti altri strumenti, che saranno finalizzati a pianificare le trasformazioni dei luoghi «interessati da condizioni di degrado fisico, sociale, culturale, ambientale e paesaggistico» (art. 9 del progetto).  

 

Quali obiettivi vogliono raggiungersi con questi strumenti? La norma, sempre all’art. 9, precisa come all’obiettivo generale di rigenerare le aree urbane e di valorizzare i centri storici (lett. a), si affiancano quelli particolari di

riqualificare le periferie e le aree agricole periurbane, da un lato, il paesaggio 

e l’ambiente delle infrastrutture, dall’altro, e le aree produttive degradate,

 

dall’altro ancora (lett. b), c) e d)); di manutenere e riusare i beni edilizi e rurali (lett. e)) e di tutelare e valorizzare le aree di attrazione naturale e della biodiversità (lett. f)).

 

Naturalmente, per invogliare cittadini e operatori a collaborare sono previsti incentivi fiscali (riduzione del contributo di costruzione) e rimborsi delle quantità edificatorie (c.d. crediti edilizi). 

Sono norme di carattere generale, lo si ripete, che portano con sé una speranza: quella che tutto possa andare per il verso giusto (e la Puglia ci ha stupiti parecchio negli ultimi anni) e che la legge possa trovare un’applicazione piena degli strumenti che prevede e conseguentemente vedere realizzati gli obiettivi che si è posta.

L’esempio deve essere di quelli che sollecitano l’emulazione 

da parte di tutti gli altri territori 

 

che non si accontentino di scimmiottare passivamente ciò che va più di moda oggi. Il PIL non deve e non può essere il solo indicatore dell’andamento del Mezzogiorno, che evidentemente necessita di tempi e di strumenti diversi per emergere dal grigiore di nullità cui troppo spesso lo si associa.

 

Il coraggio di risalire deve passare anche dal superamento di quel senso 

di incapacità che troppo spesso il Sud si auto-attribuisce

 

e che, col troppo affermarlo, si imprime nelle menti di chi, invece capace, si arrende per un luogo comune.  

 

Noi di Myrrha saremmo felici di contraddire coloro che pensano come, anche questa volta, si tratti della solita dichiarazione di intenti senza futuro pratico.

 

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UNA VIA ORIGINALE ALLO SVILUPPO DEL SUD di Agostino Picicco – Numero 16 – Febbraio 2020

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UNA VIA ORIGINALE   ALLO SVILUPPO DEL SUD 

 

Il binomio lavoro-emigrazione è oggetto di continuo esame da parte di autorità ed esperti. Un dato di fatto ormai certo, comunque, è che la disoccupazione dell’Italia meridionale è quasi tripla rispetto a quella del Centro-Nord. Quali soluzioni allora configurare a questo proposito?

Un punto fermo ormai raggiunto e comunemente condiviso dai più 

è che la rinascita del Mezzogiorno è affidata alla gente del Sud.


I meridionali hanno finalmente capito di dover essere artefici della propria crescita civile: soggetto e non oggetto di sviluppo. Il Sud dice un no secco all’assistenzialismo statale, che ha prodotto guasti non inferiori a quelli causati dalla criminalità organizzata, che ha espropriato i giovani della cultura della imprenditorialità, che ha generato clientelismi e corruzione.

Già don Sturzo parecchi anni fa ribadiva con forza l’esistenza 

di una “originale via meridionale” allo sviluppo.


Come si sostanzia questa via allo sviluppo dell’area meridionale? Innanzitutto, credo che occorra considerare le risorse specifiche esistenti nel Mezzogiorno, valorizzandole anche con l’impiego di tecnologie industriali avanzate. Si tengano presenti, ad esempio, sia le risorse agro-alimentari e dell’industria del mare (dal turismo alla pesca) sia l’artigianato, che costituisce una ricchezza tuttora non ben sfruttata commercialmente, sia le imprese a dimensioni medie e familiari, più rispondenti al costume e alla creatività delle popolazioni del Sud. 

Non deve mancare anche un occhio di riguardo allo stretto legame tra Sud Italia e futuro dell’intera area mediterranea, dove il Sud viene a trovarsi in posizione chiave. Come il Settentrione d’Italia ha allargato la sua zone d’influenza e di comunicazione verso l’Europa centrale, così  

il Mezzogiorno d’Italia – crocevia geografico e storico degli interessi 

e degli scambi economici e culturali tra Europa, Africa e Asia – 

gode come risorsa di una posizione geografica unica.


In tal modo potrebbe aspirare con successo a diventare “il Nord del Sud”.  Parlare di via originale allo sviluppo del Sud significa anche essere coscienti che la crescita civile del Meridione non può ridursi al solo sviluppo economico, per quanto ovviamente utile e necessario.

È necessario anche insistere sulla priorità di una formazione culturale e di un serio sforzo di preparazione professionale.


Lo smarrimento di certi valori ha prodotto la perdita del senso della socialità e della legalità. Una seria formazione morale e culturale contrasta l’atteggiamento di rassegnazione e di passività, quel senso di vittimismo che finisce poi per favorire la tendenza alla devianza. 

Affermare che l’elemento culturale e formativo occupa un posto importante per la crescita civile della nostra terra significa, inoltre, riconoscere che

la nostra gente è fornita di straordinarie doti creative e intellettive,

come di notevoli risorse umane.


Ciò è dimostrato anche dai nostri concittadini emigranti (in Italia e all’estero) che si sono affermati ai livelli più alti quando hanno trovato strutture adeguate. 

La valorizzazione di risorse finanziarie ed umane, insieme a qualche infrastruttura in più, la soluzione del problema della legalità, premessa indispensabile per lo sviluppo, l’esempio di chi scommette sull’idea di impresa, magari nella forma della cooperativa per competere meglio con il mercato, esprimono la speranza che, eliminate le varie fasi di assistenzialismo, di conflittualità tra le parti, di mediazioni politiche non trasparenti, si realizzi un’esperienza di crescita per tutto il Paese, nella convinzione che soprattutto sulle frontiere del lavoro si giocherà la permanenza dell’Italia in Europa. 

 

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MYRRHA INCONTRA SVIMEZ di Giorgio Salvatori – Numero 15 – Dicembre 2019

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MYRRHA INCONTRA SVIMEZ

 

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Cari amici di Myrrha, si cambia. In questo numero i “doni del Sud’’ vengono letti non più, soltanto, estrapolandoli dal loro contesto e messi a fuoco nella loro eccellenza o unicità, ma anche nella cornice, contraddittoria, della storica complessità del Meridione.  

In altre parole ci addentriamo consapevolmente in un’analisi più articolata della realtà del nostro Sud per descriverne anche chiusure corporative e rigidità consolidate. Stiamo parlando di quei comparti immobili, da sempre refrattari ad ogni forma di cambiamento nonché di quelle azioni di contrasto messe in atto da forze storicamente ostili all’evoluzione sociale, economica e culturale delle popolazioni meridionali.

 

In questa nuova prospettiva, Myrrha si apre ad un orizzonte più ampio, 

grazie all’esperienza provvida e illuminante dell’istituzione 

che più e meglio conosce forze e debolezze storiche 

del Meridione: la Svimez,


l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, che studia e analizza i dati che caratterizzano il complesso processo delle dinamiche sociali ed economiche del Sud.

 

È, questa, l’occasione per 

riflettere, con severità, su quali e quanti blocchi strutturali rallentino il lungo processo di integrazione e di fusione reale tra Settentrione e Meridione della Penisola,

 

su quanto e come la mafia, le mafie, riescano a distrarre, a proprio vantaggio, risorse vitali e produttive del Sud e del Nord del Paese e, infine, su quanto l’assenza di un’azione forte e costante, da parte delle istituzioni, contribuisca a comprimere il coraggio e le occasionali esplosioni di protesta, di reazione civile, della stragrande maggioranza delle genti meridionali contro i soprusi delle mafie. 

 

Tra questi due poli, non bisogna dimenticarlo, non c’è soltanto la complicità, l’ignavia o il colpevole cinismo di alcuni politici. C’è anche quell’azione mai compiutamente indagata, ma sottilmente nefasta, dispiegata dai rappresentanti di strati consistenti delle amministrazioni centrali e periferiche che, per non perdere i benefici della propria condizione di intermediari di risorse, fondamentali per il progresso di un territorio, restano arroccati nei propri fortilizi burocratici, elargendo servizi come satrapi che abusano quotidianamente dei propri poteri verso cittadini trattati come sudditi.

In queste pagine leggerete interventi di giornalisti, analisti e studiosi del problema meridionale. Cercheranno di far luce sulle cause delle contraddizioni

 

e degli ostacoli che impediscono al Sud di decollare nonostante le grandi potenzialità, le eccellenze, i “doni’’ particolari, la voglia di “volare” (preferibilmente restando nei cieli meridionali) dei maltrattati giovani del Sud.  

 

In questa specifica circostanza, il mosaico meridionale verrà esposto e interpretato alla luce degli ultimi elementi emersi dagli studi degli esperti della Svimez.

Si parte dall’approfondita analisi dello stato generale della situazione meridionale

 

di Giuseppe Soriero, autorevole membro della Presidenza dell’Istituto. Soriero evidenzia i punti fondamentali del divario Nord-Sud in base ai dati aggiornati del rapporto Svimez 2019 e ne mette in risalto due aspetti fondamentali: non si esce dalla crisi meridionale accentuando lo scontro, dialettico e politico, tra gli assertori della “rapina del Nord a danno del Sud” e quelli del “fardello del Sud sulle spalle del Nord’’ e neppure sottovalutando l’arretramento del più opulento Settentrione rispetto ai sorprendenti traguardi del PIL conseguiti da alcuni Paesi europei.

A questa analisi circostanziata si aggiungono anche le vivaci interpretazioni e le “variazioni sul tema” di due firme note di Myrrha:

 

Carmen Lasorella e Roberta Lucchini. Lavorando sui dati Svimez, la prima ci guiderà a conoscere meglio le valenze soffocate del Sud, in primis la compressa risorsa femminile, e lancerà una sfida a chi, nelle istituzioni, sia finalmente in grado di raccoglierla vincendo una colpevole indolenza. La seconda si tufferà nei numeri e nelle analisi evidenziando criticità, punti di forza, possibili vie di uscita dalla paralisi forzata in cui le forze ostili al cambiamento hanno finora ostacolato il pieno sviluppo delle intelligenze e della creatività dei migliori figli del nostro Meridione. Uno stallo che, di fatto, punisce non solo il Sud, ma l’intero Paese e che dovrebbe rafforzare, all’opposto delle logore polemiche nordiste o delle nostalgie neoborboniche, la volontà di chi si batte per consolidare finalmente l’unità nazionale offrendo ad ogni cittadino dello Stivale pari opportunità e occasioni di sviluppo.

Certamente non ci rallegra il raffronto, spietato, tra la supposta qualità della vita, 

nelle varie città italiane, recentemente stilata dal Sole 24 Ore.

 

Una sfilza di primi posti assegnati, da Milano a Como, per ben 40 posizioni, a città del Nord, e una valanga di ultimi posti, salvo pochissime eccezioni, a decine di città meridionali. In questa classifica Napoli risulta ottantunesima, Crotone e Caltanissetta chiudono l’elenco addirittura alla centoseiesima e alla centosettesima posizione. Opinabile o obiettiva che sia, questa classifica suona comunque come una clamorosa batosta mediatica di cui non si può sminuire l’impatto sociale e psicologico che essa dispiega sulle legittime aspettative di riscatto della società civile meridionale.  

 

Non ignorare, non offendersi, non sottovalutare.

Il Sud può e deve reagire, ma le istituzioni non possono restare a guardare né attendere oltre.

 

Non bastano riconoscimenti di merito individuali né, tantomeno, celebrazioni ufficiali e targhe alla memoria. La rinascita della Nazione ha bisogno del concorso operoso e coraggioso di tutti, cittadini e istituzioni, dal Nord al Sud del Paese

Nessuno si illuda. Non abbiamo un’alternativa.
La disfatta del Sud sarebbe la sconfitta di tutti. 

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Correlato Giuseppe Soriero

Correlato Carmen Lasorella

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L’UNICA VIA POSSIBILE? di Roberta Lucchini – Numero 15 – Dicembre 2019

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L’UNICA  VIA POSSIBILE?*

 

La storia di Anna – non di fantasia – è una delle tante, note vicende che affollano sempre più insistentemente le rubriche dei media dedicate al mondo dell’occupazione, in special modo giovanile.  

Nata ad Adelfia, in provincia di Bari, studi classici, poi laurea con il massimo dei voti in discipline economiche, ottima conoscenza della lingua inglese, tanta voglia di affermarsi e far fruttare i sacrifici suoi e dei suoi genitori, Anna, finisce, a 25 anni per rientrare nel novero di quelle 19,6 mila unità che nel 2017 hanno lasciato la Puglia con destinazione Centro-Nord della Penisola. Cifra che è quota parte del bilancio di 110 mila persone le quali, sempre nel 2017, si sono spostate dal Mezzogiorno verso la più prospera e allettante Italia centro-settentrionale. Come ci ricorda puntualmente il rapporto Svimez 2019,

 

nello stesso 2017 si sono cancellate dai Registri anagrafici meridionali

circa 132.000 persone

 

e, a fronte di tutto ciò, il saldo migratorio è rimasto fortemente negativo, sia considerando l’anno in questione (-68.602 unità) che un periodo più lungo, vale a dire un quindicennio (2002-2017, -852.113); ciò soprattutto senza che si sia potuto compensare il forte drenaggio di soggetti giovani e/o con titolo di studio superiore (i laureati, per intenderci) con una immigrazione di qualità equivalente. E’ un trend tristemente noto, sebbene a leggere questi numeri non si smetta di stupirsi, rabbrividendo: 

dall’inizio del nuovo secolo – ci ricorda la Svimez – ben 2 milioni 15 mila residenti hanno lasciato il Mezzogiorno, la metà di questi con età compresa

fra i 15 e i 34 anni, un quinto con titolo di studio superiore.


Una perdita inestimabile di capitale umano, di forza lavoro, di spinta propulsiva che va ad arricchire tessuti socio-economici distanti, senza un effettivo ritorno di natura finanziaria verso i luoghi d’origine. Questo progressivo dissanguamento confluisce ad alimentare la tendenza, anch’essa ormai riconosciuta, tuttavia non per questo meno allarmante, rappresentata dal progressivo spopolamento, sì, delle Regioni meridionali, ma pure dell’intero Paese, secondo una dinamica chiaramente evidenziata negli studi di organismi dal respiro globale: il Dipartimento degli Affari Sociali delle Nazioni Unite, ad esempio, nel suo World Population Prospects 2019, stima che la popolazione a livello mondiale raggiungerà, nel 2100, oltre 10 miliardi di individui. Il trend di crescita è sostenuto in tutti i Continenti, l’Africa da sola triplicherà i propri abitanti. Tutti avanzeranno. Tuttavia, nella nostra cara, vecchia Europa, pur con qualche significativa eccezione (Francia e Regno Unito, ad esempio), si assisterà ad un importante calo demografico, segnatamente nei Paesi mediterranei e, fra questi, segnatamente in Italia (un inquietante -30%) e, al suo interno, segnatamente nel Meridione… 
 

Anche dal punto di vista demografico, dunque, si verifica quello che la Svimez stessa ha definito come “doppio divario”: la distanza fra Meridione in difficoltà 

nei confronti del Centro-Nord leva produttiva è diventata 

quella del Paese-Italia nei confronti del resto d’Europa, 

se non del mondo.


Tuttavia questo andamento non è certo consolatorio. Stretto nella morsa asfissiante del combinato disposto di emigrazione, invecchiamento della popolazione (anche lavorativa) e calo della natalità, il Mezzogiorno rischia di implodere.  

 

D’altronde, immaginare di poter imbrigliare al Sud braccia e cervelli alle condizioni date è esercizio di pura fantasia. Anna e i suoi colleghi coetanei ne sono la prova tangibile. Con una spesa della Pubblica Amministrazione in costante decrescita dal 2000 in avanti (con maggiore penalizzazione al Sud: la spesa pubblica attualmente è pari a 14.000 Euro pro-capite per i cittadini centrosettentrionali, di 11.000 Euro per i meridionali);  

con un PIL in calo dello 0,2% al Sud rispetto ad un +0,3% del Centro-Nord nel 2019, che ha portato alla contrazione dei consumi dello 0,5% (come si può, d’altro canto, immaginare di produrre ricchezza se la forza lavoro viene a diminuire e, seppure vi siano indicazioni di una lieve ripresa dell’occupazione, la qualità degli impieghi offerti è scarsa, sia dal punto di vista retributivo che della stabilità?);  

con una persistente divergenza del livello dei servizi al cittadino, che senza ombra di dubbio può indurre a parlare di “diritti erosi-impoveriti-defraudati“ per chi vive al Sud rispetto agli altri;  

con tutto ciò premesso e con tutti gli ulteriori, omessi indicatori socio-economici che non fanno bene all’umore, è impossibile immaginare per il Mezzogiorno d’Italia un futuro diverso dalla desertificazione umana.

E’ necessario “rovesciare il paradigma”, secondo una formula
che a noi di Myrrha piace molto e nella quale ci riconosciamo:

 

non più concentrarsi sull’idea di trattenere, quasi che un territorio, piuttosto che luogo delle opportunità, rappresenti una sorta di prigione dalla quale l’evadere sia l’unico, prevedibile corollario; quanto invece favorirne l’attrattività, stimolare il desiderio non solo di restare per chi vi è nato, ma addirittura di trasferirvisi e scommettere su prospettive di benessere e appagamento futuri per coloro che sono alla ricerca di una soluzione.

Una via d’uscita esiste.

 

Tutte le nefaste previsioni di cui sopra e le tante altre qui non riportate hanno tutte un’appendice: accadrà quanto predetto “a politiche invariate”. Bisogna pertanto invertire la rotta, incidere sulle scelte, essendo chiaro che i meccanismi fin qui individuati si sono rivelati inidonei e non è il caso di nascondere responsabilità che risiedono nel Meridione stesso e nelle amministrazioni locali.  

 

Cosa fare, dunque?

Come suggeriscono esperti di ogni settore disciplinare, non esiste la panacea,


soprattutto considerando quanto sopra detto circa quella sorta di sgocciolamento alla rovescia che sta propagando le difficoltà del Meridione nel resto del Paese e che richiede dunque una risposta unitaria all’insegna della coesione, piuttosto che della spinta autonomistica. Fra i tanti possibili spunti di riflessione, quindi, se ne privilegiano qui un paio. Posto che senza lavoro non c’è speranza e neppure una Repubblica, azzardando una lettura a contrario del dettato costituzionale, si guardi anzitutto al buono che c’è e non lo si lasci al proprio destino, dando piuttosto piena attuazione all’art. 3, secondo comma, della nostra Costituzione. Si guardi a tutte le iniziative imprenditoriali che molti giovani e non solo stanno mettendo in atto per far fruttare idee e territorio (significativo, in questo ambito, il sostegno di Invitalia e del programma Resto al Sud, seguito da altre proposte analoghe da parte di Istituti bancari); oppure si considerino le imprese storiche, nei più disparati settori produttivi, dal tessile all’alimentare, che sono e vogliono restare eccellenze meridionali.

Si mettano anzitutto costoro nelle condizioni di promuovere la circolazione, il movimento, il flusso – secondo uno dei principi-cardine che regola la vita dell’Universo, ben prima della nostra Unione europea

 

– e, conseguentemente, di prendere vantaggio dallo scambio, che sia di merci o di persone o di idee o contenuti, operando finalmente con decisione sul sistema infrastrutturale, non solo stradale, ferroviario, aereo o portuale, quand’anche digitale, che, ancora una volta, penalizza il Sud. In questo senso, senza ripercorrere le annose questioni legate alla classificazione della rete viaria italiana, non si può ignorare l’iniziativa Rientro Strade, con la quale, a seguito del D.P.C.M. 20 febbraio 2018, l’ANAS sta riprendendo sotto la propria gestione 3500 km di strade ex statali e provinciali. Orbene: perché non approfittare di questa occasione per dare un segnale forte al Meridione ed alla sua esigenza di ben collegarsi e collegare, limitandosi invece ad interessare di questo provvedimento solo un 40% del chilometraggio complessivo (circa 1220 km), ripartito nelle 6 Regioni peninsulari meridionali, lasciando invece la parte del leone a 5 Regioni del Centro-Nord? Come se non bastasse, l’Anas “restituisce” alla gestione degli enti territoriali meridionali almeno 350 km di strade (non pervenuta la quota di Abruzzo e Molise, che va quindi sommata a tale cifra – cfr. www.stradeanas.it), mentre ciò non accade per le restanti Regioni (tranne che per l’Umbria, 45 km).

Non si dimentichi che il Sud rappresenta il 40% del territorio italiano 

e non si trascuri l’assoluta necessità di uno sforzo manutentorio significativo 

del sistema stradale secondario, in particolare nel Mezzogiorno.

 

Non va dimenticato, infatti, che un’altra ragione della progressiva perdita di popolazione, con altissima incidenza nelle aree interne – anche in questo ambito i problemi del Meridione sono comuni al resto d’Italia, sebbene lì maggiormente amplificati – risiede nel costante deperimento delle vie di comunicazione extraurbane, una delle più gravi conseguenze della riforma tronca avviata con la legge Delrio, che ha privato le Province delle sostanze per intervenire sui molti chilometri di strade di pertinenza. Il ritrovarsi nella difficoltà di circolare agevolmente per raggiungere i luoghi del produrre ha causato negli anni, e sempre di più provoca, un allontanamento dai centri minori, ove lo spopolamento equivale anche ad abbandono del patrimonio edilizio ed ambientale. Ciò assume valenza ancor più significativa nel caso dei piccoli abitati montani e dei magnifici borghi che punteggiano le pendici delle nostre colline e rilievi. A tal proposito, vale la pena di sottolineare come, in maniera crescente,

questi piccoli agglomerati, nei quali al Sud si concentra l’1,6% 

della popolazione, si stiano organizzando in una sorta 

di “resistenza per la sopravvivenza”

 

facendosi artefici di iniziative occupazionali (come le cooperative di paese) e culturali di tutto rispetto, le quali, con l’intento di valorizzare storia, tradizioni, produzioni agricole, costumi locali, personaggi più o meno noti, sono innesco di un fervore turistico e di attenzioni che, di per se stessi, rinfocolano le esigue economie locali.  

 

Secondo spunto di riflessione:

serve agire sul capitale umano, con un investimento di lungo periodo, 

il cui ritorno si godrà dopo un consistente arco temporale.

 

Serve, cioè, intervenire sul sistema di istruzione e formazione, perché sottovalutare o addirittura ignorare i dati sulla dispersione scolastica al Sud, sulla penuria di servizi offerti in questo settore, sui deludenti risultati delle prove Invalsi significa non avere un progetto di sviluppo che intervenga sulle persone. Non già quando esse abbiano raggiunto l’età da lavoro, bensì in una fase decisamente pregressa, in maniera da ridurre, fra l’altro, l’appeal della malavita su soggetti deboli anche culturalmente e fornendo invece strumenti cognitivi, spirito critico e competenze che stimolino un afflato costruttivo e non autolesionistico, consapevolezza di un patrimonio inestimabile e non atteggiamenti passivi se non addirittura ostili al progresso.  

 

Per concludere. Il problema demografico del Mezzogiorno, conseguenza delle tante storture endogene non sanate nel tempo, è esacerbato dalla crisi economica che ha interrotto una possibile convergenza con la zona geografica più avanzata del Paese, oltreché dalla concomitanza di altri elementi esogeni (si pensi, ad esempio, al grande impatto che nell’Unione europea è stato provocato dall’ingresso di Stati con vaste aree rurali e di povertà, bisognevoli di molto sostegno) che la classe politica, centrale e locale, non è stata così lungimirante da saper governare. Tuttavia, un consolidamento delle politiche occupazionali che tendano all’investimento e non al mero assistenzialismo, seppur imprescindibili, non sono sufficienti per colmare il gap, tornando almeno ai livelli economici pre-crisi. 

Ciò che serve davvero è ricordare che dietro le statistiche, 

i numeri, i bilanci, le previsioni ci sono esseri umani,

 

ci sono le tante Anna e i suoi colleghi che, stretti nel loro giovane bagaglio, guardano ad un futuro altrove con il cuore gonfio di tristezza e negli occhi la sconfitta: la partenza deve diventare una libera scelta e non l’unica via possibile. 

 

 

 

*Articolo aggiornato al 20 novembre 2019 

 

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UNA RIVOLUZIONE PER IL SUD di Carmen Lasorella – Numero 15 – Dicembre 2019

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UNA RIVOLUZIONE PER IL SUD

 

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Ogni anno, puntuali, arrivano i rapporti. In testa, quello Svimez sull’economia e la società del Mezzogiorno. Sarebbe stato meraviglioso, ma non ci sono state sorprese: il Sud continua inesorabilmente a scivolare verso il fondo di tutte le classifiche. 

E’ quella scena dei cartoons con il pupazzo baffuto, che usa le unghie e i denti, eppure va giù e poi ancora giù, perché la parete è di vetro ed è bagnata di sapone. Magari però si trattasse di vetro e di sapone! Ci sarebbero trasparenza e pulizia…invece sono l’opacità e la sporcizia, che pesano sul futuro del Sud, con la zavorra pesante di un sistema incapace di riconoscerlo – il futuro – già che non si vuole cambiare.

 

Eppure, qualcosa di nuovo nell’edizione 2019 c’è stata. 

 

Anzi, gli aspetti nuovi sono stati due: uno buono ed uno cattivo. Cominciamo dal secondo.  

 

L’Italia non ha più il tumore endemico del Mezzogiorno, o meglio, non ha più solo quello, perché la metastasi si è estesa all’intera nazione. Sul divario Nord/Sud si è innestato il divario Paese/Europa. C’è da stupirsi? Viviamo una crisi, che, almeno sotto il cielo italiano, dura da più di dieci anni.

Una crisi di valori, di principi; una crisi della politica, incapace di rigenerarsi; 

una crisi economica, che ci ha portato alla stagnazione e poi alla povertà; 

una crisi del sistema sociale, che non sa più includere, 

che non affianca, non sostiene. 

 

Una crisi sgarbata e sgrammaticata. C’è da meravigliarsi, sì, perché viene da chiedersi: come mai non è accaduto prima? Come può il corpo di un paese continuare a vivere con una parte malata? Bisogna curare l’intero corpo, in ogni sua parte, per stare bene. E’ logico! Invece, si è generato il paradosso, che perfino dinanzi all’ovvietà e al ragionamento, nell’evidenza dei numeri, dopo i silenzi dei politici per trent’anni e la rassegnazione dei meridionali per molti anni di più,

i sofisticatori seriali hanno perfezionato la materia condita 

con l’odio e la propaganda. 

 

“Il Nord deve stare per suo conto, viva l’autonomia dei ricchi!” “I poveri del Sud non saranno certo tutti ladri e mafiosi, ma sprecano risorse, non ci sanno fare… Brutti e sporchi, come sono, che subiscano il proprio destino, che si accompagnino agli immigrati, esseri inferiori come loro…”  

 

Hanno sparso veleno ai quattro venti, questi untori dei fatti, e

sono riusciti ad intossicare perfino l’anima di tanta brava gente, 

al Nord come al Sud, che ora pensa di vivere bene 

con un pezzo del corpo del Paese,

 

che con un pezzo naturalmente non potrà farcela e dunque rimarrà impotente ai piedi del patibolo dell’Italia tutta, che scivola giù, nonostante le unghie e i denti, come il pupazzo baffuto.  

 

La previsione degli analisti Svimez, sui livelli attuali di occupazione, produttività e saldo migratorio dicono che l’Italia perderà quasi un quarto del suo prodotto interno lordo e il Sud quasi un terzo in meno di 50 anni. Una previsione catastrofica, se non fosse che l’arco temporale di 50 anni di questi tempi è troppo lungo nel conto delle accelerazioni che segnano la nostra epoca. Ma al di là delle verosimiglianze, non possiamo negare le certezze.

Urge ragionare di soluzioni e soprattutto va evitato il rischio di un’Italia 

nelle mani degli untori, allontanando anche quelle dei criminali.


Veniamo alla buona notizia?  

 

Un fattore: facile, duttile, forte, inesauribile, decisivo, a buon prezzo, che potrebbe cambiare le previsioni disastrose appena accennate. 

 

Il fattore D probabilmente non avrà vita facile e incontrerà scetticismi e paranoie, come sempre è avvenuto in passato, ma la Svimez sul punto è tassativa:

a determinare il futuro del Mezzogiorno sarà l’occupazione femminile. 


Usando un felice acronimo, che mi ha suggerito proprio un recente contatto ravvicinato con il Sud, sarà finalmente   

 

“METODO” ovvero MEZZOGIORNO TOCCA alle DONNE.  

 

Non si tratta di rivincite o di battaglie, rievocando stagioni passate, la questione anche in questo caso risponderebbe solo alla logica e all’evidenza. E’ vero o no che il PIL diminuisce quando diminuisce la popolazione e dunque il lavoro che questa produce? E’ vero o no che scende anche quando questo lavoro non è qualificato ed aggiornato sui parametri correnti? Parlando di donne, cosa significa?

Nel Mezzogiorno, le donne dovranno poter sommare 

il proprio lavoro a quello degli uomini. 


Le donne occupate invece sono oggi in media appena il 30%, mentre in Europa quella media supera il 60; sono in troppe a fare il part-time, imposto e non volontario, che ritorna sul 30% del totale con una perdita evidente di potere contrattuale; bassissimo è il tasso di natalità e così l’abbandono del lavoro nel caso di un figlio; il grado d’istruzione rispetto al centro-nord d’Italia ed agli altri paesi UE è in sensibile ritardo. Allora? Se la percentuale di lavoro femminile cominciasse a salire verso il 60%, se ci fossero servizi per le donne (ausili, asili, ecc.) che favorissero la scelta di un figlio, senza abbandonare il lavoro, con un part-time scelto e non subito, se ci fosse la possibilità di studiare di più e meglio, come oramai non solo le più giovani, in maggioranza, vorrebbero poter fare, diventerebbe straordinaria la spinta al rilancio del Sud!  

 

METODO e aggiungerei tenacia, determinazione, organizzazione. Tutte prerogative femminili. E’ giunto dunque il tempo delle donne al Sud ed alle donne toccherà essere sulla scena, finalmente, da protagoniste.

Qualora gli uomini al potere nel Mezzogiorno e nel resto del Paese 

dovessero ostacolare questo percorso, con fermezza, 

vorrà dire che si cambierà il paradigma. 


Il sì deve essere forte e chiaro. Usando le piazze reali e virtuali, con il supporto convergente – almeno una volta – dei mezzi di informazione. Bisognerà dire basta! E bisognerà dirlo da subito. Le donne oramai devono andare avanti, senza ulteriori indugi, senza le donne la rivoluzione non si può fare e nel Mezzogiorno è diventata inevitabile. Serve uno choc! Non bastano più i passi, forse non basteranno neanche i salti. Ma servono fonti di energia nuova e pulita. Non solo in senso metaforico: è diventato indispensabile in termini letterali!

Al fattore D, considerata leva economica, si aggiungeranno allora altri due fattori: 

il Green Deal e l’Innovazione.  


Ovvero bisognerà puntare con decisione sull’opzione Bio: bioeconomia e biotecnologia. 

 

Il rapporto Svimez ci informa che il valore della bioeconomia meridionale si aggira tra i 50 e i 60 miliardi di euro, più o meno un quinto di quella nazionale. Che i modelli aziendali Nord/Sud nel tempo si sono avvicinati, che è aumentata la dimensione e la superficie media delle imprese agricole, che

si sta costruendo – benché a fatica – un modello di bioeconomia circolare, 

capace di coniugare economia, ecologia e società. 

 

In questo modello si è inserita anche la chimica verde e nell’ambito del cluster nazionale è nata SPRING. La  Primavera  ci  sta,  di  sicuro,  ma  SPRING  è  un  acronimo:  Sustainable Process and Resources for Innovation  and National Growth. SPRING  ha  oramai  5  anni  di  vita  ed  è  diventata  un’associazione no profit, che mette insieme imprese, università e fondazioni. 

 

L’obiettivo prioritario è quello di abbattere all’incirca del 50 per cento le emissioni di CO2 entro i prossimi anni e pare che ogni euro investito nel progetto ne stia restituendo 10, oltre ad avere offerto occasioni di lavoro ad almeno 2 milioni di addetti in tutta Italia.

La prossima tappa sarà quella di aumentare in modo sensibile la produzione, così come gli investimenti, e di migliorare il circuito della sostenibilità.


In Italia, e soprattutto nel Sud, infatti, i nuovi progetti incontrano difficoltà a radicarsi nel contesto meridionale, perché non sviluppano la coesione necessaria tra i vari protagonisti sulla scena, che non si cementano guardando agli obbiettivi, ma si frantumano nei litigi. La politica c’entra… e non solo quella.

Ancora più dinamico si presenta il settore bio-tecnologico. 


Nel Mezzogiorno, in meno di 10 anni, le imprese biotech sono cresciute di una volta e mezzo l’incremento rilevato al Centro Italia e il doppio rispetto al Nord. Viaggiavano su una percentuale addirittura del +70% nel 2016, rallentata però negli ultimi anni, nel solco della flessione economica nazionale. Sono biotech verdi, bianche e rosse, come la nostra bandiera. Ovvero studiate e applicate nei settori commerciali e industriali, in quelli della zootecnia e dell’agricoltura, nel campo medico.

 

Le imprese di questo comparto si avviano a rappresentare il 30 % del fatturato biotech generato nel Mezzogiorno, 

 

che ha trovato la sua punta di diamante in Campania, dove si coltivano progetti di ricerca all’Università Federico II di Napoli, nelle Academy finanziate dalle imprese ed anche nella Scuola Superiore Meridionale, sostenuta dallo Stato. E’ un bell’andare. Fa piacere parlarne… tuttavia ci riferiamo ad ambiti di eccellenza limitati. Sono attività che non fanno sistema. Le Reti della conoscenza e del trasferimento tecnologico potranno senz’altro rendere fertile il contesto territoriale, ma prima bisognerà smuovere la terra e dissodarla in profondità, coinvolgendo oltre le braccia, le teste e i cuori. Se serviranno i caterpillar, si useranno i caterpillar e alla guida ci saranno le donne …. una minaccia? Lo è, perché non se ne può fare più a meno. 

 

 

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QUESTO SUD di Giuseppe Soriero – Numero 15 – Dicembre 2019

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QUESTO SUD

 

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“Rete delle infrastrutture” e “Rete dei talenti” – Due obiettivi impellenti.
“In particolar modo è necessario ridurre il divario che sta ulteriormente crescendo tra Nord e Sud d’Italia.  

A subirne le conseguenze non sono soltanto le comunità meridionali ma l’intero Paese, frenato nelle sue potenzialità di sviluppo” – ha proclamato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio per il nuovo anno 2020.

Avevamo colto già codesta sua sensibilità quando, il 14 novembre scorso, la delegazione Svimez ha illustrato al Quirinale il recente Rapporto 2019,

 

presentato alla Camera dei Deputati il 4 novembre, alla presenza del Presidente del Consiglio Conte. La rivista Myrrha, presente alla Camera, adesso lodevolmente apre le proprie pagine a commenti sul tema, per ispirare ulteriore fiducia nei doni del Sud. 

 

A ben pensarci,

 

la fiducia nelle proprie energie è stato il filo conduttore del discorso 

del Presidente Mattarella,  

 

poiché a suo avviso “per promuovere fiducia, è decisivo il buon funzionamento delle pubbliche istituzioni che devono alimentarla, favorendo coesione sociale…. La democrazia si rafforza se le istituzioni tengono viva una ragionevole speranza”.  

E’ questo il sentiero irto e stretto lungo cui si muove da anni la valutazione periodica del Rapporto Svimez: nutrire di speranza la battaglia meridionalista, aggiornando continuamente la lettura critica delle difficoltà meridionali la cui soluzione è elemento strategico per il futuro dell’Italia. Il Nord da solo non ce la può fare, l’Italia ha bisogno dello sviluppo del Sud. Non a caso la descrizione quest’anno paventa i caratteri di un nuovo divario tra l’Italia e l’Europa.

Insomma, negli ultimi dodici mesi è aumentato non solo il dualismo tra Nord e Sud, 

ma l’affanno dell’intero sistema Italia rispetto al resto d’Europa. 

 

“Ristagnano soprattutto i consumi (+0,2%), ancora al di sotto di -9 punti percentuali nei confronti del 2018, rispetto al Centro-Nord, dove crescono del +0.7%, recuperando e superando i livelli precrisi”. 

Tuttavia il Nord Italia non è più tra le locomotive d’Europa dacché talune regioni dei nuovi Stati membri dell’Est superano per PIL alcune regioni ricche italiane, essendo quelle “avvantaggiate dalle asimmetrie nei regimi fiscali, nel costo del lavoro, e in altri fattori che determinano ampi differenziali regionali di competitività”  

 

Fatto 100 il Prodotto interno lordo dell’ Area europea (dei 28 Stati membri), dalle ricerche Svimez si desume che tra il 2006 e 2017 il valore della  Lombardia cede da 138 a 128; il Veneto da 121 scende a 112, l’Emilia scivola da 131 a 119; ad Est il PIL sale: a Praga da 170 a 187, a Bratislava da 147 a 179, a Bucarest da 87 a 144.

Queste cifre hanno indotto subito alcuni importanti giornali a titolare che “Il Nord spegne i motori dell’industria e si ferma anche la locomotiva Italia”, 

 

narrando essi anche il raffreddamento dei ritmi di crescita in Germania, il prevalere della Brexit in Gran Bretagna, il crollo dell’export UE che arriva a lambire aree sicure che finora avevano trainato l’economia italiana, dalla Brianza ad alcune zone dell’Emilia.  

 

La crisi internazionale insomma ha clamorosamente squarciato il velo rendendo lo scenario più netto: o le due aree del Nord e del Sud cresceranno insieme o la ripresa dell’Italia rimarrà sempre più tiepida proprio mentre il Mediterraneo è in ebollizione e spinge comunque verso la modifica di secolari equilibri con protagonisti del tutto inediti: la Cina, con ambiziosi investimenti lungo “La via della seta”; la Russia, che impone un ruolo primario nello scacchiere geopolitico; e adesso anche la Turchia, che vota rapida l’intervento militare in Libia per pesare di più nelle acque del Mediterraneo.

 

E l’Italia che fa ?  

 

Mentre le grandi potenze del mondo si misurano su programmi internazionali d’investimento a fini bellici, militari, di egemonia industriale e commerciale, qui da noi continuano le crociate ideologiche sugli egoismi territoriali e prevalgono le polemiche localistiche sul cosiddetto “regionalismo differenziato” e su ipotesi di sviluppo “ a geometria variabile”. E’ questo il portato di una dissennata dispersione della coscienza unitaria della nazione che si frantuma lasciando ampi varchi al sentimento del “rancore” indentificato dal Censis come elemento coagulante di nuovi egoismi territoriali. E’ appena il caso di ricordare che, nell’inerzia del Sud, ripiegato nel trascinamento prevalente di misure economiche assistenziali, la bulimia nordista è riuscita a concentrare solo per le infrastrutture ben 47,5 cinque miliardi nelle aree del Nord, relegando solo 5,7 miliardi alle aree dell’anoressico Mezzogiorno.

Emblematica in tal senso la foto Svimez del dualismo ferroviario. 

 

Adesso finalmente si comincia a discettare da più parti sul rispetto del criterio del 34% nella ripartizione della spesa statale, ma ancora siamo terribilmente indietro. I dati fermi al 28,4% fotografano gli effetti di quella che alcuni commentatori, ironicamente, hanno definito la “Secessione light”, un paradossale gioco delle parti perpetrato cinicamente ai danni della coesione e della comunità nazionale.  

Proprio la ricognizione sull’uso delle risorse europee del QCS 2000-2006 e del QSN 2007-2013 ha messo in evidenza le fragilità del modello. Quanto il meccanismo italiano fosse inceppato è stato, anni fa, ad esporlo il primo Rapporto Fondazione Hume-Sole 24 Ore:

mentre complessivamente, a partire dal 1992, le disuguaglianze nel mondo 

si riducono il differenziale interno nel caso italiano cresce.  

 

E all’origine degli squilibri italiani c’è non solo il divario del PIL, ma “la fisiologia di un sistema economico che non riesce a trovare una via autonoma di creazione e di distribuzione della ricchezza attraverso il mercato, e che dagli anni ’90 resta vincolato a meccanismi di trasferimento della spesa pubblica in via di assottigliamento”.  

 

Non riuscendo lo Stato ad affrontare questi nodi strutturali del modello, solo in Italia, rispetto ad altre esperienze europee,

ogni 3 anni si è preteso di cambiar nome, tipologia e finalità dell’intervento pubblico con la chiusura e la riapertura di Ministeri e Agenzie,  

 

oscillando tra audaci sperimentazioni di funzioni e di poteri che però non sono riusciti a sradicare il pervicace “gattopardismo” diffuso negli apparati burocratici. Hic Rhodus, hic salta! A 160 anni dall’Unità d’Italia, 25 dopo l’abolizione dell’intervento straordinario e della Cassa per il Mezzogiorno, 50 anni dopo l’entrata in funzione delle Regioni e dopo 10 anni di esaltazione acritica della riforma federalista (legge 42/2009) non si riesce ancora a correggere le visioni contrapposte tra le pretese dell’ egoismo “nordista” di riservare per quei territori ingenti risorse e l’autoisolamento che il Mezzogiorno stesso si è inflitto, incapace di debellare il degrado istituzionale, la gestione clientelare dei fondi pubblici e le incursioni del poteri mafiosi in tutti i gangli dello sviluppo economico.

A questo punto un interrogativo è d’obbligo: come è plausibile stoppare 

lo stucchevole conflitto tra Nordisti e Suddisti, in breve tra gli epigoni 

del “Sacco del Nord” e i cantori dello “Scippo del Sud? 

 

Per intanto Svimez si è recata in Parlamento a documentare che le pretese di alcune Regioni del Nord di trattenere per sé il cd. residuo fiscale era non solo culturalmente, ma anche tecnicamente infondato (audizione Commissione Finanze, Camera dei Deputati, 10/12/2019). Le Regioni meridionali finora hanno solo balbettato; Governo e Parlamento si trovano in questi giorni impelagati a dirimere un contenzioso non facile, per correggere, con le proprie funzioni d’indirizzo e di controllo, i guasti indotti sia dal potere centrale che dalle classi dirigenti meridionali.  

 

Il Rapporto Svimez quest’anno, esaminando i costi enormi del divario italiano, insiste segnatamente sul bisogno di strategie di sviluppo che sappiano competere a livello internazionale.

 

E indica tra le priorità almeno due proposte strategiche che attengono 

alla dotazione di nuove infrastrutture materiali e immateriali, 

per rafforzare l’armatura urbana e per connettere in rete 

le tante competenze giovanili. 

 

Il Sud diventa così l’emblema dell’Italia che può innovare, se si considerano le potenzialità incommensurabili delle condizioni logistiche e territoriali, innanzi nell’utilizzo pieno dei grandi porti, da Gioia Tauro a Napoli a Taranto, a Palermo  che consentirebbero al Sud di essere davvero utile anche al Nord e all’Italia, di essere preziosa cerniera tra l’Europa ed il Mediterraneo.

Il Bel Paese dunque non può indugiare oltre in politiche di corto respiro, 

 

deve saper debellare l’arroganza della mafia, ed anche la complice vischiosità di qui settori della pubblica amministrazione che hanno messo a dura prova la voglia di tanti giovani di vivere e lavorare nelle città meridionali. 

 

Solo così forse sarà possibile risvegliare davvero l’anima del Sud e suscitare fiducia tra le forze più innovative.  

 

Quella fiducia che va trasmessa ai giovani – ha ricordato tuttora il Presidente Mattarella “ai quali viene sovente chiesta responsabilità, ma a cui dobbiamo al contempo affidare responsabilità”.   

 

E’ questo un aspetto di evidente rilievo! La rivendicazione di un ruolo da protagonisti scaturisce proprio da una recente indagine Svimez su un campione significativo di circa 400 allievi che studiano nelle tre università della Calabria. La risposta prevalente e perciò confortante è che

 

essi non vogliono scappare; sono pronti anzi a misurarsi, producendo idee 

per lo sviluppo, cooperando tra loro per delineare 

una vera e propria “Rete dei giovani talenti”.  

 

Una struttura cioè che, attraverso l’uso delle nuove tecnologie, sappia fare leva su tutto ciò che di positivo riescono ad esprimere adesso le università meridionali.  

 

Potrà essere una novità di assoluto rilievo, se finalmente Parlamento, Governo e Regioni decideranno di concentrare, per alcuni anni, ingenti risorse, indirizzando così un uso più virtuoso di fondi europei e nazionali. 

 

La rivista Myrrha saprà approfondire questo confronto e già altri commenti in questo numero cominciano a riflettere efficacemente sull’esodo devastante dei giovani e sull’impellente necessità della tutela dell’ambiente. Io concludo con una solo interrogativo a proposito di giovani, formazione e innovazione. L’anno 2020 si apre proprio con la istituzione di un nuovo Ministero per Università, ricerca, alta formazione; e un Ministero certo da solo non può bastare!

Può comunque indicare la direzione di marcia per una incisiva
competizione italiana, culturale e civile, a livello europeo? 

 

 

 

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